LA BHAGAVAD-GITA COSI' COM'E' DI SWAMI PRABHUPADA

 

 

Capitolo 18.

LA PERFETTA RINUNCIA.



VERSO 1

arjuna uvaca
sannyasasya maha-baho
tattvam icchami veditum
tyagasya ca hrisikesa
prithak kesi-nisudana


arjunah uvaca: Arjuna disse; sannyasasya: di rinuncia; maha-baho: Krishna dalle braccia potenti; tattvam: la verità; icchami: desidero; veditum: comprendere; tyagasya: di rinuncia; ca: anche; hrisikesa: o maestro dei sensi; prithak: differentemente; kesi-nisudana: o uccisore del demone Kesi.



TRADUZIONE


Arjuna disse:
O Signore dalle potenti braccia, uccisore del demone Kesi e maestro dei sensi, vorrei conoscere lo scopo della rinuncia [tyaga] e quello dell’ordine di rinuncia [sannyasa].



SPIEGAZIONE

In realtà, la Bhagavad-gita termina col diciassettesimo capitolo. Il diciottesimo costituisce un riassunto complementare di ciò che è stato detto nei diciassette capitoli precedenti. In ognuno di questi capitoli Sri Krishna ha messo in evidenza il fatto che il servizio di devozione al Signore è il fine supremo dell’esistenza. Questo è ciò che riassumerà il diciottesimo capitolo, definendo il servizio di devozione come la via più “confidenziale” della conoscenza. Già i primi sei capitoli mettono l’accento sul servizio di devozione, yoginam api sarvesam: “Di tutti gli yogi, o spiritualisti, colui che pensa sempre a Me nel suo cuore è il più grande.” I sei capitoli successivi sviluppano a loro volta l’idea del puro servizio di devozione, della sua natura e delle attività che esso comporta. Infine, il terzo gruppo di sei capitoli descrive, oltre al servizio di devozione, la conoscenza, la rinuncia e le azioni (di natura materiale), per arrivare alla conoscenza che ogni atto dev’essere compiuto in relazione col Signore, Visnu, la Persona Suprema, designato dalle parole om tat sat. In questa terza parte, la Bhagavad-gita stabilisce il servizio devozionale attraverso l’insegnamento e l’esempio degli acarya precedenti, e attraverso il Brahma-sutra, che ne fa lo scopo ultimo dell’esistenza, escludendo ogni altro fine. Alcuni impersonalisti pensano di detenere il monopolio della conoscenza sul Vedanta-sutra, mentre in realtà quest’opera serve a permettere la comprensione del servizio devozionale, poiché, come afferma il quindicesimo capitolo, il Signore stesso è il suo autore e conoscitore. Ogni Scrittura rivelata, ogni Veda, mira al servizio di devozione. Questo è l’insegnamento della Bhagavad-gita.

Con il secondo capitolo dà una sintesi dell’intera Bhagavad-gita, il diciottesimo ne riassume tutti gli insegnamenti. La rinuncia e l’elevazione al di là delle tre influenze della natura materiale sono indicati qui come lo scopo dell’esistenza. Arjuna si rivolge al Signore perché gli chiarisca il significato della rinuncia (tyaga) e dell’ordine di rinuncia (sannyasa), due temi ben distinti della Bhagavad-gita.
Nel verso, le parole “Hrisikesa” e “Kesi-nisudana”, con cui Arjuna si rivolge al Signore Supremo, hanno un particolare significato: Hrisikesa è Krishna, il maestro di tutti i sensi, che può sempre aiutarci a trovare la serenità. Arjuna Gli chiede di riassumere tutti i Suoi insegnamenti per poter trarne fermezza. Qualche dubbio lo assilla ancora e i dubbi sono sempre simili a demoni. Perciò egli chiama il Signore Kesi-nisudana. Kesi era un demone dalla potenza formidabile che fu ucciso da Krishna; Arjuna si aspetta dunque che il Signore annienti il demone del dubbio.





VERSO 2 

sri-bhagavan uvaca
kamyanam karmanam nyasam
sannyasam kavayo viduh
sarva-karma-phala-tyagam
prahus tyagam vicaksanah


sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; kamyanam: con desiderio; karmanam: di attività; nyasam: rinuncia; sannyasam: l’ordine di rinuncia della vita; kavayah: l’erudito; viduh: sanno; sarva: di tutte; karma: le attività; phala: dei risultati; tyagam: rinunce; prahuh: chiamano; tyagam: rinuncia; vicaksanah: coloro che hanno esperienza. 


TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
La condizione di chi abbandona ogni attività dettata dal desiderio materiale è ciò che i grandi eruditi definiscono ordine di rinuncia [sannyasa], l’abbandono dei frutti dell’attività è ciò che i saggi definiscono [tyaga].



SPIEGAZIONE

L’uomo deve abbandonare l’azione interessata; questa è l’istruzione della Bhagavad-gita. Ma allo stesso tempo deve continuare l’azione che porta alla conoscenza spirituale, come afferma chiaramente il verso seguente. Gli Scritti vedici raccomandano numerosi metodi per compiere il sacrificio, secondo i risultati particolari che si desiderano: avere un buon figlio, elevarsi ai pianeti celesti e così via, ma ogni sacrificio che mira a soddisfare qualche scopo personale dev’essere rifiutato. Tuttavia il sacrificio compiuto per purificare il cuore, o per progredire nella scienza spirituale, non dev’essere abbandonato.





VERSO 3

tyajyam dosa-vad ity eke
karma prahur manisinah
yajna-dana-tapah-karma
na tyajyam iti capare


tyajyam: deve essere abbandonato; dosa-vat: come un male; iti: così; eke: un gruppo; karma: attività; prahuh: dicono; manisinah: grandi pensatori; yajna: di sacrificio; dana: carità; tapah: e penitenza; karma: attività; na: mai; tyajyam: devono essere abbandonate; iti: così; ca: e; apare: altre. 


TRADUZIONE

Alcuni eruditi affermano che si deve abbandonare ogni attività interessata perché imperfetta, mentre altri saggi sostengono che gli atti di sacrificio, di carità e di austerità non devono essere mai abbandonati.



SPIEGAZIONE

Numerose pratiche menzionate nelle scritture vediche possono dar luogo a contestazioni. È detto, per esempio, che si può immolare un animale durante un sacrificio, altri sostengono invece che uccidere un animale è sempre un atto abominevole. È vero che le Scritture vediche raccomandano il sacrificio di animali, ma durante questi sacrifici l’animale non è veramente ucciso. Questi sacrifici devono servire a dargli una nuova vita: a volte egli ottiene un’altra forma animale, e a volte si trova subito elevato alla forma umana. I saggi, tuttavia, hanno opinioni diverse in proposito; alcuni affermano che non bisogna mai uccidere un animale, mentre altri sostengono che è bene farlo durante particolari sacrifici. Ora il Signore in persona mette fine a queste divergenti opinioni sul sacrificio.





VERSO 4 

niscayam srinu me tatra
tyage bharata-sattama
tyago hi purusa-vyaghra
tri-vidhah samprakirtitah


niscayam: certamente; srinu: ascolta; me: da Me; tatra: riguardo a ciò; tyage: in materia di rinuncia; bharata-sat-tama: o migliore dei Bharata; tyagah: rinuncia; hi: certamente; purusa-vyaghra: o tigre fra gli uomini; tri-vidhah: di tre generi; samprakirtitah: è dichiarato.



TRADUZIONE

O migliore tra i Bharata, ora ascolta il Mio giudizio in materia di rinuncia. O tigre tra gli uomini, le Scritture menzionano tre categorie di rinuncia.



SPIEGAZIONE

Esistono differenti opinioni sulla rinuncia, ma in questo verso, Sri Krishna, la Persona Suprema, dà il Suo personale giudizio, che dev’essere considerato definitivo. I Veda, infatti, non sono forse insieme di leggi di cui Egli stesso è l’autore? Qui il Signore è presente in persona, la Sua parola dev’essere considerata definitiva. Egli dice che la rinuncia va vista in funzione delle influenze materiali in cui è compiuta.





VERSO 5 

yajna-dana-tapah-karma
na tyajyam karyam eva tat
yajno danam tapas caiva
pavanani manisinam


yajna: di sacrificio; dana: carità; tapah: e austerità; karma: attività; na: mai; tyajyam: abbondante; karmyam: devono essere fatte; eva: certamente; tat: quel; yajnah; sacrificio; danam: carità; tapah: penitenza; ca: anche; eva: certamente; pavanani: purificando; manisinam: anche per le grandi anime.


TRADUZIONE

Gli atti di sacrificio, di carità e di austerità non devono mai essere abbandonati. Bisogna compierli. In realtà, il sacrificio, la carità e l’austerità purificano perfino le grandi anime.



SPIEGAZIONE

Gli yogi devono agire al fine di condurre la società umana a un livello superiore. Esistono numerosi riti purificatòri che mirano a elevare l’uomo alla vita spirituale, come la cerimonia del matrimonio, per esempio, detta vivaha-yajna. Un sannyasi, un uomo situato nell’ordine di rinuncia, che ha troncato tutti i suoi attaccamenti verso la famiglia, deve incoraggiare la cerimonia del matrimonio? Il Signore insegna qui che nessun sacrificio che mira al bene dell’umanità dev’essere rifiutato. Il vivaha-yajna, o cerimonia del matrimonio, ha lo scopo di regolare la mente in modo che trovi la pace necessaria al progresso spirituale. Questo vivaha-yajna dovrebbe essere consigliato anche dai sannyasi, alla maggior parte degli uomini. Il sannyasi non deve mai avere alcun contatto con le donne, ma niente impedisce che un giovane appartenente a un asrama meno elevato accetti una sposa con la cerimonia del matrimonio. Tutti i sacrifici prescritti hanno lo scopo di farci raggiungere il Signore Supremo. Anche le persone che fanno parte dei primi asrama devono continuare a compierli.
Questo vale anche per gli atti caritatevoli che mirano alla purificazione del cuore. Come si è già visto, la carità diretta a persone che ne sono degne conduce a una vita spirituale elevata.





VERSO 6 

etany api tu karmani
sangam tyaktva phalani ca
kartavyaniti me partha
niscitam matam uttamam


etani: tutti questi; api: certamente; tu: ma; karmani: attività; sangam: associazione; tyaktva: rinunciando; phalani: risultati; ca: anche; kartavyani: dovrebbe essere fatto come dovere; iti: così; me: mio; partha: o figlio di Pritha; niscitam: definita; matam: opinione; uttamam: il meglio.


TRADUZIONE

Tutte queste attività devono essere compiute senza attaccamento e senza aspettarsi alcun risultato. Devono essere compiute soltanto per dovere, o figlio di Pritha. Questa è la Mia opinione conclusiva.



SPIEGAZIONE

Sebbene i sacrifici apportino tutti la purificazione, bisogna compierli senza ricercare alcun risultato. In altre parole, si deve rifiutare ogni sacrificio diretto al progresso materiale, ma non si deve mai abbandonare quello che purifica l’esistenza ed eleva al piano spirituale. Tutto ciò che conduce alla coscienza di Krishna dev’essere incoraggiato. Anche lo Srimad-Bhagavatam lo insegna quando esorta ad accettare ogni atto che favorisca il servizio di devozione al Signore. Questo è il più alto criterio di religione. Un devoto del Signore dev’essere pronto ad accettare ogni tipo di dovere, di sacrificio o di atto caritatevole se ciò può aiutarlo nel servizio di devozione che offre al Signore.





VERSO 7 

nyatasya tu sannyasah
karmano nopapadyate
mohat tasya parityagas
tamasah parikirtitah


niyatasya: prescritte; tu: ma; sannyasah: rinuncia; karmanah: di attività; na: mai; upapadyate: è meritata; mohat: dall’illusione; tasya: di loro; parityagah: rinuncia; tamasah: nell’influenza dell’ignoranza; parikirtitah: è dichiarata.


TRADUZIONE

Non si deve mai rinunciare al dovere prescritto. Se a causa dell’illusione si abbandonano i doveri prescritti, ciò significa che la rinuncia è influenzata dall’ignoranza.



SPIEGAZIONE

Si devono rifiutare le attività che mirano alla soddisfazione materiale, ma si devono compiere quelle che ci elevano al piano spirituale e sono raccomandate nelle Scritture, come preparare del cibo per offrirlo al Signore Supremo, per esempio e accettare poi i resti del Suo pasto. Si dice che un sannyasi non debba cucinare per sé, ma farlo per il Signore Supremo non è affatto proibito. Il sannyasi potrà anche presiedere a una cerimonia di matrimonio per aiutare un suo discepolo ad avanzare nella coscienza di Krishna. Colui che rinuncia a queste azioni deve sapere che agisce nelle tenebre dell’ignoranza.





VERSO 8 

duhkham ity eva yat karma
kaya-klesa-bhayat tyajet
sa kritva rajasam tyagam
naiva tyaga-phalam labhet


duhkham: infelice; iti: così; eva: certamente; yat: ciò che; karma: azione; kaya: per il corpo; klesa: penosa; bhayat: a causa della paura; tyajet: abbandona; sah: egli; kritva: dopo aver fatto; rajasam: nell’influenza della passione; tyagam: rinuncia; na: non; eva: certamente; tyaga: di rinuncia; phalam: i risultati; labhet: ottiene.


TRADUZIONE

Chiunque abbandoni i doveri prescritti, considerandoli penosi o temendo qualche disagio fisico pratica una rinuncia influenzata dalla passione. Un atto simile non conduce mai all’elevazione che si ottiene con la vera rinuncia.



SPIEGAZIONE

Il devoto situato nella coscienza di Krishna non deve rinunciare a guadagnare del denaro per paura di compromettersi nell’azione interessata. Se può impiegare il denaro guadagnato col suo lavoro per la causa della coscienza di Krishna, non dovrebbe rinunciarvi. E se alzandosi presto al mattino può avanzare nella coscienza di Krishna, non deve evitare di farlo. Tale rinuncia, motivata dalla paura o dalle difficoltà che comportano questi atti, appartiene alla passione. E il risultato di atti dominati dalla passione si rivela sempre doloroso. Colui che, sotto l’influenza della passione, rinuncia al suo dovere, non godrà mai dei frutti della rinuncia.





VERSO 9 

karyam ity eva yat karma
niyatam kriyate ’rjuna
sangam tyakva phalam caiva
sa tyagah sattviko matah


karyam: deve essere fatto; iti: così; eva: in verità; yat: che; karma: attività; niyatam: presunta; kriyate: compiuta; arjuna: o Arjuna; sangam: associazione; tyaktva: abbandonando; phalam: il risultato; ca: anche; eva: certamente; sah: quella; tyagah: rinuncia; sattvikah: nell’influenza della virtù; matah: nella Mia opinione.



TRADUZIONE

Ma la rinuncia di chi compie il dovere prescritto solo perché dev’essere compiuto, rinunciando a ogni compagnia materiale e a ogni attaccamento al risultato dell’attività, è una rinuncia che appartiene alla virtù, o Arjuna.



SPIEGAZIONE

Questo è lo stato d’animo che deve accompagnare l’adempimento del proprio dovere. Si deve agire senza attaccarsi al risultato e senza identificarsi coi particolari aspetti della propria attività. Il devoto che lavora in fabbrica non s’identifica né col lavoro di fabbrica né con gli operai. È felice di lavorare per Krishna, e poiché offre a Krishna i frutti del suo lavoro, agisce sul piano spirituale, al di là delle influenze materiali.





VERSO 10 

na dvesty akusalam karma
kusale nanusajjate
tyagi sattva-samavisto
medhavi chinna-samsayah


na: mai; dvesti: odia; akusalam: non propizie; karma: attività; kusale: alle propizie; na: né; anusajjate: si attacca; tyagi: l’adepto della rinuncia; sattva: nella virtù; samavistah: assorto; medhavi: intelligente; chinna: avendo eliminato; samsayah: tutti i dubbi.



TRADUZIONE

La persona intelligente che pratica la rinuncia, ed è situata in virtù, che non prova avversione per l’azione sfavorevole né si attacca all’azione favorevole, non ha dubbi sul modo di agire.



SPIEGAZIONE

L’uomo cosciente di Krishna, cioè situato nella virtù pura, non prova alcun risentimento verso gli esseri o le cose che mettono il suo corpo in situazioni scomode. Agisce nel luogo e nel momento più opportuni, senza preoccuparsi dei disagi che potrebbero essere provocati dal compimento del suo dovere. Quest’uomo, situato sul piano spirituale, al di là della materia, possiede la più grande intelligenza e nelle sue azioni è completamente libero dal dubbio.


VERSO 11 

na hi deha-bhrita sakyam
tyaktum karmany asesatah
yas tu karma-phala-tyagi
sa tyagity abhidhiyate


na: mai; hi: certamente; deha-brita: per essere incarnato; sakyam: è possibile; tyaktum: rinunciare; karmani: attività; asesatah: insieme; yah: chiunque; tu: ma; karma: dell’azione; phala: del risultato; tyagi: colui che rinuncia; sah: egli; tyagi: colui che rinuncia; iti: così; abhidhiyate: è detto.



TRADUZIONE

In realtà è impossibile per l’essere incarnato abbandonare ogni attività, perciò si dice la vera rinuncia è praticata da chi rinuncia ai frutti dell’attività.



SPIEGAZIONE

Lo Srimad-Bhagavatam insegna che mai, in nessuna circostanza, si può smettere di agire. Perciò chi agisce per Krishna, senza cercare di godere dei frutti dell’azione, offrendo tutto a Krishna, pratica la vera rinuncia. Ci sono numerosi componenti dell’Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna che continuano il loro duro lavoro nelle fabbriche, negli uffici o in qualche altro luogo, e danno all’Associazione tutti i loro guadagni. Queste anime molto elevate sono veri e propri sannyasi, situati nella rinuncia. Questo verso mostra chiaramente in quale modo si deve rinunciare ai frutti dell’azione, e con quale scopo.





VERSO 12 

anistam istam misram ca
tri-vidham karmanah phalam
bhavaty atyaginam pretya
na tu sannyasinam kvacit


anistam: che porta all’inferno; istam: che porta ai pianeti celesti; misram: mista; ca: e; tri-vidham: dei tre generi; karmanah: di attività; phalam: il risultato; bhavati: viene; atyaginam: per coloro che non rinunciano; pretya: dopo la morte; na: non; tu: ma; sannyasinam: di coloro che sono nell’ordine di rinuncia; kvacit: in ogni momento.



TRADUZIONE

Il triplice risultato dell’azione — desiderabile, indesiderabile e misto — aumenta, dopo la morte, per l’uomo che non pratica la rinuncia. Le persone che sono situate nell’ordine di rinuncia, invece, non dovranno né godere né soffrire di tale risultato.



SPIEGAZIONE

L’uomo cosciente di Krishna, che agisce in piena conoscenza della relazione che lo unisce al Signore, è sempre liberato. Alla sua morte non dovrà godere o soffrire dei frutti delle sue azioni.





VERSO 13 

pancaitani maha-baho
karanani nibodha me
sankhye kritante proktani
siddhaye sarva-karmanam


panca: cinque; etani: questi; maha-baho: tu che hai le braccia potenti; karanani: le cause; nibodha: comprendi; me: da Me; sankhye: nel Vedanta; krita-ante: nella conclusione; proktani: descritte; siddhaye: per la perfezione; sarva: di tutte; karma-nam: attività.



TRADUZIONE

O Arjuna dalle potenti braccia, secondo il Vedanta sono cinque le cause che conducono al compimento di un azione. Apprendile ora da Me.



SPIEGAZIONE

Ci si può domandare perché, se ogni azione comporta una conseguenza, l’uomo cosciente di Krishna non goda o non soffra delle conseguenze delle sue azioni. Per dimostrarlo, il Signore fa riferimento alla filosofia del Vedanta. Insegna che cinque fattori sono la causa di ogni azione e determinano il suo successo, ed è necessario conoscerli. Il sankhya è la base della conoscenza, e il Vedanta è la somma della conoscenza, come riconoscono tutti i grandi acarya. Anche Sankaracarya accetta il Vedanta-sutra in questa luce. Uno Scritto così autorevole merita dunque di essere consultato.
La decisione finale, come spiega la Bhagavad-gita (sarvasya caham hridi sannivistah), spetta all’Anima Suprema, che impegna tutti gli esseri in attività specifiche. L’atto compiuto sotto la Sua direzione, che Ella indica dall’interno, non genera alcuna conseguenza, né in questa vita né nella prossima.





VERSO 14 

adhisthanam tatha karta
karanam ca prithag-vidham
vividhas ca prithak cesta
daivam caivatra pancamam


adhisthanam: il luogo; tatha: anche; karta: l’autore; karanam: strumenti; ca: e; prithak-vidham: di differenti generi; vividhah: varie; ca: e; prithak: separatamente; cestah: gli sforzi; daivam: il Supremo; ca: anche; eva: certamente; atra: qui; pancamam: il quinto.



TRADUZIONE

Il luogo dell’azione [il corpo], l’autore, i sensi, i differenti tipi di sforzo e infine l’Anima Suprema sono i cinque fattori dell’azione.



SPIEGAZIONE

Il termine adhisthanam si riferisce al corpo. L’anima all’interno del corpo agisce per godere dei risultati dell’attività, perciò è definita karta, l’autore. L’affermazione che l’anima è il conoscitore e l’autore è contenuta nelle sruti. Esa hi drasta srasta. (Prasna Upanisad 4.9) Ciò è confermato anche nel Vedanta-sutra nei versi jno ‘ta eva (2.3.18) e karta sastrarthavattvat (2.3.33). Gli strumenti dell’azione sono i sensi; attraverso di loro l’anima agisce in diversi modi e per ogni azione, fornisce uno sforzo particolare. Ma in definitiva, tutte le azioni dipendono dalla volontà dell’Anima Suprema, situata nel cuore di ognuno come amica. Il Signore è dunque, nell’azione, la causa suprema. Perciò chi agisce nella coscienza di Krishna, sotto la direzione dell’Anima Suprema situata nel cuore, non è legato da nessuno dei suoi atti. L’uomo fermamente situato nella coscienza di Krishna non è dunque responsabile dei suoi atti; per lui tutto dipende dalla volontà suprema, l’Anima Suprema, Dio, l’Essere Sovrano.





VERSO 15 

sarira-van-manobhir yat
karma prarabhate narah
nyayyam va viparitam va
pancaite tasya hetavah


sarira: col corpo; vak: parole; manobhih: e mente; yat: ciò che; kama: attività; prarabhate: comincia; narah: una persona; nyayyam: giusta; va: o; panca: cinque; ete: tutte queste; tasya: sue; hetavah: cause.



TRADUZIONE

Qualunque azione, giusta o sbagliata, un uomo compia col corpo, con la mente o la parola, è causata da questi cinque fattori.



SPIEGAZIONE

I termini “buono” e “cattivo” in questo verso sono molto significativi. L’azione buona è quella compiuta secondo l’insegnamento delle Scritture, mentre quella cattiva va contro i loro precetti. Ma per il compimento di qualsiasi azione sono necessari questi cinque fattori.





VERSO 16 

tatraivam sati kartaram
atmanam kevalam tu yah
pasyaty akrita-buddhitvan
na sa pasyati durmatih


tatra: là; evam: così; sati: essendo; kartaram: l’autore; atmanam: stesso; kevalam: soltanto; tu: ma; yah: chiunque; pasyati: vede; akrita-buddhitvat: per stupidità; na: mai; sah: egli; pasyati: vede; durmatih: sciocco.



TRADUZIONE

Perciò chi crede di essere l’unico ad agire, senza considerare i cinque fattori dell’azione, non è molto intelligente e non riesce a vedere le cose così come sono.



SPIEGAZIONE

Uno sciocco non può comprendere che l’Anima Suprema è situata all’interno del suo corpo come amica e guida di tutte le sue azioni. Se le cause materiali dell’azione sono il luogo, l’autore, lo sforzo e i sensi, la causa finale è l’Essere Supremo, il Signore. Non si deve dunque limitare la propria visione alle quattro cause materiali, ma estenderla anche alla causa efficiente, la causa suprema. Chi non vede il Supremo crede di essere lui stesso la causa dell’azione.





VERSO 17 

yasya nahankrito bhavo
buddhir yasya na lipyate
hatvapi sa imal lokan
na hanti na nibadhyate


yasya: di colui che; na: mai; ahankritah: di falso ego; bhavah: natura; buddhih: intelligenza; yasya: di colui che; na: mai; lipyate: è attaccato; hatva: uccidendo; api: anche; sah: egli; iman: questo; lokan: mondo; na: mai; hanti: uccide; na: mai; nibadhyate: resta impigliato.



TRADUZIONE

L’uomo che non è motivato dal falso ego e la cui intelligenza non è condizionata, anche se uccidesse in questo mondo, non uccide e non è mai legato dai suoi atti.



SPIEGAZIONE

Il Signore spiega qui ad Arjuna che il suo desiderio di non combattere nasce dal falso ego. Arjuna si credeva l’unico autore dell’azione e dimenticava di considerare che l’Essere Supremo è Colui che, dall’interno come dall’esterno, decide l’azione. Come può agire correttamente chi ignora questa verità? Ma l’uomo che conosce la natura degli strumenti dell’azione, che sa di essere colui che agisce e vede il Signore Supremo come maestro della decisione finale, è perfetto in tutto ciò che compie. Questa persona non cade mai preda dell’illusione. L’azione egocentrica, con la responsabilità che comporta per il suo autore, nasce dal falso ego e dall’empietà, dalla mancanza della coscienza di Krishna. Chi agisce nella coscienza di Krishna, sotto la direzione dell’Anima Suprema, del Signore, anche se uccidesse, in realtà non uccide e non deve neppure subire le conseguenze di un tale atto. Quando un soldato uccide un nemico per ordine di un superiore non è soggetto a punizione, ma quando uccide di propria iniziativa sarà condotto di fronte a una corte di giustizia.





VERSO 18 

jnanam jneyam parijnata
tri-vidha karma-codana
karanam karma karteti
tri-vidhah karma-sangrahah


jnanam: conoscenza; jneyam: l’oggetto della conoscenza; parijnata: colui che conosce; tri-vidha: di tre generi; karma: di azione; codana: l’impulso; karanam: i sensi; karma: l’azione; karta: l’autore; iti: così; tri-vidhah: di tre generi; karma: di azione; sangrahah: l’accumulo.



TRADUZIONE

La conoscenza, l’oggetto della conoscenza e colui che conosce sono i tre fattori che motivano l’azione. I sensi, l’atto in sé e il suo autore sono i tre fattori che costituiscono l’azione.



SPIEGAZIONE

Esistono tre tipi di stimoli per le azioni quotidiane: la conoscenza, l’oggetto della conoscenza e colui che conosce. Gli strumenti dell’azione in sé e il suo autore sono chiamati gli elementi costitutivi dell’azione. Ogni azione compiuta dall’uomo comporta questi sei elementi. Prima dell’azione c’è uno stimolo, chiamato ispirazione. E ogni soluzione che si presenta alla mente prima del compimento dell’azione non è altro che una forma sottile dell’azione stessa. Poi questa forma sottile si manifesta e si trasforma nell’azione propriamente detta; ma occorre dapprima attraversare il processo psicologico del pensare, sentire e volere, che costituiscono ciò che viene definito “stimolo”. Questo stimolo, questa ispirazione, o la fede che conduce a compiere l’azione, e che in realtà si riferisce alla conoscenza, è la stessa, venga essa dalle Scritture o dal maestro spirituale. Quando l’ispirazione e l’autore si trovano riuniti, l’azione in sé viene compiuta con l’aiuto dei sensi, inclusa la mente che è il centro di tutti i sensi. La somma di tutti gli elementi che costituiscono un’azione è definita karma-sangrahah, “azione nel suo insieme” 





VERSO 19 

jnanam karma ca karta ca
tridhaiva guna-bhedatah
procyate guna-sankhyane
yathavac chrinu tany api


jnanam: conoscenza; karma: azione; ca: anche; karta: autore; ca: anche; ca: anche; tridha: di tre generi; eva: certamente; guna-bhedatah: secondo le differenti influenze materiali; procyate: sono detti; guna-sankhyane: secondo differenti influenze; yatha-vat: come sono; srinu: ascolta; tani: tutti loro; api: anche.



TRADUZIONE

Secondo le tre differenti influenze della natura materiale, ci sono tre forme di conoscenza, di azioni e di autori. Ora ascolta mentre te le descrivo.



SPIEGAZIONE

Il quattordicesimo capitolo tratta in modo elaborato delle tre influenze della natura materiale. In esso si afferma che dalla virtù viene l’illuminazione, dalla passione viene il materialismo e dall’ignoranza la pigrizia e l’indolenza. Tutte queste influenze legano l’essere alla materia; nessuna di loro potrebbe farci raggiungere la liberazione. La virtù stessa è causa di condizionamento. Nel diciassettesimo capitolo il Signore descrive le varie forme di adorazione, compiute dai diversi tipi di uomini e determinate dall’influenza materiale che essi subiscono. In questo verso Egli esprime il desiderio di parlare dei differenti tipi di conoscenza, di azione e di autori dell’azione, secondo il loro contatto con le tre influenze della natura materiale.





VERSO 20 

sarva-bhutesu yenaikam
bhavam avyayam iksate
avibhaktam vibhaktesu
taj jnanam viddhi sattvikam


sarva-bhutesu: in tutti gli esseri viventi; yena: con cui; ekam: una; bhavam: situazione; avyayam: eterna; iksate: si vede; avibhaktam: indivisa; vibhaktesu: nell’innumerevole diviso; tat: quella; jnanam: conoscenza; viddhi: sappi; sattvikam: nell’influenza della virtù.



TRADUZIONE

Sappi che la conoscenza che permette di percepire una natura spirituale indivisa in tutti gli esseri viventi, sebbene essi siano divisi in forme innumerevoli, appartiene all’influenza della virtù.



SPIEGAZIONE

La persona che vede l’anima spirituale in ogni essere vivente — essere celeste, uomo, mammifero, uccello, essere acquatico o pianta — possiede una conoscenza che deriva dalla virtù. Gli esseri sono provvisti di differenti corpi, determinati dalle loro azioni passate, ma in ognuno di questi corpi si trova un’anima spirituale. Come ha spiegato il settimo capitolo, la forza vitale che è in ogni corpo proviene dall’energia superiore del Signore Supremo. La persona che vede in ogni corpo quest’unica natura superiore, questa forza vitale, possiede la visione della virtù. I corpi muoiono, ma non muore l’energia vitale, che è eterna. Poiché le forme dell’esistenza condizionata sono rivestiti e ciò può farli sembrare divisi. La conoscenza impersonale di cui parla questo verso conduce alla fine colui che la possiede alla realizzazione spirituale.





VERSO 21 

prithaktvena tu yaj jnanam
nana-bhavan prithag-vidhan
vetti sarvesu bhutesu
taj jnanam viddhi rajasam


prithaktvena: a causa della divisione; tu: ma; yat: la quale; jnanam: conoscenza; nana-bhavan: molteplici situazioni; prithak-viddhan: differenti; vetti: conosce; sarvesu: in tutti; bhutesu: gli esseri viventi; tat: quella; jnanam: conoscenza; viddhi: deve essere conosciuta; rajasam: sulla base della passione.



TRADUZIONE

Ma la conoscenza che ci fa percepire l’esistenza di esseri di natura differente nei differenti corpi, sappi che appartiene alla passione.



SPIEGAZIONE

Il concetto secondo cui il corpo materiale è l’essere vivente stesso e la coscienza muore col corpo appartiene a una conoscenza che deriva dalla passione. Secondo questa conoscenza, i corpi si distinguono gli uni dagli altri a causa di un differente sviluppo della coscienza, ma questa coscienza non sarebbe manifestata da un’anima distinta dal corpo. Corpo e anima s’identificano, non esiste un’anima al di là del corpo. Sempre secondo questo sapere, la coscienza è temporanea, oppure non esistono anime individuali, ma un’anima onnipresente, onnisciente, e il corpo non è che la manifestazione di un’ignoranza temporanea. Oppure non esiste, al di là del corpo, né un anima individuale né un Anima Suprema. Tutte queste teorie sono considerate prodotti della passione.





VERSO 22 

yat tu krisna-vad ekasmin
karye saktam ahaitukam
atattvartha-vad alpam ca
tat tamasam udahritam


yat: ciò che; tu: ma; krisna-vat: come di grande importanza; ekasmin: in una; karye: azione; saktam: attaccato; ahaitukam: senza causa; atattv-artha-vat: senza conoscenza della realtà; alpam: molto scarsa; ca: e; tat: quella; tamasam: nell’influenza delle tenebre; udahritam: è detta essere.



TRADUZIONE

E la conoscenza priva di verità e molto limitata con cui ci si attacca a un solo genere di attività come se fosse tutto, è dominata dall’influenza delle tenebre.



SPIEGAZIONE

La “conoscenza” dell’uomo comune deriva sempre dalle tenebre dell’ignoranza, perché tutti gli esseri condizionati nascono nell’ignoranza. La conoscenza che non si sviluppa dagli insegnamenti di persone autorizzate o dalle Scritture si limita al corpo. Chi la possiede non si preoccupa minimamente di agire secondo i princìpi delle Scritture. Per una simile persona, Dio è il denaro, e la conoscenza è ciò che gli permette di soddisfare i bisogni del corpo. Tale conoscenza non ha nessun rapporto con la Verità Assoluta. È più o meno identica a quella dell’animale, perché riguarda solo il mangiare, il dormire, l’accoppiamento e la difesa. Questo verso la definisce un prodotto dell’ignoranza tenebrosa. In conclusione, la conoscenza che si riferisce all’anima spirituale, situata al di là del corpo, deriva dalla virtù; la conoscenza che, con la logica materiale e la speculazione intellettuale, genera teorie e dottrine a non finire, appartiene alla passione; infine la conoscenza che non si estende oltre il mantenimento del corpo nelle comodità proviene dall’ignoranza.





VERSO 23 

niyatam sanga-rahitam
araga-dvesatah kritam
aphala-prepsuna karma
yat tat sattvikam ucyate


niyatam: regolato; sanga-rahitam: senza attaccamento; araga-dvesatah: senza amore o avversione; kritam: fatto; aphala-prepsuna: da chi è libero dal desiderio per i frutti dell’azione; karma: azione; yat: che; tat: quella; sattikam: nell’influenza della virtù; ucyate: è chiamata.



TRADUZIONE

L’azione dettata dal dovere e compiuta senza attaccamento, senza amore e senza odio, e senza desiderio per i frutti che ne derivano, è influenzata dalla virtù.



SPIEGAZIONE

I doveri prescritti e assegnati dalle Scritture per ciascun varna e asrama, compiuti senza attaccamento e senza alcun senso di possesso, e quindi senza attrazione o repulsione, ma compiuti nella coscienza di Krishna, per soddisfare non la propria persona, ma l’Essere Supremo, sono considerate azioni che appartengono alla virtù.





VERSO 24 

yat tu kamepsuna karma
sahankarena va punah
kriyate bahulayasam
tad rajasam udahritam


yat: ciò che; tu: ma; kama-ipsuna: da chi desidera il frutto dell’attività; karma: azione; sa-ahankarena: con falso ego; va: o; punah: di nuovo; kriyate: è compiuto; bahula-ayasam: con grande fatica; tat: quella; rajasam; nell’influenza della passione; udahritam: è detta essere.



TRADUZIONE

Ma l’azione motivata dal falso ego e compiuta con grande sforzo da colui che mira all’appagamento dei suoi desideri è influenzata dalla passione.





VERSO 25 

anubandham ksayam himsam
anapeksya ca paurusam
mohad arabhyate karma
yat tat tamasam ucyate


anubandham: di futuro legame; ksayam: distruzione; himsam: e dolore per altri; anapeksya: senza considerazione delle conseguenze; ca: anche; paurusam: auto sanzionata; mohat: dall’illusione; arabhyate: è cominciata; karma: attività; yat: quella; tat: che; tamasam: nell’influenza dell’ignoranza; ucyate: è detta essere.



TRADUZIONE

E l’azione compiuta nell’illusione, senza riguardo per le ingiunzioni delle Scritture, senza considerazione di un futuro incatenamento o della violenza e del dolore causato ad altri, è influenzata dall’ignoranza.



SPIEGAZIONE

Ognuno deve rendere conto delle sue azioni, o davanti allo Stato o davanti agli agenti del Signore Supremo, gli Yamaduta. Gli altri irresponsabili sono fonte di smarrimento, perché rompono i princìpi regolatori stabiliti dalle Scritture. Spesso sono basati sulla violenza e portano sofferenza agli altri esseri viventi. Questi atti irresponsabili sono compiuti unicamente alla luce dell’esperienza personale del loro autore. Questa illusione. E tutte queste azioni illusorie nascono dall’ignoranza.





VERSO 26 

mukta-sango ’naham-vadi
dhrity-utsaha-samanvitah
siddy-asiddhyor nirvikarah
karta sattvika ucyate


mukta-sangah: liberata da ogni contatto materiale; anaham-vadi: senza falso ego; dhriti: con determinazione; utsaha: e grande entusiasmo; samanvitah: qualificata; siddhi: nella perfezione; asiddhyoh: e fallimento; nirvikarah: senza mutamento; karta: l’autore; sattvikah: nell’influenza della virtù; ucyate: è detto essere.



TRADUZIONE

Chi compie il proprio dovere libero dalle influenze della natura materiale e dal falso ego, e agisce con grande determinazione ed entusiasmo, impassibile nel successo o nel fallimento, è una persona influenzata dalla virtù.



SPIEGAZIONE

L’uomo cosciente di Krishna trascende sempre le tre influenze della natura materiale. Situato al di là del falso ego e dell’orgoglio, non ricerca il frutto delle azioni che gli sono assegnate, ma non per questo è meno entusiasta mentre le compie. E questo entusiasmo non si affievolisce anche se nel compimento di queste azioni deve subire qualche sofferenza. È indifferente al successo e al fallimento, e resta equanime davanti alle gioie e alle sofferenze. Chi agisce così è situato nella virtù.





VERSO 27 

ragi karma-phala-prepsur
lubdo himsatmako ’sucih
harsa-sokanvitah karta
rajasah parikirtitah


ragi: molto attaccato; karma.phala: al frutto dell’attività; prepsuh: desiderando; lubdhah: avidamente; himsa-atmakah: sempre invidioso; asucih: impuro; harsa-soka-anvitah: soggetto alla gioia e al dolore; karta: una tale persona che agisce; rajasah: nell’influenza della passione; parikirtitah: è dichiarato.



TRADUZIONE

Ma chi agisce con attaccamento al lavoro e al frutto che ne deriva, che desidera godere di quei frutti, avido, sempre invidioso, impuro, trasportato dalle gioie e dai dolori, è una persona influenzata dalla passione.



SPIEGAZIONE

Se un uomo è troppo attaccato a una particolare attività o al frutto del suo lavoro significa che è troppo attaccato alla concezione materialistica delle cose, alla casa alla moglie e ai figli, quindi non ha alcun desiderio di raggiungere un livello superiore di esistenza. L’unica sua preoccupazione è quella di rendere questo mondo il luogo più comodo possibile dal punto di vista materiale. Generalmente è molto avaro, pieno di avidità, e crede che tutti i beni acquisiti siano permanenti e che non li perderà mai. Invidioso degli altri, è sempre pronto a commettere qualsiasi atto colpevole pur di soddisfare i suoi sensi. Essendo lui stesso empio, non si preoccupa affatto di sapere se i guadagni che ammucchia sono onesti o no. Pieno di gioia quando le attività hanno il successo, diventa triste quando falliscono. Un uomo simile è sotto il dominio della passione.





VERSO 28 

ayuktah prakritah stabdhah
satho naiskritiko ’lasah
visadi dirgha-sutri ca
karta tamasa ucyate


ayuktah: non riferendosi alle ingiunzioni delle Scritture; prakritah: materialista; stabdhah: ostinato; sathah: truffatore; naiskritikah: esperto nell’offendere; alasah: pigro; visadi: triste; dirgha-sutri: abituato a rimandare; ca: anche; karta: chi agisce; tamasah: nell’influenza dell’ignoranza; ucyate: è detto essere.



TRADUZIONE

E chi agisce sempre in modo contrario alle ingiunzioni delle Scritture, materialista, ostinato, impostore e abile nell’insulto, pigro, sempre triste e avvezzo a procrastinare, è soggetto all’influenza dell’ignoranza.



SPIEGAZIONE

Le Scritture c’insegnano quali atti devono o non devono essere compiuti. Chi trascura questi insegnamenti compie azioni proibite; in generale si tratta di materialisti. Essi agiscono secondo le influenze materiali e non secondo i precetti delle Scritture. Non sono gentili e generalmente si mostrano furbi ed esperti a insultare. Sono estremamente pigri, e se si assegna loro qualche dovere, o non l’eseguono come si deve o lo rimandano a più tardi. Trascinano per anni ciò che potrebbero fare in un’ora. Sembrano dunque sempre tristi. Coloro che agiscono così sono avvolti dall’ignoranza.





VERSO 29 

buddher bhedam dhrites caiva
gunatas tri-vidham srinu
procyamanam asesena
prithaktvena dhananjaya


buddheh: di intelligenza; bhedam: le differenze; dhriteh: di stabilità; ca: anche; eva: certamente; gunatah: dalle influenze della natura; trividham: di tre generi; srinu: ascolta; procyamanam: come descritto da Me; asesena: nei particolari; prithaktvena: diversamente; dhananjaya: o conquistatore di ricchezza.



TRADUZIONE

O conquistatore di ricchezza, ascolta ora mentre ti descrivo nei particolari le differenti forme d’intelligenza e di determinazione che corrispondono alle tre influenze della natura materiale.



SPIEGAZIONE

Dopo aver descritto la conoscenza, l’oggetto della conoscenza e colui che conosce, nelle tre divisioni corrispondenti alle tre influenze materiali, che agisce sempre secondo le tre influenze materiali.





VERSO 30 

pravrittim ca nivrittim ca
karyakarye bhayabhaye
bandham moksam ca ya vetti
buddhih sa partha sattviki


pravrittim: facendo; ca: anche; nivrittim: non facendo; ca: e; karya: ciò che deve essere fatto; akarye: e ciò che non deve essere fatto; bhaya: paura; abhaye: e assenza di paura; bandham: legame; moksam: liberazione; ca: e; ya: ciò che; vetti: conosce; buddhih: comprensione; sa: quella; partha: o figlio di Pritha; sattviki: nell’influenza della virtù.



TRADUZIONE

O figlio di Pritha, l’intelligenza che permette di distinguere tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare, tra ciò che è da temere e ciò che non lo è, tra ciò che incatena e ciò che libera, appartiene all’influenza della virtù.



SPIEGAZIONE

Le azioni compiute secondo le regole delle Scritture sono dette pravritti “degne di essere compiute”, al contrario di quelle non dirette dalle Scritture. Colui che ignora le istruzioni delle Scritture s’imprigiona nell’azione e nelle sue conseguenze. L’intelligenza discriminatrice nasce dalla virtù.





VERSO 31 

yaya dharmam adharmam ca
karyam cakaryam eva ca
ayathavat prajanati
buddhih sa partha rajasi


yaya: da cui; dharmam: i princìpi della religione; adharmam: irreligione; ca: e; karyam: ciò che deve esser fatto; ca: anche; akaryam: ciò che non deve esser fatto; eva: certamente; ca; anche; ayatha-vat: imperfettamente; prajanati: conosce; buddhih: intelligenza; sa: quella; partha: o figlio di Pritha; rajasi: nell’influenza della passione.



TRADUZIONE

Ma l’intelligenza che non distingue tra religione e irreligione, tra l’azione che si dovrebbe compiere e quella che non si dovrebbe compiere, appartiene all’influenza della passione, o figlio di Pritha.





VERSO 32 

adharmam dharmam iti ya
manyate tamasavrita
sarvarthan viparitams ca
buddhih sa partha tamasi


adharmam: irreligione; dharmam: religione; iti: così; ya: che; manyate; pensa; tamasa: dall’illusione; avrita: coperta; sarva-arthan: ogni cosa; viparitan: nella direzione sbagliata; ca: anche; buddhih: intelligenza; sa: quella; partha: o figlio di Pritha; tamasi: nell’influenza dell’ignoranza.



TRADUZIONE

E l’intelligenza che scambia l’irreligione per religione e la religione per irreligione, che è dominata dall’illusione e dalle tenebre, e si volge sempre nella direzione sbagliata, o Partha, appartiene all’ignoranza.



SPIEGAZIONE

L’intelligenza dominata dall’ignoranza agisce sempre in modo opposto come dovrebbe agire: Accetta le false religioni e rifiuta la vera. Gli uomini provvisti di questa intelligenza pensano e agiscono sempre nella direzione sbagliata; scambiano una grande anima per una persona comune e un uomo comune per una grande anima. Pensano che la verità sia menzogna e accettano la menzogna come verità. In ogni attività intraprendono sempre la via sbagliata. La loro intelligenza appartiene dunque all’ignoranza.





VERSO 33 

dhritya yaya dharayate
manah-pranendriya-kriyah
yogenavyabhicarinya
dhritih sa partha sattviki


dhritya: determinazione; yaya: con la quale; dharayate: si sostiene; manah: della mente; prana: vita; indriya: e sensi; kriyah: le attività; yogena: con la pratica dello yoga; avyabhicarinya: senza alcuna interruzione; dhritih: determinazione; sa: quella; partha: o figlio di Pritha: sattviki: l’influenza della virtù.



TRADUZIONE

O figlio di Pritha, la determinazione che non si può spezzare, sostenuta con fermezza dalla pratica dello yoga, e quindi atta a controllare le attività della mente, della vita e dei sensi, appartiene alla virtù.



SPIEGAZIONE

Lo yoga è un mezzo per comprendere l’Essere Supremo. Colui che con determinazione resta sempre fisso sull’Essere Supremo e concentra su di Lui la mente, la vita e le attività dei sensi, è impegnato nella coscienza di Krishna. Tale determinazione proviene dalla virtù. Il termine avyabhicarinya è pieno di significato: definisce gli uomini che s’impegnano nella coscienza di Krishna senza mai deviare.





VERSO 34 

yaya tu dharma-kamarthan
dhritya dharayate ’rjuna
prasangena phalakanksi
dhritih sa partha rajasi


yaya: con cui; tu: ma; dharma: religiosità; kama: gratificazione dei sensi; arthan: e sviluppo economico; dhritya: con determinazione; dharayate: si sostiene; arjuna: o Arjuna; prasangena: a causa dell’attaccamento; phala-akanksi: desiderando il frutto delle attività; dhritih: determinazione; sa: quella; partha: o figlio di Pritha; rajasi: nell’influenza della passione.



TRADUZIONE

Ma la determinazione che spinge ad aggrapparsi saldamente ai frutti dell’azione nel campo della religione, dello sviluppo economico e della gratificazione dei sensi, ha la natura della passione, o Arjuna.



SPIEGAZIONE

Chi desidera continuamente godere dei frutti delle sue attività religiose o economiche, chi aspira solo al piacere dei sensi e ha la mente, la vita e i sensi sempre immersi in queste cose, vive sotto il dominio della passione.





VERSO 35

yaya svapnam bhayam sokam
visadam madam eva ca
na vimuncati durmedha
dhritih sa partha tamasi


yaya: con cui; svapnam: sogno; bhayam: paura; sokam: lamento; visadam: tristezza; madam: illusione; eva: certamente; ca: anche; na: mai; vimuncati: si abbandona; durmedha: non intelligente; dhritih: determinazione; sa: quella; partha: o figlio di Pritha; tamasi: nell’influenza dell’ignoranza.



TRADUZIONE

E la determinazione che non può andare al di là del sogno, della paura, del lamento, della tristezza e dell’illusione, questa determinazione ottusa, o figlio di Pritha, è dominata dalla tenebre.



SPIEGAZIONE

Non si deve concludere da questo verso che un uomo situato in virtù non sogni. Per sogno s’intende qui il sonno eccessivo. Il sogno è sempre presente, sia nella virtù che nella passione e nell’ignoranza, perché e un fenomeno naturale. Ma coloro che non possono evitare il sonno eccessivo né sanno liberarsi dall’orgoglio che accompagna inevitabilmente l’atto di godere della materia, che sognano sempre di dominare il mondo materiale e assorbono vita, mente e sensi in queste cose, sono considerati avvolti dall’ignoranza.





VERSO 36 

sukham tv idanim tri-vidham
srinu me bharatarsabha
abhyasad ramate yatra
duhkhantam ca nigacchati


sukham: felicità; tu: ma; idanim: ora; tri-vidham: di tre forme; srinu: ascolta; me: da Me; bharata-risabha: o migliore tra i Bharata; abhyasat: con la pratica; ramate: si gode; yatra: dove; duhkha: di dolore; antam: la fine; ca: anche; nigacchati: ottiene.



TRADUZIONE

O migliore dei Bharata, ascolta da Me la descrizione delle tre forme di felicità di cui l’essere condizionato gode e grazie alle quali è talvolta condotto al temine di ogni sofferenza.



SPIEGAZIONE

L’essere condizionato si consuma nel tentativo di godere della felicità materiale, senza accorgersi di “masticare” ciò che è già stato masticato”. Talvolta però‚ mentre è assorto in questa via, gli accade di godere della compagnia di un mahatma e di sfuggire così alla trappola dell’esistenza materiale. In altre parole, l’essere condizionato è sempre immerso in qualche forma di godimento materiale, ma quando, in compagnia di una persona spiritualmente elevata, riesce a capire che questo godimento già sperimentato, quando si sveglia, infine, alla sua vera coscienza, la coscienza di Krishna, può liberarsi da questo godimento mediocre, da questa pseudo-felicità.





VERSO 37 

yat tad agre visan iva
pariname ’mritopamam
tat sukham sattvikam proktam
atma-buddhi-prasada-jam


yat: ciò; tat: che; agre: all’inizio; visam iva: come veleno; pariname: alla fine; amrita: nettare; upamam: paragonato a; tat: quella; sukham: felicità; sattvikam: nell’influenza della virtù; proktam: è detto; atma: nel sè; buddhi: di intelligenza; prasada-jam: nata dalla soddisfazione.



TRADUZIONE

La felicità che all’inizio può sembrare veleno, ma alla fine è come il nettare, e risveglia alla realizzazione spirituale, appartiene alla virtù.



SPIEGAZIONE

Chi ricerca la realizzazione spirituale deve seguire numerosi princìpi e regole per poter controllare la mente e i sensi e concentrarsi sull’Essere Supremo. Tutte queste pratiche sono molto difficili, amare come veleno, ma chi riesce a seguirle con successo e raggiungere il livello spirituale comincia a gustare il vero nettare e a godere veramente dell’esistenza.





VERSO 38 

visayendriya-samyogad
yat tad agre ’mritopaman
pariname visam iva
tat sukham rajasam smritam


visaya: degli oggetti dei sensi; indriya: e i sensi; samyogat: dalla combinazione; yat: ciò; tat: che; agre: all’inizio; amrita-upamam: proprio come nettare; pariname: alla fine; visam iva: come veleno; tat: quella; sukham: felicità; rajasam: nell’influenza della passione; smritam: è considerata.



TRADUZIONE

Ma la felicità determinata dal contatto dei sensi con il loro oggetti, che sembra nettare all’inizio ma alla fine è veleno, appartiene alla passione.



SPIEGAZIONE

Un uomo incontra una donna e i suoi sensi lo spingono a guardarla, a toccarla, ad avere rapporti sessuali con lei. All’inizio tutto questo può sembrare molto piacevole per i sensi, ma dopo un certo tempo prende il gusto del veleno. Si separano o divorziano, si lamentano, si addolorano, e così via. Questo genere di felicità appartiene sempre alla passione. La felicità che deriva dal contatto dei sensi con i loro oggetti è sempre fonte di sofferenza ed è meglio dunque cercare di evitarla in tutti i modi.





VERSO 39 

yad agre canubandhe ca
sukham mohanam atmanah
nidralasya-pramadottham
tat tamasam udahritam


yat: ciò che; agre: all’inizio; ca: anche; anubandhe; alla fine; ca: anche; sukham: felicità; mohanam: illusione; atmanah: del sé; nidra: sonno; alasya: pigrizia; pramada: e illusione; uttham: prodotto di: tat: quella; tamasam: nell’influenza dell’ignoranza; udahritam: è detta di essere.



TRADUZIONE

E la felicità cieca alla realizzazione spirituale, che è ingannevole dall’inizio alla fine, che nasce dal sonno, dalla pigrizia e dall’illusione, appartiene all’ignoranza.



SPIEGAZIONE

Gli uomini che si compiacciono nell’ozio e nel sonno, come quelli che ignorano completamente come agire e non agire, si trovano certamente nell’ignoranza. Per chi è immerso nell’ignoranza tutto è illusione, non c’è felicità, né all’inizio né alla fine. Chi è dominato dalla passione può trovare all’inizio qualche gioia effimera, ma chi è avvolto dall’ignoranza non conosce altro che dolore, dall’inizio alla fine.





VERSO 40 

na tad asti prithivyam va
divi devesu va punah
sattvam prakriti-jair muktam
yad ebhih syat tribhir gunaih


na: non; tat: quella; asti: c’è; prithivyam: sulla Terra; va: o; divi: sui pianeti superiori; devesu: tra gli esseri celesti; va: o; punah: di nuovo; sattvam: esistenza; prakriti-jaih: nate dalla natura materiale; muktam: liberato; yat: questa; ebhih: dall’influenza di queste; syat: è; tribhih: tre; gunaih: influenze della natura materiale.



TRADUZIONE

Non c’è essere vivente, né sulla Terra né tra gli esseri celesti sui sistemi planetari superiori, che sia libero da queste tre influenze generate dalla natura materiale.



SPIEGAZIONE

Il Signore riassume qui, nella sua totalità, l’azione delle influenze della natura materiale sull’universo.





VERSO 41 

brahmana-ksatriya-visam
sudranam ca parantapa
karmani pravibhaktani
svabhava-prabhavair gunaih


brahmana: dei brahmana; ksatriya: degli ksatriya; visam: e i vaisya; sudranam: dei sudra; ca: e; parantapa: o soggiogatore dei nemici; karmani: le attività; pravhibhaktani: sono divise; svabhava: la loro propria natura; prabhavaih: nata da; gunaih: dalle influenze della natura materiale.



TRADUZIONE

Brahmana, ksatriya, vaisya e sudra si distinguono per le qualità determinate dalla loro rispettiva natura sulla base delle influenze materiali, o vincitore dei nemici.





VERSO 42 

samo damas tapah saucam
ksantir arjavam eva ca
jnanam vijnanam astikyam
brahma-karma svabhava-jam


samah: tranquillità; damah: autocontrollo; tapah: austerità; saucam: purezza; ksantih: tolleranza; arjavam: onestà; eva: certamente; ca: e; jnanam: conoscenza; vijnanam: saggezza; astikyam: religiosità; brahma: di un bramana; karma: dovere; svabhava-jam: nato dalla sua propria natura.



TRADUZIONE

Tranquillità, controllo di sé, austerità, purezza, tolleranza, onestà, conoscenza, saggezza e religiosità sono le qualità naturali che caratterizzano le attività del brahmana.





VERSO 43 

sauryam tejo dhritir daksyam
yuddhe capy apalayanam
danam isvara-bhavas ca
ksatram karma svabhava-jam


sauryam: eroismo; tejah: potere; dhritih: determinazione; daksyam: ingegnosità; yuddhe: in battaglia; ca: e; api: anche; apalayanam: che non si sottrae; danam: generosità; isvara: di guida; bhavah: la natura; ca: e; ksatram: di uno ksatriya; karma: dovere; svabhava-jam: nato dalla sua natura.



TRADUZIONE

Eroismo, potenza, determinazione, ingegnosità, coraggio in battaglia, generosità e abilità direttiva sono le qualità naturali che emergono nelle attività dello ksatriya.





VERSO 44 

krisi-go-raksya-vanijyam
vaisya-karma svabhava-jam
paricaryatmakam karma
sudrasyapi svabhava-jam


krisi: aratura; go: di mucche; raksya: protezione; vanijyam: commercio; vaisya: di un vaisya; karma: dovere; svabhava-jam: nato dalla sua stessa natura; paricarya: servizio; atmakam: consistente in; karma: dovere; sudrasya: del sudra; api: anche; svabhava-jam: nato dalla sua stessa natura.



TRADUZIONE

La coltivazione della terra, la protezione della mucca e il commercio sono le attività naturali del vaisya, mentre il dovere del sudra consiste nel servire gli altri col suo lavoro.





VERSO 45 

sve sve karmany abhiratah
samsiddhim labhate narah
sva-karma-niratah siddhim
yatha vindati tac chrinu


sve sve: ogni propria; karmani: attività; abhiratah: segnando; samsiddhim: perfezione; labhate: ottiene; narah: un uomo; sva-karma: nel suo dovere; niratah: impegnato; siddhim: perfezione; yatha: come; vindati: raggiunge; tat: quello; srinu: ascolta.



TRADUZIONE

Seguendo nel lavoro le proprie tendenze naturali, ogni uomo può diventare perfetto. Ascolta ora come si giunge a questo.





VERSO 46 

yatah pravrittir bhutanam
yena sarvam idam tatam
sva-karmana tam abhyarcya
siddhim vindati manavah


yatah: da colui che; pravrittih: emanazione; bhutanam: di tutti gli esseri viventi; yena: da colui che; sarvam: tutto; idam: ciò; tatam: è pervaso; sva-karmana: dai suoi doveri; tam: Lui; abhyarcya: adoranso; siddhim: perfezione; vindati; raggiunge; manavah: un uomo.



TRADUZIONE

Se adora il Signore, che è la fonte di tutti gli esseri ed è onnipresente, l’uomo può raggiungere la perfezione compiendo l’attività congeniale alla propria natura.



SPIEGAZIONE

Tutti gli esseri viventi, come spiega il quindicesimo capitolo, sono frammenti del Signore Supremo, di cui fanno parte integrante. Come conferma il Vedanta-sutra janmady asya yatah), il Signore costituisce l’origine di tutti gli esseri e l’origine anche della loro vita. E come afferma il settimo capitolo della Bhagavad-gita, Egli è presente ovunque con le Sue energie, esterna e interna. Si deve perciò adorarLo insieme con la Sua energia interna, poiché quella esterna è solo il riflesso distorto di quella esterna è solo il riflesso distorto della prima: L’energia esterna non è che una tela di fondo, su cui il Signore, con la sua emanazione plenaria, il Paramatma, mostra ovunque la Sua presenza. Egli è l’Anima Suprema, presente in tutti gli esseri celesti, gli uomini e gli animali, ovunque. Ognuno deve sapere quindi che, come parte integrante del Signore Supremo, ha il dovere di servirLo. Tutti dovrebbero essere impegnati al servizio del Signore con amore e devozione, in piena coscienza di Krishna. Questo è ciò che raccomanda il verso.

Ognuno dev’essere cosciente del fatto che è Sri Krishna, Hrisikesa, il maestro dei sensi, a impegnarci in questa o quell’attività, e che i frutti di ogni attività devono essere di nuovo investiti nell’adorazione di Sri Krishna, Dio, la Persona Suprema. Mantenendo sempre questa coscienza, che è la piena coscienza di Krishna, per la grazia del Signore si potrà vedere tutto con chiarezza. Questa è l’esistenza perfetta. Il Signore dice nella Bhagavad-gita (12.7) che Egli S’incarica personalmente di liberare il devoto che ha una tale coscienza (tesam aham samuddharta). Giungere a questo livello costituisce la più alta perfezione dell’esistenza, ed è possibile arrivare a questa perfezione se serviamo il Signore Supremo con la nostra occupazione, qualunque essa sia.





VERSO 47 

sreyan sva-dharmo vigunah
para-dharmat sv-anusthitat
svabhava-niyatam karma
kurvan napnoti kilbisam


sreyan: meglio; sva-dharmah: la propria occupazione individuale; vigunah: compiuta in modo imperfetto; para-dharmat: dell’occupazione altrui; su anusthitat: perfettamente compiuta; svabhava-niyatam: prescritte secondo la natura individuale; karma: attività; kurvan: compiendo; na: mai; apnoti: raggiunge; kilbisam: reazioni colpevoli.



TRADUZIONE

È meglio impegnarsi nella propria occupazione, anche compiendola in modo imperfetto, che accettare l’occupazione di un’altra persona e compierla perfettamente. Eseguendo i doveri prescritti secondo la propria natura non s’incorre mai nel peccato.



SPIEGAZIONE

La Bhagavad-gita prescrive per ognuno determinati doveri. I versi precedenti spiegavano che i doveri del brahmana, dello ksatriya, del vaisya e del sudra sono determinati dalle influenze che la natura materiale esercita su ciascuno di loro. Nessuno deve imitare il dovere di un altro. Un uomo che, per natura, è attratto dal tipo di lavoro del sudra non deve artificialmente pretendere di essere un brahmana, anche se è nato da una famiglia di brahmana. Ognuno deve compiere il lavoro corrispondente alla sua propria natura; nessun’attività è abominevole se è compiuta al servizio del Signore Supremo. Si può essere attratti dal dovere del brahmana, che è nella virtù, ma se per natura non si è situati nella virtù, non bisogna imitare il brahmana nelle sue attività. Lo ksatriya, il governante, deve compiere molte azioni considerate detestabili: deve usare la violenza per uccidere i nemici e talvolta deve anche mentire per ragioni diplomatiche. Questa violenza e questa duplicità fanno parte della politica, ma ciò nonostante lo ksatriya non è tenuto a lasciare queste attività per tentare di adempiere le funzioni del brahmana.

Bisogna agire allo scopo di soddisfare il Signore Supremo. Arjuna, per esempio, sebbene fosse uno ksatriya, esitava a combattere contro il nemico; ma se si combatte per amore di Krishna, Dio, la Persona Suprema, non c’è da temere alcuna degradazione. Nel campo degli affari capita che un venditore debba raccontare bugie per trarre guadagno dal suo commercio. Senza mentire non può realizzare alcun guadagno. Talvolta si sentono venditori che esclamano: “Mio caro cliente, con lei non guadagno proprio nulla!” Ma tutti sanno che senza guadagni un mercante non può sopravvivere, e che questi discorsi sono dunque menzogne. Ma il mercante non deve pensare di abbandonare una professione che lo costringe a mentire per esercitare quella del brahmana. Le Scritture non lo raccomandano. Se l’uomo, col suo lavoro, serve la Persona Suprema, non importa se uno è ksatriya, un vaisya o un sudra. Anche i brahmana, che compiono diversi tipi di sacrifici, talvolta devono uccidere un animale durante queste cerimonie. Così, uno ksatriya che uccide un nemico durante il compimento del proprio dovere non incorre nel peccato. Il terzo capitolo ha già preso in esame questi temi, in modo chiaro r particolareggiato; ogni uomo deve agire per Yajna, Visnu, Dio, la Persona Suprema. Ogni azione che mira alla soddisfazione personale incatena alla materia. In breve, ognuno deve impegnarsi in quelle attività che corrispondono all’influenza materiale che caratterizza la sua esistenza, e decidere di agire solo per servire la causa suprema, la causa del Signore.





VERSO 48 

saha-jam karma kaunteya
sa-dosam api na tyajet
sarvarambha hi dosena
dhumenagnir ivavritah


saha-jam: nato simultaneamente; karma: attività; kaunteya: o figlio di Kunti; sa-dosam: con errore; api: benché; na: mai; tyajet: si dovrebbe abbandonare; sarva-arambhah: ogni impresa; hi: certamente; dosena: con errore; dhumena: con fumo; agnih: fuoco; iva: come; avritah: coperto.



TRADUZIONE

Ogni impresa è coperta da qualche errore, come il fuoco è coperto dal fumo. Perciò, o figlio di Kunti, non si deve abbandonare l’attività che è propria della natura individuale, anche se tale attività è piena di sbagli.



SPIEGAZIONE

Nell’esistenza condizionata ogni azione è contaminata dalle tre influenze della natura materiale. Perfino il brahmana deve compiere sacrifici che richiedono l’uccisione di animali. Similmente, lo ksatriya, anche il più virtuoso, non ha altra scelta che combattere contro il nemico. Il vaisya, il commerciante, anche se molto virtuoso, può trovarsi costretto, per mantenere il suo lavoro, a tenere segreti i suoi guadagni o a fare trattative clandestine. Queste sono attività inevitabili. Così il sudra che si trova a dover obbedire a un cattivo padrone dovrà compiere atti riprovevoli per eseguire i suoi ordini. Ma nonostante queste imperfezioni è necessario che ognuno continui a compiere il proprio dovere, che gli è assegnato secondo la natura.

Questo verso ci offre una bellissima analogia. Sebbene il fuoco sia puro in sé, è coperto dal fumo. Ma il fumo non sporca mai il fuoco. Sebbene il fuoco si mischi col fumo, è considerato l’elemento più puro. Lo ksatriya che preferisce abbandonare le sue funzioni per assumere quelle del brahmana non può essere affatto sicuro che queste ultime non gli impongano ancora compiti sgradevoli. 

In conclusione, nessuno, nel mondo materiale, è completamente libero dalla contaminazione delle energie materiali. L’esempio del fuoco e del fumo è molto pertinente a questo proposito. Infatti, quando in inverno si prende una pietra dal fuoco, succede che il fumo disturba gli occhi e le altre parti del corpo, ma non per questo ci priviamo del fuoco. Così, nessuno deve abbandonare la propria occupazione naturale perché accompagnata da difficoltà. Si deve piuttosto essere ben determinati a servire il Signore Supremo perseverando nel compito che ci è stato assegnato nella coscienza di Krishna. Questa è la perfezione. Quando un’attività è compiuta per la soddisfazione del Signore Supremo, diventa libera da tutte le su imperfezioni. E quando i frutti dell’azione sono purificati a contatto col servizio di devozione, possiamo vedere perfettamente il nostro vero sé e raggiungere così la perfezione spirituale.





VERSO 49 

asakta-buddhih sarvatra
jitatma vigata-sprihah
naiskarmya-siddhim paraman
sannyasenadhigacchati


asakta-buddhih: avendo un’intelligenza distaccata; sarvatra: in ogni luogo; jita-atma: avendo il controllo della mente; vigata-sprihah: senza desideri materiali; naiskarmya-siddhim: la perfezione dovuta all’assenza di reazione; paramam: suprema; sannyasena: con l’ordine di rinuncia della vita; adhigacchati: si raggiunge.



TRADUZIONE

Colui che ha il controllo di sé, che è libero dall’attaccamento e non ha interesse per i piaceri materiali può raggiungere, con la pratica della rinuncia, il livello più alto e perfetto di libertà dalle conseguenze dell’azione.



SPIEGAZIONE

La vera rinuncia è quella che ci porta a considerarci sempre parti integranti del Signore Supremo e a farci capire che non abbiamo alcun diritto di godere dei risultati delle nostre azioni. Poiché siamo parti integranti del Signore, è Lui che deve godere dei frutti delle nostre azioni. Questa è la coscienza di Krishna e l’uomo che agisce in questa coscienza è il vero sannyasi. Svolgendo le sue attività in questo stato d’animo, egli è soddisfatto, perché agisce veramente per il Supremo. Non si attacca a niente di materiale, ma si abitua a trovar piacere solo nella felicità spirituale che scaturisce dal servizio di devozione. Il sannyasi è considerato libero dalle conseguenze delle sue azioni passate; ma la persona stabilita nella coscienza di Krishna raggiunge facilmente questa perfezione senza neppur dover adottare il sannyasa, “l’ordine di rinuncia”. Questo stato d’animo nell’uomo dedito alla rinuncia si chiama yogarudha, la perfezione dello yoga. Come abbiamo visto nel terzo capitolo (yas tv atma-ratir eva syat): chi trova la soddisfazione in se stesso non teme le conseguenze delle sue azioni.





VERSO 50 

siddhim prapto yatha brahma
tathapnoti nibodha me
samasenaiva kaunteya
nistha jnanasya ya para


siddhim: perfezione; praptah: raggiungendo; yatha: come; brahma: il Supremo; tatha: così; apnoti: si raggiunge; nibodha: cerca di capire; me: da Me; samasena: sommariamente; eva: certo; kaunteya: o figlio di Kunti: nistha; il livello; jnanasya: di conoscenza; ya: che; para: trascendentale.



TRADUZIONE

O figlio di Kunti, ascolta da Me come la persona che ha sostenuto questa perfezione può raggiungere la perfezione suprema, il Brahman, il livello della più alta conoscenza, se agisce nel modo che ora brevemente ti esporrò.



SPIEGAZIONE

Il Signore insegna ad Arjuna il modo in cui si può arrivare alla più alta perfezione semplicemente adempiendo il proprio dovere per la causa di Dio, la Persona Suprema. Si raggiungerà il livello spirituale, il livello del Brahman, semplicemente se si rinuncia al frutto delle proprie attività per la soddisfazione del Signore Supremo. Questa è la via della realizzazione spirituale. La vera perfezione della conoscenza consiste nel raggiungere la pura coscienza di Krishna, come spiegheranno più ampiamente i versi seguenti.





VERSI 51-53

buddhya visuddhaya yukto
dhrityamanam niyamya ca
sabdadin visayams tyaktva
raga-dvesau vyudasya ca

vivikta-sevi laghv-asi
yata-vak-kaya-manasah
dhyana-yoga-paro nityam
vairagyam samupasritah

ahankaram balam darpam
kamam krodham parigraham
vimucya nirmamah santo
brahma-bhuyaya kalpate


buddhya: con l’intelligenza; visuddhaya: completamente purificata; yuktah: impegnati; dhritya: con determinazione; atmanam: il sé; niyamya: regolando; ca: anche; sabda-adin: come il suono; visayan: gli oggetti dei sensi; tyaktva: abbandonando; raga: attaccamento; dvesau: e odio; vyudasya: lasciando da parte; ca: anche; vivikta-sevi: vivendo in un luogo isolato; laghu-asi: mangiando in poca quantità; yata: avendo controllato; vak: parola; kaya: corpo; manasah: e mente; dhyana-yoga-parah: assorto in meditazione; nityam: per ventiquattro ore al giorno; vairagyam: distacco; samupasritah: avendo preso rifugio in; ahankaram: falso ego; balam: falsa forza; darpam: falso orgoglio; kamam: lussuria; kridham: collera; parigraham: accoglimento di cose materiali; vimucya: essendosi liberato di; nirmamah: senza senso di possesso; santah: sereno; brahma-bhuyaya: per la realizzazione spirituale; kalpate; è qualificato.



TRADUZIONE

Purificato dall’intelligenza e controllata la mente con determinazione, abbandonati gli oggetti del piacere dei sensi e libero dall’attaccamento e dall’avversione, l’uomo che vive in un luogo solitario, che mangia poco e controlla il corpo, la mente e il potere della parola, che è sempre assorto e distaccato, non più schiavo del falso ego, del falso orgoglio, della presunta potenza, della lussuria e della collera, affrancato dal falso senso di possesso e dalla bramosia di cose materiali, sempre sereno — quest’uomo è certamente elevato al piano della realizzazione spirituale.



SPIEGAZIONE

L’uomo purificato dall’intelligenza si mantiene nella virtù. Allora egli è in grado di dominare la mente e di rimanere sempre in contemplazione. Distaccato dagli oggetti del piacere materiale, nelle sue attività e libero dall’attaccamento e dall’odio. Una persona così distaccata preferisce naturalmente vivere in un luogo appartato, non mangia più del necessario e controlla le attività della mente e dl corpo. Poiché non s’identifica col corpo materiale, è libero dal falso ego. Non desidera vedere il suo corpo irrobustirsi e ingrassare a forza di comodità materiali. Non avendo dell’esistenza una concezione materiale, basata sul corpo, è libero da ogni orgoglio ingiustificato ed è senza vanagloria. Soddisfatto di ciò che gli è offerto per la grazia del Signore, non si lascia invadere dalla collera quando i suoi sensi non possono essere appagati. Non fa più alcuno sforzo per ottenere gli oggetti di piacere per i sensi. Così, diventato completamente libero dal falso ego, perde ogni attaccamento per la materia. Il livello così raggiunto, detto brahma-bhuta, è quello della realizzazione del sé come Brahman. L’uomo libero da ogni concezione materiale dell’esistenza trova una pace che nulla può turbare. Ciò è descritto nella Bhagavad-gita (2.70):

apuryamanam acala-pratistham
samudram apah pravisanti yadvat
tadvat kama yam pravisanti sarve
sa santim apnoti na kama-kami


“Come l’oceano resta immutato nonostante le acque che vi si gettano, così soltanto l’uomo che non è turbato dal fluire incessante dei desideri che entrano in lui come fiumi, può ottenere la pace, non l’uomo che lotta per appagarli.”





VERSO 54 

brahma-bhutah prasannatma
na socati na kanksati
samah sarvesu bhutesu
mad-bhaktim labhate param


brahma-bhutah: essendo uno con l’Assoluto; prasanna-atma: pienamente gioioso; na: mai; socati: si lamenta; na: mai; kanksati: desidera; samah: equanime; sarvesu: verso tutti; bhutesu: esseri viventi; mat-bhaktim: Mio servizio devozionale; labhate: ottiene; param: trascendentale.



TRADUZIONE

Colui che ha così raggiunto la Trascendenza realizza subito il Brahman Supremo e diventa felice. Non si lamenta, non ha desideri di possesso ed è equanime verso tutti gli esseri viventi. In questa condizione può servirMi con una devozione pura.



SPIEGAZIONE

Raggiungere il livello del brahma-bhuta, cioè identificarsi con l’Assoluto, rappresenta il fine ultimo per l’impersonalista. Invece, per il personalista, per il devoto, si deve andare oltre e impegnarsi sulla via del servizio di devozione puro. Ciò significa che l’essere che serve puramente il Signore Supremo, con amore e devozione, ha già raggiunto il livello della liberazione, cioè il brahma-bhuta, o “unione con l’Assoluto”. Infatti, senza questa unità non si può servire l’Assoluto. Al livello assoluto non esiste certamente nessuna distinzione tra il servitore e Colui che è servito; tuttavia, in un senso spirituale più profondo, la differenza c’è.

In questo mondo, chi agisce per il piacere dei sensi conosce la sofferenza, mentre questa sofferenza resta ignota a colui che, nel mondo assoluto, agisce nell’ambito del servizio di devozione puro. Il devoto situato nella coscienza di Krishna non ha alcun oggetto di lamento o di desiderio. Poiché Dio è perfettamente completo, l’essere impegnato al Suo servizio, nella coscienza di Krishna, trova a sua volta la completezza in se stesso. È come un fiume dalle acque libere da ogni impurità. Naturalmente, poiché pensa sempre a Krishna, il puro devoto è sempre felice. Avendo trovato la pienezza nel servizio di devozione, non si preoccupa per nessuna perdita e per nessun profitto in questo mondo. Sapendo che ogni essere è parte integrante del Signore Supremo ed è quindi Suo servitore eterno, egli non prova alcun desiderio di godere della materia. Non vede, in questo mondo, nessun essere superiore a un altro, poiché superiore e inferiore sono termini che designano posizioni effimere e un devoto non prende affatto in considerazione le manifestazioni dell’effimero. Per lui la pietra e l’oro hanno lo stesso valore. 

Queste sono le caratteristiche di chi si trova al livello del brahma-bhuta, che i puri devoti raggiungono senza difficoltà. A questo livello, l’idea d’identificarsi col Brahman Supremo annullando la propria individualità appare infernale, e quella di vivere sui pianeti celesti si presenta come fantasmagoria; i sensi, inoltre, diventano simili ai denti rotti di un serpente. Come non c’è nulla da temere da un serpente coi denti rotti, così non c’è da avere alcun timore dei sensi quando sono controllati in modo naturale. Per chi è contaminato dalla materia, il mondo materiale è miserevole, mentre per il devoto è meraviglioso quanto Vaikuntha, il regno spirituale. Per lui il più grande personaggio dell’universo non è più importante di una formica. Questo livello può essere raggiunto solo per la grazia di Sri Caitanya Mahaprabhu, che nella nostra epoca insegna il puro servizio di devozione.





VERSO 55 

bhaktya mam abhijanati
yavan yas casmi tattvatah
tato mam tattvato jnatva
visate tad-anantaram


bhaktya: col puro servizio devozionale; mam: Me; abhijanati: si può conoscere; yavan: tanto quanto; yah ca asmi: così come sono; tattvatah: in verita; tatah: in seguito; mam: Me; tattvatah: in verità; jnatva: conoscendo; visate: egli entra; tat-anantaram: eternamente.



TRADUZIONE

Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione si può entrare nel regno di Dio.



SPIEGAZIONE

Dio, la Persona Suprema, Sri Krishna, e le Sue emanazioni plenarie non possono essere conosciuti né dai non devoti né dagli speculatori intellettuali. Chi desidera conoscere e comprendere il Signore Supremo deve adottare il servizio di devozione puro e compierlo sotto la guida di un puro devoto. Altrimenti, la verità sulla Persona Suprema rimarrà sempre nascosta. La Bhagavad-gita (7.25) spiegava già che il Signore non si manifesta a tutti (naham prakasah sarvasya). Coloro che tentano di conoscerLo soltanto con l’erudizione e la speculazione intellettuale, falliscono. Soltanto chi è veramente impegnato nella coscienza di Krishna, nel servizio di devozione, potrà comprendere Krishna così com’è. Nessun aiuto potranno darci i diplomi e le lauree.

Soltanto chi è in pieno possesso della scienza di Krishna è qualificato per entrare nel regno spirituale, nella dimora di Krishna. Raggiungere la liberazione, il livello del Brahman, non vuol dire perdere la propria identità. Il servizio di devozione è presente nel regno spirituale, e là dove c’è il servizio di devozione dev’esserci Dio, il devoto di Dio e il servizio di devozione. La conoscenza di questa verità non muore mai, neanche dopo la liberazione. Per liberazione si deve piuttosto intendere la libertà da ogni concetto materiale dell’esistenza, poiché nell’esistenza spirituale, come in quella materiale, si ritrova la stessa distinzione tra Dio e gli esseri, la stessa individualità, ma sullo sfondo della pura coscienza di Krishna. Non bisogna fraintendere il significato del termine visate, “egli entra in Me”, e vedervi un argomento a sostegno del monismo, secondo cui si giunge a fondersi nel Brahman impersonale. No. La parola visate significa che si entra nel regno del Signore Supremo mantenendo sempre la propria individualità, per vivere in Sua compagnia e servirLo. Per esempio, un uccello dalle piume verdi che penetra nelle fronde verdi di un albero non cerca di fondersi in esso, ma di godere dei suoi frutti. Per giustificare la loro tesi, gli impersonalisti fanno spesso l’esempio del fiume che si getta nell’oceano e si perde in esso. Fondersi così nell’oceano dell’Assoluto può portare forse una certa felicità all’impersonalista, ma il personalista preferisce mantenere la propria individualità, come un pesce che si diverte tra le onde. Osservando le profondità dell’oceano vi troviamo innumerevoli esseri viventi. Non basta conoscere la superficie dell’oceano, bisogna anche avere piena conoscenza degli esseri acquatici che vivono nelle sue profondità.

Grazie al suo puro servizio di devozione, il devoto può conoscere realmente le qualità e le glorie trascendentali del Signore Supremo. Come spiegava già l’undicesimo capitolo, è soltanto col servizio di devozione che si può conoscere il Signore. La stessa verità è confermata qui: solo col servizio di devozione si potrà conoscere Dio, la Persona Suprema, ed entrare nel Suo regno.

Una volta raggiunto il livello in cui si è liberi dalle concezioni materiali, il livello del brahma-bhuta, ha inizio il servizio di devozione, che comincia con l’ascolto di ciò che riguarda il Signore. Quando ascoltiamo le glorie del Signore Supremo raggiungiamo automaticamente il livello del brahma-bhuta, e la contaminazione materiale, cioè l’avidità e la cupidigia verso il piacere dei sensi, scompare. Più il desiderio e la cupidigia scompaiono dal cuore del devoto, più questi si attacca al servizio del Signore, attaccamento che lo purifica da ogni contaminazione materiale. Allora, egli può conoscere il Signore (come afferma anche lo Srimad-Bhagavatam). E la bhakti, il sublime servizio di devozione, continua anche dopo la liberazione. Il Vedanta-sutra (4.1.12) lo conferma: a-prayanat tatrapi hi dristam, il servizio di devozione continua dopo la liberazione. Lo Srimad-Bhagavatam definisce la vera liberazione devozionale come il ristabilirsi dell’essere vivente nella sua posizione originale, naturale ed eterna. La natura di questa posizione è già stata chiarita: ogni essere vivente è un frammento infinitesimale, una parte integrante del Signore Supremo, ed è dunque il Suo servitore. Mai dopo la liberazione, questo servizio offerto al Signore si arresta. La vera liberazione significa spogliarsi dei falsi concetti dell’esistenza.





VERSO 56 

sarva-karmany api sada
kurvano mad-vyapasrayah
mat-prasadad avapnoti
sasvatam padam avyayam


sarva: tutte; karmani: attività; api: benché; sada: sempre; kurvanah: compiendo; mat-vyapasrayah: sotto la Mia protezione; mat-prasadat: per la Mia misericordia; avapnoti: si raggiunge; sasvatam: l’eterna; padam: dimora; avyayam: indistruttibile.



TRADUZIONE

Benché impegnato in attività di ogni genere, il Mio puro devoto, sotto la Mia protezione, raggiunge per Mia grazia l’eterna e immortale dimora.



SPIEGAZIONE

Le parole mad-vyapasrayah significano “sotto la protezione del Signore Supremo”. Per tenersi lontano da ogni contaminazione materiale, il puro devoto agisce sotto la guida del Signore o del Suo rappresentante, il maestro spirituale. Il tempo non è una limitazione per lui. Sempre, ventiquattro ore su ventiquattro, senza riserve, egli s’impegna in attività devozionali sotto la guida del Signore Supremo. Il Signore mostra una bontà infinita verso il devoto così assorto nella coscienza di Krishna. Questo devoto, nonostante tutte le difficoltà che si ergono sul sentiero, viene infine elevato alla dimora trascendentale, Krishnaloka. Là, l’entrata gli è assicurata, senza alcun dubbio. In questa dimora suprema non ci sono mutamenti: tutto è eterno, imperituro e pieno di conoscenza.





VERSO 57 

cetasa sarva-karmani
mayi sannyasya mat-parah
buddhi-yogam upasritya
mac-cittah satatam bhava


cetasa: con intelligenza; sarva-karmani: ogni genere di attività; mayi: a Me; sannyasya: abbandonando; mat-parah: sotto la Mia protezione; buddhi-yogam: attività devozionali; upasritya: prendendo rifugio in; mat-cittah: nella coscienza di Me; satatam: per ventiquattro ore al giorno; bhava: diventa.



TRADUZIONE

In ogni attività dipendi da Me e agisci sempre sotto la Mia protezione. In questo servizio devozionale sii pienamente cosciente di Me.



SPIEGAZIONE

Colui che agisce nella coscienza di Krishna non si comporta come se fosse il padrone del mondo. Un servitore non ha alcuna indipendenza personale, agisce solo agli ordini del suo maestro. Così, il servitore del maestro supremo agisce solo sotto la Sua direzione e non è turbato né dal guadagno né dalla perdita. Si limita a compiere il suo dovere con fede, secondo le istruzioni del Signore. Si potrebbe sempre obiettare che Arjuna agiva sotto la personale direzione di Krishna, ma quando Krishna non è presente personalmente, come agire? Si deve agire secondo le istruzioni date da Krishna nella Bhagavad-gita e sotto la guida del Suo rappresentante, il maestro spirituale. Si otterrà così lo stesso risultato che se il Signore fosse presente in persona. In questo verso, le parole sanscrite mat-parah hanno grande importanza. Indicano che non si deve avere altro scopo nella vita che quello di agire nella coscienza di Krishna, unicamente per la soddisfazione di Krishna, e nel corso di queste attività si deve pensare solo a Krishna: “È Krishna che mi ha assegnato questo particolare dovere.” Se agiamo così non potremo fare a meno di pensare sempre a Krishna. Questa è la perfetta coscienza di Krishna. Naturalmente non si devono offrire al Signore Supremo i risultati di u ‘azione compiuta per capriccio. Questo genere di azioni non fa parte del servizio devozionale nella coscienza di Krishna. Si deve agire secondo le direzioni di Krishna. Questo è un punto fondamentale. E queste direzioni devono essere ricevute da un maestro spirituale autentico attraverso la successione di maestri (parampara). Perciò obbedire all’ordine del maestro spirituale dev’essere il primo dovere della vita. Chi trova un maestro spirituale autentico e agisce sotto la sua direzione è sicuro di raggiungere la perfezione dell’esistenza, nella coscienza di Krishna.





VERSO 58 

mac-cittah sarva-durgani
mat-prasadat tarisyasi
atha cet tvam ahankaran
na srosyasi vinanksyasi


mat: di Me; cittàh: essendo in coscienza; sarva: tutti; durgani: impedimenti; mat-prasadat: per Mia grazia; tarisyasi: supererai; atha: ma; cet: se; tvam: tu; ahankarat: per falso ego; na srosyasi: non ascolti; vinanksyasi: sarai perduto.



TRADUZIONE

Se diventi cosciente di Me supererai tutti gli ostacoli della vita condizionata per Mia grazia. Se invece non agisci con questa coscienza, ma segui il tuo falso ego e non mi ascolti, sarai perduto.



SPIEGAZIONE

La persona perfettamente situata nella coscienza di Krishna non si preoccupa eccessivamente di soddisfare le esigenze della vita materiale. Gli sciocchi non possono capire questa completa mancanza di ansietà e di preoccupazione. Ma per colui che agisce nella coscienza di Krishna, Sri Krishna diventa l’amico più caro che Si prende molta cura di colui che ama. Krishna dà Se stesso a quest’amico devoto che con tanto amore si sforza di soddisfarLo con ogni sua azione, in ogni momento del giorno e della notte. 

Nessuno dovrebbe dunque lasciarsi trasportare dal falso ego, da una concezione materiale dell’esistenza centrata sul corpo. Non bisogna credersi artificialmente indipendenti dalle leggi della natura materiale o liberi di agire come si vuole, perché ogni essere condizionato è certamente soggetto alle dure leggi della materia. Tuttavia, non appena agisce nella coscienza di Krishna, l’uomo si trova libero dai grovigli angoscianti della materia. Dobbiamo essere coscienti del fatto che se l’uomo agisce fuori della coscienza di Krishna si perde nel vortice materiale, nell’oceano delle nascite e delle morti. In realtà, nessun’anima condizionata sa veramente ciò che si deve o non si deve fare, ma colui che agisce nella coscienza di Krishna è libero di agire perché ogni azione gli è suggerita da Krishna ed è confermata dal maestro spirituale.





VERSO 59 

yad ahankaram asritya
na yotsya iti manyase
mithyaisa vyavasayas te
prakritis tvam niyoksyati


yat: se; ahankaram: di falso ego; asritya: prendendo rifugio; na yotsye: non combatterò; iti: così; manyase: tu pensi; mithya esah: ciò è tutto falso; vyavasayah: determinazione; te: tua; prakritih: natura materiale; tvam: te; niyoksyati: impegnerà.



TRADUZIONE

Se non agisci secondo le Mie direttive e non combatti, allora sarai fuorviato. Spinto dalla tua natura, dovrai ugualmente impegnarti in azioni di guerra.



SPIEGAZIONE

Arjuna è un guerriero, nato con l’indole dello ksatriya, perciò il suo dovere naturale è quello di combattere. Ma sotto l’influsso del falso ego teme di commettere un peccato e di doverne subire le conseguenze se uccide il suo precettore, il nonno e gli amici. Infatti, egli si considera il maestro delle sue azioni, come se da solo potesse decidere dei loro risultati, buoni o cattivi. Ha dimenticato che Dio, la Persona Suprema, è presente con lui e gli ordina di combattere. Questo è l’oblio che caratterizza ogni anima condizionata. Il Signore Supremo indica qual è l’azione buona e qual è l’azione cattiva; non si deve far altro che seguire le Sue istruzioni e agire nella coscienza di Krishna, per raggiungere la perfezione dell’esistenza. Nessuno può conoscere il proprio destino meglio di quanto lo conosca il Signore, perciò la cosa migliore è agire secondo le Sue istruzioni. Nessuno deve trascurare la volontà del Signore Supremo o del maestro spirituale, che Lo rappresenta. Se si seguono gli ordini di Dio, la Persona Suprema, senza esitazione, si sarà protetti in ogni circostanza.





VERSO 60 

svabhava-jena kaunteya
nibhaddhah svena karmana
kartum necchasi yan mohat
karisyasy avaso ‘pi tat


svabhava-jena: la tua natura dovuta alla nascita; kaunteya: o figlio di Kunti; nibaddhah: condizionata; svena: dalle tue stesse; karmana: attività; kartum: da fare; na: non; icchasi: ti piace; yat: ciò che; mohat: dall’illusione; karisyasi: farai; avasah: involontariamente; api: anche; tat: questo.



TRADUZIONE

Dominato dall’illusione, ora stai rifiutando di agire secondo le Mie direttive, ma spinto dall’attività propria della tua natura, dovrai agire in quello stesso modo, o figlio di Kunti.



SPIEGAZIONE

Chi rifiuta di agire sotto la guida del Signore Supremo sarà costretto a farlo sotto la spinta delle influenze materiali che lo controllano. Ognuno si trova sotto il controllo di una particolare combinazione di influenze materiali e deve agire di conseguenza. Ma chi si sottomette spontaneamente alle istruzioni del Signore Supremo diventa glorioso.





VERSO 61 

isvarah sarva bhutanam
hrid-dese ’rjuna tisthati
bhramayan sarva-bhutani
yantrarudhani mayaya


isvarah: il Signore Supremo; sarva-bhutanam: di tutti gli esseri viventi; hrit-dese: nella regione del cuore; arjuna: o Arjuna; tisthati: risiede; bhramayan: causando il viaggio; sarva-bhutani: tutti gli esseri viventi; yantra: su una macchina; arudhani: essendo posti; mayaya: sotto l’incantesimo dell’energia materiale.



TRADUZIONE

Il Signore Supremo è presente nel cuore di ognuno, o Arjuna, e dirige l’errare di ogni essere vivente che è situato nel corpo, simile a una macchina costituita di energia materiale.



SPIEGAZIONE

Arjuna non è il conoscitore supremo; la decisione di combattere o di non combattere, se la prende lui, dipenderà solo da un giudizio limitato. Sri Krishna ha insegnato che l’individuo non costituisce tutto ciò che esiste. Krishna stesso, la Persona Suprema, il Paramatma, è situato nel cuore di tutti gli esseri e li dirige. Cambiando il corpo, l’essere individuale dimentica le sue azioni passate, ma il Paramatma, l’Anima Suprema, che conosce il passato, il presente e il futuro, è il testimone di tutte le loro azioni, dall’Anima Suprema. Sotto la direzione dell’Anima essi ottengono ciò che si meritano, e sempre sotto la Sua direzione sono trasportati dal corpo, una macchina costituita di energia materiale. Appena l’essere entra in un corpo è costretto ad agire secondo il condizionamenti propri di quel corpo. 

Un uomo al volante di una potente vettura andrà certamente più veloce di un altro non così ben provvisto, anche se i due conducenti sono della stessa forza, della stessa natura, come gli esseri viventi. Similmente, all’ordine dell’Essere Supremo, la natura materiale crea, per un particolare essere, un particolare corpo, che gli permette di agire secondo i desideri della sua vita precedente. Gli esseri non sono indipendenti. Nessuno deve credersi indipendente da Dio, la Persona Suprema, poiché tutti sono continuamente sotto il Suo controllo. Ognuno ha dunque il dovere di abbandonarsi al Signore, come prescrive il verso seguente.





VERSO 62 

tam eva saranam gaccha
sarva-bhavena bharata
tat-prasadat param santim
sthanam prapsyasi sasvatam


tam: a Lui; eva: certamente; saranam gaccha: arrenditi; sarva-bhavena: sotto ogni riguardo; bharata: o figlio di Bharata; tat-prasadat: con la Sua grazia; param: trascendentale; santim: pace; sthanam: rifugio; prapsyasi: riceverai; sasvatam: eterno. 


TRADUZIONE

Arrenditi completamente a Lui, o discendente di Bharata. Per la Sua grazia otterrai la pace trascendentale e raggiungerai la suprema ed eterna dimora.



SPIEGAZIONE

L’essere vivente deve abbandonarsi a Dio, la Persona Suprema, che è situato nel cuore di ciascuno, e questo abbandono gli darà sollievo da ogni tipo di sofferenza relativa all’esistenza materiale. Con questo abbandono non solo si libererà da ogni sofferenza in questa vita stessa, ma alla fine raggiungerà Dio, la Persona Suprema, nella Sua dimora. I Testi vedici (¬g Veda 1.22.20) descrivono il mondo spirituale come tad-visnoh paramam padam. Poiché ogni creazione appartiene al regno di Dio, certamente anche il mondo materiale appartiene alla realtà spirituale, ma le parole paramam padam indicano in modo particolare la dimora eterna, chiamata “l’atmosfera” spirituale, o Vaikunha.

Il quindicesimo capitolo della Bhagavad-gita afferma: sarvasya caham hridi sannivistah, il Signore. Dio, la Persona Suprema, Si trova nel cuore di ognuno. Questo verso, dunque, che ci raccomanda di abbandonarci all’Anima Suprema situata all’interno di noi, parla dell’abbandono al Signore, Dio, la Persona Suprema, Sri Krishna è già stato accettato da Arjuna come l’Essere Supremo. Nel decimo capitolo, infatti, Krishna è chiamato param brahma param dhama. Arjuna accetta Krishna come Dio, la Persona Suprema, e la dimora ultima di tutti gli esseri; la sua affermazione non si basa solo sull’esperienza personale, ma e la dimora ultima di tutti gli esseri; la sua affermazione non si basa solo sull’esperienza personale, ma sulle dichiarazioni di saggi che sono grandi autorità in campo spirituale, come Narada, Asita, Devala e Vyasa.





VERSO 63

iti te jnanam akhyatam
guhyad guhyataram maya
vimrisyaitad asesena
yathechasi tatha kuru


iti: così; te: a te; jnanam: conoscenza; akhyatam: descritta; guhyat: confidenziale; guhya-taram: ancora più confidenziale; maya: da Me; vimrisya: riflettono; etat: su ciò; asesena: pienamente; yatha: come; icchasi: ti piace; tatha: questo; kuru: fai. 


TRADUZIONE

Ti ho svelato così la conoscenza più confidenziale. Rifletti profondamente, poi agisci secondo il tuo desiderio.



SPIEGAZIONE

Il Signore ha già esposto ad Arjuna la conoscenza del brahma-bhuta. Chi è situato sul piano del brahma-bhuta conosce la felicità; non si lamenta mai e non desidera nulla. Questo è il frutto della conoscenza “confidenziale”. Krishna ha rivelato anche la conoscenza del Paramatma, dell’Anima Suprema. Questa conoscenza è anche quella del Brahman, ma a un livello superiore.

Sri Krishna dice qui ad Arjuna che è libero di agire come vuole, yathecchasi tatha kuru. Dio, infatti, non priva mai l’essere individuale della sua piccola indipendenza. Nella Bhagavad-gita il Signore ha mostrato sotto ogni aspetto come l’essere può elevare le sue condizioni di vita. Il miglior consiglio che diede ad Arjuna fu quello di abbandonarsi all’Anima Suprema situata nel suo cuore. Un’intelligenza ben diretta deve farci accettare di agire secondo le istruzioni dell’Anima Suprema. Questo ci aiuterà a stabilirci fermamente e costantemente nella coscienza di Krishna, la più alta perfezione della vita umana. Arjuna riceve direttamente da Dio, la Persona Suprema, l’ordine di combattere. La sottomissione al Signore è nell’interesse dell’essere vivente, non in quello del Signore. Prima di sottomettersi ognuno è libero di riflettere profondamente, con tutta la sua intelligenza; questo è il modo migliore di accettare le istruzioni del Signore Supremo. Queste istruzioni ci arrivano anche attraverso il maestro spirituale, rappresentante autentico della Persona Suprema, Sri Krishna.





VERSO 64 

sarva-guhyatamam bhuyah
srinu me paramam vacah
isto ’me dridham iti
tato vaksyami te hitam


sarva-guhya-tamam: la più confidenziale di tutte; bhuyah: di nuovo; srinu: ascolta; me: da Me; paramam: la suprema; vacah: istruzione; istah asi: tu sei caro; me: a Me; dridham: molto; iti: così; tatah: perciò; vaksyami: sto parlando; te: per tuo; hitam: beneficio.



TRADUZIONE

Poiché tu sei un amico molto caro, ti rivelo la Mia suprema istruzione, la più confidenziale tra le conoscenze. Ascoltala da Me perché te la rivelo per il tuo bene.



SPIEGAZIONE

Il Signore ha svelato ad Arjuna la conoscenza segreta dell’Anima Suprema situata nel cuore di ognuno; ora gli rivela la parte più segreta di questa conoscenza: l’abbandono a Dio, la Persona Suprema. Nell’ultimo verso del nono capitolo, Egli diceva, man-manah: “Pensa sempre a Me.” E lo stesso insegnamento è ripetuto nel verso seguente per mostrare chiaramente che si tratta dell’essenza della Bhagavad-gita. Questa essenza non può essere percepita dall’uomo comune, ma solo da colui che è molto caro a Krishna, cioè il Suo puro devoto. Questo è l’insegnamento più importante di tutti gli Scritti vedci. Le parole di Krishna a questo proposito costituiscono la parte più essenziale della conoscenza, e non solo Arjuna, ma tutti gli esseri dovrebbero metterle in pratica.





VERSO 65 

man-mana bhava mad-bhakto
mad-yaji mam namaskuru
mam evaisyasi satyam te
pratijane priyo ‘si me


mat-manah: pensando a Me; bhava: diventa; mat-bhaktah: Mio devoto; mat-yaji: Mio adoratore; mam: a Me; namaskuru: offri i tuoi omaggi; mam: a Me; eva: certamente; esyasi: verrai; satyam: veramente; te: a te; pratijane. Io prometto; priyah: caro; asi: tu sei; me: a Me.



TRADUZIONE

Pensa sempre a Me, diventa Mio devoto, adorami e offriMi i tuoi omaggi. Così verrai a Me senza alcun dubbio. Te lo prometto perché tu sei un amico che Mi è molto caro.



SPIEGAZIONE

La parte più confidenziale della conoscenza consiste nel diventare un puro devoto di Krishna, pensare sempre a lui e agire per Lui. È inutile trasformarsi in un professionista della meditazione. Ognuno deve organizzare la propria vita in modo da aver sempre l’occasione di pensare a Krishna. Tutte le attività quotidiane dovrebbero dunque essere sempre legate a Krishna. Dobbiamo veramente modellare tutta la nostra vita in modo da non aver tempo di pensare a nient’altro che a Krishna durante le ventiquattro ore del giorno. Alla persona situata in una forma così pura di coscienza di Krishna, il Signor promette il ritorno alla Sua dimora, dove potrà vederLo a tu per tu e vivere in Sua compagnia. Questa parte della conoscenza, la più segreta, Sri Krishna la rivela ad Arjuna perché egli è un Suo carissimo amico. Chiunque segua l’esempio di Arjuna potrà diventare anche lui un carissimo amico di Krishna e raggiungere una perfezione simile alla sua.

Questo verso sottolinea dunque l’importanza di concentrare la mente su Krishna, sulla forma a due braccia, con un flauto tra le dita, sul ragazzo dal volto splendido, dalla carnagione blu e dai capelli ornati di piume di pavone. Numerosi testi, tra cui la Brahma-samhita, descrivono Sri Krishna. Si deve fissare la mente sulla forma originale di Dio, la forma di Krishna. Non si dovrebbe neppure lasciar deviare la propria attenzione sulle altre forme del Signore. Il Signore ha molteplici forme, quella di Visnu, Narayana; Rama, Varaha e altre ancora, ma il devoto deve concentrare la mente sulla forma originale del Signore, che Arjuna vedeva in quel momento davanti a sé. La concentrazione della mente sulla forma di Krishna costituisce dunque la parte più confidenziale della conoscenza, e Krishna la rivela ad Arjuna poiché egli è un amico, infinitamente caro a Lui.





VERSO 66 

sarva-dharman parityajya
mam ekam saranam vraja
aham tvam sarva-papebhyo
moksaysiyami ma sucah


sarva-dharman: tutte le varietà di religione; parityajya: abbandonando; mam: a me; ekam: soltanto; saranam: per arrenderti; vraja: va; aham: Io; tvam: tu; sarva: tutte; papebhyah: dalle reazioni colpevoli; moksa-yisyami: libererò; ma: non; sucah: temere.



TRADUZIONE

Lascia ogni forma di religione e abbandonati a Me. Io ti libererò da tutte le reazioni del peccato, non temere.



SPIEGAZIONE

Il Signore ha descritto varie forme di conoscenza e di metodi religiosi, la conoscenza del Brahman Supremo, la conoscenza dell’Anima Suprema, la conoscenza dei differenti varna e asrama (specialmente quello del sannyasa), la conoscenza del distacco, del controllo della mente e dei sensi, della meditazione, e così via. Ha esposto, in differenti modi, differenti forme di religione. Ora, riassumendo la Bhagavad-gita, il Signore chiede ad Arjuna di rifiutare tutte queste vie, per abbandonarsi semplicemente a Lui, Sri Krishna. Con questo abbandono Arjuna sarà libero dalle conseguenze di tutti i suoi atti colpevoli, poiché il Signore in persona gli promette di proteggerlo.

La Bhagavad-gita spiegava precedentemente, nel settimo capitolo, che soltanto colui che si è liberato dalle conseguenze dei suoi atti colpevoli può cominciare ad adorare il Signore, Sri Krishna. Si potrebbe quindi credere che finché si è liberi da tutte le conseguenze dei propri peccati, sia impossibile incamminarsi sulla via dell’abbandono al Signore. A questi dubbi il verso risponde che anche colui che non è ancora libero da tutte le conseguenze dei suoi peccati riceverà questa grazia semplicemente abbandonandosi a Krishna. Non c’è alcun bisogno di fare grandi sforzi per liberarsi da soli dalle conseguenze dei propri atti colpevoli. Senza esitazione si deve accettare Krishna come il salvatore di tutti gli esseri. Con fede e con amore ci si deve abbandonare a Lui.
Il metodo di sottomissione a Krishna è descritto nell’Hari-bhakti-vilasa (11.676): 

anukulyasya sankalpah
pratikulyasya varjanam
raksisyatiti visvaso
goptritve varanam tatha
atma-niksepa-karpanye
sad-vidha saranagatih


Secondo la via devozionale, è sufficiente seguire quei principi religiosi che conducono verso il servizio di devozione al Signore. L’uomo può compiere questo o quel dovere, secondo la sua posizione nell’ordine sociale, ma se compiendolo non diventa cosciente di Krishna, tutte le sue attività saranno state vane. Tutto ciò che non conduce alla perfezione della coscienza di Krishna dev’essere evitato. Bisogna aver fede che in ogni circostanza Krishna ci protegge da qualsiasi difficoltà. Non occorre preoccuparsi come mantenere in vita il corpo: Krishna provvede. Dobbiamo sempre sentirci senz’aiuto e considerare Krishna come l’unica base del nostro progresso nell’esistenza. Infatti, non appena ci s’impegna con serietà nel servizio di devozione al Signore, in piena coscienza di Krishna, si diventa purificati da ogni contaminazione generata dalla natura materiale. Esistono differenti forme di religione e differenti vie di purificazione, come lo sviluppo della conoscenza, la meditazione nel sistema dello yoga mistico, e così via, ma chi si abbandona a Krishna non ha bisogno di sottostare a tutte queste pratiche. L’abbandono a Krishna gli eviterà di perdere tempo, gli permetterà di superare i frutti di tutti gli altri metodi e di liberarsi dalle conseguenze di tutte le sue colpe.

Tutti dovrebbero sentirsi affascinati dalla bellezza di Krishna. Il nome stesso di Krishna significa “infinitamente affascinante”. È molto fortunato colui che prova attrazione per la forma di Krishna, bella e onnipotente. Esistono diversi tipi di spiritualisti: alcuni sono attaccati all’aspetto del Brahman impersonale, altri a quello dell’Anima Suprema, ma colui che è attratto dall’aspetto personale di Dio, la Persona Suprema, e soprattutto chi è affascinato dalla Persona Suprema nella Sua forma Krishna è certamente il più perfetto. Il servizio di devozione offerto a Krishna, in piena coscienza, costituisce dunque la parte più confidenziale della conoscenza, l’essenza stessa della Bhagavad-gita. I karma-yogi, i filosofi empirici, gli yogi e i devoti sono tutti considerati spiritualisti, ma il puro devoto, colui che ha una devozione pura per il Signore, è il migliore di tutti. Qui le parole ma sucah, “non aver timore, non preoccuparti, non esitare”, sono piene di significato. Infatti, si potrebbe esitare davanti alla possibilità di rifiutare ogni altra forma di religione per abbandonarsi a Krishna, ma tale paura sarebbe priva di fondamento.





VERSO 67 

idam te natapaskaya
nabhaktaya kadacana
na casusrusave vacyam
na ca mam yo ’bhyasuyati


idam: questo; te: da te; na: mai; atapaskaya: a chi non è austero; na: mai: atapaskaya: a chi non è austero; na: mai; abhaktaya: a uno che non è devoto; kadacana: in nessun momento; na: mai; ca: anche; asusrusave: a chi non è impegnato nel servizio devozionale; vacyam: essere detto; na: mai; ca: anche; mam: verso di Me; yah: chiunque; abhyasuyati: è invidioso.



TRADUZIONE

Questa conoscenza confidenziale non dovrà mai essere rivelata agli uomini non austeri, o non devoti o non impegnati nel servizio devozionale, né a coloro che sono invidiosi di Me.



SPIEGAZIONE

Non bisogna parlare di questa parte della conoscenza, la più confidenziale, agli uomini che non hanno messo in pratica le austerità che la religione comporta, che non hanno mai tentato d’impegnarsi nel servizio di devozione, nella coscienza di Krishna, che non hanno mai servito un puro devoto del Signore, e in particolare agli uomini che prendono Krishna per un personaggio storico o invidiano la Sua grandezza. 

Ciò nonostante, vediamo talvolta persone demoniache, che invidiano Krishna e Gli rendono culto a modo loro, che commentano la Bhagavad-gita in modo non autorizzato, ai fini di lucro; chiunque desideri veramente conoscere Krishna deve guardarsi da questi commenti. Infatti, la Bhagavad-gita e Krishna non possono essere compresi da coloro che hanno la tendenza a godere dei piaceri materiali, oppure da coloro che seguono rigidamente le regole dell’autodisciplina contenute nelle Scritture vediche, ma senza essere devoti del Signore. Non possono capirLo nemmeno coloro che hanno l’aspetto di devoti, ma non s’impegnano in attività coscienti di Krishna. Molti uomini invidiano Krishna perché nella Bhagavad-gita Egli Si è dimostrato l’Essere Supremo, che nessuno può superare o anche solo eguagliare. A questi uomini non bisogna svelare la conoscenza contenuta nella Bhagavad-gita, perché non potrebbero capirla. Nessun uomo privo di fede capirà la Bhagavad-gita o Krishna. Senza ricevere la conoscenza di Krishna da un’autorità spirituale, dal puro devoto di Krishna, non bisogna tentare di commentare la Bhagavd-gita.





VERSO 68 

ya idam paramam guhyam
mad-bhaktesv abhidhasyati
bhaktim mayi param kritva
mam evasyaty asamsayah


yah: chiunque; idam: questo; paramam: il più; guhyam: confidenziale segreto; mat: Mio; bhaktesu: tra i devoti; abhidhasyati: spiega; bhaktim: servizio devozionale; mayi: a Me; param: trascendentale; kritva: facendo; mam: a Me; eva: certamente; esyati: viene: asamsayah: senza dubbio.



TRADUZIONE

Chi insegna questo supremo segreto ai Miei devoti avrà il puro servizio devozionale assicurato, e alla fine tornerà a Me.



SPIEGAZIONE

Si consiglia generalmente di studiare la Bhagavad-gita solo in compagnia dei devoti, perché nessuna persona che non è devota potrà mai capirla, né potrà capire Krishna. Coloro che non accettano Krishna così com’è e non accettano la Bhagavad-gita così com’è non devono tentare di commentare questo Testo sacro secondo la loro fantasia, perché commetterebbero delle offese nei suoi riguardi. La Bhagavad-gita dev’essere spiegata soltanto a chi è pronto ad accettare che Krishna è Dio, la Persona Suprema. Quest’ opera costituisce oggetto di studio solo per i devoti, e non per gli uomini che si dedicano alla speculazione filosofica. D’altra parte, chiunque si sforzi sinceramente di presentare la Bhagavad-gita così com’è avanzerà nella sua vita devozionale e raggiungere la devozione pura, che gli garantirà il ritorno a Dio, nella sua dimora originale.





VERSO 69 

na ca tasman manusyesu
kascim me priya-krittamah
bhavita na ca me tasmad
anyah priyataro bhuvi


na: mai; ca: e; tasmat: di lui; manusyesu: tra gli uomini; kascit: nessuno; me: a Me; priya-krit-tamah: più caro; bhavita: diventerà; na: né; ca: e; me: a Me; tasmat: di lui; anyah: un altro; priya-tarah: più caro; bhuvi: in questo mondo.



TRADUZIONE

Non esiste al mondo un servitore che Mi sia più caro di lui, e mai nessuno Mi sarà più caro.





VERSO 70 

adhyesyate ca ya imam
dharmyam samvadam avayoh
jnana-yajnena tenaham
istah syam iti me matih


adhyesyate: studierà; ca: anche; yah: colui che; imam: questa; dharmyam: sacra; samvadam: conversazione; avayoh: nostra; jnana: di conoscenza; yajnena: col sacrificio; tena: da lui; aham: Io; istah: adorato; syam: sarò; iti: così; me: Mia; matih: opinione.



TRADUZIONE

Dichiaro inoltre che se una persona studia questa nostra sacra conversazione Mi adora con la sua intelligenza.





VERSO 71 

sraddhavan anasuyas ca
srinnuyad api yo narah
so ’pi muktah subhal lokan
prapnuyat punya-karmanam


sraddha-van: pieno di fede; anasuyah: non invidioso; ca: e; srinuyat: che ascolta; api: certamente; yah: che; narah: un uomo; sah: egli; api: anch