Capitolo
2: Il
CONTENUTO DELLA BHAGAVAD-GITA.
Sintesi del contenuto
della Bhagavad-gita
VERSO 1
sanjaya uvaca
tam tatha kripayavistam
asru-purnakuleksanam
visidantam idam vakyam
uvaca madhusudanah
sanjayah uvaca: Sanjaya disse;
tam: ad Arjuna; tatha: così; kripaya: dalla
compassione; avisam: sopraffatto; asru-purna-akula:
pieno di lacrime; iksanam: occhi; visidantam:
lamentando; idam: queste; vakyam: parole; uvaca:
disse; madhu-sudanah: l'uccisore di Madhu.
TRADUZIONE
Sanjaya disse:
Vedendo Arjuna con le lacrime agli occhi, pieno di compassione e molto
triste,
Madhusudana —Krishna—
gli rivolge queste parole.
SPIEGAZIONE
La compassione per il corpo, i lamenti e le
lacrime sono segni che rivelano l'ignoranza del nostro vero sé. Solo
per l'anima eterna ha compassione colui che è cosciente del suo vero sé.
Il nome Madhusudana è significativo in questo verso. Ci ricorda che Sri
Krishna ha ucciso il demone Madhu, e ora Arjuna vuole che Krishna uccida
il demone del dubbio, da cui fu assalito al momento di compiere il suo
dovere. Nessuno sa a chi mostrare la propria pietà. Piangere sui
vestiti di un uomo che sta annegando non ha significato. Sarebbe
assurdo, per salvare un uomo che affoga, preoccuparsi del suo cappotto.
Non si può quindi salvare un uomo che affoga nell'oceano dell'ignoranza
se si cerca soltanto di soddisfare le richieste del suo corpo fisico,
che è solo un vestito. Ignorare l'esistenza dell'anima e impietosirsi
per il corpo è proprio del sudra, colui che si lamenta senza
ragione. Arjuna era uno ksatriya, e nessuno si sarebbe
aspettato da lui un simile comportamento. Ma Sri Krishna può dissipare
facilmente l'illusione dell'uomo ignorante ed è a questo fine che Egli
ha esposto la filosofia della Bhagavad-gita.
In questo capitolo Krishna, maestro supremo della conoscenza, ci conduce
verso la realizzazione del sé eterno con lo studio analitico del corpo
materiale e dell'anima spirituale. Tale realizzazione può essere
raggiunta da colui che agisce senza attaccamento ai frutti dell'azione e
non perde mai di vista la propria identità spirituale.
VERSO 2
sri-bhagavan uvaca
kutas tva kasmalam idam
visame samupasthitam
anarya-justam asvargyam
akirti-karam arjuna
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona
Suprema, disse; kutah: da dove; tva: a te;
kasmalam: impurità; idam: questo lamento; visame:
in questo momento difficile; samupasthitam: arrivata; anarya:
persone che non conoscono il valore della vita; justam: messo
in pratica; asvargyam: che non guida ai pianeti superiori;
akirti: infamia; karam: la causa di; arjuna: o
Arjuna.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
Mio caro Arjuna, da dove viene questa mancanza di purezza? Non è
affatto degna di un uomo che conosce il valore della vita. Non ti porterà
ai pianeti superiori ma all'infamia.
SPIEGAZIONE
Krishna è Dio, la Persona Suprema, perciò
nel corso della Bhagavad-gita sarà chiamato con nome di
Bhagavan, che designa l'aspetto supremo della Verità Assoluta.
Si distinguono tre stadi nella realizzazione della Verità Assoluta:
Brahman, lo Spirito impersonale e onnipresente; Paramatma, l'aspetto di
Dio localizzato nel cuore di ogni essere; e Bhagavan, la Persona
Suprema, Sri Krishna. Lo Srimad Bhagavatam rivela questi tre
aspetti della Verità Assoluta:
vadanti tat tattva-vidas
tattvam yaj jnanam advayam
brahmeti paramatmeti
bhagavan iti sabdyate
"La realizzazione della Verità
Assoluta comporta tre stadi, che sono conoscibili da colui che l'ha
attuata fino in fondo. Questi tre aspetti—Brahman, Paramatma e
Bhagavan— formano un Essere Unico."
(S.B. 1.2.11)
Per illustrare questi tre aspetti della
realizzazione della Verità Assoluta prendiamo l'esempio del sole, che
possiede anch'esso tre aspetti: i raggi, la superficie e l'astro in sè.
Il neofita studia solo i raggi, lo studente più istruito esamina la
superficie, mentre il più avanzato riesce a entrare nell'astro stesso.
Lo studente comune che si accontenta di studiare la luce del sole come
presenza diffusa, cioè l'irradiamento impersonale del sole, può essere
paragonato a colui che riesce a realizzare solo l'aspetto Brahman della
Verità Assoluta. Lo studente più avanzato, invece, giunge a osservare
il disco solare, che corrisponde all'aspetto Paramatma della Verità
Assoluta, mentre lo studente capace di entrare nel cuore dell'astro
corrisponde a colui che ha realizzato l'aspetto personale della Verità
Assoluta. Sebbene coloro che cercano la Verità abbiano tutti il
medesimo oggetto di studio, i bhakta sono gli spiritualisti più
avanzati perché conoscono Bhagavan, cioè l'aspetto supremo della Verità
Assoluta. I raggi, il disco solare e la vita sull'astro sono intimamente
connessi tra loro, ma costituiscono tre campi di studio differenziati
secondo i tre livelli di comprensione.
Parasara Muni, padre di Vyasadeva, che ha grande autorità in materia,
spiega così il significato del termine sanscrito bhagavan:
colui che possiede senza limiti la bellezza, la ricchezza, la fama, la
potenza, la saggezza e la rinuncia. Migliaia sono le persone ricche o
potenti, belle o celebri, erudite o capaci di rinuncia, ma nessuna può
dimostrare di possedere integralmente tutti questi attributi. Solo
Krishna può, perché Krishna è Dio la Suprema Persona. Nessun essere
vivente, neanche Brahma, Siva o Narayana, possiede questi attributi in
modo così completo come Krishna. Brahma stesso ne è consapevole quando
conclude nella Brahma-samhita che Sri Krishna è Dio, la
Persona Suprema. Nessuno Gli è uguale o superiore. Egli è Bhagavan, il
Signore originale, chiamato anche Govinda, ed è la causa suprema di
tutte le cause.
isvarah paramah krishnah
sac-cid-ananda-vigrahah
anadir adir govindah
sarva-karana-karanam
"Ci sono molte persone che possiedono le
qualità di Bhagavan, ma Krishna è il Supremo e nessuno può superarLo.
Egli è Govinda, il Signore originale, la causa di tutte le cause, e il
Suo corpo è eterno, pieno di conoscenza e felicità." (Brahma-samhita
5.1)
Lo Srimad Bhagavatam, che elenca un
grande numero di avatara e di emanazioni plenarie del Signore,
dichiara che Krishna è la Persona Suprema e originale, da cui emanano
tutti gli avatara e tutte le manifestazioni divine:
ete camsa-kalah pumsah
krishnas tu bhagava svayam
indrari-vyakulam lokam
mridayanti yuge yuge
"Ogni manifestazione divina è
un'emanazione plenaria di Dio oppure un'emanazione parziale di questa
emanazione plenaria, ma Krishna è Dio, la Persona Suprema." (S.B.
1.3.28)
Krishna è dunque la Persona Suprema e originale, la Verità Assoluta,
fonte dell'Anima Suprema e del Brahman impersonale. In presenza di Dio i
lamenti di Arjuna per la famiglia sono del tutto fuori luogo, e Krishna
gli esprime la Sua sorpresa col termine kutah (da dove). Chi si
sarebbe aspettato che un arya mostrasse sentimenti così
indegni? Arya è colui che conosce il valore della vita e pone
la realizzazione spirituale alla base dell'esistenza. Tutti gli altri
hanno una concezione materialistica dell'esistenza e ignorano che il
fine della vita è la realizzazione della Verità Assoluta — Visnu,
Bhagavan. Affascinati dal mondo materiale, non sanno neppure che cosa
significhi liberarsi. Le persone che non sanno neppure che cosa
significhi liberarsi. Le persone che non sanno che cosa significhi
liberarsi dai legami della materia sono chiamati anarya. Essendo
uno ksatriya, e rifiutandosi di combattere, Arjuna
manca al suo dovere, e questo atto di codardia è indegno di un'arya.
Allontanarsi dal proprio dovere non aiuta a progredire spiritualmente e
non permette neppure di diventare famosi in questo mondo. Krishna non
approva affatto la cosiddetta compassione di Arjuna per i suoi parenti.
VERSO 3
klaibyam ma sma gamah partha
naitat tvayy upapadyate
ksudram hridaya-daurbalyam
tyaktvottisha parantapa
klaibyam: impotenza; ma sma:
non; gamah: accetta; partha: o figlio di Pritha;
na: mai; etat: questa; tvayi: di te; upapadyate:
è degna; ksudram: molto poco; hridaya: del cuore;
daurbalyam: debolezza; tyatva: abbandonando; uttistha:
alzati; param-tapa: o vincitore del nemico.
TRADUZIONE
O figlio di Pritha, non cedere a questa umiliante
impotenza. Non ti si addice. Abbandona questa meschina debolezza di
cuore, o vincitore del nemico, e alzati.
SPIEGAZIONE
Chiamandolo "figlio di Pritha",
Krishna vuole sottolineare il legame di parentela che Lo unisce ad
Arjuna, perché Pritha è la sorella di Suo padre Vasudeva. Il figlio di
un brahmana se non è virtuoso, così il figlio di uno ksatriya
non deve mai rifiutarsi di combattere se vuole essere riconosciuto come ksatriya;
se il primo è un empio e il secondo un codardo, entrambi saranno
indegni del loro padre. Krishna non vuole che il Suo caro amico Arjuna
sia considerato indegno del padre ksatriya, perciò, salito sul
suo carro, è pronto a dargli i Suoi consigli. Ma se Arjuna non saprà
trarre vantaggio dai consigli del Signore e abbandonerà la lotta, si
macchierà di un atto infame. Krishna aggiunge quindi che questo
comportamento di Arjuna può scusarsi adducendo la sua venerazione per
il rispettabile Bhisma e per i suoi parenti, ma Krishna considera questa
magnanimità una mera forma di debolezza. Questa falsa magnanimità non
è affatto conforme alle Scritture. La presunta non violenza di Arjuna
è quindi del tutto fuori posto, e seguendo le direttive di Krishna egli
dovrebbe rinunciarvi.
VERSO 4
arjuna uvaca
katham bhismam aham sankhye
dronam ca madhusudana
isubhih pratiyotsyami
pujarhav ari-sudana
arjunah uvaca: Arjuna disse;
katham: come; bhismam: Bhisma; aham: io;
sankhye: nel combattimento; dronam: Drona; ca:
anche; madhusudana: o uccisore di Madhu; isubhih: con
frecce; pratiyotsyami: contrattaccherò; puja-arhau:
coloro che sono degni di adorazione; ari-sudana: o uccisore del
nemico.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
O uccisore dei nemici, o uccisore di Madhu, come potrei nel corso della
battaglia respingere con le mie frecce uomini come Bhisma e Drona degni
della mia venerazione?
SPIEGAZIONE
In qualsiasi circostanza uomini rispettabili
come Bhisma, il nonno di Arjuna, e Dronacarya, il suo maestro, rimangono
degni di venerazione. Perfino se attaccano, non conviene rispondere alle
loro provocazioni. Come regola generale, nessuno dovrebbe mai scontrarsi
con gli anziani, neppure verbalmente; anche se manifestano una certa
asprezza nel loro comportamento, non bisogna mai trattarli duramente.
Come contrattaccare quando il nemico è composto proprio dai nostri
maestri? Combatterebbe Krishna contro Suo nonno Ugrasena o contro il Suo
maestro, Sandipani Muni? Queste sono alcune obiezioni di Arjuna.
VERSO 5
gurun ahatva hi mahanubhavan
sreyo bhoktum bhaiksyam apiha loke
hatvartha-kamams tu gurun ihaiva
bhunjiya bhogan rudhira-pradigdhan
gurun: i superiori; ahatva:
non uccidendo; hi: certamente; maha-anubhavan: grandi
anime; sreyah: è preferibile; bhoktum: godere della
vita; bhaiksyam: elemosinando; api: perfino; iha:
in questa vita; loke: in questo mondo; hatva:
uccidendo; artha: guadagno; kaman: desiderando; tu:
ma; gurun: superiori; iha: in questo mondo; eva:
certamente; bhunjiya: deve godere di; bhogan: ciò di
cui si può godere; rudhira: sangue; pradigdhan: tinto
di.
TRADUZIONE
Meglio vivere in questo mondo mendicando piuttosto
che vivere al prezzo della vita di grandi anime, quali i miei maestri.
Sebbene avidi di guadagni materiali, essi sono pur sempre i nostri
superiori. Se li uccidiamo, tutto ciò di cui potremo godere sarà
macchiato di sangue.
SPIEGAZIONE
Secondo le Scritture, un maestro è rinnegato
se commette atti abominevoli o se non è più capace di discernere il
bene dal male. Bhisma e Drona si trovano proprio in questa situazione.
Infatti, hanno creduto di doversi unire a Duryodhana solo perché costui
provvedeva ai loro bisogni, ma non avrebbero mai dovuto accettare un
tale compromesso unicamente per ragioni di denaro. Un atto simile li ha
resi indegni del rispetto che si deve portare ai maestri. Ma Arjuna, che
li considera sempre suoi maestri, pensa che beneficiare di beni
materiali alla loro morte significhi godere di una felicità
insanguinata.
VERSO 6
na caitad vidmah kataran no gariyo
yad va jayema yadi va no jayeyuh
yan eva hatva na jijivisamas
te 'vasthitah pramukhe dhartarastrah
na: nè; ca: anche;
etat: questo; vidmah: sappiamo; katarat: quale; nah:
per noi; gariyah: meglio; yat va: se; jayema:
conquistiamo; yadi: se; va: o; nah: noi;
jayeyuh: essi conquistano; yan: coloro che; eva:
certamente; hatva: uccidendo; na: mai; jijivisamah:
vogliamo vivere; te: di tutti loro; avastitah: sono
situati; pramukh: davanti; dhartarastrah: i figli di
Dhritarastra.
TRADUZIONE
Non so se sia meglio vincerli o esserne vinti. Se
uccidessimo i figli di Dhritarastra, non avremmo più alcun desiderio di
vivere; eppure essi sono qui, schierati di fronte a noi sul campo di
battaglia.
SPIEGAZIONE
Arjuna non sa se deve combattere e commettere
inutili violenze, pur sapendo che combattere è il dovere di uno ksatriya,
o se deve ritirarsi e vivere mendicando. Se non vincesse il nemico,
mendicare sarebbe l'unica possibilità di sopravvivenza per lui. Non è
neppure sicuro della vittoria, perché le forze dei due eserciti si
equivalgono. E anche se la vittoria attendesse i Pandava, la cui causa
è perfettamente giusta, sarebbe un grande dolore vivere dopo la
scomparsa dei figli di Dhritarastra. Se tutti morissero in battaglia,
anche la vittoria sarebbe sconfitta. Queste riflessioni di Arjuna
provano che egli non è soltanto un grande devoto del Signore, ma anche
un uomo illuminato dalla conoscenza spirituale e dotato di un perfetto
controllo della mente e dei sensi. Sebbene egli sia di sangue reale, il
suo desiderio di vivere mendicando è un altro segno del suo distacco.
La sua virtù è autentica ed è rafforzata dalla fiducia negli
insegnamenti di Krishna, il suo maestro spirituale. Arjuna è dunque
perfettamente degno di essere liberato dalla materia. Se non diventa
maestro dei sensi l'uomo non può elevarsi al piano della conoscenza, e
senza devozione e conoscenza non è possibile raggiungere la
liberazione. Oltre a grandi meriti materiali, Arjuna possiede tutte
queste qualità spirituali.
VERSO 7
karpanya-dosopahata-svabhavah
pricchami tvam dharma-sammudha-cetah
yac chreyah syan niscitam bruhi tn me
sisyas te 'ham sadhi mam tvam prapannam
karpanya: di miseria; dosa:
per la debolezza; upahata: essendo afflitto; sva-bhavah:
caratteristiche; pricchami: io chiedo; tvam: a Te;
dharma: religione; sammudha: confuso; cetah: nel
cuore; yat: quale; sreyah: bene; syat: può
essere; niscitam: in confidenza; bruhi: di; tat:
ciò; me: a me; sisyah: discepolo; te: Tuo;
aham: sono; sadhi: istruisci; mam: me; tvam:
a Te; prapannam: arreso.
TRADUZIONE
Ora sono confuso sul mio dovere e ho perso la calma
a causa di una debolezza meschina. In questa condizione Ti chiedo di
dirmi chiaramente ciò che è meglio per me. Ora sono Tuo discepolo e
un'anima sottomessa a Te. Istruisci, Ti prego.
SPIEGAZIONE
Il complesso sistema delle azioni materiali,
dominate dalle leggi della natura, lascia l'uomo perplesso. Ogni passo
nella vita solleva nuovi interrogativi. È necessario dunque avvicinare
un maestro spirituale autentico, capace di aiutarci a compiere la
missione della nostra esistenza. Tutti gli Scritti vedici consigliano di
avvicinare un maestro spirituale autentico per liberarci dalla
confusione che nostro malgrado ci turba, come un fuoco divampato
all'improvviso in una foresta, che nessuno ha provocato o voluto. La
vita in questo mondo ci opprime con ogni sorta di complicazioni in modo
imprevisto e contro la nostra volontà. Gli Scritti vedici consigliano
dunque di cercare la soluzione dei nostri problemi con l'aiuto di un
maestro spirituale che appartiene a una successione autentica di maestro
spirituale che appartiene a una successione autentica di maestri e di
maestri e di comprendere perfettamente la scienza che ci presenta. Poiché
il maestro spirituale può trasmettere al discepolo la conoscenza
perfetta, è bene avvalersi del suo aiuto piuttosto che rimanere
perplessi e confusi di fronte ai problemi dell'esistenza. Ecco
l'insegnamento di questo verso.
La natura materiale rende perplessi tutti coloro che ignorano i veri
problemi dell'esistenza. La Brihad-aranyaka Upanisad (3.8.10)
descrive in questo modo l'uomo perplesso: yo va etad aksaram gargy
aviditvasmal lokat praiti sa kripanah. "È un 'avaro' colui
che dopo aver sprecato la vita umana lascia questo mondo come farebbe un
cane o un gatto, senza aver risolto i problemi della vita e senza aver
compreso la scienza della realizzazione spirituale." In realtà, la
forma umana è un vantaggio molto prezioso e vivere senza trarne
beneficio significa agire come l'avaro, che non sa trarre profitto dai
suoi beni, Il brahmana, invece, usa intelligenza che non sa
trarre profitto dai suoi beni. Il brahmana, invece, usa
intelligentemente il suo corpo, servendosene per risolvere i problemi
che deve affrontare nella vita. Ya etad aksaram gargi viditvasmal
lokat praiti sa brahmanah.
I kripana, gli "avari", hanno una visione
puramente materialistica della vita e si perdono in un affetto morboso
per la famiglia, la società e la patria, attaccati come sono alla
moglie, ai figli e ai parenti dai legami della carne. Il kripana
pensa di poter salvare i suoi dalla morte e crede che la famiglia o lo
Stato possano fare altrettanto per lui. Quest'attaccamento esiste anche
negli animali, che si prendono grande cura dei loro piccoli. Arjuna è
intelligente perciò può comprendere che l'affetto per la famiglia e il
desiderio di proteggerla dalla morte sono le vere cause della sua
titubanza. Non ignora che il dovere di guerriero lo attende, ma una
debolezza meschina gli impedisce di compierlo. Perciò domanda a Krishna,
il maestro spirituale supremo, di trovare una soluzione definitiva. Le
parole che maestro e discepolo si scambiano sono sempre serie, perciò
Arjuna si offre a Krishna come discepolo, desideroso di sostituire alle
conversazioni amichevoli un colloquio più profondo col suo maestro
spirituale. Così Krishna fu il primo maestro a insegnare la scienza
della Bhagavad-gita e Arjuna il primo discepolo, maestro
nell'arte di apprenderla. Sono descritte nella Bhagavad-gita le
qualità che permettono ad Arjuna di coglierne il messaggio, eppure
certi cosiddetti eruditi proclamano che è inutile abbandonarsi a
Krishna come Persona e professano la sottomissione al "non nato di
cui Krishna è la manifestazione esterna". Ma nella Persona di
Krishna non esiste nessuna differenza tra l'interno e l'esterno. È
inutile, perciò, e privo di senso cercare di approfondire la Bhagavad-gita
senza coglierne questa verità essenziale.
VERSO 8
na hi prapasyami mamapanudyad
yac chokam ucchosanam indiyanam
avapya bhumav asapatnam riddham
rajyam suranam api cadhipatyam
na: non; hi: certamente;
prapasyami: vedo; mama: mio; apanudyat: può
allontanare; yat: questo; sokam: lamento;
ucchosanam: che sta inaridendo; indriyanam: i sensi;
avapya: raggiungendo; bhumau: sulla Terra; asapatnam:
senza rivali; riddham: prospero; rajyam: regno;
suranam: degli esseri celesti; api: perfino; ca:
anche; adhiptyam: supremazia.
TRADUZIONE
Non vedo il modo di allontanare il dolore che
inaridisce i miei sensi. Non riuscirò a eliminarlo nemmeno se sulla
Terra ottenessi un regno prospero e senza uguali e una sovranità simile
a quella dei deva sui pianeti celesti.
SPIEGAZIONE
Sebbene molti degli argomenti di Arjuna siano
basati su princìpi religiosi e su codici morali, è chiaro che egli non
può risolvere il suo vero problema senza l'aiuto del suo maestro
spirituale, Sri Krishna. Capisce che tutta la sua cosiddetta conoscenza
non gli è di alcun aiuto in questa situazione critica, in cui sente
venir meno il gusto di vivere; era impossibile per lui risolvere le sue
perplessità senza l'aiuto di un maestro spirituale come Krishna. La
conoscenza accademica, l'erudizione e il prestigio non servono a
risolvere i problemi della vita; soltanto un maestro spirituale come
Krishna può darci un aiuto. Si può concludere quindi che il maestro
spirituale pienamente cosciente di Krishna è il maestro autentico,
perché può risolvere tutti problemi dell'esistenza. Sri Caitanya
Mahaprabhu disse che il vero maestro spirituale è colui che è maestro
nella scienza di Krishna, indipendentemente dalla sua posizione sociale:
kiba vipra, kiba nyasi, sudra kene
naya
yei krishna-tattva-vetta, sei ‘guru' haya
"Non importa se una persona è un vipra
esperto nella saggezza vedica) o ha umili origini o è situato
nell'ordine di rinuncia; se è maestro nella scienza di Krishna è il
maestro spirituale perfetto e autentico." (Caitanya-caritamrita,
Madhya 8.128) Nessuno è un maestro spirituale autentico se non
conosce perfettamente la scienza di Krishna. Le Scritture vediche
insegnano:
sat-karma-nipuno vipro
mantra-tantra-visaradah
avaisnavo gurur na syad
vaisnavah sva-paco guruh
"Anche un brahmana erudito,
esperto in tutti i rami del sapere vedico, non può diventare maestro
spirituale se non è un vaisnava, cioè se non conosce
perfettamente la scienza di Krishna mentre il vaisnava, colui
che è cosciente di Krishna, può diventare maestro spirituale anche se
proviene da una classe sociale inferiore." (Padma Purana)
Il progresso e la prosperità materiale non aiutano a risolvere i
problemi dell'esistenza, cioè la nascita, la malattia, la vecchiaia e
la morte. Negli Stati "evoluti", dove l'economia in pieno
sviluppo offre ai cittadini ogni facilitazione, i problemi sono gli
stessi che altrove. Si cerca la pace in diversi modi, ma invano. La vera
felicità si raggiunge solo consultando Krishna ossia la Bhagavad-gita
e lo Srimad Bhagavatam, che costituiscono la scienza di Krishna,
trasmessa attraverso il Suo rappresentante autentico, la persona
cosciente di Krishna.
Se lo sviluppo economico e il benessere materiale potessero salvarci
dalle angosce che procurano la famiglia, la società, la nazione o
l'appartenenza all'umanità in generale, che significato avrebbero le
parole di Arjuna quando dice che il suo dolore non potrebbe essere
alleviato né da un regno senza uguali sulla Terra né da potere di cui
godono gli esseri celesti sui pianeti superiori? Egli cerca invece
rifugio nella coscienza di Krishna, il giusto sentiero verso la pace e
l'armonia. Lo sviluppo economico di un Paese o la sua supremazia sugli
altri Stati possono tramontare all'improvviso a causa di un cataclisma
naturale, e il posto conquistato su un altro pianeta, anche se più
evoluto del nostro, come la luna che l'uomo si sforza ora di
raggiungere, può esserci strappato in un momento. La Bhagavad-gita lo
conferma: ksine punye martya-lokam visanti. "Esauriti i
piaceri che sono le conseguenze delle attività virtuose, l'uomo deve
sprofondare dalla più alta felicità alla più bassa
degradazione." Sono numerosi i grandi uomini politici che cadono
così. Tali cadute sono soltanto nuove occasioni di lamento. Solo
rifugiandosi in Krishna, come fa Arjuna, si mette fine ai lamenti. A
Krishna infatti egli si rivolge per risolvere il suo problema in modo
definitivo, e quest'abbandono totale al Signore è il principio stesso
della coscienza di Krishna.
VERSO 9
sanjaya uvaca
evam uktva hrisikesam
gudakesah parantapah
na yotsya iti govindam
uktva tusnim babhuva ha
sanjayah uvaca: Sanjaya disse;
evam: così; uktva: parlando; hrisikesam: a
Krishna, il maestro dei sensi; gudakesah: Arjuna, il maestro
che vince l'ignoranza; parantapah: il vincitore dei nemici;
na yotsye: non combatterò; iti: perciò; govindam:
a Krishna, l'elargitore del piacere dei sensi; uktva: dicendo;
tusnim: silenzioso; babhuva: diventò; ha:
certamente.
TRADUZIONE
Sanjaya disse:
Avendo così parlato, Arjuna, il vincitore dei nemici, dice a Krishna:
"Govinda, Non combatterò", e rimane in silenzio.
SPIEGAZIONE
Dhritarastra è certamente molto soddisfatto
di sapere che Arjuna, invece di combattere, si prepara a lasciare il
campo di battaglia per condurre una vita da mendicante; ma grande è la
sua delusione quando sente Sanjaya che chiama Arjuna "Parantapa",
"colui che ha il potere di uccidere i suoi nemici".
L'affetto per la famiglia ha gettato Arjuna in un'angoscia
irragionevole, ma anche nello sgomento egli ha saputo abbandonarsi a
Krishna, diventando così il discepolo del maestro spirituale supremo.
Quest'abbandono a Krishna lascia prevedere la prossima fine dei suoi
lamenti, perché la conoscenza perfetta di Dio, la coscienza di Krishna,
ben presto lo riempirà di luce. Le speranze di Dhritarastra stanno per
svanire perché Arjuna, illuminato da Krishna, si batterà fino
all'ultimo.
VERSO 10
tam uvaca hrisikesah
prahasann iva bharata
senayor ybhayor madhye
visidantam idam vacah
tam: a lui; uvaca: disse;
hrisikesah: il maestro dei sensi, Krishna ; prahasan:
sorridendo; iva: così; bharata: o Dhritarastra,
discendente di Bharata; senayoh: eserciti; ubhayoh:
dei due; madhye: tra; visidantam: a colui che si
lamenta; idam: le seguenti; vacah: parole.
TRADUZIONE
O discendente di Bharata, in quel momento Krishna,
tra i due eserciti, Si rivolge sorridendo all'infelice Arjuna.
SPIEGAZIONE
Questo dialogo si svolge tra due amici
intimi: Hrisikesa e Gudakesa. Come amici, la loro posizione è uguale,
ma uno è diventato volontariamente discepolo dell'altro. Krishna
sorride vedendo che il Suo amico ha scelto di diventare Suo discepolo.
Egli è il Signore di tutti, perciò occupa sempre una posizione
superiore, come maestro di tutti, ma se qualcuno desidera diventare Suo
amico, figlio, amante o servitore, Egli lo accetta come tale. Si
sottomette perfino ai desideri di coloro che vogliono che Lui, Krishna,
interpreti una di queste parti. Arjuna Lo ha appena riconosciuto come
maestro, e subito Krishna entra nella Sua parte e gli parla come un
maestro parla al discepolo, con tutta la gravità richiesta dalla
situazione. Maestro e discepolo scambiano queste parole davanti ai due
eserciti, affinché tutti ne ricevano beneficio. Infatti, gli
insegnamenti della Bhagavad-gità non sono riservati a una
persona, un gruppo, una società o una comunità particolare, ma sono
destinati a tutti. Amici o nemici, tutti hanno diritto di ascoltarli.
VERSO 11
sri-bhagavan uvaca
asocyan anvasocas tvam
prajna-vadams ca bhasase
gatasun agatasums ca
nanusocanti panditah
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona
Suprema, disse; asocyan: non è degno di lamento; anvasocah:
tu ti lamenti; tvam: tu; prajna-vadan: parole sagge;
ca: anche; bhasase: parlando; gata: perdita;
asun: vita; agata: non perduta; asun: vita;
ca: anche; na: mai; anusocanti: si lamentano;
panditah: i saggi.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
Sebbene tu dica sagge parole, ti affliggi per ciò che non è degno di
afflizione. I saggi non si lamentano né per i vivi né per i morti.
SPIEGAZIONE
Il Signore prende immediatamente il posto di
maestro e rimprovera il Suo discepolo accusandolo indirettamente
d'ignoranza: "Tu parli con molta erudizione, dice, ma ignori che il
vero erudito —colui che conosce la natura del corpo e dell'anima—
non si lamenta mai dell'involucro corporeo, morto o vivo." I
capitoli successivi svilupperanno il concetto che la vera conoscenza
consiste nel conoscere la materia, l'anima e colui che le controlla.
Arjuna ha sostenuto che i princìpi religiosi sono al di sopra della
politica e della diplomazia. Ma non sa che la conoscenza della materia,
dell'anima e di Dio è più importante delle formule religiose. Poiché
ignorava questa verità e piangeva su ciò per cui non vale la pena, non
avrebbe dovuto farsi passare per un erudito. Il corpo nasce col destino
di morire, un giorno o l'altro; perciò il corpo è meno importante
dell'anima. Colui che lo sa è il vero saggio e nessuna delle diverse
condizioni del corpo è per lui causa di lamento.
VERSO 12
na tv evaham jatu nasam
na tvam neme janadhipah
na caiva na bhavisyamah
sarve vayam atah param
na: mai; tu: ma; eva:
certamente; aham: Io; jatu: in nessun momento; na:
non; asam: esistevo; na: non; tvam: tu;
na: non; ime: tutti questi; jana-adhipah: re;
na: mai; ca: anche; eva: certamente; na:
non; bhavisyamah: esisteremo; sarve vayam: tutti noi;
atah param: in seguito.
TRADUZIONE
Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io tu e
tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere.
SPIEGAZIONE
I Veda, la Katha Upanisad e la Svetasvatara
Upanisad, insegnano che Dio, la Persona Suprema, provvede ai
bisogni di innumerevoli esseri viventi, secondo le condizioni in cui
sono stati posti dalle loro attività passate. Il Signore Supremo vive
anche nel cuore di ogni essere in virtù delle Sue emanazioni plenarie,
ma solo le persone sante possono vedere il Signore Supremo in ogni
essere e fuori di ogni essere, e raggiungere così una pace perfetta ed
eterna:
nityo nityana m cetanas cetananam
eko bahunam yo vidadhati kaman
tam atma-stham ye 'nupasyanti dhiras
tesam santih sasvati netaresam
(Katha Upanisad 2.2.13)
Queste verità non sono destinate soltanto ad
Arjuna, ma anche a tutti coloro che in questo mondo si reputano eruditi
ma sono privi della vera conoscenza. Il Signore dichiara che Lui, come
Arjuna e tutti i re riuniti sul campo di battaglia, sono individui,
eternamente distinti gli uni dagli altri; il Signore eternamente Si
prende cura degli esseri individuali, sia di quelli condizionati dalla
natura materiale sia di quelli liberati. Dio, la Persona Suprema,
distinta da tutte le altre, e Arjuna, Suo eterno compagno, come tutti i
re presenti, sono persone eterne, distinte le une dalle altre. La loro
individualità esisteva nel passato e continuerà a esistere nel futuro,
senza interruzione. Perciò non c'è ragione di lamento per nessuno.
Il Signore, autorità suprema, contraddice qui la teoria mayavadi
secondo cui l'anima individuale, una volta libera dal velo di maya (illusione),
si fonde nel Brahman impersonale e perde la sua esistenza individuale.
Krishna dichiara invece che la Sua individualità e quella di tutti gli
esseri animati continuerà in eterno, come affermano le Upanisad.
Non si può mettere in dubbio l'autorità di Krishna perché Egli non è
soggetto all'illusione. Se l'individualità non fosse un fatto reale,
Krishna non l'avrebbe messa in rilievo con tale evidenza affermando che
continuerà anche nel futuro. I mayavadi ribattono che
l'individualità di cui parla Krishna non è spirituale, bensì
materiale. In questo caso, anche l'individualità di Krishna sarebbe
materiale! Egli afferma, invece che questa individualità esisteva nel
passato e continuerà nel futuro. Non solo Krishna conferma la Sua
individualità in vari modi, ma spiega anche che il Brahman impersonale
Gli è subordinato. Fin dall'inizio Krishna ha insistito su questa
individualità. Ciò nonostante, se si considera il Signore come un
essere comune, condizionato dalla natura materiale, allora non si può
più riconoscere alla Bhagavad-gita il valore di Scrittura
autorevole. Infatti un uomo qualsiasi, limitato dalle quattro
imperfezioni che gli impone la natura umana, non può insegnare nulla
che meriti di essere ascoltato.
La Bhagavad-gita, invece, trascende la conoscenza imperfetta.
Nessun libro profano può essere paragonato alla Bhagavad-gita. Ma
se si considera Krishna un uomo comune, la Bhagavad-gita perde
tutta la sua importanza. I mayavadi affermano che
l'individualità degli esseri, espressa in questo verso è convenzionale
e riguarda solo il corpo. Nei versi precedenti, tuttavia,
l'identificazione col corpo è stata condannata. Dopo aver condannato
l'errore dell'essere vivente che identifica il sé spirituale col corpo
materiale, com'è possibile che Krishna ora proponga questa teoria? Le
prove dell'individualità degli esseri poggiano dunque su basi
spirituali, come confermano i grandi acarya, tra cui Sri
Ramanuja.
È chiaramente affermato in molti punti della Bhagavad-gita che
soltanto coloro che sono devoti del Signore possono comprendere
l'individualità spirituale. Coloro che invidiano la divinità di
Krishna non giungeranno mai a capire le Scritture vediche. Il non devoto
che tenta di comprendere gli insegnamenti della Bhagavad-gita assomiglia
all'ape che vedendo il miele in un barattolo si sforza invano di
aspirarne il contenuto. Ma non si può gustare il sapore del miele senza
aprire il barattolo. Così, non si può gustare il nettare della Bhagavad-gita
senza essere devoti del Signore, come sarà confermato nel quarto
capitolo. Neppure coloro che per invidia negano l'esistenza stessa di
Dio possono comprendere la Bhagavad-gita. La spiegazione data
dai mayavadi è dunque la più ingannevole presentazione della
verità. Sri Caitanya Mahaprabhu ci ha proibito la lettura dei commenti mayavadi,
avvertendoci che le persone che adottano la loro interpretazione perdono
ogni potere di capire il segreto della Bhagavad-gita. Se
l'individualità esistesse solo nell'universo fenomenico, gli
insegnamenti del Signore non sarebbero di alcuna utilità.
L'individualità distinta degli esseri del Signore è un fatto eterno,
ed è confermato, come abbiamo visto, dai Veda.
VERSO 13
dehino 'smin yatha dehe
kaumaram yauvanam jara
tatha dehantara-praptir
dhiras tatra na muhyati
dehinah: dell'anima incarnata;
asmin: in questo; yatha: come; dehe: nel corpo;
kaumaram: l'infanzia; yauvanam: la giovinezza; jara:
la vecchiaia; tatha: similmente; deha-antara: di
cambiamento del corpo; praptih: compimento; dhirah: il
sobrio; tatra: a questo proposito; na: mai;
muhyati: s'illude.
TRADUZIONE
Come l'anima incarnata passa, in questo corpo,
dall'infanzia alla giovinezza e poi alla vecchiaia, così l'anima passa
in un altro corpo all'istante della morte. La persona saggia non è
turbata da questo cambiamento.
SPIEGAZIONE
Ogni essere vivente è un'anima spirituale,
distinta da tutte le altre. A ogni istante l'anima cambia corpo e si
manifesta nella forma di un bambino, di un adolescente, poi di un adulto
e infine di un vecchio. Ma l'anima rimane sempre la stessa e non subisse
alcun cambiamento. Infine, alla morte del corpo, l'anima trasmigra in un
altro involucro. Sapendo che l'anima si rivestirà sicuramente di un
altro corpo, materiale o spirituale, per una nuova vita, Arjuna non ha
valide ragioni di lamentarsi sul destino di Bhisma e Drona. Anzi,
dovrebbe allietarsi de fatto che essi cambino il loro vecchio corpo con
uno nuovo, rinnovando le loro energie. Gioie e sofferenze variano con i
nostri corpi, perché sono il risultato delle nostre azioni passate.
Bhisma e Drona, sono persone nobili, e nella prossima vita avranno
certamente corpi spirituali o almeno corpi dotati di qualità più
elevate, grazie a cui godranno di gioie materiali ancora più intense
sui pianeti superiori. In nessun caso c'è ragione di lamentarsi sulla
loro sorte.
Colui che conosce perfettamente la natura dell'anima individuale,
dell'Anima Suprema e dell'universo materiale e spirituale è chiamato dhira,
"sempre sereno". Quest'uomo non è turbato dalle
trasmigrazioni dell'anima. Il fatto che l'anima individuale non possa
essere divisa in frammenti annulla la teoria mayavadi
dell'unità delle anime. Se il Supremo potesse essere ripartito in una
moltitudine di anime spirituali sarebbe divisibile e mutabile, ma
l'anima Suprema non è soggetta a mutamento.
La Bhagavad-gita afferma che gli esseri individuali sono
frammenti del Supremo ed esistono eternamente (sanatana). Si
chiamano ksara perché sono soggetti a cadere nella natura
materiale. Esistono per l'eternità allo stato di frammenti; e anche
dopo aver raggiunto la liberazione, l'anima individuale rimane sempre un
frammento. Ma una volta liberata vive una vita eterna di conoscenza e
felicità assolute in compagnia di Dio, la Persona Suprema.
L'Anima Suprema, presente in ogni essere, e l'anima infinitesimale
appaiono entrambe nel corpo, ma rimangono distinte. Il riflesso del
cielo nell'acqua vi fa apparire anche il sole, la luna e le stelle. Le
stelle, che rappresentano le anime individuali, non eguagliano mai il
sole e la luna, ai quali è paragonata l'Anima Suprema. L'Anima
spirituale infinitesimale è rappresentata da Arjuna, mentre l'Anima
Suprema è Sri Krishna. Essi non sono sullo stesso piano, come mostrerà
chiaramente l'inizio del quarto capitolo. Se Krishna non fosse superiore
ad Arjuna, la loro relazione di maestro e discepolo non avrebbe
significato. Se entrambi fossero ingannati dall'energia illusoria, maya,
non avrebbe nessun senso essere l'uno il maestro e l'altro l'allievo.
Finché si è schiavi di maya è impossibile impartire un
insegnamento valido. Ma qui la posizione di Krishna è ben delineata:
Egli è il Signore Supremo, superiore ad Arjuna, che è confuso e
ingannato da maya.
VERSO 14
matra-sparsas tu kaunteya
sitosna-sukha-duhkha-dah
agamapayino 'nityas
tams titiksasva bharata
matra-sparsah: percezione sensoria;
tu: soltanto; kaunteya: o figlio di Kunti; sita:
inverno; usna: estate; sukha: felicità; duhkha:
e dolore; dah: che da; agama: appaiono; apayinah:
scompaiono; anityah: non permanenti; tan: tutti
questi; titiksasva: cerca di tollerare; bharata: o
discendente della dinastia di Bharata.
TRADUZIONE
O figlio di Kunti, la comparsa non permanente della
gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili
all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti
alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare
a tollerarli senza esserne disturbati.
SPIEGAZIONE
Per compiere bene il proprio dovere bisogna
imparare a tollerare l'effimero manifestarsi della gioia e de dolore. I Veda,
per esempio, raccomandano di fare un bagno tutte le mattine, anche
durante il mese di magha (gennaio-febbraio). Benché faccia
molto freddo in questo periodo, colui che obbedisce ai princìpi
religiosi non esita a farlo; così come una donna non esiterà a
sopportare il calore soffocante della cucina per preparare il pasto
quotidiano in piena estate. Si deve compiere il proprio dovere
nonostante i disagi stagionali. Così, il principio religioso di uno ksatriya
è combattere, ed egli non dovrebbe sottrarsi al suo dovere
prescritto, anche se questo dovere gli ingiunge di combattere contro
parenti e amici. Solo con la conoscenza e la devozione ci si può
liberare dalle reti di maya (illusione), ma per elevarsi al
piano della conoscenza è necessario seguire i princìpi della
religione.
Due nomi sono stati dati qui ad Arjuna, entrambi significativi: "Kaunteya"
e "Bharata", che ricordano la sua discendenza materna e
paterna. Egli è l'erede di una grande stirpe, e ciò lo obbliga a
eseguire perfettamente i suoi doveri. Non può dunque evitare lo
scontro.
VERSO 15
yam hi na vyathayanti ete
purusam purusarsabha
sama-duhkha-sukham dhiram
so 'mritatvaya kalpate
yam: colui al quale; hi:
certamente; na: mai; vyathayanti: sono causa di
disturbo; ete: tutti questi; purusam: a una persona;
purusa-risabha: o migliore tra gli uomini; sama: inalterato;
duhkha: nel dolore; sukham: e felicità; dhiram:
paziente; sah: egli; amritatvaya: per la liberazione; kalpate:
è considerato degno.
TRADUZIONE
O migliore tra gli uomini [Arjuna], la persona che
non è turbata né dalla gioia né dal dolore, ma rimane salda in ogni
circostanza, è certamente degna della liberazione.
SPIEGAZIONE
Colui che è determinato a raggiungere uno
stadio avanzato nella realizzazione spirituale e giunge a tollerare con
equanimità gli assalti della gioia e del dolore, è pronto per
raggiungere la liberazione. Nel varnasrama-dharma la vita di sannyasa,
l'ordine di rinuncia, richiede enormi sacrifici, ma l'uomo che
desidera veramente rendere perfetta la propria vita adotta il sannyasa
nonostante tutte le difficoltà. Le maggiori difficoltà sorgono
quando bisogna troncare i legami familiari e abbandonare la compagnia
della moglie e dei figli. Ma chi riesce a sopportare questa separazione
si apre il cammino verso la realizzazione spirituale. Perciò il Signore
consiglia ad Arjuna di perseverare nell'esecuzione del suo dovere di ksatriya,
anche se gli è penoso battersi contro i componenti della sua
famiglia o altre persone care.
Quando Sri Caitanya Mahaprabhu divenne sannyasi all'età di
ventiquattro anni, la Sua giovane moglie e Sua madre rimasero senza
alcun sostegno; eppure Egli accettò il sannyasa e rimase fermo
nell'adempimento dei suoi doveri spirituali per una causa superiore.
Questo è il modo per raggiungere la liberazione dai legami della
materia.
VERSO 16
nasato vidyate bhavo
nabhavo vidyate satah
ubhayor api dristo 'ntas
tv anayos tattva-darsibhih
na: mai; asatah: del non
permanente; vidyate: vi è; bhavah: durata; na:
mai; abhavah: cambiamento di qualità; vidyate: vi è;
satah: di ciò che è eterno; ubhayoh: di due; api:
verità; dristah: osservata; antah: conclusione;
tu: certamente; anayoh: di loro; tattva: della
verità; darsibhih: di coloro che vedono.
TRADUZIONE
Coloro che vedono la verità hanno concluso che non
vi è durata in ciò che non esiste [il corpo materiale] e non vi è
cambiamento in ciò che è eterno [l'anima]. Studiando la natura di
entrambi, essi sono giunti a questa conclusione.
SPIEGAZIONE
Il corpo materiale, soggetto a continui
cambiamenti, è temporaneo. La medicina moderna ammette che le cellule
del corpo cambiano a ogni istante, provocando la crescita e
l'invecchiamento. Ma l'anima continua a esistere e rimane sempre la
stessa, nonostante le trasformazioni del corpo e della mente. Ecco la
grande differenza tra l'energia materiale e quella spirituale: il corpo
cambia continuamente mentre l'anima è eterna. A questa conclusione sono
giunti coloro che vedono la verità, sia impersonalisti sia
personalisti. Il Visnu Purana (2.12.38) afferma che Visnu e i
Suoi pianeti hanno un'esistenza spirituale e godono di luce propria (jytisi
visnur bhuvanani visnuh). Tutti definiscono l'anima spirituale e il
corpo materiale come l'una "reale" e l'altro
"illusorio". Questa è la versione di coloro che vedono la
verità ed è questo l'inizio dell'insegnamento del Signore agli esseri
sviati dall'ignoranza. Appena l'ignoranza si dissipa si ristabilisce la
relazione eterna tra l'essere e Dio, che è l'oggetto della sua
adorazione. Allora si capirà in un attimo ciò che distingue gli esseri
viventi da Dio, la Persona Suprema, di cui essi sono particelle
infinitesimali. Si può comprendere la natura dell'Essere Supremo
studiando minuziosamente la nostra natura e sapendo che siamo distinti
da Lui come la parte dal tutto. Il Vedanta-sutra e lo Srimad
Bhagavatam riconoscono nell'Essere Supremo l'origine di tutte le
energie, inferiori e superiori. Come rivelerà il settimo capitolo di
quest'opera, gli esseri viventi appartengono all'energia superiore.
Sebbene non ci sia differenza tra l'energia e la sua sorgente, si dice
che la sorgente è Suprema e l'energia, o natura, Gli è subordinata.
Gli esseri viventi sono dunque sempre subordinati al Signore Supremo,
come i servitori al padrone o gli allievi all'insegnante. Ma è
impossibile comprendere queste verità così chiare finché si vive
nell'ignoranza. Il Signore enunciò la Bhagavad-gita per
liberare tutti gli esseri da questa ignoranza e far loro gustare
eternamente l'illuminazione spirituale.
VERSO 17
avinasi tu tad viddhi
yena sarvam idam tatam
vinasam avyayasyasya
na kascit kartum arhati
avinasi: imperituro; tu:
ma; tat: ciò; viddhi: sappi; yena: da cui;
sarvam: di tutto il corpo; idam: questo; tatam:
diffuso; vinasam: distruzione; avyayasya:
dell'imperituro; asya: di ciò; na kascit: nessuno;
kartum: fare; arhati: è capace.
TRADUZIONE
Sappi che non può essere distrutto ciò che
pervade il corpo. Nessuno può distruggere l'anima eterna.
SPIEGAZIONE
Questo verso precisa la natura dell'anima, la
cui influenza si diffonde in tutto il corpo. Tutti sanno che ciò che
pervade il corpo è la coscienza. Noi siamo coscienti delle gioie e dei
dolori che prova il nostro corpo, ma la nostra coscienza non si estende
al corpo degli altri esseri, i cui i piaceri e sofferenze ci sono
estranei. Ogni corpo è dunque l'involucro di un'anima individuale, e il
sintomo della presenza dell'anima è la coscienza individuale.
La Svetasvatara Upanisad (5.9) ci rivela la dimensione
dell'anima: un decimillesimo della punta di un capello.
balagra-sata-bhagasya
satadha kalpitasya ca
bhago jivah sa vijneyah
sa canantyaya kalpate
"Dividendo la punta di un capello in
cento parti e ciascuna in cento parti ancora, si ha la misura
dell'anima." Lo Srimad Bhagavatam conferma questa
descrizione:
kesagra-sata-bhagasya
satamsah sadrsatmakah
jivah suksma-svarupo 'yam
sankhyatito hi cit-kanah
"Esistono innumerevoli atomi spirituali
che hanno ciascuno la dimensione di un decimillesimo della punta di un
capello." Le anime individuali sono dunque atomi spirituali, più
piccoli degli atomi materiali e il loro numero è infinito. Questa
minuscola scintilla è il principio vitale del corpo materiale, e la sua
influenza si diffonde in tutto il corpo come l'effetto di una medicina.
La coscienza si manifesta esercitando il suo influsso in tutto il corpo,
ed è il sintomo della presenza dell'anima, che è la sua sorgente.
Chiunque può capire che un corpo materiale privo di coscienza è un
corpo morto, che non può essere rianimato con alcun metodo materiale.
È chiaro dunque che la coscienza proviene dall'anima e non da qualche
combinazione di elementi materiali. La Mundaka Upanisad (3.1.9)
precisa a sua volta la dimensione dell'anima infinitesimale:
eso 'nur atma cetasa veditavyo
yasmin pranah pancadha samvivesa
pranais cittam sarvam otam prajanam
yasmin visuddhe vibhavaty esa atma
"L'anima è infinitamente piccola e può
essere percepita da un'intelligenza perfetta. Essa fluttua trasportata
dai cinque tipi d'aria (prana, apana, vyana, samana e udana).
È situata nel cuore e diffonde la sua energia in tutto il corpo. Una
volta purificata dalla contaminazione di queste cinque arie materiali,
l'anima manifesta la sua potenza spirituale."
L'hatha-yoga serve a controllare, con varie posizioni, i cinque
soffi che avvolgono l'anima pura; ha lo scopo di liberare l'anima
infinitesimale dalla materia che la imprigiona e non quello di procurare
qualche beneficio materiale.
Tutti i Testi vedici concordano su questa definizione dell'anima
infinitesimale e ogni uomo sano di mente può verificarne direttamente
l'autenticità. Soltanto gli sciocchi definiscono questa scintilla
spirituale come visnu-tattva, cioè infinita.
La Mundaka Upanisad afferma che l'anima infinitesimale è
situata nel cuore di ogni essere, da dove il suo influsso si propaga in
tutto il corpo. Ma alcuni scienziati materialisti sono convinti
dell'inesistenza dell'anima per il semplice motivo che è così piccola
che si sottrae al loro potere d'osservazione. Invece è certo che se
l'energia necessaria al funzionamento dell'organismo proviene dal cuore
è perché l'anima individuale e l'Anima Suprema sono entrambe presenti
nel cuore. I globuli del sangue, che trasportano l'ossigeno
immagazzinato nei polmoni, traggono la loro energia dall'anima. Ecco
perché il sangue cessa di circolare e di svolgere le sue funzioni non
appena l'anima lascia il corpo. La medicina "scientifica" non
è in grado di verificare che è l'anima a fornire al corpo la sua
energia vitale, però accetta l'importanza dei globuli rossi e ammette
che il cuore è la sede di tutte le energie del corpo.
Le anime individuali, che sono parti del Tutto spirituale, possono
essere paragonate alle innumerevoli molecole luminose che formano i
raggi del sole. Esse sono scintille spirituali che compongono la
radiosità del Signore Supremo e costituiscono la Sua energia superiore,
detta prabha. Né chi segue le Scritture vediche né chi segue
la scienza moderna può negare l'esistenza dell'anima nel corpo, e Dio
Stesso, la Persone Suprema, espone molto chiaramente la scienza
dell'anima nella Bhagavad-gita.
VERSO 18
antavanta ime deha
nityasyoktah saririnah
anasino 'prameyasya
tasmad yudhyasva bharata
anta-vantah: perituri; ime:
tutti questi; dehah: corpi materiali; nityasya: sempre
esistenti; uktah: sono detti; saririnah: dell'anima
incarnata; anasinah: mai distrutta; aprameyasya:
immensurabile; tasmat: perciò; yudhyasva: lotta;
bharata: o discendente di Bharata.
TRADUZIONE
Il corpo materiale dell'indistruttibile,
incommensurabile ed eterno essere vivente è certamente destinato alla
distruzione, perciò combatti, o discendente di Bharata.
SPIEGAZIONE
Il corpo materiale è per natura temporaneo.
Può morire tra un istante o tra cent'anni; è solo questione di tempo.
Non possiamo mantenerlo in vita all'infinito. Ma l'anima è così
minuscola che non può neppure essere vista, come potrebbe essere
distrutta da un nemico? Il verso precedente la descriveva così piccola
da non poter essere misurata. La perdita del corpo non è degna di
pianto in nessun caso perché l'essere vivente, cioè l'anima, non può
mai venire ucciso, mentre il corpo è comunque impossibile proteggerlo e
conservarlo all'infinito. Il corpo materiale nel quale l'uomo si
reincarnerà sarà il frutto delle attività compiute in questa vita,
perciò è fondamentale osservare i princìpi religiosi nel corso della
vita terrena.
I Vedanta-sutra chiamano "luce" l'essere vivente,
perché è particella della luce suprema. Come il sole mantiene in vita
l'universo, la "luce" dell'anima tiene in vita il corpo
materiale. Infatti, appena l'anima lo abbandona il corpo comincia a
decomporsi; perciò è l'anima spirituale che mantiene in vita il corpo.
Il corpo in se stesso ha poca importanza. Perciò Krishna consiglia ad
Arjuna di combattere e sacrificare il corpo materiale per la causa del
Supremo.
VERSO 19
ya enam vetti hantaram
yas cainam manyate hatam
ubhau tau na vijanito
nayam hanti na hanyate
yah: colui che; enam:
questo; vetti: conosce; hantaram: l'uccisore; yah:
colui che; ca: anche; enam: questo; manyate:
pensa; hatam: ucciso; ubhau: entrambi; tau:
essi; na: mai; vijanitah: in conoscenza; na:
mai: ayam: questo; hanti: uccide; na: né;
hanyate: è ucciso.
TRADUZIONE
Non è situato nella conoscenza colui che crede che
l'anima possa uccidere o essere uccisa; l'anima infatti non uccide né
muore.
SPIEGAZIONE
L'essere vivente non è distrutto quando
un'arma mortale colpisce il corpo. L'anima è così piccola che
nessun'arma materiale può raggiungerla, come sarà evidente dai versi
successivi. L'essere vivente è di natura spirituale, perciò non può
morire. Solo il corpo muore, o perlomeno si dice che muoia. Questa
conoscenza, tuttavia, non deve assolutamente incoraggiare l'omicidio. Ma
himsyat sarva bhutani: i Veda c'ingiungono di non usare
violenza contro nessuno. Sapere che l'essere vivente non muore mai non
ci autorizza nemmeno ad abbattere gli animali. Distruggere il corpo di
un essere, qualunque esso sia, è un atto abominevole, punibile dalla
legge dell'uomo e dalla legge di Dio. La situazione in cui si trova
Arjuna è ben diversa: se deve uccidere è per proteggere i princìpi
della religione e non per capriccio.
VERSO 20
na jayate mriyate va kadacin
nayam bhutva bhavita va na bhuyah
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire
na: mai; jayate: prende nascita;
mriyate: muore; va: o; kadacit: in nessun momento
(passato, presente e futuro); na: mai; ayam: questo;
bhutva: venendo al mondo; bhavita: sarà; va: o;
na: non; bhuyah: o di nuovo sarà; ajah: non
nato; nityah: eterno; sasvatah: permanente; ayam:
questo; puranah: il più anziano; na: mai; hanyate:
è ucciso; hanyamane: essendo ucciso; sarire: il
corpo.
TRADUZIONE
Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua
esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e
non avrà inizio nel futuro. Essa è non nata, eterna, sempre esistente
e primordiale. Non muore quando il corpo muore.
SPIEGAZIONE
In qualità, l'anima individuale è uno con
l'anima Suprema, di cui è parte infinitesimale. Poiché non è soggetta
a cambiamenti come il corpo, è detta anche kuta-stha, "immutabile".
Il corpo è soggetto a sei tipi di trasformazioni: appare nel grembo di
una madre, vi rimane per qualche tempo, poi nasce, cresce, genera una
prole, s'indebolisce e infine muore per scomparire nell'oblio. L'anima,
invece, non subisce queste trasformazioni. L'anima non nasce, ma poiché
deve rivestirsi di un corpo materiale, il corpo nasce. L'anima non è
dunque creata nel momento in cui si forma il corpo, e non muore quando
il corpo si decompone. Solo ciò che nasce deve morire. Ma poiché
l'anima non nasce, non conosce né passato né presente né futuro. È
eterna e originale, e niente lascia supporre che abbia avuto un inizio.
Non invecchia come il corpo; perciò il vecchio si sente interiormente
uguale al bambino o al giovane che è stato un tempo. I cambiamenti del
corpo non influiscono sull'anima; essa non deperisce come un albero o
qualsiasi altro oggetto materiale, e nemmeno genera una discendenza.
Infatti, i figli di un uomo sono anime distinte da lui; sembrano nati da
lui solo a causa dei legami fisici che li uniscono. Il corpo si sviluppa
solo in presenza dell'anima, ma l'anima non è soggetta a cambiamenti
né genera discendenza. Perciò l'anima è libera dalle sei
trasformazioni che subisce il corpo.
Nella Kaha Upanisad (1.2.18)
troviamo un verso quasi identico a quello che stiamo studiando:
na jayate mriyate va vipascin
nayam kutzcin na babhuva kascit
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire
La traduzione e il significato di questo
verso non sono diversi da quello della Bhagavad-gita, con la
differenza che qui si trova la parola vipascit, che significa
"erudito", o "dotato di conoscenza".
L'anima è piena di conoscenza ed è sempre pienamente cosciente.
Perciò la coscienza è il sintomo dell'anima. Infatti, anche se non
riusciamo a percepire la presenza dell'anima nel cuore, dov'è situata,
ne avvertiamo l'esistenza per la coscienza che emana. Talvolta non
vediamo il sole perché è nascosto dietro le nuvole, ma sappiamo che è
giorno perché la luce che irradia ci arriva ugualmente. Quando all'alba
spunta un leggero chiarore sappiamo che il sole è sorto. Lo stesso
principio è valido per l'anima: poiché la coscienza è presente in
tutti i corpi, umani e animali, possiamo capire che l'anima è presente
in ciascuno di essi. La coscienza dell'anima individuale differisce
però dalla coscienza di Dio perché la coscienza suprema possiede la
conoscenza integrale del passato, del presente e del futuro, mentre la
coscienza dell'essere infinitesimale è soggetta all'oblio. Quando
l'essere dimentica la sua vera natura, Krishna, che non ha questo
difetto, lo istruisce e lo illumina con Suo insegnamento. Se Krishna
fosse uguale all'anima smemorata, l'insegnamento che Egli dà nella Bhagavad-gita
sarebbe inutile. La Katha Upanisad conferma l'esistenza di
due tipi di anime: l'anima individuale, infinitesimale (anu-atma),
e l'Anima Suprema (vibhu-atma):
anor aniyan mahato mahiyan
atmasya jantor nihito guhavam
tam akratuh pasyati vita-soko
dhatuh prasadn mahimanam atmanah
"L'anima Suprema (il Paramatma)
e l'anima infinitesimale (il jivatma) si trovano entrambe sullo
stesso albero, che rappresenta il corpo dell'essere vivente, e più
precisamente nel cuore. Solo colui che si è liberato da ogni desiderio
materiale e da ogni lamento può comprendere, per la grazia del Signore
Supremo, le glorie dell'anima." (Katha Upanisad 1.2.20)
Come mostreranno i capitoli seguenti, Krishna è la sorgente dell'Anima
Suprema, e Arjuna rappresenta l'anima infinitesimale, dimentica della
sua vera natura. Egli ha dunque bisogno di essere illuminato dagli
insegnamenti del Signore o del Suo rappresentante qualificato, il
maestro spirituale.
VERSO 21
vedavinasinam nityam
ya enam ajam avyayam
katham sa purusah partha
kam ghatayati hanti kam
veda: conosce; avinasinam:
indistruttibile; nityam: sempre esistente; yah: colui
che; enam: questa (anima); ajam: non nata; avyayam:
immutabile; katham: come; sah: quella; purusah:
persona; partha: o Arjuna, figlio di Pritha; kam:
qualcuno; ghatayati: ferisce; hanti: uccide; kam:
qualcuno.
TRADUZIONE
O Partha, se una persona sa che l'anima è
indistruttibile, eterna, non nata e immutabile, come può uccidere o far
uccidere?
SPIEGAZIONE
Ogni cosa ha sua ragion d'essere, e l'uomo
che ha la conoscenza perfetta sa come e quando usare ogni cosa
appropriatamente. Anche la violenza ha la sua utilità, e chi possiede
la conoscenza sa come applicarla. Quando un giudice condanna a morte un
omicida nessuno può biasimarlo perché l'uso che fa della violenza è
conforme al codice penale. La Manu-samhita, il libro delle
leggi dell'umanità, decreta che un assassino venga condannato a morte
perché non debba subire le conseguenze del suo delitto nella prossima
vita. In questo caso la condanna a morte è un atto di pietà. Così
quando Krishna dà ordine di ricorrere alla violenza, e perché vuol
trionfare la giustizia suprema, e Arjuna deve obbedirGli sapendo bene
che l'uomo, o meglio l'anima, non è soggetta alla morte e che la
violenza al servizio di Krishna non è veramente violenza.
Nell'esercizio della giustizia questa violenza è permessa.
Un'operazione chirurgica richiede l'uso della "violenza",
anche se lo scopo non è quello di uccidere il paziente, ma di guarirlo.
Così, combattendo per ordine di Krishna e in piena coscienza, Arjuna
non commetterà alcun peccato e non subirà nessuna conseguenza
spiacevole.
VERSO 22
vasamsi jirnani yatha vihaya
navani grihnati naro 'parani
tatha sarirani vihaya jirnany
anyani samyati navani dehi
vasamsi: abiti; jirnani:
vecchi e consulti; yatha: proprio come; vihaya:
abbandonando; navani: nuovi abiti; grihnati:
assumendo; narah: un uomo; aparani: altri; tatha:
nello stesso modo; sarirani: corpi; vihaya:
abbandonando; jirnani: vecchi e inutili; anyani:
differenti; samyati: prende in verità; navani: nuova
serie di; dehi: l'anima incarnata.
TRADUZIONE
Come una persona indossa abiti nuovi e lascia
quelli usati, così l'anima si riveste di nuovi corpi materiali,
abbandonando quelli vecchi e inutili.
SPIEGAZIONE
Che l'anima individuale cambi corpo è un
fatto evidente, accettato da tutti. Anche gli scienziati moderni, che
non credono nell'esistenza dell'anima ma non possono spiegare da dove
proviene l'energia che emana dal cuore, devono riconoscere la continua
trasformazione del corpo; il suo passaggio dall'infanzia
all'adolescenza, poi alla maturità e infine alla vecchiaia. Quando il
corpo raggiunge l'ultima fase, l'anima passa in un altro corpo, come un
verso precedente ha già spiegato (2.13).
La grazia dell'Anima Suprema è ciò che permette all'anima individuale
e infinitesimale di essere trasferita in un altro corpo. Come si
soddisfano i desideri di un amico, così l'Anima Suprema appaga quelli
della piccola anima subordinata. La Mundaka Upanisad e la Svetasvatara
Upanisad paragonano queste due anime a due uccelli amici posati
sullo stesso albero. Mentre uno dei due l'anima infinitesimale) gusta i
frutti dell'albero, l'Altro (Krishna, l'Anima Suprema) semplicemente
l'osserva. I due uccelli partecipano della stessa natura e mentre uno
dei due è attirato dai frutti dell'albero materiale, l'Altro osserva
pazientemente i movimenti del Suo amico. Krishna è l'uccello
"testimone", Arjuna quello "mangiatore". Sono due
amici, ma Uno è il maestro e l'altro il Suo servitore. Avendo
dimenticato il legame che la unisce all'Anima Suprema, l'anima
infinitesimale (il jiva) è costretta a svolazzare da un albero
all'altro, da un corpo all'altro. il jiva posato sull'albero
del corpo è costretto a una dura lotta, ma quando riconoscerà
nell'Altro il maestro spirituale supremo sfuggirà a ogni pericolo e
cesserà di soffrire. Così fece Arjuna, che s'abbandonò
volontariamente al Signore chiedendoGli di istruirlo. La Mundaka
Upanisad (3.1.2)
e la Svetasvatara Upanisad (4.7) dicono
letteralmente:
samane vrikse puruso nimagno
'nisaya socati muhyamanah
justam yada pasyaty anyam isam
asya mahimanam iti vita-sokah
"I due uccelli vivono sullo stesso
albero, ma solo quello che ne gusta i frutti sprofonda nella tristezza e
nell'angoscia. Se fortunatamente egli si volge verso il Signore, suo
amico, e viene a conoscenza delle Sue glorie, smette di soffrire e
sfugge a tutte le angosce."
Arjuna si è ora rivolto a Krishna, il suo eterno amico, e guidato da
Lui penetra la saggezza della Bhagavad-gita. Ascoltando le
parole di Krishna, egli potrà comprendere le Sue glorie supreme e si
libererà da ogni sofferenza.
Il Signore consiglia ad Arjuna di non lasciarsi rattristare dal
cambiamento di corpo che dovranno subire suo nonno e il suo maestro.
Dovrebbe invece essere felice di distruggere il loro corpo in questa
giusta battaglia perché in questo modo saranno subito purificati dalle
conseguenze di tutte le loro azioni passate. Infatti, chi muore
sull'altare del sacrificio o sul campo di battaglia dove si combatte per
una giusta causa si libera subito da tutte le conseguenze dei suoi atti
e ottiene una condizione di vita migliore nella prossima esistenza.
Arjuna non ha dunque nessuna ragione di lamentarsi.
VERSO 23
nainam chindanti sastrani
nainam dahati pavakah
na cainam kledayanty apo
na sosayati marutah
na: mai; enam: quest'anima;
chindanti: possono fare a pezzi; sastrani: armi; na:
mai; enam: quest'anima; dahati: brucia; pavakah:
fuoco; na: mai; ca: anche; enam: quest'anima;
kledayanti: bagna; apah: acqua; na: mai;
sosayati: secca; marutah: il vento.
TRADUZIONE
Mai un'arma può tagliare a pezzi l'anima né il
fuoco può bruciarla; l'acqua non può bagnarla né il vento inaridirla.
SPIEGAZIONE
Niente può distruggere l'anima, né il fuoco
né la pioggia né il vento né alcun'arma. Oltre alle moderne armi da
fuoco, questo verso indica che ai tempi di Arjuna esistevano molte altre
armi a base di terra, acqua, aria, etere e altri elementi ancora. Le
bombe nucleari di oggi sono considerate "armi da fuoco", e per
contrattaccarle si usavano a quei tempi armi completamente sconosciute
alla scienza moderna impiegando l'acqua come principio attivo. C'erano
anche "armi-tornado", che sono un altro mistero per gli
scienziati. Ma nonostante tutte queste armi e tutte le raffinatezze
della scienza attuale coi suoi ordigni distruttivi, l'anima non può
essere distrutta.
È impossibile anche sciogliere il legame che unisce l'anima individuale
all'Anima originale. I mayavadi sono incapaci di spiegare come
l'essere individuale abbia potuto degradarsi fino a cadere
nell'ignoranza e come l'energia illusoria abbia potuto ricoprirlo.
Poiché eternamente infinitesimale (sanatana), l'anima
individuale è soggetta a cadere sotto il velo dell'illusione (maya)
allontanandosi dal Signore Supremo, come la scintilla che si spegne
quando si allontana dal fuoco, sebbene sia della stessa natura del
fuoco.
Oltre alla Bhagavad-gita, anche il Varaha Purana dimostra
che gli esseri viventi sono sempre parti integranti del Signore, ma
distinti da Lui. Krishna indica chiaramente nei Suoi insegnamenti ad
Arjuna che l'anima mantiene l'individualità anche quando si è liberata
dall'illusione. Arjuna raggiunse la liberazione dopo aver ricevuto gli
insegnamenti di Krishna, ma non si fuse ma in Lui.
VERSO 24
acchedyo 'yam adahyo 'yam
akledyo 'sosya eva ca
nityah sarva-gatah sthanur
acalo 'yam sanatanah
accedyah: non può essere mai
spezzata; ayam: quest'anima; adahyah: non può essere
bruciata; ayam: quest'anima; akledyah: non può mai
essere sciolta; asosyah: nè essere seccata; eva:
certamente; ca: e; nityah: eterna; sarva gatah:
onnipresente; stanuh: immutabile; acalah: inamovibile;
ayam: quest'anima; sanatanah: eternamente la stessa.
TRADUZIONE
L'anima individuale è indivisibile e insolubile;
non può essere seccata né bruciata. È immortale, onnipresente,
inalterabile, inamovibile ed eternamente la stessa.
SPIEGAZIONE
Queste caratteristiche sono la prova
definitiva che l'anima non subisce alcuna alterazione e che, pur
conservando la propria individualità, rimane eternamente una particella
infinitesimale del tutto spirituale. Viene così a cadere anche la
teoria monista, secondo cui tra l'anima individuale e il tutto
spirituale esisterebbe un'unione così intima che essi finirebbero per
fare un tutt'uno. In realtà, dopo la liberazione dalla contaminazione
materiale l'anima infinitesimale può scegliere di vivere come una
scintilla nello splendore che s'irradia dal corpo di Dio, oppure, dando
prova di un'intelligenza superiore, può raggiungere uno dei pianeti
spirituali per vivere insieme con la Persona Suprema.
Le parole sarva-gata, che significano "presente
ovunque", sono significative perché gli esseri viventi si trovano
in ogni parte della creazione. Vivono nell'acqua, nell'aria, sulla terra
e sotto la terra, e persino nel fuoco. Si crede di solito che il fuoco
distrugga ogni forma di vita, ma questo verso indica che l'anima non è
distrutta dal fuoco. Anche il sole, dunque, è sicuramente abitato da
esseri che hanno corpi adatti in questo pianeta. Se così non fosse, le
parole sarva-gata non avrebbero significato.
VERSO 25
avyakto 'yam acintyo 'yam
avikaryo 'yam ucyate
tasmad evam viditvainam
nanusocitum arhasi
avyaktah: invisibile; ayam:
quest'anima; acintyah: inconcepibile; ayam:
quest'anima; avikaryah: immutabile; ayam: quest'anima;
ucyate: è detto; tasmat: perciò; evam: così;
viditva: sapendolo bene; enam: quest'anima; na:
non; anusocitum: lamento; arhasi: meriti.
TRADUZIONE
È detto che l'anima è invisibile, inconcepibile e
immutabile. Sapendo ciò non dovresti lamentarti per il corpo.
SPIEGAZIONE
L'anima, così com'è descritta nei versi
precedenti, ha dimensioni talmente infinitesimali, secondo i nostri
calcoli materiali, che non può essere vista neppure con i più potenti
microscopi. E detta perciò "invisibile" e la sua esistenza
non può essere provata per via "sperimentale"; solo la
saggezza vedica, la sruti, può dimostrarla. Dobbiamo accettare
questa saggezza come una prova a priori, perché non abbiamo altri modi
per verificare l'esistenza dell'anima, sebbene la sua presenza nel corpo
sia incontestabile a causa dell'azione su di esso. D'altra parte,
dobbiamo accettare molte cose unicamente sulla fede di un'autorità in
materia. Nessuno negherebbe la veridicità della propria madre quando
svela l'identità del padre, perché non ci sono altre prove che la sua
parola. Così, soltanto lo studio dei Veda può farci
comprendere la natura dell'anima, che rimarrà inconcepibile per colui
che crede solo alla testimonianza dei sensi materiali. L'anima è
coscienza ed è anche cosciente, dicono i Veda; ed è così che
dobbiamo accettarla. Contrariamente al corpo, essa non subisce
cambiamenti. Eternamente la stessa, l'anima infinitesimale rimane sempre
un "atomo" in confronto all'Anima Suprema. L'Anima Suprema è
infinita, mentre l'anima individuale è infinitesimale. Perciò l'anima
infinitesimale, essendo immutabile, non potrà mai eguagliare l'Anima
infinita, Dio la Persona Suprema. I Veda espongono questa
concezione dell'anima in più punti e in vari modo, per confermare il
valore; infatti, la ripetizione di uno stesso concetto è necessaria al
fine di comprenderlo a fondo e senza errori.
VERSO 26
atha cainam nitya-jatam
nityam va manyase mritam
tathapi tvam maha-baho
nainam socitum arhasi
atha: se tuttavia; ca:
anche; enam: quest'anima; nitya-jatam: nata per
l'eternità; nityam: per sempre; va: o; manyase:
pensi così; mritam: morta; tatha api: quando anche; tvam:
tu; maha-baho: che hai le braccia potenti; na: mai; enam:
per l'anima; socitum: lamentarsi; arhasi: ti si
addice.
TRADUZIONE
E anche se tu credi che l'anima [ossia i sintomi
della vita] nasca e muoia infinite volte, non hai nessuna ragione di
lamentarti, o Arjuna dalle braccia potenti.
SPIEGAZIONE
Ci sono sempre stati dei filosofi, vicini al
pensiero buddista, che rifiutano di credere nell'esistenza dell'anima al
di là del corpo. Sembra che esistessero già quando Sri Krishna
enunciò la filosofia della Bhagavad-gita, e a quel tempo si
chiamavano lokayatika e vaibhasika. Secondo loro
l'anima, la vita appare solo quando alcuni elementi materiali hanno
raggiunto, combinandosi, un certo grado di evoluzione. La scienza e le
filosofie atee d'oggi si rifanno a queste conclusioni. Secondo queste
teorie, il corpo sarebbe una sintesi di elementi chimici che a contatto
gli uni con gli altri produrrebbero la vita. Tutta l'antropologia è
basata su questa tesi. Non è raro, soprattutto negli Stati Uniti,
vedere numerose pseudo-religioni aderire a questa filosofia, e a quella
delle sette buddiste di natura nichilista.
Anche se Arjuna avesse aderito alla filosofia vaibhasika e
avesse negato l'esistenza di un'anima distinta dal corpo, non avrebbe
avuto alcun motivo per lamentarsi. Nessuno lamenterebbe la perdita di
un'amalgama di elementi chimici e trascurerebbe per questo di compiere
il proprio dovere. In una guerra, per esempio, nessuno piange sulle
tonnellate di prodotti chimici sprecate per combattere il nemico!. La
filosofia vaibhasika sostiene che l'atma, l'anima,
perisce col corpo. Perciò, sia che Arjuna aderisca alla conclusioni dei
Veda, che affermano l'esistenza di un'anima infinitesimale, sia
che non riconosca queste conclusioni, egli non ha ragione di lamentarsi.
Secondo la teoria vaibhasika, innumerevoli esseri viventi
provengono a ogni istante dalla materia e altrettanti periscono; perché
allora rattristarsi di un incidente così banale come la morte? E
poiché non si rischia di rinascere, sempre secondo questa tesi, perché
Arjuna dovrebbe temere le conseguenze dell'uccisione di suo nonno e del
suo precettore? Krishna lo chiama dunque ironicamente maha-bahu,
"Arjuna dalle braccia potenti", poiché il Signore
naturalmente non accetta la teoria dei vaibhasika, che ignorano
la saggezza vedica. Come ksatriya, Arjuna appartiene alla
cultura vedica e deve continuare a seguire i suoi princìpi.
VERSO 27
jatasya hi dhruvo mrityur
dhruvam janma mritasya ca
tasmad apariharye 'rthe
na tvam socitum arhasi
jatasya: di colui che è nato;
hi: certamente; dhruvah: un fatto; mrityuh:
morte; dhruvam: ed è anche un fatto; janma: nascita;
mritasya: di colui che è morto; ca: anche; tasmat:
perciò; apariharye: di ciò che è inevitabile; arthe:
in materia di; na: non; tvam: tu; socitum:
lamento; arhasi: si addice.
TRADUZIONE
La morte è certa per chi nasce e la nascita è
certa per chi muore. Poiché devi compiere il tuo dovere, non dovresti
lamentarti così.
SPIEGAZIONE
Alla fine della vita dobbiamo morire per
rinascere in un altro corpo, le cui condizioni sono determinate dalle
attività compiute in questa vita. Così la ruota delle nascite e delle
morti gira senza fine per colui che non raggiunge la liberazione. Ma la
legge delle nascite e delle morti non incoraggia gli omicidi, i massacri
e le guerre inutili, anche se talvolta, per preservare la legge e
l'ordine nella società, l'uomo deve ricorrere alla violenza.
La battaglia di Kuruksetra è inevitabile perché è desiderata dal
Signore ed è dovere dello ksatriya combattere per la giusta
causa. Perché Arjuna, che compie semplicemente il suo dovere, dovrebbe
dunque essere terrorizzato o afflitto all'idea che la morte possa
colpire i suoi parenti durante il combattimento? Non gli conviene
infrangere il codice degli ksatriya col rischio d'incorrere
nelle conseguenze nefaste che egli teme. Inoltre, non è mancando al suo
dovere che potrà impedire la morte dei suoi familiari, senza contare la
degradazione a cui si esporrebbe per aver scelto la strada sbagliata.
VERSO 28
avyaktadini bhutani
vyakta-madhyani bharata
avyakta-nidhanany eva
tatra ka paridevana
avyakta-adini: all'inizio non
manifestati; bhutani: tutti questi esseri creti; vyakta:
manifestati; madhyani: nel mezzo; bharata: o
discendente di Bharata; avyakta: non manifestati; nidhanani:
quando sono annientati; eva: è proprio così; tatra:
perciò; ka: quale; paridevana: lamento.
TRADUZIONE
Tutti gli esseri creati sono in origine non
manifestati, si manifestano nello stadio intermedio, e una volta
dissolti tornano a essere non manifestati. A che serve dunque
lamentarsi?
SPIEGAZIONE
Esistono due categorie di filosofi, quelli
che credono all'esistenza dell'anima e quelli che la negano, ma né gli
uni né gli altri hanno motivo di lamentarsi. Gli uomini che seguono i
princìpi della saggezza vedica chiamano "atei" coloro che
negano l'esistenza dell'anima. Supponiamo per un istante di accettare la
filosofia atea; che ragione avremmo di lamentarci? Prima della
creazione, in assenza dell'anima, gli elementi materiali esistono già,
anche se allo stato non manifestato. Da questo stato sottile si sviluppa
in seguito lo stato manifestato, così come dall'etere viene l'aria,
dall'aria il fuoco, dal fuoco l'acqua, dall'acqua la terra, che a sua
volta dà origine a molti fenomeni. Prendiamo un insieme di elementi
terrestri, per esempio un grattacielo, che viene demolito: da
manifestato che era ritorna non manifestato per decomporsi alla fine in
atomi. La legge di conservazione dell'energia continua ad agire, l'unica
differenza è che gli oggetti sono a volte manifestati e a volte no. Ma
in un caso o nell'altro, perché lamentarci? Anche se tornati non
manifestati, gli oggetti non sono perduti. All'inizio come alla fine
tutto è non manifestato; la manifestazione appare solo nella fase
intermedia, e ciò anche dal punto di vista materiale non fa molta
differenza.
La conclusione di tutti gli Scritti vedici, e della Bhagavad-gita in
particolare, è che il corpo materiale si deteriora col tempo (antavanta
ime dehah), mentre l'anima rimane eterna (nityasyoktah
saririnah). Chi comprende questo deve ricordare che il corpo è
come un vestito e non c'è ragione di lamentarsi per un cambiamento di
vestito. Di fronte all'eternità dell'anima, l'esistenza del corpo passa
come un sogno. In sogno possiamo credere di volare nel cielo o di essere
seduti su un carro come un re, ma al risveglio dobbiamo abbandonare le
nostre illusioni. La saggezza delle scritture vediche c'incoraggia alla
realizzazione spirituale mostrandoci la natura fugace del corpo
materiale. Che si creda o no all'esistenza dell'anima, non c'è ragione
di lamentarsi per la perdita del corpo.
VERSO 29
ascarya-vat pasyati kascid enam
ascarya-vad vadati tathaiva canyah
ascarya-vac cainam anyah srinoti
ascarya-vat: straordinaria;
pasyati: vede; kascit: qualcuno; enam:
quest'anima; ascarya-vat: straordinaria; vadati: parla
di; tatha: così; eva: certamente; ca: anche;
anyah: un altro; ascarya-vat: similmente straordinaria;
ca: anche; enam: quest'anima; anyah: un altro;
srinoti: ascolta; srutva: avendo ascoltato; api:
anche; enam: quest'anima; veda: conosce; na:
mai; ca: e; eva: certamente; kascit:
qualcuno.
TRADUZIONE
Alcuni vedono l'anima come una meraviglia, altri la
descrivono come una meraviglia, altri ancora ne sentono parlare come di
una meraviglia, ma c'è chi non riesce a concepirla neanche dopo averne
sentito parlare.
SPIEGAZIONE
La Gitopanisad si fonda ampiamente
sui princìpi delle Upanisad, perciò non ci stupisce di
trovare nella Katha Upanisad (1.2.7) un verso molto simile a
quello che stiamo studiando.
sravanayapi bahubhir yo na labhyah
srinvanto 'pi bahavo yam na vidyuh
ascaryo vakta kusalo sya labdha
ascaryo 'sya jnata kusalanusistah
Senza dubbio è qualcosa di straordinario che
l'anima infinitesimale occupi il corpo di un animale gigantesco e quello
di un grande albero di baniano, o ancora quello di un microbo tra i
miliardi di microbi presenti in un centimetro cubo di spazio. L'uomo di
scarsa conoscenza e l'uomo che non pratica l'austerità non arriveranno
mai a capire lo splendore di questa scintilla spirituale dalle
dimensioni infinitesimali, anche se la spiegazione sull'anima è data
dal più grande maestro della conoscenza vedica, Sri Krishna, dal Quale
anche Brahma —il primo essere creato nel nostro universo— ha
ricevuto gli insegnamenti. In questa era la maggior parte della gente, a
causa di una visione troppo materialistica, non può concepire che una
particella così minuscola possa animare simultaneamente forme così
gigantesche e così piccole.
Alcuni vedono la meraviglia dell'anima e altri ne ascoltano le glorie.
Illuso dall'energia materiale, l'uomo è talmente immerso nella ricerca
del piacere da non aver più tempo per interrogarsi sulla propria
identità spirituale; non sa che senza conoscenza ogni attività conduce
alla sconfitta nella lotta per l'esistenza. Molti non sanno che se si
vuol porre fine alle sofferenze materiali che ci opprimono è necessario
interessarsi all'anima. L'anima è oggetto di colloqui e conferenze, ma
per ignoranza la gente confonde l'Anima Suprema con l'anima individuale,
crede che siano un tutt'uno e non vede la differenza che esiste sul
piano quantitativo. È molto raro trovare qualcuno che abbia capito
perfettamente la posizione dell' Anima Suprema e dell'anima
infinitesimale, le loro funzioni e le relazioni che le uniscono, in
breve di tutto ciò che le riguarda. E ancor più raro è trovare
qualcuno che abbia tratto pieno vantaggio dalla conoscenza dell'anima e
sappia quindi spiegare tutto ciò che la riguarda. Ma se in un modo o
nell'altro riusciamo a capire il "problema dell'anima", allora
la nostra vita sarà fruttuosa. Il modo più facile per capire l'anima
è accettare le parole della Bhagavadgita, pronunciate dalla
più grande autorità, Sri Krishna, senza farci sviare da altre teorie.
Ma prima di poter accettare Krishna come Dio, la Persona Suprema,
occorre aver compiuto molti sacrifici e grandi austerità in questa vita
o in quelle precedenti. Comunque, la misericordia incondizionata di un
puro devoto è l'unica via per arrivare a conoscere Krishna come Persona
Suprema.
VERSO 30
dehi nityam avadhyo 'yam
dehe sarvasya bharata
tasmat sarvani bhutani
na tvamsocitum arhasi
dehi: il proprietario del corpo
materiale; nityam: eternamente; avadhyah: non può
essere uccisa; ayam: quest'anima; dehe: nel corpo;
sarvasya: di tutti; bharata: o discendente di Bharata; tasmat:
perciò; sarvani: tutti; bhutani: gli esseri viventi
(che sono nati); na: mai; tvam: tu; socitum:
lamentari; arhasi: ti si addice.
TRADUZIONE
O discendente di Bharata, colui che dimora nel
corpo non può mai essere ucciso. Non devi quindi piangere per alcun
essere vivente.
SPIEGAZIONE
Il Signore conclude con questo verso le Sue
istruzioni sulla natura immutabile dell'anima. Dopo aver descritto le
sue caratteristiche, Krishna mostra che l'anima è eterna e il corpo è
temporaneo. Arjuna deve dunque compiere il suo dovere di ksatriya senza
lasciarsi fermare dalla paura che suo nonno Bhisma e il suo maestro
Drona muoiano nella battaglia. Anche noi, basandoci sull'autorità di
Sri Krishna, dobbiamo accettare senza più dubbi che l'anima esiste ed
è distinta dal corpo materiale, e rifiutare di credere che i sintomi
della vita appaiano a un certo stadio dell'evoluzione della materia per
una semplice combinazione di elementi chimici. Sebbene l'anima sia
immortale, non si deve incoraggiare la violenza, salvo in tempo di
guerra, quando è veramente necessaria. E quando diciamo "veramente
necessaria" s'intende che è applicata con l'approvazione del
Signore, e non arbitrariamente.
VERSO 31
sva-dharman api caveksya
na vikampitum arhasi
dharmyad dhi yuddhac chreyo 'nyat
ksatriyasya na vidyate
sva-dharman: i princìpi religiosi
individuali; api: anche; ca: in verità; aveksya:
considerando; na: mai; vikampitum: esitare; arhasi:
ti si addice; dharmyat: per i princìpi religiosi; hi:
in verità; yuddhat: che il combattimento; sreyah:
migliore impegno; anyat: nessun altro; ksatriyasya:
dello ksatriya; na: non; vidyate: esiste.
TRADUZIONE
Considerando il tuo dovere di ksatriya dovresti
sapere che non esiste è per te impegno migliore che combattere secondo
i princìpi della religione; non hai quindi ragione di esitare.
SPIEGAZIONE
Nel varnasrama-dharma è chiamato ksatriya
colui che appartiene al secondo varna (Gruppo sociale), i
cui componenti hanno il compito di amministrare lo Stato secondo i veri
princìpi e proteggere gli altri esseri da ogni difficoltà. Il nome ksatriya
deriva da ksat "aggredire", e trayate "proteggere".
Un tempo lo ksatria era addestrato a combattere nella foresta,
dove andava a sfidare una tigre e l'affrontava con la spada. La tigre
uccisa veniva poi bruciata con tutti gli onori. Ancora oggi i re ksatriya
devono imparare alla perfezione l'arte di combattere perché la
violenza è necessaria talvolta per proteggere i princìpi religiosi. È
fuori questione, dunque, che uno ksatriya possa accettare
all'improvviso il sannyasa. È vero che in campo politico egli
può usare abilmente la non violenza, ma questa non deve costituire un
principio inderogabile. Nei codici religiosi è scritto:
ahavesu mitho 'nyonyam
jighamsanto mahi-ksitah
yuddhamanah param saktya
svargam yanty aparan-mukhah
yajnesu pasavo brahman
hanyante satatam dvijaih
samskritah kila mantrais ca
te 'pi svargam avapnuvan
"Come un brahmana può elevarsi
ai pianeti superiori offrendo animali nel fuoco del sacrificio, così un
re, uno ksatriya, può elevarsi combattendo un nemico
invidioso." Non si può dunque considerare violenza il fatto di
uccidere gli avversari in una battaglia che ha lo scopo di proteggere i
princìpi della religione, come non è violenza l'uccisione di animali
nel fuoco del sacrificio ottengono direttamente un corpo umano senza
dover trasmigrare da una specie all'altra; (1) mentre i brahmana che
presiedono al sacrificio si elevano ai pianeti superiori, come gli ksatriya
caduti in battaglia.
I doveri dell'uomo (sva-dharma) sono di due categorie. Finché
si trova condizionato dalla materia, l'uomo che vuole raggiungere la
liberazione deve adempiere i doveri materiali che il corpo impone,
osservando i principi religiosi. Ma una volta liberato, il suo dovere (sva-dharma)
si situa sul piano spirituale, al di là di ogni concetto materiale.
Allo stato condizionato, brahmana e ksatriya hanno
precisi doveri a cui non possono mancare. Questi doveri sono stati
stabiliti dal Signore stesso secondo la natura e le tendenze di ognuno,
come spiegherà il quarto capitolo. Sul piano condizionato, lo sva-dharma
prende il nome di varnasrama-dharma e permette all'uomo di
elevarsi fino alla conoscenza spirituale. Il varnasrama-dharma,
cioè il dovere specifico assegnato a ciascuno secondo le influenze
materiali (i guna) che hanno determinato il suo corpo, è alla
base della vera civiltà umana. Compiendo tutti i doveri prescritti dal varnasrama-dharma
l'uomo giungerà a un livello superiore di vita.
VERSO 32
yadricchaya copapannam
svarga-dvaram apavritam
sukhinah ksatriyah partha
labhante yuddham idrisam
yadricchaya: per accordo spontaneo;
ca: anche; upapannam: arrivato a; svarga: dei
pianeti celesti; dvaram: porta; apavritam: spalancata;
sukhinah: molto felici; ksatriyah: i membri dell'ordine
reale; partha: o figlio di Pritha; labhante:
raggiungono; yuddham: guerra; idrisam: così.
TRADUZIONE
O Partha, felici sono gli ksatriya cui
l'opportunità di combattere si presenta naturalmente perché si aprono
per loro le porte dei pianeti celesti.
SPIEGAZIONE
Arjuna ha affermato che combattere non gli
porterà alcun beneficio, anzi lo farà precipitare all'inferno; ma
Krishna, il maestro dell'intera creazione, condanna questi discorsi
causati dall'ignoranza. Uno ksatriya che sul campo di battaglia
sceglie la "non violenza" non può essere che uno sciocco. Nel
Parasara-smriti — i codici religiosi promulgati dal grande
saggio Parasara, padre di Vyasadeva — troviamo queste affermazioni:
ksatriyo hi praja raksan
sastra-panih pradandayam
nirjitya para-sainyadi
kstim dharmena palayet
"Lo ksatriya ha il dovere di
proteggere i cittadini da ogni difficoltà. E al fine di mantenere
l'ordine e la legge, egli può in alcuni casi ricorrere alla violenza.
Il suo dovere è quello di sconfiggere gli eserciti di re nemici per
instaurare nel mondo un governo basato sui princìpi religiosi."
Considerando ogni aspetto del problema, Arjuna non ha motivo di
evitare il combattimento. Se vince il nemico avrà il regno, se muore
nello scontro si apriranno per lui le porte dei pianeti celesti.
Qualunque cosa accada, il combattimento volgerà in suo favore.
VERSO 33
atha cet tvam imam dharmyam
sangramam na karisyasi
tatah sva-dharmam kitim ca
hitva papam avapsyasi
atha: perciò; cet: se; tvam:
tu; imam: questo; dharmyam: come un dovere religioso; sangramam:
combattimento; na: non; karisyasi: compì; tatah:
allora; sva-dharmam: tuo dovere religioso; kirtim:
reputazione; ca: anche; hitva: perdendo; papam:
reazione colpevole; avapsyasi: otterrai.
TRADUZIONE
Se invece rifiuti il tuo dovere religioso che
consiste nel combattere certamente peccherai per aver mancato al tuo
dovere e perderai così la tua fama di guerriero.
SPIEGAZIONE
Arjuna è un guerriero famoso; questa fama se
l'è guadagnata combattendo contro potenti esseri celesti, tra cui Siva
stesso che si presentò a lui per sfidarlo travestito da cacciatore.
Soddisfatto della lotta, e perfino della propria sconfitta, Siva gli
offrì l'arma pasupata-astra. Tutti conoscono il valore di
Arjuna. Una volta, Dronacarya, il suo maestro d'armi, lo benedisse e gli
regalò un'arma contro cui egli stesso era impotente. Anche suo padre
Indra, re dei pianeti celesti, lo stima molto. Tutti questi grandi
personaggi e altri ancora possono garantire il suo valore nell'arte
marziale. Se Arjuna si ritira dal combattimento, non solo avrà
trascurato il suo dovere di ksatriya, ma perderà anche la
reputazione e si aprirà la strada verso i pianeti infernali. Non è
dunque disertando il campo di battaglia che Arjuna eviterà la
degradazione, bensì combattendo.
VERSO 34
akirtim capi bhutani
kathayisyanti te 'vyayam
sambhavitasya cakirtir
maranad atiricyate
akirtim: infamia; ca: anche;
api: inoltre; bhutani: tutti; kathayisyanti:
parleranno; te: di te; avyayam: per sempre;
sambhavitasya: per un uomo degno di rispetto; ca: anche;
akirtih: cattiva fama; maranat: che la morte;
atiricyate: diventa più.
TRADUZIONE
Gli uomini parleranno per sempre della tua infamia,
e per una persona degna di rispetto il disonore è peggiore della morte.
SPIEGAZIONE
Come amico e consigliere di Arjuna, Krishna
gli dà la Sua opinione definitiva su questo rifiuto di combattere:
"Arjuna, se abbandoni il campo di battaglia prima ancora che il
combattimento cominci, sarai accusato di essere un codardo. E se eviti
il combattimento per aver salva la vita, e accetti così di vedere
infangato il tuo nome, allora ti dico che è meglio morire in battaglia.
Per un uomo rispettato come te, il disonore è peggiore della morte. Non
scappare per paura di perdere la vita; è meglio morire con le armi in
pugno, salvo dal disonore, piuttosto che perdere il tuo prestigio tra
gli uomini per non aver saputo beneficiare della Mia amicizia."
VERSO 35
bhayad ranad uparatam
mamsyante tvam maha-rathah
yesam ca tvam bahu-mato
bhutva yasyasi laghavam
bhayat: per paura; ranat:
dal campo di battaglia; uparatam: cessato; mamsyante:
penseranno; tvam: te; maha-rathah: i grandi generali; yesam:
per coloro che; ca: anche; tvam: tu; bahu-matah:
in grande stima; bhutva: essendo stato; yasyasi:
andrai; laghavam: sminuito in valore.
TRADUZIONE
I grandi generali che ebbero un'alta stima del tuo
nome e della tua fama penseranno che solo per paura tu abbia abbandonato
il campo di battaglia e ti considereranno una persona insignificante.
SPIEGAZIONE
Il Signore continua a dare la sua opinione ad
Arjuna: "Credi che questi grandi generali, Duryodhana, Karna e gli
altri, penseranno che tu hai abbandonato la lotta solo per compassione
verso i tuoi fratelli e tuo nonno? Penseranno piuttosto che è stato per
codardia! Ecco come sarà distrutta per sempre l'alta stima che hanno di
te."
VERSO 36
avacya-vadams ca bahun
vadisyanti tavahitah
nindantas tava samarthyam
tato duhkhataram nu kim
avacya: dure; vadan: parole
inventate; ca: anche; bahun: molte; vadisyanti:
diranno; tava: tuoi; ahitah: nemici; nindantah:
ingiuriando; tava: tua; samarthyam: abilità;
tatah: di ciò; duhkha-taram: più penoso; nu:
naturalmente; kim: che cosa c'è.
TRADUZIONE
I Tuoi nemici avranno per te parole disonorevoli e
scherniranno la tua abilità. Che cosa può esserci di più penoso per
te?
SPIEGAZIONE
Gli spropositi di Arjuna sulla compassione
hanno meravigliato molto il Signore, che ha spiegato perché la falsa
pietà non si addice a un arya. Ora egli ha dimostrato a
sufficienza che la compassione di Arjuna per i parenti è irragionevole.
VERSO 37
hato va prapsyasi svargam
jitva va bhoksyase mahim
tasmad uttistha kaunteya
yuddhaya krita-niscayah
hatah: essendo ucciso; va: o;
prapsyasi: otterrai; svargam: il regno celeste; jitva:
vincendo; va: o; bhoksyase: godrai; mahim: del mondo;
tasmat: perciò; uttistha: alzati; kaunteya: o
figlio di Kunti; yuddhaya: a combattere; krita:
determinato; niscayah: con certezza.
TRADUZIONE
O figlio di Kunti, se muori sul campo di battaglia
raggiungerai i pianeti celesti, se vinci godrai del regno della Terra.
Alzati dunque, e combatti con determinazione.
SPIEGAZIONE
Anche se la vittoria non è sicura, Arjuna
deve combattere; se dovesse rimanere ucciso nello scontro rinascerebbe
su uno dei pianeti celesti.
VERSO 38
sukha-duhkhe same kritva
labhalabhau jayajayau
tato yuddhaya yujyasva
naivam papam avapsyasi
sukha: felicità; duhkhe: e
dolore; same; con animo equo; kritva: facendo;
labha-alabhau: profitto e perdita; jaya-ajayau: vittoria e
sconfitta; tatah: poi; yuddhaya: unicamente per
combattere; yujyasva: impegnati (combatti); na: mai;
evam: in questo modo; papam: reazione colpevole;
avapsyasi: otterrai.
TRADUZIONE
Combatti per dovere, senza considerare gioia o
dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta — così facendo non
incorrerai mai nel peccato.
SPIEGAZIONE
Ora Krishna chiede direttamente ad Arjuna di
combattere perché Lui lo desidera. Quando si agisce nella coscienza di
Krishna non si considerano i risultati dell'azione — gioia o dolore,
perdita o guadagno, vittoria o sconfitta. La coscienza spirituale, che
trascende la materia, ci fa capire che ogni atto dev'essere compiuto al
solo fine di soddisfare Krishna; in questo modo non ci saranno da temere
reazioni materiali. Chi agisce invece per il proprio piacere, sotto
l'influenza della virtù o della passione, deve subire le conseguenze
delle sue azioni, buone o cattive. Ma colui che si abbandona
completamente a Krishna e agisce solo per Lui si libera da tutti gli
obblighi a cui è legato nella vita quotidiana. A questo proposito lo Srimad
Bhagavatam afferma:
devarsi-bhutapta-nrinam pitrinam
na kinkaro nayam rini ca rajan
sarvatmana yah saranam saranyam
gato mukundam parihritya kartam
"Chi si abbandona completamente a
Krishna, Mukunda, lasciando ogni altro dovere, non ha più debiti con
nessuno, siano esseri celesti o saggi, parenti, antenati o l'umanità
intera." (S.B. 11.5.41) Krishna introduce in questo verso
un idea che svilupperà in seguito.
VERSO 39
esa te 'bhihita sankhye
buddhir yoge tv imam srinu
buddhya yukto yaya partha
karma-badham prahasyasi
esa: tutto questo; te: a
te; abhihita: descritto; sankhye: con lo studio
analitico; buddhih: l'intelligenza; yoge: azione
scevra dai suoi frutti; tu: ma; imam: questo;
srinu: ascolta; buddhya: con l'intelligenza; yuktah:
collegata; yaya: con cui; partha: o figlio di Pritha;
karma-bandham: incatenamento della relazione; prahasyasi:
puoi essere liberato da.
TRADUZIONE
Finora ti ho descritto questa conoscenza col metodo
analitico. Ora ascolta mentre te la spiego col metodo dell'azione
compiuta senza attaccamento al risultato. O figlio di Pritha, agendo con
questa conoscenza ti libererai dai legami dell'azione.
SPIEGAZIONE
Secondo il Nirukti dizionario
sanscrito vedico), il termine sankhya indica sia l'analisi
particolareggiata dei fenomeni materiali sia lo studio della vera natura
dell'anima. La parola yoga si riferisce invece al controllo dei
sensi. Arjuna si è convinto che è meglio non combattere, ma la sua
convinzione è basata su interessi materiali. Trascurando il suo dovere,
egli vuole ritirarsi dalla lotta, perché pensa di essere più felice
risparmiando i parenti che godendo di un regno dopo aver ucciso i suoi
cugini, i figli di Dhritarastra, quasi suoi fratelli. Ma questi motivi
sono entrambi materiali; sia la felicità della vittoria sia quella di
vedere salva la sua famiglia rappresentano sempre un interesse personale
perché Arjuna potrà ottenere queste gioie solo rinnegando il dovere e
la ragione. Perciò Krishna gi spiega che uccidendo il corpo di suo
nonno non distruggerà la sua anima. Tutti gli esseri, compreso il
Signore, possiedono un'individualità eterna: erano individui nel
passato, lo sono nel presente e lo saranno anche in futuro. Noi siamo
eternamente anime individuali, e passando da un corpo all'altro cambiamo
soltanto il nostro involucro carnale. Ma continuiamo a mantenere la
nostra individualità anche dopo esserci liberati dal corpo materiale.
Il Signore ha dunque spiegato chiaramente ad Arjuna la natura dell'anima
e quella del corpo.
Nel dizionario Nirukti questo studio dell'anima e del corpo
sotto diversi aspetti si chiama sankhya, e non ha niente in
comune con la filosofia sankhya esposta dal filosofo ateo
Kapila. Molto tempo prima della venuta di questo impostore, l'autentica
filosofia sankhya era stata spiegata dal vero Kapila,
manifestazione di Sri Krishna, a sua madre Devahuti. Queste
conversazioni filosofiche sono riportate nello Srimad Bhagavatam,
dove Kapila spiega chiaramente che il Purusa, il Signore Supremo, è
attivo, e crea il mondo materiale gettando il Suo sguardo sulla natura
materiale (la prakriti). La stessa informazione è nella Bhagavad-gita
e nei Veda, dov'è detto che il Signore guardò la prakriti
e l'impregnò di anime individuali infinitesimali. Una volta a
contatto col mondo materiale, questi individui sono continuamente alla
ricerca della gratificazione dei sensi, e sotto il fascino dell'energia
materiale credono di godere. Questo desiderio di godimento accompagna
tutti gli esseri, anche quelli liberati dalla materia che a questo
stadio cercano d'identificarsi con Dio. Questa è l'ultima trappola di maya,
l'illusione del piacere. Solo dopo innumerevoli vite di piacere
materiale si diventa mahatma (grandi anime) e ci si abbandona a
Vasudeva, Krishna, concludendo così la ricerca della Verità
Assoluta.
Arjuna accetta il Signore come proprio maestro spirituale, e si affida a
Lui dicendo: sisyas te 'ham sadhi mam tvam prapannam. Krishna
gli insegnerà dunque come agire nel buddhi-yoga, o karma-yoga, la
pratica del servizio di devozione, che mira unicamente al piacere del
Signore. Nel decimo verso del capitolo dieci si spiega che il buddhi-yoga
è la comunione diretta col Signore, che risiede nel cuore di ogni
essere nella forma del Paramatma. Ma non è possibile giungere a questa
comunione senza impegnarsi nel servizio di devozione al Signore.
Perciò, chi è situato nel servizio d'amore al Signore, o in altre
parole nella coscienza di Krishna, raggiunge il livello del buddhi-yoga
per la grazia speciale del Signore. Infatti, il Signore afferma che
solo a coloro che Lo servono con amore e devozione Egli dà la
conoscenza pura della devozione nell'amore assoluto. In questo modo il
devoto può raggiungere facilmente il Signore nel Suo regno di felicità
eterna.
Il buddhi-yoga di cui parla questo verso è dunque il servizio
di devozione al Signore; quanto al termine sankhya, esso non si
riferisce affatto al sankhya-yoga dell'impostore Kapila. Non
dobbiamo fare l'errore di confonderli. Non solo questa filosofia atea
non aveva alcun seguito all'epoca della battaglia di Kuruksetra, ma
Krishna non avrebbe mai neppure menzionato simili speculazioni atee
nella Bhagavad-gita. La vera filosofia sankhya, così
com'è stata esposta dal vero Kapila, è descritta nello Srimad
Bhagavatam. Qui il termine sankhya significa
"descrizione analitica del corpo e dell'anima". Quando Krishna
analizza la natura dell'anima, il suo scopo è di condurre Arjuna al buddhi-yoga,
o bhakti-yoga. Il sankhya di Krishna e quello del vero
Kapila sono dunque la stessa cosa, corrispondono entrambi al bhakti-yoga.
Più avanti nella Bhagavad-gita Krishna preciserà che
solo gli uomini di scarsa intelligenza fanno distinzione tra il sankhya-yoga
e il bhakti-yoga (sankhya-yogau prithag balah
pravadanti na panditah). L'altro snkhya, quello degli
atei, non ha evidentemente nulla in comune col bhakti-yoga, ma
questi sprovveduti pensano che la Bhagavad-gita parli del loro
sistema filosofico.
Buddhi-yoga significa dunque agire nella coscienza di Krishna,
cioè servire il Signore con devozione nella conoscenza e nella
felicità che nascono da questo servizio. Chi agisce sempre per la
soddisfazione del Signore nonostante le difficoltà segue i princìpi
del buddhi-yoga ed è costantemente immerso nella felicità
trascendentale. Servendo il Signore si acquisiscono subito, per la Sua
grazia, tutte le qualità spirituali; la liberazione è dunque completa
in se stessa senza che si debbano compiere sforzi indipendenti per
raggiungere la conoscenza.
L'azione compiuta nella coscienza di Krishna e quella compiuta in vista
di un beneficio materiale sono dunque profondamente differenti: ciò che
fa la perfezione spirituale dell'azione è di compierla nello spirito
del buddhiyoga.
VERSO 40
nehabhikrama-naso 'sti
pratyavayo na vidyate
sv-alpam asya dharmasya
trayate mahato bhayat
na: non c'è; iha: in
questo yoga; abhikrama: nel tentare; nasah: perdita;
asti: c'è; pratyavavayah: diminuzione; na: mai;
vidyate: c'è; su-alpam: un piccolo; api:
sebbene; asya: di questa; dharmasya: occupazione;
trayate: libera; mahatah: da molto grande; bhayar:
pericolo.
TRADUZIONE
In questo sforzo non vi è perdita o diminuzione, e
un piccolo passo verso questa via ci protegge dalla paura più temibile.
SPIEGAZIONE
L'azione compiuta nella coscienza di Krishna,
cioè per soddisfare il Signore e senza altro desiderio, è la più
elevata attività trascendentale. Anche il minimo sforzo a far piacere a
Krishna non è mai perduto. Sul piano materiale ogni impresa non portata
a termine è un insuccesso, ma sul piano spirituale, quello della
coscienza di Krishna, la minima attività genera benefici duraturi.
Perciò colui che agisce nella coscienza di Krishna non è mai perdente,
anche se la sua opera rimane incompleta. Anche solo l'uno per cento
fatto in coscienza di Krishna porta risultati permanenti, e se ci si
ferma si riparte dal due per cento; le attività materiali, invece, se
non hanno successo al cento per cento non portano beneficio. Lo illustra
bene un episodio riportato nello Srimad-Bhgavatam: un brahmana
di noe Ajamila, che nella giovinezza aveva seguito i princìpi della
coscienza di Krishna ma li aveva poi abbandonati, alla fine della vita
fu totalmente ricompensato per la grazia del Signore. Sempre nello
Srimad Bhagavatam si trova, q questo proposito, un verso stupendo:
tyaktva sva-dharmam carananbujam
harer
bhajann apakvo 'tha patet tato yadi
yatra vabhadram abhud amusya kim
ko vartha apto 'bhajatam sva-dharmatah
"Che cosa perde colui che per un momento
mette fine alla ricerca dei piaceri materiali per servire Krishna, anche
se non continua il suo sforzo e ritorna sulla vecchia via? Ma che cosa
guadagnerà chi compie alla perfezione le sue attività materiali?"
(S.B.1.5.17) Oppure, come dicono i cristiani: "A che serve all'uomo
guadagnare il mondo intero se perde la vita eterna?"
Le attività materiali e i loro frutti scompaiono col corpo, mentre
l'azione compiuta per il piacere di Krishna, anche se interrotta,
finisce sempre col condurre il suo autore alla coscienza di Krishna, se
non altro in una prossima vita. Agendo per il piacere di Krishna si ha
almeno la sicurezza di rinascere con un corpo umano, in una famiglia di
saggi brahmana o in una famiglia ricca e colta, con la
possibilità di avanzare ancora sulla via della realizzazione
spirituale. Questa è l'incomparabile virtù del servizio di devozione.
VERSO 41
vyavasayatmika buddhir
ekeha kuru-nandana
bahu-sakha hy ananta ca
buddhayo 'vyavasayinam
vyavasaya-atmika: risoluto in
coscienza di Krishna; buddhih: intelligenza; eka:
soltanto uno; iha: in questo mondo; kuru-nandana: o
amato figlio dei Kuru; bahu-sakhah: avendo vari rami; hi:
in verità; anantah: illimitata; ca: anche;
buddhayah: intelligenza; avyavasayinam: di coloro che non
sono in coscienza di Krishna.
TRADUZIONE
Chi si trova su questa via è risoluto nel suo
sforzo e persegue un unico scopo, o amato figlio dei Kuru; mentre
l'intelligenza di chi non è risoluto si perde in molte diramazioni.
SPIEGAZIONE
La ferma fede che la coscienza di Krishna
può portare alla perfezione assoluta è ciò che si chiama intelligenza
vyavasayatmika. A questo proposito la Caitanya-caritamrita (Madhya
22.62) afferma:
‘sraddha'-sabde
visvasa kahe
sudridha niscaya
krisne bhakti kaile sarva-karma krita
haya
Fede significa porre la propria fiducia in
ciò che è sublime. Colui che compie il proprio dovere nella coscienza
di Krishna è liberato da tutti gli obblighi che implica la vita
materiale (verso la famiglia, lo Stato e l'umanità). Tutte le nostre
azioni, buone o cattive, ci legano a sempre nuovi meccanismi materiali.
Invece colui che è cosciente di Krishna non deve più sforzarsi di
rendere favorevoli le sue azioni; tutte le sue azioni sono sul piano
assoluto poichè non sono più sotto l'influsso della dualità che le
rende buone o cattive. La più alta perfezione della coscienza di
Krishna è nella rinuncia alla concezione materiale della vita. A questa
rinuncia si giunge infallibilmente seguendo i princìpi del bhakti-yoga.
La determinazione di chi è nella coscienza di Krishna si fonda sulla
conoscenza. Vasudevah sarvam iti sa mahatma su-durlabhah: una
persona situata nella coscienza di Krishna è quell'anima rara che sa
perfettamente che Vasudeva, Krishna, è la causa di tutte le cause. Come
l'acqua versta alla radice di un albero sale naturalmente verso le
foglie, i rami e tutte le parti dell'albero, così il devoto di Krishna
rende a tutti (a se stesso,, alla famiglia, alla società, al Paese e
all'umanità) il più grande servizio che esista. Se Krishna è
soddisfatto delle nostre azioni, anche tutti gli altri esseri saranno
soddisfatti.
Questo servizio a Krishna dev'essere compiuto sotto l'esperta guida di
un rappresentante qualificato di Krishna, un maestro spirituale
autentico, che può guidare le attività del discepolo conoscendo la sua
personalità. Se vogliamo diventare coscienti di Krishna dobbiamo agire
con fermezza e obbedire al maestro spirituale, impegnandoci a portare a
buon fine le sue istruzioni. Srila Visvanatha Cakravarti Thakura con le
sue preghiere al maestro spirituale c'insegna:
yasya prasadad bhagavat-prasdo
yasyaprasadn na gatih kuto 'pi
dhyayan stuvams tasya yasas tri-sandhyam
vande guroh sri-caranaravindam
"Soddisfare il maestro spirituale è lo
stesso che soddisfare Dio, la Persona Suprema. Senza soddisfare il
maestro spirituale non si può diventare coscienti di Krishna. Devo
dunque meditare su di lui almeno tre volte al giorno, implorarlo di
accordarmi la sua misericordia e rendergli i miei più rispettosi
omaggi."
Questo metodo di realizzazione spirituale, (il bhakti-yoga)
dipende interamente dalla conoscenza dell'anima, che è oltre il corpo,
conoscenza che è anche pratica perché ci permette di non agire più al
solo fine di gustare i frutti dell'azione. Colui che non ha la mente
controllata e fissa in Krishna, invece agisce inevitabilmente spinto da
ogni sorta di motivi materiali.
VERSI
42-43
yam imam puspitam vacam
pravadanty avipascitah
veda-vada-ratah partha
nanyad astiti vadinah
kamatmanah svarga-para
janma-karma-phala-pradam
kriya-visesa-bahulam
bhogaisvarya-gatim prati
yam imam: tutte queste; puspitam:
fiorite; vacam: parole; pravadanti: dicono;
avipascitah: uomini dotati di scarsa conoscenza;
veda-vada-ratah: pretesi seguaci dei Veda; partha:
o figlio di Pritha; na: mai; anyati: nient'altro;
asti: vi è; iti: così; vadinah: i difensori;
kama-atmanah: desiderosi di gratificazione dei sensi;
svarga-parah: con lo scopo di raggiungere i pianeti celesti; janma-karma-phala-pradam:
di avere una buona nascita e altre reazioni interessate;
kriya-visesa: cerimonie pompose; bahulam: varie; bhoga:
nel piacere dei sensi; aisvarya: e ricchezze; gatim:
progresso; prati: verso.
TRADUZIONE
Gli uomini di scarsa conoscenza si lasciano
attrarre dal linguaggio fiorito del Veda, che raccomandano la
pratica di attività interessate per raggiungere i pianeti celesti, per
ottenere una buona nascita, il potere e altri benefici simili.
Desiderando la gratificazione dei sensi e una vita opulenta, essi non
vedono nient'altro.
SPIEGAZIONE
Gli uomini oggi non sono molto intelligenti,
e causa dell'ignoranza si attaccano eccessivamente ai riti prescritti
nella sezione karma-kanda dei Veda per avere benefici
materiali. La loro più grande aspirazione è quella di ottenere i
piaceri dei pianeti celesti, dove abbondano le ricchezze, le donne, e il
vino. A loro i Veda raccomandano numerosi sacrifici
specialmente quelli che si raggruppano sotto il nome di jyotistoma.
Infatti, chi desidera raggiungere i pianeti superiori deve eseguire
questi sacrifici; e gli uomini di scarso sapere credono che raggiungere
i pianeti superiori sia l'unico oggetto della conoscenza vedica. Per
queste persone è assai difficile adottare la coscienza di Krishna, che
richiede molta determinazione. I pianeti superiori sono paragonati, per
l'opulenza e i piaceri che offrono, ai fiori delle piante velenose, e
l'uomo di scarsa intelligenza si lascia volentieri attrarre dal loro
profumo ingannevole senza vedervi il pericolo.
Il karma-kanda afferma che chiunque osservi le quattro
austerità mensili potrà gustare il soma-rasa, l'elisir
dell'immortalità e della felicità eterna (apama somam amrita
abhuma e aksayyam ha vai caturmasya- yajinah sukritam bhavati).
Perfino sul nostro pianeta s'incontrano persone che vorrebbero bere il soma-rasa
e accescere così la loro potenza e il loro piacere; queste persone
non credono nella liberazione dall'esistenza materiale e si attaccano
solo al fasto delle cerimonie e dei sacrifici vedici. Spinte dalla
lussuria, non cercano altro che le delizie dei pianeti celesti. Su
questi pianeti, nei giardini chiamati Nandana-kanana è facile
avvicinare donne dalla bellezza angelica, e bere il soma-rasa che
scorre a fiumi prodigando il più alto benessere. Esistono uomini che
non hanno altro fine nella vita che diventare i padroni del mondo per
godere di questa felicità, pur sempre materiale e temporanea.
VERSO 44
bhogaisvarya-prasaktanam
tayapahrita-cetasam
vyavasayatmika buddhih
samadhau na vidhiyate
bhoga: al piacere materiale;
aisvarya: e opulenza; prasaktanam: per coloro che sono
attaccati; taya: da tali cose; apahrita-cetasam: con
la mente confusa; vyavasaya-atmika: fissi nella determinazione;
buddhih: servizio devozionale al Signore; samadhau: nella
mente controllata; na: mai; vidhiyate: ha luogo.
TRADUZIONE
Nella mente di coloro che sono troppo attaccati al
piacere dei sensi e alla ricchezza materiale, e sono sviati da questi
desideri, la risoluta determinazione a servire con devozione il Signore
Supremo non trova posto.
SPIEGAZIONE
Il termine samadhi significa
"concentrare la mente". Il Nirukti, il dizionario
vedico, afferma, samyag adhiyate 'sminn atma-tattva-yathatmyam:
"Il samadhi è lo stato raggiunto quando la mente rimane
assorta nella realizzazione spirituale." Il samadhi è
irraggiungibile per le persone interessate ai piaceri materiali e sviate
da tali piaceri temporanei. Di fronte all'energia materiale, la lor
sconfitta è certa.
VERSO 45
trai-gunya-visaya veda
nistrai-gunyo bhavarjuna
nirdvandvo nitya-sattva-stho
niryoga-ksema atmavan
trai-gunya: relativi alle tre
influenze della natura materiale; visayah: sul tema; vedah:
le scritture vediche; nistrai-gunyah: che trascende le tre
influenze della natura materiale; bhava: sii; arjuna: o
Arjuna; nirdvandvah: senza dualità; nitya-sattva-stah:
allo stato puro di esistenza spirituale; niryoga-ksemah: libero
dal'idea del guadagno e della protezione; atma-van: stabilito
nel sè.
TRADUZIONE
O Arjuna, supera le tre influenze della natura
materiale che costituiscono l'oggetto principal dei Veda.
Liberati d ogni dualità, dal'ansia di guadagno e di sicurezza materiale
e stabilisciti nel sè.
SPIEGAZIONE
Ogni azione materiale con le sue conseguenze
è sotto il controllo delle tre influenze della natura. Un'azione è
materiale quando è compiuta per raccoglierne i frutti, che sono la
causa della nostra prigionia nel mondo materiale. I Veda trattano
soprattutto delle attività materiali, ma al solo scopo di sottrarre
uomini ai piaceri materiali e condurli fino alla più alta
spiritualità. Krishna consiglia ad Arjuna, Suo amico e discepolo, di
elevare la sua coscienza al piano spirituale, di cercare la Trascendenza
Suprema, come indica l'inizio del Vedanta: brahma-jijnasa.
Tutti gli abitanti del mondo materiale devono lottare duramente per
sopravvivere; per loro il Signore, dopo la creazione del mondo
materiale, rivelò la conoscenza vedica affinchè imparassero a condurre
una vita capace di liberarli dai legami della materia. Dopo aver
trattato nel karma-kanda del modo di ottenere i piaceri
materiali, le Scritture ci danno nelle Upanisad la possibilità
di raggiungere la realizzazione spirituale. Come la Bhagavad-gita fa
parte del quinto Veda (il Mahabharata), le Upanisad
appartengono a diversi Veda e segnano l'inizio della vita
spirituale.
Finchè esiste il corpo materiale le nostre azioni e le loro conseguenze
sono sotto il dominio delle tre influenze della natura materiale.
Dobbiamo semplicemente imparare a non lasciarci sopraffare dalle
dualità come la gioia e il dolore, il caldo e il freddo. Se tolleriamo
le dualità, ci libereremo dal desiderio di guadagnare e dal timore di
perdere. L'uomo raggiunge questa pace spirituale quando è perfettamente
cosciente di Krishna e si affida completamente alla Sua volontà.
VERSO 46
yavan artha udapane
sarvatah samplutodake
tavan sarvesu vedesu
brahmanasya vijanatah
yavan: tutto ciò; arthah:
è destinato; uda-pane: in un pozzo d'acqua; sarvatah:
sotto ogni aspetto; sampluta-udake: in una grande riserva
d'acqua; tavan: similmente; sarvesu: in tutte;
vedesu: letterature vediche; brahmmanasya: dell'uomo che
conosce il Brahman Supremo; vijanatah: che si trova nella
completa conoscenza.
TRADUZIONE
Come una grande riserva d'acqua adempie a tutte le
funzioni del pozzo, così colui che conosce il fine supremo dei Veda
raccolgie tutti i benefici che i Veda procurano.
SPIEGAZIONE
I riti e i sacrifici indicati nel karma-kanda
hanno lo scopo d'incoraggiare l'uomo allo sviluppo graduale della
realizzazione spirituale. Lo scopo della realizzazione spirituale è
chiaramente spiegato nella Bhagavad-gita (15.15): lo studio dei
Veda mira a conoscere Krishna, la sorgente di tutte le cose. La
realizzazione spirituale consiste dunque nel comprendere Krishna e la
relazione eterna che ci unisce a Lui. Il quindicesimo capitolo della Bhagavad-gita
(15.7) spiega anche la natura della relazione che unisce il Signore
agli esseri individuali. Gli esseri fanno parte integrante di Krishna,
perciò risveglare in se stessi la coscienza di Krishna è la perfezione
suprema, a cui può condurci la conoscenza dei Veda. Questo è
confermato anche dallo Srimad Bhagavatam:
aho bata sva-paco 'to gariayn
yaj-jihvagre vartate nama tubhyam
tepus tapas te juhuvuh sasnur arya
brahmanucur nama grinanti ye te
"O Signore, chiunque canti il Tuo santo
nome si trova sul piano più elevato della realizzazione spirituale
anche se viene dalla condizione più bassa, da una famiglia di candala
(mangiatori di cani). Per giungere a questo livello ha certamente
dovuto sottoporsi a ogni tipo di ascesi e compiere sacrifici secondo i
riti vedici; ha dovuto anche studiare i Veda e bagnarsi in
tutti i luoghi santi di pellegrinaggio. Questa persona è considerata la
migliore tra gli arya." (S.B. 3.33.7) Bisogna
essere tanto intelligenti da capire il vero scopo dei Veda senza
lasciarsi attrarre solo dai riti prescritti, e occorre anche troncare il
desideiro di andare sui paineti superiori allo scopo di godere più
intensamente dei piaceri materiali. L'uomo d'oggi non può osservare le
regole necessarie all'esecuzione dei riti vedici e a quelle prescritte
nel Vedanta e nelle Upanisad. Compiere i riti vedici
richiede molto tempo, energia, conoscenza e risorse, tutte cose di cui
quest'età di Kali non è generosa. Si può tuttavia raggiungere il fine
ultimo della cultura vedica cantando i santi nomi del Signore, come
raccomanda Sri Caitanya Mahaprabhu, il liberatore di tutte le anime
cadute. Quando Prakasananda Sarasvati, un grande erudito in materia
vedica, rimproverò a Sri Caitanya di essere "sentimentale"
perche cantava i santi nomi invece di studiare la filosofia del Vedanta,
Sri Caitanya Mahaprabhu, che è Dio stesso, rispose che il Suo maestro
spirituale, avendoLo trovato molto ignorante, Gli aveva ordinato di
cantare i santi nomi di Sri Krishna. E così cantando Si sentì invadere
da un'estasi incontenibile. Nell'era in cui viviamo, il Kali-yuga, la
maggior parte della gente è ignorante e incapace di comprendere la
filosofia del Vedanta; perciò il metodo raccomandato per
raggiungere lo stesso scopo a cui mira lo studio del Vedanta è
quello di cantare i santi nomi del Signore evitando di commettere
offese.² Il Vedanta è la crema della saggezza vedica, e
Krishna ne è l'autore e il conoscitore. Il più grande Vedantista è il
mahatma, la grande anima che trae piacere dal canto dei santi
nomi. Questo è il fine supremo dello studio dei Veda.
VERSO 47
karmany evadhikaras te
ma phalesu kadacana
ma karma-phala-hetur bhur
ma te sango 'stv akarmani
karmani: nei doveri prescritti;
eva: certamente; adhiikarah: giusto; te: di te;
ma: mai; phalesu: nei frutti; kadacana: in alcun
momento; ma: mai; karma-phala; nel risultato
dell'attività; hetuh: causa; bhuh: diventa; ma:
mai; te: di te; sangah: attaccamento; astu:
dovrebbe essere; akarmani: a non compiere doveri prescritti.
TRADUZIONE
Tu hai il diritto di compiere i tuoi doveri
prescritti, ma non di godere dei frutti dell'azione. Non considerarti
mai lacausa dei risultati delle tue attività e non cercare mai di
sfuggire al tuo dovere.
SPIEGAZIONE
Qui bisogna considerare tre fattori: il
dovere prescritto, l'azione arbitraria e l'inazione. I doveri prescritti
sono quelli che si devono eseguire finchè si è soggetti alle influenze
della natura materiale; le azioni arbitrarie sono quelle che si compiono
senza tener conto delle istruzioni che ci danno le Scritture e le
autorità spirituali; e l'inazione consiste nel sottrarsi ai doveri
prescritti. Il Signore consiglia ad Arjuna di non prendere la via
dell'inazione, ma piuttosto di agire secondo il suo dovere senza
attaccarsi al risultato. Infatti, chi si attacca al risultato
dell'azione si assume la responsabilità delle proprie attività, e deve
godere o soffrire delle loro conseguenze.
I doveri prescritti possono essere di tre tipi: doveri abituali,
straordinari e occupazioni volontarie. I devoti abituali devono essere
compiuti secondo le Scritture e senza attaccamento al risultato. Poichè
si tratta di doveri imposti, la loro esecuzione è sotto l'influenza
della virtù (sattva-guna). Invece l'azione che mira a ottenere
un risultato genera la schiavitù e deve quindi essere considerata
dannosa. Ognuno ha il diritto di compiere il proprio dovere, ma nessuno
deve agire per ottenere un risultato. Adempiere i propri compiti in
uno spirito di distacco significa avanzare con passo sicuro sulla via
della liberazione spirituale.
Il Signore consiglia dunque ad Arjuna di combattere per dovere, senza
un'altra forma di attaccaento. Buoni o cattivi, gli attaccamenti
materiali sono una schiavitù e non possono in nessun caso aiutarci a
diventare liberi dalla condizione materiale. Anche l'inazione, però è
condannabile. Per Arjuna l'unica via di salvezza è combattere, come il
dovere gli impone.
VERSO 48
yoga-sthah kuru karmani
sangam tyaktva dhananjaya
siddhy-asiddhyoh samo bhutva
samatvam yoga ucyate
yoga-sthah: equilibrato; kuru:
compi; karmani: tuoi doveri; sangam: attaccamento;
tyaktva: abbandonando; dhananjaya: o Arjuna;
siddhi-asiddhyoh: nel successo e nel fallimento; samah:
equilibrato; bhutva: diventando; samatvam:
equanimità; yogah: yoga; ucyate: è chiamato.
TRADUZIONE
Compi il tuo dovere con equilibrio, o Arjuna,
senza attaccamento al successo o al fallimento. Tale equanimità si
chiama yoga.
SPIEGAZIONE
Krishna suggerisce ad Arjuna di seguire la
via dello yoga. Ma che cos'è lo yoga? Il termine yoga significa
concentrare la mente sull'Assoluto controllando i sensi, che sono sempre
agitati. L'assoluto è il Signore Supremo. E se il Signore chiede
personalmente ad Arjuna di combattere, questi non deve preoccuparsi
del'esito della battaglia. Il successo e la vittoria sono nelle mani di
Krishna; Arjuna non deve far altro che seguire le Sue istruzioni.
Seguire le istruzioni di Krishna è il vero yoga, che trova
l'applicazione pratica nella coscienza di Krishna, la sola che permette
di liberarci da ogni istinto di possesso. Se vogliamo adempiere i nostri
doveri rimanendo coscienti di Krishna dobbiamo diventare i Suoi
servitori, o i servitori dei Suoi servitori. Questo è il solo modo di
avanzare sul cammino dello yoga. Arjuna è uno ksatriya,
e come tale partecipa al varnasrama-dharma, che ha per scopo
quello di soddisfare Visnu, come insegna il Visnu Purana.
Bisogna soddisfare Krishna, e non se stessi, come avviene nel mondo
materiale. Se non si soddisfa Krishna, non si può pretendere di
osservare il vero principio del varnasrama-dharma. Così
l'interesse di Arjuna è quello di seguire la volontà di Krishna, come
lascia intendere il Signore stesso.
VERSO 49
durena hv avaram karma
buddhi-yogad dhananjaya
buddhau saranam anviccha
kripanah phala-hetavah
durena: lascia a grande distanza; hi:
certamente; avaram: detestabile; karma: attività; buddhi-yogat:
in forza della coscienza di Krishna; dhananjaya: o
conquistatore di ricchezze; buddhau: in tale coscienza; saranam:
arrenditi completamente; anviccha: cercano di; kripanah:
miseri; phala-hetavah: coloro che desiderano i frutti delle
loro attività.
TRADUZIONE
O Dhananjaya, allontana da te tutte le attività
detestabili col servizio di devozione, e in questa coscienza arrenditi
al Signore. Avari sono coloro che voglionoi godere del loro lavoro.
SPIEGAZIONE
L'uomo che realizza pienamente la sua natura
fondamentale di eterno servitore del Signore abbandona ogni occupazione
eccetto quella compiuta nella coscienza di Krishna. Il buddhi-yoga,
cioè il servizio di devozione, come abbiamo visto, consiste nel servire
il Signore con amore puro ed è questa la via migliore per tutti gli
esseri. Solo un avaro cerca. Solo un avaro cerca di godere dei frutti
del proprio lavoro, perché questo desiderio non fa che intrappolarlo
sempre più nella rete dell'esistenza materiale. Ogni azione compiuta
fuori della coscienza di Krishna è dannosa perché ci lega sempre più
al ciclo di nascite e morti. Perciò non si dovrebbe mai desiderare di
essere la causa dell'azione; tutto dovrebbe essere compiuto in piena
coscienza di Krishna, per la soddisfazione di Krishna. L'avaro non sa
usare le ricchezze che ha ottenuto con un colpo di fortuna o con un duro
lavoro. Come l'avaro, l'uomo sfortunato non usa la sua energia umana al
servizio del Signore. Invece noi dobbiamo impiegare tutte le nostre
energie al servizio di Krishna, e se faremo così la nostra vita sarà
un successo.
VERSO 50
buddhi-yukto jahatiha
ubhe sukrita-duskrite
tasmad yogaya yujyasva
yogah karmasu kausalam
buddhi-yuktah: chi è impegnato nel
servizio devozionale; jahati; può sbarazzarsi; iha:
in questa vita; ubhe; entrambi; sukrita-duskrite:
buoni e cattivi risultati; tasmat: perciò; yogaya:
per amore del servizio devozionale; yujyasva: essere così
impegnato; yogah: coscienza di Krishna; karmasu: in
tutte le attività; kausalam: arte.
TRADUZIONE
L'uomo impegnato nel servizio devozionale si libera
dalle conseguenze buone o cattive dell'azione in questa vita stessa.
Sforzati dunque di apprendere lo yoga, che è l'arte
dell'agire.
SPIEGAZIONE
Da tempo immemorabile tutti gli esseri
viventi accumulano le conseguenze buone e cattive delle loro azioni, e
questo li rende dimentichi della loro posizione eterna. Questa ignoranza
si può vincere seguendo le istruzioni della Bhagavad-gita che
ci insegna come abbandonarci totalmente a Sri Krishna e come liberarci
dall'incatenamento delle azioni e delle loro conseguenze. Per liberarsi
da queste catene Arjuna deve agire nella coscienza di Krishna, come gli
è stato consigliato dal Signore.
VERSO 51
karma-jam buddhi-yukta hi
phalam tyakva manisinah
janma-bandha-vinirmuktah
padam gacchanty anamayam
karma-jam: a causa delle attiività
interessate; buddhi-yuktah: essendo impegnato nel servizio
devozionale; hi: certamente; phalam: risultati;
tyaktva: abbandonando; manisinah: grandi saggi e devoti;
janma-bhanda; dai legami di nascita e morte; vinirmuktah:
liberati; padam: posizione; gacchanti: raggiungono;
anamayam: senza sofferenza.
TRADUZIONE
Impegnàti nel servizio devozionale offerto al
Signore, grandi saggi e devoti si liberano in questo mondo dalle
conseguenze dell'attività. Si svincolano così dal ciclo di nascita e
morte e raggiungono la condizione che è al di là della sofferenza
[tornando a Dio].
SPIEGAZIONE
Gli esseri liberati appartengono a quel luogo
dove non esistono sofferenze materiali. Lo Srimad Bhagavatam afferma
in proposito:
samasrita ye pada-pallava-plavam
mahat-padam punya-yaso murareh
bhavambudhir vatsa-padam param padam
padam padam yad vipadam na tesam
"L'oceano dell'esistenza materiale è
come l'acqua contenuta nell'impronta dello zoccolo di un vitello per
l'uomo che ha preso rifugio nel vascello dei piedi di loto di Mukunda,
il Signore che accorda la liberazione e in cui tutti gli universi
riposano. Quell'uomo cercherà allora il luogo dove le sofferenze
materiali non esistono (param padam, Vaikuntha) e non il luogo
dove a ogni passo s'incontrano nuovi pericoli."
(S.B. 10.14.58)
L'ignoranza ci fa dimenticare che il mondo materiale è un luogo di
sofferenza, dove a ogni istante dobbiamo affrontare nuovi pericoli. Solo
per ignoranza l'uomo poco intelligente cerca un rimedio ai problemi
dell'esistenza nel godimento dei fruttti dell'azione e crede così di
trovare la felicità. Non sa che nessun corpo materiale, in tutto
l'universo, è capace di dare una vita libera dalle sofferenze. Le
sofferenze della vita, cioè la nascita, la vecchiaia, la malattia e la
morte, sono presenti ovunque nel mondo materiale: Ma l'uomo che conosce
la sua vera condizione di servitore eterno del Signore e conosce la
posizione della Persona Suprema Sri Krishna, s'impegna con amore al Suo
servizio e si arricchisce così di tutte le qualità necessarie per
raggiungere i pianeti Vaikuntha, o Vaikunthaloka, dove non esiste nè la
triste vita materiale nè l'influenza del tempo e della morte. Conoscere
la propria natura significa anche conoscere la sublime natura del
Signore. Colui che crede, a torto, che l'anima individuale sia uguale al
Signore è immerso nelle tenebre più fitte, perciò è incapace
d'impegnarsi al servizio del Signore con amore e devozione. Cercherà
piuttosto di diventare lui stesso un "Signore", preparandosi
così a morire e rinascere innumerevolivolte. Ma colui che riconosce la
propria posizione di servitore si mette al servizio di Krishna e si
prepara a raggiunere il regno di Vaikuntha. Il servizio offerto al
Signore si chiama karma-yoga, buddhi-yoga, o semplicemente
"servizio di devozione".
VERSO 52
yada te moha-kalilam
buddhir vyatitarisyati
tada gantasi nirvedam
srotavyasya srutasya ca
yada: quando; te: tua;
moha: di illusione; kalilam: densa foresta; buddhih:
servizio trascendentale con intelligenza; vyatitarisyati:
supera; tada: in quel momento; ganta asi: andrai; nirvedam:
indifferenza; srotavyasya: verso ciò che deve essere
ascoltato; srutasya: tutto ciò che è stato ascoltato; ca:
anche.
TRADUZIONE
Quando la tua intelligenza avrà superato la densa
foresta dell'illusione, diventerai indifferente a tutto ciò che hai
ascoltato e a tutto ciò che potrai ancora ascoltare.
SPIEGAZIONE
Tra i grandi devoti del Signore ci sono
numerosi esempi di persone che si distaccarono dalle pratiche rituali
dei Veda semplicemente perché s'impegnarono nel servizio di
devozione al Signore. Anche se è un brahmana esperto, colui
che conosce veramente Krishna e la relazione che lo lega a Lui si
distacca naturalmente e completamente dalle pratiche rituali che portano
a godere dei frutti dell'azione. Sri Madhavendra Puri, grande devoto e acarya
della linea vaisnava, diceva:
sandhya-vandana bhadram astu bhavato
bhoh snana tubhyam namo
bho devah pitaras ca tarpana-vidhau naham ksmah ksamvyatam
yatra kvpi nisadya yadava-kulottamasya kasa-dvisah
smaram smaram agham harmi tad alam manye kim anyena me
"O preghiere della sera recitate tre
volte al giorno, tutte le glorie a voi. O abluzioni mattutine, vi offro
i miei omaggi! O esseri celesti, o antenati, vi prego di scusarmi se non
posso più presentarvi delle offerte! Ovunque vada ricordo l'illustre
discendente della dinastia Yadu (Krishna), il nemico di Kamsa, e posso
così liberarmi dalle conseguenze di tutti i miei peccati. E credo che
questo mi basti".
I neofiti devono osservare scrupolosamente le regole e le pratiche
prescritte dai Veda, che comprendono le preghiere da recitare
tre volte al giorno, le abluzioni mattutine e gli omaggi agli antenati.
Ma la persona che è pienamente cosciente di Krishna ed è impegnata nel
Suo trascendentale servizio d'amore diventa indifferente a tutte queste
regole perché ha già raggiunto la perfezione. Chi può impegnarsi
direttamente al servizio del Signore Supremo, Sri Krishna, non ha più
bisogno di compiere tutte le austerità e i sacrifici richiesti dalle
Scritture. D'altra parte, eseguire tutti questi riti senza capire che lo
scopo dei Veda è quello di raggiungere Krishna è solo una
perdita di tempo. Le persone coscienti di Krishna trascendono il sabda-brahma,
cioè superano le frontiere dei Veda e delle Upanisad.
VERSO 53
sruti-vipratipanna te
yada sthasyati niscala
samadhav acala buddhis
tada yogam avapsyasi
sruti: di rivelazione vedica;
vipratipanna: senza essere influenzato dai risultati interessati;
te: tuoi; yada: quando; sthasyati: rimane;
niscala: impassibile; samadhau: nella coscienza
trascendentale, ossia la coscienza di Krishna; acala:
inflessibile; buddhih: intelligenza; tada: in quel
momento; yogam: realizzazione del sè; avapsyasi:
raggiungerai.
TRADUZIONE
Quando la tua mente non sarà più distratta dal
linguaggio fiorito dei Veda e rimarrà fissa nell'estasi della
realizzazione spirituale, avrai raggiunto la coscienza divina.
SPIEGAZIONE
Quando si dice che una persona è in samadhi
significa che è pienamente cosciente di Krishna; infatti, per
essere in perfetto samadhi bisogna aver realizzato il Brahman,
il Paramatma e Bhagavan. La più alta perfezione della realizzazione
spirituale è capire che siamo eterni servitori di Krishna e che il
nostro unico compito è quello di adempiere per il nostro dovere nella
coscienza di Krishna. Una persona cosciente di Krishna, un fermo devoto
del Signore, non può lasciarsi distrarre dal linguaggio fiorito dei Veda
e non deve neppure impegnarsi in attività interessate per
raggiungere i pianeti superiori. Chi diventa cosciente di Krishna è in
diretto contatto con Dio e può capire tutte le Sue istruzioni. Siamo
sicuri così di raggiungere la conoscenza e la perfezione della vita
spirituale. È sufficiente seguire le istruzioni di Krishna o del Suo
rappresentante, il maestro spirituale.
VERSO 54
arjuna uvaca
sthita-prajnasya ka bhasa
samadhi-sthasya kesava
sthita-dhih kim prabhaseta
kim asita vrajeta kim
arjunah uvaca: Arjuna disse;
sthita-prajnasya: chi si è stabilito fermamente nella coscienza di
Krishna; ka: quale; bhasa: linguaggio;
samadhisthasya: di chi si è situato nel samadhi;
kesava: o Krishna; sthita-dhih; stabile nella coscienza di
Krishna; kim: che cosa; prabhaseta: dice; kim:
come; asita: si ferma; vrajeta: cammina; kim:
come.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
O Krishna, quali sono i sintomi di una persona la cui coscienza è
immersa nella Trascendenza? come parla e con quali parole? come si siede
e come cammina?
SPIEGAZIONE
Ogni uomo rivela particolari caratteristiche
secondo la propria natura. Per esempio, è possibile riconoscere un
ricco, un malato o un erudito per alcuni aspetti singolari. Così colui
che è cosciente di Krishna ha un modo particolare di parlare,
camminare, pensare e sentire, descritto dalla Bhagavad-gita. La
cosa più importante è il suo modo di parlare, perché questo è ciò
che distingue un uomo. Finché non apre bocca, uno sciocco può passare
inosservato, soprattutto se ha una bella presenza, ma non appena inizia
a parlare si rivela per quello che è. La prima caratteristica di una
persona cosciente di Krishna è quella di parlare direttamente o
indirettamente soltanto di Krishna. Tutte le altre caratteristiche
derivano da questa e le troveremo descritte nel verso seguente.
VERSO 55
sri-bhagavan uvaca
prajahati yada kaman
sarvan partha mano-gatan
atmany evatmana tustah
sthita-prajnas tadocyate
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona
Suprema, disse; prajahati: abbandona; yada: quando; kaman:
desideri di gratificazione dei sensi; sarvan: di ogni varietà;
partha: o figlio di Pritha: manah-gatan: di speculazione
mentale; atmani: nello stato puro dell'anima; eva:
certamente; atmana: dalla mente purificata; tustah:
soddisfatto; sthita-prajnah: situato nella Trascendenza; tada;
in quel momento; ucyate: è detto.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
O Partha, un uomo che si libera da ogni desiderio di gratificazione dei
sensi generato dalla speculazione mentale, e con la mente così
purificata trova soddisfazione soltanto nel sé, è situato nella pura
coscienza trascendentale.
SPIEGAZIONE
Lo Srimad Bhagavatam afferma che la
persona perfettamente cosciente di Krishna, assorta nel servizio d'amore
e di devozione al Signore, possiede tutte le qualità dei grandi saggi,
mentre chi non ha raggiunto questo stadio di perfezione spirituale non
ha alcuna qualità, perché è costretto a rifugiarsi nella speculazione
mentale. Questo verso ci consiglia dunque di respingere tutti i desideri
di piacere materiale creati dalla mente. Allontanare di forza i desideri
materiali è impossibile, ma se c'impegniamo al servizio di Krishna
questi desideri svaniranno facilmente. Dobbiamo dunque impegnarci nella
coscienza di Krishna senza esitare, poiché il servizio di devozione ha
il potere di elevare immediatamente la nostra coscienza al piano
trascendentale. La persona spiritualmente elevata è sempre soddisfatta
in se stessa perché è cosciente di essere l'eterno servitore del
Signore Supremo. Situata a questo livello trascendentale, non ha più
desideri degradanti che derivano da una concezione materialistica della
vita, ma è sempre felice di servire il Signore secondo la propria
natura eterna.
VERSO 56
duhkhesv anudvigna-manah
sukhesu vigata-sriphah
vita-rag-bhaya-krodhad
sthita-dhir munir ucyate
duhkhesu: nelle triplici sofferenze;
anudvigna-manah: senza essere mentalmente agitati; sukhesu:
nella felicità; vigata-sprihah: senza provare interesse;
vita: libero da; raga: attaccamento; bhaya:
paura; krodhah: e collera; sthita-dhih: la cui mente
è stabile; munih: un saggio; ucyate: è chiamato.
TRADUZIONE
Chi non è più turbato dalle tre forme di
sofferenza né inebriato dalle gioie della vita, ed è libero
dall'attaccamento, dalla paura e dalla collera, è considerato un saggio
dalla mente ferma.
SPIEGAZIONE
La parola muni designa il
"filosofo" che agita la mente con un mucchio di ipotesi senza
mai giungere a una conclusione concreta. Ogni muni ha un suo
proprio modo di vedere le cose e per essere considerato tale deve
formulare un'opinione diversa da quella di altri muni: na
casav risir yasya matam na bhinnam. (Mahabarata, Vana-parva 313.117)
Ma lo sthita-dhir muni, menzionato in questo verso dal Signore,
è diverso dal muni ordinario: è sempre cosciente di Krishna
perché ha esaurito ogni interesse teso a creare nuove teorie. Egli è
definito prasanta-nihsesa-manorathantara (Stotra-ratna 43),
cioè colui che ha superato lo stadio della speculazione mentale ed è
giunto alla conclusione che non esiste nulla all'infuori di Sri Krishna,
Vasudeva (vasudevah sarvam iti sa mahatma sudurlabhh). Egli è
un muni che ha la mente sempre ferma.
Una persona cosciente di Krishna non è per niente afflitta dalle tre
forme di sofferenza,³ le accetta come una misericordia del Signore
pensando di meritare maggiori sofferenze a causa delle sue azioni
passate, e vede che per la grazia del Signore le sue sofferenze sono ora
ridotte al minimo. Nei momenti di gioia riconosce la stessa
misericordia, considerandosi indegna di essere felice; capisce che solo
per la grazia del Signore si trova nelle condizioni favorevoli per
servire meglio il Signore. Nel servire Krishna questa persona è sempre
coraggiosa e attiva, senza attaccamento né avversione. Attaccamento
significa usare le cose per la propria gratificazione dei sensi, e
distacco è l'assenza di ogni interesse per i piaceri dei sensi. Ma chi
è fisso nella coscienza di Krishna non conosce né attaccamento né
distacco perché la sua vita è dedicata al servizio del Signore. In
questo modo non si lascia mai prendere dalla collera, neanche di fronte
all'insuccesso. Chi è cosciente di Krishna possiede sempre una ferma
determinazione.
VERSO 57
yah sarvatranabhisnehas
tat tat prapya subhasubham
nabhinandati na dvesti
tasya prajna pratisthita
yah: colui che; sarvatra:
ovunque; anabhisnehah: senza affetto: tat: quello;
tat: quello; prapya: raggiungendo; subha: bene;
asubham: male; na: mai; abhinandati: elogia;
na: mai; dvesti: invidia; tasya: sua; prajna:
perfetta conoscenza; pratistha: fisso.
TRADUZIONE
La persona che in questo mondo resta impassibile di
fronte a qualsiasi forma di bene o di male che le si presenti, e non
apprezza la prima né disprezza la seconda, è fermamente situata nella
perfetta conoscenza.
SPIEGAZIONE
Nel mondo materiale c'è sempre qualche
cambiamento che può essere favorevole o sfavorevole. Non esserne
turbati, né essere scossi dal bene o dal male è sintomo che una
persona è cosciente di Krishna. Finché ci troviamo nel mondo
materiale, pieno di qualità, dovremo sempre far fronte al bene e al
male, ma chi è cosciente di Krishna non è soggetto alle dualità
perché è assorto in Krishna, il bene assoluto e infinito. La persona
cosciente di Krishna è in una condizione perfettamente trascendentale,
chiamata tecnicamente samadhi.
VERSO 58
yada samharate cayam
kurmo 'nganiva sarvasah
indriyanindriyarthebhyas
tasya prajna pratisthita
yada: quando; samharate:
ritrae; ca: anche; ayam: egli; kurmah:
tartaruga; angani: membra; iva: come; sarvasah:
interamente; indriyani:sensi; indriya-artebhyah: dagli
oggetti dei sensi; tasya: sua; prajna: coscienza;
pratisthita: fissa.
TRADUZIONE
Chi è in grado di ritrarre i sensi dai loro
oggetti, come una tartaruga ritrae le membra nel guscio, è fermamente
stabilito nella perfetta conoscenza.
SPIEGAZIONE
Ciò che caratterizza lo yogi, il
devoto, l'anima realizzata, è la capacità di controllare i sensi. La
maggior parte degli uomini è schiava dei sensi e agisce sotto il loro
influsso. Questo è ciò che distingue lo yogi dall'uomo
comune. Per agire, i sensi vogliono il campo libero e non sopportano le
restrizioni. Sono paragonati a serpenti velenosi, che lo yogi,
il devoto deve tenere sotto controllo con l'abilità di un cantatore di
serpenti; non deve mai lasciarli agire fuori della sua volontà.
Le Scritture rivelate ci indicano numerose regole di condotta, alcune
sono proibizioni, altre prescrizioni. Se non osserviamo queste regole e
non controlliamo i nostri sensi, non possiamo situarci fermamente nella
coscienza di Krishna. Il miglior esempio per illustrare questa idea è
quello della tartaruga, menzionato nel verso. La tartaruga può ritrarre
le membra o farle uscire dal guscio secondo le necessità del momento.
Così la persona cosciente di Krishna usa i sensi solo al servizio di
Krishna, chiudendosi ai piaceri materiali. Analogamente, i sensi delle
persone coscienti di Krishna sono utilizzati solo per finalità
particolari nell'ambito del servizio al Signore, altrimenti vengono
ritratti. Arjuna sta imparando qui a usare i sensi al servizio del
Signore, invece che per la propria soddisfazione. Utilizzare i sensi al
servizio del Signore è il principio stabilito con l'analogia della
tartaruga che ritrae in sé i sensi.
VERSO 59
visaya vinivartante
niraharasya dehinah
rasa-varjam raso 'py asya
param dristva nivartate
visayah: oggetti per il godimento
dei sensi; vinivartante: allenati ad astenersi; niraharasya:
con restrizioni obbligate; dehinah: l'anima incarnata;
rasa-varjam: rinunciando al gusto; rasah: senso di
piacere; api: benché vi sia; asya: suo; param:
cose di gran lunga superiori; dristva: sperimentando;
nivartate: cessa di.
TRADUZIONE
L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei
sensi, sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga. Ma se perde
questo gusto, sperimentando un piacere superiore, resterà fissa nella
coscienza spirituale.
SPIEGAZIONE
Senza aver raggiunto la realizzazione
spirituale è impossibile allontanarsi dal piacere dei sensi.
Controllare i sensi osservando determinate regole è come proibire al
malato di mangiare alcuni alimenti; il paziente soffre di queste
limitazioni e non perde il gusto per i cibi proibiti. Così la
disciplina dei sensi mediante la pratica di uno yoga come l'astanga-yoga
— che comprende diverse fasi dette yama, niyama,
asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi — è
raccomandata alle persone meno intelligenti, che non conoscono un metodo
migliore. Ma colui che avanzando nella coscienza di Krishna gusta la
bellezza del Signore Supremo, Sri Krishna, non prova più la minima
attrazione per le cose materiali. Queste restrizioni s'impongono dunque
soltanto ai neofiti, e sono efficaci solo se si è già attratti dalla
coscienza di Krishna. Quando poi si è veramente coscienti di Krishna,
si perde automaticamente ogni attrazione per i piaceri materiali, che
appaiono ormai scialbi e monotoni.
VERSO 60
yatato hy api kaunteya
purusasya vipascitah
indriyani pramathini
haranti prasabham manah
yatatah: mentre si sforza; hi:
certamente; api: nonostante; kaunteya: o figlio di
Kunti; purusasya: di un uomo; vipascitah: pieno di
discernimento; indriyani: i sensi; pramathini: che
agitano; haranti: portano via; prasabham: di forza;
manah: la mente.
TRADUZIONE
I sensi sono così forti e impetuosi, o Arjuna, che
travolgono perfino la mente di un uomo saggio che si sforza di
controllarli.
SPIEGAZIONE
Molti grandi eruditi, filosofi e
spiritualisti tentano di controllare i sensi, ma nonostante tutti gli
sforzi, talvolta cadono vittime del godimento dei sensi, perché la
mente è instabile per natura. Perfino Visvamitra, grande saggio e yogi
perfetto, si lasciò sedurre da Menaka, sebbene cercasse di
controllare i sensi con lo yoga e con severe austerità. La
storia riporta migliaia di esempi come questo, che indicano come sia
difficile a chi non è pienamente cosciente di Krishna dominare la mente
e i sensi. In realtà è impossibile abbandonare le abitudini materiali
se non si volge la mente a Krishna. Il grande saggio e devoto
Yamunacarya ce ne offre un esempio pratico quando afferma:
yad-avadhi mama cetah
krishna-padaravinde
nava-nava-rasa-dhamany udyatam rantum asit
tad-avadhi bata nri-sangame smaryamane
bhavati mukha-vikarah susthu nisthivanam ca
"Da quando la mia mente è impegnata nel
servizio ai piedi di loto di Sri Krishna provo una gioia trascendentale
sempre nuova, e ogni volta che un pensiero sessuale s'insinua nella mia
mente, vi sputo sopra e le mie labbra hanno una smorfia di
disgusto."
La coscienza di Krishna è fonte di una gioia spirituale così grande
che al suo confronto i piaceri materiali diventano ripugnanti; è come
la soddisfazione che prova un affamato dopo essersi ristorato. Anche
Maharaja Ambarisa poté vincere gli assalti del grande yogi Durvasa
Muni semplicemente perché la sua mente era assorta nella coscienza di
Krishna (sa vai manah krishna-padaravindayor vacamsi
vaikuntha-gunanuvarnane).
VERSO 61
tani sarvani samyamya
yukta asita mat.parah
vase hi yasyendriyani
tasya prajna pratisthita
tani: quei sensi; sarvani:
tutti; samyamya: mantenendo sotto controllo; yuktah:
impegnati; asita: dovresti essere situato; mat-parah:
in relazione con Me; vase: con abbandono totale; hi:
certamente; yasya: di cui; indriyani: i sensi;
tasya:sua; prajna: coscienza; pratisthita: fisso.
TRADUZIONE
Chi frena i sensi tenendoli sotto controllo, e
fissa la coscienza in Me, è considerato un uomo dall'intelligenza
ferma.
SPIEGAZIONE
Questo verso spiega chiaramente che la
coscienza di Krishna è la perfezione dello yoga. Per chi non
è cosciente di Krishna controllare i sensi è impossibile. Un giorno il
grande saggio Durvasa Muni ebbe una lite con Maharaja Ambarisa, un
devoto del Signore, e spinto dall'orgoglio s'infuriò a tal punto che
perse il controllo di sé. Il re Ambarisa, invece, sebbene fosse uno yogi
meno potente di Durvasa, poté tollerare con calma tutte le
ingiustizie del saggio vittorioso dalla lite, perché era un devoto del
Signore. Lo Srimad Bhagavatam elenca le qualità che permisero
al re di diventare maestro dei sensi:
sa vai manak krishna-padaravindayor
vacamsi vaikunstha-gunanuvarnane
karau harer mandira-marjanadisu
srutim cakaracyuta-sat-kathodaye
mukunda-lingalava-darsane drisau
tad-bhritya-gtra-sparse 'nga-sangamam
ghranam ca tat-pada-saroja-saurabhe
srimat-tulasya rasanam tad-arpite
padau hareh ksetra-padanusarpane
siro hrisikesa-padabhivandane
kamam ca dasye na tu kamyaya
yathottamasloka-janasraya ratih
"Il re Ambarisa fissava la sua mente sui
piedi di loto di Krishna, usava le parole per descrivere la dimora del
Signore e cantare le Sue qualità spirituali, le mani per pulire il
tempio del Signore, le orecchie per ascoltare i divertimenti del
Signore, gli occhi per contemplare la forma del Signore, il corpo per
toccare il corpo dei devoti, le narici per aspirare il profumo dei fiori
offerti ai piedi di loto del Signore, la lingua per gustare le foglie di
tulasi offerte al Signore, le gambe per visitare i luoghi di
pellegrinaggio e recarsi al tempio del Signore, la testa per
prosternarsi davanti al Signore, i desideri per soddisfare i desideri
del Signore — e tutte queste qualità facevano di lui un mat-para,
un puro devoto del Signore." (9.4.18-20)
È molto significativo qui il termine mat-para. L'esempio di
Maharaja Ambarisa mostra come si può diventare un mat-para.
Srila Baladeva Vidyabhusana, grande erudito e acarya nella
linea dei mat-para, afferma, mad-bhakti-prabhavena
sarvendriya-vijaya-purvika svatma dristih sulabheti bhavah: "I
sensi possono essere perfettamente controllati solo con la potenza del
servizio devozionale offerto a Krishna." Osserviamo anche l'esempio
del fuoco: "Come un piccolo incendio può divorare tutto ciò che
è contenuto in una stanza, così Sri Visnu, situato nel cuore dello yogi,
brucia tutte le impurità che vi si trovano," Anche lo Yoga-sutra
raccomanda la meditazione su Visnu, e non sul "vuoto".
Gli pseudo-yogi, che meditano su ciò che non è la forma di
Visnu, perdono solo il loro tempo nella vana ricerca di qualche chimera.
Il vero scopo dello yoga è diventare coscienti di Krishna e
dedicarsi alla Persona Suprema.
VERSO 62
dhyayato visayan pumsah
sangas tesupajayate
sangat sanjayate kamah
kamat krodho 'bhijayate
dhyayatah: mentre contempla;
visayan: oggetti dei sensi; pumsah: di una persona;
sangah: attaccamento; tesu: negli oggetti dei sensi;
upajayate: sviluppa; sangat:dall'attaccamento; sanjayate:
sviluppa; kamah: desiderio; kamat: dal desiderio;
krodhah: collera; abhijayate: diventa manifesta.
TRADUZIONE
Contemplando gli oggetti dei sensi si sviluppa
attaccamento per essi; dall'attaccamento si sviluppa la cupidigia e
dalla cupidigia nasce la collera.
SPIEGAZIONE
Colui che non è cosciente di Krishna viene
sommerso dai desideri materiali appena contempla gli oggetti dei sensi.
I sensi sono sempre attivi, e se non sono impegnati nel trascendentale
servizio d'amore al Signore cercheranno qualche impegno al servizio del
materialismo. Tutti gli esseri del mondo materiale, perfino Siva, Brahma
e gli altri esseri celesti dei pianeti superiori, subiscono l'attrazione
degli oggetti dei sensi. L'unica via per uscire dal labirinto
dell'esistenza materiale è la coscienza di Krishna. Siva era in
profonda meditazione quando un giorno Parvati andò ad agitare i suoi
sensi; egli accettò le sue proposte e dalla loro unione nacque
Kartikeya. Quando Haridasa Thakura era giovane devoto del Signore fu
anche lui tentato, questa volta da Maya-devi, ma non gli fu difficile
resistere, grazie al suo puro amore per Krishna. Come indica il verso
dio Sri Yamunacarya citato prima, un sincero devoto del Signore può
facilmente sfuggire al desiderio di godimento materiale, perché gusta
un piacere spirituale in compagnia del Signore. Questo è il segreto
della felicità. Perciò, chi non è nella coscienza di Krishna, anche
se è maestro nell'arte di controllare i sensi con una rinuncia
artificiale, è sicuro di soccombere prima o poi; la minima tentazione
lo spingerà di nuovo ad arrendersi ai capricci dei sensi.
VERSO 63
krodhad bhvati sammohah
sammohat smriti-vibhramah
smriti-bhramsad buddhi-naso
buddhi-nasat pranasyati
krodhat: dalla collera; bhavati:
viene; sammohah: perfetta illusione; sammohat:
dall'illusione; smriti: della memoria; vibramah:
confusione; smritibhramsat: dopo la confusione della memoria;
buddhi-nasah: perdita dell'intelligenza; buddhi-nasat: e
dalla perdita dell'intelligenza; pranasyati: si cade.
TRADUZIONE
Dalla collera nasce la completa illusione e
dall'illusione la confusione della memoria. Quando la memoria è confusa
l'intelligenza è perduta, e quando l'intelligenza è perduta si cade
nella palude dell'esistenza materiale.
SPIEGAZIONE
Srila Rupa Gosvami ci ha dato questa
indicazione:
prapancikataya buddhya
hari-sambandhi-vastunah
mumuksubhih parityago
vairagyam phalgu kathyate
(Bhakti-rasamrita-sindhu 1.2.258)
Diventando coscienti di Krishna s'impara che
tutto può essere usato al servizio del Signore. Le persone a cui manca
la coscienza di Krishna tentano artificialmente di rifiutare tutto ciò
che è materiale, ma per quanto desiderino liberarsi dalla prigione
della materia non raggiungono la perfezione della rinuncia. La loro
cosiddetta rinuncia è chiamata phalgu, cioè poco importante.
Chi è cosciente di Krishna, invece, sa come usare ogni cosa al servizio
di Dio, in questo modo non è vittima di una coscienza materiale.
Un impersonalista, per esempio, considera l'Assoluto, il Signore, come
impersonale e di conseguenza incapace di mangiare. Perciò mentre
l'impersonalista si priva degli alimenti più gustosi, il devoto,
sapendo che Krishna è il beneficiario di tutti i piaceri del mondo e
mangia tutto ciò che Gli è offerto con devozione, prepara per il
Signore i piatti più squisiti e ne accetta poi i resti detti prasadam.
Così ogni cosa diventa spiritualizzata, e il devoto non corre il
rischio di ricadere nell'oceano dell'esistenza materiale; egli vede il prasasam
in modo cosciente di Krishna, mentre il non devoto lo rifiuta
considerandolo materiale. A causa della sua falsa rinuncia,
l'impersonalista non può godere della vita, e la minima agitazione
mentale lo fa piombare di nuovo nell'oceano dell'esistenza materiale.
Anche se raggiunge la liberazione, l'impersonalista ricadrà perché non
è sostenuto dal servizio di devozione a Krishna.
VERSO 64
raga-dvesa-vimuktais tu
visayan indriyais caran
atma-vasyair vidheyatma
prasadam adhigacchati
raga: attaccamento; dvesa:
e distacco; vimuktaih: di una persona che si è liberata di;
tu: ma; visayan: oggetti dei sensi; indriyaih:
coi sensi; caran: agendo su; atma- vasvaih: sotto il
controllo di; vidheya-atma: chi segue la libertà regolata;
prasadam: la misericordia del Signore; adhigacchati:
raggiunge.
TRADUZIONE
Tuttavia chi è libero dall'attaccamento e
dall'avversione, ed è capace di controllare i sensi osservando i
princìpi regolatori della libertà può ricevere la piena misericordia
del Signore.
SPIEGAZIONE
Abbiamo già detto che si può diventare
artificialmente maestri dei sensi con qualche metodo imposto, ma se i
sensi non sono impegnati nel trascendentale servizio del Signore
rimarrà sempre il rischio di ricadere. Anche se può sembrare che una
persona cosciente di Krishna agisca sul piano materiale, in realtà ha
spezzato tutti gli attaccamenti ai piaceri di questo mondo grazie alla
sua coscienza spirituale. La persona cosciente di Krishna ha un unico
interesse, quello di soddisfare Krishna, perciò è trascendentale a
ogni attaccamento e distacco. Secondo il desiderio del Signore, il
devoto è pronto ad astenersi da quelle azioni che avrebbe normalmente
compiuto per una soddisfazione personale e a compierne altre che
d'abitudine non avrebbe mai fatto. Egli è dunque sempre maestro delle
sue azioni perché agisce sotto la direzione di Krishna.
Questo livello di coscienza è raggiunto per la misericordia
incondizionata di Krishna, e questa misericordia è sempre accessibile
al devoto nonostante gli attaccamenti che può ancora manifestare verso
i piaceri materiali.
VERSO 65
prasade sarva-duhkhanam
hanir asyopajate
prasanna-cetaso hy asu
buddhih paryavatistate
prasade: quando ha ottenuto la
misericordia incondizionata del Signore; sarva: di tutte;
duhkhanam: sofferenze materiali; hanih: distruzione;
asya: sue; upajayate: avviene; prasanna-cetasah:
di colui che ha la mente felice; hi: certamente; asu:
molto presto; buddhih: intelligenza; pari:
sufficientemente; avasthate: si stabilisce.
TRADUZIONE
Per chi vive nella soddisfazione della piena
coscienza di Krishna, le tre forme di sofferenza materiale non esistono
più; in questo stato sereno di coscienza ben presto l'intelligenza
diventa ferma.
VERSO 66
nasti buddhir ayuktasya
na cayuktasya bhavana
na cabhavayatah santir
asantasya kutah sukham
na asti: non può esserci;
buddhih: intelligenza trascendentale; ayuktasya: di una
persona non collegata (con la coscienza di Krishna); na: non;
ca: e; ayuktasya: di una persona priva della coscienza di
Krishna; bhavana: mente fissa (nell felicità): na:
non; ca: e; abhavayatah: di una persona che non è
fissa; santih: pace; asantasya: di colui che non è
pacifico; kutah: dov'è; sukham: la felicità.
TRADUZIONE
La persona che non è unita al Supremo [in
coscienza di Krishna] non può avere né un'intelligenza trascendentale
né una mente ferma, senza le quali non esiste possibilità di pace. E
come può esserci felicità, senza pace?
SPIEGAZIONE
Non si può trovare la pace se non si è
coscienti di Krishna. Lo conferma anche il verso ventinove del quinto
capitolo: la vera pace si trova solo quando si riconosce Krishna come
l'unico beneficiario dei frutti dei sacrifici e delle austerità, come
il proprietario di tutti gli universi e come l'amico di tutti gli
esseri. Fuori della coscienza di Krishna non possiamo dirigere i
pensieri sullo scopo ultimo, e l'assenza di questo scopo porta la
confusione; ma non appena comprendiamo che Krishna è il beneficiario
supremo il proprietario assoluto e il vero amico di ogni essere e di
ogni cosa si può trovare la pace, con una mente diventata ferma e
costante. Invece chi agisce senza alcun legame con Krishna è
sicuro di soffrire sempre e di non trovare mai la pace, per quanto
cerchi di dar prova di serenità e di avanzamento spirituale. La
coscienza di Krishna è in se stessa una condizione di pace, che può
essere raggiunta solo quando ristabiliamo la nostra relazione con
Krishna.
VERSO 67
indriyanam hi caratam
yan mano 'nuvidhiyate
tad asya harati prajnam
vayur navam ivambhasi
indriyanam: dei sensi; hi:
certamente; caratam: mentre vaga; yat: con cui;
manah: la mente; anuvidhiyate: costantemente impegnata;
tat: quella; asya:sua; harati: porta via;
prajnam: intelligenza; vayuh: vento; navam: un
vascello; iva: come; ambhasi: sull'acqua.
TRADUZIONE
Come un vento impetuoso spazza una barca
sull'acqua, così uno solo dei sensi irrequieti su cui la mente
si fissa può privare un uomo della sua intelligenza.
SPIEGAZIONE
È sufficiente che uno solo dei sensi sia
impegnato nella ricerca dei piaceri materiali perché lo spiritualista
si scosti dal sentiero della realizzazione spirituale; perciò è molto
importante impegnare tutti i sensi al servizio del Signore come fece
Maharaja Ambarisa. Questo è l'unico modo per controllare la mente.
VERSO 68
tasmad yasya maha-baho
nigrihitani sarvasah
indriyanindriyarthebhyas
tasya prajna pratisthita
tasmat: perciò; yasya: di
cui; maha-baho: tu che hai braccia potenti; nigrihitani:
così distolti; sarvasah: così sotto controllo; indriyani:
i sensi; indriya-arthebhyah: dagli oggetti dei sensi; tasya:
sua; prajna: intelligenza; pratisthita: fissa.
TRADUZIONE
Perciò, o Arjuna dalle braccia potenti, chi
distoglie i sensi dai loro oggetti possiede un'intelligenza ferma.
SPIEGAZIONE
Soltanto con l'aiuto della coscienza di
Krishna, cioè impegnando i sensi nel trascendentale servizio d'amore al
Signore, è possibile vincere le forze della gratificazione dei sensi.
Lo sforzo umano non è sufficiente a controllare i sensi; per vincere
occorre usare una forza superiore a quella del nemico. Perciò possiamo
controllare i sensi solo se li impegniamo costantemente al servizio del
Signore. Sarà sadhaka, "degno di liberazione",
soltanto chi comprende che la coscienza di Krishna è l'unica a dare la
vera intelligenza e che dev'essere coltivata sotto la guida di un
maestro spirituale autentico.
VERSO 69
ya nisa sarva-bhutanam
tasyam jagarti samyami
yasyam jagrati bhutani
sa nisa pasyato muneh
va: ciò che; nisa: è
notte; sarva: tutti; bhutanam: gli esseri viventi;
tasyam: in quella; jagarti: è sveglio; samyami:
chi è padrone di sé; yasyam: in cui; jagrati:
vegliano; bhutani: tutti gli esseri; sa: che è;
nisa: notte; pasyatah: per l'introspettivo; muneh:
saggio.
TRADUZIONE
Quella che per tutti gli esseri è la notte è
l'ora della veglia per l'uomo che ha il controllo di sé; quello che per
tutti è il tempo della veglia è la notte per il saggio raccolto.
SPIEGAZIONE
Esistono due tipi di uomini intelligenti:
quelli che si servono dell'intelligenza sul piano materiale con lo scopo
di godere meglio dei sensi, e quelli che sono più riflessivi e usano
l'intelligenza per aprirsi alla realizzazione spirituale. Le azioni del
saggio, dell'uomo riflessivo, sono tenebre per l'uomo preso dai pensieri
materiali. Ignorante della sua identità spirituale, il materialista
rimane addormentato in queste tenebre, invece il saggio riflessivo è
ben desto nelle tenebre del materialista. Avanzando sul sentiero della
realizzazione spirituale il saggio sente una gioia sublime, mentre il
materialista, "addormentato", chiuso alla realizzazione
spirituale, sogna il godimento dei sensi provando ora piacere ora
dolore. Il saggio è sempre indifferente alle gioie e ai dolori
dell'esistenza materiale: continua il suo progresso spirituale senza
essere turbato dalle circostanze materiali.
VERSO 70
apuryamanam acala-pratistam
samudram apah pravisanti yadvat
tadvat kama yam pravisanti sarve
sa santim apnoti na kama-kami
apuryamanam: essendo sempre pieno;
acala-pratistam: stabilmente situato; samudram: l'oceano;
apah: acque; pravisanti: entra; yadvat: come;
tadvat: così; kamah: i desideri; yam: in lui;
pravisanti: entrano; sarve; tutti; sah: quella
persona; santim: pace; apnoti: ottiene; na:
non; kama kami: colui che vuole soddisfare i suoi desideri.
TRADUZIONE
Come l'oceano resta immutato nonostante le acque
che vi si gettano, così soltanto l'uomo che non è turbato dal fluire
incessante dei desideri che entrano in lui come fiumi, può ottenere la
pace, non l'uomo che lotta per appagarli.
SPIEGAZIONE
Il vasto oceano riceve senza fine acque
nuove, soprattutto durante la stagione delle piogge, ma rimane sempre
imperturbato, non cambia, non si agita, non esce mai dai suoi limiti.
Così è la persona cosciente di Krishna. Finché avremo un corpo
materiale, le domande dei sensi non cesseranno di affluire, ma grazie
alla sua pienezza spirituale, il devoto non è agitato da questi
desideri. Cosciente di Krishna, egli non ha bisogno di niente perché il
Signore provvede a tutto. Il devoto è dunque come l'oceano, che è
sempre pieno in se stesso. I desideri possono affluire come le acque dei
fiumi nell'oceano, ma il devoto non è minimamente turbato dai desideri
materiali; nulla lo fa deviare dal sentiero della realizzazione
spirituale. Ecco come riconoscere l'uomo cosciente di Krishna: non ha
più la tendenza a godere dei sensi, anche se i desideri sono ancora
presenti. Poiché è pienamente soddisfatto di servire il Signore con
devozione spirituale, rimane sempre immutabile, come l'oceano, e gode di
una pace perfetta. I non devoti, invece, anche se soddisfano i loro
desideri di successo materiale o di liberazione, non trovano mai la
pace. I materialisti, le persone che aspirano alla liberazione e gli yogi
in cerca di poter mistici sono tutti infelici perché i loro
desideri rimangono insoddisfatti. Il devoto, invece, è felice servendo
il Signore, non ha desideri da soddisfare, non aspira neppure alla
liberazione dalla cosiddetta schiavitù materiale. Il devoto di Krishna
non ha alcun desiderio materiale, perciò gode di una pace perfetta.
VERSO 71
vihaya kaman yah sarvan
pumams carati nihsprihah
nirmamo nirahankarah
sa santim adhigacchati
vihaya: abbandonando; kaman:
desideri materiali per la gratificazione dei sensi; yah: chi;
sarvan: tutti; puman: una persona; carati: vive;
nihsprihah: senza desideri; nirmamah: senza senso di
possesso: nirahankarah: senza falso ego; sah: egli;
santim: pace perfetta; adhigacchati: raggiunge.
TRADUZIONE
Soltanto colui che non è più attratto dalla
gratificazione dei sensi, che vive libero dai desideri, che ha lasciato
ogni senso di possesso e si è spogliato dal falso ego, può raggiungere
la vera pace.
SPIEGAZIONE
Essere privi di desideri significa non volere
niente di materiale, cioè desiderare soltanto di diventare coscienti di
Krishna. La perfezione di questa coscienza è capire la nostra posizione
eterna di servitori di Krishna, senza credere di essere questo corpo
materiale e senza considerarci proprietari di qualcosa. Colui che
raggiunge questa perfezione sa bene che ogni cosa dev'essere usata per
il piacere di Krishna, perché tutto ciò che esiste appartiene a Lui.
Se Arjuna rifiuta di combattere è solo per interesse, ma una volta
diventato perfettamente cosciente di Krishna combatterà, perché così
vuole il Signore. Benché non abbia alcun desiderio di combattere,
Arjuna combatterà per il Signore dando il meglio di se stesso. Il vero
distacco da tutti i desideri è la volontà di soddisfare Krishna e non
il tentativo artificiale di sopprimere i desideri. Nessuno può privarsi
dei sensi o dei desideri, ma ognuno può e deve cambiarne la qualità.
Chi non ha desideri materiali sa perfettamente cambiarne la qualità.
Chi non ha desideri materiali sa perfettamente che tutto appartiene a
Krishna (isavasyam idam sarvam), perciò non reclama nessun
diritto di proprietà. Questa conoscenza trascendentale si fonda sulla
realizzazione spirituale, cioè sul sapere perfettamente che tutti gli
esseri fanno parte integrante di Krishna, partecipano della Sua stessa
natura spirituale, sebbene la loro posizione eterna non li metta mai
sullo stesso piano del Signore e tantomeno a un livello superiore.
Questa comprensione della coscienza di Krishna è la base stessa della
vera pace.
VERSO 72
esa brahmi sthitih partha
nainam prapya vimuhyati
sthivasyam anta-kale 'pi
brahma-nirvanam ricchati
esa: questa; brahmi:
spirituale; sthitih: situazione; partha: o figlio di
Pritha; na: mai; enam: questa; prapya:
ottenendo; vimuhyati: si è confusi; sthitva: essendo
situati; asyam: in questa; anta-kale: alla fine della
vita; api: anche; brahma-nirvanam: il regno spirituale
di Dio; ricchati: si raggiunge.
TRADUZIONE
Questa è la via della vita spirituale e divina e
dopo averla conseguita l'uomo non è più confuso. Chi intraprende
questa via, fosse anche in punto di morte, entra nel regno di Dio.
SPIEGAZIONE
Possiamo arrivare alla coscienza di Krishna,
alla vita divina, in una frazione di secondo, ma se rifiutiamo
ostinatamente di vedere e di accettare le cose così come sono possiamo
anche non arrivarci neppure dopo numerosi milioni di vite. Khatvanga
Maharaja vi giunse pochi istanti prima di morire, abbandonandosi a
Krishna. Nirvana significa mettere fine all'esistenza
materiale. Secondo la filosofia buddista, al termine della vita c'è
solo il vuoto. Ma ben differente è l'insegnamento della Bhagavad-gita:
solo alla fine dell'esistenza materiale comincia la vera vita. Il
materialista insensibile si accontenta di sapere che questa vita un
giorno finirà, ma lo spiritualista sa bene che una nuova vita comincia
dopo la morte. E se prima di morire si ha la grazia di diventare
coscienti di Krishna, si raggiunge subito il brahma-nirvana, il
regno di Dio.
Non esiste alcuna differenza tra il regno di Dio e il servizio di
devozione offerto a Krishna. Poiché sono entrambi assoluti,
impegnandosi nel trascendentale servizio d'amore al Signore significa
raggiungere il regno spirituale. Le attività del mondo materiale mirano
al piacere dei sensi, mentre nel mondo spirituale sono tutte
coscienti di Krishna. Appena si diventa coscienti di Krishna si
raggiunge il Brahman anche in questa vita stessa. Senza dubbio colui che
ha sviluppato la coscienza di Krishna si trova già nel regno di Dio.
Il Brahman è esattamente l'opposto della materia; il termine usato qui,
brahni sthiti, significa dunque "non situato sul piano
delle attività materiali". La Bhagavad-gita riconosce
quindi che colui che s'impegna al servizio del Signore è liberato dai
legami della materia (sa gunan samatityaitan brahma-bhuyaya kalpate).
Perciò brahmi sthiti è la liberazione dalla materia.
Srila Bhaktivinoda Thakura ha definito questo secondo capitolo della Bhagavad-gita
come un compendio di tutto il testo. Gli argomenti della Bhagavad-gita
sono il karma-yoga, il jnana-yoga e il bhakti-yoga.
I primi due sono stati chiaramente presentati in questo capitolo, dov'è
stato introdotto anche il bhakti-yoga; si può dunque dire che
il secondo capitolo prende in esame tutt'e tre le forme di yoga di
cui tratta l'opera.
Terminano così gli insegnamenti di
Bhaktivedanta sul secondo capitolo della Srimad Bhagavad-gita
intitolato: "Sintesi del contenuto della Bhagavad-gita."
|
NOTE
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|
1.
|
"...Di tutte le
specie viventi, il genere umano possiede la coscienza più alta,
e si ottiene questo corpo privilegiato solo dopo
innumerevoli morti e rinascite nelle 8.400.000 forme di vita
esistenti nell' universo, forme che si dividono come segue:
900.000 specie aquatiche, 2.000.000 di specie minerali e
vegetali, 1.100.000 specie d'insetti e di rettili, 1.000.000 di
specie di uccelli, 3.000.000 di specie di mammiferi e 400.000
specie umane."
(dalla Sri Isopanisad, dello stesso autore)
|
|
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|
|
2.
|
Per offesa s'intendono
tutti gli atti mentali, verbali o fisici che secondo le
Scritture ostacolano il progresso spirituale del devoto.
Elenchiamo qui le dieci più importanti offese che si devono
evitare quando si canta o si recita il maha-mantra Hare
Krishna:
|

|
1.
|
Ingiuriare, criticare o
invidiare un devoto, una persona che si consacra alla
propagazione del canto dei santi nomi del Signore;
|
|
|
2.
|
Separare la Persona Suprema
dal Suo santo nome, dalla Sua forma, dalle Sue qualità
e dalle Sue attività. considerandoli materiali. Non
riconoscere la Persona Suprema, Sri Krishna, come la
Verità Assoluta, mettere Sri Krishna gli esseri celesti
sullo celesti sullo stesso piano o credere
nell'esistenza di numerosi dèi;
|
|
|
3.
|
Considerare il maestro
spirituale come un uomo comune, voler mettersi al suo
posto o trascurare le sue istruzioni;
|
|
|
4.
|
Criticare o minimizzare le
Scritture;
|
|
|
5.
|
Giudicare esagerate el glorie
del maha-mantra o prenderle per un'invenzione.
Interpretare o deridere i santi nomi del Signore;
|
|
|
6.
|
Compiere coscientemente atti
colpevoli contando sul canto del maha-mantra per
annullarne le conseguenze.
|
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|
7.
|
Ritenere che i riti, le
austerità, la rinuncia e i sacrifici portino gli stessi
frutti del canto del maha-mantra;
|
|
|
8.
|
Parlare delle glorie del maha-mantra
agli infedeli e agli ignoranti che rifiutano di
cantarlo;
|
|
|
9.
|
Essere disattenti durante il
canto del maha-mantra;
|
|
|
10.
|
Rimanere attaccati alla vita
materiale o disinteressarsi del maha-mantra anche
dopo aver ascoltato le sue glorie e compreso gli
insegnamenti del maestro spirituale.
|
|
|
|
|
| 3. |
Secondo le Scritture vediche esistono tre forme di
sofferenza:
 |
1. |
adhyatmika-klesa: le
sofferenze causate dal nostro corpo e dalla nostra
mente; |
| |
2. |
adhibhautika-klesa: le
sofferenze causate da altri esseri viventi; |
| |
3. |
adhidaivika-klesa: le
sofferenze causate dalle forze naturali. |
|
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