Buddhismo


 

   

 

 Buddhismo 




"Il bramino Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto colpito dall'aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo splendore del suo aspetto, che gli chiese:
- Sei per caso un dio?
- No, brâhmana, non sono un dio.
- Allora sei un angelo?
- No davvero, brâhmana.
- Allora sei uno spirito?
- No, non sono uno spirito.
- E allora, che cosa sei?
- Io sono sveglio."
(Anguttara Nikaya)

Il Buddhismo è la disciplina spirituale sorta dall'esperienza mistica vissuta dal personaggio storico

di Gautama Siddhartha

 e che si compendia nei suoi insegnamenti, fondati sulle "4 Nobili Verità".

Con Buddhismo si indica anche l'insieme di tradizioni, sistemi di pensiero, pratiche e tecniche spirituali, individuali e devozionali che hanno in comune il richiamo agli insegnamenti di Siddhartha Gautama in quanto Buddha; insieme sviluppatosi a partire dal VI secolo a.C. soprattutto nell'Asia orientale (India, Tibet, Cina, Corea, Giappone, Indocina), e, dal XX d.C., in forme minoritarie, anche in Europa e Stati Uniti.

Gautama Siddhartha, detto Shakyamuni visse nell'India del Nord circa tra il 563 a.C. ed il 483 a.C. (secondo studî recenti, successivi agli anni 1990, c'è chi propone come date di nascita e morte del Buddha gli anni 480 a.C. e 400 a.C.). Egli era detto Buddha, ovvero colui che è risvegliato. Il Buddha nacque durante il viaggio che doveva portare la regina Maya, moglie del nobile guerriero Suddhodana, a partorire il primo figlio nella casa paterna. Ma la tradizione vuole che la giovane non raggiunse mai la casa e partorisse in un boschetto, mettendo al mondo colui che sarebbe diventato il Buddha. Prima di intraprendere la sua ricerca spirituale, egli viveva nell'agio presso il palazzo del padre. Poco prima di compiere trent'anni il principe uscì dal palazzo e in quattro occasioni diverse vide un neonato, un malato, un vecchio, e un funerale. Queste esperienze del tutto nuove per lui lo fecero riflettere sulla vita cominciando a elaborare quello che sara' il cardine del pensiero buddista: risolvere le quattro "sofferenze" fondamentali della vita: Nascita, vecchiaia, malattia, morte.



I fondamenti


Le quattro nobili verità


Alla base della dottrina buddhista stanno le quattro nobili verità. Si narra che il Buddha, meditando sotto l'albero della bodhi, le comprese nel momento del risveglio. Eccone di seguito l'elenco:

Duhkha: la sofferenza. Nella vita c'è il dolore, esso è associato alla malattia, alla vecchiaia, alla morte ed alla nascita; all'essere associati allo spiacevole e separati dal piacevole; dal non ottenere quello che vogliamo. In breve si soffre perché non ci si rende conto che tutto è destinato a finire.
Samudaya: la sofferenza non è colpa del mondo, né del fato o di una divinità; né avviene per caso. Ha origine dentro di noi, dalla ricerca della felicità in ciò che è transitorio, spinti dal desiderio (trsna, in pali: tanha o "brama") per ciò che non è soddisfacente. Si manifesta nelle tre forme di "kamatrsna" o desiderio di oggetti sensuali; "bhavatrsna" o desiderio di essere; "vibhavatrsna" o desiderio di non essere.
Nirodha: cessazione. Per conoscere la fine della sofferenza occorre lasciare andare trsna, l'attaccamento alle cose e alle persone, alla scala di valori ingannevole per cui ciò che è provvisorio è maggiormente desiderabile.
Marga: la strada da intraprendere per avvicinarsi al nirvana. Esso è detto il nobile ottuplice sentiero

Il Nobile Ottuplice Sentiero


Ciò che l'uomo considera il suo sé è costituito da cinque elementi, detti skandha:

Rupa: la parte corporea o sensibile
Vedana: la sensazione, ciò che ci fa provare il piacere e il dolore
Samjna: ciò che percepisce e crea la comprensione del mondo.
Samskara: le predisposizioni che originano dal karma (la legge di causa ed effetto)
Vijnana: la coscienza
In base a questa visione, viene definito il Nobile Ottuplice Sentiero, che si articola in tre gruppi di indicazioni:


- il primo gruppo riguarda la saggezza (pañña)
Retta Conoscenza, ossia il riconoscimento delle quattro Verità;
Retta Risoluzione, l'impegno nel padroneggiare il trsna (il desiderio e l'attaccamento) in modo da non lasciarsi condizionare da essi;

- il secondo riguarda la moralità (sila)
Retta Parola, ossia l'astenersi dal mentire e dall'ipocrisia;
Retta Azione, evitare di causare sofferenza a se stesso ed agli altri esseri;
Retti Mezzi di Sussistenza, sostenere la propria vita su lavori non basati sulla sofferenza propria o altrui

- il terzo riguarda la concentrazione e la meditazione (samadhi)
Retto Sforzo, lasciare andare gli stati non salutari e coltivare quelli salutari;
Retta Consapevolezza, ossia mantenere la mente priva di confusione, non influenzata dalla brama e dall'attaccamento (trsna);
Retta Concentrazione, cioè mantenere il corretto atteggiamento interiore nella meditazione (dhyana).



Vi sono quattro dhyana (sanscrito) o jhana (pali).


Il primo dhyana è una condizione di soddisfazione dovuta alla riflessione e all'investigazione.

Il secondo stadio è la tranquillità senza riflessione nell'investigazione.

Il terzo porta all'assenza di ogni condizionamento proveniente dal trsna che sta alla base della sofferenza, premessa questa indispensabile al conseguimento del successivo stadio.

Il quarto consiste nel nirvana, cioè nel superamento della sofferenza esistenziale attraverso il "pensiero-senza-pensiero" e l' "agire-senza-agire" conseguenti alla realizzazione del perfetto "risveglio spirituale", la cosiddetta "buddhità", vale a dire la "qualità di Buddha" presente in ogni essere umano, talvolta anche definita con il termine "vacuità".
La parola dhyana è all'origine della parola sinogiapponese zen: quando il Buddhismo arrivò in Cina, fu adattata alla lingua cinese (chan). In seguito il Buddhismo fu introdotto in Giappone e un'importante scuola porta questo nome.

Diversi approcci nella definizione di Buddhismo


Riguardo alla definizione del Buddhismo ci sono diverse opinioni. Secondo alcuni per certi aspetti sarebbe possibile definirlo una religione, o presenterebbe comunque aspetti di tipo religioso; secondo altri, invece, sarebbe possibile definirlo una filosofia di vita, o presenterebbe comunque aspetti di tipo filosofico; secondo altri nel Buddhismo sarebbero compresenti aspetti sia religiosi sia filosofici; infine altri negano che il Buddhismo rientri in una di queste predefinite specifiche categorie, dal momento che il Buddha stesso, quando era in vita, a chi esplicitamente gli domandava se i suoi insegnamenti fossero “teisti”, “atei”, o costituissero una “filosofia di vita”, invariabilmente tacque sempre su questi punti specifici, senza mai soddisfare a queste domande.

Ma proprio questa assenza di indicazioni fece anche sì che nel corso del suo millenario sviluppo in ogni parte del mondo, il Buddhismo legittimamente tollerasse una grande varietà di pratiche al suo interno, fino ad assumere quella complessità di manifestazioni e di aspetti oggi presenti e che sono anche motivo di queste diversità di orientamenti di opinione sulla sua definizione.


Buddhismo e religione


Alla sua origine il Buddhismo sembra effettivamente estraneo da qualunque preoccupazione religiosa. Buddha, nella sua ricerca e nella sua predicazione, si rifiuta di affrontare questioni di tipo religioso riguardanti l'esistenza di un principio divino assoluto, o l'eventuale natura di un'anima separata dal corpo: questioni di questo genere non vengono né negate né affermate, ma semplicemente lasciate nel silenzio. Da questo punto di vista il Buddhismo, nelle sue prime fasi, si distacca nettamente dall'induismo del tempo, il quale aveva invece al suo centro l'identità tra l'io individuale e l'Assoluto divino. Anche riguardo al Nirvana, che pure è l'obiettivo ultimo della pratica Buddhista, il Buddha e la letteratura Buddhista successiva preferiscono definirlo in negativo, senza affermarne nulla al riguardo. Ciò non significa che il Nirvana non sia nulla: significa semplicemente che è al di là della possibilità del linguaggio (e del pensiero).

Dal punto di vista hinduista, entro cui nasce, la pratica Buddhista si configura dunque come fortemente a-religiosa.

Tuttavia, già entro un breve tempo successivo alla scomparsa del Buddha, si verificò un processo di "divinizzazione" del maestro, concepito sempre meno come semplice uomo e sempre più come creatura dotata di facoltà prodigiose e sovrumane. A questo processo di divinizzazione si affiancò un vero e proprio culto popolare relativo al Buddha e alle sue reliquie (vedi la voce stupa).

Nei secoli posteriori, quindi, venne sviluppandosi all'interno del Buddhismo tutta una fenomenologia devozionale, composta di templi, preghiere e mitologia che si configura entro certi limiti come una vera e propria religione. Da questo punto di vista c'è chi afferma che, specie per quanto riguarda il Buddhismo Mahayana, e soprattutto per quanto riguarda l'Amidismo, il Buddhismo o alcune sue tradizioni, siano a tutti gli effetti una religione.

Da parte sua, inoltre, se le diverse scuole del Buddhismo sono concordi nel rifiutarsi di definire in senso positivo un eventuale principio divino Assoluto, non viene comunque negata l'esistenza di entità superiori all'uomo, cioè le varie divinità dei politeismo. Il Buddhismo, in tal senso, non negò l'esistenza dei deva nell'hinduismo così come non negò quella dei kami giapponesi e anzi ne aggiunse d'altri propri: soltanto, dal punto di vista Buddhista anche queste divinità (non concepite come eterne o incorruttibili) fanno parte, assieme all'uomo e a tutte le altre creature viventi, del ciclo del divenire e della sofferenza. Il buddhismo inventò perciò molti episodi in cui uno di essi, o una folla di divinità, discende dal cielo per ascoltare rispettosamente la parola del Buddha o per rendergli qualche servizio, annoverandoli fra i laici, facendone devoti modello e protettori del buddhismo.

Da notare infine che, attualmente, nei paesi a maggioranza Buddhista o dove il Buddhismo ha avuto una larga influenza culturale (ad esempio il Giappone o l'Indocina), nella percezione popolare il Buddhismo viene visto e vissuto come una religione.


Buddhismo ed ateismo


Alcuni pensano che poiché il Buddha ha sempre accuratamente e volutamente evitato di fare affermazioni sull'Assoluto, il suo insegnamento sia certamente “ateo”

Altri sostengono che il Buddhismo sia sostanzialmente ateo per il fatto che, nonostante il Buddha non abbia mai negato le tradizionali divinità specifiche del brahmanesimo (che successivamente diventerà induismo), queste divinità non possono evitare all'Uomo le sofferenze della vita, per cui credere o non credere in loro non cambia le cose e l'Uomo, secondo il Buddha, deve invece trovare il cammino che conduce al proprio "risveglio interiore" ed alla personale completa realizzazione spirituale, attraverso la propria pratica individuale ed il vaglio della propria personale esperienza (il dhamma-vicaya) seguendo il metodo introspettivo indicato dal Buddha stesso (il Bodhipakkhika Dhamma).

Inoltre anche la Chiesa Cattolica Apostolica Romana bolla il Buddhismo di sostanziale ateismo, attraverso la voce di Papa Wojtyla che nel 1994 afferma nel libro-intervista da lui stesso intitolato "Varcare la soglia della speranza"[2], che "il Buddismo è in misura rilevante un sistema ateo" dal momento che è privo di avvicinamento a Dio: "La pienezza del distacco buddhista non è l’unione con Dio, ma il cosiddetto nirvana, ovvero uno stato di perfetta indifferenza nei riguardi del mondo". Sempre dal Papa Wojtyla giunge anche una netta contrapposizione del Cristianesimo verso il Buddhismo, nel senso che si afferma che "il Buddhismo è, al pari del Cristianesimo, una religione di salvezza, ma le dottrine di salvezza dell’uno e dell’altro sono tra loro "contrarie". Queste opinioni sul Buddhismo espresse dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana attraverso il suo più autorevole rappresentante, sono sostanzialmente allineate con un precedente documento del Concilio Vaticano II (Nostra Aetate - 28 ottobre 1965), nonostante qui si usino termini meno ostili in ottica di una precedente politica interreligiosa più moderata: "Nel Buddhismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema sia per mezzo dei propri sforzi sia con l’aiuto venuto dall’alto[1]", escludendo quindi ogni riferimento ai termini "Dio" e/o "Divinità", riferendosi genericamente ad un "aiuto superiore" ma non ad un aiuto "divino", alimentando così la tesi le argomentazioni di chi cerca di ravvisare nel Buddhismo un sistema sostanzialmente ateo.

Queste sono le principali ragioni di chi vorrebbe identificare il Buddhismo come una sorta di ateismo.

Questa interpretazione atea del Buddhismo è però confutata da chi sostiene che, essendo l'ateismo la negazione assoluta di Dio, l'ateismo costituisce esso stesso un assolutismo, il quale assolutismo deve ritenersi totalmente estraneo al Buddhismo che si fonda invece sull'equilibrata "Via di mezzo" (il "Nobile Ottuplice Sentiero") che, prescindendo per sua stessa natura da qualsiasi forma di assolutismo, rifugge quindi da entrambi, sia quello del teismo sia a maggior ragione quello dell'ateismo. In questo senso deve quindi intendersi lo scrupolo che il Buddha sempre si diede nell'evitare accuratamente di esprimersi sulla questione dell'Assoluto e quindi senza cadere mai nell'assolutismo delle posizioni che da esso deriva.

Rifuggendo quindi da ogni tipo e forma di assolutismo, il Buddhismo in quanto espressione della "Via di mezzo" indicata dal Buddha nel suo famoso e fondamentale "discorso di Benares", non può che prescindere da queste questioni esistenziali proposte invece, peraltro entrambe in modo irrisolto ed irrisolvibile, sia dall'ideologia del teismo sia da quella dell'ateismo.

Queste sono le principali ragioni di chi esclude decisamente che esista la possibilità di identificare il Buddhismo come una sorta di ateismo e quindi conseguentemente come negazione assoluta di Divinità (deismo) e/o di uno specifico Dio (teismo).

Ma se si vuol considerare l'ateismo come l'attitudine ad affrontare in modo critico le vicissitudini senza trascendere la realtà (senza appigli), allora si deve riconoscere che senza questa attitudine è impossibile abbracciare il buddhismo, cioè svegliarsi. Il buddhismo non nega nulla, nonostante ciò è una religione senza dio, senz'anima (e senza sé), senza culto e senza mistero, basata sulla comprensione delle concezioni su cui poggia e non sulla fede. C'è stata una sola setta, la mahàsàmghika dei lokottaravàdin che consideravano buddha un essere trascendente(lokottara, cioè un dio) e il buddha storico solo un fantasma(nirmànakàya) emanato da questo. Furono loro a scolpire gli enormi monumenti del buddha nelle rocce del Bamiyan, proprio quelli bombardati dai talebani che da musulmani iconoclasti sono incappati nell'errore di considerare idolatre quelle sculture. Anche se nell'intenzione della setta c'era idolatria, le statue rappresentavano un uomo e non un dio, e i talebani hanno distrutto una raffigurazione umana e non divina perché buddha è comunque solamente un uomo. Anche l'assolutismo, nell'accezione non trascendente, cioè nel decidere di considerare definitivo un solo elemento tra molti presi in esame, non è estraneo al buddhismo, anzi il buddhismo argomenta come l'insegnamento della Legge da parte degli Svegliati si svolge in base a due verità: la verità relativa del mondo e la verità assoluta. Quest'ultima è l'illusione dell'esistenza di quelle quattro sante verità che il buddista abbraccia quando mette in moto la Ruota della Legge, fino ad allora il buddista conosce le quattro sante verità, ma non le abbraccia e si illude che esistano, e questa è la verità relativa del mondo.

"La coproduzione condizionata, questa e non altra noi chiamiamo la vacuità. La vacuità è una designazione metaforica. Questa e non altro la via di Mezzo."
"La realtà assoluta non può essere insegnata, senza prima appoggiarsi sull'ordine pratico delle cose: senza intendere la realtà assoluta, il nirvana non può essere raggiunto."
(MADHYAMAKA KARIKA)

Buddhismo e filosofia


Riguardo ai rapporti tra Buddhismo e filosofia, la questione è resa più complessa dalla già difficile definizione dello stesso concetto di filosofia.

Nella concezione moderna, successiva al XVI secolo e alla rivoluzione scientifica, per filosofia si intende comunemente lo "studio del significato e della giustificazione della conoscenza del più generale, od universale, aspetto delle cose". La filosofia sarebbe dunque una forma di indagine del sapere, volta a descrivere la natura più profonda della realtà. In questo senso è possibile ravvisare aspetti filosofici all'interno del Buddhismo. La presenza di questioni viste come incongruenti nella dottrina del Buddhismo più antico (ad esempio la negazione dell'esistenza di un io individuale) generò difatti, nei secoli posteriori, ampie speculazioni teoriche nel tentativo di risolverli. Speculazioni teoriche spesso estremamente complesse, basate su sofisticati sistemi di logica, che discutono questioni come quelle dell'esistenza dell'io, o di un principio di causalità, che possono trovare dei paralleli all'interno della filosofia di origine europea. Tali speculazioni si trovano ad esempio nella scuola del Madhyamaka o del Vijnanavada.

C'è chi fa notare che, tuttavia, nel Buddhismo queste speculazioni teoriche non sarebbero volte a definire una descrizione definitiva della realtà (ambizione, questa, tipica della filosofia europea moderna), ma piuttosto sarebbero degli strumenti momentanei e transitorî per permettere al praticante Buddhista di dissolvere i proprî preconcetti razionali rispetto alla realtà in vista dell'ascesa al Nirvana.

Tuttavia, vi è chi risponde che anche nella filosofia europea più antica, cioè in quella greca, il sapere razionale non era fine a sé stesso ma aveva una funzione strumentale in vista di un'ascesi spirituale. Così la dialettica platonica serviva per poter ascendere al puro mondo delle idee, e allo stesso modo le scuole ellenistiche adoperavano la ricerca speculativa per ottenere uno stato mentale al riparo dai turbamenti emotivi (come nello Stoicismo o nell'Epicureismo) o, di nuovo, per ascendere a una realtà ulteriore non definibile verbalmente (come nel Neoplatonismo). Da notare che, nell'ambito della filosofia greca, l'ascesi filosofica non era sempre puramente mentale, ma si combinava anche con esercizî fisici, come ad esempio il controllo del respiro, similari a quelli buddhisti (tale ad esempio è la teoria di Pierre Hadot, studioso del pensiero greco antico).

Infine, per chi afferma la possibilità di tracciare paralleli tra la filosofia europea e il Buddhismo, non sono da tralasciare le somiglianze con la cosiddetta teologia negativa, che affonda le sue radici nel Neoplatonismo e, tramite lo Pseudo-Dionigi e Meister Heckart arriva con Nicola Cusano sino alle soglie della modernità.


Né teismo e religione, né ateismo, né filosofia di vita


Le posizioni di coloro che sono favorevoli a definire il Buddhismo una disciplina spirituale di anagogia individuale che prescinde dai concetti di teismo, ateismo e filosofia di vita e quindi non lo annoverano fra le religioni, né fra le ideologie e le filosofie, poggiano su diversi ordini di motivi.

C'è chi fa notare che i concetti di religione e filosofia sono nati e si sono sviluppati nel cosiddetto Occidente, cioè all'interno della tradizione europea, e soprattutto nella lunga storia del Cristianesimo e della sua influenza sulla cultura europea, storia che avrebbe molto poco a che vedere con quelle che sono le visioni del mondo proprio dell'Asia Orientale. In tal senso sarebbe un'assurdità di principio applicare concetti come quelli di religione e filosofia a qualcosa come il Buddhismo, nato e formatosi in culture che, sino a qualche secolo fa, ignoravano del tutto tali concetti. Ad esempio lo studioso italiano Mario Piantelli afferma che assimilare i diversi tipi di Buddhismo "sic et simpliciter agli altri «oggetti-religione» costruiti in modo più o meno arbitrario ritagliandoli all'interno del contesto prodigiosamente complesso del mondo indiano può risultare, per il primo periodo della loro storia, alquanto fuorviante". Sempre Piantelli, inoltre, fa notare come il Buddhismo, alla sua origine, comporti "un'opzione soteriologica sotto diversi aspetti anti-«religiosa», almeno secondo un modo tradizionale di definire la religione".
C'è chi fa notare come il Buddha stesso, quando era in vita, a chi esplicitamente gli domandava se i suoi insegnamenti fossero “teisti”, “atei”, o costituissero una “filosofia di vita”, invariabilmente tacque sempre su questi punti specifici, senza mai soddisfare a queste domande
C'è chi fa notare come il Buddha paragonasse se stesso al medico che, trovandosi di fronte ad un uomo colpito da una freccia, si prodiga innanzi tutto nel curare la ferita mosso dalla priorità di salvargli la vita, anziché preoccuparsi prioritariamente di scovare l'arciere che ha scagliato la freccia lasciando nel frattempo morire il ferito. Per il Buddha, quindi, prendere posizione su questioni quali “teismo”, “ateismo”, “filosofia di vita”, equivale ad affannarsi nella ricerca dell'arciere, come fanno le religioni, gli atei e le filosofie, ma queste prese di posizione sono invece totalmente estranee agli insegnamenti del Buddha che prescindono da esse e conseguentemente anche il Buddhismo, in nuce, trae la propria ragion d’essere in modo completamente indipendente da queste questioni esistenziali, prefiggendosi esclusivamente di curare la sofferenza posta al centro delle 4 Nobili Verità oggetto dell’illuminazione del Buddha e del suo messaggio, anziché preoccuparsi di disquisire di come o per opera di chi si origini la sofferenza stessa e perché l'Uomo ne sia colpito.
C'è chi fa notare che questo modo di esprimersi del Buddha di fronte all'esplicita richiesta di prendere posizione fra teismo”, “ateismo”, “filosofia di vita”, sia determinante nel dirimere la questione di come debbano essere considerate queste rispettive posizioni esistenziali nel Buddhismo così come esso si è successivamente sviluppato dopo la morte del Buddha, nel senso che ne deducono che il Buddha stesso intendesse volontariamente prescindere da esse nei suoi insegnamenti, non potendosi neppure interpretare come ritrosia questo comportamento, dal momento che ancora poco prima di morire il Buddha stesso fu assai esplicito nel dichiarare chiaramente che lui aveva ormai risposto ad ogni possibile domanda di insegnamento che gli era provenuta dalla comunità dei suoi monaci e questa sua dichiarazione, resa proprio poco prima della sua morte, convince alcuni a propendere per una volontà da parte del Buddha nel non voler aggiungere nulla di più e neppure modificare in punto di morte il suo atteggiamento di prescindere totalmente dalle suddette posizioni esistenziali di teismo, ateismo e di filosofia di vita.
Si legge infatti nel Mahâparinibbânasuttanta (il grande discorso del nibbâna definitivo), seconda sezione, verso 32 [3]
"[...omissis...] ... Il beato rispose: "Ma, Ânanda, cos'altro può
chiedermi la comunità dei monaci? Io, Ânanda, ho
insegnato il Dhamma evitando di creare una
dottrina esoterica ed una essoterica [31]: il Tathâgata
è ben lungi dall'essere un maestro dal
"pugno chiuso" (âcariyamu.t.thi) per quanto
riguarda gli insegnamenti!" ...
[...omissis...] ... "Perciò, Ânanda, siate un'isola (dîpa) [35]
per voi stessi, prendete rifugio in voi stessi e non in altro!
Che la vostra isola sia il Dhamma, che il vostro rifugio
sia il Dhamma e non altro! [...omissis...]"
(Note del testo.
Leggiamo nel commento:
31) «Non ho mai fatto di questo Dhamma né una questione interna, privata, pensando "Non insegnerò questo Dhamma ad altri", né una questione esterna, pubblica, pensando "Insegnerò questo Dhamma ad altri"».
35) Il termine dîpa può significare sia «lampada» (sanscrito dîpa) sia «isola» (sanscrito dvîpa). Nel commento, dîpa è interpretato con "pa.ti.t.thâ", base, supporto, aiuto, luogo di riposo: si è, quindi, optato per «isola» che è, fra l'altro, anche la traduzione solitamente accettata.)

Per questa totale mancanza di esplicite indicazioni da parte del Buddha stesso su quale sia esattamente la categoria più appropriata, fra le varie posizioni esistenziali, per collocare i suoi insegnamenti, è possibile anche definire il Buddhismo una “disciplina spirituale di anagogia individuale” in modo da prescindere, con tale definizione, dai concetti di teismo, ateismo e filosofia di vita, così come fece il Buddha stesso quando era in vita ed in modo da includere nel contempo in tale definizione anche l’indicazione della specifica esortazione del Buddha, contenuta nel "discorso del nibbâna definitivo", a procedere nel proprio cammino individuale (essere “dîpa”) di elevazione e realizzazione spirituale, prendendo rifugio in se stessi attraverso la propria personale esperienza d’investigazione del dhamma (il dhamma-vicaya), secondo il metodo introspettivo da lui insegnato e che conduce al "risveglio" spirituale (Bodhipakkhika Dhamma).

Rapporti con le altre tradizioni asiatiche



Buddhismo e Hinduismo

Buddhismo e Jainismo

Buddhismo e Taoismo


"La Grande Sapienza tutto abbraccia, la piccola sapienza distingue; le grandi parole compongono i contrari, le piccole parole discutono di futilità."
(Zhuangzi - [Great and Small])




"Tripitaka giunse le mani e disse: "Per chi si è fatto monaco vien meno l'ostacolo del concatenarsi delle cause. Per chi comprende la natura, tutti i fenomeni sono illusori. La Grande Sapienza, vasta e a disposizione di tutti, risiede nella non-nascita; immersa nel silenzio dei veri misteri, essa vaga nel nirvana. Si vuotano i tre mondi, e allora ogni origine è al suo posto; si purificano i sei sensi, e allora ogni germe si esaurisce. Chi rafforza sincerità e coscienza, conoscerà il proprio cuore e il proprio spirito. L'anima purificata è uno specchio terso, che purifica anche ciò che vi si riflette.
"Un volto autentico non manca di nulla e non ha nulla di troppo, e ciò si vede dalla sua vita precedente. Ogni forma illusoria corre verso la distruzione: non serve a nulla cercarne altre fuori dal proprio stato. I meriti e la meditazione consentono la concentrazione; elemosine e carità sono le basi dell'austerità. La suprema abilità sembra goffaggine, perché in ogni circostanza si astiene dall'azione. Il miglior pianificatore non perde tempo in calcoli, perché sa che bisogna lasciar andare le cose per il loro verso. Basta non agitare lo spirito, e tutto andrà alla perfezione. L'idea di rafforzare lo yang attingendo allo yin è sbagliata. Chi promette di cibarti di immortalità, ti inganna con vane parole.

"Invece bisogna tener presente che tutto è niente, e respingere la polvere che ostacola la conoscenza. Il segreto del godimento naturale di una vita senza fine risiede nella semplicità e nell'abbandono dei desideri.""
([WU CHENG'EN - Parafrasi di una sezione del canone taoista di Zhuangzi da IL VIAGGIO IN OCCIDENTE])

Testi
I testi sacri del Buddhismo sono raccolti in vari canoni: il Canone Pali, il Canone Sanscrito il Canone cinese (da zang jing), e il Canone tibetano Bka'-'gyur (Kanjur), a seconda delle lingue degli scritti. Il Canone Pali è proprio del Buddhismo Theravada, e si compone di tre pitaka, o canestri: il Vinaya Pitaka, o canestro della disciplina, con le regole di vita dei monaci; il Sutta Pitaka o canestro della dottrina, con i sermoni del Buddha; infine l'Abhidamma Pitaka o canestro della filosofia, che raccoglie i commenti alla dottrina esposta nel Sutta Pitaka. Per i canoni sanscrito, cinese, e tibetano, adottati dalla tradizione Mahayana le suddivisioni variano. Il canone sanscrito è pressoché interamente perduto, rimangono solo delle opere singole mentre delle altre opere di cui era composto rimangono solo traduzioni nel Canone tibetano.
Il canone sanscrito era utilizzato sia dalle scuole del Buddhismo Theravada che del Mahayana e Vajrayana infatti il Vinaya Pitaka sanscrito della scuola dei Mulasarvastivadin, tradotto in tibetano, è attualmente la regola monastica adottata dal Buddhismo tibetano.


Correnti del buddhismo


In India
Il Buddhismo si estinse in India, paese d'origine, approssimativamente attorno al XIV sec. Tuttavia durante più di 1500 anni di storia il Buddhismo Indiano ha sviluppato indirizzi e interpretazioni diverse, anche estremamente sofisticate:

Il Buddhismo Theravada anche noto come il Buddhismo degli Anziani o degli Sthavira (titolo onorifico per i monaci anziani in uso presso quasi tutte le comunità buddhiste). Rappresenta la più longeva scuola originatasi da quelle antiche comunità che scelsero un approccio più ortodosso e letterale all'insegnamento del Buddha storico, in special modo in contrapposizione ad alcuni insegnamenti innovativi proposti dal Buddhismo Mahayana. La tradizione Theravada è stata recentemente reintrodotta in India, sebbene rappresenti una sparuta minoranza, ma fiorì soprattutto in Sri Lanka e da lì, per le vie commerciali meridionali si diffuse in alcuni paesi dell'Indocina. Il Buddhismo Theravada ha sviluppato un approccio per lo più indipendente dagli altri sviluppi del Buddhismo in Asia. La tradizione letteraria è trasmessa in Pāli, una lingua scritta basata su un dialetto pracrito dell'India settentrionale, teatro delle predicazioni del Buddha storico.
Buddhismo Mahayana o del Grande Veicolo, sviluppatosi a partire da alcune comunità buddhiste antiche. Buona parte del Buddhismo Indiano a partire dal II secolo fino alla sua scomparsa è rappresentato o influenzato da questa corrente, in seno alla quale meritano particolare menzione gli indirizzi Sunyavada e Vijnanavada e il Buddhismo Vajrayana.
Il Buddhismo Tantrico: rappresenta la controparte buddhista di un fenomeno più ampio nelle religioni dell'India, il Tantrismo, che ha influenzato anche l'Induismo. Si sviluppò in seno al Buddhismo Mahayana e ne influenzò profondamente la pratica, almeno dal VI sec. in poi. Anche noto come Mantrayana, la sua forma più organizzata è più conosciuta come Buddhismo Vajrayana o Veicolo del Diamante. Storie del buddhismo molto importanti come quella del tibetano Taranatha attestano che, almeno dal X secolo, i centri universitari buddhisti in India dispensavano soprattutto insegnamenti tantrici.

Il Buddhismo fuori dall'India


Tra le tradizioni che fuori dall'india hanno avuto una lunga storia e un'evoluzione in parte indipendente ricordiamo:

Il Buddhismo cinese, che è storicamente all'origine del Buddhismo coreano, e del Buddhismo giapponese.
Il Buddhismo Theravada o degli Anziani: Sri Lanka, Birmania, Vietnam, Thailandia, Cambogia e Laos.
Il Buddhismo tibetano praticato in Tibet e in epoche diverse in Cina, Ladakh, Bhutan, parti del Nepal, presso i Tatari e i Calmucchi in Europa, nello Yunnan nord-orientale e, un tempo, come Buddhismo Vajrayana in Asia Centrale, Kashmir, Giava, Birmania e Bengala.

Festività Buddhiste
Premesso che il calendario buddhista è lunare e che quindi i giorni delle festività cambiano di anno in anno in base ai pleniluni e noviluni e che i giorni di luna piena e di luna nuova sono considerati sacri dai monaci, le festività buddhiste si differenziano tra le varie correnti.

Per la scuola Theravada il capodanno è ad aprile e la festa più importante è certamente il "Vesak", giorno in cui si ricorda la nascita, l'illuminazione e l'esperienza paranirvana di Buddha e si festeggia il plenilunio di maggio. Altra importante ricorrenza è la festa del Dharma in cui si commemora il primo insegnamento del Buddha a Sarnath e si festeggia il plenilunio di giugno. Durante la stagione delle pioggie ad ottobre si celebra la festa del Sangha (monaci praticanti).

Secondo la tradizione Mahayana invece il capodanno si celebra il novilunio che cade tra gennaio e febbraio. Le maggiori festivita sono: la festa dell'Illuminazione (fine di dicembre o inizio di gennaio); la festa della nascita di Buddha (maggio, una settimana prima del plenulunio) e Ullambana, festa che cade il plenilunio di agosto e celebra il Sangha e i defunti.

In Italia l'unica festività riconosciuta dallo Stato italiano secondo il testo dell'Intesa è il Vesak, in cui si ricordano i tre momenti fondamentali della vita del Buddha: la nascita, l'illuminazione e la morte. Si festeggia convenzionalmente l'ultimo fine settimana di maggio. Infatti, secondo la tradizione, Il principe Gautama Siddhartha nacque nel plenilunio di questo mese, sempre nello stesso plenilunio, trentacinque anni dopo, raggiunse l'illuminazione e all'età di ottan'anni morì nello stesso giorni di luna piena.
 

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