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LA
BHAGAVAD-GITA
COSI'
COM'E' DI SWAMI PRABHUPADA |
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Capitolo
17.
LE
DIVISIONI DELLA FEDE.
VERSO 1
arjuna uvaca
ye sastra-viddhim utsrijya
yajante sraddhayanvitah
tesam nistha tu ka krisna
sattvam aho rajas tamah
arjunah uvaca: Arjuna disse, ye: coloro che; sastra-viddhim: le regole delle Scritture; utsrijya: abbandonando; yajante: adorano; sraddhaya: piena fede; anvitah: possessori di; tesam: di loro; nistha: la fede; tu: ma; ka: che cosa; krisna: o Krishna; sattvan: in virtù; aho: o anche; rajah: in passione; tamah: in ignoranza.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
O Krishna, qual è la condizione di coloro che non seguono i princìpi delle Scritture, ma si dedicano a un culto di loro invenzione? Sono situati in virtù, in passione o in ignoranza?
SPIEGAZIONE
Il verso trentanove del quarto capitolo insegnava che l’uomo di fede, che si dedica a una particolare forma di adorazione, viene gradualmente elevato al livello della conoscenza e raggiunge la più alta forma di pace e prosperità. Il sedicesimo capitolo concludeva affermando che colui che trascura di seguire i princìpi stabiliti dalle Scritture è un asura, o demone, al contrario di colui che li osserva con fede, il deva, o persona virtuosa. Qual è dunque la condizione di colui che segue con fede princìpi o regole che non sono menzionate nelle Scritture? Krishna vuole dissipare questo dubbio di Arjuna. L’adorazione di chi fa di un uomo qualunque un Dio considerandolo l’oggetto della sua fede, appartiene alla virtù, alla passione, o all’ignoranza? È possibile, così facendo, raggiungere la perfezione dell’esistenza? Possono conoscere il successo coloro che non seguono i princìpi e le regole delle Scritture, ma hanno fede in qualcuno, uomo o essere celeste, e ne fanno l’oggetto della loro adorazione? Ecco le domande che Arjuna rivolge a Krishna.
VERSO 2
sri-bhagavan uvaca
tri-viddha bhavati sraddha
dehinam sa svabhava-ja
sattviki rajasi caiva
tamasi ceti tam srinu
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema disse; tri-viddha: di tre tipi; bhavati: diventa; sraddha: la fede; dehinam: dell’essere incarnato; sa: quello; sva-bhava-ja: secondo l’influenza della natura che lo controlla; sattviki: nell’influenza della virtù; rajasi: nell’influenza della passione; ca: anche; eva: certamente; tamasi: nell’influenza dell’ignoranza; ca: e; iti: cosi; tam: ciò; srinu: ascolta da Me.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
Secondo l’influenza materiale che l’essere incarnato subisce, la fede può appartenere alla virtù, alla passione o all’ignoranza. Ascolta ciò che ti dico a questo proposito.
SPIEGAZIONE
Quegli uomini che pur conoscendo i princìpi regolatori enunciati nelle Scritture non li osservano, per pigrizia o per indolenza, cadono sotto il dominio delle tre influenze della natura materiale. Secondo le loro attività precedenti, compiute nella virtù, nella passione o nell’ignoranza, essi acquisiscono un carattere, una natura particolare. Fin dai primi istanti in cui entra in contatto con la natura materiale, l’essere vivente non smette mai di essere alle prese con le influenze materiali. Egli riveste così, secondo il loro influsso specifico, una mentalità particolare. Ma gli è possibile modificare questa mentalità se avvicina un maestro spirituale autentico e vive secondo i suoi insegnamenti e secondo quelli delle Scritture. Gradualmente, egli potrà così passare dall’ignoranza o dalla passione alla virtù. In conclusione, una fede cieca, chiusa nella sfera di una particolare influenza materiale, non è di alcun aiuto a chi vuole elevarsi fino alla perfezione. Bisogna sempre considerare le cose con attenzione, con intelligenza, in compagnia di un maestro spirituale autentico. Soltanto così si può progredire verso un’influenza materiale più elevata.
VERSO 3
sattvanurupa sarvasya
sraddha bhavati bharata
sraddha-mayo ‘yam puruso
yo yac-chraddhad sa eva sah
sattva-anurupa: secondo l’esistenza; sarvasya: di ognuno; sraddha: fede; bhavati: diventa; bharata: o figlio di Bharata; sraddha: fede; mayah: piena di; ayam: questo; purusah: essere vivente; yah: chiunque; yat: avendo la quale; sraddhah: fede; sah: così; eva: certamente; sah: egli.
TRADUZIONE
O discendente di Bharata, secondo l’influenza materiale che domina la sua esistenza, l’essere sviluppa una forma particolare di fede. Si dice che l’essere vivente sia di questa o di quella fede secondo l’influenza materiale che subisce.
SPIEGAZIONE
Non c’è nessuno, qualunque sia la sua condizione, che non possieda una forma di fede. Questa fede diventa virtuosa, passionale o ignorante secondo la natura acquisita dall’uomo a contatto con le influenze materiali. Sempre secondo la natura della propria fede, si ricercherà la compagnia di questo o quel tipo di uomini. Ma la verità è ben diversa: ogni essere vivente, come insegna il quindicesimo capitolo, è in origine un frammento, o una parte integrante del Signore Supremo, al di là di tutte le influenze della natura materiale. Ma se egli dimentica la sua reazione con Dio, la Persona Suprema, ed entra in contatto con la natura materiale, nell’esistenza condizionata, allora vi determina la propria condizione, che dipende dal modo in cui egli avvicina gli svariati aspetti della natura materiale. La fede e il modo di vivere che derivano da questo condizionamento non possono essere che materiali, artificiali. Sebbene l’essere condizionato percepisca la vita in un certo modo e ne possieda una concezione materiale che lo spinge ad agire in una determinata maniera, egli rimane, per natura, nirguna, al di là della materia. Per ritrovare quindi la sua relazione col Signore Supremo deve purificarsi dalla contaminazione materiale che lo ha ricoperto. E l’unica via sicura che glielo permetterà è la coscienza di Krishna. Colui che è situato nella coscienza di Krishna si eleva senza alcun dubbio alla perfezione, mentre chi non s’incammina su questa via di realizzazione spirituale dovrà inevitabilmente vivere sotto il dominio delle tre influenze materiali.
La parola sraddha (fede) è qui particolarmente significativa. In realtà, la fede, sraddha, è sempre il risultato delle azioni compiute nella virtù. Che la fede sia risposta in un essere celeste, in un Dio fittizio o in qualche creazione mentale, essa generalmente, quando è forte, genera atti di virtù. Sappiamo, però che nessun’azione compiuta nell’esistenza condizionata, all’interno della natura materiale, può essere considerata pura. La virtù pura trascende la natura materiale e colui che vi si stabilisce può comprendere la vera natura di Dio, la Persona Suprema. Finché la fede non viene da questa virtù perfettamente pura, sarà soggetta alla contaminazione delle influenze materiali, che estendono la loro azione impura anche sul cuore. Perciò l’aspetto della fede è determinata dal modo in cui il cuore entra in contatto con una certa influenza materiale. Se un uomo ha il cuore toccato dalla virtù, la sua fede apparterrà alla virtù, se il suo cuore è nella passione, anche la sua fede sarà nella passione e se, infine il suo cuore è nelle tenebre dell’ignoranza, nell’illusione, anche la sua fede sarà contaminata da questa influenza. Si troveranno dunque differenti tipi di fede in questo mondo e differenti tipi di religione corrispondenti. Tuttavia, il vero principio della fede religiosa è situato nella virtù pura, ma poiché il cuore degli uomini è tinto dalle influenze materiali esiste una grande varietà di fedi, di religioni, e di conseguenza differenti forme di adorazione.
VERSO 4
yajante sattvika devan
yaksa-raksamsi rajasah
pretan bhuta-ganams canye
yajante tamasa janah
yajante: adorano; sattvikah: coloro che sono soggetti all’influenza della virtù; devan: esseri celesti; yaksa-raksamsi: demoni; rajasah: coloro che sono soggetti all’influenza della passione; pretan: gli spiriti dei morti; bhuta-ganan: fantasmi; ca: e; anye: altri; yajante: adorano; tamasah: nell’influenza dell’ignoranza; janah: la gente.
TRADUZIONE
Gli uomini situati nella virtù adorano gli esseri celesti, quelli soggetti alla passione adorano i demoni e quelli dominati dall’ignoranza adorano i fantasmi e gli spiriti.
SPIEGAZIONE
In questo verso, Dio, la Persona Suprema, descrive diversi tipi di adoratori, classificati secondo il loro comportamento. Le scritture insegnano che soltanto il Signore Supremo è degno di adorazione, ma gli uomini privi di una profonda conoscenza delle regole contenute nelle Scritture o privi di fede in esse, hanno diversi oggetti di adorazione secondo la particolare influenza materiale che essi subiscono. Coloro che sono situati nella virtù adorano generalmente gli esseri celesti, cioè Brahma, Siva e numerosi altri, come Indra, Candra e Vivasvan, il dio del sole. Essi ne adorano uno in particolare, secondo il fine che desiderano raggiungere. Coloro che sono dominati dalla passione adorano i demoni. Ci ricordiamo, a questo proposito, un uomo di Calcutta che durante la seconda guerra mondiale rendeva culto a Hitler, che provocando la guerra gli aveva permesso di accumulare una grossa fortuna col mercato nero. Come lui, coloro che sono avvolti dalla passione e dall’ignoranza, scelgono generalmente come Dio un uomo pieno di potere. Essi credono che si possa adorare chiunque come Dio senza che il risultato dell’adorazione cambi.
Da questo verso appare evidente che gli uomini dominati dalla passione creano e adorano simili “dèi”, mentre coloro che sono avvolti dalle tenebre dell’ignoranza adorano i morti e gli spiriti. Talvolta compiono la loro adorazione sulla tomba di qualche scomparso. Nell’ignoranza tenebrosa trova anche luogo il culto del sesso. Si può vedere in India, nei villaggi isolati, la gente che adora gli spettri. Noi stessi abbiamo visto che la gente ignorante si reca talvolta nella foresta per adorare un albero dove sa che vive uno spettro, e lì compie sacrifici. Questi tipi di adorazione non possono certamente essere paragonati all’adorazione di Dio. L’adorazione di Dio è destinata solo a coloro che hanno trasceso le tre influenze della natura materiale e si sono stabiliti nella virtù pura. Lo Srimad-Bhagavatam afferma, sattvam visuddham vasudeva-sabditam: ”Quando un uomo è situato nella virtù pura adora Vasudeva.” (S.B. 4.3.23) Ciò significa che soltanto colui che è interamente purificato dalla contaminazione delle tre influenze materiali ed è capace di trascenderle può adorare Dio, la Persona Suprema.
Gli impersonalisti, che dovrebbero essere guidati dalla virtù, adorano cinque differenti esseri celesti. Essi adorano anche il Visnu “impersonale”, cioè la forma di Visnu nell’universo materiale, detta Visnu nell’universo materiale, detta Visnu “filosofato”. Visnu è una manifestazione del Signore Supremo, ma poiché gli impersonalisti rifiutano di credere in Dio, la Persona Suprema, essi pensano che la forma di Visnu costituisca solo un altro aspetto del Brahman impersonale, e che Brahma rappresenti la forma dello stesso Brahman impersonale, ma sotto l’aspetto della passione. Essi considerano così cinque tipi di dèi da adorare, ma poiché credono che il Brahman impersonale sia l’unica verità, alla fine rifiutano ogni oggetto di adorazione. In conclusione, potremo liberarci dalle differenti influenze della natura materiale solo a contatto con coloro che le hanno già trascese.
VERSI 5-6
asastra-vihitam ghoram
tapyante ye tapo janah
dambhahankara-samyuktah
kama-raga-balanvitah
karsayantah sarira-stham
bhuta-gramam acetasah
mam caivantah sarira-stham
tan viddhy asura-niscayan
asastra: non nelle Scritture; vihitam: dirette; ghoram: dannose per altri; tapyante: si sottopongono; ye: coloro che; tapah: austerità; janah: persone; dambha: con orgoglio; ahankara: ed egoismo; samyuktah: impegnate; kama: di lussuria; raga: e attaccamento; bala: con la forza: anvitah: spinti; karsayantah: tormentando; sarira-stham: situato nel corpo; bhuta-gramam: la combinazione degli elementi materiali; acetasah: avendo una mentalità sviante; mam: Me; ca; anche; eva: certamente; antah: all’interno; sarira-stham: situato nel corpo; tan: loro; viddhi: comprendono; asura-niscayan: i demoni.
TRADUZIONE
Coloro che per orgoglio ed egotismo si sottopongono a severe austerità e penitenze non raccomandate nelle Scritture e, spinti dalla lussuria e dall’attaccamento, sono così insensati che torturano gli elementi materiali del corpo, e insieme l’Anima Suprema che dimora in loro, sappi che sono definiti demoni.
SPIEGAZIONE
Ci sono uomini che s’inventano le loro proprie austerità e penitenze senza preoccuparsi se sono menzionate o no nelle Scritture, per esempio, digiunare per servire un fine puramente materiale, politico o altro. Le Scritture, in realtà, raccomandano il digiuno che serve all’avanzamento sul sentiero spirituale, e non quello che si propone scopi politici o sociali. Secondo la Bhagavad-gita, gli uomini che si sottopongono a tali austerità, non confermate dai Testi vedici, sono certamente demoniaci. I loro atti vanno contro i princìpi delle Scritture e non sono benefici per l’umanità. In fondo, essi agiscono solo per orgoglio, falso ego, cupidigia e attaccamento ai piaceri materiali. Questi atti turbano non soltanto l’ordine degli elementi materiali che costituiscono il corpo, ma anche il Signore Supremo, che vive in persona all’interno del corpo. Questi digiuni e austerità non autorizzati, compiuti per qualche fine politico, sono senza dubbio fonte di grande disagio anche per gli altri. Inoltre, non si trovano menzionati in nessuna parte dei testi vedci.
Gli uomini demoniaci possono credere con questi metodi costringeranno il nemico o il partito opposto a cedere alle loro richieste, ma talvolta accade invece che essi muoiano durante questi digiuni. Queste pratiche non sono approvate da Dio, il Quale, al contrario, afferma che coloro che vi si sottopongono sono demoni. Esse rappresentano, in realtà, un insulto verso il Signore, poiché vanno contro le leggi enunciate nei Testi vedici. A questo proposito il termine acetasah indica che gli uomini dalla mente sana obbediranno alle regole delle Scritture, mentre coloro che non godono di un tale stato mentale trascureranno le Scritture per inventare il proprio metodo di ascesi e di penitenza. Non dimentichiamoci il destino che attende queste persone demoniache, così come lo descrive il capitolo precedente. Il Signore le costringe a rinascere nel grembo di persone altrettanto demoniache e a vivere, vita dopo vita, secondo princìpi demoniaci, ignorando tutto della loro relazione con Dio, la Persona Suprema. Ma se sono abbastanza fortunati da ottenere la guida di un maestro spirituale in grado di condurli verso la via della saggezza vedica, allora potranno uscire dalla loro prigionia e raggiungere infine lo scopo supremo.
VERSO 7
aharas tv api sarvasya
tri-vidho bhavati priyah
yajnas tapas tatha danam
tesam bhedam imam srinu
aharah: mangiando; tu: certamente; api: anche; sarvasya: di tutti; tri viddhah: di tre generi; bhavati: c’è; priyah: caro; yajnah: sacrificio; tapah: austerità; tatha: anche; danam: carità; tesam: di loro; bhedam: differenze; imam: questo; srinu: ascolta.
TRADUZIONE
Anche il cibo preferito da ogni persona appartiene a tre categorie che corrispondono alle tre influenze della natura materiale. Questo vale anche per i sacrifici, per le austerità e la carità. Ascolta ora ciò che li distingue.
SPIEGAZIONE
In conformità delle diverse influenze della natura materiale, diversi, e non tutti allo stesso livello, saranno i modi di mangiare, di compiere i sacrifici, di praticare le austerità e di fare la carità. Chi può comprendere in modo analitico quali appartengono a una certa influenza materiale e quali a un’altra, è il vero saggio, al contrario degli sciocchi che non sanno distinguere le diverse forme di cibo, sacrificio e carità. Ci sono “missionari” che insegnano che chiunque, agendo secondo il proprio capriccio, può raggiungere la perfezione, ma queste guide senza intelligenza vanno contro gli insegnamenti delle Scritture, si costruiscono il loro proprio modo di agire e così ingannano le masse.
VERSO 8
ayuh-sattva-balarogya-
sukha-priti-vivardhanah
rasyah snigdhah sthira hridya
aharah sattvika-priyah
ayuh: durata della vita; sattva: esistenza; bala: forza; arogya: salute; sukha: felicità; priti: e soddisfazione; vivardhanah: accrescimento; rasyah: succosi; snigdhah: grassi; sthirah: sostanziosi; hridyah: graditi al cuore; aharah: cibo; sattvika: per chi è in virtù; priyah: gustosi.
TRADUZIONE
I cibi graditi a coloro che sono situati nella virtù accrescono la durata della vita, purificano l’esistenza e danno forza e salute, felicità e soddisfazione. Questi alimenti sono succosi, grassi, sani e graditi al cuore.
VERSO 9
katv-amla-lavanaty-usna-
tiksna-ruksa-vidahinah
ahara rajasasyesta
duhkha-sokamaya-pradah
katu: amari; amla: acidi; lavana: salati; ati-usna: molto caldi; tiksna: piccanti; ruksa: secchi; vidahinah: brucianti; aharah: alimenti; rajasasya: per chi è situato nella passione; istah: gustosi; duhkha: sofferenza; soka: miseria; amaya: malattia; pradah: causando.
TRADUZIONE
I cibi troppo amari, troppo aspri, salati, piccanti, pungenti, secchi e bruciati sono e da chi è dominato dalla passione. Essi generano sofferenza, infelicità e malattia.
VERSO 10
yata-yamam gata-rasam
puti paryusitam ca yat
ucchistam api camedhyam
bhojanam tamasa-priyam
yata-yamam: cibi cotti tre ore prima di essere consumati; gata-rasam: privi di gusto; puti: maleodoranti; paryusitam: decomposti; ca: anche; yat: ciò che; ucchistam: resti del cibo mangiati da altri; api: anche; ca: e; amedhyam: intoccabile; bhojanam: mangiare; tamasa: a chi è situato nell’ignoranza; priyam: cari.
TRADUZIONE
Il cibo cotto più di tre ore prima di essere consumato, privo di gusto, decomposto e putrido, e il cibo costituito di avanzi e di cose intoccabili, piace a coloro che sono dominati dalla più oscura ignoranza.
SPIEGAZIONE
Le uniche funzioni del cibo sono quelle di accrescere la longevità, di purificare la mente e di dare al corpo salute e vigore. Grandi autorità in materia hanno scelto, nel passato, gli alimenti che soddisfano nel modo migliore queste esigenze, e che sono tra gli altri, i prodotti del latte, lo zucchero, il riso, il grano, la frutta e la verdura. Questi sono gli alimenti preferiti dagli uomini guidati dalla virtù. Altri, come il mais o la melassa, sebbene non molto saporiti, acquistano sapore se mischiati col latte o con altri alimenti della virtù, e raggiungono così la sfera della virtù. Tutti questi alimenti sono per natura puri, non hanno niente in comune con le sostanze “intoccabili”, impure, come la carne e i liquori. Gli alimenti grassi menzionati nel verso otto non hanno nessun rapporto con il grasso ricavato dall’abbattimento degli animali. I grassi animali sono reperibili nel latte, che è l’alimento migliore che ci sia. Il latte, il burro, il formaggio e altri simili prodotti forniscono grassi animali sotto una forma che esclude ogni necessità di uccidere creature innocenti. Soltanto una mentalità barbara permette che si continuino a massacrare gli animali. L’unico modo civile di ottenere le sostanze grasse necessarie all’uomo è quello di trarle dal latte. L’abbattimento degli animali è metodo proprio del sub-umano. Quanto alla proteine, si trovano abbondantemente nei ceci, nel dal (leguminosa simile alla soia), nel grano integrale e in molte leguminose.
Gli alimenti della passione, amari, troppo salati, troppo caldi o troppo speziati con peperoncino rosso, generano sofferenze perché producono una sovrabbondanza di muco nello stomaco, causa di varie malattie.
Gli alimenti dell’ignoranza tenebrosa sono generalmente quelli non freschi. Ogni cibo cotto più di tre ore prima di essere consumato appartiene alle tenebre dell’ignoranza ad eccezione del prasadam, cibo offerto dapprima al Signore. Essendo in decomposizione, questi alimenti emanano cattivi odori che spesso attirano gli uomini situati nell’ignoranza, ma tengono sempre lontani quelli situati nella virtù.
I resti del cibo possono essere consumati solo quando provengono da un pasto offerto dapprima al Signore Supremo o a uomini santi, specialmente al maestro spirituale. Altrimenti gli avanzi dei cibi appartengono all’ignoranza e non fanno che diffondere infezioni e malattie. Questi alimenti, sebbene estremamente graditi agli uomini avvolti dall’ignoranza, non attirano mai gli uomini situati nella virtù, che non li toccano neppure. Ma il cibo migliore è quello che si offre dapprima a Dio, il quale afferma nella Bhagavad-gita (9.26) di accettare le preparazioni di verdure, farina, latte e simili, quando Gli sono offerte con devozione (patram puspam phalam toyam). Naturalmente gli ingredienti più importanti per il Signore sono l’amore e la devozione che accompagnano l’offerta; ciò non toglie che il prasadam debba essere preparato con particolare cura. Qualsiasi cibo preparato in accordo con ciò che insegnano le Scritture a questo proposito e poi offerto a Dio, la Persona Suprema, può essere consumato anche molto tempo dopo che è stato cucinato, perché questo cibo è completamente spirituale. Perciò se si desidera rendere gli alimenti puri, “commestibili” e gustosi per tutti, si devono dapprima offrire a Dio, la Persona Suprema.
VERSO 11
aphalakanksbhir yajno
vidhi-disto ya ijyate
yastvayam eveti manah
samadhaya sa sattvikah
aphala-akanksbhih: da coloro che sono privi di desiderio per il risultato; yajnah: sacrificio; vidhi-distah: secondo le direttive delle Scritture; yah: il quale; ijyate: è compiuto; yastavyam: deve essere compiuto; eva: certamente; iti: così; manah: mente; samadhaya: fissando; sah: esso; sattvikah: nell’influenza della virtù.
TRADUZIONE
Tra i sacrifici, quello che si compie per dovere, secondo le regole delle Scritture e senza alcuna ricompensa, appartiene alla virtù.
SPIEGAZIONE
Quando la gente offre sacrifici è generalmente spinta da qualche motivazione personale; questo verso afferma invece che il sacrificio dev’essere compiuto per dovere, senza alcun desiderio personale. Per esempio, i riti praticati nei templi e nelle chiese sono generalmente motivati dal desiderio di qualche vantaggio materiale, perciò non appartengono alla virtù. Bisogna piuttosto andare al tempio o in chiesa per dovere, rendere il proprio omaggio a Dio, la Persona Suprema, offrirGli fiori, cibo e altri oggetti. Tutti credono invece che sia inutile andare al tempio solo per adorare Dio. Bisogna ricordare che le Scritture non raccomandano affatto l’adorazione che mira a ottenere dei beni materiali; si deve andare al tempio solo per offrire i propri omaggi alla murti. In questo modo saremo elevati al piano della virtù. Ogni uomo civile ha il dovere di obbedire alle leggi delle Scritture e offrire i suoi omaggi al Signore Supremo.
VERSO 12
abhisandhaya tu phalam
dambhartham api caiva yat
ijyate bharata-srestha
tam yajnam viddhi rajasam
abhisandhaya: desiderando; tu: ma; phalam: il risultato; dambha: orgoglio; artham: per il bene; api: anche; ca: e; eva: certamente; yat: ciò che; ijyate: è compiuto; bharata-srestha: o migliore dei Bharata; tam: quel; yajnam: sacrificio; viddhi: sappi; rajasam: nell’influenza della passione.
TRADUZIONE
Ma il sacrificio compiuto per qualche beneficio materiale o per orgoglio, sappi che appartiene alla passione, o migliore dei Bharata.
SPIEGAZIONE
A volte si compiono sacrifici e riti allo scopo di essere elevati ai pianeti celesti oppure per ottenere benefici materiali in questo mondo. Si dice che tali sacrifici o riti nascano dalla passione.
VERSO 13
vidhi-hinam asristannam
mantra-hinam adaksinam
sraddha-virahitam yajnam
tamasam paricaksate
vidhi-hinam: senza direttive delle Scritture; asrista-annam: senza distribuzione di prasadam; mantra-hinam: senza canto degli inni vedici; adaksinam: senza remunerazione ai sacerdoti; sraddha: fede; virahitam: senza; yajnam: sacrificio; tamasam: nell’influenza dell’ignoranza; paricaksate: deve essere considerato.
TRADUZIONE
E quel sacrificio compiuto senza alcuna fede, trascurando le direttive delle Scritture, senza distribuzione di prasadam [cibo spirituale], senza il canto degli inni vedici e senza remunerazione per i sacerdoti appartiene all’influenza dell’ignoranza.
SPIEGAZIONE
La fede che nasce dalle tenebre dell’ignoranza non è vera fede. Alcuni adorano gli esseri celesti al solo scopo di guadagnare del denaro, che poi spendono per il proprio piacere, trascurano i precetti delle Scritture. Queste non sono altro che dimostrazioni ritualistiche di pietà che non possono essere considerate vere. Sono immerse nelle tenebre dell’ignoranza, danno origine a una mentalità demoniaca e non sono di alcun beneficio per l’umanità.
VERSO 14
deva-dvija-prajna-
pujanam saucam arjavam
brahmacaryam ahimsa ca
sariram tapa ucyate
deva: del Signore Supremo; dvija: i brahmana; guru: il maestro spirituale; prajna: e personalità degne di adorazione; pujanam: adorazione; saucam: purezza; arjavam: semplicità; brahmacaryam: celibato; ahimsa: nonviolenza; ca: anche; sariram: che appartiene al corpo; tapah: austerità; ucyate: è detto essere.
TRADUZIONE
L’austerità del corpo consiste nell’adorare il Signore Supremo, i brahmana, il maestro spirituale e i superiori come il padre e la madre; inoltre nel mantenere la pulizia, la semplicità, il celibato e nel praticare la nonviolenza.
SPIEGAZIONE
Il Signore Supremo spiega qui le differenti forme di austerità e penitenza, cominciando con l’insegnare di quale natura è l’austerità del corpo. Essa consiste, tra l’altro, nell’offrire o imparare ad offrire i propri omaggi a Dio, ma anche agli esseri celesti, ai brahmana realizzati e qualificati, al maestro spirituale e a tutti coloro che sono nostri superiori, il padre, la madre e chiunque sia esperto nella conoscenza vedica. A ciascuno di loro si deve mostrare il dovuto rispetto. Imparare a purificarsi all’interno come all’esterno e diventare semplici nel proprio comportamento sono tutte pratiche necessarie. Non bisogna mai, inoltre, abbandonarsi ad attività che le Scritture non approvano, come la vita sessuale fuori del matrimonio. Le Scritture, infatti, prescrivono la vita sessuale solo all’interno del matrimonio: questa è “continenza”. Queste sono dunque le austerità e le penitenze che riguardano il corpo.
VERSO 15
anudvega-karam vakyam
satyam priya-hitam ca yat
svadhyayabhyasanam caiva
van-mayam tapa ucyate
anudvega-karam: non agitando; vakyam: parole; satyam: veraci; priya: cara; hitam: benefica; ca: anche; yat: che; svadhyaya: dello studio dei Veda; abhyasanam: pratica; ca: anche; eva: certamente; vak-mayam: della voce; tapah: austerità; ucyate: è detta essere.
TRADUZIONE
L’austerità della parola consiste nell’usare un linguaggio veritiero, gradevole, benefico, teso a non agitare gli altri, e anche nel recitare regolarmente i Testi vedici.
SPIEGAZIONE
Si deve evitare di pronunciare parole che possano agitare la mente altrui. Un maestro, naturalmente, deve dire tutta la verità per istruire i suoi discepoli, ma deve evitare di farlo con gli altri, se questo può provocare agitazione nella loro mente. Questo è un aspetto dell’austerità della parola. Bisogna anche astenersi dal dire sciocchezze. Colui che prende la parola in un circolo di spiritualisti deve convalidare le sue affermazioni con le Scritture, citandole immediatamente per confermare ciò che insegna. I suoi discorsi devono anche risultare gradevoli all’ascolto. Queste discussioni apportano grandissimo beneficio a chi vi prende parte e contribuiscono ad elevare la società umana. Le scritture vediche sono inesauribili e noi dobbiamo immergerci nel loro studio. Tutto questo appartiene all’austerità della parola.
VERSO 16
manah-prasadah saumyatvam
maunam atma-vinigrahah
bhava-samsuddhir ity etat
tapo manasam ucyate
manah-prasadah: soddisfazione della mente; saumyatvam: essendo liberi dalla duplicità verso gli altri; maunam: gravità; atma: del sé; vinigrahah: controllo; bhava: della proprio natura; samsuddhih: purificazione; iti: così; etat: questa; tapah: austerità; manasam: della mente; ucyate: è detta essere.
TRADUZIONE
Serenità, semplicità, gravità, controllo di sé e purificazione della propria esistenza sono le austerità della mente.
SPIEGAZIONE
Rendere austera la mente significa distaccarla dal piacere dei sensi. Si deve educarla in modo che pensi sempre bene altrui. La cosa migliore a questo fine è imporre alla mente la gravità di pensiero, cioè non lasciare mai che si allontani dalla coscienza di Krishna e si diriga sul piacere dei sensi. Per quanto riguarda la purezza, dobbiamo sapere che purificarci fin nel più profondo di noi stessi significa diventare coscienti di Krishna. La serenità, o soddisfazione della mente, si otterrà solo se ci allontaniamo da ogni pensiero di godimento materiale. Più pensiamo al nostro piacere, più la mente è insoddisfatta. Nell’età in cui viviamo, gli uomini concentrano inutilmente i loro pensieri sui vari modi di godere dei sensi, perciò è impossibile che raggiungano la pace della mente. La cosa migliore è volgere la mente verso gli Scritti vedici, come i Purana e il Mahabharata, che traboccano di racconti che possono soddisfarla. Si può rimanere assorti nella conoscenza benefica che contengono, e così purificarsi. Inoltre, la mente dev’essere liberata da ogni ipocrisia e impegnata in pensieri volti al bene di tutti: ecco ciò che s’intende per semplicità della mente. Si chiama gravità della mente, o silenzio, la concentrazione costante dei pensieri nella realizzazione spirituale, e in questo senso l’uomo cosciente di Krishna, che osserva rigorosamente questa pratica, è detto perfettamente silenzioso. Il controllo della mente, o il controllo do sé, consiste nel distaccare la mente dal godimento materiale. Quanto alla purezza della mente, come di tutta l’esistenza, viene dalla rettitudine morale, da un comportamento franco e diretto. L’insieme di tutte queste pratiche costituisce l’austerità della mente.
VERSO 17
sraddhaya paraya taptam
tapas tat tri-vidham naraih
aphalakanksibhir yuktaih
sattvikam paricaksate
sraddhaya: con fede; paraya: trascendentale; taptam: compiuta; tapah: austerità; tat: quella; tri-vidham: tre generi di; naraih: da uomini; aphalakanksibhih: che sono liberi dai desideri per il frutto; yuktaih: impegnati; sattvikam: nell’influenza della virtù; paricaksate: è chiamato.
TRADUZIONE
Questa triplice austerità, praticata con fede trascendentale da uomini che non aspirano a ottenere benefici materiali ma desiderano soddisfare il Supremo, appartiene alla virtù.
VERSO 18
satkara-mana-pujartham
tapo dambhena caiva yat
kriyate tad iha proktam
rajasam calam adhruvam
sat-kara: rispetto; mana: onore; puja: e adorazione; artham: nell’interesse di; tapah: austerità; dambhena: con orgoglio; ca: anche; eva: certamente; yat: la quale; kriyate: è compiuta; tat: quella; iha: in questo mondo; proktam: è detta; rajasam: nell’influenza della passione; calam: vacillante; adhruvan: temporanea.
TRADUZIONE
Ma le austerità compiute per orgoglio e al fine di ottenere rispetto, onore e venerazione sappi che appartengono all’influenza della passione. Esse non sono né stabili né permanenti.
SPIEGAZIONE
Austerità e penitenze sono talvolta compiute per attirare la gente e guadagnarsi il rispetto, l’onore e l’adorazione di tutti. Gli uomini dominati dalla passione cercano in vari modi di ottenere l’adorazione dei loro subordinati, e si lasciano lavare i piedi da loro e offrire delle ricchezze. Le austerità e le penitenze artificiali compiute a questo scopo appartengono alla passione. Si possono compiere per un certo tempo, ma non a lungo, e i loro frutti sono effimeri.
VERSO 19
mudha-grahenatmano yat
pidaya kriyate tapah
parasyotsadanartham va
tat tamasam udahritam
mudha: stupido; grahena: con sforzo; atmanah: del proprio sé; yat: che; pidaya: con la tortura; kriyate: è compiuto; tapah: austerità; parasya: agli altri; utsadana-artham: al fine di distruggere; va: o; tat: quello; tamasam: nell’influenza delle tenebre; udahritam: è detto essere.
TRADUZIONE
Le austerità compiute stupidamente torturando il sé, oppure allo scopo di ferire o distruggere gli altri, sappi che appartengono all’ignoranza.
SPIEGAZIONE
Ci sono numerosi esempi di penitenze stupide intraprese da esseri demoniaci, come quelle di Hiranyakasipu, che le compì per diventare immortale e annientare gli esseri celesti. Egli pregò Brahma di concedergli questi favori, ma alla fine morì ugualmente, ucciso dal Signore Supremo. Intraprendere un’ascesi per raggiungere l’impossibile è certo un segno d’ignoranza.
VERSO 20
datavyam iti yad danam
diyate ’nupakarine
dese kale ca patre ca
tad danam sattvikam smritam
datavyam: degna di essere data; iti: così; yat: ciò che ; danam: carità; diyate: è dato; anupakarine: senza corrispettivo; dese: in un luogo adatto; kale: al momento opportuno; ca: anche; patre: alla persona adatta; ca: e; tat: quella; danam: carità; sattvikam: sotto l’influenza della virtù: smritam: è considerata.
TRADUZIONE
La carità elargita per dovere, senza aspettarsi niente in cambio, nelle giuste condizioni di tempo e di luogo, e alla persona che ne è degna, appartiene alla virtù.
SPIEGAZIONE
Le Scritture vediche raccomandano che la carità sia diretta agli uomini impegnati in attività spirituali. Mai consigliano una carità fatta senza discriminazione. Lo scopo della carità dev’essere la perfezione spirituale. Perciò si consiglia di fare la carità in un luogo di pellegrinaggio e durante un’eclissi solare o lunare, o alla fine del mese, o a un brahmana qualificato, a un vaisnava (devoto del Signore), o in un tempio. Inoltre, non bisogna aspettarsi niente in cambio. Talvolta si fa la carità ai poveri, per compassione, ma se quei poveri non la meritano, non si riceverà alcun beneficio spirituale. In altre parole, la carità fatta senza discriminazione non è in accordo con i Testi vedici.
VERSO 21
yat tu pratyupakarartham
phalam uddisya va punah
diyate ca pariklistam
tad danam rajasam smritam
yat: ciò che; tu: ma; prati-upakara-artham: per avere qualcosa in cambio; phalam: un risultato; uddisya: desiderando; va: o; punah: di nuovo; diyate: è dato; ca: anche; pariklisam: malvolentieri; tat: quella; danam: carità; rajasam: nell’influenza della passione; smritam: è considerata.
TRADUZIONE
Ma la carità compiuta con la speranza di una ricompensa o col desiderio di godere di frutti che ne derivano, oppure fatta a malincuore, appartiene alla passione.
SPIEGAZIONE
A volte si fa la carità con lo scopo di elevarsi ai pianeti superiori oppure la si compie a stento e lascia anche dei rimorsi: “Perché ho dato via tanti soldi?” Può anche essere fatta per obbligo, alla richiesta di un superiore. Tutte queste forme di carità appartengono alla passione.
Esistono numerosi istituti di beneficenza che offrono i loro doni a organizzazioni che incoraggiano il piacere dei sensi. Le scritture vediche non raccomandano questi atti di carità, ma soltanto quelli che appartengono alla virtù.
VERSO 22
adesa-kale yad danam
apatrebhyas ca diyate
asat-kritam avajnatam
tat tamasam udahritam
adesa: in un luogo non purificato; kale: e in un momento non puro; yat: ciò che è; danan: carità; apatrebhyah: a persone indegne; ca: anche; diyate: è data; asat-kritam: senza rispetto; avajnatam: senza la giusta attenzione; tat: quella; tamasam: nell’influenza dell’ignoranza; udahritam: è detta essere.
TRADUZIONE
Infine, la carità fatta in tempi e luoghi inopportuni, a persone indegne, o compiuta in modo irrispettoso e sprezzante, appartiene all’ignoranza.
SPIEGAZIONE
Questo verso condanna le elemosine che incoraggiano l’intossicazione e il gioco d’azzardo. Esse appartengono all’ignoranza. Non solo tale carità non apporta alcun beneficio, ma spinge al peccato coloro che la ricevono. Anche la carità fatta a una persona che ne è degna, ma con atteggiamento irrispettoso e senza delicatezza che conviene, appartiene alle tenebre dell’ignoranza.
VERSO 23
om tat sad iti nirdeso
brahmanas tri-vidhah smritah
brahmanas tena vedas ca
yajnas ca vihitah pura
om: indicazione del Supremo; tat: quello; sat: eterno; iti: così; nirdesah: indicazione; brahmanah: del Supremo; tri-vidhah: triplice; smritah: è considerato; brahmanah: i brahmana; tena: con quello; vedah: la letteratura vedica; ca: anche; yajnah: sacrificio; ca: anche; vihitah: usato; pura: un tempo.
TRADUZIONE
Fin dall’inizio della creazione le tre sillabe om tat sat servono a designare la Suprema Verità Assoluta. Queste tre rappresentazioni simboliche erano usate dai brahmana per la soddisfazione del Supremo durante il canto degli inni vedici e il compimento di sacrifici.
SPIEGAZIONE
Abbiamo visto che il cibo, il sacrificio, l’austerità e la carità si dividono in tre categorie, che corrispondono alla virtù, alla passione e all’ignoranza. Che appartengano al primo, al secondo o al terzo gruppo, queste pratiche rimangono sempre condizionate, contaminate dalle tre influenze della natura materiale. Quando si orientano però verso l’Assoluto — l’om tat sat, Dio, la Persona Suprema, l’Eterno — diventano un mezzo di elevazione spirituale. E questo obiettivo si trova chiaramente espresso nei precetti delle Scritture. Le tre parole om tat sat indicano in modo particolare la Verità Assoluta, Dio, la Persona Suprema. La parola om, d’altronde, si trova costantemente negli inni vedici.
Chi agisce senza tener conto dei princìpi delle Scritture non giungerà mai alla Verità Assoluta. Otterrà qualche risultato temporaneo, ma non il vero fine della vita. Il sacrificio, l’austerità e la carità devono dunque essere compiuti nella virtù, altrimenti, se sono compiuti nella passione o nell’ignoranza, il loro valore sarà minimo. Le parole om tat sat sono pronunciate insieme con i santi nomi del Signore Supremo, come in om tad visnoh paramam padam. (Rig Veda 1.22.20) Ogni qualvolta si canta un inno vedico o il santo nome del Signore, si aggiunge l’om, come indicano i Testi vedici. Queste tre parole sono tratte dagli inni vedici. Om ity etad brahmano nedistam nama (Rig Veda) indica il primo scopo. Tattvam asi (Chandogya Upanisad 6.8.7) indica il secondo, e sad eva saumya (Chandogya Upanisad 6.2.1) il terzo. Combinati insieme diventano om tat sat. Un tempo, quando il primo essere creato, Brahma, compì sacrifici, pronunciò questi tre nomi di Dio, e questa pratica, trasmessa dalla successione dei maestri spirituali, è giunta fino a noi. Quest’inno, dunque, è pieno di significato. Perciò la Bhagavad —gita raccomanda che ogni opera sia compiuta per l’om tat sat, per Dio, la Persona Suprema. Chi pronuncia queste tre parole mentre compie il sacrificio, l’austerità o la carità, agisce nella coscienza di Krishna. La coscienza di Krishna consiste infatti nell’esecuzione scientifica di attività spirituali, che permettono agli esseri di ritornare a Dio, nella loro dimora originale. E chi agisce così, al di là delle influenze materiali, non spreca la sua energia.
VERSO 24
tasmad om ity udahritya
yajna-dana-tapah-kriyah
pravartante vidhanoktah
satatam brahma-vadinam
tasmat: perciò; om: cominciando con om; iti: così; udahhritya; indicando; yajna: di sacrificio; dana: carità: tapah: e austerità; kriyah: compimenti; pravartante: hanno inizio; vidhana-uktah: secondo le regole scritturali; satatam: sempre; brahma-vadinam: dei trascendentalisti.
TRADUZIONE
Perciò gli spiritualisti che intraprendono il compimento di sacrifici, di carità e penitenze secondo le regole delle Scritture iniziano sempre pronunciando l’om al fine di raggiungere il Supremo.
SPIEGAZIONE
Om tad visnoh paramam padam (Rig Veda 1.22.20): i piedi di loto di Visnu sono il luogo supremo della devozione. Chi agisce soltanto per la soddisfazione di Dio, la Persona Suprema, è sicuro di essere perfetto in tutti i suoi atti.
VERSO 25
tad ity anabhisandhaya
phalam yajna-tapah-kriyah
dana-kriyas ca vividhah
kriante moksa-kanksibhih
tat: quello; iti: così; anabhisandhaya: senza desiderare; phalam: il risultato dell’attività interessata; yajna: di sacrificio; tapah: e austerità; kriyah: attività; dana: di carità; kriyah: attività; ca: anche; vividhah: varie; kriante: sono fatte; moksa-kanksibhih: da coloro che desiderano veramente la liberazione.
TRADUZIONE
Liberi dal desiderio di attività interessate, si dovrebbe compiere varie forme di sacrificio, di austerità e carità pronunciando la parola tat. Il fine di queste attività trascendentali consiste nel liberasi dal condizionamento della materia.
SPIEGAZIONE
Chi desidera essere elevato al livello spirituale non deve cercare profitti materiali, ma deve agire al fine di ottenere il più prezioso dei beni: l’elevazione al regno spirituale, il ritorno a Dio, nella nostra dimora originale.
VERSI 26-27
sad-bhave sadhu-bhave ca
sad ity etat prayujyate
prasaste karmani tatha
sac-chabdah partha yujyate
yajne tapasi dane ca
sthitih sad iti cocyate
karma caiva tad-arthiyam
sad ity evabhidhiyate
sat-bhave: nel senso della natura del Supremo; sadhu-bhave: nel senso della natura del devoto; ca: anche; sat: il termine sat; iti: così; etat: questo; prayujyate: è usato; prasaste: autentiche; karmani: attività; tatha: anche; sat-sabdah: il suono sat; partha: o figlio di Pritha; yujyate: è usato;
yajne: in sacrificio; tapasi: in austerità; dane: in carità; ca: anche; sthitih: la situazione; sat: il Supremo; iti: così; ca: e; ucyate: è pronunciato; karma: azione; ca: anche; eva: certamente; tat: a quello; arthiyam: destinati; sat: il Supremo; iti: così; eva: certamente; abhidhiyate: è indicato.
TRADUZIONE
La Verità Assoluta è l’obiettivo del sacrificio devozionale ed è indicato col termine sat. Anche l’autore di questo sacrificio è definito sat, come anche l’atto di sacrificio, di austerità e di carità che, conformemente alla natura assoluta, sono compiuti per la soddisfazione della Persona Suprema, o figlio di Pritha.
SPIEGAZIONE
Le parole prasaste karmani, o “doveri prescritti”, indicano che ci sono numerose attività prescritte nei Testi vedici, attività che costituiscono altrettanti sistemi di purificazione, e hanno inizio col concepimento del bambino, e proseguono durante tutta l’esistenza dell’uomo fino alla fine della sua vita. Questi riti purificatòri sono eseguiti allo scopo di dare all’essere vivente la liberazione finale, e durante il loro compimento si raccomanda di fare vibrare le sillabe om tat sat. Per quanto riguarda le parole sad-bhave e sadhu-bhave, indicano il piano trascendentale. L’uomo che agisce nella coscienza di Krishna è chiamato sattva, e colui che ha piena conoscenza della natura degli atti compiuti nella coscienza di Krishna è chiamato sadhu. Lo Srimad-Bhagavatam (3.25.25) insegna che le questioni spirituali s’illuminano in compagnia dei devoti. Le parole usate a questo proposito sono: satam prasangat. La conoscenza trascendentale può essere acquisita solo attraverso la compagnia di persone spiritualmente elevate. Anche quando un maestro inizia un discepolo o gli offre il filo sacro, fa vibrare i suoni om tat sat. Similmente, in ogni compimento di yajna l’oggetto è il Supremo: om tat sat. Il termine tad-arthiyam può significare anche offrire servizio a qualsiasi cosa rappresenti il Supremo, e comprende il servizio di cucinare, prestare aiuto nel tempio e altre attività tese alla diffusione delle glorie del Signore. Le parole om tat sat sono dunque usate in molti modi per rendere perfetta ogni azione e rendere completa ogni cosa.
VERSO 28
asraddhaya hutam dattam
tapas taptam kritam ca yat
asad ity ucyate partha
na ca tat pretya no iha
asraddhaya: senza fede; hutam: offerto in sacrificio; dattam: dato; tapah: penitenza; taptam: eseguita; kritam: compiuta; ca: anche; yat: ciò che; asat: falsa; iti: così; ucyate: è detta essere; partha: o figlio di Pritha; na: mai; ca: anche; tat: quella; pretya: dopo la morte; na u: né; iha: in questa vita.
TRADUZIONE
Tutti i sacrifici, le austerità e le carità compiuti senza fede nel Supremo, o figlio di Pritha, sono temporanei. Sono definiti asat e sono inutili sia in questa vita sia nella prossima.
SPIEGAZIONE
Che si tratti di sacrificio, di austerità o di carità, tutto ciò che non è compiuto con un fine spirituale si rivela totalmente inutile. Perciò in questo verso si afferma il carattere abominevole di queste attività. Ogni cosa dev’essere compiuta per l’Essere Supremo, nella coscienza di Krishna. Privi di fede e della giusta guida, non si raccoglierà mai nessun frutto. Il consiglio di tutte le Scritture vediche è quello di porre la propria fede nell’Essere Supremo, e il fine di tutti i loro insegnamenti è quello di condurci a conoscere Krishna. Il consiglio di tutte le Scritture vediche è quello di porre la propria fede nell’Essere Supremo, e il fine di tutti i loro insegnamenti è quello di condurci a conoscere Krishna. Nessuno può arrivare al successo se non osserva questo princio. La cosa migliore sarà dunque agire nella coscienza di Krishna fin dall’inizio, sotto la guida di un maestro spirituale autentico. Così, ogni iniziativa avrà sicuramente successo.
Allo stato condizionato gli uomini sono inclini ad adorare gli esseri celesti, gli spettri o gli Yaksa (come Kuvera). La virtù è certamente superiore alla passione e all’ignoranza, ma chi sceglie direttamente la coscienza di Krishna supera completamente le tre influenze materiali. Esiste un processo graduale di elevazione, ma sarebbe meglio poter adottare direttamente la coscienza di Krishna, ricercando la compagna dei puri devoti. Questa è la via raccomandata nel diciassettesimo capitolo. Ma per conoscere il succeso si deve prima trovare un maestro spirituale autentico che guiderà la nostra formazione. Allora sarà possibile raggiungere la fede nell’Assoluto, nel Supremo. Questa fede, maturata col tempo, diventerà amore per Dio, meta ultima di tutti gli esseri. Si deve dunque adottare direttamente la coscienza di Krishna: questo è il messaggio del diciassettesimo capitolo.
Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul diciassettesimo capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “Le divisioni della fede.”
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