LA BHAGAVAD-GITA

COSI' COM'E' DI SWAMI PRABHUPADA

 

 

Capitolo 15.

LA YOGA DELLA PERSONA SUPREMA.

   


VERSO 1 

sri-bhagavan uvaca
urdhva-mulan adhah-sakham
asvattham prahur avyayam
chandamsi yasya parnani
yas tam veda sa veda-vit

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; urdhva-mulam: con radici nella parte superiore; adhah: verso il basso; sakham: rami; asvattham: un albero baniano; prahuh: è detto; avyayam: eterno; chandamsi: gli inni vedici; yasya: di cui; parnani: le foglie; yah: chiunque; tam: ciò; veda: sappia; sah: egli; veda-vit: il conoscitore dei Veda.



TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
Esiste un albero baniano che è eterno e ha le radici che si dirigono verso l’alto e i rami verso il basso; le sue foglie sono gli inni vedici. Chi conosce quest’albero conosce i Veda.



SPIEGAZIONE

Dopo la dimostrazione dell’importanza del bhakti-yoga, alcuni potrebbero chiedersi qual’è il valore dei Veda. Questo capitolo spiega con esattezza che l’unico scopo dello studio dei Veda è quello di comprendere Krishna. Perciò chi è situato nella coscienza di Krishna, nel servizio di devozione, conosce già i Veda.
Questo verso paragona il labirinto dell’universo materiale a un albergo baniano. L’uomo che è dedito alle attività interessate non trova via d’uscita; erra senza posa da un ramo all’altro, e poiché è attaccato all’albero, non può liberarsene. Gli inni vedici, che hanno lo scopo di elevare gli uomini, sono le foglie di questo albero. E le radici, poiché si diramano dal pianeta di Brahma, il più evoluto dell’universo, si dirigono verso l’alto. Chi riesce a conoscere questo indistruttibile albero dell’illusione saprà anche come liberarsene.

Occorre capire bene questa via di liberazione. I capitoli precedenti indicavano numerosi metodi con cui l’uomo può liberarsi dai grovigli della materia; e tutti questi capitoli, fino al tredicesimo, hanno presentato il servizio devozionale come il metodo migliore. Il principio fondamentale del servizio di devozione è il distacco dagli atti materiali e l’attaccamento al trascendentale servizio offerto al Signore. L’inizio di questo capitolo spiega dunque come l’uomo può troncare i legami che lo trattengono al mondo della materia. La radice dell’esistenza materiale cresce verso l’alto; ciò significa che ha origine dall’intera sostanza materiale, e dal pianeta più alto si dirama in tutto l’universo, con innumerevoli rami, che rappresentano i diversi sistemi planetari. I frutti di questo albero rappresentano i risultati delle attività compiute dagli esseri, cioè la religiosità, lo sviluppo economico, il piacere dei sensi e la liberazione.

Crediamo di non aver mai visto, in questo mondo, un albero coi rami in basso e le radici in alto, eppure esiste. Lo si può vedere vicino a una distesa d’acqua. Gli alberi sulla sponda si riflettono nell’acqua coi rami in basso e le radici in alto. In altre parole, l’albero vero, che è il mondo spirituale. Come il riflesso dell’albero riposa sull’acqua, così quello del mondo materiale riposa sul desiderio materiale. Infatti è proprio questo desiderio a farci vedere le cose come appaiono nella luce riflessa del mondo materiale. Chi vuole sfuggire all’esistenza materiale deve imparare a conoscere quest’albero in profondità, con uno studio analitico; soltanto allora potrà spezzare i legami che lo tengono prigioniero.

Quest’albero del mondo materiale, essendo il riflesso dell’albero vero, ne è una copia esatta. La varietà, presente nell’universo materiale, esiste anche nel mondo spirituale. Gli impersonalisti considerano il Brahman la radice dell’albero materiale; e dalla radice, secondo la filosofia sankhya, derivano la prakriti, il purusa, i tre guna, i cinque elementi grossolani (panca-maha-bhuta), i dieci “sensi” (dasendriya), la mente e gli altri elementi materiali. In questo modo essi compongono l’intero mondo materiale in ventiquattro elementi. Se il Brahman è la radice significa che si trova alla congiunzione dell’albero riflesso con quello reale. Ne consegue che il mondo spirituale e quello materiale formano un cerchio che ha il Brahman come centro; centottanta gradi di questo cerchio abbracciano il mondo materiale, e gli altri centottanta, il mondo spirituale, la varietà del mondo spirituale costituisce la realtà. La prakriti è l’energia esterna del Signore Supremo, e il purusa è il Signore Supremo in persona, come insegna la Bhagavad-gita. Il mondo in cui viviamo è materiale, quindi temporaneo, perché ogni riflesso non può essere che effimero, talvolta manifestato e talvolta no. Ma l’origine del riflesso dell’albero materiale, cioè l’albero vero, è eterno. Bisogna abbattere il riflesso materiale dell’albero vero. In realtà, solo l’uomo che sa troncare i legami che lo trattengono al mondo materiale può dire di conoscere i Veda. Invece colui che è attratto dai riti dei Veda, le belle foglie verdi dell’albero materiale, ignora il vero fine dei Veda che, come rivela il Signore Supremo in persona, è quello di abbattere l’albero riflesso, per raggiungere l’albero vero, il mondo spirituale.





VERSO 2

adhas cordhvam prasritas tasya sakha
guna-pravriddha visaya-pravalah
adhas ca mulany anusantatani
karmanubandhini manusya-loke

adhah: verso il basso; ca: e; urdhvam: verso l’alto; prasritah: estese; tasya: suoi; sakhah: rami; guna: dalle influenze della natura materiale; pravriddhah: sviluppati; visaya: gli oggetti dei sensi; pravalah: rami; adhah: verso il basso; ca: e; mulani: radici; anusantatani: estese; karma: all’attività; anubandhini: legate; manusya-loke: nel mondo della società umana.



TRADUZIONE

Nutriti dalle tre influenze della natura materiale, i rami di quest’albero si estendono verso il basso e verso l’alto; le fronde sono gli oggetti dei sensi. Alcune radici dell’albero scendono anche verso il basso e sono legate alle attività interessate compiute nella società umana. 



SPIEGAZIONE

In questo verso continua la descrizione dell’albero baniano. I suoi rami si estendono in tutte le direzioni. Sui rami inferiori si trovano varie manifestazioni di esseri, come uomini, bestie, cavalli, mucche, cani, gatti e così via, mentre sui rami superiori si trovano specie più evolute come gli esseri celesti, i Gandharva e numerose altre. Come un albero è nutrito dall’acqua, così quest’albero del mondo materiale è nutrito dalle tre influenze della natura materiale. Dove l’acqua manca, le terre sono aride e desolate, mentre altrove cresce una vegetazione rigogliosa; similmente, le specie di esseri viventi si manifestano più o meno abbondanti secondo l’intensità delle influenze materiali.

Le fronde dell’albero materiale rappresentano gli oggetti dei sensi. Esponendosi alle influenze della natura materiale, l’essere acquisisce un particolare tipo di sensi con cui gode di una vasta gamma di oggetti dei sensi. Le cime dei rami sono i sensi — gli orecchi, il naso, gli occhi, ecc. — che sono attratti a godere dei differenti oggetti dei sensi. Le fronde sono gli oggetti dei sensi — il suono, la forma, il tatto, il sapore e l’odore. Le radici sussidiarie rappresentano i sottoprodotti che derivano dai vari tipi di dolore e piacere dei sensi. Così l’essere sviluppa attaccamento e avversione. Le radici secondarie, che si estendono in tutte le direzioni, costituiscono le tendenze dell’essere a volgersi verso la virtù o verso l’empietà. La radice principale dell’albero materiale parte da Brahmaloka, le altre radici affondano nei sistemi planetari popolati dagli uomini. Dopo aver goduto, sui pianeti superiori dei frutti delle sue attività virtuose, l’uomo dovrà tornare sulla Terra e rinnovare il suo karma, cioè compiere ancora attività interessate per elevarsi di nuovo. Perciò la Terra è considerata il campo d’azione.





VERSI 3-4 

na rupam asyeha tathopalabhyate
nanto na cadir na ca sampratistha
asvattham enam su-virudha-mulam
asanga-sastrena dridhena chittva

tatah padam tat parimargitavyam
yasmin gata na nivartanti bhuyah
tam eva cadyam purusam prapadye
yatah pravrittih prasrita purani

na: non; rupam: la forma; asya: di quest’albero; iha: in questo mondo; tatha: anche; upalabhyate: può essere percepita; na: mai; antah: fine; na: mai; ca: anche; adih: inizio; na: mai; ca: anche; sampratistha: la base; asvattham: albero baniano; enam: questo; su-virudha: fortemente; mulam: radicato; asanga-sastrena: con l’arma del distacco; dridhena: forte; chittva: tagliando; tatah: in seguito; padam: situazione; tat: quelle; parimargitavyam: dev’essere cercata; yasmin: dove; gatah: andando; na: mai; nivartanti: ritornano; bhuyah: di nuovo; tam: a Lui; eva: certamente; ca: anche; adyam: originale; purusam: Dio, la Persona Suprema; prapadye: abbandono; yatah: da chi; pravrittih: l’inizio; prasrita: esteso; purani: molto antico.



TRADUZIONE

La vera forma di quest’albero non può essere percepita in questo mondo. Nessuno può vederne la fine, l’inizio o la base. Tuttavia si deve abbattere con determinazione quest’albero così profondamente radicato usando l’arma del distacco. In seguito si deve cercare quel luogo dal quale, dopo averlo raggiunto, non si torna più indietro. Là ci si deve arrendere a Dio la Persona Suprema, perché da Lui ogni cosa ha inizio e in Lui ogni cosa dimora fin da tempo immemorabile.



SPIEGAZIONE

È chiaramente detto in questo verso che la forma esatta di questo albero baniano non può essere percepita nel mondo materiale. Poiché le sue radici sono in alto, l’albero si estende verso il basso, ma nessuno può vedere la fine o l’inizio. Eppure dobbiamo trovarne la causa. Se facciamo una ricerca sull’identità di nostro padre, del padre di nostro padre e così via, potremo risalire fino a Brahma, che a sua volta è generato da Garbhodakasayi Visnu. Così si arriverà a Dio, la Persona Suprema, che è la fine di ogni ricerca. Bisogna ricercare l’origine dell’albero materiale, cioè Dio la Persona Suprema, attraverso la compagnia dei saggi che Lo conoscono. Poi, quando capiremo questo ingannevole riflesso della realtà potremo distaccarcene sempre più; con la conoscenza potremo troncare il legame che ci tiene all’albero dell’illusione e stabilirci nel vero albero. Il termine asanga (distacco), in questo verso, è molto importante se si considera quant’è forte l’attaccamento al piacere dei sensi e al desiderio di dominare la natura materiale. Si deve quindi imparare il distacco approfondendo la scienza della spiritualità su Scritture autentiche, e ascoltando gli insegnamenti di persone realmente situate nella conoscenza. Queste conversazioni con i devoti faranno volgere il nostro interesse verso il Signore Supremo; allora la prima cosa da fare sarà quella di abbandonarsi a Lui.

Il verso c’informa dell’esistenza di un luogo da cui, una volta che l’abbiamo raggiunto, non si torna mai più all’albero riflesso, l’albero illusorio. Krishna, la Persona Suprema, è la radice originale da cui tutto è emanato, e per ottenere la Sua grazia basta abbandonarsi a Lui, il che è reso possibile dalla pratica del servizio di devozione (ascoltare le glorie del Signore, cantarle, e così via). La causa dello sviluppo dell’universo materiale è il Signore, come Egli stesso spiega nella Bhagavad-gita, aham sarvasya prabhavah: “Io sono l’origine di ogni cosa.”
Perciò, l’uomo che desidera sfuggire ai grovigli di quest’albero possente dell’esistenza materiale deve abbandonarsi a Krishna, e otterrà subito, in modo del tutto naturale.





VERSO 5 

nirmana-moha jita-sanga-dosa
adhyatma-nitya vinivritta-kamah
dvandvair vimuktah sukha-duhkha-samjnair
gacchanty amudhah padam avyayam tat

nih: senza; mana: falso prestigio; mohah: e illusione; jita: avendo conquistato; sanga: di compagnia; dosah: gli errori; adhyatma: nella conoscenza spirituale; nityah: nell’eternità; vinivritta: svincolati; kamah: dalla lussuria; dvandvaih: dalle dualità; vimuktah: liberati; sukha-duhkha: felicità e dolore; samjnaih: definiti; gacchanti: raggiungono; amudhah: libera dalla perplessità; padam: situazione; avyayam: eterna; tat: quella.



TRADUZIONE

Coloro che sono liberi dal falso prestigio, dall’illusione e dalle false relazioni, che comprendono l’eterno, che hanno chiuso con la lussuria materiale e hanno superato la dualità della gioia e del dolore, senza perplessità sanno come arrendersi alla Persona Suprema, raggiungono questo regno eterno.



SPIEGAZIONE

La via dell’abbandono alla Persona Suprema è qui descritta con precisione. La prima condizione è quella di non lasciarsi prendere dall’orgoglio. Infatti, l’essere condizionato ha molta difficoltà ad abbandonarsi al Signore Supremo a causa del suo orgoglio, che gli fa credere di essere il padrone della natura materiale. Coltivando la conoscenza spirituale, l’uomo deve imparare che la natura materiale non è sotto il suo controllo, ma sotto il controllo di Dio, la Persona Suprema. Soltanto chi è libero dall’illusione generata dall’orgoglio può incamminarsi sulla via dell’abbandono al Signore Supremo. Non è possibile, infatti, abbandonarsi a Dio quando si ricerca, in questo mondo, l’ammirazione degli uomini. L’orgoglio nasce dall’illusione, poiché sebbene l’uomo venga in questo mondo per rimanervi solo un tempo molto breve, è così stupido da credersi padrone del mondo. Così complica le cose e va incontro a una difficoltà dopo l’altra. 

Il mondo intero è mosso da questo desiderio di dominare, che è presente in tutti gli esseri. Nell’illusione di essere il proprietario del suolo terrestre, l’uomo ha diviso tutto il pianeta, ma se si libera da questa sensazione ingannevole che il mondo è di sua proprietà, allora sarà libero anche da tutte le false relazioni, nate dall’affetto per la famiglia, la società e la nazione. Queste false relazioni lo legano al mondo materiale. Superato questo stadio, dovrà coltivare la conoscenza spirituale, che gli permetterà di conoscere ciò che gli appartiene veramente e ciò che non gli appartiene. Poi, quando comprenderà le cose come sono, si libererà da tutte le dualità come la felicità e la sofferenza, la gioia e il dolore, diventerà pieno di conoscenza e potrà abbandonarsi a Dio, la Persona Suprema. 





VERSO 6

na tad bhasayate suryo
na sasanko na pavakah
yad gatva na nivartante
tad dhama paramam mama

na: non; tat: ciò; bhasayate: illumina; suryah: il sole; na: né; sasankah: la luna; na: né; pavakah: fuoco, elettricità; yat: dove; gatva: andando; na: mai; nivartante: si torna indietro; tat dhama: quella dimora; paramam: suprema; mama: Mio. 



TRADUZIONE

Questa Mia suprema dimora non è illuminata né dal sole né dalla luna né dal fuoco o dall’elettricità. Coloro che la raggiungono non tornano mai più in questo mondo.



SPIEGAZIONE

Questo verso descrive il mondo spirituale, dove si trova Krishnaloka, o Goloka Vrindavana, la dimora Krishna, Dio, la Persona Suprema. Nel mondo spirituale non c’è alcun bisogno della luce del sole o della luna, del fuoco o dell’elettricità, perché tutti i pianeti spirituali irradiano luce propria, al contrario dell’universo materiale, dove soltanto il sole ha questo potere. L’abbagliante sfolgorio dei pianeti spirituali, i pianeti Vaikuntha, costituisce “l’atmosfera” radiante chiamata brahmajyoti. Questa radiosità emana in origine dal pianeta di Krishna, Goloka Vrindavana. Una porzione di questa radiosità è coperta dal mahat-tattva, il mondo materiale, ma la maggior parte è occupata da innumerevoli pianeti spirituali, i Vaikunthaloka, di cui il principale è Goloka Vrindavana.

Finché l’essere rimarrà nel mondo materiale, dove regnano le tenebre, sarà condizionato dalla materia, ma appena raggiungerà “l’atmosfera” spirituale, passando attraverso l’albero distorto di questo mondo, sarà liberato. Allora non tornerà più nell’universo materiale. Quando è condizionato, l’essere si crede il padrone del mondo; ma una volta liberato entra nel regno spirituale, dove potrà vivere nella compagnia del Signore. Godrà allora della vita eterna, della felicità eterna e della perfetta conoscenza.

L’uomo deve sentirsi attratto ad ascoltare queste descrizioni. Deve avere il desiderio di entrare nel mondo eterno e sfuggire all’albero materiale, riflesso ingannevole della realtà. Chi mantiene troppi attaccamenti per il mondo materiale troverà grandi difficoltà a troncare questi legami, ma se adotta la coscienza di Krishna potrà gradualmente riuscirci. Si deve ricercare la compagnia dei devoti, delle persone che sono situate nella coscienza di Krishna. È consigliabile quindi unirsi a un’associazione votata alla coscienza di Krishna e imparare a servire il Signore con devozione: in questo modo si possono spezzare gli attaccamenti che legano al mondo materiale. Vestirsi di arancione¹ non è sufficiente a generare il distacco dai desideri materiali; bisogna attaccarsi al servizio di devozione offerto al Signore. Si deve dunque considerare con molta serietà il fatto che il servizio di devozione, così com’è descritto nel dodicesimo capitolo, è l’unica via che conduce fuori da questo riflesso ingannevole dell’albero reale. Il quattordicesimo capitolo ha mostrato come le differenti vie seguite dall’uomo siano tutte offuscate dalle tre influenze della natura materiale; soltanto il servizio di devozione è stato descritto come completamente trascendentale.

Le parole paramam mama in questo verso hanno una grande importanza. In realtà, ogni angolo del mondo spirituale e del mondo materiale è di proprietà del Signore, ma il mondo spirituale, dove regnano le sei perfezioni, è paramam, la Sua proprietà suprema. Anche la Katha Upanisad conferma che il mondo spirituale non ha alcun bisogno della luce del sole, della luna o delle stelle (na tatra suryo bhati na candratarakam), essendo completamente illuminato dalla potenza interna del Signore Supremo. Questa dimora suprema può essere raggiunta solo con l’abbandono al Signore Supremo e in nessun altro modo.





VERSO 7 

mamaivamso jiva-loke
jiva-bhutah sanatanah
manah-sasthanindriyani
prakriti-sthani karsati

mama: Mia; eva: certamente; amsah: frammento infinitesimale; jiva-loke: nel mondo della vita condizionata; jiva-bhutah: l’essere vivente condizionato; sanatanah: eterno; manah: con la mente; sasthani: i sei; indriyani: sensi; prakriti: nella natura materiale; sthani: situato; karsati; lotta duramente.



TRADUZIONE

Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono i Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente. 



SPIEGAZIONE

Questo verso definisce chiaramente l’identità dell’essere individuale. L’essere è per l’eternità un frammento infinitesimale del Signore Supremo. Non cadiamo nell’errore di credere che allo stato liberato perderà l’individualità per diventare una sola persona col Signore. Per l’eternità l’essere rimane un frammento del Signore, come conferma chiaramente qui il termine sanatanah. Secondo le Scritture vediche, il Signore Supremo Si manifesta e Si moltiplica in innumerevoli emanazioni, di cui le più immediate si chiamano visnu-tattva e le secondarie jiva-tattva. In altre parole, le manifestazioni visnu-tattva, o emanazioni immediate, sono emanazioni personali del Signore; mentre le manifestazioni jiva-tattva, o secondiarie (gli esseri individuali), sono emanazioni personali di Dio, la Persona Suprema, le Sue identità individuali, esistono eternamente; come loro, anche le emanazioni distinte, gli esseri viventi (jiva-tattva), hanno un’individualità eterna. 

Essendo parti integranti del Signore, gli esseri individuali possiedono, in quantità infinitesimale, i Suoi attributi, tra i quali l’indipendenza. Ogni essere è un’anima distinta, provvista d’individualità e di una minima parte d’indipendenza. Se l’essere fa cattivo uso di questa indipendenza cade allo stato condizionato, se ne fa buon uso rimane per sempre allo stato liberato. Ma in entrambi i casi mantiene la sua eternità qualitativa, come il Signore, che è eterno. Allo stato liberato, l’essere è al di là delle condizioni materiali ed è pienamente impegnato nel trascendentale servizio del Signore; allo stato condizionato, invece, è dominato dalle tre influenze della natura materiale e dimentica il servizio di devozione al Signore. Deve allora lottare duramente, anche solo per mantenere la propria vita nel mondo materiale.

Gli esseri viventi, e non solo gli uomini, i cani, i gatti e gli altri animali, ma anche i più grandi capi dell’universo, come Brahma, Siva, e perfino Visnu, sono tutti parti integranti del Signore Supremo. Sono tutti eterni, non sono manifestazioni temporanee. Il termine karsati (“lottare duramente”) usato in questo verso è molto significativo. L’anima condizionata è legata alla materia dai vincoli del falso ego, che sono simili a catene d’acciaio. E tra gli agenti che trascinano l’anima nell’esistenza materiale, la mente è il più importante. Quando la mente è guidata dalla virtù gli atti si rivelano giusti; quando invece la mente è dominata dalla passione, gli atti diventano fonte d’angoscia; e quando la mente è avvolta dall’ignoranza, l’anima deve vagare nelle specie inferiori di vita. È chiaro, tuttavia, in questo verso, che l’anima condizionata è coperta dal corpo materiale, che include i sensi e la mente; dopo la liberazione questo involucro materiale perisce, e il corpo spirituale dell’essere si manifesta col suo vero carattere. 

A questo proposito, nel Madhyandinayana-sruti è detto: sa va esa brahma-nistha idam sariram martyamatisrijya brahmabhisampadya brahmana pasyati brahmanaivedam sarvam anubhavati. Questo verso spiega che quando l’anima lascia il corpo materiale per entrare nel mondo spirituale, ravviva il suo corpo spirituale col quale può vedere a tu per tu Dio, la Persona Suprema, può ascoltarLo, parlarGli direttamente e conoscerLo così com’è. La smriti informa inoltre che tutti gli esseri, sui pianeti spirituali, sono dotati di corpi che hanno un aspetto simile a quello del Signore Supremo (vasanti yatra purusah sarve vaikunha-murtayah). Perciò che riguarda la natura dei corpi spirituali, non c’è nessuna differenza tra le emanazioni jiva-tattva, cioè gli esseri individuali, e le emanazioni visnu-murti. In altre parole, una volta liberato, l’essere individuale ottiene per la grazia di Dio, la Persona Suprema, un corpo spirituale.

Il termine mamaivamsah (“frammenti infinitesimali del Signore Supremo”) è anch’esso molto significativo. Naturalmente un frammento del Signore non è come un frammento di un oggetto materiale che si è rotti in tanti pezzi. Il secondo capitolo ci ha spiegato che ciò che è spirituale non può mai essere diviso o rotto in pezzi. I frammenti di cui parla questo verso non sono intesi in modo materiale; essi non derivano, come i frammenti di un oggetto materiale, dalla divisione di un oggetto, che si potrebbe poi ricomporre. L’uso qui del termine sanscrito sanatana (“eterno”) ci toglie ogni dubbio: i frammenti del Signor sono eterni. L’inizio del secondo capitolo affermava inoltre che un frammento infinitesimale del Signore Supremo risiede in ogni corpo (dehino ‘smin yatha dehe). Quando questo frammento è libero dalla schiavitù del corpo materiale, ravviva il suo corpo spirituale, nel mondo spirituale, su un pianeta spirituale, e può godere della compagnia del Signore. Essendo parte infinitesimale del Signore Supremo, l’essere individuale è qualitativamente uguale a Lui, come pepite estratte da una miniera d’oro sono anch’esse oro.





VERSO 8

sariram yad avapnoti
yac capy utkramatisvarah
grihitvaitani samyati
vayur gandhan ivasayat

sariram: il corpo; yat: come; avapnoti: riceve; yat: come; ca api: anche; utkramati: abbandona; isvarah: il signore del corpo; grihitva: prendendo; etani: tutti questi; samyati: se ne va; vayuh: l’aria; gandhan: odora; iva: come; asayat: dalla sua fonte. 



TRADUZIONE

Come l’aria trasporta gli odori, così l’essere vivente, nel mondo materiale, trasporta da un corpo all’altro le sue diverse concezioni di vita. Così si riveste di una forma corporea, poi di nuovo l’abbandona per prenderne un’altra.



SPIEGAZIONE

L’essere vivente è chiamato qui isvara, il controllore del proprio corpo. Infatti, secondo il suo desiderio, può rivestirsi di un corpo più evoluto o trasmigrare in un corpo inferiore. L’essere gode di una certa indipendenza, anche se infinitesimale, perciò diventa responsabile del corpo che assumerà nella prossima vita. Al momento della morte, lo stato di coscienza che si è formato durante la vita determinerà il suo prossimo corpo. Se si è creato una coscienza simile a quella dei cani o dei gatti, rinascerà sicuramente in un corpo di cane o di gatto; se la sua coscienza è situata in virtù prenderà il corpo di un essere celeste; e se si è stabilito nella coscienza di Krishna raggiungerà Krishnaloka, nel mondo spirituale, per vivere accanto a Krishna. È un errore credere che dopo la morte non esista più niente. L’anima individuale trasmigra da un corpo all’altro, e il suo prossimo corpo dipende dal suo corpo e dalle sue azioni presenti; secondo la legge del karma otterrà un nuovo corpo, che dovrà poi nuovamente lasciare. In questo verso si afferma che i corpo sottile, che trasporta il concetto del prossimo corpo, si avvolge, nella vita seguente, di quel particolare tipo di corpo. Questa trasmigrazione da un corpo all’altro e la lotta che l’anima deve condurre nel corpo si chiama karsati, “lotta per l’esistenza”.





VERSO 9

srotram caksuh sparsanamca
rasanam ghranam eva ca
adhisthaya manas cayam
visayan upasevate

srotram: orecchi; caksuh: occhi; sparsanam: tatto; ca: anche; rasanam: lingua; ghranam: odorato; eva: anche; ca: e; adhistaya: essendo situato in; manah: mente; ca: anche; ayam: egli; visayan: oggetti dei sensi; upasevate: gode.



TRADUZIONE

Ogni volta che si riveste di un nuovo corpo grossolano, l’essere vivente ottiene un particolare senso dell’udito, della vista, del tatto, del gusto e dell’odorato, che gravitano attorno alla mente. Egli gode così di una determinata gamma di oggetti dei sensi.



SPIEGAZIONE

Si deduce da questo verso che se l’uomo altera la sua coscienza sviluppando un comportamento proprio dei cani e dei gatti, dovrà vivere in un corpo di cane o di gatto nella sua prossima esistenza e godere alla maniera di questi animali. Come l’acqua, la coscienza è pura in origine. Ma l’acqua si trasforma se è mischiata con una sostanza colorante, così la coscienza si altera quando viene a contatto con le tre influenze della natura materiale, sebbene sia pura, perché la vita dell’uomo situato nella coscienza di Krishna è pura. Ma se questa coscienza viene alterata da qualche concezione materiale, l’uomo otterrà, nella sua vita futura, un corpo in armonia con questa concezione. Non necessariamente avrà un corpo umano, può rinascere con un corpo di cane, di gatto, di maiale, di essere celeste o con altri corpi ancora, in una delle 8.400.000 varietà di esseri.





VERSO 10

utkramantam sthitam vapi
bhunjanam va gunanvitam
vimudha nanupasyanti
pasyanti jnana-caksusah

utkramantam: lasciando il corpo; sthitam: situato nel corpo; va api: o; bhunjanam: godendo; va: o; guna-anvitam: sotto l’incantesimo delle influenze materiali; vimudhah: persone stolte; na: mai; anupasyanti: possono vedere; pasyanti: possono vedere; jnana-caksusah: coloro che hanno gli occhi della conoscenza.



TRADUZIONE

Gli stolti non riescono a capire come l’essere vivente lasci il corpo o di quale specie corporea dovrà godere sotto l’incantesimo delle tre influenze materiali, ma coloro che hanno gli occhi illuminati dalla conoscenza possono capirlo.



SPIEGAZIONE

Le parole jnana-caksusah usate qui sono piene di significato. Infatti, l’uomo che non ha conoscenza non può capire come un essere lascia il corpo, né quale forma corporea dovrà assumere nella prossima vita, e neppure perché ora vive in un tipo di corpo piuttosto che in un altro. La comprensione di queste cose richiede una vasta conoscenza che si deve attingere dalla Bhagavad-gita o da altre Scritture della stessa linea, conoscenza che dev’essere ricevuta da un maestro spirituale autentico. L’uomo che ha ricevuto una formazione che gli permette di percepire queste cose dev’essere considerato fortunato. Sotto il dominio delle tre influenze della natura ogni essere vive, gode del corpo, e infine lo lascia in particolari circostanze. Così, sotto l’illusione di godere dei sensi, subisce differenti tipi di gioie e dolori. 

Coloro che si lasciano continuamente sviare dal desiderio e dalla cupidigia perdono ogni possibilità di comprendere il meccanismo della trasmigrazione da un corpo all’altro e del soggiorno in un particolare corpo. In nessun modo possono capire queste cose. Invece, coloro che hanno sviluppato la conoscenza spirituale vedono che le anima è distinta dal corpo, che gode del corpo in diversi modi e alla fine lo cambia. Chi possiede questa conoscenza può capire anche quanto l’essere condizionato soffra nell’esistenza materiale. E chi conosce l’estrema sofferenza della vita condizionata, chi ha sviluppato un alto grado di coscienza di Krishna s’impegna il più possibile nel distribuire questa conoscenza agli uomini. Tutti devono sfuggire a questa vita di miserie, tutti devono diventare coscienti di Krishna e liberarsi per poter raggiungere il mondo spirituale.
VERSO 11

yatanto yoginas cainam
pasyanty atmany avasthitam
yatanto ’py akritatmano
nainam pasyanty acetasah

yatantah: sforzandosi; yoginah: trascendentalisti; ca: anche; enam: ciò; pasyanti: possono vedere; atmani: nel sé; avasthitam: situati; yatantah: sforzandosi; api: benché; akrita-atmanah: chi è privo di realizzazione spirituale; na: non; enam: questo; pasyanti: vedono; acetasah: non avendo mente sviluppata.



TRADUZIONE

Gli spiritualisti fermamente stabiliti nella realizzazione spirituale possono vedere tutto ciò con chiarezza, ma coloro che non hanno una mente evoluta e non sono situati nella realizzazione spirituale, sebbene si sforzino, non riescono a cogliere ciò che accade. 



SPIEGAZIONE

Molti sono gli spiritualisti impegnati nella via della realizzazione spirituale, ma chi non è situato nella realizzazione spirituale non può vedere come il corpo dell’essere vivente cambia. È molto interessante, a questo proposito, l’uso del termine yoginah. Si trovano, oggi, molte pseudo-società di yoga e molti pseudo-yogi, tutti ciechi in fatto di realizzazione spirituale. In genere si limitano a insegnare una specie di ginnastica, e si accontentano se il corpo è sano e ben sviluppato. La loro conoscenza dello yoga si ferma qui. Sono chiamati yatanto ‘py akritatmanah: sebbene abbiano scelto una via dello yoga e si sforzino di raggiungere il successo, non sono affatto situati nella realizzazione spirituale. Queste persone non potranno capire il meccanismo della reincarnazione. Soltanto i veri yogi, coloro che hanno realizzato la propria natura, la natura del mondo materiale e quella del Signore Supremo, cioè solo i bhakti-yogi, impegnati nel puro servizio di devozione nella coscienza di Krishna, possono capire come avviene ogni cosa. 





VERSO 12

yad aditya-gatam tejo
jagad bhasayate ’khilam
yac candramasi yac cagnau
tat tejo viddhi mamakam

yat: ciò che; aditya-gatam: nella luce del sole; tejah: splendore; jagat: il mondo intero; bhasayate: illumina; akhilam: interamente; yat: ciò che; candramasi: nella luna; yat: ciò che; ca: anche; agnau: nel fuoco; tat: che; tejah: splendore; viddhi: capire; mamakam: da Me.



TRADUZIONE

Lo splendore del sole che dissipa le tenebre del mondo intero emana da Me. E anche lo splendore della luna e del fuoco emanano da Me. 



SPIEGAZIONE

Gli uomini privi d’intelligenza non possono vedere come ogni cosa ha luogo. Ma un’inizio di conoscenza può essere realizzato da colui che coglie le parole pronunciate dal Signore in questo verso. Chi non vede il sole, la luna, il fuoco o la luce elettrica? Si tratta dunque di capire che lo splendore del sole, lo splendore della luna, quello dell’elettricità o del fuoco vengono da Dio, la Persona Suprema. Questa visione segna l’inizio della coscienza di Krishna ed è un notevole progresso per l’anima condizionata in questo mondo. Gli esseri individuali sono parti integranti del Signore ed Egli dà qui un’indicazione sul modo in cui potranno tornare a Lui.

Questo verso afferma che il sole illumina da solo tutto il sistema solare. Esistono numerosi universi e sistemi solari, e numerosi soli, lune e pianeti, ma in ogni universo c’è soltanto un sole. Come afferma la Bhagavad-gita (10.21), la luna è una delle stelle (naksatranam aham sasi). La luce del sole trae origine dalla radiosità spirituale che riempie il regno del Signore Supremo. Col sorgere del sole, gli uomini si risvegliano all’azione. Con l’aiuto del fuoco preparano i cibi, mettono in funzione le loro fabbriche e fanno tante altre cose. Il sorgere del sole, i raggi della luna e il fuoco sono molto graditi agli esseri viventi; senza di essi nessuno potrebbe vivere. Se comprendiamo dunque che la luce e lo splendore del sole, della luna e del fuoco emanano da Sri Krishna, Dio la Persona Suprema, comincerà a risvegliarsi in noi la coscienza di Krishna. La luna, con i suoi raggi, nutre tutti i vegetali. I raggi della luna sono così piacevoli per gli uomini che è facile per loro rendersi conto di vivere solo per la grazia del Signore Supremo, Sri Krishna. Senza la Sua grazia non esisterebbero né il sole né la luna né il fuoco, e senza di essi sarebbe impossibile vivere. Queste sono alcune considerazioni atte a suscitare la coscienza di Krishna nell’anima condizionata.





VERSO 13

gam avisya a bhutani
dharayamy aham ojasa
pusnami causadhih sarvah
somo bhutva rasatmakah

gam: i pianeti; avisya: entrando; ca: anche; bhutani: gli esseri viventi; dharayami: sostegno; aham: Io; ojasa: con la Mia energia; pusnami: nutro; ca: e; ausadhih: vegetali; sarvah: tutti; somah: la luna; bhutva: diventando; rasa-atmakah: fornendo la linfa.



TRADUZIONE

Entro in tutti i pianeti e con la Mia energia li mantengo nella loro orbita. Divento la luna e fornisco così la linfa vitale a tutti i vegetali. 



SPIEGAZIONE

Solo l’energia del Signore permette ai pianeti di mantenersi nello spazio. Il Signore entra in ogni atomo, in ogni pianeta e in ogni essere vivente. La Brahma-samhita c’insegna che il Paramatma, emanazione plenaria di Dio, entra nell’universo, nei pianeti, nell’essere vivente e anche nell’atomo, permettendo che ogni cosa sia manifestata nel modo giusto. Finché l’anima è presente nel corpo, questo galleggia sull’acqua, ma non appena la scintilla vivente lo lascia, il corpo affonda. Naturalmente, una volta decomposto galleggerà di nuovo, come galleggia un filo di paglia, ma all’istante della morte il corpo affonda immediatamente. Similmente, tutti i pianeti fluttuano nello spazio solo perché in ciascuno di essi è presente l’energia sovrana di Dio, la Persona Suprema. La Sua energia sostiene tutti i pianeti come se fossero un pugno di polvere. Se si tiene della polvere in un pugno chiuso non può scivolare via, ma se la si getta in aria, cade. 

Così questi pianeti che fluttuano nello spazio sono tenuti in realtà nel pugno della forma universale del Signore Supremo. Con la Sua potenza e la Sua energia, ogni cosa mobile e immobile è mantenuta al suo posto. È detto che solo grazie al Signore Supremo il sole brilla e i pianeti percorrono regolarmente la loro orbita. Se Egli non li tenesse, tutti i pianeti si disperderebbero come polvere gettata in aria e si distruggerebbero. Ed è sempre grazie al Signore che la luna nutre tutti i vegetali, che prendono sapore sotto l’influsso dei suoi raggi; senza questo influsso non potrebbero né crescere né diventare gustosi. Il termine rasatmakah indica che ogni alimento prende un gusto piacevole per l’azione del Signore attraverso l’influsso della luna. Gli uomini lavorano, vivono bene e godono del cibo solo grazie a ciò che fornisce loro il Signore Supremo; altrimenti la specie umana non potrebbe sopravvivere.





VERSO 14

aham vaisvanaro bhutva
praninam deham asritah
pranapana-samayuktah
pacamy annam catur-vidham

aham: Io; vaisvanarah: la Mia porzione plenaria come fuoco della digestione; bhutva: diventando; praninam: di tutti gli esseri viventi; deham: nei corpi; asritah: situato; prana: l’aria che esce; apana: l’aria che scende; samayuktah: mantenendo in equilibrio; pacami: Io digerisco; annam: alimenti; catuh-vidham: i quattro generi. 



TRADUZIONE

Sono il fuoco della digestione nel corpo di ogni essere vivente e Mi unisco all’aria vitale, inspirata ed espirata, per assimilare le quattro varietà di alimenti.



SPIEGAZIONE

Lo sastra Ayur Veda c’informa della presenza di un fuoco all’interno dello stomaco che digerisce ogni cibo. Quando questo fuoco è calmo non si ha appetito, ma se prende vigore la fame si fa sentire. Talvolta, quando il fuoco non brucia più come dovrebbe, sono necessarie delle cure. In qualunque caso, questo fuoco rappresenta Dio, la Persona Suprema. Anche i mantra vedici (Brihad-aranyaka Upanisad 5.9.1) confermano che il Signore Supremo, il Brahman, Si trova nello stomaco sotto forma di fuoco e assimila i vari tipi di cibo (ayam agnir vaisvanaro yo ’yam antah puruse yenedam annam pacyate). Poiché il Signore permette la digestione di tutti gli alimenti, l’essere non è indipendente nell’atto di mangiare. Infatti, se il Signore Supremo non permettesse la digestione, non sarebbe possibile nutrirsi. È dunque il Signore che produce e digerisce ogni alimento ed è per la Sua grazia che gli esseri godono della vita. Il Vedanta-sutra (1.2.27) aggiunge, sabdadibhyo ’ntah pratistanac ca: il Signore Si trova nel suono e nel corpo, nell’aria e anche nello stomaco, dove si costituisce la forza digerente. Ci sono quattro tipi di alimenti: quelli che s’ingoiano, quelli che si masticano, quelli che si leccano e quelli che si succhiano; e la forza che li digerisce tutti e Krishna.





VERSO 15

sarvasya caham hridi sannivisto
mattah smritir jnanam apohanam ca
vedais ca sarvair aham eva vedyo
vedanta-krid veda-vid eva caham

sarvasya: di tutti gli esseri viventi; ca: e; aham: Io; hridi: nel cuore; sannivistah: situato; mattah: da Me; smritih: ricordo; jnanam: conoscenza; apohanam: dimenticanza; ca: e; vedaih: dei Veda; ca: anche; sarvaih: tutti; aham: Io sono; eva: certamente; vedyah: ciò che può essere conosciuto; vedanta-krit: il compilatore del Vedanta; veda-vit: il conoscitore dei Veda; eva: certamente; ca: e; aham: Io. 



TRADUZIONE

Sono nel cuore di ogni essere e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l’oblio. Il fine di tutti i Veda è quello di conoscerMi. In verità Io sono Colui che ha composto il Vedanta e sono Colui che conosce i Veda.



SPIEGAZIONE

Il Signore Supremo Si trova, nella Sua forma di Paramatma, nel cuore di tutti gli esseri, i quali trovano in Lui l’origine di tutte le loro attività. L’essere condizionato dimentica tutto della sua vita precedente, ma continuerà ad agire secondo le direttive del Signore Supremo, testimone di tutte le sue opere. Grazie al Signore, che gli dà la conoscenza necessaria, insieme col ricordo e l’oblio, l’essere potrà cominciare ad agire in accordo agli atti compiuti durante la sua vita precedente. Il Signore non è dunque solo onnipresente, ma anche “localizzato”, cioè presente nel cuore di tutti gli esseri, ai quali concede i frutti dei loro atti interessati. Egli non è adorato solo come Brahman impersonale o come Dio, la Persona Suprema, o come Paramatma “localizzato”, ma anche nella sua forma dei Veda. I Veda danno il giusto orientamento che permetterà all’uomo di modellare la vita in modo da tornare a Dio, nella dimora originale. 

I Veda offrono la conoscenza di Dio, la Persona Suprema, Sri Krishna. Krishna nella forma dell’avatara Vyasadeva, compilò il Vedanta-sutra, di cui lo stesso Vyasadeva diede il commento, che è lo Srimad-Bhagavatam, al fine di spiegarne il contenuto e il vero significato. Il Signore Supremo non è limitato in niente, così, per aiutare l’anima condizionata a liberarsi, diventa Colui che si preoccupa del suo nutrimento e della sua digestione, diventa il testimone dei suoi atti, Colui che, sotto la forma dei Veda, dà la conoscenza e come Dio, la Persona Suprema, Sri Krishna, diventa il maestro che insegna la Bhagavad-gita. Così, Dio è infinitamente buono, infinitamente misericordioso e degno dell’adorazione dell’anima condizionata.

Antah-pravistah sasta jananam: l’essere vivente dimentica tutto appena lascia il corpo, ma nella vita seguente, sotto l’azione del Signore Supremo, riprende le sue attività. Sebbene dimentichi la vita passata, il Signore gli dà l’intelligenza per riprendere le sue attività là dove le aveva lasciate nella vita precedente. Così, non solo l’essere condizionato gode o soffre in questo mondo secondo le direttive che riceve dal Signore presente nel suo cuore, ma riceve da Lui anche la possibilità di comprendere i Veda. Infatti, a colui che si mostra serio nel voler comprendere il sapere vedico, Krishna dà l’intelligenza necessaria, perché ogni essere, individualmente, ha bisogno di comprendere Krishna. 

I Testi vedici lo confermano: yo ’sau sarvair vedair giyate. In tutte le Scritture vediche, dai quattro Veda al Vedanta-sutra, dalle Upanisad ai Purana, sono celebrate le glorie del Signore Supremo. Il Signore può essere raggiunto col compimento dei riti vedici, con le discussioni sulla filosofia vedica e con l’adorazione nel servizio devozionale. L’oggetto dei Veda, dunque, è comprendere Krishna; e a questo scopo i Veda ci forniscono tutte le istruzioni necessarie e il metodo giusto. Il fine ultimo è Dio, la Persona Suprema; e il Vedanta-sutra (1.1.4) lo conferma con queste parole: tat tu samanvayat. Possiamo raggiungere la perfezione comprendendo i Testi vedici, e possiamo conoscere la nostra relazione con Dio, la Persona Suprema, seguendo i metodi prescritti in questi Testi. Così sarà possibile avvicinare e raggiungere lo scopo supremo, che non è altri che il Signore Supremo. Questo verso definisce chiaramente l’oggetto dei Veda, il significato dei Veda e lo scopo dei Veda.





VERSO 16

dvav imau purusau loke
ksaras caksara eva ca
ksarah sarvani bhutani
kuta-stho ’ksara ucyate

dvau: due; imau: questi; purusau: esseri viventi; loke: nel mondo; ksarah: fallibile; ca: e; aksarah: infallibile; eva: certamente; ca: e; ksarah: fallibile; sarvani: tutti; bhutani: esseri viventi; kuta-sthah: nel loro insieme; aksarah: infallibile; ucyate: è detto.



TRADUZIONE

Esistono due categorie di esseri, i fallibili e gli infallibili. Nel mondo materiale ogni essere è fallibile, ma nel mondo spirituale tutti sono infallibili.



SPIEGAZIONE

Come abbiamo già visto, l’autore del Vedanta-sutra è il Signore stesso nella forma dell’avatara Vyasadeva. Qui Egli espone in breve il contenuto del Vedanta-sutra: gli esseri, innumerevoli, possono dividersi in due categorie, i fallibili e gli infallibili. Gli esseri sono eternamente frammenti di Dio, la Persona Suprema, distinti da Lui. Quando vengono a contatto con l’universo materiale, sono detti jiva-bhuta, e nel verso le parole sanscrite ksarah sarvani bhutani li pongono nella categoria dei fallibili. Invece, coloro che fanno Uno col Signore sono detti infallibili. Per “Uno col Signore” non s’intende che essi non hanno più la loro individualità, ma che sono distinti dal Signore; sono tutti in accordo col Signore sullo scopo della sua creazione. Naturalmente non c’è creazione nel mondo spirituale, ma il Signore spiega questo concetto, nel Vedanta-sutra, affermando che tutto emana da Lui.

Il Signore spiega in questo verso che esistono due categorie di uomini; anche i Veda lo confermano, perciò non dovrebbe esserci alcun dubbio a questo proposito. Finché sono condizionati, gli esseri, in questo mondo, alle prese con la ente e i cinque sensi, subiscono diversi cambiamenti di corpo. Il corpo dell’essere cambia a contatto con la materia; e poiché la materia cambia, l’essere sembra cambiare. Ma nel mondo spirituale non avviene alcun cambiamento, perché i corpi degli esseri non sono di materia. Gli esseri viventi, nel mondo materiale, passano attraverso sei fasi: nascita, crescita, maturità, riproduzione, declino e morte. Questi sono cambiamenti legati al corpo materiale, ma nel mondo spirituale il corpo, anch’esso spirituale, non cambia mai: là non c’è vecchiaia, non c’è nascita né morte. Nel mondo spirituale tutto si trova nell’unità. Le parole ksarah sarvani bhutani mostrano chiaramente che tutti gli esseri che entrano a contatto con la materia — dal primo essere creato, Brahma, fino alla piccola formica — cambiano corpo; sono quindi tutti fallibili. Nel mondo spirituale, invece, tutti fanno Uno col Signore e sono eternamente liberati.





VERSO 17

uttamah purusas tv anyah
paramatmety udahritah
yo loka-trayam avisya
bibharty avyaya isvarah

uttamah: la migliore; purusah: personalità; tu: ma; anyah: un altro; parama: il supremo; atma: sé; iti: così; udahritah: è detto; yah: chi; loka: dell’universo; trayam: le tre divisioni; avisya: entrando; bibharti: sostiene; avyayah: inesauribile; isvarah: il Signore.



TRADUZIONE

Oltre a queste due categorie di persone, vi è la più grande personalità vivente, L’Anima Suprema, l’eterno Signore in Persona, che entra nei tre mondi e li sostiene.



SPIEGAZIONE

Il significato di questo verso è espresso molto bene nella Katha Upanisad (2.2.13) e nella Svetasvatara Upanisad (6.13), dove è chiaramente detto, nityo nityanam cetanas cetananam: al di là degli innumerevoli esseri viventi, di cui alcuni sono condizionati e altri liberati, Si trova la Persona Suprema, che è anche il Paramatma. Queste parole indicano più precisamente che al di là di tutti gli esseri, condizionati o liberati, Si trova un Essere Sovrano: è Dio, la Persona Suprema, che sostiene tutti gli altri esseri e concede a tutti, secondo i loro atti, le facilitazioni per godere dell’esistenza. Questa Persona Suprema, nella forma di Paramatma, è situata nel cuore di ognuno; e soltanto l’uomo saggio che riesce a conoscerLa si qualifica per raggiungere la pace perfetta.





VERSO 18 

yasmat ksaram atito ’ham
aksarad api cottamah
ato ’smi loke vede ca
prathitah purusottamah

yasmat: poiché; ksaram: al fallibile; atitah: trascendentale; aham: Io sono; aksarat: al di là dell’infallibile; api: anche; ca: e; uttamah: il migliore; atah: perciò; asmi: Io sono; loke: nel mondo; vede: nella letteratura vedica; ca: e; prathitah: celebrato; purusa-uttamah: come la Persona Suprema.



TRADUZIONE

Poiché sono trascendentale, al di là del fallibile e dell’infallibile, e poiché sono il più grande, sono celebrato nel mondo e nei Veda come la Persona Suprema.



SPIEGAZIONE

Nessun’anima condizionata o liberata supera Dio, la Persona Suprema, Sri Krishna. Krishna è dunque la persona più grande. È chiaro qui che gli esseri viventi e Dio, la Persona Suprema, sono distinti, individuali. La differenza sta nel fatto che gli esseri viventi, condizionati o liberati che siano, non possono mai superare in quantità le inconcepibili potenze del Signore Supremo. Sarebbe un errore credere che gli esseri individuali eguaglino sotto ogni aspetto il Signore Supremo. Bisogna tener presente, per quanto li riguarda, i concetti di superiorità e inferiorità. La parola uttama, una delle più importanti di questo verso, indica che nessuno può superare Dio, la Persona Suprema. Il termine loke significa “nel paurusa agama (le scritture smriti)”. Come conferma il dizionario Nirukti, lokyate vedartho ‘nena: “La finalità dei Veda è spiegata nelle scritture smriti.”

Il Signore Supremo, nel Suo aspetto localizzato di Paramatma, è descritto anche nei Veda. Il verso seguente appare nei Veda. Il verso seguente appare nei Veda (Chandogya Upanisad 8.12.3), tavad esa samprasado ’smac charirat samutthaya param jyoti-rupam sampadya svena rupenabhinispadyate sa uttamah purusah: “Il Paramatma, l’Anima Suprema, uscendo dal corpo di un essere vivente, entra nel brahmajyoti dove mantiene la Sua forma e identità spirituale. Questo Assoluto è la Persona Suprema.” Ciò significa che la Persona Suprema manifesta e diffonde la Sua radiosità spirituale, che è la luce ultima. Questo Essere Supremo possiede anche un aspetto “localizzato”, il Paramatma. E apparendo nella forma di Vyasadeva, figlio di Parasara e Satyavati, Egli spiega il sapere vedico.





VERSO 19

yo mam evam asammudho
janati purusottaman
sa sarva-vid bhajati mam
sarva-bhavena bharata

yah: chiunque; mam: Me; evam: così; asammudhah: senza dubbio; janati: sa; purusa-uttamam: Dio, la Persona Suprema; sah: egli; sarva-vit: colui che conosce ogni cosa; bhajati: offre un servizio devozionale; mam: a Me; sarva-bhavena: sotto ogni riguardo; bharata: o figlio di Bharata.



TRADUZIONE

Colui che mi conosce come Dio, la Persona Suprema, e non ha dubbi, conosce ogni cosa, perciò s’impegna con tutto se stesso nel servirMi con devozione, o discendente di Bharata.



SPIEGAZIONE

Ci sono molte speculazioni fisiologiche sulla natura degli esseri viventi e della Verità Suprema e Assoluta, ma in questo verso Sri Krishna spiega chiaramente che l’essere che Lo conosce come Dio, la Persona Suprema, in verità sa tutto. Con una conoscenza imperfetta si possono solo fare speculazioni mentali sulla Verità Assoluta; ma l’uomo che possiede la conoscenza perfetta, senza perdere un istante del suo tempo prezioso, s’impegna direttamente nella coscienza di Krishna, nel servizio di devozione al Signore Supremo. Questo è messo in rilievo in tutta la Bhagavad-gita. Ci sono però molti commentatori testardi della Bhagavad-gita che continuano a sostenere che la Verità Suprema e Assoluta e gli esseri individuali sono uguali sotto ogni aspetto.

La conoscenza vedica è chiamata sruti, o conoscenza ricevuta mediante l’ascolto. Infatti, il messaggio vedico dev’essere ricevuto da persone riconosciute come autorità in materia, cioè da Krishna o dai Suoi rappresentanti. Qui Krishna mette in chiaro ogni cosa, perciò è da Lui che occorre ricevere la conoscenza. Non dobbiamo accontentarci di ascoltare, come farebbe anche un maiale, bisogna capire ciò che si ascolta grazie all’aiuto in materia. Invece di abbandonarci alla speculazione intellettuale accademica, dovremmo ascoltare con sottomissione la Bhagavad-gita quando c’insegna giustamente che gli esseri individuali sono sempre subordinati a Dio, la Persona Suprema. Secondo il Signore Supremo, Sri Krishna, soltanto l’essere che ha capito questo conosce lo scopo dei Veda; nessun altro ha questa possibilità.

Soffermiamoci sulla parola bhajati, che in numerosi versi è usata in relazione al servizio offerto al Signore Supremo. Se una persona è completamente assorta nella coscienza di Krishna, nel servizio di devozione, significa che ha perfettamente compreso tutta la conoscenza vedica. La parampara vaisnava dice inoltre che l’uomo impegnato nel servizio devozione a Krishna non ha bisogno di seguire un’altra forma di vita spirituale per comprendere la Verità Suprema e Assoluta; impegnato nel servizio di devozione, egli ha raggiunto questo livello e ha superato così tutte le vie preliminari di comprensione spirituale. D’altra parte, se dopo migliaia di esistenze passate a fare congetture sulla Verità Assoluta, l’uomo non arriva a concludere che Krishna è Dio, la Persona Suprema, e che deve abbandonarsi a Lui, allora tutti i suoi anni e le sue vite di congetture non saranno state altro che un’inutile perdita di tempo.





VERSO 20

iti guhyatamam sastram
idam uktam mayanagha
etad buddhva buddhiman syat
krita-krityas ca bharata

iti: così; guhya-tamam: più confidenziale; sastram: scrittura rivelata; idam: questa; uktam: rivelata; maya: da Me; anagha: o tu che sei senza peccato; etat: questa; buddhva: comprensione; buddhi-man: intelligente; syat: diventa; krita-krityah: il più perfetto nei suoi sforzi; ca: e; bharata: o discendente di Bharata.



TRADUZIONE

Ciò che ti rivelo ora, o Arjuna senza peccato, è la parte più confidenziale delle Scritture vediche. Chi la comprende diventerà saggio e grazie ai suoi sforzi raggiungerà la perfezione.



SPIEGAZIONE

Il Signore spiega qui nel modo più chiaro che questo sapere è l’essenza di tutte le Scritture rivelate. Occorre dunque comprenderlo così come lo presenta il Signore Supremo, se vogliamo sviluppare la nostra intelligenza e stabilirci perfettamente nella conoscenza trascendentale. In altre parole, con la comprensione di questa filosofia che tratta di Dio, la Persona Suprema, e con l’impegno nel sublime servizio di devozione al Signore, chiunque può essere purificato da ogni contaminazione dovuta alle tre influenze della natura materiale. Il servizio di devozione è un metodo di comprensione spirituale. Ovunque il servizio di devozione sia presente non può esistere la contaminazione materiale. La persona del Signore e il servizio di devozione offerto a Lui, essendo entrambi spirituali, sono un’unica e identica cosa. Il servizio devozionale, infatti, appartiene all’energia interna del Signore. Si dice che il Signore è i sole, e l’ignoranza sono le tenebre. Dove c’è il sole non ci possono essere le tenebre, perciò ovunque il servizio di devozione sia presente, guidato in modo appropriato da un maestro spirituale autentico, non ci può essere questione d’ignoranza.

Tutti devono adottare la coscienza di Krishna e impegnarsi nel servizio di devozione; in questo modo diventeranno intelligenti e puri. Chi non arriva a comprendere Krishna e a impegnarsi nel servizio di devozione non ha raggiunto la perfetta intelligenza, anche se può sembrare intelligente agli occhi dei comuni mortali.
Il termine anagha, con cui Krishna Si rivolge ad Arjuna, ha interesse particolare. Significa “tu che sei senza macchia, senza peccato”, e indica che è molto difficile comprendere Krishna finché non si è liberi da tutte le conseguenze dei propri peccati. Per capire bisogna prima purificarsi da ogni contaminazione, da ogni atto colpevole. Ma il servizio di devozione è così puro e potente che l’uomo che vi s’impegna giunge con molta facilità al livello in cui si è liberi dal peccato.

Nel corso del servizio di devozione compiuto nella compagnia di puri devoti, pienamente assorti nella coscienza di Krishna, certe tendenze devono essere dominate completamente, in particolare le nostre debolezze di cuore. La principale, che comporta la prima caduta, consiste nel desiderio di dominare la natura materiale; questo desiderio induce il devoto ad abbandonare il servizio d’amore e di devozione al Signore Supremo. E quando questa tendenza a dominare la natura materiale aumenta, si manifesta la seconda debolezza: l’attaccamento alla materia e al possesso della materia. I problemi dell’esistenza materiale nascono da queste debolezze del cuore. In questo capitolo i primi cinque versi descrivono il metodo per liberarsi da queste debolezze del cuore, e il resto del capitolo, dal sesto verso alla fine, illustra il purusottama-yoga.



Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul quindicesimo capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “Il purusottama-yoga”, ossia “Lo yoga della Persona Suprema.”



NOTE 

1. Il colore arancione è portato dai sannyasi, i saggi che hanno troncato ogni legame con la famiglia e la società per consacrarsi alla realizzazione spirituale. 





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