LA BHAGAVAD-GITA

COSI' COM'E' DI SWAMI PRABHUPADA

 

 

Capitolo 16.

NATURA DIVINA E  NATURA DEMONIACA.






VERSI 1-3

sri-bhagavan uvaca
abhayam sattva-samsuddhir
jnana-yoga-vyavasthitih
danam damas ca yajnas ca
svadhyayas tapa arjavam

ahimsa satyam akrodhas
tyagah santir apaisunam
daya bhutesv aloluptvam
mardavam hrir acapalam

tejah ksama dhritih saucam
adroho nati-manita
bhavanti sampadam daivim
abhijatasya bharata


sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; abhayam: assenza di paura; sattva-samsuddhih: purificazione dell’esistenza individuale; jnana: in conoscenza; yoga: del legame; vyavastitih: la situazione; danam: carità; damah: controllando la mente; ca: e; yajnah: compimento di sacrificio; ca: e; svadhyayah: studio della letteratura vedica; tapah: austerità; arjavam: semplicità; ahimsa: non violenza; satyam: veridicità; akrodhah: libertà dalla collera; tyagah: rinuncia; santih: tranquillità; apaisunam: avversione per la critica; daya: misericordia; bhutesu: verso tutti gli esseri viventi; aloluptvan: libertà dall’avidità; mardavam: gentilezza; hrih: modestia; acapalam: determinazione; tejah: vigore; ksama: perdono; dhritih: forza morale; saucam: purezza; adrohah: libertà dall’invidia; na: non; ati-manita: sete di onori; bhavanti: sono; ampadam: le qualità; daivim: la natura trascendentale; abhijatasya: di chi è nato da; bharata: o discendente di Bharata.



TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
L’assenza di paura, la purificazione dell’esistenza, lo sviluppo della conoscenza spirituale, la carità, il controllo di sé, il compimento di sacrifici, lo studio dei Veda, l’austerità, la semplicità, la non violenza, la veridicità, l’assenza di collera, la rinuncia, la serenità, l’avversione per la critica, l’assenza di collera, la rinuncia, la serenità, l’avversione per la critica, la compassione verso tutti gli esseri, l’assenza di cupidigia, la dolcezza, la modestia, la ferma determinazione, il vigore, il perdono, la forza morale, la purezza, la libertà dall’invidia e dalla sete di onori — queste sono qualità trascendentali, proprie degli uomini virtuosi dotati di natura divina, o discendente di Bharata.



SPIEGAZIONE

L’inizio del quindicesimo capitolo descriveva l’albero baniano che rappresenta il mondo materiale, le cui radici secondarie sono le azioni talvolta favorevoli e talvolta sfavorevoli, degli esseri viventi. Il nono capitolo parlava dei deva, gli esseri di natura divina, e degli asura, quelli di natura demoniaca. Secondo gli insegnamenti vedici, le attività guidate dalla virtù sono favorevoli al progresso verso la liberazione e se sono considerate di natura spirituale, o daivi prakriti. Gli uomini di natura spirituale avanzano sulla via della liberazione, mentre quelli che agiscono sotto l’influenza della passione e dall’ignoranza non hanno alcuna possibilità di raggiungere la liberazione. Essi dovranno rimanere nel mondo materiale, o nella forma umana o nelle specie animali o in forme di vita ancora più basse. In questo capitolo il Signore spiega sia la natura divina, o spirituale, sia la natura demoniaca, con i loro rispettivi attributi, mettendone in rilievo gli aspetti positivi e negativi.

Il termine abhijatasya, che designa l’uomo nato con qualità spirituali, con tendenze divine, è molto significativo. La procreazione di un figlio in un’atmosfera divina è detta, nelle Scritture vediche, garbhadhana-samskara. In realtà, se i genitori desiderano un figlio dotato di qualità divine devono osservare i dieci princìpi della vita umana.¹ In un capitolo precedente abbiamo visto che l’atto sessuale, quando mira a generare un bambino virtuoso, rappresenta Krishna stesso. La vita sessuale non può quindi essere condannata, purché sia compiuta in coscienza di Krishna. Coloro che sono nella coscienza di Krishna non devono generare figli come fanno i gatti, ma con lo scopo di farne persone coscienti di Krishna. Questa dovrebbe essere la benedizione che riceve un bambino nato da genitori impegnati nella coscienza di Krishna.

Il varnasrama-dharma, il sistema sociale che divide la società in quattro classi, o varna, non attua questa divisione secondo il principio di eredità. Questi quattro gruppi sono determinati dalla formazione personale degli individui e hanno lo scopo di mantenere la pace e il benessere nella società. Le qualità elencate in questo verso sono dette trascendentali, perché sono destinate ad aumentare nell’uomo la comprensione spirituale che gli permetterà di liberarsi dal mondo materiale. Nel varnasrama-dharma, il sannyasi (colui che è nell’ordine di rinuncia) è considerato la testa o il maestro spirituale di tutti i varna e gli asrama. È vero che il brahmana svolge il ruolo di maestro spirituale per i componenti degli altri tre varna — ksatriya, vaisya e sudra — ma il sannyasi, in cima all’istituzione del varnasrama, è il maestro spirituale anche del brahmana.

Abhaya: assenza di paura. Innanzitutto, il sannyasi dev’essere senza paura. Dovendo vivere da solo, senza alcun sostegno e senza la prospettiva di averlo in futuro, non può che dipendere totalmente dalla misericordia di Dio, la Persona Suprema. Chi si preoccupa ancora se sarà protetto una volta troncati i legami con la famiglia e la società, non dovrebbe accettare il sannyasa, l’ordine di rinuncia. Si deve essere fermamente convinti che Krishna la Persona Suprema, Si trova sempre nel cuore di ognuno nel Suo aspetto localizzato di Paramatma, quindi Egli vede e sa sempre tutto delle nostre intenzioni. Bisogna possedere anche una ferma fede, la sicurezza che Krishna, come Paramatma, protegge l’anima che si è abbandonata a Lui. Si deve pensare: “Non sono mai solo. Anche se andassi a vivere nel cuore della foresta più oscura, Krishna sarebbe con me e mi darebbe ogni protezione.” Colui che possiede questa convinzione è abhaya, senza paura. Tale stato d’animo è indispensabile al sannyasi.

Sattva-samsuddhi: purificazione dell’esistenza. Il sannyasi deve purificare la sua esistenza seguendo i numerosi princìpi stabiliti a questo fine. Il più importante consiste nella severa proibizione d’intrattenere relazioni con una donna. Al sannyasi è perfino vietato parlare con una donna in un luogo solitario. Sri Caitanya Mahaprabhu, il Signore in persona, diede l’esempio del sannyasi perfetto: quando Si trovava a Puri, i Suoi discepoli di sesso femminile non potevano avvicinarsi a Lui neanche per offrirGli i loro omaggi, ma erano invitate a prosternarsi tenendosi a una certa distanza. Non bisogna vedere in questo un’avversione per le donne; è solo un dovere del sannyasi non intrattenere relazioni con loro. Se vuole purificare la sua esistenza, l’uomo deve rispettare le regole prescritte per il varna e l’asrama a cui appartiene. Nel caso del sannyasi è severamente proibito intrattenere qualsiasi legame con le donne e possedere ricchezze per la gratificazione dei sensi. Sri Caitanya Mahaprabhu fu un sannyasi perfetto e durante la Sua vita fu estremamente severo nel Suo comportamento verso le donne. Sebbene sia considerato l’avatara più liberale perché accettava sotto la Sua protezione le anime più cadute, Egli seguiva rigidamente le regole e i princìpi del sannyasa per quanto riguarda la compagnia delle donne. Uno dei sui intimi discepoli, Chota Haridasa, sebbene vicino a Lui e ai Suoi intimi compagni, un giorno si lasciò sfuggire uno sguardo di cupidigia verso una giovane donna in presenza di Sri Caitanya Mahaprabhu. Egli era così severo che lo escluse subito dalla sua compagnia. Dopo l’incidente Sri Caitanya pronunciò queste parole: “Per un sannyasi, o per chiunque aspiri a liberarsi dalla schiavitù della materia e si sforzi di elevarsi alla natura spirituale per tornare a Dio, nella sua dimora originale, volgere lo sguardo verso i beni materiali e le donne (anche senza goderne, ma animato da questo desiderio), è un atto così condannabile che sarebbe meglio per lui suicidarsi piuttosto che conoscere desideri così illeciti.” Queste sono dunque le vie della purificazione.

Jnana-yoga-vyavastiti: sviluppo della conoscenza spirituale. Il compito del sannyasi è portare la conoscenza spirituale ai capi famiglia e a tutti coloro che hanno dimenticato che lo scopo della vita umana è avanzare sulla via spirituale. Per provvedere alle sue necessità, il sannyasi deve elemosinare di porta in porta, ma ciò non significa che sia un mendicante. L’umiltà è un’altra qualità della persona situata sul piano trascendentale, e per umiltà il sannyasi va di porta in porta più per visitare le famiglie e risvegliarle alla coscienza di Krishna che per mendicare. Questo è i dovere del sannyasi. Se un discepolo è veramente avanzato nella vita spirituale e il maestro spirituale gli chiede di farlo, deve predicare con intelligenza la coscienza di Krishna, altrimenti dovrebbe evitare di accettare il sannyasa. E se si accorge di essere entrato nell’ordine di sannyasa senza avere una conoscenza sufficiente, allora deve coltivare il sapere ascoltando gli insegnamenti di un maestro spirituale autentico. Il sannyasi, in conclusione, dev’essere situato nell’abhaya, l’assenza di paura, nella attva-samsuddhi, la purezza, e nel jnana-yoga, la conoscenza.

Dana: carità. Gli atti di carità sono in particolare per i grihastha. Gli uomini di famiglia, infatti, dovrebbero guadagnare onestamente la loro vita e devolvere metà dei loro guadagni a quelle istituzioni che si occupano di diffondere la coscienza di Krishna in tutto il mondo. La carità, infatti dev’essere offerta a uomini che ne sono degni. Come spiegherà in seguito la Bhagavd-gita, esistono diversi tipi di atti caritatevoli, quelli sotto l’influsso della virtù, della passione e dell’ignoranza. Nelle Scritture sono raccomandati gli atti di carità compiuti nella virtù, non quelli dettati dalla passione e dall’ignoranza, che sono un semplice spreco di denaro. L’unico scopo della carità dev’essere quello di aiutare a diffondere la coscienza di Krishna nel mondo. Questa è carità nella virtù.

Dama: il controllo di sé. È una qualità propria di tutti i varna, ma è soprattutto una qualità del grihasta. Sebbene viva in compagnia di una sposa, il grihastha deve astenersi dall’impiegare senza freno i suoi sensi nei piaceri sessuali. Egli è tenuto a osservare delle regole che riguardano anche la vita sessuale, che non deve avere altro fine se non la procreazione. E se il grihastha non ha intenzione di avere figli, gli sposi dovranno astenersi dai piaceri sessuali. Oggi gli uomini fanno uso di contraccettivi e di metodi ancora più abominevoli per godere dei piaceri sessuali senza doversi assumere la responsabilità che implica la nascita di un figlio. Questo non è certo un sintomo della natura divina, ma è un attributo demoniaco. Chiunque desideri avanzare sulla via spirituale, anche se è sposato, deve controllare la sua vita sessuale e generare della prole solo per servire Krishna. Se un uomo è sicuro che i suoi figli diventeranno coscienti di Krishna, può metterne al mondo anche centinaia, altrimenti è meglio non indulgere negli atti sessuali solo per godere del piacere dei sensi.

Yajna: il compimento di sacrifici. Anche questo è destinato in modo particolare al grihastha, perché richiede l’impiego di grandi ricchezze, che i membri degli altri varna — brahmacari, vanaprastha e sannyasi — non possiedono, vivendo di elemosine. Il grihastha deve compiere l’agnihotra-yajna, per esempio, come prescrivono le Scritture vediche. Ma questo sacrificio richiede ricchezze tali che oggi nessuno potrebbe eseguirlo. Perciò il migliore sacrificio per la nostra età, e anche l’unico raccomandato, è il sankirtana-yajna, il canto del maha-mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna, Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Questo è il più elevato e il meno costoso dei sacrifici; tutti possono adottarlo e trarne beneficio. La carità, il controllo dei sensi e l’esecuzione dei sacrifici sono dunque particolarmente desitinati al grihastha.

Svadhyaya: studio dei Veda. Questa qualità è propria del brahmacari, o studente. Egli deve evitare ogni associazione con donne; la sua vita dev’essere una vita di continenza e di assorbimento nello studio delle Scritture vediche al fine di coltivare la conoscenza spirituale.

Tapas, o austerità, è soprattutto destinato ai vanaprastha. Un uomo non deve rimanere un capofamiglia per tutta la vita, ma deve sempre ricordare che la vita spirituale comporta quattro tappe: il brahmacarya, il grihastha, il vanaprastha e il sannyasa. Perciò, dopo essere stato grihastha, un uomo di famiglia, dovrà prepararsi a vivere in un luogo solitario. Dei cent’anni della sua vita, venticinque vanno al brahmacarya, agli studi, venticinque al grihastha, alla vita di famiglia, venticinque al vanaprastha, alla vita ritirata, e gli ultimi venticinque al sannyasa, alla vita di rinuncia. Queste sono le norme disciplinari della vita spirituale nella società vedica. L’uomo che lascia la vita di famiglia deve praticare l’austerità del corpo, della mente e della lingua; ciò che costituisce il tapasya. In realtà, questo tapasya è raccomandato per tutte le divisioni del varnasrama-dharma. Senza tapasya, o austerità, nessuno può ottenere la liberazione. La Bhagavad-gita, come ogni altro Testo vedico, non raccomanda quelle teorie secondo cui non ci sarebbe alcun bisogno di austerità, ma si potrebbe tranquillamente continuare ogni sorta di speculazioni. Queste teorie sono invenzioni di pseudo-spiritualisti interessati solo ad accrescere il numero dei loro seguaci. Non appena si tratta di seguire certe regole, certe restrizioni, la gente improvvisamente diventa restia. Perciò quelli che vogliono solo fare discepoli e mirano a far brillare le loro glorie in nome della spiritualità, non osservano né fanno osservare ai loro studenti alcun principio regolatore. Ma questi metodi non sono approvati dai Veda.
Quanto alla semplicità, non dev’essere un principio solo per i membri di un particolare asrama, ma per ogni uomo, che sia brahmacari, grihastha, vanaprastha o sannyasi. Tutti devono vivere nella più grande semplicità.

Ahimsa: non violenza. Significa non interrompere l’evoluzione di nessun essere vivente. Non si deve credere che poiché la scintilla spirituale non muore mai e sopravvive anche quando il corpo muore, non ci sia niente di male nel massacrare gli animali per mangiarseli. Oggi la gente preferisce nutrirsi di carne animale, nonostante abbia a disposizione grandi quantità di cereali, frutta e latte. In realtà, non c’è alcun bisogno di abbattere gli animali. E nessuno fa eccezione a questa regola. Se non ci fosse altra scelta, si potrebbe uccidere un animale in caso di necessità, ma si dovrebbe dapprima offrirlo in sacrificio. L’uomo desideroso di avanzare nella realizzazione spirituale non deve, in nessun caso, fare violenza agli animali quando il nutrimento è in abbondanza. La vera ahimsa consiste nel non frenare lo sviluppo di un essere, di qualunque specie esso sia. Gli animali, trasmigrando da una certa evoluzione, ma se un animale viene ucciso, il suo progresso è rallentato. Infatti, prima di elevarsi alla specie animale superiore dovrà ritornare nella specie che ha prematuramente lasciato per completarvi il suo dovuto numero di giorni o di anni. Non si deve dunque rallentare l’evoluzione degli animali solo per soddisfare il proprio palato. Questa è l’ahimsa.

Satyam: veridicità. Consiste nel non deformare la verità a scopi personali. Certi passi delle Scritture vediche sono difficili da comprendere e la spiegazione del loro contenuto e della loro finalità dev’essere ricevuta da un maestro spirituale autentico. Questa è la giusta via per capire i Veda. Il termine sruti sottolinea che si deve ascoltare la conoscenza da un’autorità in materia. Non si devono interpretare le Scritture per qualche motivo personale. Ci sono numerosi commenti della Bhagavad-gita che deformano il significato del Testo originale. Ogni parola dev’essere presentata con il suo vero significato, e da un maestro spirituale autentico.

Akrodha: controllo della collera. Bisogna tollerare le provocazioni, perché se la collera scoppia tutto il corpo ne viene contaminato. La collera è il frutto della passione e della lussuria, perciò chi ha superato le tre influenze della natura materiale deve riuscire a liberarsene.

Apaisunam: avversione per la critica. Significa non ricercare difetti negli altri o correggerli senza necessità. Chiamare “ladro” un ladro non può ovviamente ritenersi una critica, ma dare del ladro a un uomo onesto è una grave offesa per chi progredisce sul sentiero della vita spirituale 

Hri: modestia. Si deve dar prova di riservatezza ed evitare di compiere azioni detestabili.

Acapalam: determinazione. L’uomo determinato non si lascerà turbare o scoraggiare nei suoi sforzi, qualunque siano i risultati. Un tentativo può anche fallire, ma invece di affliggersene bisogna continuare a sforzarsi con pazienza e determinazione.

Tejas: vigore. È una qualità propria degli ksatriya a cui è richiesta una grande forza per poter proteggere i deboli. Essi non devono pretendere di essere non violenti; se la violenza si rivela necessaria, devono farne uso. Ma una persona che è in grado di piegare il nemico, può, in certe condizioni, mostrare il perdono. Può scusare le offese minori.

Saucam: purezza. Non deve limitarsi al corpo e alla mente, ma estendersi anche ai rapporti con gli altri. Si riferisce particolarmente ai vaisya, o commercianti, che non dovrebbero mai impegnarsi in compravendite clandestine.

Nati-manita: non aspettarsi onori. È una qualità del sudra, il comune lavoratore, membro del varna che il codice vedico classifica ultimo. Il sudra non deve inorgoglirsi vanamente o ricercare onori, ma deve rimanere nelle giuste norme del suo stato sociale. È anche suo dovere mostrare rispetto ai componenti dei varna superiori, per mantenere l’ordine sociale.

Tutte queste qualità sono spirituali, di natura divina. Ognuno deve svilupparle, secondo il varna e l’asrama a cui appartiene. Così, anche se la condizione materiale è causa di sofferenza, queste qualità, sviluppate con la pratica, possono gradualmente elevare l’uomo da qualsiasi posizione del varnasrama-dharma al livello più alto della realizzazione spirituale.





VERSO 4

dambho darpo ’bhimanas ca
krodhah parusyam eva ca
ajnanam cabhijatasya
partha sampadam asurim


dambhah: orgoglio; darpah: arroganza; abhimanah: vanità; ca: e krodhah: collera; parusyam: durezza; eva: certamente; ca; e; ajnanam: ignoranza; ca: e; abhijatasya: di colui che è nato; partha: o figlio di Pritha; sampadam: le qualità; asurim: della natura demoniaca.



TRADUZIONE

Orgoglio, arroganza, presunzione, collera, rudezza e ignoranza sono le qualità caratteristiche degli uomini di natura demoniaca, o figlio di Pritha.



SPIEGAZIONE

In questo verso è descritta la via verso l’inferno. Gli uomini demoniaci vogliono dare una dimostrazione di fede e di avanzamento nella scienza spirituale, ma non ne seguono neppure i princìpi. Sono sempre arroganti e orgogliosi di aver ricevuto un certo tipo di educazione o di possedere tante ricchezze. Desiderano essere adorati ed esigono il rispetto sebbene non ispirino alcun rispetto. Per un nonnulla si arrabbiano e parlano in modo offensivo. Non sanno ciò che dev’essere fatto e ciò che non dev’essere fatto. Agiscono in modo capriccioso, seguendo i loro desideri, e non conoscono nessuna autorità. Essi portano con sé questi attributi demoniaci fin dai primi istanti della loro vita nel corpo, nel grembo stesso della madre, e crescendo manifestano tutte queste qualità di cattivo augurio.





VERSO 5

daivi sampad vimoksaya
nibandhayasuri mata
ma sucah sampadam daivim
abhijato ’si pandava


daivi: trascendentali; sampat: beni; vimoksaya: destinati alla liberazione; nibandhaya: per la prigionia; asuri: qualità demoniache; mata: sono considerate; ma: non; sucah: preoccuparti; sampadam: beni; daivim: trascendentali; abhijatah: nato; asi: tu sei; pandava: o figlio di Pandu.



TRADUZIONE

Le qualità divine portano alla liberazione, mentre le qualità demoniache portano alla schiavitù. Ma non temere, figlio di Pandu, tu si nato con qualità divine.



SPIEGAZIONE

Sri Krishna incoraggia Arjuna affermando che lui non è nato con qualità demoniache. La presenza di Arjuna nella battaglia non è segno di una natura demoniaca, poiché si preoccupa tanto di valutarne i pro e i contro. Egli si domanda se persone rispettabili come Bhisma e Drona debbano essere uccise, perciò non agisce sotto l’influsso della collera, del falso prestigio o della durezza. La sua natura, dunque, non è demoniaca. Per uno ksatriya, un guerriero, scagliare frecce sul nemico è trascendentale, mentre trascurare di compiere questo dovere è demoniaco. Arjuna, dunque, non ha alcun motivo di lamentarsi. Chiunque osservi i princìpi regolatori dei differenti ordini di vita è situato sul piano trascendentale.





VERSO 6

dvau bhuta-sargau loke ’smin
daiva asura eva ca
daivo vistarasah prokta
asuram partha me srinu


dvau: due; bhuta-sargau: esseri viventi creati; loke: nel mondo; asmin: questo; daivah: divino; asurah: demoniaco; eva: certamente; ca: e; daivah: il divino; vistarasah: a lungo; proktah: detto; asuram: il demoniaco; partha: o figlio di Pritha; me: da Me; srinu: ascolta ora.



TRADUZIONE

O figlio di Pritha, in questo mondo esistono due categorie di esseri creati, gli uni divini e gli altri demoniaci. Ti ho già parlato a lungo delle qualità divine, ora ascolta da Me gli attributi demoniaci.



SPIEGAZIONE

Sri Krishna ha rassicurato Arjuna dicendogli che è nato con le qualità divine, e ora gli descrive la via demoniaca. Gli esseri condizionati in questo mondo sono divisi in due categorie. I primi, nati con le qualità divine, fanno una vita regolata, seguono cioè le Scritture e le autorità in campo spirituale. In effetti, ognuno dovrebbe compiere il proprio dovere alla luce di Scritture autentiche: chi agisce così è definito divino. I secondi, invece, coloro che non osservano i princìpi regolatori enunciati dalle Scritture ma agiscono in modo capriccioso, sono chiamati asura, o esseri demoniaci. L’unico metro di giudizio è dunque l’obbedienza ai princìpi regolatori delle Scritture. Infatti, le Scritture affermano che tutti, esseri celesti ed esseri demoniaci discendono da Prajapati; l’unica differenza è che gli uni si sottomettono alle regole vediche e gli altri no.





VERSO 7

pravrittim ca nivrittim ca
jana na vidur asurah
na saucam napi cacaro
na satyam tesu vidyate


pravrittim: agendo in modo corretto; ca: anche; nivrittim: non agendo in modo scorretto; ca: anche; nivrittim: non agendo in modo scorretto; ca: e; janah: persone; na: mai; viduh: sanno; asurah: di qualità demoniaca; na: mai; saucam: pulizia; na: né; api: anche; ca: e; acarah: comportamento; na: mai; satyam: verità; tesu: in loro; vidyate: c’è.



TRADUZIONE

Le persone demoniache non sanno ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare . In loro non c’è purezza, né comportamento corretto, né veridicità.



SPIEGAZIONE

In ogni società umana civilizzata si trova, fin dalle origini, un insieme di regole scritturali che servono da guida per la società; ciò e vero, in particolare, per gli arya, termine che si riferisce a coloro che adottano la coltura vedica e per questo sono considerati le persone civili più evolute. Invece, coloro che non seguono le regole delle Scritture sono detti demoni, e il nostro verso lo conferma descrivendo la natura demoniaca, caratterizzata da ignoranza e da avversione nei confronti di ogni regola indicata nelle Scritture. La maggior parte delle persone demoniache non ha alcuna conoscenza di queste regole, e i pochi che le conoscono non hanno alcun desiderio di osservarle. Sono privi di fede e rifiutano di agire in accordo con le regole vediche. Non sono puliti, né internamente, né esternamente. Si deve sempre aver cura di mantenere il corpo pulito, facendo il bagno e lavandosi i denti, radendosi, cambiando i vestiti, e così via. Quanto alla purezza interna, si ottiene ricordando costantemente i santi nomi di Dio col canto del maha-mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna, Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama, Rama, Hare Hare. Agli uomini demoniaci non piacciono questi princìpi di purezza interna ed esterna, perciò non li seguono.

Le regole di condotta sono racchiuse nelle Scritture, specialmente nella Manu-samhita, che contiene le leggi della razza umana ed è ancora oggi seguita dagli indù. Le leggi che regolano l’eredità dei beni e molte altre leggi hanno origine da questo testo. Tra l’altro esso prescrive che le donne non devono agire in modo indipendente perché sono come bambini. Questo, naturalmente, non significa che debbano essere trattate come schiave. Infatti, limitare la libertà di un bambino non vuol dire considerarlo uno schiavo. Gli uomini demoniaci hanno abbandonato questa regola e credono che uomo e donna debbano godere della stessa libertà. Ma è facile notare che i loro tentativi non hanno migliorato la situazione sociale del mondo. In realtà, la donna deve sempre avere accanto qualcuno in grado di proteggerla: il padre durante l’infanzia, il marito durante la giovinezza e la maturità, e i figli, ormai adulti, durante la vecchiaia. Questa è secondo la Manu-samhita, la giusta condotta sociale. L’educazione attuale, invece, ha artificialmente creato il presuntuoso concetto di femminismo; perciò il matrimonio, nella società moderna, non è altro che un’utopia. E non si può neppure dire che oggi la condizione morale della donna sia eccellente. Gli uomini demoniaci rifiutano tutte le norme positive per la società; poiché non approfittano dell’esperienza dei grandi saggi, né seguono le regole che essi hanno prescritto, le loro condizioni sociali diventano sempre più miserevoli.





VERSO 8

asatyam apratistam te
jagad ahur anisvaram
aparaspara-sambhutam
kim anyat kama-haitukam


asatyam: irreale; apratistam: senza fondamento; te: essi; jagat: la manfestazione cosmica; ahuh: dicono; anisvaram: senza controllore; aparaspara: senza causa; sambhutam: sorti; kim anyat: non vi è altra causa; kama-haitukam: è dovuto soltanto alla lussuria.



TRADUZIONE

Dicono che questo mondo è irreale, privo di fondamento e di un Dio che lo controlli; dicono che è un prodotto soltanto dal desiderio sessuale e non ha altra causa che la lussuria.



SPIEGAZIONE

Gli uomini demoniaci giungono alla conclusione che questo mondo è solo fantasmagoria. Per loro non esiste né causa, né effetto, né un maestro, né uno scopo: tutto è irreale. Sostengono che la manifestazione cosmica derivi da fenomeni “naturali” e dalle loro interazioni, e che tutto avvenga per caso. Non considerano mai la possibilità che il mondo sia stato creato da Dio con uno scopo ben preciso. Hanno la loro propria teoria: il mondo si è creato da solo, perciò non c’è motivo di credere che alla sua origine si trovi un Dio. Non esiste, per loro, alcuna differenza tra materiale e spirituale; come potrebbero dunque accettare l’Essere spirituale supremo? Tutto non è che materia, l’universo intero non è che una massa bruta d’ignoranza. Secondo loro ogni cosa è vuoto e qualsiasi manifestazione esistente è dovuta alla nostra incapacità di percezione. Danno per scontato che ogni manifestazione di diversità è soltanto un’esibizione d’ignoranza. E per dimostrarlo dicono: “L’uomo crea in sogno mille forme illusorie, ma quando si sveglia capisce che esistevano soltanto in sogno.” 

Sostengono dunque che “la vita è un sogno”, ma non per questo sono meno esperti nell’arte di godere di questo sogno! Così, invece di acquisire la conoscenza, si rinchiudono sempre più nel loro mondo di sogni. Essi pensano che come un bambino nasce semplicemente dal rapporto sessuale, così questo mondo è stato creato senza alcun’anima. Per loro, solo una combinazione di elementi materiali ha prodotto gli esseri viventi, non è possibile che esista un’anima. Come numerose creature nascono senza alcuna causa dalla traspirazione o dalla putrefazione di un corpo, così credono che tutto ciò vive sia prodotto dagli elementi del mondo materiale combinati insieme. Così, sempre secondo loro, la natura materiale costituisce l’unica causa della manifestazione materiale. Essi non accordano nessuna fede alle parole di Krishna quando dice nella Bhagavad-gita (9.10), mayadhyaksena prakritih suyate sa-caracaram: “L’intero universo materiale si muove sotto la mia direzione.” In breve, questi uomini demoniaci sono privi dell’esatta conoscenza sulla creazione del mondo, ma ognuno di loro possiede a questo proposito qualche teoria di sua invenzione. Ai loro occhi, tutte le interpretazioni dei Testi sacri si equivalgono, perché essi non credono nell’esistenza di una norma per comprendere le Scritture.





VERSO 9

etam dristim avastabhya
nastatmano ‘lpa-buddhayah
prabhavanty ugra-karmanah
ksayaya jagato ‘hitah


etam: questa; dristim: visione; avastabhya: accettando; nasta: avendo perso; atmanah: se stessi; alpa-buddhayah: i meno intelligenti; prabhavanti: producono; ugra-karmanah: impegnati in attività dolorose; ksayaya: per la distruzione; jagatah: del mondo; ahitah: non benefiche.



TRADUZIONE

Sulla base di tali conclusioni, gli uomini demoniaci, smarriti e privi di intelligenza, s’impegnano in attività dannose e ignobili destinate alla distruzione del mondo.



SPIEGAZIONE

Gli uomini demoniaci si dedicano ad attività che portano il mondo alla distruzione. Il Signore afferma in questo verso che essi hanno un’intelligenza inferiore. I materialisti, infatti, incapaci di concepire l’esistenza di Dio, credono di avanzare sulla via del “progresso”, mentre in realtà, secondo la Bhagavad-gita, sono privi d’intelligenza e di ogni buon senso. Nel tentativo affannoso di godere al massimo in questo mondo, escogitano sempre qualcosa di nuovo che appaghi i loro sensi. Sebbene considerate sintomo di progresso, le loro invenzioni, purtroppo, provocano soltanto un rapido aumento della violenza e della crudeltà, verso gli animali come verso gli uomini. Gli uomini demoniaci ignorano totalmente il giusto comportamento da adottare nei rapporti col prossimo; e il massacro di animali è per loro una cosa normale. Sono considerati nemici del mondo, perché finiranno con l’inventare o creare lo strumento che causerà la distruzione di tutti gli esseri. Indirettamente, questo verso prevede le armi atomiche che oggi sono l’orgoglio del mondo intero. Da un momento all’altro può scoppiare una guerra e queste armi nucleari, esplodendo, creeranno il caos. L’unico scopo di queste invenzioni è distruggere il mondo, come indica questo verso. Questi ordigni compaiono nella società umana a causa dell’empietà della gente, e il loro scopo non è certo quello di condurre il mondo alla pace e alla prosperità.





VERSO 10

kamam asritya duspuram
dambha-mana-madanvitah
mohad grihitvasad-grahan
pravartante ’suci-vratah


kamam: lussuria; asritya: prendendo rifugio in; duspuram: insaziabile; dambha: di orgoglio; mana: e falso prestigio; mada-anvitah: assorti nel concetto; mohat: dall’illusione; grihitva: prendendo; asat: temporanee; grahan: cose; pravartante: prosperano; asuci: all’impurità; vratah: votati.



TRADUZIONE

Gli uomini demoniaci, preda dell’illusione, si rifugiano in una lussuria insaziabile e nella presunzione dell’orgoglio e del falso prestigio. Attratti da ciò che è temporaneo, sono sempre spinti verso attività malsane.



SPIEGAZIONE

La mentalità demoniaca è descritta in questo verso. La cupidigia degli uomini che ne sono schiavi non è mai saziata, anzi essi continuano a vedere i loro insaziabili desideri di godimento materiale moltiplicarsi senza fine. Stretti nella morsa dell’illusione, non si stancano di accettare cose effimere, anche se ne derivano un’angoscia continua. Privi di conoscenza, non sono neppure consapevoli di camminare nella direzione sbagliata. Accettano l’effimero, e su questa base si costruiscono il loro Dio, per il quale compongono i loro propri inni, che cantano poi a modo loro. Due sono le cose che li affascinano sempre più: godere del piacere sessuale e ammucchiare ricchezze materiali. Sottolineiamo qui l’importanza del termine asuci-vratah. “doveri o regole di vita malsana” poiché questi uomini demoniaci sono interessati solo al vino, alle donne, al gioco e a consumo di carne: queste sono le loro abitudini malsane (asuci). Spinti dall’orgoglio e dal falso prestigio inventano di tutto punto i loro “princìpi religiosi” che sono approvati dalle Scritture vediche. Anche se sono persone del tutto detestabili, la società le orna, artificialmente, di una fama ingannevole, e sebbene siano destinati ad andare all’inferno si credono molto avanzati.


VERSI 11-12

cintam aparimeyam ca
pralayantam upasritah
kamopabhoga-parama
etavad iti niscitah

asa-pasa-satair baddah
kama-krodha-parayanah
ihante kama-bhogartham
anyayenartha-sancayan


cintam: paure e ansie; aparimeyam: senza limiti; ca: e; pralaya-antam: al punto della morte; upasritah: rifugiandosi; kama-upabhoga: gratificazione dei sensi; paramah: l’obbiettivo più alto della vita; etavat: così; iti: in questo modo; niscitah: si assicurano; asa-pasa: impigliati in una rete di desideri; sataih: a centinaia; baddhah: essendo legati; kama: di lussuria; krodha: e collera; parayanah: situati sempre nella mentalità; ihante: desiderano; kama: lussuria; bhoga: piacere dei sensi; artham: con l’obiettivo di; anyayena: illegalmente; artha: di ricchezze; sancayan: l’accumulo.



TRADUZIONE

Essi< credono che la gratificazione dei sensi sia la necessità primaria della civiltà umana, così fino a termine dei loro giorni vivono in un’ansia senza limiti. Impigliati in una rete di desideri, immersi nella lussuria e nella collera, accumulano denaro con mezzi illeciti per soddisfare i sensi.



SPIEGAZIONE

Gli uomini demoniaci credono che il fine ultimo della vita sia il piacere dei sensi, e continuano a crederlo fino al momento della morte. Non credono nella vita dopo la morte, né che l’essere si rivesta di differenti tipi di corpi, determinati dal suo karma, cioè dalle sue azioni in questo mondo. I progetti per l’avvenire, che essi sfornano uno dopo l’altro senza tregua, non si concludono ma. Una volta abbiamo conosciuto un uomo che in punto di morte chiese al medico di prolungargli la vita di altri quattro anni per poter completare certi suoi progetti. Questo sciocco ignorava, come i suoi simili, che un medico non ha il potere di prolungare la vita neanche di un solo istante. Quando il momento del trapasso si avvicina i desideri d chi muore non sono presi in considerazione. Le leggi della natura non gli concedono nemmeno un istante di più del tempo che gli spetta.

L’uomo demoniaco, che non ha in fede in Dio o nell’Anima Suprema che Si trova in lui, si abbandona a ogni sorta di atti colpevoli al solo fine di godere. Non sa che nel suo cuore si trova un testimone: l’Anima Suprema, che osserva l’anima individuale in tutte le sue azioni. Le Scritture vediche, e più precisamente le Upanisad, spiegano che ci sono due uccelli su un albero: l’uno, attivo, gode e soffre dei frutti dell’albero, mentre l’altro lo osserva. Purtroppo l’uomo di natura demoniaca non ha alcuna conoscenza delle Scritture vediche né alcuna fede in esse; si sente dunque libero di agire a modo suo per la soddisfazione dei sensi e poco gli importano le conseguenze delle sue azioni.





VERSI 13-15

idam adya maya labdam
imam prapsye manoratham
idam astidam api me
bhavisyati punar dhanam

asau maya hatah satrur
hanisye caparan api
isvaro ’ham aham bhogi
siddho ’ham balavan sukhi

adhyo ’bhijanavan asmi
ko ’nyo ’sti sadriso maya
yaksye dasyami modisya
ity ajnana-vimohitah


idam: questo; adya: oggi; maya: da me; labdham: guadagnato; imam: questo; prapsye: otterò; manah-ratham: secondo i miei desideri; idam: questo; asti: c’è; idam: questo; api: anche; me: mio; bhavisyati: aumenterà nel futuro; punah: di nuovo; dhanam: ricchezza; asau: quella; maya: da me; hatah: è stato ucciso; satruh: nemico; hanisye: ucciderò; ca: anche; aparan: altri; api: certamente; isvarah: il signore; aham: io sono; aham: io sono; bhogi: il beneficiario; siddhah: perfetto; aham: io sono; bala-van: potente; sukhi: felice; adyah: ricco; abhijana-van: circondato da parenti aristocratici; asmi: io sono; kah: chi; anyah: altro; asti: c’è; sadrisah: come; maya: me; yaksye: sacrificherò; dasyami: offrirò in carità; modisye: godrò; iti: così; ajnana: dall’ignoranza; vimohitah: illuso.



TRADUZIONE

L’uomo demoniaco pensa: “Oggi possiedo tuta questa ricchezza e secondo i miei piani ne otterrò ancora di più. Ora tutto questo è mio e domani avrò di più, sempre di più. Quell’uomo era un mio nemico e io l’ho ucciso e anche gli altri nemici saranno a loro volta uccisi. Io sono il padrone di tutto, sono colui che gode di tutto. Sono perfetto, potente e felice. Sono l’uomo più ricco e sono attorniato da una parentela aristocratica. Non esiste nessuno potente e felice come me. Compirò sacrifici, farò la carità e così potrò godere.” Ecco come queste persone sono sviate dall’ignoranza.





VERSO 16

aneka-citta-vibhranta
moha-jala-samavritah
prasaktah kama-bhogesu
patanti narake ’sucau


aneka: numerose; città: da ansie; vibhrantah: perplessi; moha: di illusioni; jala: da una rete; sanmavritah: circondati; prasaktah: attaccati; kama-bhogesu: alla gratificazione dei sensi; patanti: scivolano giù; narake: nell’inferno; asucau: impuro.



TRADUZIONE

Così, agitato da molteplici ansie e imprigionato in una rete d’illusioni, si attacca tanto fortemente al piacere dei sensi che scivola verso le regioni infernali.



SPIEGAZIONE

L’uomo demoniaco vorrebbe arricchirsi all’infinito. Tutti i suoi pensieri sono concentrati a valutare il suo patrimonio e a fare imbrogli per farlo fruttare sempre di più. A questo scopo non esita ad agire in modo equivoco, a introdursi in mercati clandestini che promettono piaceri illeciti. È invaghito dei beni che già possiede: la famiglia, la terra, la casa, il conto in banca, e pensa continuamente al modo di farli crescere in numero o in valore. Ha fiducia solo nelle proprie capacità e ignora che tutti i suoi beni sono il frutto delle azioni virtuose compiute nel passato. non immagina affatto le cause remote che gli permettono oggi di accumulare tanti beni, ma è convinto che siano il risultato dei suoi sforzi. L’uomo demoniaco crede quindi nella potenza della sua opera personale, ma non nella legge karma. Secondo questa legge si nasce in una famiglia nobile, si diventa ricchi, si riceve una buona educazione, si gode di una grande bellezza solo grazie agli atti virtuosi compiuti nel passato. Ma l’uomo demoniaco pensa che tutto questo gli capiti per caso o grazie alle proprie capacità. Non concepisce nessuna intelligenza dietro la varietà di persone, di bellezza e di educazione. Chiunque entri in competizione con lui diventa suo nemico. Numerosi sono gli uomini demoniaci e ognuno è un nemico per gli altri. Questa ostilità si espande gradualmente: si stabilisce dapprima tra persone, poi tra famiglie, poi tra società e infine tra nazioni. Così il mondo intero diventa teatro di conflitti perpetui, di guerre e ostilità.

Queste persone demoniache pensano che sia permesso vivere alle spalle di tutti. Generalmente si credono Dio, l’Essere Supremo, e tra loro, certi “filosofi” demoniaci predicano così ai loro seguaci: “Perché cercate Dio altrove? Tutti voi siete Dio! Liberi di agire come vi pare e piace! Perché credere in un altro Dio? Sbarazzatevi di Dio. Dio è morto.” Questi sono i discorsi degli uomini demoniaci.

Un uomo demoniaco può vedere molti uomini ricchi e influenti quanto lui o perfino più di lui, ciò nonostante continuerà a credere che nessuno lo eguagli in ricchezza e in potenza. Per ciò che riguarda l’elevazione ai sistemi planetari superiori, egli non crede nel compimento degli yajna (sacrifici), ma pensa che inventando il suo proprio metodo di yajna e mettendo a punto qualche missile sarà in grado di raggiungere il pianeta celeste di sua scelta. Il miglior esempio di un simile uomo demoniaco fu Ravana. Egli propose alla gente di costruire una scala gigantesca fino ai pianeti celesti, affinché chiunque potesse raggiungerli senza dover compiere i sacrifici prescritti dai Veda. Seguendo le sue orme, gli uomini di natura demoniaca si sforzano di raggiungere i sistemi planetari superiori con mezzi meccanici. Ciò dimostra il grado di confusione e d’illusione di cui parla il nostro verso. Così facendo, questi uomini scivolano verso le regioni infernali senza neppure saperlo. Soffermiamoci sulle parole moha-jala. Jala significa “rete”; come pesci presi in una una rete, gli uomini demoniaci non hanno possibilità di sfuggire alla rete d’illusioni che li avvolge.





VERSO 17

atma-sambhavitah stabdha
dhana-mana-madanvitah
yajante nama-yajnais te
dambhenavidhi-purvakam


atma-sambhavitah: soddisfatto di sè; stabdhah: imprudente; dhana-mana: di ricchezze e falso prestigio; mada: nell’illusione; anvitah: assorti; yajante: compiono sacrifici; nama: soltanto di nome; yajnaih: con sacrifici; te: essi; dambhena: a causa dell’orgoglio; avidhi-purvakam: senza seguire regole e norme.



TRADUZIONE

Compiaciuto di sé, sempre arrogante, sviato dalla ricchezza e dal falso prestigio, talvolta per orgoglio compie sacrifici che non sono tali solo di nome, senza seguire alcun principio e alcuna regola.



SPIEGAZIONE

A volte gli uomini demoniaci compiono pseudo-riti religiosi o sacrificali, considerando se stessi come l’unica realtà, senza preoccuparsi degli insegnamenti delle Scritture e di persone autorevoli. Poiché rifiutano di accettare ogni autorità spirituale sono pieni di arroganza. Questo è il frutto illusorio generato dall’accumulo di ricchezza e dal falso prestigio. Talvolta questi uomini demoniaci assumono il ruolo di predicatori e sviano le folle, diventando famosi come riformatori religiosi o manifestazioni divine. Fingono di compiere sacrifici, rendono culto a un essere celeste o si creano un Dio su misura. Le masse li proclamano Dio e li adorano, gli stolti li considerano persone avanzate nei princìci della conoscenza spirituale. Indossano l’abito del sannyasi, ma si dedicano a ogni sorta di atti infami senza preoccuparsi delle restrizioni che deve seguire un vero sannyasi, ma si dedicano a ogni sorta di atti infami senza preoccuparsi delle restrizioni che deve seguire un vero sannyasi, una persona che ha rinunciato al mondo. Sono convinti che la strada giusta sia quella che ognuno crea e che non esista una via stabilita che tutti devono seguire. In questo verso le parole avidhi-purvakam, mettono in rilievo l’indifferenza di questi uomini demoniaci verso ogni regola e ogni principio. All’origine di questa indifferenza c’è sempre l’ignoranza e l’illusione.





VERSO 18

ahankaram balam darpam
kamam krodham ca samsritah
mam atma-para-dehesu
pradvisanto ‘bhyasuyakah


ahankaram: falso ego; balam: forza; darpam: orgoglio; kamam: lussuria; krodham: collera; ca: anche; samsritah: avendo preso rifugio in; mam: Me; atma: nei loro; para: e in altrui; dehesu: corpi; pradvisantah: bestemmiando; abhyasuyakah: invidiosi.



TRADUZIONE

Poiché si rifugiano nel falso ego, nella prepotenza, nell’orgoglio, nella lussuria e nella collera, i demoni diventano invidiosi di Dio, la Persona Suprema, che risiede nel loro stesso corpo e in quello degli altri, e bestemmiano la vera religione.



SPIEGAZIONE

Poiché l’uomo demoniaco è sempre ostile alla suprmazia di Dio, detesta credere nelle Scritture. È invidioso delle Scritture e dell’esistenza di Dio, la Persona Suprema. Questo è il risultato del suo pseudo-prestigio, della sua ricchezza e della sua potenza. Ignora che la sua vita presente è la preparazione per la vita successiva, perciò prova invidia verso se stesso e verso gli altri e fa violenza al proprio corpo e a quello altrui. Poiché è privo di conoscenza, disprezza il controllo sovrano della Persona Suprema. Invidioso delle Scritture e di Dio, inventa false tesi per negare l’esistenza di Dio e rifiuta l’autorità delle Scritture. In ogni sua azione si crede indipendente e onnipotente, e poiché è convinto che nessuno lo eguagli in forza, potere o ricchezza, pensa di poter fare sempre come vuole, senza che qualcuno possa impedirglielo. Se incontra un nemico capace di frenarlo nella sua scalata al piacere dei sensi è pronto a elaborare ogni sorta di progetti per schiacciarlo, esibendo così la propria potenza.





VERSO 19

tan aham dvisatah kruran
samsaresu naradhaman
ksipamy ajasram asubhan
asurisv eva yonisu


tan: coloro; aham: Io; dvisatah: invidiosi; kruran: malvagi; samsaresu: nell’oceano dell’esistenza materiale; nara-adhaman: i più degradati tra gli uomini; ksipami: getto; ajasram: per sempre; asubhan: infausti; asurisu: demoniaci; eva: certamente; yonisu: nei grembi.



TRADUZIONE

Gli invidiosi e i malvagi, i più degradati tra gli uomini, Io li getto per sempre nell’oceano dell’esistenza materiale tra le varie specie di vita demoniaca.



SPIEGAZIONE

Questo verso indica chiaramente che la funzione di collocare un’anima individuale in un determinato corpo di materia è una prerogativa della Volontà Suprema. L’uomo demoniaco può anche non essere d’accordo nel riconoscere la supremazia del Signore Supremo e può agire secondo i suoi capricci, ma le condizioni della sua prossima vita saranno decise dal Signore Supremo e non da lui.
Il terzo Canto dello Srimad-Bhagavatam spiega che l’anima incarnata è posta, dopo la morte del corpo, nell’utero di una madre, dove si riveste di un particolare tipo di corpo sotto la direzione di una potenza superiore. Così nel cuore dell’esistenza materiale si evolvono innumerevoli forme di vita — bestie, insetti, uomini e altre ancora — tutte progettate da questa potenza superiore. Esse non sono evidentemente dovute al caso. È chiaro quindi da questo verso che gli esseri demoniaci saranno costretti perpetuamente a rinascere tra i demoni; continueranno così a conservare la loro natura invidiosa e rimarranno sempre i più degradati tra gli uomini. Sempre pieni di cupidigia e di odio, violenti e sempre sporchi, ci fanno ricordare le bestie della giungla.





VERSO 20

asurim yonim apanna
muddha janmani janmani
mam aprapyaiva kaunteya
tato yanty adhamam gatim


asurm: demoniache; yonim: specie; apannah: ottenendo; mudhah: gli sciocchi; janmani janmani: di nascita in nascita; mam: Me; aprapya: senza raggiungere; eva: certamente; kaunteya: o figlio di Kunti; tatah: in seguito; yanti: vanno; adhamam: condannata; gatim: destinazione.



TRADUZIONE

Rinascendo vita dopo vita nelle specie demoniache, o figlio di Kunti, tali persone non riescono mai ad avvicinarmi a Me. A poco a poco sprofondano in condizioni di esistenza sempre più abominevoli.



SPIEGAZIONE

Tutti sanno che Dio ha una misericordia infinita, ma questo verso afferma che Egli non la mostra mai alla gente demoniaca. È delineata qui la sorte di questi uomini: vita dopo vita, inesorabilmente, entreranno nel grembo di esseri altrettanto demoniaci. Privati così della misericordia del Signore, affondano sempre più e finiscono in corpi di cani, di gatti, di maiali e simili. È evidente che questi uomini demoniaci non hanno praticamente nessuna possibilità di ricevere, nel presente come nel futuro, la misericordia di Dio. Anche i Veda affermano che tali esseri si degradano a poco a poco fino a diventare cani e maiali. Forse qualcuno obietterà che Dio non dovrebbe essere considerato infinitamente misericordioso se rifiuta la Sua grazia agli esseri demoniaci. In risposta, il Vedanta-sutra c’informa che il Signore non prova odio per nessuno. L’atto di porre gli asura, o demoni nelle forme più basse di vita è realtà un altro aspetto della Sua misericordia. Accade talvolta che gli asura vengano uccisi dal Signore, ma questo è un beneficio per loro, perché come insegnano i Testi vedici, chiunque sia ucciso dal Signore ottiene la liberazione. Nella storia ci sono numerosi esempi di asura, come Ravana, Kamsa, Hiranyaksipu, ai quali il Signore apparve, in una delle Sue diverse forme, al solo fine di annientarli: La misericordia di Dio, scende anche sugli asura, se hanno la fortuna di essere uccisi da Lui.





VERSO 21

tri-vidham narakasyedam
dvaram nasanam atmanah
kamah krodhas tatha lobhas
tasmad etat trayam tyajet


tri-vidham: di tre generi; narakasya: di inferno; idam: questo; dvaram: porta; nasanam: che distrugguno; atmanah: il sé; kamah: lussuria; krodhah: collera; tatha: e anche; lobhah: avidità; tasmat: perciò; etat: queste; trayam: tre; tyajet: devono essere abbandonate.



TRADUZIONE

Sono tre le porte che conducono a questo inferno: la lussuria, la collera e l’avidità. Ogni uomo sano di mente dovrebbe allontanarsene perché esse portano alla degradazione dell’anima.



SPIEGAZIONE

Questo verso descrive le origini della vita demoniaca. L’uomo cerca di soddisfare la propria lussuria, e se non vi riesce è preso dalla collera e dall’avidità. Per questo motivo l’uomo sano, che non vuole cadere nelle specie demoniache, deve cercare di sbarazzarsi di questi tre nemici, capaci di “uccidere”, di soffocare l’anima, fino a toglierle ogni possibilità di liberarsi dalle reti dell’esistenza materiale.





VERSO 22

etair vimuktah kaunteya
tamo-dvarais tribhir narah
acaraty atmanah sreyas
tato yati param gatim


etaih: da queste; vimuktah: liberato; kaunteya: o figlio di Kunti; tamah-dvaraih: dalle porte dell’ignoranza; tribhih: di tre forme; narah: una persona; acarati: compie; atmanah: per il sé; sreyah: benedizione; tatah: in seguito; param: alla suprema; gatim: destinazione.



TRADUZIONE

L’uomo che ha saputo evitare queste tre porte dell’inferno, o figlio di Kunti, si dedica ad attività che favoriscono la realizzazione spirituale e gradualmente raggiunge la destinazione suprema.



SPIEGAZIONE

Bisogna stare bene in guardia contro questi tre nemici della vita umana: la lussuria, la collera e l’avidità. Più l’uomo se ne libera e più la sua esistenza è purificata. Può allora seguire le regole e i princìpi delle Scritture vediche. Seguendo questi principi regolatori della vita umana, si eleva gradualmente al piano della realizzazione spirituale, e in seguito, se è abbastanza fortunato da arrivare alla coscienza di Krishna, avrà i successo assicurato.

I Testi vedici raccomandano la via dell’azione interessata attraverso cui l’uomo potrà giungere allo stadio di purificazione. L’essenziale è che si liberi dalla lussuria, dalla collera e dall’avidità. Con la conoscenza acquisita potrà in seguito elevarsi fino al più alto livello di realizzazione spirituale, che trova la perfezione nel servizio devozionale. Nel servizio di devozione l’anima condizionata è sicura di essere liberata. Perciò il sistema vedico rispetta l’istituzione delle varnasrama, la divisione della società in quattro varna e asrama, che costituiscono rispettivamente le categorie di lavoro e le tappe della vita spirituale. In ciascuno di questi varna e asrama esistono princìpi e regole, e chi può osservarli si eleverà automaticamente al più alto livello di realizzazione spirituale e raggiungerà senza dubbio la liberazione.





VERSO 23

yah sastra-vidhim utsrijya
vartat kama-karatah
na sa siddhim avapnoti
na sukham na param gatim


yah: chiunque; sastra-vidhim: le regole delle Scritture; utsrijya: abbandonando; vartate: resta; kama-karatah: agendo a capriccio nella lussuria; na: mai; sah: egli; siddhim: perfezione; avapnoti: raggiunge; na: mai; sukham: felicità; na: mai; param: il supremo; gatim: stadio di perfezione.



TRADUZIONE

Chi invece rifiuta le ingiunzioni della Scritture per agire secondo proprio capriccio non raggiunge né la perfezione né la felicità, né la destinazione suprema.



SPIEGAZIONE

Come abbiamo già detto, le istruzioni degli sastra, o sastra-vidhi, sono particolari per ogni varna e asrama. Questi princìpi e regole degli sastra devono essere seguiti da tutti. Colui che non li osserva e agisce per capriccio, spinto dalla lussuria, dalla collera e dall’avidità, non arriverà mai alla perfezione in questa vita. In altre parole, si può avere una conoscenza teorica di questi princìpi, ma chi non li applica nella propria vita dev’essere considerato l’ultimo degli uomini. Una volta giunto alla forma umana, si suppone che l’essere diventi sano di mente e sia capace di seguire le norme che gli sono date per elevarsi alla posizione più alta; ma se trascura di osservarli si degraderà. Tuttavia, anche se osserva queste regole e questi princìpi morali ma non arriva a conoscere il Signore Supremo, tutta la conoscenza che avrà potuto acquisire sarà stata inutile. Deve perciò elevarsi gradualmente al livello della coscienza di Krishna, del servizio di devozione; solo là, infatti, gli sarà possibile raggiungere la perfezione più alta.

Le parole kama-karatah sono molto significative. C’insegnano che un uomo che infrange coscientemente le regole agisce spinto dalla lussuria. Sa bene che alcune azioni sono proibite, ma le fa ugualmente; e sa che altre azioni devono essere compiute. Questo significa agire secondo il proprio capriccio. Tali uomini saranno condannati dal Signore Supremo, e non possono raggiungere la perfezione a cui è destinata la forma umana. La forma umana, infatti, deve servire a purificare l’esistenza, e chiunque rifiuti di osservarne le regole e i princìpi non può né purificarsi né trovare la vera felicità.





VERSO 24

tasmac chastram pramanam te
karyakarya-vyavasthitau
jnatva sastra-vidhanoktam
karma kartum iharhasi


tasmat: perciò; sastram: le Scritture; pramanam: la prova; te: tuo; karya: dovere; akarya: e attività proibite; vyavasthitau: nel determinare; jnatva: conoscendo; sastra: delle Scritture; vidhana: le regole; uktam: come dichiarate; karma: attività; kartum: fare; iha: in questo mondo; arhasi: dovresti.



TRADUZIONE

Dovresti dunque determinare ciò che è dovere e ciò che non lo è alla luce dei princìpi contenuti nelle Scritture. Conoscendo queste regole, dovresti agire in modo da poterti elevare gradualmente.



SPIEGAZIONE

Come insegnava il quindicesimo capitolo, l’unico scopo di tutte le regole e le austerità dei Veda è farci conoscere Krishna. Colui che alla luce della Bhagavad-gita comprende la natura di Krishna e si stabilisce nella coscienza di Krishna impegnandosi nel servizio devozionale, ha già raggiunto la più alta perfezione della conoscenza rivelata dalle Scritture vediche. Sri Caitanya Mahaprabhu, il Signore stesso, ha reso molto facile questo metodo: chiedeva a tutti semplicemente di cantare Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare, di servire il Signore con amore e devozione e gustare i resti del cibo offerto alle murti. Si deve vedere in colui che s’impegna in queste attività devozionali qualcuno che ha già studiato tutti i Testi vedici e ne è arrivato alla perfetta conclusione. Naturalmente l’uomo che non è situato nella coscienza di Krishna, nel servizio di devozione, deve imparare a distinguere, a partire dai precetti vedici, ciò che deve e non deve fare. Egli deve agire secondo queste norme senza metterle in discussione. Questo è ciò che significa osservare i princìpi degli sastra, delle Scritture. Gli sastra sono liberi dalle quattro imperfezioni proprie dell’anima condizionata: avere sensi imperfetti, essere soggetti all’illusione, commettere errori e avere la tendenza a ingannare gli altri. Queste quattro imperfezioni impediscono all’essere condizionato di formulare da sé regole o principi validi. Perciò le regole e i princìpi contenuti negli sastra, che trascendono queste imperfezioni, sono accettati così come sono da tutti i grandi santi, acarya e mahatma.

In India esistono numerose scuole di filosofia spirituale, che si dividono generalmente in due gruppi: impersonalista e personalista. Tuttavia, gli adepti di entrambe queste scuole regolano la loro vita secondo i princìpi dei Veda, altrimenti sarebbe impossibile elevarsi alla perfezione. Per questo motivo, colui che coglie veramente il significato degli sastra è considerato la persona più fortunata.

Il rifiuto dei princìpi che conducono a conoscere Dio, la Persona Suprema, costituisce, nella società umana, la causa di tutti i problemi. Proprio in questo rifiuto risiede la più grave offesa che l’essere possa commettere. Come conseguenza di questa offesa, maya, l’energia materiale del Signore Supremo, impone alle anime condizionate una delusione dopo l’altra, sotto forma dei tre tipi di sofferenza. Questa energia materiale si compone delle tre influenze della natura materiale. Chi vuole iniziare il cammino verso la conoscenza del Signore Supremo deve elevarsi almeno fino alla virtù, altrimenti rimarrà nella passione e nell’ignoranza, le due influenze che si trovano alla base dell’esistenza demoniaca. Gli uomini dominati dalla passione e dall’ignoranza deridono le Scritture, deridono i sadhu, gli uomini santi, deridono perfino l’atteggiamento necessario a comprendere il Signore Supremo. Trascurano gli insegnamenti del maestro spirituale e ignorano le regole degli sastra. Anche se sentono parlare delle glorie del servizio di devozione, non ne sono attratti. Preferiscono seguire la “via di elevazione” che essi stessi hanno elaborato. Questi sono dunque alcuni dei difetti della società umana, che conducono gi uomini a un’esistenza demoniaca. Ma chi è in grado di accettare la guida di un maestro spirituale autentico, capace di condurlo al sentiero dell’elevazione, al livello superiore, vedrà la sua vita coronarsi di successo.



Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul sedicesimo capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “Natura divina e natura demoniaca.”



NOTE 

1. Questi dieci princìpi consistono in riti, o sacrifici purificatòri (samskara), che santificano l’uomo nelle diverse fasi della sua vita. Il primo fra tutti, il garbhadhana-samskara è compiuto all’istante del concepimento. La cerimonia in cui si dà il nome al neonato, l’iniziazione ricevuta da un maestro spirituale autentico e il matrimonio sono altri esempi di questi metodi di purificazione. 







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