LA BHAGAVAD-GITA COSI' COM'E'

DI  SUA DIVINA  GRAZIA

 SWAMI  PRABHUPADA

La bhagavad-gita

 

Capitolo 2:  Il CONTENUTO DELLA BHAGAVAD-GITA.

 

 

 

Sintesi del contenuto
della Bhagavad-gita

 

 

VERSO 1

sanjaya uvaca
tam tatha kripayavistam
asru-purnakuleksanam
visidantam idam vakyam
uvaca madhusudanah

sanjayah uvaca: Sanjaya disse; tam: ad Arjuna; tatha: così; kripaya: dalla compassione; avisam: sopraffatto; asru-purna-akula: pieno di lacrime; iksanam: occhi; visidantam: lamentando; idam: queste; vakyam: parole; uvaca: disse; madhu-sudanah: l'uccisore di Madhu.

 

TRADUZIONE

Sanjaya disse:
Vedendo Arjuna con le lacrime agli occhi, pieno di compassione e molto triste,

 Madhusudana —Krishna—

 gli rivolge queste parole.

 

SPIEGAZIONE

La compassione per il corpo, i lamenti e le lacrime sono segni che rivelano l'ignoranza del nostro vero sé. Solo per l'anima eterna ha compassione colui che è cosciente del suo vero sé. Il nome Madhusudana è significativo in questo verso. Ci ricorda che Sri Krishna ha ucciso il demone Madhu, e ora Arjuna vuole che Krishna uccida il demone del dubbio, da cui fu assalito al momento di compiere il suo dovere. Nessuno sa a chi mostrare la propria pietà. Piangere sui vestiti di un uomo che sta annegando non ha significato. Sarebbe assurdo, per salvare un uomo che affoga, preoccuparsi del suo cappotto. Non si può quindi salvare un uomo che affoga nell'oceano dell'ignoranza se si cerca soltanto di soddisfare le richieste del suo corpo fisico, che è solo un vestito. Ignorare l'esistenza dell'anima e impietosirsi per il corpo è proprio del sudra, colui che si lamenta senza ragione. Arjuna era uno ksatriya, e nessuno si sarebbe aspettato da lui un simile comportamento. Ma Sri Krishna può dissipare facilmente l'illusione dell'uomo ignorante ed è a questo fine che Egli ha esposto la filosofia della Bhagavad-gita.
In questo capitolo Krishna, maestro supremo della conoscenza, ci conduce verso la realizzazione del sé eterno con lo studio analitico del corpo materiale e dell'anima spirituale. Tale realizzazione può essere raggiunta da colui che agisce senza attaccamento ai frutti dell'azione e non perde mai di vista la propria identità spirituale.

 

 

VERSO 2

sri-bhagavan uvaca
kutas tva kasmalam idam
visame samupasthitam
anarya-justam asvargyam
akirti-karam arjuna

 

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; kutah: da dove; tva: a te; kasmalam: impurità; idam: questo lamento; visame: in questo momento difficile; samupasthitam: arrivata; anarya: persone che non conoscono il valore della vita; justam: messo in pratica; asvargyam: che non guida ai pianeti superiori; akirti: infamia; karam: la causa di; arjuna: o Arjuna.

 

TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
Mio caro Arjuna, da dove viene questa mancanza di purezza? Non è affatto degna di un uomo che conosce il valore della vita. Non ti porterà ai pianeti superiori ma all'infamia.

 

SPIEGAZIONE

Krishna è Dio, la Persona Suprema, perciò nel corso della Bhagavad-gita sarà chiamato con nome di Bhagavan, che designa l'aspetto supremo della Verità Assoluta.
Si distinguono tre stadi nella realizzazione della Verità Assoluta: Brahman, lo Spirito impersonale e onnipresente; Paramatma, l'aspetto di Dio localizzato nel cuore di ogni essere; e Bhagavan, la Persona Suprema, Sri Krishna. Lo Srimad Bhagavatam rivela questi tre aspetti della Verità Assoluta:

vadanti tat tattva-vidas
tattvam yaj jnanam advayam
brahmeti paramatmeti
bhagavan iti sabdyate

"La realizzazione della Verità Assoluta comporta tre stadi, che sono conoscibili da colui che l'ha attuata fino in fondo. Questi tre aspetti—Brahman, Paramatma e Bhagavan— formano un Essere Unico."

 (S.B. 1.2.11)

Per illustrare questi tre aspetti della realizzazione della Verità Assoluta prendiamo l'esempio del sole, che possiede anch'esso tre aspetti: i raggi, la superficie e l'astro in sè. Il neofita studia solo i raggi, lo studente più istruito esamina la superficie, mentre il più avanzato riesce a entrare nell'astro stesso. Lo studente comune che si accontenta di studiare la luce del sole come presenza diffusa, cioè l'irradiamento impersonale del sole, può essere paragonato a colui che riesce a realizzare solo l'aspetto Brahman della Verità Assoluta. Lo studente più avanzato, invece, giunge a osservare il disco solare, che corrisponde all'aspetto Paramatma della Verità Assoluta, mentre lo studente capace di entrare nel cuore dell'astro corrisponde a colui che ha realizzato l'aspetto personale della Verità Assoluta. Sebbene coloro che cercano la Verità abbiano tutti il medesimo oggetto di studio, i bhakta sono gli spiritualisti più avanzati perché conoscono Bhagavan, cioè l'aspetto supremo della Verità Assoluta. I raggi, il disco solare e la vita sull'astro sono intimamente connessi tra loro, ma costituiscono tre campi di studio differenziati secondo i tre livelli di comprensione.

Parasara Muni, padre di Vyasadeva, che ha grande autorità in materia, spiega così il significato del termine sanscrito bhagavan: colui che possiede senza limiti la bellezza, la ricchezza, la fama, la potenza, la saggezza e la rinuncia. Migliaia sono le persone ricche o potenti, belle o celebri, erudite o capaci di rinuncia, ma nessuna può dimostrare di possedere integralmente tutti questi attributi. Solo Krishna può, perché Krishna è Dio la Suprema Persona. Nessun essere vivente, neanche Brahma, Siva o Narayana, possiede questi attributi in modo così completo come Krishna. Brahma stesso ne è consapevole quando conclude nella Brahma-samhita che Sri Krishna è Dio, la Persona Suprema. Nessuno Gli è uguale o superiore. Egli è Bhagavan, il Signore originale, chiamato anche Govinda, ed è la causa suprema di tutte le cause.

isvarah paramah krishnah
sac-cid-ananda-vigrahah
anadir adir govindah
sarva-karana-karanam

"Ci sono molte persone che possiedono le qualità di Bhagavan, ma Krishna è il Supremo e nessuno può superarLo. Egli è Govinda, il Signore originale, la causa di tutte le cause, e il Suo corpo è eterno, pieno di conoscenza e felicità." (Brahma-samhita 5.1)

Lo Srimad Bhagavatam, che elenca un grande numero di avatara e di emanazioni plenarie del Signore, dichiara che Krishna è la Persona Suprema e originale, da cui emanano tutti gli avatara e tutte le manifestazioni divine:

ete camsa-kalah pumsah
krishnas tu bhagava svayam
indrari-vyakulam lokam
mridayanti yuge yuge

"Ogni manifestazione divina è un'emanazione plenaria di Dio oppure un'emanazione parziale di questa emanazione plenaria, ma Krishna è Dio, la Persona Suprema." (S.B. 1.3.28)

Krishna è dunque la Persona Suprema e originale, la Verità Assoluta, fonte dell'Anima Suprema e del Brahman impersonale. In presenza di Dio i lamenti di Arjuna per la famiglia sono del tutto fuori luogo, e Krishna gli esprime la Sua sorpresa col termine kutah (da dove). Chi si sarebbe aspettato che un arya mostrasse sentimenti così indegni? Arya è colui che conosce il valore della vita e pone la realizzazione spirituale alla base dell'esistenza. Tutti gli altri hanno una concezione materialistica dell'esistenza e ignorano che il fine della vita è la realizzazione della Verità Assoluta — Visnu, Bhagavan. Affascinati dal mondo materiale, non sanno neppure che cosa significhi liberarsi. Le persone che non sanno neppure che cosa significhi liberarsi. Le persone che non sanno che cosa significhi liberarsi dai legami della materia sono chiamati anarya. Essendo uno ksatriya, e rifiutandosi di combattere, Arjuna manca al suo dovere, e questo atto di codardia è indegno di un'arya. Allontanarsi dal proprio dovere non aiuta a progredire spiritualmente e non permette neppure di diventare famosi in questo mondo. Krishna non approva affatto la cosiddetta compassione di Arjuna per i suoi parenti.

 

 

VERSO 3

klaibyam ma sma gamah partha
naitat tvayy upapadyate
ksudram hridaya-daurbalyam
tyaktvottisha parantapa

klaibyam: impotenza; ma sma: non; gamah: accetta; partha: o figlio di Pritha; na: mai; etat: questa; tvayi: di te; upapadyate: è degna; ksudram: molto poco; hridaya: del cuore; daurbalyam: debolezza; tyatva: abbandonando; uttistha: alzati; param-tapa: o vincitore del nemico.

 

TRADUZIONE

O figlio di Pritha, non cedere a questa umiliante impotenza. Non ti si addice. Abbandona questa meschina debolezza di cuore, o vincitore del nemico, e alzati.

 

SPIEGAZIONE

Chiamandolo "figlio di Pritha", Krishna vuole sottolineare il legame di parentela che Lo unisce ad Arjuna, perché Pritha è la sorella di Suo padre Vasudeva. Il figlio di un brahmana se non è virtuoso, così il figlio di uno ksatriya non deve mai rifiutarsi di combattere se vuole essere riconosciuto come ksatriya; se il primo è un empio e il secondo un codardo, entrambi saranno indegni del loro padre. Krishna non vuole che il Suo caro amico Arjuna sia considerato indegno del padre ksatriya, perciò, salito sul suo carro, è pronto a dargli i Suoi consigli. Ma se Arjuna non saprà trarre vantaggio dai consigli del Signore e abbandonerà la lotta, si macchierà di un atto infame. Krishna aggiunge quindi che questo comportamento di Arjuna può scusarsi adducendo la sua venerazione per il rispettabile Bhisma e per i suoi parenti, ma Krishna considera questa magnanimità una mera forma di debolezza. Questa falsa magnanimità non è affatto conforme alle Scritture. La presunta non violenza di Arjuna è quindi del tutto fuori posto, e seguendo le direttive di Krishna egli dovrebbe rinunciarvi.

 

 

VERSO 4

arjuna uvaca
katham bhismam aham sankhye
dronam ca madhusudana
isubhih pratiyotsyami
pujarhav ari-sudana

arjunah uvaca: Arjuna disse; katham: come; bhismam: Bhisma; aham: io; sankhye: nel combattimento; dronam: Drona; ca: anche; madhusudana: o uccisore di Madhu; isubhih: con frecce; pratiyotsyami: contrattaccherò; puja-arhau: coloro che sono degni di adorazione; ari-sudana: o uccisore del nemico.

 

TRADUZIONE

Arjuna disse:
O uccisore dei nemici, o uccisore di Madhu, come potrei nel corso della battaglia respingere con le mie frecce uomini come Bhisma e Drona degni della mia venerazione?

 

SPIEGAZIONE

In qualsiasi circostanza uomini rispettabili come Bhisma, il nonno di Arjuna, e Dronacarya, il suo maestro, rimangono degni di venerazione. Perfino se attaccano, non conviene rispondere alle loro provocazioni. Come regola generale, nessuno dovrebbe mai scontrarsi con gli anziani, neppure verbalmente; anche se manifestano una certa asprezza nel loro comportamento, non bisogna mai trattarli duramente. Come contrattaccare quando il nemico è composto proprio dai nostri maestri? Combatterebbe Krishna contro Suo nonno Ugrasena o contro il Suo maestro, Sandipani Muni? Queste sono alcune obiezioni di Arjuna.

 

 

VERSO 5

gurun ahatva hi mahanubhavan
sreyo bhoktum bhaiksyam apiha loke
hatvartha-kamams tu gurun ihaiva
bhunjiya bhogan rudhira-pradigdhan

gurun: i superiori; ahatva: non uccidendo; hi: certamente; maha-anubhavan: grandi anime; sreyah: è preferibile; bhoktum: godere della vita; bhaiksyam: elemosinando; api: perfino; iha: in questa vita; loke: in questo mondo; hatva: uccidendo; artha: guadagno; kaman: desiderando; tu: ma; gurun: superiori; iha: in questo mondo; eva: certamente; bhunjiya: deve godere di; bhogan: ciò di cui si può godere; rudhira: sangue; pradigdhan: tinto di.

 

TRADUZIONE

Meglio vivere in questo mondo mendicando piuttosto che vivere al prezzo della vita di grandi anime, quali i miei maestri. Sebbene avidi di guadagni materiali, essi sono pur sempre i nostri superiori. Se li uccidiamo, tutto ciò di cui potremo godere sarà macchiato di sangue.

 

SPIEGAZIONE

Secondo le Scritture, un maestro è rinnegato se commette atti abominevoli o se non è più capace di discernere il bene dal male. Bhisma e Drona si trovano proprio in questa situazione. Infatti, hanno creduto di doversi unire a Duryodhana solo perché costui provvedeva ai loro bisogni, ma non avrebbero mai dovuto accettare un tale compromesso unicamente per ragioni di denaro. Un atto simile li ha resi indegni del rispetto che si deve portare ai maestri. Ma Arjuna, che li considera sempre suoi maestri, pensa che beneficiare di beni materiali alla loro morte significhi godere di una felicità insanguinata.

 

 

VERSO 6

na caitad vidmah kataran no gariyo
yad va jayema yadi va no jayeyuh
yan eva hatva na jijivisamas
te 'vasthitah pramukhe dhartarastrah

na: nè; ca: anche; etat: questo; vidmah: sappiamo; katarat: quale; nah: per noi; gariyah: meglio; yat va: se; jayema: conquistiamo; yadi: se; va: o; nah: noi; jayeyuh: essi conquistano; yan: coloro che; eva: certamente; hatva: uccidendo; na: mai; jijivisamah: vogliamo vivere; te: di tutti loro; avastitah: sono situati; pramukh: davanti; dhartarastrah: i figli di Dhritarastra.

 

TRADUZIONE

Non so se sia meglio vincerli o esserne vinti. Se uccidessimo i figli di Dhritarastra, non avremmo più alcun desiderio di vivere; eppure essi sono qui, schierati di fronte a noi sul campo di battaglia.

 

SPIEGAZIONE

Arjuna non sa se deve combattere e commettere inutili violenze, pur sapendo che combattere è il dovere di uno ksatriya, o se deve ritirarsi e vivere mendicando. Se non vincesse il nemico, mendicare sarebbe l'unica possibilità di sopravvivenza per lui. Non è neppure sicuro della vittoria, perché le forze dei due eserciti si equivalgono. E anche se la vittoria attendesse i Pandava, la cui causa è perfettamente giusta, sarebbe un grande dolore vivere dopo la scomparsa dei figli di Dhritarastra. Se tutti morissero in battaglia, anche la vittoria sarebbe sconfitta. Queste riflessioni di Arjuna provano che egli non è soltanto un grande devoto del Signore, ma anche un uomo illuminato dalla conoscenza spirituale e dotato di un perfetto controllo della mente e dei sensi. Sebbene egli sia di sangue reale, il suo desiderio di vivere mendicando è un altro segno del suo distacco. La sua virtù è autentica ed è rafforzata dalla fiducia negli insegnamenti di Krishna, il suo maestro spirituale. Arjuna è dunque perfettamente degno di essere liberato dalla materia. Se non diventa maestro dei sensi l'uomo non può elevarsi al piano della conoscenza, e senza devozione e conoscenza non è possibile raggiungere la liberazione. Oltre a grandi meriti materiali, Arjuna possiede tutte queste qualità spirituali.

 

 

VERSO 7

karpanya-dosopahata-svabhavah
pricchami tvam dharma-sammudha-cetah
yac chreyah syan niscitam bruhi tn me
sisyas te 'ham sadhi mam tvam prapannam

karpanya: di miseria; dosa: per la debolezza; upahata: essendo afflitto; sva-bhavah: caratteristiche; pricchami: io chiedo; tvam: a Te; dharma: religione; sammudha: confuso; cetah: nel cuore; yat: quale; sreyah: bene; syat: può essere; niscitam: in confidenza; bruhi: di; tat: ciò; me: a me; sisyah: discepolo; te: Tuo; aham: sono; sadhi: istruisci; mam: me; tvam: a Te; prapannam: arreso.

 

TRADUZIONE

Ora sono confuso sul mio dovere e ho perso la calma a causa di una debolezza meschina. In questa condizione Ti chiedo di dirmi chiaramente ciò che è meglio per me. Ora sono Tuo discepolo e un'anima sottomessa a Te. Istruisci, Ti prego.

 

SPIEGAZIONE

Il complesso sistema delle azioni materiali, dominate dalle leggi della natura, lascia l'uomo perplesso. Ogni passo nella vita solleva nuovi interrogativi. È necessario dunque avvicinare un maestro spirituale autentico, capace di aiutarci a compiere la missione della nostra esistenza. Tutti gli Scritti vedici consigliano di avvicinare un maestro spirituale autentico per liberarci dalla confusione che nostro malgrado ci turba, come un fuoco divampato all'improvviso in una foresta, che nessuno ha provocato o voluto. La vita in questo mondo ci opprime con ogni sorta di complicazioni in modo imprevisto e contro la nostra volontà. Gli Scritti vedici consigliano dunque di cercare la soluzione dei nostri problemi con l'aiuto di un maestro spirituale che appartiene a una successione autentica di maestro spirituale che appartiene a una successione autentica di maestri e di maestri e di comprendere perfettamente la scienza che ci presenta. Poiché il maestro spirituale può trasmettere al discepolo la conoscenza perfetta, è bene avvalersi del suo aiuto piuttosto che rimanere perplessi e confusi di fronte ai problemi dell'esistenza. Ecco l'insegnamento di questo verso.

La natura materiale rende perplessi tutti coloro che ignorano i veri problemi dell'esistenza. La Brihad-aranyaka Upanisad (3.8.10) descrive in questo modo l'uomo perplesso: yo va etad aksaram gargy aviditvasmal lokat praiti sa kripanah. "È un 'avaro' colui che dopo aver sprecato la vita umana lascia questo mondo come farebbe un cane o un gatto, senza aver risolto i problemi della vita e senza aver compreso la scienza della realizzazione spirituale." In realtà, la forma umana è un vantaggio molto prezioso e vivere senza trarne beneficio significa agire come l'avaro, che non sa trarre profitto dai suoi beni, Il brahmana, invece, usa intelligenza che non sa trarre profitto dai suoi beni. Il brahmana, invece, usa intelligentemente il suo corpo, servendosene per risolvere i problemi che deve affrontare nella vita. Ya etad aksaram gargi viditvasmal lokat praiti sa brahmanah.

I kripana, gli "avari", hanno una visione puramente materialistica della vita e si perdono in un affetto morboso per la famiglia, la società e la patria, attaccati come sono alla moglie, ai figli e ai parenti dai legami della carne. Il kripana pensa di poter salvare i suoi dalla morte e crede che la famiglia o lo Stato possano fare altrettanto per lui. Quest'attaccamento esiste anche negli animali, che si prendono grande cura dei loro piccoli. Arjuna è intelligente perciò può comprendere che l'affetto per la famiglia e il desiderio di proteggerla dalla morte sono le vere cause della sua titubanza. Non ignora che il dovere di guerriero lo attende, ma una debolezza meschina gli impedisce di compierlo. Perciò domanda a Krishna, il maestro spirituale supremo, di trovare una soluzione definitiva. Le parole che maestro e discepolo si scambiano sono sempre serie, perciò Arjuna si offre a Krishna come discepolo, desideroso di sostituire alle conversazioni amichevoli un colloquio più profondo col suo maestro spirituale. Così Krishna fu il primo maestro a insegnare la scienza della Bhagavad-gita e Arjuna il primo discepolo, maestro nell'arte di apprenderla. Sono descritte nella Bhagavad-gita le qualità che permettono ad Arjuna di coglierne il messaggio, eppure certi cosiddetti eruditi proclamano che è inutile abbandonarsi a Krishna come Persona e professano la sottomissione al "non nato di cui Krishna è la manifestazione esterna". Ma nella Persona di Krishna non esiste nessuna differenza tra l'interno e l'esterno. È inutile, perciò, e privo di senso cercare di approfondire la Bhagavad-gita senza coglierne questa verità essenziale.

 

 

VERSO 8

na hi prapasyami mamapanudyad
yac chokam ucchosanam indiyanam
avapya bhumav asapatnam riddham
rajyam suranam api cadhipatyam

na: non; hi: certamente; prapasyami: vedo; mama: mio; apanudyat: può allontanare; yat: questo; sokam: lamento; ucchosanam: che sta inaridendo; indriyanam: i sensi; avapya: raggiungendo; bhumau: sulla Terra; asapatnam: senza rivali; riddham: prospero; rajyam: regno; suranam: degli esseri celesti; api: perfino; ca: anche; adhiptyam: supremazia.

 

TRADUZIONE

Non vedo il modo di allontanare il dolore che inaridisce i miei sensi. Non riuscirò a eliminarlo nemmeno se sulla Terra ottenessi un regno prospero e senza uguali e una sovranità simile a quella dei deva sui pianeti celesti.

 

SPIEGAZIONE

Sebbene molti degli argomenti di Arjuna siano basati su princìpi religiosi e su codici morali, è chiaro che egli non può risolvere il suo vero problema senza l'aiuto del suo maestro spirituale, Sri Krishna. Capisce che tutta la sua cosiddetta conoscenza non gli è di alcun aiuto in questa situazione critica, in cui sente venir meno il gusto di vivere; era impossibile per lui risolvere le sue perplessità senza l'aiuto di un maestro spirituale come Krishna. La conoscenza accademica, l'erudizione e il prestigio non servono a risolvere i problemi della vita; soltanto un maestro spirituale come Krishna può darci un aiuto. Si può concludere quindi che il maestro spirituale pienamente cosciente di Krishna è il maestro autentico, perché può risolvere tutti problemi dell'esistenza. Sri Caitanya Mahaprabhu disse che il vero maestro spirituale è colui che è maestro nella scienza di Krishna, indipendentemente dalla sua posizione sociale:

kiba vipra, kiba nyasi, sudra kene naya
yei krishna-tattva-vetta, sei ‘guru' haya

"Non importa se una persona è un vipra esperto nella saggezza vedica) o ha umili origini o è situato nell'ordine di rinuncia; se è maestro nella scienza di Krishna è il maestro spirituale perfetto e autentico." (Caitanya-caritamrita, Madhya 8.128) Nessuno è un maestro spirituale autentico se non conosce perfettamente la scienza di Krishna. Le Scritture vediche insegnano:

sat-karma-nipuno vipro
mantra-tantra-visaradah
avaisnavo gurur na syad
vaisnavah sva-paco guruh

"Anche un brahmana erudito, esperto in tutti i rami del sapere vedico, non può diventare maestro spirituale se non è un vaisnava, cioè se non conosce perfettamente la scienza di Krishna mentre il vaisnava, colui che è cosciente di Krishna, può diventare maestro spirituale anche se proviene da una classe sociale inferiore." (Padma Purana)

Il progresso e la prosperità materiale non aiutano a risolvere i problemi dell'esistenza, cioè la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte. Negli Stati "evoluti", dove l'economia in pieno sviluppo offre ai cittadini ogni facilitazione, i problemi sono gli stessi che altrove. Si cerca la pace in diversi modi, ma invano. La vera felicità si raggiunge solo consultando Krishna ossia la Bhagavad-gita e lo Srimad Bhagavatam, che costituiscono la scienza di Krishna, trasmessa attraverso il Suo rappresentante autentico, la persona cosciente di Krishna.

Se lo sviluppo economico e il benessere materiale potessero salvarci dalle angosce che procurano la famiglia, la società, la nazione o l'appartenenza all'umanità in generale, che significato avrebbero le parole di Arjuna quando dice che il suo dolore non potrebbe essere alleviato né da un regno senza uguali sulla Terra né da potere di cui godono gli esseri celesti sui pianeti superiori? Egli cerca invece rifugio nella coscienza di Krishna, il giusto sentiero verso la pace e l'armonia. Lo sviluppo economico di un Paese o la sua supremazia sugli altri Stati possono tramontare all'improvviso a causa di un cataclisma naturale, e il posto conquistato su un altro pianeta, anche se più evoluto del nostro, come la luna che l'uomo si sforza ora di raggiungere, può esserci strappato in un momento. La Bhagavad-gita lo conferma: ksine punye martya-lokam visanti. "Esauriti i piaceri che sono le conseguenze delle attività virtuose, l'uomo deve sprofondare dalla più alta felicità alla più bassa degradazione." Sono numerosi i grandi uomini politici che cadono così. Tali cadute sono soltanto nuove occasioni di lamento. Solo rifugiandosi in Krishna, come fa Arjuna, si mette fine ai lamenti. A Krishna infatti egli si rivolge per risolvere il suo problema in modo definitivo, e quest'abbandono totale al Signore è il principio stesso della coscienza di Krishna.

 

 

VERSO 9

sanjaya uvaca
evam uktva hrisikesam
gudakesah parantapah
na yotsya iti govindam
uktva tusnim babhuva ha

sanjayah uvaca: Sanjaya disse; evam: così; uktva: parlando; hrisikesam: a Krishna, il maestro dei sensi; gudakesah: Arjuna, il maestro che vince l'ignoranza; parantapah: il vincitore dei nemici; na yotsye: non combatterò; iti: perciò; govindam: a Krishna, l'elargitore del piacere dei sensi; uktva: dicendo; tusnim: silenzioso; babhuva: diventò; ha: certamente.

 

TRADUZIONE

Sanjaya disse:
Avendo così parlato, Arjuna, il vincitore dei nemici, dice a Krishna: "Govinda, Non combatterò", e rimane in silenzio.

 

SPIEGAZIONE

Dhritarastra è certamente molto soddisfatto di sapere che Arjuna, invece di combattere, si prepara a lasciare il campo di battaglia per condurre una vita da mendicante; ma grande è la sua delusione quando sente Sanjaya che chiama Arjuna "Parantapa", "colui che ha il potere di uccidere i suoi nemici".
L'affetto per la famiglia ha gettato Arjuna in un'angoscia irragionevole, ma anche nello sgomento egli ha saputo abbandonarsi a Krishna, diventando così il discepolo del maestro spirituale supremo. Quest'abbandono a Krishna lascia prevedere la prossima fine dei suoi lamenti, perché la conoscenza perfetta di Dio, la coscienza di Krishna, ben presto lo riempirà di luce. Le speranze di Dhritarastra stanno per svanire perché Arjuna, illuminato da Krishna, si batterà fino all'ultimo.

 

 

VERSO 10

tam uvaca hrisikesah
prahasann iva bharata
senayor ybhayor madhye
visidantam idam vacah

tam: a lui; uvaca: disse; hrisikesah: il maestro dei sensi, Krishna ; prahasan: sorridendo; iva: così; bharata: o Dhritarastra, discendente di Bharata; senayoh: eserciti; ubhayoh: dei due; madhye: tra; visidantam: a colui che si lamenta; idam: le seguenti; vacah: parole.

 

TRADUZIONE

O discendente di Bharata, in quel momento Krishna, tra i due eserciti, Si rivolge sorridendo all'infelice Arjuna.

 

SPIEGAZIONE

Questo dialogo si svolge tra due amici intimi: Hrisikesa e Gudakesa. Come amici, la loro posizione è uguale, ma uno è diventato volontariamente discepolo dell'altro. Krishna sorride vedendo che il Suo amico ha scelto di diventare Suo discepolo. Egli è il Signore di tutti, perciò occupa sempre una posizione superiore, come maestro di tutti, ma se qualcuno desidera diventare Suo amico, figlio, amante o servitore, Egli lo accetta come tale. Si sottomette perfino ai desideri di coloro che vogliono che Lui, Krishna, interpreti una di queste parti. Arjuna Lo ha appena riconosciuto come maestro, e subito Krishna entra nella Sua parte e gli parla come un maestro parla al discepolo, con tutta la gravità richiesta dalla situazione. Maestro e discepolo scambiano queste parole davanti ai due eserciti, affinché tutti ne ricevano beneficio. Infatti, gli insegnamenti della Bhagavad-gità non sono riservati a una persona, un gruppo, una società o una comunità particolare, ma sono destinati a tutti. Amici o nemici, tutti hanno diritto di ascoltarli.

VERSO 11

sri-bhagavan uvaca
asocyan anvasocas tvam
prajna-vadams ca bhasase
gatasun agatasums ca
nanusocanti panditah

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; asocyan: non è degno di lamento; anvasocah: tu ti lamenti; tvam: tu; prajna-vadan: parole sagge; ca: anche; bhasase: parlando; gata: perdita; asun: vita; agata: non perduta; asun: vita; ca: anche; na: mai; anusocanti: si lamentano; panditah: i saggi.

 

TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
Sebbene tu dica sagge parole, ti affliggi per ciò che non è degno di afflizione. I saggi non si lamentano né per i vivi né per i morti.

 

SPIEGAZIONE

Il Signore prende immediatamente il posto di maestro e rimprovera il Suo discepolo accusandolo indirettamente d'ignoranza: "Tu parli con molta erudizione, dice, ma ignori che il vero erudito —colui che conosce la natura del corpo e dell'anima— non si lamenta mai dell'involucro corporeo, morto o vivo." I capitoli successivi svilupperanno il concetto che la vera conoscenza consiste nel conoscere la materia, l'anima e colui che le controlla. Arjuna ha sostenuto che i princìpi religiosi sono al di sopra della politica e della diplomazia. Ma non sa che la conoscenza della materia, dell'anima e di Dio è più importante delle formule religiose. Poiché ignorava questa verità e piangeva su ciò per cui non vale la pena, non avrebbe dovuto farsi passare per un erudito. Il corpo nasce col destino di morire, un giorno o l'altro; perciò il corpo è meno importante dell'anima. Colui che lo sa è il vero saggio e nessuna delle diverse condizioni del corpo è per lui causa di lamento.

 

 

VERSO 12

na tv evaham jatu nasam
na tvam neme janadhipah
na caiva na bhavisyamah
sarve vayam atah param

na: mai; tu: ma; eva: certamente; aham: Io; jatu: in nessun momento; na: non; asam: esistevo; na: non; tvam: tu; na: non; ime: tutti questi; jana-adhipah: re; na: mai; ca: anche; eva: certamente; na: non; bhavisyamah: esisteremo; sarve vayam: tutti noi; atah param: in seguito.

 

TRADUZIONE

Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere.

 

SPIEGAZIONE

I Veda, la Katha Upanisad e la Svetasvatara Upanisad, insegnano che Dio, la Persona Suprema, provvede ai bisogni di innumerevoli esseri viventi, secondo le condizioni in cui sono stati posti dalle loro attività passate. Il Signore Supremo vive anche nel cuore di ogni essere in virtù delle Sue emanazioni plenarie, ma solo le persone sante possono vedere il Signore Supremo in ogni essere e fuori di ogni essere, e raggiungere così una pace perfetta ed eterna:

nityo nityana m cetanas cetananam
eko bahunam yo vidadhati kaman
tam atma-stham ye 'nupasyanti dhiras
tesam santih sasvati netaresam
(Katha Upanisad 2.2.13)

Queste verità non sono destinate soltanto ad Arjuna, ma anche a tutti coloro che in questo mondo si reputano eruditi ma sono privi della vera conoscenza. Il Signore dichiara che Lui, come Arjuna e tutti i re riuniti sul campo di battaglia, sono individui, eternamente distinti gli uni dagli altri; il Signore eternamente Si prende cura degli esseri individuali, sia di quelli condizionati dalla natura materiale sia di quelli liberati. Dio, la Persona Suprema, distinta da tutte le altre, e Arjuna, Suo eterno compagno, come tutti i re presenti, sono persone eterne, distinte le une dalle altre. La loro individualità esisteva nel passato e continuerà a esistere nel futuro, senza interruzione. Perciò non c'è ragione di lamento per nessuno.

Il Signore, autorità suprema, contraddice qui la teoria mayavadi secondo cui l'anima individuale, una volta libera dal velo di maya (illusione), si fonde nel Brahman impersonale e perde la sua esistenza individuale. Krishna dichiara invece che la Sua individualità e quella di tutti gli esseri animati continuerà in eterno, come affermano le Upanisad. Non si può mettere in dubbio l'autorità di Krishna perché Egli non è soggetto all'illusione. Se l'individualità non fosse un fatto reale, Krishna non l'avrebbe messa in rilievo con tale evidenza affermando che continuerà anche nel futuro. I mayavadi ribattono che l'individualità di cui parla Krishna non è spirituale, bensì materiale. In questo caso, anche l'individualità di Krishna sarebbe materiale! Egli afferma, invece che questa individualità esisteva nel passato e continuerà nel futuro. Non solo Krishna conferma la Sua individualità in vari modi, ma spiega anche che il Brahman impersonale Gli è subordinato. Fin dall'inizio Krishna ha insistito su questa individualità. Ciò nonostante, se si considera il Signore come un essere comune, condizionato dalla natura materiale, allora non si può più riconoscere alla Bhagavad-gita il valore di Scrittura autorevole. Infatti un uomo qualsiasi, limitato dalle quattro imperfezioni che gli impone la natura umana, non può insegnare nulla che meriti di essere ascoltato.

La Bhagavad-gita, invece, trascende la conoscenza imperfetta. Nessun libro profano può essere paragonato alla Bhagavad-gita. Ma se si considera Krishna un uomo comune, la Bhagavad-gita perde tutta la sua importanza. I mayavadi affermano che l'individualità degli esseri, espressa in questo verso è convenzionale e riguarda solo il corpo. Nei versi precedenti, tuttavia, l'identificazione col corpo è stata condannata. Dopo aver condannato l'errore dell'essere vivente che identifica il sé spirituale col corpo materiale, com'è possibile che Krishna ora proponga questa teoria? Le prove dell'individualità degli esseri poggiano dunque su basi spirituali, come confermano i grandi acarya, tra cui Sri Ramanuja.

È chiaramente affermato in molti punti della Bhagavad-gita che soltanto coloro che sono devoti del Signore possono comprendere l'individualità spirituale. Coloro che invidiano la divinità di Krishna non giungeranno mai a capire le Scritture vediche. Il non devoto che tenta di comprendere gli insegnamenti della Bhagavad-gita assomiglia all'ape che vedendo il miele in un barattolo si sforza invano di aspirarne il contenuto. Ma non si può gustare il sapore del miele senza aprire il barattolo. Così, non si può gustare il nettare della Bhagavad-gita senza essere devoti del Signore, come sarà confermato nel quarto capitolo. Neppure coloro che per invidia negano l'esistenza stessa di Dio possono comprendere la Bhagavad-gita. La spiegazione data dai mayavadi è dunque la più ingannevole presentazione della verità. Sri Caitanya Mahaprabhu ci ha proibito la lettura dei commenti mayavadi, avvertendoci che le persone che adottano la loro interpretazione perdono ogni potere di capire il segreto della Bhagavad-gita. Se l'individualità esistesse solo nell'universo fenomenico, gli insegnamenti del Signore non sarebbero di alcuna utilità. L'individualità distinta degli esseri del Signore è un fatto eterno, ed è confermato, come abbiamo visto, dai Veda.

 

 

VERSO 13

dehino 'smin yatha dehe
kaumaram yauvanam jara
tatha dehantara-praptir
dhiras tatra na muhyati

dehinah: dell'anima incarnata; asmin: in questo; yatha: come; dehe: nel corpo; kaumaram: l'infanzia; yauvanam: la giovinezza; jara: la vecchiaia; tatha: similmente; deha-antara: di cambiamento del corpo; praptih: compimento; dhirah: il sobrio; tatra: a questo proposito; na: mai; muhyati: s'illude.

 

TRADUZIONE

Come l'anima incarnata passa, in questo corpo, dall'infanzia alla giovinezza e poi alla vecchiaia, così l'anima passa in un altro corpo all'istante della morte. La persona saggia non è turbata da questo cambiamento.

 

SPIEGAZIONE

Ogni essere vivente è un'anima spirituale, distinta da tutte le altre. A ogni istante l'anima cambia corpo e si manifesta nella forma di un bambino, di un adolescente, poi di un adulto e infine di un vecchio. Ma l'anima rimane sempre la stessa e non subisse alcun cambiamento. Infine, alla morte del corpo, l'anima trasmigra in un altro involucro. Sapendo che l'anima si rivestirà sicuramente di un altro corpo, materiale o spirituale, per una nuova vita, Arjuna non ha valide ragioni di lamentarsi sul destino di Bhisma e Drona. Anzi, dovrebbe allietarsi de fatto che essi cambino il loro vecchio corpo con uno nuovo, rinnovando le loro energie. Gioie e sofferenze variano con i nostri corpi, perché sono il risultato delle nostre azioni passate. Bhisma e Drona, sono persone nobili, e nella prossima vita avranno certamente corpi spirituali o almeno corpi dotati di qualità più elevate, grazie a cui godranno di gioie materiali ancora più intense sui pianeti superiori. In nessun caso c'è ragione di lamentarsi sulla loro sorte.

Colui che conosce perfettamente la natura dell'anima individuale, dell'Anima Suprema e dell'universo materiale e spirituale è chiamato dhira, "sempre sereno". Quest'uomo non è turbato dalle trasmigrazioni dell'anima. Il fatto che l'anima individuale non possa essere divisa in frammenti annulla la teoria mayavadi dell'unità delle anime. Se il Supremo potesse essere ripartito in una moltitudine di anime spirituali sarebbe divisibile e mutabile, ma l'anima Suprema non è soggetta a mutamento.
La Bhagavad-gita afferma che gli esseri individuali sono frammenti del Supremo ed esistono eternamente (sanatana). Si chiamano ksara perché sono soggetti a cadere nella natura materiale. Esistono per l'eternità allo stato di frammenti; e anche dopo aver raggiunto la liberazione, l'anima individuale rimane sempre un frammento. Ma una volta liberata vive una vita eterna di conoscenza e felicità assolute in compagnia di Dio, la Persona Suprema.

L'Anima Suprema, presente in ogni essere, e l'anima infinitesimale appaiono entrambe nel corpo, ma rimangono distinte. Il riflesso del cielo nell'acqua vi fa apparire anche il sole, la luna e le stelle. Le stelle, che rappresentano le anime individuali, non eguagliano mai il sole e la luna, ai quali è paragonata l'Anima Suprema. L'Anima spirituale infinitesimale è rappresentata da Arjuna, mentre l'Anima Suprema è Sri Krishna. Essi non sono sullo stesso piano, come mostrerà chiaramente l'inizio del quarto capitolo. Se Krishna non fosse superiore ad Arjuna, la loro relazione di maestro e discepolo non avrebbe significato. Se entrambi fossero ingannati dall'energia illusoria, maya, non avrebbe nessun senso essere l'uno il maestro e l'altro l'allievo. Finché si è schiavi di maya è impossibile impartire un insegnamento valido. Ma qui la posizione di Krishna è ben delineata: Egli è il Signore Supremo, superiore ad Arjuna, che è confuso e ingannato da maya.

 

 

VERSO 14

matra-sparsas tu kaunteya
sitosna-sukha-duhkha-dah
agamapayino 'nityas
tams titiksasva bharata

matra-sparsah: percezione sensoria; tu: soltanto; kaunteya: o figlio di Kunti; sita: inverno; usna: estate; sukha: felicità; duhkha: e dolore; dah: che da; agama: appaiono; apayinah: scompaiono; anityah: non permanenti; tan: tutti questi; titiksasva: cerca di tollerare; bharata: o discendente della dinastia di Bharata.

 

TRADUZIONE

O figlio di Kunti, la comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati.

 

SPIEGAZIONE

Per compiere bene il proprio dovere bisogna imparare a tollerare l'effimero manifestarsi della gioia e de dolore. I Veda, per esempio, raccomandano di fare un bagno tutte le mattine, anche durante il mese di magha (gennaio-febbraio). Benché faccia molto freddo in questo periodo, colui che obbedisce ai princìpi religiosi non esita a farlo; così come una donna non esiterà a sopportare il calore soffocante della cucina per preparare il pasto quotidiano in piena estate. Si deve compiere il proprio dovere nonostante i disagi stagionali. Così, il principio religioso di uno ksatriya è combattere, ed egli non dovrebbe sottrarsi al suo dovere prescritto, anche se questo dovere gli ingiunge di combattere contro parenti e amici. Solo con la conoscenza e la devozione ci si può liberare dalle reti di maya (illusione), ma per elevarsi al piano della conoscenza è necessario seguire i princìpi della religione.
Due nomi sono stati dati qui ad Arjuna, entrambi significativi: "Kaunteya" e "Bharata", che ricordano la sua discendenza materna e paterna. Egli è l'erede di una grande stirpe, e ciò lo obbliga a eseguire perfettamente i suoi doveri. Non può dunque evitare lo scontro.

 

 

VERSO 15

yam hi na vyathayanti ete
purusam purusarsabha
sama-duhkha-sukham dhiram
so 'mritatvaya kalpate

yam: colui al quale; hi: certamente; na: mai; vyathayanti: sono causa di disturbo; ete: tutti questi; purusam: a una persona; purusa-risabha: o migliore tra gli uomini; sama: inalterato; duhkha: nel dolore; sukham: e felicità; dhiram: paziente; sah: egli; amritatvaya: per la liberazione; kalpate: è considerato degno.

 

TRADUZIONE

O migliore tra gli uomini [Arjuna], la persona che non è turbata né dalla gioia né dal dolore, ma rimane salda in ogni circostanza, è certamente degna della liberazione.

 

SPIEGAZIONE

Colui che è determinato a raggiungere uno stadio avanzato nella realizzazione spirituale e giunge a tollerare con equanimità gli assalti della gioia e del dolore, è pronto per raggiungere la liberazione. Nel varnasrama-dharma la vita di sannyasa, l'ordine di rinuncia, richiede enormi sacrifici, ma l'uomo che desidera veramente rendere perfetta la propria vita adotta il sannyasa nonostante tutte le difficoltà. Le maggiori difficoltà sorgono quando bisogna troncare i legami familiari e abbandonare la compagnia della moglie e dei figli. Ma chi riesce a sopportare questa separazione si apre il cammino verso la realizzazione spirituale. Perciò il Signore consiglia ad Arjuna di perseverare nell'esecuzione del suo dovere di ksatriya, anche se gli è penoso battersi contro i componenti della sua famiglia o altre persone care.
Quando Sri Caitanya Mahaprabhu divenne sannyasi all'età di ventiquattro anni, la Sua giovane moglie e Sua madre rimasero senza alcun sostegno; eppure Egli accettò il sannyasa e rimase fermo nell'adempimento dei suoi doveri spirituali per una causa superiore. Questo è il modo per raggiungere la liberazione dai legami della materia.

 

 

VERSO 16

nasato vidyate bhavo
nabhavo vidyate satah
ubhayor api dristo 'ntas
tv anayos tattva-darsibhih

na: mai; asatah: del non permanente; vidyate: vi è; bhavah: durata; na: mai; abhavah: cambiamento di qualità; vidyate: vi è; satah: di ciò che è eterno; ubhayoh: di due; api: verità; dristah: osservata; antah: conclusione; tu: certamente; anayoh: di loro; tattva: della verità; darsibhih: di coloro che vedono.

 

TRADUZIONE

Coloro che vedono la verità hanno concluso che non vi è durata in ciò che non esiste [il corpo materiale] e non vi è cambiamento in ciò che è eterno [l'anima]. Studiando la natura di entrambi, essi sono giunti a questa conclusione.

 

SPIEGAZIONE

Il corpo materiale, soggetto a continui cambiamenti, è temporaneo. La medicina moderna ammette che le cellule del corpo cambiano a ogni istante, provocando la crescita e l'invecchiamento. Ma l'anima continua a esistere e rimane sempre la stessa, nonostante le trasformazioni del corpo e della mente. Ecco la grande differenza tra l'energia materiale e quella spirituale: il corpo cambia continuamente mentre l'anima è eterna. A questa conclusione sono giunti coloro che vedono la verità, sia impersonalisti sia personalisti. Il Visnu Purana (2.12.38) afferma che Visnu e i Suoi pianeti hanno un'esistenza spirituale e godono di luce propria (jytisi visnur bhuvanani visnuh). Tutti definiscono l'anima spirituale e il corpo materiale come l'una "reale" e l'altro "illusorio". Questa è la versione di coloro che vedono la verità ed è questo l'inizio dell'insegnamento del Signore agli esseri sviati dall'ignoranza. Appena l'ignoranza si dissipa si ristabilisce la relazione eterna tra l'essere e Dio, che è l'oggetto della sua adorazione. Allora si capirà in un attimo ciò che distingue gli esseri viventi da Dio, la Persona Suprema, di cui essi sono particelle infinitesimali. Si può comprendere la natura dell'Essere Supremo studiando minuziosamente la nostra natura e sapendo che siamo distinti da Lui come la parte dal tutto. Il Vedanta-sutra e lo Srimad Bhagavatam riconoscono nell'Essere Supremo l'origine di tutte le energie, inferiori e superiori. Come rivelerà il settimo capitolo di quest'opera, gli esseri viventi appartengono all'energia superiore. Sebbene non ci sia differenza tra l'energia e la sua sorgente, si dice che la sorgente è Suprema e l'energia, o natura, Gli è subordinata. Gli esseri viventi sono dunque sempre subordinati al Signore Supremo, come i servitori al padrone o gli allievi all'insegnante. Ma è impossibile comprendere queste verità così chiare finché si vive nell'ignoranza. Il Signore enunciò la Bhagavad-gita per liberare tutti gli esseri da questa ignoranza e far loro gustare eternamente l'illuminazione spirituale.

 

 

VERSO 17

avinasi tu tad viddhi
yena sarvam idam tatam
vinasam avyayasyasya
na kascit kartum arhati

avinasi: imperituro; tu: ma; tat: ciò; viddhi: sappi; yena: da cui; sarvam: di tutto il corpo; idam: questo; tatam: diffuso; vinasam: distruzione; avyayasya: dell'imperituro; asya: di ciò; na kascit: nessuno; kartum: fare; arhati: è capace.

 

TRADUZIONE

Sappi che non può essere distrutto ciò che pervade il corpo. Nessuno può distruggere l'anima eterna.

 

SPIEGAZIONE

Questo verso precisa la natura dell'anima, la cui influenza si diffonde in tutto il corpo. Tutti sanno che ciò che pervade il corpo è la coscienza. Noi siamo coscienti delle gioie e dei dolori che prova il nostro corpo, ma la nostra coscienza non si estende al corpo degli altri esseri, i cui i piaceri e sofferenze ci sono estranei. Ogni corpo è dunque l'involucro di un'anima individuale, e il sintomo della presenza dell'anima è la coscienza individuale.
La Svetasvatara Upanisad (5.9) ci rivela la dimensione dell'anima: un decimillesimo della punta di un capello.

balagra-sata-bhagasya
satadha kalpitasya ca
bhago jivah sa vijneyah
sa canantyaya kalpate

"Dividendo la punta di un capello in cento parti e ciascuna in cento parti ancora, si ha la misura dell'anima." Lo Srimad Bhagavatam conferma questa descrizione:

kesagra-sata-bhagasya
satamsah sadrsatmakah
jivah suksma-svarupo 'yam
sankhyatito hi cit-kanah

"Esistono innumerevoli atomi spirituali che hanno ciascuno la dimensione di un decimillesimo della punta di un capello." Le anime individuali sono dunque atomi spirituali, più piccoli degli atomi materiali e il loro numero è infinito. Questa minuscola scintilla è il principio vitale del corpo materiale, e la sua influenza si diffonde in tutto il corpo come l'effetto di una medicina. La coscienza si manifesta esercitando il suo influsso in tutto il corpo, ed è il sintomo della presenza dell'anima, che è la sua sorgente. Chiunque può capire che un corpo materiale privo di coscienza è un corpo morto, che non può essere rianimato con alcun metodo materiale. È chiaro dunque che la coscienza proviene dall'anima e non da qualche combinazione di elementi materiali. La Mundaka Upanisad (3.1.9) precisa a sua volta la dimensione dell'anima infinitesimale:

eso 'nur atma cetasa veditavyo
yasmin pranah pancadha samvivesa
pranais cittam sarvam otam prajanam
yasmin visuddhe vibhavaty esa atma

"L'anima è infinitamente piccola e può essere percepita da un'intelligenza perfetta. Essa fluttua trasportata dai cinque tipi d'aria (prana, apana, vyana, samana e udana). È situata nel cuore e diffonde la sua energia in tutto il corpo. Una volta purificata dalla contaminazione di queste cinque arie materiali, l'anima manifesta la sua potenza spirituale."

L'hatha-yoga serve a controllare, con varie posizioni, i cinque soffi che avvolgono l'anima pura; ha lo scopo di liberare l'anima infinitesimale dalla materia che la imprigiona e non quello di procurare qualche beneficio materiale.
Tutti i Testi vedici concordano su questa definizione dell'anima infinitesimale e ogni uomo sano di mente può verificarne direttamente l'autenticità. Soltanto gli sciocchi definiscono questa scintilla spirituale come visnu-tattva, cioè infinita.

La Mundaka Upanisad afferma che l'anima infinitesimale è situata nel cuore di ogni essere, da dove il suo influsso si propaga in tutto il corpo. Ma alcuni scienziati materialisti sono convinti dell'inesistenza dell'anima per il semplice motivo che è così piccola che si sottrae al loro potere d'osservazione. Invece è certo che se l'energia necessaria al funzionamento dell'organismo proviene dal cuore è perché l'anima individuale e l'Anima Suprema sono entrambe presenti nel cuore. I globuli del sangue, che trasportano l'ossigeno immagazzinato nei polmoni, traggono la loro energia dall'anima. Ecco perché il sangue cessa di circolare e di svolgere le sue funzioni non appena l'anima lascia il corpo. La medicina "scientifica" non è in grado di verificare che è l'anima a fornire al corpo la sua energia vitale, però accetta l'importanza dei globuli rossi e ammette che il cuore è la sede di tutte le energie del corpo.

Le anime individuali, che sono parti del Tutto spirituale, possono essere paragonate alle innumerevoli molecole luminose che formano i raggi del sole. Esse sono scintille spirituali che compongono la radiosità del Signore Supremo e costituiscono la Sua energia superiore, detta prabha. Né chi segue le Scritture vediche né chi segue la scienza moderna può negare l'esistenza dell'anima nel corpo, e Dio Stesso, la Persone Suprema, espone molto chiaramente la scienza dell'anima nella Bhagavad-gita.

 

 

VERSO 18

antavanta ime deha
nityasyoktah saririnah
anasino 'prameyasya
tasmad yudhyasva bharata

anta-vantah: perituri; ime: tutti questi; dehah: corpi materiali; nityasya: sempre esistenti; uktah: sono detti; saririnah: dell'anima incarnata; anasinah: mai distrutta; aprameyasya: immensurabile; tasmat: perciò; yudhyasva: lotta; bharata: o discendente di Bharata.

 

TRADUZIONE

Il corpo materiale dell'indistruttibile, incommensurabile ed eterno essere vivente è certamente destinato alla distruzione, perciò combatti, o discendente di Bharata.

 

SPIEGAZIONE

Il corpo materiale è per natura temporaneo. Può morire tra un istante o tra cent'anni; è solo questione di tempo. Non possiamo mantenerlo in vita all'infinito. Ma l'anima è così minuscola che non può neppure essere vista, come potrebbe essere distrutta da un nemico? Il verso precedente la descriveva così piccola da non poter essere misurata. La perdita del corpo non è degna di pianto in nessun caso perché l'essere vivente, cioè l'anima, non può mai venire ucciso, mentre il corpo è comunque impossibile proteggerlo e conservarlo all'infinito. Il corpo materiale nel quale l'uomo si reincarnerà sarà il frutto delle attività compiute in questa vita, perciò è fondamentale osservare i princìpi religiosi nel corso della vita terrena.
I Vedanta-sutra chiamano "luce" l'essere vivente, perché è particella della luce suprema. Come il sole mantiene in vita l'universo, la "luce" dell'anima tiene in vita il corpo materiale. Infatti, appena l'anima lo abbandona il corpo comincia a decomporsi; perciò è l'anima spirituale che mantiene in vita il corpo. Il corpo in se stesso ha poca importanza. Perciò Krishna consiglia ad Arjuna di combattere e sacrificare il corpo materiale per la causa del Supremo.

 

 

VERSO 19

ya enam vetti hantaram
yas cainam manyate hatam
ubhau tau na vijanito
nayam hanti na hanyate

yah: colui che; enam: questo; vetti: conosce; hantaram: l'uccisore; yah: colui che; ca: anche; enam: questo; manyate: pensa; hatam: ucciso; ubhau: entrambi; tau: essi; na: mai; vijanitah: in conoscenza; na: mai: ayam: questo; hanti: uccide; na: né; hanyate: è ucciso.

 

TRADUZIONE

Non è situato nella conoscenza colui che crede che l'anima possa uccidere o essere uccisa; l'anima infatti non uccide né muore.

 

SPIEGAZIONE

L'essere vivente non è distrutto quando un'arma mortale colpisce il corpo. L'anima è così piccola che nessun'arma materiale può raggiungerla, come sarà evidente dai versi successivi. L'essere vivente è di natura spirituale, perciò non può morire. Solo il corpo muore, o perlomeno si dice che muoia. Questa conoscenza, tuttavia, non deve assolutamente incoraggiare l'omicidio. Ma himsyat sarva bhutani: i Veda c'ingiungono di non usare violenza contro nessuno. Sapere che l'essere vivente non muore mai non ci autorizza nemmeno ad abbattere gli animali. Distruggere il corpo di un essere, qualunque esso sia, è un atto abominevole, punibile dalla legge dell'uomo e dalla legge di Dio. La situazione in cui si trova Arjuna è ben diversa: se deve uccidere è per proteggere i princìpi della religione e non per capriccio.

 

 

VERSO 20

na jayate mriyate va kadacin
nayam bhutva bhavita va na bhuyah
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire

na: mai; jayate: prende nascita; mriyate: muore; va: o; kadacit: in nessun momento (passato, presente e futuro); na: mai; ayam: questo; bhutva: venendo al mondo; bhavita: sarà; va: o; na: non; bhuyah: o di nuovo sarà; ajah: non nato; nityah: eterno; sasvatah: permanente; ayam: questo; puranah: il più anziano; na: mai; hanyate: è ucciso; hanyamane: essendo ucciso; sarire: il corpo.

 

TRADUZIONE

Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa è non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore.

 

SPIEGAZIONE

In qualità, l'anima individuale è uno con l'anima Suprema, di cui è parte infinitesimale. Poiché non è soggetta a cambiamenti come il corpo, è detta anche kuta-stha, "immutabile". Il corpo è soggetto a sei tipi di trasformazioni: appare nel grembo di una madre, vi rimane per qualche tempo, poi nasce, cresce, genera una prole, s'indebolisce e infine muore per scomparire nell'oblio. L'anima, invece, non subisce queste trasformazioni. L'anima non nasce, ma poiché deve rivestirsi di un corpo materiale, il corpo nasce. L'anima non è dunque creata nel momento in cui si forma il corpo, e non muore quando il corpo si decompone. Solo ciò che nasce deve morire. Ma poiché l'anima non nasce, non conosce né passato né presente né futuro. È eterna e originale, e niente lascia supporre che abbia avuto un inizio. Non invecchia come il corpo; perciò il vecchio si sente interiormente uguale al bambino o al giovane che è stato un tempo. I cambiamenti del corpo non influiscono sull'anima; essa non deperisce come un albero o qualsiasi altro oggetto materiale, e nemmeno genera una discendenza. Infatti, i figli di un uomo sono anime distinte da lui; sembrano nati da lui solo a causa dei legami fisici che li uniscono. Il corpo si sviluppa solo in presenza dell'anima, ma l'anima non è soggetta a cambiamenti né genera discendenza. Perciò l'anima è libera dalle sei trasformazioni che subisce il corpo.

Nella Kaha Upanisad (1.2.18) troviamo un verso quasi identico a quello che stiamo studiando:

na jayate mriyate va vipascin
nayam kutzcin na babhuva kascit
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire

La traduzione e il significato di questo verso non sono diversi da quello della Bhagavad-gita, con la differenza che qui si trova la parola vipascit, che significa "erudito", o "dotato di conoscenza".

L'anima è piena di conoscenza ed è sempre pienamente cosciente. Perciò la coscienza è il sintomo dell'anima. Infatti, anche se non riusciamo a percepire la presenza dell'anima nel cuore, dov'è situata, ne avvertiamo l'esistenza per la coscienza che emana. Talvolta non vediamo il sole perché è nascosto dietro le nuvole, ma sappiamo che è giorno perché la luce che irradia ci arriva ugualmente. Quando all'alba spunta un leggero chiarore sappiamo che il sole è sorto. Lo stesso principio è valido per l'anima: poiché la coscienza è presente in tutti i corpi, umani e animali, possiamo capire che l'anima è presente in ciascuno di essi. La coscienza dell'anima individuale differisce però dalla coscienza di Dio perché la coscienza suprema possiede la conoscenza integrale del passato, del presente e del futuro, mentre la coscienza dell'essere infinitesimale è soggetta all'oblio. Quando l'essere dimentica la sua vera natura, Krishna, che non ha questo difetto, lo istruisce e lo illumina con Suo insegnamento. Se Krishna fosse uguale all'anima smemorata, l'insegnamento che Egli dà nella Bhagavad-gita sarebbe inutile. La Katha Upanisad conferma l'esistenza di due tipi di anime: l'anima individuale, infinitesimale (anu-atma), e l'Anima Suprema (vibhu-atma):

anor aniyan mahato mahiyan
atmasya jantor nihito guhavam
tam akratuh pasyati vita-soko
dhatuh prasadn mahimanam atmanah

"L'anima Suprema (il Paramatma) e l'anima infinitesimale (il jivatma) si trovano entrambe sullo stesso albero, che rappresenta il corpo dell'essere vivente, e più precisamente nel cuore. Solo colui che si è liberato da ogni desiderio materiale e da ogni lamento può comprendere, per la grazia del Signore Supremo, le glorie dell'anima." (Katha Upanisad 1.2.20)

Come mostreranno i capitoli seguenti, Krishna è la sorgente dell'Anima Suprema, e Arjuna rappresenta l'anima infinitesimale, dimentica della sua vera natura. Egli ha dunque bisogno di essere illuminato dagli insegnamenti del Signore o del Suo rappresentante qualificato, il maestro spirituale.

 

 

VERSO 21

vedavinasinam nityam
ya enam ajam avyayam
katham sa purusah partha
kam ghatayati hanti kam

veda: conosce; avinasinam: indistruttibile; nityam: sempre esistente; yah: colui che; enam: questa (anima); ajam: non nata; avyayam: immutabile; katham: come; sah: quella; purusah: persona; partha: o Arjuna, figlio di Pritha; kam: qualcuno; ghatayati: ferisce; hanti: uccide; kam: qualcuno.

 

TRADUZIONE

O Partha, se una persona sa che l'anima è indistruttibile, eterna, non nata e immutabile, come può uccidere o far uccidere?

 

SPIEGAZIONE

Ogni cosa ha sua ragion d'essere, e l'uomo che ha la conoscenza perfetta sa come e quando usare ogni cosa appropriatamente. Anche la violenza ha la sua utilità, e chi possiede la conoscenza sa come applicarla. Quando un giudice condanna a morte un omicida nessuno può biasimarlo perché l'uso che fa della violenza è conforme al codice penale. La Manu-samhita, il libro delle leggi dell'umanità, decreta che un assassino venga condannato a morte perché non debba subire le conseguenze del suo delitto nella prossima vita. In questo caso la condanna a morte è un atto di pietà. Così quando Krishna dà ordine di ricorrere alla violenza, e perché vuol trionfare la giustizia suprema, e Arjuna deve obbedirGli sapendo bene che l'uomo, o meglio l'anima, non è soggetta alla morte e che la violenza al servizio di Krishna non è veramente violenza. Nell'esercizio della giustizia questa violenza è permessa. Un'operazione chirurgica richiede l'uso della "violenza", anche se lo scopo non è quello di uccidere il paziente, ma di guarirlo. Così, combattendo per ordine di Krishna e in piena coscienza, Arjuna non commetterà alcun peccato e non subirà nessuna conseguenza spiacevole.

 

 

VERSO 22

vasamsi jirnani yatha vihaya
navani grihnati naro 'parani
tatha sarirani vihaya jirnany
anyani samyati navani dehi

vasamsi: abiti; jirnani: vecchi e consulti; yatha: proprio come; vihaya: abbandonando; navani: nuovi abiti; grihnati: assumendo; narah: un uomo; aparani: altri; tatha: nello stesso modo; sarirani: corpi; vihaya: abbandonando; jirnani: vecchi e inutili; anyani: differenti; samyati: prende in verità; navani: nuova serie di; dehi: l'anima incarnata.

 

TRADUZIONE

Come una persona indossa abiti nuovi e lascia quelli usati, così l'anima si riveste di nuovi corpi materiali, abbandonando quelli vecchi e inutili.

 

SPIEGAZIONE

Che l'anima individuale cambi corpo è un fatto evidente, accettato da tutti. Anche gli scienziati moderni, che non credono nell'esistenza dell'anima ma non possono spiegare da dove proviene l'energia che emana dal cuore, devono riconoscere la continua trasformazione del corpo; il suo passaggio dall'infanzia all'adolescenza, poi alla maturità e infine alla vecchiaia. Quando il corpo raggiunge l'ultima fase, l'anima passa in un altro corpo, come un verso precedente ha già spiegato (2.13).
La grazia dell'Anima Suprema è ciò che permette all'anima individuale e infinitesimale di essere trasferita in un altro corpo. Come si soddisfano i desideri di un amico, così l'Anima Suprema appaga quelli della piccola anima subordinata. La Mundaka Upanisad e la Svetasvatara Upanisad paragonano queste due anime a due uccelli amici posati sullo stesso albero. Mentre uno dei due l'anima infinitesimale) gusta i frutti dell'albero, l'Altro (Krishna, l'Anima Suprema) semplicemente l'osserva. I due uccelli partecipano della stessa natura e mentre uno dei due è attirato dai frutti dell'albero materiale, l'Altro osserva pazientemente i movimenti del Suo amico. Krishna è l'uccello "testimone", Arjuna quello "mangiatore". Sono due amici, ma Uno è il maestro e l'altro il Suo servitore. Avendo dimenticato il legame che la unisce all'Anima Suprema, l'anima infinitesimale (il jiva) è costretta a svolazzare da un albero all'altro, da un corpo all'altro. il jiva posato sull'albero del corpo è costretto a una dura lotta, ma quando riconoscerà nell'Altro il maestro spirituale supremo sfuggirà a ogni pericolo e cesserà di soffrire. Così fece Arjuna, che s'abbandonò volontariamente al Signore chiedendoGli di istruirlo. La Mundaka Upanisad (3.1.2)

 e la Svetasvatara Upanisad (4.7) dicono letteralmente:

samane vrikse puruso nimagno
'nisaya socati muhyamanah
justam yada pasyaty anyam isam
asya mahimanam iti vita-sokah

"I due uccelli vivono sullo stesso albero, ma solo quello che ne gusta i frutti sprofonda nella tristezza e nell'angoscia. Se fortunatamente egli si volge verso il Signore, suo amico, e viene a conoscenza delle Sue glorie, smette di soffrire e sfugge a tutte le angosce."

Arjuna si è ora rivolto a Krishna, il suo eterno amico, e guidato da Lui penetra la saggezza della Bhagavad-gita. Ascoltando le parole di Krishna, egli potrà comprendere le Sue glorie supreme e si libererà da ogni sofferenza.
Il Signore consiglia ad Arjuna di non lasciarsi rattristare dal cambiamento di corpo che dovranno subire suo nonno e il suo maestro. Dovrebbe invece essere felice di distruggere il loro corpo in questa giusta battaglia perché in questo modo saranno subito purificati dalle conseguenze di tutte le loro azioni passate. Infatti, chi muore sull'altare del sacrificio o sul campo di battaglia dove si combatte per una giusta causa si libera subito da tutte le conseguenze dei suoi atti e ottiene una condizione di vita migliore nella prossima esistenza. Arjuna non ha dunque nessuna ragione di lamentarsi.

 

 

VERSO 23

nainam chindanti sastrani
nainam dahati pavakah
na cainam kledayanty apo
na sosayati marutah

na: mai; enam: quest'anima; chindanti: possono fare a pezzi; sastrani: armi; na: mai; enam: quest'anima; dahati: brucia; pavakah: fuoco; na: mai; ca: anche; enam: quest'anima; kledayanti: bagna; apah: acqua; na: mai; sosayati: secca; marutah: il vento.

 

TRADUZIONE

Mai un'arma può tagliare a pezzi l'anima né il fuoco può bruciarla; l'acqua non può bagnarla né il vento inaridirla.

 

SPIEGAZIONE

Niente può distruggere l'anima, né il fuoco né la pioggia né il vento né alcun'arma. Oltre alle moderne armi da fuoco, questo verso indica che ai tempi di Arjuna esistevano molte altre armi a base di terra, acqua, aria, etere e altri elementi ancora. Le bombe nucleari di oggi sono considerate "armi da fuoco", e per contrattaccarle si usavano a quei tempi armi completamente sconosciute alla scienza moderna impiegando l'acqua come principio attivo. C'erano anche "armi-tornado", che sono un altro mistero per gli scienziati. Ma nonostante tutte queste armi e tutte le raffinatezze della scienza attuale coi suoi ordigni distruttivi, l'anima non può essere distrutta.

È impossibile anche sciogliere il legame che unisce l'anima individuale all'Anima originale. I mayavadi sono incapaci di spiegare come l'essere individuale abbia potuto degradarsi fino a cadere nell'ignoranza e come l'energia illusoria abbia potuto ricoprirlo. Poiché eternamente infinitesimale (sanatana), l'anima individuale è soggetta a cadere sotto il velo dell'illusione (maya) allontanandosi dal Signore Supremo, come la scintilla che si spegne quando si allontana dal fuoco, sebbene sia della stessa natura del fuoco.
Oltre alla Bhagavad-gita, anche il Varaha Purana dimostra che gli esseri viventi sono sempre parti integranti del Signore, ma distinti da Lui. Krishna indica chiaramente nei Suoi insegnamenti ad Arjuna che l'anima mantiene l'individualità anche quando si è liberata dall'illusione. Arjuna raggiunse la liberazione dopo aver ricevuto gli insegnamenti di Krishna, ma non si fuse ma in Lui.

 

 

VERSO 24

acchedyo 'yam adahyo 'yam
akledyo 'sosya eva ca
nityah sarva-gatah sthanur
acalo 'yam sanatanah

accedyah: non può essere mai spezzata; ayam: quest'anima; adahyah: non può essere bruciata; ayam: quest'anima; akledyah: non può mai essere sciolta; asosyah: nè essere seccata; eva: certamente; ca: e; nityah: eterna; sarva gatah: onnipresente; stanuh: immutabile; acalah: inamovibile; ayam: quest'anima; sanatanah: eternamente la stessa.

 

TRADUZIONE

L'anima individuale è indivisibile e insolubile; non può essere seccata né bruciata. È immortale, onnipresente, inalterabile, inamovibile ed eternamente la stessa.

 

SPIEGAZIONE

Queste caratteristiche sono la prova definitiva che l'anima non subisce alcuna alterazione e che, pur conservando la propria individualità, rimane eternamente una particella infinitesimale del tutto spirituale. Viene così a cadere anche la teoria monista, secondo cui tra l'anima individuale e il tutto spirituale esisterebbe un'unione così intima che essi finirebbero per fare un tutt'uno. In realtà, dopo la liberazione dalla contaminazione materiale l'anima infinitesimale può scegliere di vivere come una scintilla nello splendore che s'irradia dal corpo di Dio, oppure, dando prova di un'intelligenza superiore, può raggiungere uno dei pianeti spirituali per vivere insieme con la Persona Suprema.
Le parole sarva-gata, che significano "presente ovunque", sono significative perché gli esseri viventi si trovano in ogni parte della creazione. Vivono nell'acqua, nell'aria, sulla terra e sotto la terra, e persino nel fuoco. Si crede di solito che il fuoco distrugga ogni forma di vita, ma questo verso indica che l'anima non è distrutta dal fuoco. Anche il sole, dunque, è sicuramente abitato da esseri che hanno corpi adatti in questo pianeta. Se così non fosse, le parole sarva-gata non avrebbero significato.

 

 

VERSO 25

avyakto 'yam acintyo 'yam
avikaryo 'yam ucyate
tasmad evam viditvainam
nanusocitum arhasi

avyaktah: invisibile; ayam: quest'anima; acintyah: inconcepibile; ayam: quest'anima; avikaryah: immutabile; ayam: quest'anima; ucyate: è detto; tasmat: perciò; evam: così; viditva: sapendolo bene; enam: quest'anima; na: non; anusocitum: lamento; arhasi: meriti.

 

TRADUZIONE

È detto che l'anima è invisibile, inconcepibile e immutabile. Sapendo ciò non dovresti lamentarti per il corpo.

 

SPIEGAZIONE

L'anima, così com'è descritta nei versi precedenti, ha dimensioni talmente infinitesimali, secondo i nostri calcoli materiali, che non può essere vista neppure con i più potenti microscopi. E detta perciò "invisibile" e la sua esistenza non può essere provata per via "sperimentale"; solo la saggezza vedica, la sruti, può dimostrarla. Dobbiamo accettare questa saggezza come una prova a priori, perché non abbiamo altri modi per verificare l'esistenza dell'anima, sebbene la sua presenza nel corpo sia incontestabile a causa dell'azione su di esso. D'altra parte, dobbiamo accettare molte cose unicamente sulla fede di un'autorità in materia. Nessuno negherebbe la veridicità della propria madre quando svela l'identità del padre, perché non ci sono altre prove che la sua parola. Così, soltanto lo studio dei Veda può farci comprendere la natura dell'anima, che rimarrà inconcepibile per colui che crede solo alla testimonianza dei sensi materiali. L'anima è coscienza ed è anche cosciente, dicono i Veda; ed è così che dobbiamo accettarla. Contrariamente al corpo, essa non subisce cambiamenti. Eternamente la stessa, l'anima infinitesimale rimane sempre un "atomo" in confronto all'Anima Suprema. L'Anima Suprema è infinita, mentre l'anima individuale è infinitesimale. Perciò l'anima infinitesimale, essendo immutabile, non potrà mai eguagliare l'Anima infinita, Dio la Persona Suprema. I Veda espongono questa concezione dell'anima in più punti e in vari modo, per confermare il valore; infatti, la ripetizione di uno stesso concetto è necessaria al fine di comprenderlo a fondo e senza errori.

 

 

VERSO 26

atha cainam nitya-jatam
nityam va manyase mritam
tathapi tvam maha-baho
nainam socitum arhasi

atha: se tuttavia; ca: anche; enam: quest'anima; nitya-jatam: nata per l'eternità; nityam: per sempre; va: o; manyase: pensi così; mritam: morta; tatha api: quando anche; tvam: tu; maha-baho: che hai le braccia potenti; na: mai; enam: per l'anima; socitum: lamentarsi; arhasi: ti si addice.

 

TRADUZIONE

E anche se tu credi che l'anima [ossia i sintomi della vita] nasca e muoia infinite volte, non hai nessuna ragione di lamentarti, o Arjuna dalle braccia potenti.

 

SPIEGAZIONE

Ci sono sempre stati dei filosofi, vicini al pensiero buddista, che rifiutano di credere nell'esistenza dell'anima al di là del corpo. Sembra che esistessero già quando Sri Krishna enunciò la filosofia della Bhagavad-gita, e a quel tempo si chiamavano lokayatika e vaibhasika. Secondo loro l'anima, la vita appare solo quando alcuni elementi materiali hanno raggiunto, combinandosi, un certo grado di evoluzione. La scienza e le filosofie atee d'oggi si rifanno a queste conclusioni. Secondo queste teorie, il corpo sarebbe una sintesi di elementi chimici che a contatto gli uni con gli altri produrrebbero la vita. Tutta l'antropologia è basata su questa tesi. Non è raro, soprattutto negli Stati Uniti, vedere numerose pseudo-religioni aderire a questa filosofia, e a quella delle sette buddiste di natura nichilista.

Anche se Arjuna avesse aderito alla filosofia vaibhasika e avesse negato l'esistenza di un'anima distinta dal corpo, non avrebbe avuto alcun motivo per lamentarsi. Nessuno lamenterebbe la perdita di un'amalgama di elementi chimici e trascurerebbe per questo di compiere il proprio dovere. In una guerra, per esempio, nessuno piange sulle tonnellate di prodotti chimici sprecate per combattere il nemico!. La filosofia vaibhasika sostiene che l'atma, l'anima, perisce col corpo. Perciò, sia che Arjuna aderisca alla conclusioni dei Veda, che affermano l'esistenza di un'anima infinitesimale, sia che non riconosca queste conclusioni, egli non ha ragione di lamentarsi. Secondo la teoria vaibhasika, innumerevoli esseri viventi provengono a ogni istante dalla materia e altrettanti periscono; perché allora rattristarsi di un incidente così banale come la morte? E poiché non si rischia di rinascere, sempre secondo questa tesi, perché Arjuna dovrebbe temere le conseguenze dell'uccisione di suo nonno e del suo precettore? Krishna lo chiama dunque ironicamente maha-bahu, "Arjuna dalle braccia potenti", poiché il Signore naturalmente non accetta la teoria dei vaibhasika, che ignorano la saggezza vedica. Come ksatriya, Arjuna appartiene alla cultura vedica e deve continuare a seguire i suoi princìpi.

 

 

VERSO 27

jatasya hi dhruvo mrityur
dhruvam janma mritasya ca
tasmad apariharye 'rthe
na tvam socitum arhasi

jatasya: di colui che è nato; hi: certamente; dhruvah: un fatto; mrityuh: morte; dhruvam: ed è anche un fatto; janma: nascita; mritasya: di colui che è morto; ca: anche; tasmat: perciò; apariharye: di ciò che è inevitabile; arthe: in materia di; na: non; tvam: tu; socitum: lamento; arhasi: si addice.

 

TRADUZIONE

La morte è certa per chi nasce e la nascita è certa per chi muore. Poiché devi compiere il tuo dovere, non dovresti lamentarti così.

 

SPIEGAZIONE

Alla fine della vita dobbiamo morire per rinascere in un altro corpo, le cui condizioni sono determinate dalle attività compiute in questa vita. Così la ruota delle nascite e delle morti gira senza fine per colui che non raggiunge la liberazione. Ma la legge delle nascite e delle morti non incoraggia gli omicidi, i massacri e le guerre inutili, anche se talvolta, per preservare la legge e l'ordine nella società, l'uomo deve ricorrere alla violenza.
La battaglia di Kuruksetra è inevitabile perché è desiderata dal Signore ed è dovere dello ksatriya combattere per la giusta causa. Perché Arjuna, che compie semplicemente il suo dovere, dovrebbe dunque essere terrorizzato o afflitto all'idea che la morte possa colpire i suoi parenti durante il combattimento? Non gli conviene infrangere il codice degli ksatriya col rischio d'incorrere nelle conseguenze nefaste che egli teme. Inoltre, non è mancando al suo dovere che potrà impedire la morte dei suoi familiari, senza contare la degradazione a cui si esporrebbe per aver scelto la strada sbagliata.

 

 

VERSO 28

avyaktadini bhutani
vyakta-madhyani bharata
avyakta-nidhanany eva
tatra ka paridevana

avyakta-adini: all'inizio non manifestati; bhutani: tutti questi esseri creti; vyakta: manifestati; madhyani: nel mezzo; bharata: o discendente di Bharata; avyakta: non manifestati; nidhanani: quando sono annientati; eva: è proprio così; tatra: perciò; ka: quale; paridevana: lamento.

 

TRADUZIONE

Tutti gli esseri creati sono in origine non manifestati, si manifestano nello stadio intermedio, e una volta dissolti tornano a essere non manifestati. A che serve dunque lamentarsi?

 

SPIEGAZIONE

Esistono due categorie di filosofi, quelli che credono all'esistenza dell'anima e quelli che la negano, ma né gli uni né gli altri hanno motivo di lamentarsi. Gli uomini che seguono i princìpi della saggezza vedica chiamano "atei" coloro che negano l'esistenza dell'anima. Supponiamo per un istante di accettare la filosofia atea; che ragione avremmo di lamentarci? Prima della creazione, in assenza dell'anima, gli elementi materiali esistono già, anche se allo stato non manifestato. Da questo stato sottile si sviluppa in seguito lo stato manifestato, così come dall'etere viene l'aria, dall'aria il fuoco, dal fuoco l'acqua, dall'acqua la terra, che a sua volta dà origine a molti fenomeni. Prendiamo un insieme di elementi terrestri, per esempio un grattacielo, che viene demolito: da manifestato che era ritorna non manifestato per decomporsi alla fine in atomi. La legge di conservazione dell'energia continua ad agire, l'unica differenza è che gli oggetti sono a volte manifestati e a volte no. Ma in un caso o nell'altro, perché lamentarci? Anche se tornati non manifestati, gli oggetti non sono perduti. All'inizio come alla fine tutto è non manifestato; la manifestazione appare solo nella fase intermedia, e ciò anche dal punto di vista materiale non fa molta differenza.
La conclusione di tutti gli Scritti vedici, e della Bhagavad-gita in particolare, è che il corpo materiale si deteriora col tempo (antavanta ime dehah), mentre l'anima rimane eterna (nityasyoktah saririnah). Chi comprende questo deve ricordare che il corpo è come un vestito e non c'è ragione di lamentarsi per un cambiamento di vestito. Di fronte all'eternità dell'anima, l'esistenza del corpo passa come un sogno. In sogno possiamo credere di volare nel cielo o di essere seduti su un carro come un re, ma al risveglio dobbiamo abbandonare le nostre illusioni. La saggezza delle scritture vediche c'incoraggia alla realizzazione spirituale mostrandoci la natura fugace del corpo materiale. Che si creda o no all'esistenza dell'anima, non c'è ragione di lamentarsi per la perdita del corpo.

 

 

VERSO 29

ascarya-vat pasyati kascid enam
ascarya-vad vadati tathaiva canyah
ascarya-vac cainam anyah srinoti

ascarya-vat: straordinaria; pasyati: vede; kascit: qualcuno; enam: quest'anima; ascarya-vat: straordinaria; vadati: parla di; tatha: così; eva: certamente; ca: anche; anyah: un altro; ascarya-vat: similmente straordinaria; ca: anche; enam: quest'anima; anyah: un altro; srinoti: ascolta; srutva: avendo ascoltato; api: anche; enam: quest'anima; veda: conosce; na: mai; ca: e; eva: certamente; kascit: qualcuno.

 

TRADUZIONE

Alcuni vedono l'anima come una meraviglia, altri la descrivono come una meraviglia, altri ancora ne sentono parlare come di una meraviglia, ma c'è chi non riesce a concepirla neanche dopo averne sentito parlare.

 

SPIEGAZIONE

La Gitopanisad si fonda ampiamente sui princìpi delle Upanisad, perciò non ci stupisce di trovare nella Katha Upanisad (1.2.7) un verso molto simile a quello che stiamo studiando.

sravanayapi bahubhir yo na labhyah
srinvanto 'pi bahavo yam na vidyuh
ascaryo vakta kusalo sya labdha
ascaryo 'sya jnata kusalanusistah

Senza dubbio è qualcosa di straordinario che l'anima infinitesimale occupi il corpo di un animale gigantesco e quello di un grande albero di baniano, o ancora quello di un microbo tra i miliardi di microbi presenti in un centimetro cubo di spazio. L'uomo di scarsa conoscenza e l'uomo che non pratica l'austerità non arriveranno mai a capire lo splendore di questa scintilla spirituale dalle dimensioni infinitesimali, anche se la spiegazione sull'anima è data dal più grande maestro della conoscenza vedica, Sri Krishna, dal Quale anche Brahma —il primo essere creato nel nostro universo— ha ricevuto gli insegnamenti. In questa era la maggior parte della gente, a causa di una visione troppo materialistica, non può concepire che una particella così minuscola possa animare simultaneamente forme così gigantesche e così piccole.

Alcuni vedono la meraviglia dell'anima e altri ne ascoltano le glorie. Illuso dall'energia materiale, l'uomo è talmente immerso nella ricerca del piacere da non aver più tempo per interrogarsi sulla propria identità spirituale; non sa che senza conoscenza ogni attività conduce alla sconfitta nella lotta per l'esistenza. Molti non sanno che se si vuol porre fine alle sofferenze materiali che ci opprimono è necessario interessarsi all'anima. L'anima è oggetto di colloqui e conferenze, ma per ignoranza la gente confonde l'Anima Suprema con l'anima individuale, crede che siano un tutt'uno e non vede la differenza che esiste sul piano quantitativo. È molto raro trovare qualcuno che abbia capito perfettamente la posizione dell' Anima Suprema e dell'anima infinitesimale, le loro funzioni e le relazioni che le uniscono, in breve di tutto ciò che le riguarda. E ancor più raro è trovare qualcuno che abbia tratto pieno vantaggio dalla conoscenza dell'anima e sappia quindi spiegare tutto ciò che la riguarda. Ma se in un modo o nell'altro riusciamo a capire il "problema dell'anima", allora la nostra vita sarà fruttuosa. Il modo più facile per capire l'anima è accettare le parole della Bhagavadgita, pronunciate dalla più grande autorità, Sri Krishna, senza farci sviare da altre teorie. Ma prima di poter accettare Krishna come Dio, la Persona Suprema, occorre aver compiuto molti sacrifici e grandi austerità in questa vita o in quelle precedenti. Comunque, la misericordia incondizionata di un puro devoto è l'unica via per arrivare a conoscere Krishna come Persona Suprema.

 

 

VERSO 30

dehi nityam avadhyo 'yam
dehe sarvasya bharata
tasmat sarvani bhutani
na tvamsocitum arhasi

dehi: il proprietario del corpo materiale; nityam: eternamente; avadhyah: non può essere uccisa; ayam: quest'anima; dehe: nel corpo; sarvasya: di tutti; bharata: o discendente di Bharata; tasmat: perciò; sarvani: tutti; bhutani: gli esseri viventi (che sono nati); na: mai; tvam: tu; socitum: lamentari; arhasi: ti si addice.

 

TRADUZIONE

O discendente di Bharata, colui che dimora nel corpo non può mai essere ucciso. Non devi quindi piangere per alcun essere vivente.

 

SPIEGAZIONE

Il Signore conclude con questo verso le Sue istruzioni sulla natura immutabile dell'anima. Dopo aver descritto le sue caratteristiche, Krishna mostra che l'anima è eterna e il corpo è temporaneo. Arjuna deve dunque compiere il suo dovere di ksatriya senza lasciarsi fermare dalla paura che suo nonno Bhisma e il suo maestro Drona muoiano nella battaglia. Anche noi, basandoci sull'autorità di Sri Krishna, dobbiamo accettare senza più dubbi che l'anima esiste ed è distinta dal corpo materiale, e rifiutare di credere che i sintomi della vita appaiano a un certo stadio dell'evoluzione della materia per una semplice combinazione di elementi chimici. Sebbene l'anima sia immortale, non si deve incoraggiare la violenza, salvo in tempo di guerra, quando è veramente necessaria. E quando diciamo "veramente necessaria" s'intende che è applicata con l'approvazione del Signore, e non arbitrariamente.

 

 

VERSO 31

sva-dharman api caveksya
na vikampitum arhasi
dharmyad dhi yuddhac chreyo 'nyat
ksatriyasya na vidyate

sva-dharman: i princìpi religiosi individuali; api: anche; ca: in verità; aveksya: considerando; na: mai; vikampitum: esitare; arhasi: ti si addice; dharmyat: per i princìpi religiosi; hi: in verità; yuddhat: che il combattimento; sreyah: migliore impegno; anyat: nessun altro; ksatriyasya: dello ksatriya; na: non; vidyate: esiste.

 

TRADUZIONE

Considerando il tuo dovere di ksatriya dovresti sapere che non esiste è per te impegno migliore che combattere secondo i princìpi della religione; non hai quindi ragione di esitare.

 

SPIEGAZIONE

Nel varnasrama-dharma è chiamato ksatriya colui che appartiene al secondo varna (Gruppo sociale), i cui componenti hanno il compito di amministrare lo Stato secondo i veri princìpi e proteggere gli altri esseri da ogni difficoltà. Il nome ksatriya deriva da ksat "aggredire", e trayate "proteggere". Un tempo lo ksatria era addestrato a combattere nella foresta, dove andava a sfidare una tigre e l'affrontava con la spada. La tigre uccisa veniva poi bruciata con