Buddhismo
"Il bramino Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto
colpito dall'aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo
splendore del suo aspetto, che gli chiese:
- Sei per caso un dio?
- No, brâhmana, non sono un dio.
- Allora sei un angelo?
- No davvero, brâhmana.
- Allora sei uno spirito?
- No, non sono uno spirito.
- E allora, che cosa sei?
- Io sono sveglio."
(Anguttara Nikaya)
Il Buddhismo è la disciplina spirituale sorta dall'esperienza
mistica vissuta dal personaggio storico
di Gautama Siddhartha
e che si compendia nei suoi
insegnamenti, fondati sulle "4 Nobili Verità".
Con Buddhismo si indica
anche l'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e
tecniche spirituali, individuali e devozionali che hanno in comune
il richiamo agli insegnamenti di Siddhartha Gautama in quanto
Buddha; insieme sviluppatosi a partire dal VI secolo a.C.
soprattutto nell'Asia orientale (India, Tibet, Cina, Corea,
Giappone, Indocina), e, dal XX d.C., in forme minoritarie, anche
in Europa e Stati Uniti.
Gautama Siddhartha, detto Shakyamuni visse nell'India del Nord
circa tra il 563 a.C. ed il 483 a.C. (secondo studî recenti,
successivi agli anni 1990, c'è chi propone come date di nascita e
morte del Buddha gli anni 480 a.C. e 400 a.C.). Egli era detto
Buddha, ovvero colui che è risvegliato. Il Buddha nacque durante
il viaggio che doveva portare la regina Maya, moglie del nobile
guerriero Suddhodana, a partorire il primo figlio nella casa
paterna. Ma la tradizione vuole che la giovane non raggiunse mai
la casa e partorisse in un boschetto, mettendo al mondo colui che
sarebbe diventato il Buddha. Prima di intraprendere la sua ricerca
spirituale, egli viveva nell'agio presso il palazzo del padre.
Poco prima di compiere trent'anni il principe uscì dal palazzo e
in quattro occasioni diverse vide un neonato, un malato, un
vecchio, e un funerale. Queste esperienze del tutto nuove per lui
lo fecero riflettere sulla vita cominciando a elaborare quello che
sara' il cardine del pensiero buddista: risolvere le quattro
"sofferenze" fondamentali della vita: Nascita, vecchiaia,
malattia, morte.

I fondamenti
Le quattro nobili verità
Alla base della dottrina buddhista stanno le quattro nobili
verità. Si narra che il Buddha, meditando sotto l'albero della
bodhi, le comprese nel momento del risveglio. Eccone di seguito
l'elenco:
Duhkha: la sofferenza. Nella vita c'è il dolore, esso è associato
alla malattia, alla vecchiaia, alla morte ed alla nascita;
all'essere associati allo spiacevole e separati dal piacevole; dal
non ottenere quello che vogliamo. In breve si soffre perché non ci
si rende conto che tutto è destinato a finire.
Samudaya: la sofferenza non è colpa del mondo, né del fato o di
una divinità; né avviene per caso. Ha origine dentro di noi, dalla
ricerca della felicità in ciò che è transitorio, spinti dal
desiderio (trsna, in pali: tanha o "brama") per ciò che non è
soddisfacente. Si manifesta nelle tre forme di "kamatrsna" o
desiderio di oggetti sensuali; "bhavatrsna" o desiderio di essere;
"vibhavatrsna" o desiderio di non essere.
Nirodha: cessazione. Per conoscere la fine della sofferenza
occorre lasciare andare trsna, l'attaccamento alle cose e alle
persone, alla scala di valori ingannevole per cui ciò che è
provvisorio è maggiormente desiderabile.
Marga: la strada da intraprendere per avvicinarsi al nirvana. Esso
è detto il nobile ottuplice sentiero
Il Nobile Ottuplice Sentiero
Ciò che l'uomo considera il suo sé è costituito da cinque
elementi, detti skandha:
Rupa: la parte corporea o sensibile
Vedana: la sensazione, ciò che ci fa provare il piacere e il
dolore
Samjna: ciò che percepisce e crea la comprensione del mondo.
Samskara: le predisposizioni che originano dal karma (la legge di
causa ed effetto)
Vijnana: la coscienza
In base a questa visione, viene definito il Nobile Ottuplice
Sentiero, che si articola in tre gruppi di indicazioni:
- il primo gruppo riguarda la saggezza (pañña)
Retta Conoscenza, ossia il riconoscimento delle quattro Verità;
Retta Risoluzione, l'impegno nel padroneggiare il trsna (il
desiderio e l'attaccamento) in modo da non lasciarsi condizionare
da essi;
- il secondo riguarda la moralità (sila)
Retta Parola, ossia l'astenersi dal mentire e dall'ipocrisia;
Retta Azione, evitare di causare sofferenza a se stesso ed agli
altri esseri;
Retti Mezzi di Sussistenza, sostenere la propria vita su lavori
non basati sulla sofferenza propria o altrui
- il terzo riguarda la concentrazione e la meditazione (samadhi)
Retto Sforzo, lasciare andare gli stati non salutari e coltivare
quelli salutari;
Retta Consapevolezza, ossia mantenere la mente priva di
confusione, non influenzata dalla brama e dall'attaccamento (trsna);
Retta Concentrazione, cioè mantenere il corretto atteggiamento
interiore nella meditazione (dhyana).
Vi sono quattro dhyana (sanscrito) o jhana (pali).
Il primo dhyana è una condizione di soddisfazione dovuta alla
riflessione e all'investigazione.
Il secondo stadio è la tranquillità senza riflessione
nell'investigazione.
Il terzo porta all'assenza di ogni condizionamento proveniente dal
trsna che sta alla base della sofferenza, premessa questa
indispensabile al conseguimento del successivo stadio.
Il quarto consiste nel nirvana, cioè nel superamento della
sofferenza esistenziale attraverso il "pensiero-senza-pensiero" e
l' "agire-senza-agire" conseguenti alla realizzazione del perfetto
"risveglio spirituale", la cosiddetta "buddhità", vale a dire la
"qualità di Buddha" presente in ogni essere umano, talvolta anche
definita con il termine "vacuità".
La parola dhyana è all'origine della parola sinogiapponese zen:
quando il Buddhismo arrivò in Cina, fu adattata alla lingua cinese
(chan). In seguito il Buddhismo fu introdotto in Giappone e
un'importante scuola porta questo nome.
Diversi approcci nella definizione di Buddhismo
Riguardo alla definizione del Buddhismo ci sono diverse opinioni.
Secondo alcuni per certi aspetti sarebbe possibile definirlo una
religione, o presenterebbe comunque aspetti di tipo religioso;
secondo altri, invece, sarebbe possibile definirlo una filosofia
di vita, o presenterebbe comunque aspetti di tipo filosofico;
secondo altri nel Buddhismo sarebbero compresenti aspetti sia
religiosi sia filosofici; infine altri negano che il Buddhismo
rientri in una di queste predefinite specifiche categorie, dal
momento che il Buddha stesso, quando era in vita, a chi
esplicitamente gli domandava se i suoi insegnamenti fossero
“teisti”, “atei”, o costituissero una “filosofia di vita”,
invariabilmente tacque sempre su questi punti specifici, senza mai
soddisfare a queste domande.
Ma proprio questa assenza di indicazioni fece anche sì che nel
corso del suo millenario sviluppo in ogni parte del mondo, il
Buddhismo legittimamente tollerasse una grande varietà di pratiche
al suo interno, fino ad assumere quella complessità di
manifestazioni e di aspetti oggi presenti e che sono anche motivo
di queste diversità di orientamenti di opinione sulla sua
definizione.
Buddhismo e religione
Alla sua origine il Buddhismo sembra effettivamente estraneo da
qualunque preoccupazione religiosa. Buddha, nella sua ricerca e
nella sua predicazione, si rifiuta di affrontare questioni di tipo
religioso riguardanti l'esistenza di un principio divino assoluto,
o l'eventuale natura di un'anima separata dal corpo: questioni di
questo genere non vengono né negate né affermate, ma semplicemente
lasciate nel silenzio. Da questo punto di vista il Buddhismo,
nelle sue prime fasi, si distacca nettamente dall'induismo del
tempo, il quale aveva invece al suo centro l'identità tra l'io
individuale e l'Assoluto divino. Anche riguardo al Nirvana, che
pure è l'obiettivo ultimo della pratica Buddhista, il Buddha e la
letteratura Buddhista successiva preferiscono definirlo in
negativo, senza affermarne nulla al riguardo. Ciò non significa
che il Nirvana non sia nulla: significa semplicemente che è al di
là della possibilità del linguaggio (e del pensiero).
Dal punto di vista hinduista, entro cui nasce, la pratica
Buddhista si configura dunque come fortemente a-religiosa.
Tuttavia, già entro un breve tempo successivo alla scomparsa del
Buddha, si verificò un processo di "divinizzazione" del maestro,
concepito sempre meno come semplice uomo e sempre più come
creatura dotata di facoltà prodigiose e sovrumane. A questo
processo di divinizzazione si affiancò un vero e proprio culto
popolare relativo al Buddha e alle sue reliquie (vedi la voce
stupa).
Nei secoli posteriori, quindi, venne sviluppandosi all'interno del
Buddhismo tutta una fenomenologia devozionale, composta di templi,
preghiere e mitologia che si configura entro certi limiti come una
vera e propria religione. Da questo punto di vista c'è chi afferma
che, specie per quanto riguarda il Buddhismo Mahayana, e
soprattutto per quanto riguarda l'Amidismo, il Buddhismo o alcune
sue tradizioni, siano a tutti gli effetti una religione.
Da parte sua, inoltre, se le diverse scuole del Buddhismo sono
concordi nel rifiutarsi di definire in senso positivo un eventuale
principio divino Assoluto, non viene comunque negata l'esistenza
di entità superiori all'uomo, cioè le varie divinità dei
politeismo. Il Buddhismo, in tal senso, non negò l'esistenza dei
deva nell'hinduismo così come non negò quella dei kami giapponesi
e anzi ne aggiunse d'altri propri: soltanto, dal punto di vista
Buddhista anche queste divinità (non concepite come eterne o
incorruttibili) fanno parte, assieme all'uomo e a tutte le altre
creature viventi, del ciclo del divenire e della sofferenza. Il
buddhismo inventò perciò molti episodi in cui uno di essi, o una
folla di divinità, discende dal cielo per ascoltare
rispettosamente la parola del Buddha o per rendergli qualche
servizio, annoverandoli fra i laici, facendone devoti modello e
protettori del buddhismo.
Da notare infine che, attualmente, nei paesi a maggioranza
Buddhista o dove il Buddhismo ha avuto una larga influenza
culturale (ad esempio il Giappone o l'Indocina), nella percezione
popolare il Buddhismo viene visto e vissuto come una religione.
Buddhismo ed ateismo
Alcuni pensano che poiché il Buddha ha sempre accuratamente e
volutamente evitato di fare affermazioni sull'Assoluto, il suo
insegnamento sia certamente “ateo”
Altri sostengono che il Buddhismo sia sostanzialmente ateo per il
fatto che, nonostante il Buddha non abbia mai negato le
tradizionali divinità specifiche del brahmanesimo (che
successivamente diventerà induismo), queste divinità non possono
evitare all'Uomo le sofferenze della vita, per cui credere o non
credere in loro non cambia le cose e l'Uomo, secondo il Buddha,
deve invece trovare il cammino che conduce al proprio "risveglio
interiore" ed alla personale completa realizzazione spirituale,
attraverso la propria pratica individuale ed il vaglio della
propria personale esperienza (il dhamma-vicaya) seguendo il metodo
introspettivo indicato dal Buddha stesso (il Bodhipakkhika Dhamma).
Inoltre anche la Chiesa Cattolica Apostolica Romana bolla il
Buddhismo di sostanziale ateismo, attraverso la voce di Papa
Wojtyla che nel 1994 afferma nel libro-intervista da lui stesso
intitolato "Varcare la soglia della speranza"[2], che "il Buddismo
è in misura rilevante un sistema ateo" dal momento che è privo di
avvicinamento a Dio: "La pienezza del distacco buddhista non è
l’unione con Dio, ma il cosiddetto nirvana, ovvero uno stato di
perfetta indifferenza nei riguardi del mondo". Sempre dal Papa
Wojtyla giunge anche una netta contrapposizione del Cristianesimo
verso il Buddhismo, nel senso che si afferma che "il Buddhismo è,
al pari del Cristianesimo, una religione di salvezza, ma le
dottrine di salvezza dell’uno e dell’altro sono tra loro
"contrarie". Queste opinioni sul Buddhismo espresse dalla Chiesa
Cattolica Apostolica Romana attraverso il suo più autorevole
rappresentante, sono sostanzialmente allineate con un precedente
documento del Concilio Vaticano II (Nostra Aetate - 28 ottobre
1965), nonostante qui si usino termini meno ostili in ottica di
una precedente politica interreligiosa più moderata: "Nel
Buddhismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la
radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una
via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano
capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di
pervenire allo stato di illuminazione suprema sia per mezzo dei
propri sforzi sia con l’aiuto venuto dall’alto[1]", escludendo
quindi ogni riferimento ai termini "Dio" e/o "Divinità",
riferendosi genericamente ad un "aiuto superiore" ma non ad un
aiuto "divino", alimentando così la tesi le argomentazioni di chi
cerca di ravvisare nel Buddhismo un sistema sostanzialmente ateo.
Queste sono le principali ragioni di chi vorrebbe identificare il
Buddhismo come una sorta di ateismo.
Questa interpretazione atea del Buddhismo è però confutata da chi
sostiene che, essendo l'ateismo la negazione assoluta di Dio,
l'ateismo costituisce esso stesso un assolutismo, il quale
assolutismo deve ritenersi totalmente estraneo al Buddhismo che si
fonda invece sull'equilibrata "Via di mezzo" (il "Nobile Ottuplice
Sentiero") che, prescindendo per sua stessa natura da qualsiasi
forma di assolutismo, rifugge quindi da entrambi, sia quello del
teismo sia a maggior ragione quello dell'ateismo. In questo senso
deve quindi intendersi lo scrupolo che il Buddha sempre si diede
nell'evitare accuratamente di esprimersi sulla questione
dell'Assoluto e quindi senza cadere mai nell'assolutismo delle
posizioni che da esso deriva.
Rifuggendo quindi da ogni tipo e forma di assolutismo, il
Buddhismo in quanto espressione della "Via di mezzo" indicata dal
Buddha nel suo famoso e fondamentale "discorso di Benares", non
può che prescindere da queste questioni esistenziali proposte
invece, peraltro entrambe in modo irrisolto ed irrisolvibile, sia
dall'ideologia del teismo sia da quella dell'ateismo.
Queste sono le principali ragioni di chi esclude decisamente che
esista la possibilità di identificare il Buddhismo come una sorta
di ateismo e quindi conseguentemente come negazione assoluta di
Divinità (deismo) e/o di uno specifico Dio (teismo).
Ma se si vuol considerare l'ateismo come l'attitudine ad
affrontare in modo critico le vicissitudini senza trascendere la
realtà (senza appigli), allora si deve riconoscere che senza
questa attitudine è impossibile abbracciare il buddhismo, cioè
svegliarsi. Il buddhismo non nega nulla, nonostante ciò è una
religione senza dio, senz'anima (e senza sé), senza culto e senza
mistero, basata sulla comprensione delle concezioni su cui poggia
e non sulla fede. C'è stata una sola setta, la mahàsàmghika dei
lokottaravàdin che consideravano buddha un essere trascendente(lokottara,
cioè un dio) e il buddha storico solo un fantasma(nirmànakàya)
emanato da questo. Furono loro a scolpire gli enormi monumenti del
buddha nelle rocce del Bamiyan, proprio quelli bombardati dai
talebani che da musulmani iconoclasti sono incappati nell'errore
di considerare idolatre quelle sculture. Anche se nell'intenzione
della setta c'era idolatria, le statue rappresentavano un uomo e
non un dio, e i talebani hanno distrutto una raffigurazione umana
e non divina perché buddha è comunque solamente un uomo. Anche
l'assolutismo, nell'accezione non trascendente, cioè nel decidere
di considerare definitivo un solo elemento tra molti presi in
esame, non è estraneo al buddhismo, anzi il buddhismo argomenta
come l'insegnamento della Legge da parte degli Svegliati si svolge
in base a due verità: la verità relativa del mondo e la verità
assoluta. Quest'ultima è l'illusione dell'esistenza di quelle
quattro sante verità che il buddista abbraccia quando mette in
moto la Ruota della Legge, fino ad allora il buddista conosce le
quattro sante verità, ma non le abbraccia e si illude che
esistano, e questa è la verità relativa del mondo.
"La coproduzione condizionata, questa e non altra noi chiamiamo la
vacuità. La vacuità è una designazione metaforica. Questa e non
altro la via di Mezzo."
"La realtà assoluta non può essere insegnata, senza prima
appoggiarsi sull'ordine pratico delle cose: senza intendere la
realtà assoluta, il nirvana non può essere raggiunto."
(MADHYAMAKA KARIKA)
Buddhismo e filosofia
Riguardo ai rapporti tra Buddhismo e filosofia, la questione è
resa più complessa dalla già difficile definizione dello stesso
concetto di filosofia.
Nella concezione moderna, successiva al XVI secolo e alla
rivoluzione scientifica, per filosofia si intende comunemente lo
"studio del significato e della giustificazione della conoscenza
del più generale, od universale, aspetto delle cose". La filosofia
sarebbe dunque una forma di indagine del sapere, volta a
descrivere la natura più profonda della realtà. In questo senso è
possibile ravvisare aspetti filosofici all'interno del Buddhismo.
La presenza di questioni viste come incongruenti nella dottrina
del Buddhismo più antico (ad esempio la negazione dell'esistenza
di un io individuale) generò difatti, nei secoli posteriori, ampie
speculazioni teoriche nel tentativo di risolverli. Speculazioni
teoriche spesso estremamente complesse, basate su sofisticati
sistemi di logica, che discutono questioni come quelle
dell'esistenza dell'io, o di un principio di causalità, che
possono trovare dei paralleli all'interno della filosofia di
origine europea. Tali speculazioni si trovano ad esempio nella
scuola del Madhyamaka o del Vijnanavada.
C'è chi fa notare che, tuttavia, nel Buddhismo queste speculazioni
teoriche non sarebbero volte a definire una descrizione definitiva
della realtà (ambizione, questa, tipica della filosofia europea
moderna), ma piuttosto sarebbero degli strumenti momentanei e
transitorî per permettere al praticante Buddhista di dissolvere i
proprî preconcetti razionali rispetto alla realtà in vista
dell'ascesa al Nirvana.
Tuttavia, vi è chi risponde che anche nella filosofia europea più
antica, cioè in quella greca, il sapere razionale non era fine a
sé stesso ma aveva una funzione strumentale in vista di un'ascesi
spirituale. Così la dialettica platonica serviva per poter
ascendere al puro mondo delle idee, e allo stesso modo le scuole
ellenistiche adoperavano la ricerca speculativa per ottenere uno
stato mentale al riparo dai turbamenti emotivi (come nello
Stoicismo o nell'Epicureismo) o, di nuovo, per ascendere a una
realtà ulteriore non definibile verbalmente (come nel
Neoplatonismo). Da notare che, nell'ambito della filosofia greca,
l'ascesi filosofica non era sempre puramente mentale, ma si
combinava anche con esercizî fisici, come ad esempio il controllo
del respiro, similari a quelli buddhisti (tale ad esempio è la
teoria di Pierre Hadot, studioso del pensiero greco antico).
Infine, per chi afferma la possibilità di tracciare paralleli tra
la filosofia europea e il Buddhismo, non sono da tralasciare le
somiglianze con la cosiddetta teologia negativa, che affonda le
sue radici nel Neoplatonismo e, tramite lo Pseudo-Dionigi e
Meister Heckart arriva con Nicola Cusano sino alle soglie della
modernità.
Né teismo e religione, né ateismo, né filosofia di vita
Le posizioni di coloro che sono favorevoli a definire il Buddhismo
una disciplina spirituale di anagogia individuale che prescinde
dai concetti di teismo, ateismo e filosofia di vita e quindi non
lo annoverano fra le religioni, né fra le ideologie e le
filosofie, poggiano su diversi ordini di motivi.
C'è chi fa notare che i concetti di religione e filosofia sono
nati e si sono sviluppati nel cosiddetto Occidente, cioè
all'interno della tradizione europea, e soprattutto nella lunga
storia del Cristianesimo e della sua influenza sulla cultura
europea, storia che avrebbe molto poco a che vedere con quelle che
sono le visioni del mondo proprio dell'Asia Orientale. In tal
senso sarebbe un'assurdità di principio applicare concetti come
quelli di religione e filosofia a qualcosa come il Buddhismo, nato
e formatosi in culture che, sino a qualche secolo fa, ignoravano
del tutto tali concetti. Ad esempio lo studioso italiano Mario
Piantelli afferma che assimilare i diversi tipi di Buddhismo "sic
et simpliciter agli altri «oggetti-religione» costruiti in modo
più o meno arbitrario ritagliandoli all'interno del contesto
prodigiosamente complesso del mondo indiano può risultare, per il
primo periodo della loro storia, alquanto fuorviante". Sempre
Piantelli, inoltre, fa notare come il Buddhismo, alla sua origine,
comporti "un'opzione soteriologica sotto diversi aspetti anti-«religiosa»,
almeno secondo un modo tradizionale di definire la religione".
C'è chi fa notare come il Buddha stesso, quando era in vita, a chi
esplicitamente gli domandava se i suoi insegnamenti fossero
“teisti”, “atei”, o costituissero una “filosofia di vita”,
invariabilmente tacque sempre su questi punti specifici, senza mai
soddisfare a queste domande
C'è chi fa notare come il Buddha paragonasse se stesso al medico
che, trovandosi di fronte ad un uomo colpito da una freccia, si
prodiga innanzi tutto nel curare la ferita mosso dalla priorità di
salvargli la vita, anziché preoccuparsi prioritariamente di
scovare l'arciere che ha scagliato la freccia lasciando nel
frattempo morire il ferito. Per il Buddha, quindi, prendere
posizione su questioni quali “teismo”, “ateismo”, “filosofia di
vita”, equivale ad affannarsi nella ricerca dell'arciere, come
fanno le religioni, gli atei e le filosofie, ma queste prese di
posizione sono invece totalmente estranee agli insegnamenti del
Buddha che prescindono da esse e conseguentemente anche il
Buddhismo, in nuce, trae la propria ragion d’essere in modo
completamente indipendente da queste questioni esistenziali,
prefiggendosi esclusivamente di curare la sofferenza posta al
centro delle 4 Nobili Verità oggetto dell’illuminazione del Buddha
e del suo messaggio, anziché preoccuparsi di disquisire di come o
per opera di chi si origini la sofferenza stessa e perché l'Uomo
ne sia colpito.
C'è chi fa notare che questo modo di esprimersi del Buddha di
fronte all'esplicita richiesta di prendere posizione fra teismo”,
“ateismo”, “filosofia di vita”, sia determinante nel dirimere la
questione di come debbano essere considerate queste rispettive
posizioni esistenziali nel Buddhismo così come esso si è
successivamente sviluppato dopo la morte del Buddha, nel senso che
ne deducono che il Buddha stesso intendesse volontariamente
prescindere da esse nei suoi insegnamenti, non potendosi neppure
interpretare come ritrosia questo comportamento, dal momento che
ancora poco prima di morire il Buddha stesso fu assai esplicito
nel dichiarare chiaramente che lui aveva ormai risposto ad ogni
possibile domanda di insegnamento che gli era provenuta dalla
comunità dei suoi monaci e questa sua dichiarazione, resa proprio
poco prima della sua morte, convince alcuni a propendere per una
volontà da parte del Buddha nel non voler aggiungere nulla di più
e neppure modificare in punto di morte il suo atteggiamento di
prescindere totalmente dalle suddette posizioni esistenziali di
teismo, ateismo e di filosofia di vita.
Si legge infatti nel Mahâparinibbânasuttanta (il grande discorso
del nibbâna definitivo), seconda sezione, verso 32 [3]
"[...omissis...] ... Il beato rispose: "Ma, Ânanda, cos'altro può
chiedermi la comunità dei monaci? Io, Ânanda, ho
insegnato il Dhamma evitando di creare una
dottrina esoterica ed una essoterica [31]: il Tathâgata
è ben lungi dall'essere un maestro dal
"pugno chiuso" (âcariyamu.t.thi) per quanto
riguarda gli insegnamenti!" ...
[...omissis...] ... "Perciò, Ânanda, siate un'isola (dîpa) [35]
per voi stessi, prendete rifugio in voi stessi e non in altro!
Che la vostra isola sia il Dhamma, che il vostro rifugio
sia il Dhamma e non altro! [...omissis...]"
(Note del testo.
Leggiamo nel commento:
31) «Non ho mai fatto di questo Dhamma né una questione interna,
privata, pensando "Non insegnerò questo Dhamma ad altri", né una
questione esterna, pubblica, pensando "Insegnerò questo Dhamma ad
altri"».
35) Il termine dîpa può significare sia «lampada» (sanscrito dîpa)
sia «isola» (sanscrito dvîpa). Nel commento, dîpa è interpretato
con "pa.ti.t.thâ", base, supporto, aiuto, luogo di riposo: si è,
quindi, optato per «isola» che è, fra l'altro, anche la traduzione
solitamente accettata.)
Per questa totale mancanza di esplicite indicazioni da parte del
Buddha stesso su quale sia esattamente la categoria più
appropriata, fra le varie posizioni esistenziali, per collocare i
suoi insegnamenti, è possibile anche definire il Buddhismo una
“disciplina spirituale di anagogia individuale” in modo da
prescindere, con tale definizione, dai concetti di teismo, ateismo
e filosofia di vita, così come fece il Buddha stesso quando era in
vita ed in modo da includere nel contempo in tale definizione
anche l’indicazione della specifica esortazione del Buddha,
contenuta nel "discorso del nibbâna definitivo", a procedere nel
proprio cammino individuale (essere “dîpa”) di elevazione e
realizzazione spirituale, prendendo rifugio in se stessi
attraverso la propria personale esperienza d’investigazione del
dhamma (il dhamma-vicaya), secondo il metodo introspettivo da lui
insegnato e che conduce al "risveglio" spirituale (Bodhipakkhika
Dhamma).
Rapporti con le altre tradizioni asiatiche
Buddhismo e Hinduismo
Buddhismo e Jainismo
Buddhismo e Taoismo
"La Grande Sapienza tutto abbraccia, la piccola sapienza
distingue; le grandi parole compongono i contrari, le piccole
parole discutono di futilità."
(Zhuangzi - [Great and Small])
"Tripitaka giunse le mani e disse: "Per chi si è fatto monaco vien
meno l'ostacolo del concatenarsi delle cause. Per chi comprende la
natura, tutti i fenomeni sono illusori. La Grande Sapienza, vasta
e a disposizione di tutti, risiede nella non-nascita; immersa nel
silenzio dei veri misteri, essa vaga nel nirvana. Si vuotano i tre
mondi, e allora ogni origine è al suo posto; si purificano i sei
sensi, e allora ogni germe si esaurisce. Chi rafforza sincerità e
coscienza, conoscerà il proprio cuore e il proprio spirito.
L'anima purificata è uno specchio terso, che purifica anche ciò
che vi si riflette.
"Un volto autentico non manca di nulla e non ha nulla di troppo, e
ciò si vede dalla sua vita precedente. Ogni forma illusoria corre
verso la distruzione: non serve a nulla cercarne altre fuori dal
proprio stato. I meriti e la meditazione consentono la
concentrazione; elemosine e carità sono le basi dell'austerità. La
suprema abilità sembra goffaggine, perché in ogni circostanza si
astiene dall'azione. Il miglior pianificatore non perde tempo in
calcoli, perché sa che bisogna lasciar andare le cose per il loro
verso. Basta non agitare lo spirito, e tutto andrà alla
perfezione. L'idea di rafforzare lo yang attingendo allo yin è
sbagliata. Chi promette di cibarti di immortalità, ti inganna con
vane parole.
"Invece bisogna tener presente che tutto è niente, e respingere la
polvere che ostacola la conoscenza. Il segreto del godimento
naturale di una vita senza fine risiede nella semplicità e
nell'abbandono dei desideri.""
([WU CHENG'EN - Parafrasi di una sezione del canone taoista di
Zhuangzi da IL VIAGGIO IN OCCIDENTE])
Testi
I testi sacri del Buddhismo sono raccolti in vari canoni: il
Canone Pali, il Canone Sanscrito il Canone cinese (da zang jing),
e il Canone tibetano Bka'-'gyur (Kanjur), a seconda delle lingue
degli scritti. Il Canone Pali è proprio del Buddhismo Theravada, e
si compone di tre pitaka, o canestri: il Vinaya Pitaka, o canestro
della disciplina, con le regole di vita dei monaci; il Sutta
Pitaka o canestro della dottrina, con i sermoni del Buddha; infine
l'Abhidamma Pitaka o canestro della filosofia, che raccoglie i
commenti alla dottrina esposta nel Sutta Pitaka. Per i canoni
sanscrito, cinese, e tibetano, adottati dalla tradizione Mahayana
le suddivisioni variano. Il canone sanscrito è pressoché
interamente perduto, rimangono solo delle opere singole mentre
delle altre opere di cui era composto rimangono solo traduzioni
nel Canone tibetano.
Il canone sanscrito era utilizzato sia dalle scuole del Buddhismo
Theravada che del Mahayana e Vajrayana infatti il Vinaya Pitaka
sanscrito della scuola dei Mulasarvastivadin, tradotto in tibetano,
è attualmente la regola monastica adottata dal Buddhismo tibetano.
Correnti del buddhismo
In India
Il Buddhismo si estinse in India, paese d'origine,
approssimativamente attorno al XIV sec. Tuttavia durante più di
1500 anni di storia il Buddhismo Indiano ha sviluppato indirizzi e
interpretazioni diverse, anche estremamente sofisticate:
Il Buddhismo Theravada anche noto come il Buddhismo degli Anziani
o degli Sthavira (titolo onorifico per i monaci anziani in uso
presso quasi tutte le comunità buddhiste). Rappresenta la più
longeva scuola originatasi da quelle antiche comunità che scelsero
un approccio più ortodosso e letterale all'insegnamento del Buddha
storico, in special modo in contrapposizione ad alcuni
insegnamenti innovativi proposti dal Buddhismo Mahayana. La
tradizione Theravada è stata recentemente reintrodotta in India,
sebbene rappresenti una sparuta minoranza, ma fiorì soprattutto in
Sri Lanka e da lì, per le vie commerciali meridionali si diffuse
in alcuni paesi dell'Indocina. Il Buddhismo Theravada ha
sviluppato un approccio per lo più indipendente dagli altri
sviluppi del Buddhismo in Asia. La tradizione letteraria è
trasmessa in Pāli, una lingua scritta basata su un dialetto
pracrito dell'India settentrionale, teatro delle predicazioni del
Buddha storico.
Buddhismo Mahayana o del Grande Veicolo, sviluppatosi a partire da
alcune comunità buddhiste antiche. Buona parte del Buddhismo
Indiano a partire dal II secolo fino alla sua scomparsa è
rappresentato o influenzato da questa corrente, in seno alla quale
meritano particolare menzione gli indirizzi Sunyavada e
Vijnanavada e il Buddhismo Vajrayana.
Il Buddhismo Tantrico: rappresenta la controparte buddhista di un
fenomeno più ampio nelle religioni dell'India, il Tantrismo, che
ha influenzato anche l'Induismo. Si sviluppò in seno al Buddhismo
Mahayana e ne influenzò profondamente la pratica, almeno dal VI
sec. in poi. Anche noto come Mantrayana, la sua forma più
organizzata è più conosciuta come Buddhismo Vajrayana o Veicolo
del Diamante. Storie del buddhismo molto importanti come quella
del tibetano Taranatha attestano che, almeno dal X secolo, i
centri universitari buddhisti in India dispensavano soprattutto
insegnamenti tantrici.
Il Buddhismo fuori dall'India
Tra le tradizioni che fuori dall'india hanno avuto una lunga
storia e un'evoluzione in parte indipendente ricordiamo:
Il Buddhismo cinese, che è storicamente all'origine del Buddhismo
coreano, e del Buddhismo giapponese.
Il Buddhismo Theravada o degli Anziani: Sri Lanka, Birmania,
Vietnam, Thailandia, Cambogia e Laos.
Il Buddhismo tibetano praticato in Tibet e in epoche diverse in
Cina, Ladakh, Bhutan, parti del Nepal, presso i Tatari e i
Calmucchi in Europa, nello Yunnan nord-orientale e, un tempo, come
Buddhismo Vajrayana in Asia Centrale, Kashmir, Giava, Birmania e
Bengala.
Festività Buddhiste
Premesso che il calendario buddhista è lunare e che quindi i
giorni delle festività cambiano di anno in anno in base ai
pleniluni e noviluni e che i giorni di luna piena e di luna nuova
sono considerati sacri dai monaci, le festività buddhiste si
differenziano tra le varie correnti.
Per la scuola Theravada il capodanno è ad aprile e la festa più
importante è certamente il "Vesak", giorno in cui si ricorda la
nascita, l'illuminazione e l'esperienza paranirvana di Buddha e si
festeggia il plenilunio di maggio. Altra importante ricorrenza è
la festa del Dharma in cui si commemora il primo insegnamento del
Buddha a Sarnath e si festeggia il plenilunio di giugno. Durante
la stagione delle pioggie ad ottobre si celebra la festa del
Sangha (monaci praticanti).
Secondo la tradizione Mahayana invece il capodanno si celebra il
novilunio che cade tra gennaio e febbraio. Le maggiori festivita
sono: la festa dell'Illuminazione (fine di dicembre o inizio di
gennaio); la festa della nascita di Buddha (maggio, una settimana
prima del plenulunio) e Ullambana, festa che cade il plenilunio di
agosto e celebra il Sangha e i defunti.
In Italia l'unica festività riconosciuta dallo Stato italiano
secondo il testo dell'Intesa è il Vesak, in cui si ricordano i tre
momenti fondamentali della vita del Buddha: la nascita,
l'illuminazione e la morte. Si festeggia convenzionalmente
l'ultimo fine settimana di maggio. Infatti, secondo la tradizione,
Il principe Gautama Siddhartha nacque nel plenilunio di questo
mese, sempre nello stesso plenilunio, trentacinque anni dopo,
raggiunse l'illuminazione e all'età di ottan'anni morì nello
stesso giorni di luna piena.