Capitolo
2: Il
CONTENUTO DELLA BHAGAVAD-GITA.
Sintesi del contenuto
della Bhagavad-gita
VERSO 1
sanjaya uvaca
tam tatha kripayavistam
asru-purnakuleksanam
visidantam idam vakyam
uvaca madhusudanah
sanjayah uvaca: Sanjaya disse;
tam: ad Arjuna; tatha: così; kripaya: dalla
compassione; avisam: sopraffatto; asru-purna-akula:
pieno di lacrime; iksanam: occhi; visidantam:
lamentando; idam: queste; vakyam: parole; uvaca:
disse; madhu-sudanah: l'uccisore di Madhu.
TRADUZIONE
Sanjaya disse:
Vedendo Arjuna con le lacrime agli occhi, pieno di compassione e molto
triste,
Madhusudana —Krishna—
gli rivolge queste parole.
SPIEGAZIONE
La compassione per il corpo, i lamenti e le
lacrime sono segni che rivelano l'ignoranza del nostro vero sé. Solo
per l'anima eterna ha compassione colui che è cosciente del suo vero sé.
Il nome Madhusudana è significativo in questo verso. Ci ricorda che Sri
Krishna ha ucciso il demone Madhu, e ora Arjuna vuole che Krishna uccida
il demone del dubbio, da cui fu assalito al momento di compiere il suo
dovere. Nessuno sa a chi mostrare la propria pietà. Piangere sui
vestiti di un uomo che sta annegando non ha significato. Sarebbe
assurdo, per salvare un uomo che affoga, preoccuparsi del suo cappotto.
Non si può quindi salvare un uomo che affoga nell'oceano dell'ignoranza
se si cerca soltanto di soddisfare le richieste del suo corpo fisico,
che è solo un vestito. Ignorare l'esistenza dell'anima e impietosirsi
per il corpo è proprio del sudra, colui che si lamenta senza
ragione. Arjuna era uno ksatriya, e nessuno si sarebbe
aspettato da lui un simile comportamento. Ma Sri Krishna può dissipare
facilmente l'illusione dell'uomo ignorante ed è a questo fine che Egli
ha esposto la filosofia della Bhagavad-gita.
In questo capitolo Krishna, maestro supremo della conoscenza, ci conduce
verso la realizzazione del sé eterno con lo studio analitico del corpo
materiale e dell'anima spirituale. Tale realizzazione può essere
raggiunta da colui che agisce senza attaccamento ai frutti dell'azione e
non perde mai di vista la propria identità spirituale.
VERSO 2
sri-bhagavan uvaca
kutas tva kasmalam idam
visame samupasthitam
anarya-justam asvargyam
akirti-karam arjuna
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona
Suprema, disse; kutah: da dove; tva: a te;
kasmalam: impurità; idam: questo lamento; visame:
in questo momento difficile; samupasthitam: arrivata; anarya:
persone che non conoscono il valore della vita; justam: messo
in pratica; asvargyam: che non guida ai pianeti superiori;
akirti: infamia; karam: la causa di; arjuna: o
Arjuna.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
Mio caro Arjuna, da dove viene questa mancanza di purezza? Non è
affatto degna di un uomo che conosce il valore della vita. Non ti porterà
ai pianeti superiori ma all'infamia.
SPIEGAZIONE
Krishna è Dio, la Persona Suprema, perciò
nel corso della Bhagavad-gita sarà chiamato con nome di
Bhagavan, che designa l'aspetto supremo della Verità Assoluta.
Si distinguono tre stadi nella realizzazione della Verità Assoluta:
Brahman, lo Spirito impersonale e onnipresente; Paramatma, l'aspetto di
Dio localizzato nel cuore di ogni essere; e Bhagavan, la Persona
Suprema, Sri Krishna. Lo Srimad Bhagavatam rivela questi tre
aspetti della Verità Assoluta:
vadanti tat tattva-vidas
tattvam yaj jnanam advayam
brahmeti paramatmeti
bhagavan iti sabdyate
"La realizzazione della Verità
Assoluta comporta tre stadi, che sono conoscibili da colui che l'ha
attuata fino in fondo. Questi tre aspetti—Brahman, Paramatma e
Bhagavan— formano un Essere Unico."
(S.B. 1.2.11)
Per illustrare questi tre aspetti della
realizzazione della Verità Assoluta prendiamo l'esempio del sole, che
possiede anch'esso tre aspetti: i raggi, la superficie e l'astro in sè.
Il neofita studia solo i raggi, lo studente più istruito esamina la
superficie, mentre il più avanzato riesce a entrare nell'astro stesso.
Lo studente comune che si accontenta di studiare la luce del sole come
presenza diffusa, cioè l'irradiamento impersonale del sole, può essere
paragonato a colui che riesce a realizzare solo l'aspetto Brahman della
Verità Assoluta. Lo studente più avanzato, invece, giunge a osservare
il disco solare, che corrisponde all'aspetto Paramatma della Verità
Assoluta, mentre lo studente capace di entrare nel cuore dell'astro
corrisponde a colui che ha realizzato l'aspetto personale della Verità
Assoluta. Sebbene coloro che cercano la Verità abbiano tutti il
medesimo oggetto di studio, i bhakta sono gli spiritualisti più
avanzati perché conoscono Bhagavan, cioè l'aspetto supremo della Verità
Assoluta. I raggi, il disco solare e la vita sull'astro sono intimamente
connessi tra loro, ma costituiscono tre campi di studio differenziati
secondo i tre livelli di comprensione.
Parasara Muni, padre di Vyasadeva, che ha grande autorità in materia,
spiega così il significato del termine sanscrito bhagavan:
colui che possiede senza limiti la bellezza, la ricchezza, la fama, la
potenza, la saggezza e la rinuncia. Migliaia sono le persone ricche o
potenti, belle o celebri, erudite o capaci di rinuncia, ma nessuna può
dimostrare di possedere integralmente tutti questi attributi. Solo
Krishna può, perché Krishna è Dio la Suprema Persona. Nessun essere
vivente, neanche Brahma, Siva o Narayana, possiede questi attributi in
modo così completo come Krishna. Brahma stesso ne è consapevole quando
conclude nella Brahma-samhita che Sri Krishna è Dio, la
Persona Suprema. Nessuno Gli è uguale o superiore. Egli è Bhagavan, il
Signore originale, chiamato anche Govinda, ed è la causa suprema di
tutte le cause.
isvarah paramah krishnah
sac-cid-ananda-vigrahah
anadir adir govindah
sarva-karana-karanam
"Ci sono molte persone che possiedono le
qualità di Bhagavan, ma Krishna è il Supremo e nessuno può superarLo.
Egli è Govinda, il Signore originale, la causa di tutte le cause, e il
Suo corpo è eterno, pieno di conoscenza e felicità." (Brahma-samhita
5.1)
Lo Srimad Bhagavatam, che elenca un
grande numero di avatara e di emanazioni plenarie del Signore,
dichiara che Krishna è la Persona Suprema e originale, da cui emanano
tutti gli avatara e tutte le manifestazioni divine:
ete camsa-kalah pumsah
krishnas tu bhagava svayam
indrari-vyakulam lokam
mridayanti yuge yuge
"Ogni manifestazione divina è
un'emanazione plenaria di Dio oppure un'emanazione parziale di questa
emanazione plenaria, ma Krishna è Dio, la Persona Suprema." (S.B.
1.3.28)
Krishna è dunque la Persona Suprema e originale, la Verità Assoluta,
fonte dell'Anima Suprema e del Brahman impersonale. In presenza di Dio i
lamenti di Arjuna per la famiglia sono del tutto fuori luogo, e Krishna
gli esprime la Sua sorpresa col termine kutah (da dove). Chi si
sarebbe aspettato che un arya mostrasse sentimenti così
indegni? Arya è colui che conosce il valore della vita e pone
la realizzazione spirituale alla base dell'esistenza. Tutti gli altri
hanno una concezione materialistica dell'esistenza e ignorano che il
fine della vita è la realizzazione della Verità Assoluta — Visnu,
Bhagavan. Affascinati dal mondo materiale, non sanno neppure che cosa
significhi liberarsi. Le persone che non sanno neppure che cosa
significhi liberarsi. Le persone che non sanno che cosa significhi
liberarsi dai legami della materia sono chiamati anarya. Essendo
uno ksatriya, e rifiutandosi di combattere, Arjuna
manca al suo dovere, e questo atto di codardia è indegno di un'arya.
Allontanarsi dal proprio dovere non aiuta a progredire spiritualmente e
non permette neppure di diventare famosi in questo mondo. Krishna non
approva affatto la cosiddetta compassione di Arjuna per i suoi parenti.
VERSO 3
klaibyam ma sma gamah partha
naitat tvayy upapadyate
ksudram hridaya-daurbalyam
tyaktvottisha parantapa
klaibyam: impotenza; ma sma:
non; gamah: accetta; partha: o figlio di Pritha;
na: mai; etat: questa; tvayi: di te; upapadyate:
è degna; ksudram: molto poco; hridaya: del cuore;
daurbalyam: debolezza; tyatva: abbandonando; uttistha:
alzati; param-tapa: o vincitore del nemico.
TRADUZIONE
O figlio di Pritha, non cedere a questa umiliante
impotenza. Non ti si addice. Abbandona questa meschina debolezza di
cuore, o vincitore del nemico, e alzati.
SPIEGAZIONE
Chiamandolo "figlio di Pritha",
Krishna vuole sottolineare il legame di parentela che Lo unisce ad
Arjuna, perché Pritha è la sorella di Suo padre Vasudeva. Il figlio di
un brahmana se non è virtuoso, così il figlio di uno ksatriya
non deve mai rifiutarsi di combattere se vuole essere riconosciuto come ksatriya;
se il primo è un empio e il secondo un codardo, entrambi saranno
indegni del loro padre. Krishna non vuole che il Suo caro amico Arjuna
sia considerato indegno del padre ksatriya, perciò, salito sul
suo carro, è pronto a dargli i Suoi consigli. Ma se Arjuna non saprà
trarre vantaggio dai consigli del Signore e abbandonerà la lotta, si
macchierà di un atto infame. Krishna aggiunge quindi che questo
comportamento di Arjuna può scusarsi adducendo la sua venerazione per
il rispettabile Bhisma e per i suoi parenti, ma Krishna considera questa
magnanimità una mera forma di debolezza. Questa falsa magnanimità non
è affatto conforme alle Scritture. La presunta non violenza di Arjuna
è quindi del tutto fuori posto, e seguendo le direttive di Krishna egli
dovrebbe rinunciarvi.
VERSO 4
arjuna uvaca
katham bhismam aham sankhye
dronam ca madhusudana
isubhih pratiyotsyami
pujarhav ari-sudana
arjunah uvaca: Arjuna disse;
katham: come; bhismam: Bhisma; aham: io;
sankhye: nel combattimento; dronam: Drona; ca:
anche; madhusudana: o uccisore di Madhu; isubhih: con
frecce; pratiyotsyami: contrattaccherò; puja-arhau:
coloro che sono degni di adorazione; ari-sudana: o uccisore del
nemico.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
O uccisore dei nemici, o uccisore di Madhu, come potrei nel corso della
battaglia respingere con le mie frecce uomini come Bhisma e Drona degni
della mia venerazione?
SPIEGAZIONE
In qualsiasi circostanza uomini rispettabili
come Bhisma, il nonno di Arjuna, e Dronacarya, il suo maestro, rimangono
degni di venerazione. Perfino se attaccano, non conviene rispondere alle
loro provocazioni. Come regola generale, nessuno dovrebbe mai scontrarsi
con gli anziani, neppure verbalmente; anche se manifestano una certa
asprezza nel loro comportamento, non bisogna mai trattarli duramente.
Come contrattaccare quando il nemico è composto proprio dai nostri
maestri? Combatterebbe Krishna contro Suo nonno Ugrasena o contro il Suo
maestro, Sandipani Muni? Queste sono alcune obiezioni di Arjuna.
VERSO 5
gurun ahatva hi mahanubhavan
sreyo bhoktum bhaiksyam apiha loke
hatvartha-kamams tu gurun ihaiva
bhunjiya bhogan rudhira-pradigdhan
gurun: i superiori; ahatva:
non uccidendo; hi: certamente; maha-anubhavan: grandi
anime; sreyah: è preferibile; bhoktum: godere della
vita; bhaiksyam: elemosinando; api: perfino; iha:
in questa vita; loke: in questo mondo; hatva:
uccidendo; artha: guadagno; kaman: desiderando; tu:
ma; gurun: superiori; iha: in questo mondo; eva:
certamente; bhunjiya: deve godere di; bhogan: ciò di
cui si può godere; rudhira: sangue; pradigdhan: tinto
di.
TRADUZIONE
Meglio vivere in questo mondo mendicando piuttosto
che vivere al prezzo della vita di grandi anime, quali i miei maestri.
Sebbene avidi di guadagni materiali, essi sono pur sempre i nostri
superiori. Se li uccidiamo, tutto ciò di cui potremo godere sarà
macchiato di sangue.
SPIEGAZIONE
Secondo le Scritture, un maestro è rinnegato
se commette atti abominevoli o se non è più capace di discernere il
bene dal male. Bhisma e Drona si trovano proprio in questa situazione.
Infatti, hanno creduto di doversi unire a Duryodhana solo perché costui
provvedeva ai loro bisogni, ma non avrebbero mai dovuto accettare un
tale compromesso unicamente per ragioni di denaro. Un atto simile li ha
resi indegni del rispetto che si deve portare ai maestri. Ma Arjuna, che
li considera sempre suoi maestri, pensa che beneficiare di beni
materiali alla loro morte significhi godere di una felicità
insanguinata.
VERSO 6
na caitad vidmah kataran no gariyo
yad va jayema yadi va no jayeyuh
yan eva hatva na jijivisamas
te 'vasthitah pramukhe dhartarastrah
na: nè; ca: anche;
etat: questo; vidmah: sappiamo; katarat: quale; nah:
per noi; gariyah: meglio; yat va: se; jayema:
conquistiamo; yadi: se; va: o; nah: noi;
jayeyuh: essi conquistano; yan: coloro che; eva:
certamente; hatva: uccidendo; na: mai; jijivisamah:
vogliamo vivere; te: di tutti loro; avastitah: sono
situati; pramukh: davanti; dhartarastrah: i figli di
Dhritarastra.
TRADUZIONE
Non so se sia meglio vincerli o esserne vinti. Se
uccidessimo i figli di Dhritarastra, non avremmo più alcun desiderio di
vivere; eppure essi sono qui, schierati di fronte a noi sul campo di
battaglia.
SPIEGAZIONE
Arjuna non sa se deve combattere e commettere
inutili violenze, pur sapendo che combattere è il dovere di uno ksatriya,
o se deve ritirarsi e vivere mendicando. Se non vincesse il nemico,
mendicare sarebbe l'unica possibilità di sopravvivenza per lui. Non è
neppure sicuro della vittoria, perché le forze dei due eserciti si
equivalgono. E anche se la vittoria attendesse i Pandava, la cui causa
è perfettamente giusta, sarebbe un grande dolore vivere dopo la
scomparsa dei figli di Dhritarastra. Se tutti morissero in battaglia,
anche la vittoria sarebbe sconfitta. Queste riflessioni di Arjuna
provano che egli non è soltanto un grande devoto del Signore, ma anche
un uomo illuminato dalla conoscenza spirituale e dotato di un perfetto
controllo della mente e dei sensi. Sebbene egli sia di sangue reale, il
suo desiderio di vivere mendicando è un altro segno del suo distacco.
La sua virtù è autentica ed è rafforzata dalla fiducia negli
insegnamenti di Krishna, il suo maestro spirituale. Arjuna è dunque
perfettamente degno di essere liberato dalla materia. Se non diventa
maestro dei sensi l'uomo non può elevarsi al piano della conoscenza, e
senza devozione e conoscenza non è possibile raggiungere la
liberazione. Oltre a grandi meriti materiali, Arjuna possiede tutte
queste qualità spirituali.
VERSO 7
karpanya-dosopahata-svabhavah
pricchami tvam dharma-sammudha-cetah
yac chreyah syan niscitam bruhi tn me
sisyas te 'ham sadhi mam tvam prapannam
karpanya: di miseria; dosa:
per la debolezza; upahata: essendo afflitto; sva-bhavah:
caratteristiche; pricchami: io chiedo; tvam: a Te;
dharma: religione; sammudha: confuso; cetah: nel
cuore; yat: quale; sreyah: bene; syat: può
essere; niscitam: in confidenza; bruhi: di; tat:
ciò; me: a me; sisyah: discepolo; te: Tuo;
aham: sono; sadhi: istruisci; mam: me; tvam:
a Te; prapannam: arreso.
TRADUZIONE
Ora sono confuso sul mio dovere e ho perso la calma
a causa di una debolezza meschina. In questa condizione Ti chiedo di
dirmi chiaramente ciò che è meglio per me. Ora sono Tuo discepolo e
un'anima sottomessa a Te. Istruisci, Ti prego.
SPIEGAZIONE
Il complesso sistema delle azioni materiali,
dominate dalle leggi della natura, lascia l'uomo perplesso. Ogni passo
nella vita solleva nuovi interrogativi. È necessario dunque avvicinare
un maestro spirituale autentico, capace di aiutarci a compiere la
missione della nostra esistenza. Tutti gli Scritti vedici consigliano di
avvicinare un maestro spirituale autentico per liberarci dalla
confusione che nostro malgrado ci turba, come un fuoco divampato
all'improvviso in una foresta, che nessuno ha provocato o voluto. La
vita in questo mondo ci opprime con ogni sorta di complicazioni in modo
imprevisto e contro la nostra volontà. Gli Scritti vedici consigliano
dunque di cercare la soluzione dei nostri problemi con l'aiuto di un
maestro spirituale che appartiene a una successione autentica di maestro
spirituale che appartiene a una successione autentica di maestri e di
maestri e di comprendere perfettamente la scienza che ci presenta. Poiché
il maestro spirituale può trasmettere al discepolo la conoscenza
perfetta, è bene avvalersi del suo aiuto piuttosto che rimanere
perplessi e confusi di fronte ai problemi dell'esistenza. Ecco
l'insegnamento di questo verso.
La natura materiale rende perplessi tutti coloro che ignorano i veri
problemi dell'esistenza. La Brihad-aranyaka Upanisad (3.8.10)
descrive in questo modo l'uomo perplesso: yo va etad aksaram gargy
aviditvasmal lokat praiti sa kripanah. "È un 'avaro' colui
che dopo aver sprecato la vita umana lascia questo mondo come farebbe un
cane o un gatto, senza aver risolto i problemi della vita e senza aver
compreso la scienza della realizzazione spirituale." In realtà, la
forma umana è un vantaggio molto prezioso e vivere senza trarne
beneficio significa agire come l'avaro, che non sa trarre profitto dai
suoi beni, Il brahmana, invece, usa intelligenza che non sa
trarre profitto dai suoi beni. Il brahmana, invece, usa
intelligentemente il suo corpo, servendosene per risolvere i problemi
che deve affrontare nella vita. Ya etad aksaram gargi viditvasmal
lokat praiti sa brahmanah.
I kripana, gli "avari", hanno una visione
puramente materialistica della vita e si perdono in un affetto morboso
per la famiglia, la società e la patria, attaccati come sono alla
moglie, ai figli e ai parenti dai legami della carne. Il kripana
pensa di poter salvare i suoi dalla morte e crede che la famiglia o lo
Stato possano fare altrettanto per lui. Quest'attaccamento esiste anche
negli animali, che si prendono grande cura dei loro piccoli. Arjuna è
intelligente perciò può comprendere che l'affetto per la famiglia e il
desiderio di proteggerla dalla morte sono le vere cause della sua
titubanza. Non ignora che il dovere di guerriero lo attende, ma una
debolezza meschina gli impedisce di compierlo. Perciò domanda a Krishna,
il maestro spirituale supremo, di trovare una soluzione definitiva. Le
parole che maestro e discepolo si scambiano sono sempre serie, perciò
Arjuna si offre a Krishna come discepolo, desideroso di sostituire alle
conversazioni amichevoli un colloquio più profondo col suo maestro
spirituale. Così Krishna fu il primo maestro a insegnare la scienza
della Bhagavad-gita e Arjuna il primo discepolo, maestro
nell'arte di apprenderla. Sono descritte nella Bhagavad-gita le
qualità che permettono ad Arjuna di coglierne il messaggio, eppure
certi cosiddetti eruditi proclamano che è inutile abbandonarsi a
Krishna come Persona e professano la sottomissione al "non nato di
cui Krishna è la manifestazione esterna". Ma nella Persona di
Krishna non esiste nessuna differenza tra l'interno e l'esterno. È
inutile, perciò, e privo di senso cercare di approfondire la Bhagavad-gita
senza coglierne questa verità essenziale.
VERSO 8
na hi prapasyami mamapanudyad
yac chokam ucchosanam indiyanam
avapya bhumav asapatnam riddham
rajyam suranam api cadhipatyam
na: non; hi: certamente;
prapasyami: vedo; mama: mio; apanudyat: può
allontanare; yat: questo; sokam: lamento;
ucchosanam: che sta inaridendo; indriyanam: i sensi;
avapya: raggiungendo; bhumau: sulla Terra; asapatnam:
senza rivali; riddham: prospero; rajyam: regno;
suranam: degli esseri celesti; api: perfino; ca:
anche; adhiptyam: supremazia.
TRADUZIONE
Non vedo il modo di allontanare il dolore che
inaridisce i miei sensi. Non riuscirò a eliminarlo nemmeno se sulla
Terra ottenessi un regno prospero e senza uguali e una sovranità simile
a quella dei deva sui pianeti celesti.
SPIEGAZIONE
Sebbene molti degli argomenti di Arjuna siano
basati su princìpi religiosi e su codici morali, è chiaro che egli non
può risolvere il suo vero problema senza l'aiuto del suo maestro
spirituale, Sri Krishna. Capisce che tutta la sua cosiddetta conoscenza
non gli è di alcun aiuto in questa situazione critica, in cui sente
venir meno il gusto di vivere; era impossibile per lui risolvere le sue
perplessità senza l'aiuto di un maestro spirituale come Krishna. La
conoscenza accademica, l'erudizione e il prestigio non servono a
risolvere i problemi della vita; soltanto un maestro spirituale come
Krishna può darci un aiuto. Si può concludere quindi che il maestro
spirituale pienamente cosciente di Krishna è il maestro autentico,
perché può risolvere tutti problemi dell'esistenza. Sri Caitanya
Mahaprabhu disse che il vero maestro spirituale è colui che è maestro
nella scienza di Krishna, indipendentemente dalla sua posizione sociale:
kiba vipra, kiba nyasi, sudra kene
naya
yei krishna-tattva-vetta, sei ‘guru' haya
"Non importa se una persona è un vipra
esperto nella saggezza vedica) o ha umili origini o è situato
nell'ordine di rinuncia; se è maestro nella scienza di Krishna è il
maestro spirituale perfetto e autentico." (Caitanya-caritamrita,
Madhya 8.128) Nessuno è un maestro spirituale autentico se non
conosce perfettamente la scienza di Krishna. Le Scritture vediche
insegnano:
sat-karma-nipuno vipro
mantra-tantra-visaradah
avaisnavo gurur na syad
vaisnavah sva-paco guruh
"Anche un brahmana erudito,
esperto in tutti i rami del sapere vedico, non può diventare maestro
spirituale se non è un vaisnava, cioè se non conosce
perfettamente la scienza di Krishna mentre il vaisnava, colui
che è cosciente di Krishna, può diventare maestro spirituale anche se
proviene da una classe sociale inferiore." (Padma Purana)
Il progresso e la prosperità materiale non aiutano a risolvere i
problemi dell'esistenza, cioè la nascita, la malattia, la vecchiaia e
la morte. Negli Stati "evoluti", dove l'economia in pieno
sviluppo offre ai cittadini ogni facilitazione, i problemi sono gli
stessi che altrove. Si cerca la pace in diversi modi, ma invano. La vera
felicità si raggiunge solo consultando Krishna ossia la Bhagavad-gita
e lo Srimad Bhagavatam, che costituiscono la scienza di Krishna,
trasmessa attraverso il Suo rappresentante autentico, la persona
cosciente di Krishna.
Se lo sviluppo economico e il benessere materiale potessero salvarci
dalle angosce che procurano la famiglia, la società, la nazione o
l'appartenenza all'umanità in generale, che significato avrebbero le
parole di Arjuna quando dice che il suo dolore non potrebbe essere
alleviato né da un regno senza uguali sulla Terra né da potere di cui
godono gli esseri celesti sui pianeti superiori? Egli cerca invece
rifugio nella coscienza di Krishna, il giusto sentiero verso la pace e
l'armonia. Lo sviluppo economico di un Paese o la sua supremazia sugli
altri Stati possono tramontare all'improvviso a causa di un cataclisma
naturale, e il posto conquistato su un altro pianeta, anche se più
evoluto del nostro, come la luna che l'uomo si sforza ora di
raggiungere, può esserci strappato in un momento. La Bhagavad-gita lo
conferma: ksine punye martya-lokam visanti. "Esauriti i
piaceri che sono le conseguenze delle attività virtuose, l'uomo deve
sprofondare dalla più alta felicità alla più bassa
degradazione." Sono numerosi i grandi uomini politici che cadono
così. Tali cadute sono soltanto nuove occasioni di lamento. Solo
rifugiandosi in Krishna, come fa Arjuna, si mette fine ai lamenti. A
Krishna infatti egli si rivolge per risolvere il suo problema in modo
definitivo, e quest'abbandono totale al Signore è il principio stesso
della coscienza di Krishna.
VERSO 9
sanjaya uvaca
evam uktva hrisikesam
gudakesah parantapah
na yotsya iti govindam
uktva tusnim babhuva ha
sanjayah uvaca: Sanjaya disse;
evam: così; uktva: parlando; hrisikesam: a
Krishna, il maestro dei sensi; gudakesah: Arjuna, il maestro
che vince l'ignoranza; parantapah: il vincitore dei nemici;
na yotsye: non combatterò; iti: perciò; govindam:
a Krishna, l'elargitore del piacere dei sensi; uktva: dicendo;
tusnim: silenzioso; babhuva: diventò; ha:
certamente.
TRADUZIONE
Sanjaya disse:
Avendo così parlato, Arjuna, il vincitore dei nemici, dice a Krishna:
"Govinda, Non combatterò", e rimane in silenzio.
SPIEGAZIONE
Dhritarastra è certamente molto soddisfatto
di sapere che Arjuna, invece di combattere, si prepara a lasciare il
campo di battaglia per condurre una vita da mendicante; ma grande è la
sua delusione quando sente Sanjaya che chiama Arjuna "Parantapa",
"colui che ha il potere di uccidere i suoi nemici".
L'affetto per la famiglia ha gettato Arjuna in un'angoscia
irragionevole, ma anche nello sgomento egli ha saputo abbandonarsi a
Krishna, diventando così il discepolo del maestro spirituale supremo.
Quest'abbandono a Krishna lascia prevedere la prossima fine dei suoi
lamenti, perché la conoscenza perfetta di Dio, la coscienza di Krishna,
ben presto lo riempirà di luce. Le speranze di Dhritarastra stanno per
svanire perché Arjuna, illuminato da Krishna, si batterà fino
all'ultimo.
VERSO 10
tam uvaca hrisikesah
prahasann iva bharata
senayor ybhayor madhye
visidantam idam vacah
tam: a lui; uvaca: disse;
hrisikesah: il maestro dei sensi, Krishna ; prahasan:
sorridendo; iva: così; bharata: o Dhritarastra,
discendente di Bharata; senayoh: eserciti; ubhayoh:
dei due; madhye: tra; visidantam: a colui che si
lamenta; idam: le seguenti; vacah: parole.
TRADUZIONE
O discendente di Bharata, in quel momento Krishna,
tra i due eserciti, Si rivolge sorridendo all'infelice Arjuna.
SPIEGAZIONE
Questo dialogo si svolge tra due amici
intimi: Hrisikesa e Gudakesa. Come amici, la loro posizione è uguale,
ma uno è diventato volontariamente discepolo dell'altro. Krishna
sorride vedendo che il Suo amico ha scelto di diventare Suo discepolo.
Egli è il Signore di tutti, perciò occupa sempre una posizione
superiore, come maestro di tutti, ma se qualcuno desidera diventare Suo
amico, figlio, amante o servitore, Egli lo accetta come tale. Si
sottomette perfino ai desideri di coloro che vogliono che Lui, Krishna,
interpreti una di queste parti. Arjuna Lo ha appena riconosciuto come
maestro, e subito Krishna entra nella Sua parte e gli parla come un
maestro parla al discepolo, con tutta la gravità richiesta dalla
situazione. Maestro e discepolo scambiano queste parole davanti ai due
eserciti, affinché tutti ne ricevano beneficio. Infatti, gli
insegnamenti della Bhagavad-gità non sono riservati a una
persona, un gruppo, una società o una comunità particolare, ma sono
destinati a tutti. Amici o nemici, tutti hanno diritto di ascoltarli.
VERSO 11
sri-bhagavan uvaca
asocyan anvasocas tvam
prajna-vadams ca bhasase
gatasun agatasums ca
nanusocanti panditah
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona
Suprema, disse; asocyan: non è degno di lamento; anvasocah:
tu ti lamenti; tvam: tu; prajna-vadan: parole sagge;
ca: anche; bhasase: parlando; gata: perdita;
asun: vita; agata: non perduta; asun: vita;
ca: anche; na: mai; anusocanti: si lamentano;
panditah: i saggi.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
Sebbene tu dica sagge parole, ti affliggi per ciò che non è degno di
afflizione. I saggi non si lamentano né per i vivi né per i morti.
SPIEGAZIONE
Il Signore prende immediatamente il posto di
maestro e rimprovera il Suo discepolo accusandolo indirettamente
d'ignoranza: "Tu parli con molta erudizione, dice, ma ignori che il
vero erudito —colui che conosce la natura del corpo e dell'anima—
non si lamenta mai dell'involucro corporeo, morto o vivo." I
capitoli successivi svilupperanno il concetto che la vera conoscenza
consiste nel conoscere la materia, l'anima e colui che le controlla.
Arjuna ha sostenuto che i princìpi religiosi sono al di sopra della
politica e della diplomazia. Ma non sa che la conoscenza della materia,
dell'anima e di Dio è più importante delle formule religiose. Poiché
ignorava questa verità e piangeva su ciò per cui non vale la pena, non
avrebbe dovuto farsi passare per un erudito. Il corpo nasce col destino
di morire, un giorno o l'altro; perciò il corpo è meno importante
dell'anima. Colui che lo sa è il vero saggio e nessuna delle diverse
condizioni del corpo è per lui causa di lamento.
VERSO 12
na tv evaham jatu nasam
na tvam neme janadhipah
na caiva na bhavisyamah
sarve vayam atah param
na: mai; tu: ma; eva:
certamente; aham: Io; jatu: in nessun momento; na:
non; asam: esistevo; na: non; tvam: tu;
na: non; ime: tutti questi; jana-adhipah: re;
na: mai; ca: anche; eva: certamente; na:
non; bhavisyamah: esisteremo; sarve vayam: tutti noi;
atah param: in seguito.
TRADUZIONE
Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io tu e
tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere.
SPIEGAZIONE
I Veda, la Katha Upanisad e la Svetasvatara
Upanisad, insegnano che Dio, la Persona Suprema, provvede ai
bisogni di innumerevoli esseri viventi, secondo le condizioni in cui
sono stati posti dalle loro attività passate. Il Signore Supremo vive
anche nel cuore di ogni essere in virtù delle Sue emanazioni plenarie,
ma solo le persone sante possono vedere il Signore Supremo in ogni
essere e fuori di ogni essere, e raggiungere così una pace perfetta ed
eterna:
nityo nityana m cetanas cetananam
eko bahunam yo vidadhati kaman
tam atma-stham ye 'nupasyanti dhiras
tesam santih sasvati netaresam
(Katha Upanisad 2.2.13)
Queste verità non sono destinate soltanto ad
Arjuna, ma anche a tutti coloro che in questo mondo si reputano eruditi
ma sono privi della vera conoscenza. Il Signore dichiara che Lui, come
Arjuna e tutti i re riuniti sul campo di battaglia, sono individui,
eternamente distinti gli uni dagli altri; il Signore eternamente Si
prende cura degli esseri individuali, sia di quelli condizionati dalla
natura materiale sia di quelli liberati. Dio, la Persona Suprema,
distinta da tutte le altre, e Arjuna, Suo eterno compagno, come tutti i
re presenti, sono persone eterne, distinte le une dalle altre. La loro
individualità esisteva nel passato e continuerà a esistere nel futuro,
senza interruzione. Perciò non c'è ragione di lamento per nessuno.
Il Signore, autorità suprema, contraddice qui la teoria mayavadi
secondo cui l'anima individuale, una volta libera dal velo di maya (illusione),
si fonde nel Brahman impersonale e perde la sua esistenza individuale.
Krishna dichiara invece che la Sua individualità e quella di tutti gli
esseri animati continuerà in eterno, come affermano le Upanisad.
Non si può mettere in dubbio l'autorità di Krishna perché Egli non è
soggetto all'illusione. Se l'individualità non fosse un fatto reale,
Krishna non l'avrebbe messa in rilievo con tale evidenza affermando che
continuerà anche nel futuro. I mayavadi ribattono che
l'individualità di cui parla Krishna non è spirituale, bensì
materiale. In questo caso, anche l'individualità di Krishna sarebbe
materiale! Egli afferma, invece che questa individualità esisteva nel
passato e continuerà nel futuro. Non solo Krishna conferma la Sua
individualità in vari modi, ma spiega anche che il Brahman impersonale
Gli è subordinato. Fin dall'inizio Krishna ha insistito su questa
individualità. Ciò nonostante, se si considera il Signore come un
essere comune, condizionato dalla natura materiale, allora non si può
più riconoscere alla Bhagavad-gita il valore di Scrittura
autorevole. Infatti un uomo qualsiasi, limitato dalle quattro
imperfezioni che gli impone la natura umana, non può insegnare nulla
che meriti di essere ascoltato.
La Bhagavad-gita, invece, trascende la conoscenza imperfetta.
Nessun libro profano può essere paragonato alla Bhagavad-gita. Ma
se si considera Krishna un uomo comune, la Bhagavad-gita perde
tutta la sua importanza. I mayavadi affermano che
l'individualità degli esseri, espressa in questo verso è convenzionale
e riguarda solo il corpo. Nei versi precedenti, tuttavia,
l'identificazione col corpo è stata condannata. Dopo aver condannato
l'errore dell'essere vivente che identifica il sé spirituale col corpo
materiale, com'è possibile che Krishna ora proponga questa teoria? Le
prove dell'individualità degli esseri poggiano dunque su basi
spirituali, come confermano i grandi acarya, tra cui Sri
Ramanuja.
È chiaramente affermato in molti punti della Bhagavad-gita che
soltanto coloro che sono devoti del Signore possono comprendere
l'individualità spirituale. Coloro che invidiano la divinità di
Krishna non giungeranno mai a capire le Scritture vediche. Il non devoto
che tenta di comprendere gli insegnamenti della Bhagavad-gita assomiglia
all'ape che vedendo il miele in un barattolo si sforza invano di
aspirarne il contenuto. Ma non si può gustare il sapore del miele senza
aprire il barattolo. Così, non si può gustare il nettare della Bhagavad-gita
senza essere devoti del Signore, come sarà confermato nel quarto
capitolo. Neppure coloro che per invidia negano l'esistenza stessa di
Dio possono comprendere la Bhagavad-gita. La spiegazione data
dai mayavadi è dunque la più ingannevole presentazione della
verità. Sri Caitanya Mahaprabhu ci ha proibito la lettura dei commenti mayavadi,
avvertendoci che le persone che adottano la loro interpretazione perdono
ogni potere di capire il segreto della Bhagavad-gita. Se
l'individualità esistesse solo nell'universo fenomenico, gli
insegnamenti del Signore non sarebbero di alcuna utilità.
L'individualità distinta degli esseri del Signore è un fatto eterno,
ed è confermato, come abbiamo visto, dai Veda.
VERSO 13
dehino 'smin yatha dehe
kaumaram yauvanam jara
tatha dehantara-praptir
dhiras tatra na muhyati
dehinah: dell'anima incarnata;
asmin: in questo; yatha: come; dehe: nel corpo;
kaumaram: l'infanzia; yauvanam: la giovinezza; jara:
la vecchiaia; tatha: similmente; deha-antara: di
cambiamento del corpo; praptih: compimento; dhirah: il
sobrio; tatra: a questo proposito; na: mai;
muhyati: s'illude.
TRADUZIONE
Come l'anima incarnata passa, in questo corpo,
dall'infanzia alla giovinezza e poi alla vecchiaia, così l'anima passa
in un altro corpo all'istante della morte. La persona saggia non è
turbata da questo cambiamento.
SPIEGAZIONE
Ogni essere vivente è un'anima spirituale,
distinta da tutte le altre. A ogni istante l'anima cambia corpo e si
manifesta nella forma di un bambino, di un adolescente, poi di un adulto
e infine di un vecchio. Ma l'anima rimane sempre la stessa e non subisse
alcun cambiamento. Infine, alla morte del corpo, l'anima trasmigra in un
altro involucro. Sapendo che l'anima si rivestirà sicuramente di un
altro corpo, materiale o spirituale, per una nuova vita, Arjuna non ha
valide ragioni di lamentarsi sul destino di Bhisma e Drona. Anzi,
dovrebbe allietarsi de fatto che essi cambino il loro vecchio corpo con
uno nuovo, rinnovando le loro energie. Gioie e sofferenze variano con i
nostri corpi, perché sono il risultato delle nostre azioni passate.
Bhisma e Drona, sono persone nobili, e nella prossima vita avranno
certamente corpi spirituali o almeno corpi dotati di qualità più
elevate, grazie a cui godranno di gioie materiali ancora più intense
sui pianeti superiori. In nessun caso c'è ragione di lamentarsi sulla
loro sorte.
Colui che conosce perfettamente la natura dell'anima individuale,
dell'Anima Suprema e dell'universo materiale e spirituale è chiamato dhira,
"sempre sereno". Quest'uomo non è turbato dalle
trasmigrazioni dell'anima. Il fatto che l'anima individuale non possa
essere divisa in frammenti annulla la teoria mayavadi
dell'unità delle anime. Se il Supremo potesse essere ripartito in una
moltitudine di anime spirituali sarebbe divisibile e mutabile, ma
l'anima Suprema non è soggetta a mutamento.
La Bhagavad-gita afferma che gli esseri individuali sono
frammenti del Supremo ed esistono eternamente (sanatana). Si
chiamano ksara perché sono soggetti a cadere nella natura
materiale. Esistono per l'eternità allo stato di frammenti; e anche
dopo aver raggiunto la liberazione, l'anima individuale rimane sempre un
frammento. Ma una volta liberata vive una vita eterna di conoscenza e
felicità assolute in compagnia di Dio, la Persona Suprema.
L'Anima Suprema, presente in ogni essere, e l'anima infinitesimale
appaiono entrambe nel corpo, ma rimangono distinte. Il riflesso del
cielo nell'acqua vi fa apparire anche il sole, la luna e le stelle. Le
stelle, che rappresentano le anime individuali, non eguagliano mai il
sole e la luna, ai quali è paragonata l'Anima Suprema. L'Anima
spirituale infinitesimale è rappresentata da Arjuna, mentre l'Anima
Suprema è Sri Krishna. Essi non sono sullo stesso piano, come mostrerà
chiaramente l'inizio del quarto capitolo. Se Krishna non fosse superiore
ad Arjuna, la loro relazione di maestro e discepolo non avrebbe
significato. Se entrambi fossero ingannati dall'energia illusoria, maya,
non avrebbe nessun senso essere l'uno il maestro e l'altro l'allievo.
Finché si è schiavi di maya è impossibile impartire un
insegnamento valido. Ma qui la posizione di Krishna è ben delineata:
Egli è il Signore Supremo, superiore ad Arjuna, che è confuso e
ingannato da maya.
VERSO 14
matra-sparsas tu kaunteya
sitosna-sukha-duhkha-dah
agamapayino 'nityas
tams titiksasva bharata
matra-sparsah: percezione sensoria;
tu: soltanto; kaunteya: o figlio di Kunti; sita:
inverno; usna: estate; sukha: felicità; duhkha:
e dolore; dah: che da; agama: appaiono; apayinah:
scompaiono; anityah: non permanenti; tan: tutti
questi; titiksasva: cerca di tollerare; bharata: o
discendente della dinastia di Bharata.
TRADUZIONE
O figlio di Kunti, la comparsa non permanente della
gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili
all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti
alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare
a tollerarli senza esserne disturbati.
SPIEGAZIONE
Per compiere bene il proprio dovere bisogna
imparare a tollerare l'effimero manifestarsi della gioia e de dolore. I Veda,
per esempio, raccomandano di fare un bagno tutte le mattine, anche
durante il mese di magha (gennaio-febbraio). Benché faccia
molto freddo in questo periodo, colui che obbedisce ai princìpi
religiosi non esita a farlo; così come una donna non esiterà a
sopportare il calore soffocante della cucina per preparare il pasto
quotidiano in piena estate. Si deve compiere il proprio dovere
nonostante i disagi stagionali. Così, il principio religioso di uno ksatriya
è combattere, ed egli non dovrebbe sottrarsi al suo dovere
prescritto, anche se questo dovere gli ingiunge di combattere contro
parenti e amici. Solo con la conoscenza e la devozione ci si può
liberare dalle reti di maya (illusione), ma per elevarsi al
piano della conoscenza è necessario seguire i princìpi della
religione.
Due nomi sono stati dati qui ad Arjuna, entrambi significativi: "Kaunteya"
e "Bharata", che ricordano la sua discendenza materna e
paterna. Egli è l'erede di una grande stirpe, e ciò lo obbliga a
eseguire perfettamente i suoi doveri. Non può dunque evitare lo
scontro.
VERSO 15
yam hi na vyathayanti ete
purusam purusarsabha
sama-duhkha-sukham dhiram
so 'mritatvaya kalpate
yam: colui al quale; hi:
certamente; na: mai; vyathayanti: sono causa di
disturbo; ete: tutti questi; purusam: a una persona;
purusa-risabha: o migliore tra gli uomini; sama: inalterato;
duhkha: nel dolore; sukham: e felicità; dhiram:
paziente; sah: egli; amritatvaya: per la liberazione; kalpate:
è considerato degno.
TRADUZIONE
O migliore tra gli uomini [Arjuna], la persona che
non è turbata né dalla gioia né dal dolore, ma rimane salda in ogni
circostanza, è certamente degna della liberazione.
SPIEGAZIONE
Colui che è determinato a raggiungere uno
stadio avanzato nella realizzazione spirituale e giunge a tollerare con
equanimità gli assalti della gioia e del dolore, è pronto per
raggiungere la liberazione. Nel varnasrama-dharma la vita di sannyasa,
l'ordine di rinuncia, richiede enormi sacrifici, ma l'uomo che
desidera veramente rendere perfetta la propria vita adotta il sannyasa
nonostante tutte le difficoltà. Le maggiori difficoltà sorgono
quando bisogna troncare i legami familiari e abbandonare la compagnia
della moglie e dei figli. Ma chi riesce a sopportare questa separazione
si apre il cammino verso la realizzazione spirituale. Perciò il Signore
consiglia ad Arjuna di perseverare nell'esecuzione del suo dovere di ksatriya,
anche se gli è penoso battersi contro i componenti della sua
famiglia o altre persone care.
Quando Sri Caitanya Mahaprabhu divenne sannyasi all'età di
ventiquattro anni, la Sua giovane moglie e Sua madre rimasero senza
alcun sostegno; eppure Egli accettò il sannyasa e rimase fermo
nell'adempimento dei suoi doveri spirituali per una causa superiore.
Questo è il modo per raggiungere la liberazione dai legami della
materia.
VERSO 16
nasato vidyate bhavo
nabhavo vidyate satah
ubhayor api dristo 'ntas
tv anayos tattva-darsibhih
na: mai; asatah: del non
permanente; vidyate: vi è; bhavah: durata; na:
mai; abhavah: cambiamento di qualità; vidyate: vi è;
satah: di ciò che è eterno; ubhayoh: di due; api:
verità; dristah: osservata; antah: conclusione;
tu: certamente; anayoh: di loro; tattva: della
verità; darsibhih: di coloro che vedono.
TRADUZIONE
Coloro che vedono la verità hanno concluso che non
vi è durata in ciò che non esiste [il corpo materiale] e non vi è
cambiamento in ciò che è eterno [l'anima]. Studiando la natura di
entrambi, essi sono giunti a questa conclusione.
SPIEGAZIONE
Il corpo materiale, soggetto a continui
cambiamenti, è temporaneo. La medicina moderna ammette che le cellule
del corpo cambiano a ogni istante, provocando la crescita e
l'invecchiamento. Ma l'anima continua a esistere e rimane sempre la
stessa, nonostante le trasformazioni del corpo e della mente. Ecco la
grande differenza tra l'energia materiale e quella spirituale: il corpo
cambia continuamente mentre l'anima è eterna. A questa conclusione sono
giunti coloro che vedono la verità, sia impersonalisti sia
personalisti. Il Visnu Purana (2.12.38) afferma che Visnu e i
Suoi pianeti hanno un'esistenza spirituale e godono di luce propria (jytisi
visnur bhuvanani visnuh). Tutti definiscono l'anima spirituale e il
corpo materiale come l'una "reale" e l'altro
"illusorio". Questa è la versione di coloro che vedono la
verità ed è questo l'inizio dell'insegnamento del Signore agli esseri
sviati dall'ignoranza. Appena l'ignoranza si dissipa si ristabilisce la
relazione eterna tra l'essere e Dio, che è l'oggetto della sua
adorazione. Allora si capirà in un attimo ciò che distingue gli esseri
viventi da Dio, la Persona Suprema, di cui essi sono particelle
infinitesimali. Si può comprendere la natura dell'Essere Supremo
studiando minuziosamente la nostra natura e sapendo che siamo distinti
da Lui come la parte dal tutto. Il Vedanta-sutra e lo Srimad
Bhagavatam riconoscono nell'Essere Supremo l'origine di tutte le
energie, inferiori e superiori. Come rivelerà il settimo capitolo di
quest'opera, gli esseri viventi appartengono all'energia superiore.
Sebbene non ci sia differenza tra l'energia e la sua sorgente, si dice
che la sorgente è Suprema e l'energia, o natura, Gli è subordinata.
Gli esseri viventi sono dunque sempre subordinati al Signore Supremo,
come i servitori al padrone o gli allievi all'insegnante. Ma è
impossibile comprendere queste verità così chiare finché si vive
nell'ignoranza. Il Signore enunciò la Bhagavad-gita per
liberare tutti gli esseri da questa ignoranza e far loro gustare
eternamente l'illuminazione spirituale.
VERSO 17
avinasi tu tad viddhi
yena sarvam idam tatam
vinasam avyayasyasya
na kascit kartum arhati
avinasi: imperituro; tu:
ma; tat: ciò; viddhi: sappi; yena: da cui;
sarvam: di tutto il corpo; idam: questo; tatam:
diffuso; vinasam: distruzione; avyayasya:
dell'imperituro; asya: di ciò; na kascit: nessuno;
kartum: fare; arhati: è capace.
TRADUZIONE
Sappi che non può essere distrutto ciò che
pervade il corpo. Nessuno può distruggere l'anima eterna.
SPIEGAZIONE
Questo verso precisa la natura dell'anima, la
cui influenza si diffonde in tutto il corpo. Tutti sanno che ciò che
pervade il corpo è la coscienza. Noi siamo coscienti delle gioie e dei
dolori che prova il nostro corpo, ma la nostra coscienza non si estende
al corpo degli altri esseri, i cui i piaceri e sofferenze ci sono
estranei. Ogni corpo è dunque l'involucro di un'anima individuale, e il
sintomo della presenza dell'anima è la coscienza individuale.
La Svetasvatara Upanisad (5.9) ci rivela la dimensione
dell'anima: un decimillesimo della punta di un capello.
balagra-sata-bhagasya
satadha kalpitasya ca
bhago jivah sa vijneyah
sa canantyaya kalpate
"Dividendo la punta di un capello in
cento parti e ciascuna in cento parti ancora, si ha la misura
dell'anima." Lo Srimad Bhagavatam conferma questa
descrizione:
kesagra-sata-bhagasya
satamsah sadrsatmakah
jivah suksma-svarupo 'yam
sankhyatito hi cit-kanah
"Esistono innumerevoli atomi spirituali
che hanno ciascuno la dimensione di un decimillesimo della punta di un
capello." Le anime individuali sono dunque atomi spirituali, più
piccoli degli atomi materiali e il loro numero è infinito. Questa
minuscola scintilla è il principio vitale del corpo materiale, e la sua
influenza si diffonde in tutto il corpo come l'effetto di una medicina.
La coscienza si manifesta esercitando il suo influsso in tutto il corpo,
ed è il sintomo della presenza dell'anima, che è la sua sorgente.
Chiunque può capire che un corpo materiale privo di coscienza è un
corpo morto, che non può essere rianimato con alcun metodo materiale.
È chiaro dunque che la coscienza proviene dall'anima e non da qualche
combinazione di elementi materiali. La Mundaka Upanisad (3.1.9)
precisa a sua volta la dimensione dell'anima infinitesimale:
eso 'nur atma cetasa veditavyo
yasmin pranah pancadha samvivesa
pranais cittam sarvam otam prajanam
yasmin visuddhe vibhavaty esa atma
"L'anima è infinitamente piccola e può
essere percepita da un'intelligenza perfetta. Essa fluttua trasportata
dai cinque tipi d'aria (prana, apana, vyana, samana e udana).
È situata nel cuore e diffonde la sua energia in tutto il corpo. Una
volta purificata dalla contaminazione di queste cinque arie materiali,
l'anima manifesta la sua potenza spirituale."
L'hatha-yoga serve a controllare, con varie posizioni, i cinque
soffi che avvolgono l'anima pura; ha lo scopo di liberare l'anima
infinitesimale dalla materia che la imprigiona e non quello di procurare
qualche beneficio materiale.
Tutti i Testi vedici concordano su questa definizione dell'anima
infinitesimale e ogni uomo sano di mente può verificarne direttamente
l'autenticità. Soltanto gli sciocchi definiscono questa scintilla
spirituale come visnu-tattva, cioè infinita.
La Mundaka Upanisad afferma che l'anima infinitesimale è
situata nel cuore di ogni essere, da dove il suo influsso si propaga in
tutto il corpo. Ma alcuni scienziati materialisti sono convinti
dell'inesistenza dell'anima per il semplice motivo che è così piccola
che si sottrae al loro potere d'osservazione. Invece è certo che se
l'energia necessaria al funzionamento dell'organismo proviene dal cuore
è perché l'anima individuale e l'Anima Suprema sono entrambe presenti
nel cuore. I globuli del sangue, che trasportano l'ossigeno
immagazzinato nei polmoni, traggono la loro energia dall'anima. Ecco
perché il sangue cessa di circolare e di svolgere le sue funzioni non
appena l'anima lascia il corpo. La medicina "scientifica" non
è in grado di verificare che è l'anima a fornire al corpo la sua
energia vitale, però accetta l'importanza dei globuli rossi e ammette
che il cuore è la sede di tutte le energie del corpo.
Le anime individuali, che sono parti del Tutto spirituale, possono
essere paragonate alle innumerevoli molecole luminose che formano i
raggi del sole. Esse sono scintille spirituali che compongono la
radiosità del Signore Supremo e costituiscono la Sua energia superiore,
detta prabha. Né chi segue le Scritture vediche né chi segue
la scienza moderna può negare l'esistenza dell'anima nel corpo, e Dio
Stesso, la Persone Suprema, espone molto chiaramente la scienza
dell'anima nella Bhagavad-gita.
VERSO 18
antavanta ime deha
nityasyoktah saririnah
anasino 'prameyasya
tasmad yudhyasva bharata
anta-vantah: perituri; ime:
tutti questi; dehah: corpi materiali; nityasya: sempre
esistenti; uktah: sono detti; saririnah: dell'anima
incarnata; anasinah: mai distrutta; aprameyasya:
immensurabile; tasmat: perciò; yudhyasva: lotta;
bharata: o discendente di Bharata.
TRADUZIONE
Il corpo materiale dell'indistruttibile,
incommensurabile ed eterno essere vivente è certamente destinato alla
distruzione, perciò combatti, o discendente di Bharata.
SPIEGAZIONE
Il corpo materiale è per natura temporaneo.
Può morire tra un istante o tra cent'anni; è solo questione di tempo.
Non possiamo mantenerlo in vita all'infinito. Ma l'anima è così
minuscola che non può neppure essere vista, come potrebbe essere
distrutta da un nemico? Il verso precedente la descriveva così piccola
da non poter essere misurata. La perdita del corpo non è degna di
pianto in nessun caso perché l'essere vivente, cioè l'anima, non può
mai venire ucciso, mentre il corpo è comunque impossibile proteggerlo e
conservarlo all'infinito. Il corpo materiale nel quale l'uomo si
reincarnerà sarà il frutto delle attività compiute in questa vita,
perciò è fondamentale osservare i princìpi religiosi nel corso della
vita terrena.
I Vedanta-sutra chiamano "luce" l'essere vivente,
perché è particella della luce suprema. Come il sole mantiene in vita
l'universo, la "luce" dell'anima tiene in vita il corpo
materiale. Infatti, appena l'anima lo abbandona il corpo comincia a
decomporsi; perciò è l'anima spirituale che mantiene in vita il corpo.
Il corpo in se stesso ha poca importanza. Perciò Krishna consiglia ad
Arjuna di combattere e sacrificare il corpo materiale per la causa del
Supremo.
VERSO 19
ya enam vetti hantaram
yas cainam manyate hatam
ubhau tau na vijanito
nayam hanti na hanyate
yah: colui che; enam:
questo; vetti: conosce; hantaram: l'uccisore; yah:
colui che; ca: anche; enam: questo; manyate:
pensa; hatam: ucciso; ubhau: entrambi; tau:
essi; na: mai; vijanitah: in conoscenza; na:
mai: ayam: questo; hanti: uccide; na: né;
hanyate: è ucciso.
TRADUZIONE
Non è situato nella conoscenza colui che crede che
l'anima possa uccidere o essere uccisa; l'anima infatti non uccide né
muore.
SPIEGAZIONE
L'essere vivente non è distrutto quando
un'arma mortale colpisce il corpo. L'anima è così piccola che
nessun'arma materiale può raggiungerla, come sarà evidente dai versi
successivi. L'essere vivente è di natura spirituale, perciò non può
morire. Solo il corpo muore, o perlomeno si dice che muoia. Questa
conoscenza, tuttavia, non deve assolutamente incoraggiare l'omicidio. Ma
himsyat sarva bhutani: i Veda c'ingiungono di non usare
violenza contro nessuno. Sapere che l'essere vivente non muore mai non
ci autorizza nemmeno ad abbattere gli animali. Distruggere il corpo di
un essere, qualunque esso sia, è un atto abominevole, punibile dalla
legge dell'uomo e dalla legge di Dio. La situazione in cui si trova
Arjuna è ben diversa: se deve uccidere è per proteggere i princìpi
della religione e non per capriccio.
VERSO 20
na jayate mriyate va kadacin
nayam bhutva bhavita va na bhuyah
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire
na: mai; jayate: prende nascita;
mriyate: muore; va: o; kadacit: in nessun momento
(passato, presente e futuro); na: mai; ayam: questo;
bhutva: venendo al mondo; bhavita: sarà; va: o;
na: non; bhuyah: o di nuovo sarà; ajah: non
nato; nityah: eterno; sasvatah: permanente; ayam:
questo; puranah: il più anziano; na: mai; hanyate:
è ucciso; hanyamane: essendo ucciso; sarire: il
corpo.
TRADUZIONE
Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua
esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e
non avrà inizio nel futuro. Essa è non nata, eterna, sempre esistente
e primordiale. Non muore quando il corpo muore.
SPIEGAZIONE
In qualità, l'anima individuale è uno con
l'anima Suprema, di cui è parte infinitesimale. Poiché non è soggetta
a cambiamenti come il corpo, è detta anche kuta-stha, "immutabile".
Il corpo è soggetto a sei tipi di trasformazioni: appare nel grembo di
una madre, vi rimane per qualche tempo, poi nasce, cresce, genera una
prole, s'indebolisce e infine muore per scomparire nell'oblio. L'anima,
invece, non subisce queste trasformazioni. L'anima non nasce, ma poiché
deve rivestirsi di un corpo materiale, il corpo nasce. L'anima non è
dunque creata nel momento in cui si forma il corpo, e non muore quando
il corpo si decompone. Solo ciò che nasce deve morire. Ma poiché
l'anima non nasce, non conosce né passato né presente né futuro. È
eterna e originale, e niente lascia supporre che abbia avuto un inizio.
Non invecchia come il corpo; perciò il vecchio si sente interiormente
uguale al bambino o al giovane che è stato un tempo. I cambiamenti del
corpo non influiscono sull'anima; essa non deperisce come un albero o
qualsiasi altro oggetto materiale, e nemmeno genera una discendenza.
Infatti, i figli di un uomo sono anime distinte da lui; sembrano nati da
lui solo a causa dei legami fisici che li uniscono. Il corpo si sviluppa
solo in presenza dell'anima, ma l'anima non è soggetta a cambiamenti
né genera discendenza. Perciò l'anima è libera dalle sei
trasformazioni che subisce il corpo.
Nella Kaha Upanisad (1.2.18)
troviamo un verso quasi identico a quello che stiamo studiando:
na jayate mriyate va vipascin
nayam kutzcin na babhuva kascit
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire
La traduzione e il significato di questo
verso non sono diversi da quello della Bhagavad-gita, con la
differenza che qui si trova la parola vipascit, che significa
"erudito", o "dotato di conoscenza".
L'anima è piena di conoscenza ed è sempre pienamente cosciente.
Perciò la coscienza è il sintomo dell'anima. Infatti, anche se non
riusciamo a percepire la presenza dell'anima nel cuore, dov'è situata,
ne avvertiamo l'esistenza per la coscienza che emana. Talvolta non
vediamo il sole perché è nascosto dietro le nuvole, ma sappiamo che è
giorno perché la luce che irradia ci arriva ugualmente. Quando all'alba
spunta un leggero chiarore sappiamo che il sole è sorto. Lo stesso
principio è valido per l'anima: poiché la coscienza è presente in
tutti i corpi, umani e animali, possiamo capire che l'anima è presente
in ciascuno di essi. La coscienza dell'anima individuale differisce
però dalla coscienza di Dio perché la coscienza suprema possiede la
conoscenza integrale del passato, del presente e del futuro, mentre la
coscienza dell'essere infinitesimale è soggetta all'oblio. Quando
l'essere dimentica la sua vera natura, Krishna, che non ha questo
difetto, lo istruisce e lo illumina con Suo insegnamento. Se Krishna
fosse uguale all'anima smemorata, l'insegnamento che Egli dà nella Bhagavad-gita
sarebbe inutile. La Katha Upanisad conferma l'esistenza di
due tipi di anime: l'anima individuale, infinitesimale (anu-atma),
e l'Anima Suprema (vibhu-atma):
anor aniyan mahato mahiyan
atmasya jantor nihito guhavam
tam akratuh pasyati vita-soko
dhatuh prasadn mahimanam atmanah
"L'anima Suprema (il Paramatma)
e l'anima infinitesimale (il jivatma) si trovano entrambe sullo
stesso albero, che rappresenta il corpo dell'essere vivente, e più
precisamente nel cuore. Solo colui che si è liberato da ogni desiderio
materiale e da ogni lamento può comprendere, per la grazia del Signore
Supremo, le glorie dell'anima." (Katha Upanisad 1.2.20)
Come mostreranno i capitoli seguenti, Krishna è la sorgente dell'Anima
Suprema, e Arjuna rappresenta l'anima infinitesimale, dimentica della
sua vera natura. Egli ha dunque bisogno di essere illuminato dagli
insegnamenti del Signore o del Suo rappresentante qualificato, il
maestro spirituale.
VERSO 21
vedavinasinam nityam
ya enam ajam avyayam
katham sa purusah partha
kam ghatayati hanti kam
veda: conosce; avinasinam:
indistruttibile; nityam: sempre esistente; yah: colui
che; enam: questa (anima); ajam: non nata; avyayam:
immutabile; katham: come; sah: quella; purusah:
persona; partha: o Arjuna, figlio di Pritha; kam:
qualcuno; ghatayati: ferisce; hanti: uccide; kam:
qualcuno.
TRADUZIONE
O Partha, se una persona sa che l'anima è
indistruttibile, eterna, non nata e immutabile, come può uccidere o far
uccidere?
SPIEGAZIONE
Ogni cosa ha sua ragion d'essere, e l'uomo
che ha la conoscenza perfetta sa come e quando usare ogni cosa
appropriatamente. Anche la violenza ha la sua utilità, e chi possiede
la conoscenza sa come applicarla. Quando un giudice condanna a morte un
omicida nessuno può biasimarlo perché l'uso che fa della violenza è
conforme al codice penale. La Manu-samhita, il libro delle
leggi dell'umanità, decreta che un assassino venga condannato a morte
perché non debba subire le conseguenze del suo delitto nella prossima
vita. In questo caso la condanna a morte è un atto di pietà. Così
quando Krishna dà ordine di ricorrere alla violenza, e perché vuol
trionfare la giustizia suprema, e Arjuna deve obbedirGli sapendo bene
che l'uomo, o meglio l'anima, non è soggetta alla morte e che la
violenza al servizio di Krishna non è veramente violenza.
Nell'esercizio della giustizia questa violenza è permessa.
Un'operazione chirurgica richiede l'uso della "violenza",
anche se lo scopo non è quello di uccidere il paziente, ma di guarirlo.
Così, combattendo per ordine di Krishna e in piena coscienza, Arjuna
non commetterà alcun peccato e non subirà nessuna conseguenza
spiacevole.
VERSO 22
vasamsi jirnani yatha vihaya
navani grihnati naro 'parani
tatha sarirani vihaya jirnany
anyani samyati navani dehi
vasamsi: abiti; jirnani:
vecchi e consulti; yatha: proprio come; vihaya:
abbandonando; navani: nuovi abiti; grihnati:
assumendo; narah: un uomo; aparani: altri; tatha:
nello stesso modo; sarirani: corpi; vihaya:
abbandonando; jirnani: vecchi e inutili; anyani:
differenti; samyati: prende in verità; navani: nuova
serie di; dehi: l'anima incarnata.
TRADUZIONE
Come una persona indossa abiti nuovi e lascia
quelli usati, così l'anima si riveste di nuovi corpi materiali,
abbandonando quelli vecchi e inutili.
SPIEGAZIONE
Che l'anima individuale cambi corpo è un
fatto evidente, accettato da tutti. Anche gli scienziati moderni, che
non credono nell'esistenza dell'anima ma non possono spiegare da dove
proviene l'energia che emana dal cuore, devono riconoscere la continua
trasformazione del corpo; il suo passaggio dall'infanzia
all'adolescenza, poi alla maturità e infine alla vecchiaia. Quando il
corpo raggiunge l'ultima fase, l'anima passa in un altro corpo, come un
verso precedente ha già spiegato (2.13).
La grazia dell'Anima Suprema è ciò che permette all'anima individuale
e infinitesimale di essere trasferita in un altro corpo. Come si
soddisfano i desideri di un amico, così l'Anima Suprema appaga quelli
della piccola anima subordinata. La Mundaka Upanisad e la Svetasvatara
Upanisad paragonano queste due anime a due uccelli amici posati
sullo stesso albero. Mentre uno dei due l'anima infinitesimale) gusta i
frutti dell'albero, l'Altro (Krishna, l'Anima Suprema) semplicemente
l'osserva. I due uccelli partecipano della stessa natura e mentre uno
dei due è attirato dai frutti dell'albero materiale, l'Altro osserva
pazientemente i movimenti del Suo amico. Krishna è l'uccello
"testimone", Arjuna quello "mangiatore". Sono due
amici, ma Uno è il maestro e l'altro il Suo servitore. Avendo
dimenticato il legame che la unisce all'Anima Suprema, l'anima
infinitesimale (il jiva) è costretta a svolazzare da un albero
all'altro, da un corpo all'altro. il jiva posato sull'albero
del corpo è costretto a una dura lotta, ma quando riconoscerà
nell'Altro il maestro spirituale supremo sfuggirà a ogni pericolo e
cesserà di soffrire. Così fece Arjuna, che s'abbandonò
volontariamente al Signore chiedendoGli di istruirlo. La Mundaka
Upanisad (3.1.2)
e la Svetasvatara Upanisad (4.7) dicono
letteralmente:
samane vrikse puruso nimagno
'nisaya socati muhyamanah
justam yada pasyaty anyam isam
asya mahimanam iti vita-sokah
"I due uccelli vivono sullo stesso
albero, ma solo quello che ne gusta i frutti sprofonda nella tristezza e
nell'angoscia. Se fortunatamente egli si volge verso il Signore, suo
amico, e viene a conoscenza delle Sue glorie, smette di soffrire e
sfugge a tutte le angosce."
Arjuna si è ora rivolto a Krishna, il suo eterno amico, e guidato da
Lui penetra la saggezza della Bhagavad-gita. Ascoltando le
parole di Krishna, egli potrà comprendere le Sue glorie supreme e si
libererà da ogni sofferenza.
Il Signore consiglia ad Arjuna di non lasciarsi rattristare dal
cambiamento di corpo che dovranno subire suo nonno e il suo maestro.
Dovrebbe invece essere felice di distruggere il loro corpo in questa
giusta battaglia perché in questo modo saranno subito purificati dalle
conseguenze di tutte le loro azioni passate. Infatti, chi muore
sull'altare del sacrificio o sul campo di battaglia dove si combatte per
una giusta causa si libera subito da tutte le conseguenze dei suoi atti
e ottiene una condizione di vita migliore nella prossima esistenza.
Arjuna non ha dunque nessuna ragione di lamentarsi.
VERSO 23
nainam chindanti sastrani
nainam dahati pavakah
na cainam kledayanty apo
na sosayati marutah
na: mai; enam: quest'anima;
chindanti: possono fare a pezzi; sastrani: armi; na:
mai; enam: quest'anima; dahati: brucia; pavakah:
fuoco; na: mai; ca: anche; enam: quest'anima;
kledayanti: bagna; apah: acqua; na: mai;
sosayati: secca; marutah: il vento.
TRADUZIONE
Mai un'arma può tagliare a pezzi l'anima né il
fuoco può bruciarla; l'acqua non può bagnarla né il vento inaridirla.
SPIEGAZIONE
Niente può distruggere l'anima, né il fuoco
né la pioggia né il vento né alcun'arma. Oltre alle moderne armi da
fuoco, questo verso indica che ai tempi di Arjuna esistevano molte altre
armi a base di terra, acqua, aria, etere e altri elementi ancora. Le
bombe nucleari di oggi sono considerate "armi da fuoco", e per
contrattaccarle si usavano a quei tempi armi completamente sconosciute
alla scienza moderna impiegando l'acqua come principio attivo. C'erano
anche "armi-tornado", che sono un altro mistero per gli
scienziati. Ma nonostante tutte queste armi e tutte le raffinatezze
della scienza attuale coi suoi ordigni distruttivi, l'anima non può
essere distrutta.
È impossibile anche sciogliere il legame che unisce l'anima individuale
all'Anima originale. I mayavadi sono incapaci di spiegare come
l'essere individuale abbia potuto degradarsi fino a cadere
nell'ignoranza e come l'energia illusoria abbia potuto ricoprirlo.
Poiché eternamente infinitesimale (sanatana), l'anima
individuale è soggetta a cadere sotto il velo dell'illusione (maya)
allontanandosi dal Signore Supremo, come la scintilla che si spegne
quando si allontana dal fuoco, sebbene sia della stessa natura del
fuoco.
Oltre alla Bhagavad-gita, anche il Varaha Purana dimostra
che gli esseri viventi sono sempre parti integranti del Signore, ma
distinti da Lui. Krishna indica chiaramente nei Suoi insegnamenti ad
Arjuna che l'anima mantiene l'individualità anche quando si è liberata
dall'illusione. Arjuna raggiunse la liberazione dopo aver ricevuto gli
insegnamenti di Krishna, ma non si fuse ma in Lui.
VERSO 24
acchedyo 'yam adahyo 'yam
akledyo 'sosya eva ca
nityah sarva-gatah sthanur
acalo 'yam sanatanah
accedyah: non può essere mai
spezzata; ayam: quest'anima; adahyah: non può essere
bruciata; ayam: quest'anima; akledyah: non può mai
essere sciolta; asosyah: nè essere seccata; eva:
certamente; ca: e; nityah: eterna; sarva gatah:
onnipresente; stanuh: immutabile; acalah: inamovibile;
ayam: quest'anima; sanatanah: eternamente la stessa.
TRADUZIONE
L'anima individuale è indivisibile e insolubile;
non può essere seccata né bruciata. È immortale, onnipresente,
inalterabile, inamovibile ed eternamente la stessa.
SPIEGAZIONE
Queste caratteristiche sono la prova
definitiva che l'anima non subisce alcuna alterazione e che, pur
conservando la propria individualità, rimane eternamente una particella
infinitesimale del tutto spirituale. Viene così a cadere anche la
teoria monista, secondo cui tra l'anima individuale e il tutto
spirituale esisterebbe un'unione così intima che essi finirebbero per
fare un tutt'uno. In realtà, dopo la liberazione dalla contaminazione
materiale l'anima infinitesimale può scegliere di vivere come una
scintilla nello splendore che s'irradia dal corpo di Dio, oppure, dando
prova di un'intelligenza superiore, può raggiungere uno dei pianeti
spirituali per vivere insieme con la Persona Suprema.
Le parole sarva-gata, che significano "presente
ovunque", sono significative perché gli esseri viventi si trovano
in ogni parte della creazione. Vivono nell'acqua, nell'aria, sulla terra
e sotto la terra, e persino nel fuoco. Si crede di solito che il fuoco
distrugga ogni forma di vita, ma questo verso indica che l'anima non è
distrutta dal fuoco. Anche il sole, dunque, è sicuramente abitato da
esseri che hanno corpi adatti in questo pianeta. Se così non fosse, le
parole sarva-gata non avrebbero significato.
VERSO 25
avyakto 'yam acintyo 'yam
avikaryo 'yam ucyate
tasmad evam viditvainam
nanusocitum arhasi
avyaktah: invisibile; ayam:
quest'anima; acintyah: inconcepibile; ayam:
quest'anima; avikaryah: immutabile; ayam: quest'anima;
ucyate: è detto; tasmat: perciò; evam: così;
viditva: sapendolo bene; enam: quest'anima; na:
non; anusocitum: lamento; arhasi: meriti.
TRADUZIONE
È detto che l'anima è invisibile, inconcepibile e
immutabile. Sapendo ciò non dovresti lamentarti per il corpo.
SPIEGAZIONE
L'anima, così com'è descritta nei versi
precedenti, ha dimensioni talmente infinitesimali, secondo i nostri
calcoli materiali, che non può essere vista neppure con i più potenti
microscopi. E detta perciò "invisibile" e la sua esistenza
non può essere provata per via "sperimentale"; solo la
saggezza vedica, la sruti, può dimostrarla. Dobbiamo accettare
questa saggezza come una prova a priori, perché non abbiamo altri modi
per verificare l'esistenza dell'anima, sebbene la sua presenza nel corpo
sia incontestabile a causa dell'azione su di esso. D'altra parte,
dobbiamo accettare molte cose unicamente sulla fede di un'autorità in
materia. Nessuno negherebbe la veridicità della propria madre quando
svela l'identità del padre, perché non ci sono altre prove che la sua
parola. Così, soltanto lo studio dei Veda può farci
comprendere la natura dell'anima, che rimarrà inconcepibile per colui
che crede solo alla testimonianza dei sensi materiali. L'anima è
coscienza ed è anche cosciente, dicono i Veda; ed è così che
dobbiamo accettarla. Contrariamente al corpo, essa non subisce
cambiamenti. Eternamente la stessa, l'anima infinitesimale rimane sempre
un "atomo" in confronto all'Anima Suprema. L'Anima Suprema è
infinita, mentre l'anima individuale è infinitesimale. Perciò l'anima
infinitesimale, essendo immutabile, non potrà mai eguagliare l'Anima
infinita, Dio la Persona Suprema. I Veda espongono questa
concezione dell'anima in più punti e in vari modo, per confermare il
valore; infatti, la ripetizione di uno stesso concetto è necessaria al
fine di comprenderlo a fondo e senza errori.
VERSO 26
atha cainam nitya-jatam
nityam va manyase mritam
tathapi tvam maha-baho
nainam socitum arhasi
atha: se tuttavia; ca:
anche; enam: quest'anima; nitya-jatam: nata per
l'eternità; nityam: per sempre; va: o; manyase:
pensi così; mritam: morta; tatha api: quando anche; tvam:
tu; maha-baho: che hai le braccia potenti; na: mai; enam:
per l'anima; socitum: lamentarsi; arhasi: ti si
addice.
TRADUZIONE
E anche se tu credi che l'anima [ossia i sintomi
della vita] nasca e muoia infinite volte, non hai nessuna ragione di
lamentarti, o Arjuna dalle braccia potenti.
SPIEGAZIONE
Ci sono sempre stati dei filosofi, vicini al
pensiero buddista, che rifiutano di credere nell'esistenza dell'anima al
di là del corpo. Sembra che esistessero già quando Sri Krishna
enunciò la filosofia della Bhagavad-gita, e a quel tempo si
chiamavano lokayatika e vaibhasika. Secondo loro
l'anima, la vita appare solo quando alcuni elementi materiali hanno
raggiunto, combinandosi, un certo grado di evoluzione. La scienza e le
filosofie atee d'oggi si rifanno a queste conclusioni. Secondo queste
teorie, il corpo sarebbe una sintesi di elementi chimici che a contatto
gli uni con gli altri produrrebbero la vita. Tutta l'antropologia è
basata su questa tesi. Non è raro, soprattutto negli Stati Uniti,
vedere numerose pseudo-religioni aderire a questa filosofia, e a quella
delle sette buddiste di natura nichilista.
Anche se Arjuna avesse aderito alla filosofia vaibhasika e
avesse negato l'esistenza di un'anima distinta dal corpo, non avrebbe
avuto alcun motivo per lamentarsi. Nessuno lamenterebbe la perdita di
un'amalgama di elementi chimici e trascurerebbe per questo di compiere
il proprio dovere. In una guerra, per esempio, nessuno piange sulle
tonnellate di prodotti chimici sprecate per combattere il nemico!. La
filosofia vaibhasika sostiene che l'atma, l'anima,
perisce col corpo. Perciò, sia che Arjuna aderisca alla conclusioni dei
Veda, che affermano l'esistenza di un'anima infinitesimale, sia
che non riconosca queste conclusioni, egli non ha ragione di lamentarsi.
Secondo la teoria vaibhasika, innumerevoli esseri viventi
provengono a ogni istante dalla materia e altrettanti periscono; perché
allora rattristarsi di un incidente così banale come la morte? E
poiché non si rischia di rinascere, sempre secondo questa tesi, perché
Arjuna dovrebbe temere le conseguenze dell'uccisione di suo nonno e del
suo precettore? Krishna lo chiama dunque ironicamente maha-bahu,
"Arjuna dalle braccia potenti", poiché il Signore
naturalmente non accetta la teoria dei vaibhasika, che ignorano
la saggezza vedica. Come ksatriya, Arjuna appartiene alla
cultura vedica e deve continuare a seguire i suoi princìpi.
VERSO 27
jatasya hi dhruvo mrityur
dhruvam janma mritasya ca
tasmad apariharye 'rthe
na tvam socitum arhasi
jatasya: di colui che è nato;
hi: certamente; dhruvah: un fatto; mrityuh:
morte; dhruvam: ed è anche un fatto; janma: nascita;
mritasya: di colui che è morto; ca: anche; tasmat:
perciò; apariharye: di ciò che è inevitabile; arthe:
in materia di; na: non; tvam: tu; socitum:
lamento; arhasi: si addice.
TRADUZIONE
La morte è certa per chi nasce e la nascita è
certa per chi muore. Poiché devi compiere il tuo dovere, non dovresti
lamentarti così.
SPIEGAZIONE
Alla fine della vita dobbiamo morire per
rinascere in un altro corpo, le cui condizioni sono determinate dalle
attività compiute in questa vita. Così la ruota delle nascite e delle
morti gira senza fine per colui che non raggiunge la liberazione. Ma la
legge delle nascite e delle morti non incoraggia gli omicidi, i massacri
e le guerre inutili, anche se talvolta, per preservare la legge e
l'ordine nella società, l'uomo deve ricorrere alla violenza.
La battaglia di Kuruksetra è inevitabile perché è desiderata dal
Signore ed è dovere dello ksatriya combattere per la giusta
causa. Perché Arjuna, che compie semplicemente il suo dovere, dovrebbe
dunque essere terrorizzato o afflitto all'idea che la morte possa
colpire i suoi parenti durante il combattimento? Non gli conviene
infrangere il codice degli ksatriya col rischio d'incorrere
nelle conseguenze nefaste che egli teme. Inoltre, non è mancando al suo
dovere che potrà impedire la morte dei suoi familiari, senza contare la
degradazione a cui si esporrebbe per aver scelto la strada sbagliata.
VERSO 28
avyaktadini bhutani
vyakta-madhyani bharata
avyakta-nidhanany eva
tatra ka paridevana
avyakta-adini: all'inizio non
manifestati; bhutani: tutti questi esseri creti; vyakta:
manifestati; madhyani: nel mezzo; bharata: o
discendente di Bharata; avyakta: non manifestati; nidhanani:
quando sono annientati; eva: è proprio così; tatra:
perciò; ka: quale; paridevana: lamento.
TRADUZIONE
Tutti gli esseri creati sono in origine non
manifestati, si manifestano nello stadio intermedio, e una volta
dissolti tornano a essere non manifestati. A che serve dunque
lamentarsi?
SPIEGAZIONE
Esistono due categorie di filosofi, quelli
che credono all'esistenza dell'anima e quelli che la negano, ma né gli
uni né gli altri hanno motivo di lamentarsi. Gli uomini che seguono i
princìpi della saggezza vedica chiamano "atei" coloro che
negano l'esistenza dell'anima. Supponiamo per un istante di accettare la
filosofia atea; che ragione avremmo di lamentarci? Prima della
creazione, in assenza dell'anima, gli elementi materiali esistono già,
anche se allo stato non manifestato. Da questo stato sottile si sviluppa
in seguito lo stato manifestato, così come dall'etere viene l'aria,
dall'aria il fuoco, dal fuoco l'acqua, dall'acqua la terra, che a sua
volta dà origine a molti fenomeni. Prendiamo un insieme di elementi
terrestri, per esempio un grattacielo, che viene demolito: da
manifestato che era ritorna non manifestato per decomporsi alla fine in
atomi. La legge di conservazione dell'energia continua ad agire, l'unica
differenza è che gli oggetti sono a volte manifestati e a volte no. Ma
in un caso o nell'altro, perché lamentarci? Anche se tornati non
manifestati, gli oggetti non sono perduti. All'inizio come alla fine
tutto è non manifestato; la manifestazione appare solo nella fase
intermedia, e ciò anche dal punto di vista materiale non fa molta
differenza.
La conclusione di tutti gli Scritti vedici, e della Bhagavad-gita in
particolare, è che il corpo materiale si deteriora col tempo (antavanta
ime dehah), mentre l'anima rimane eterna (nityasyoktah
saririnah). Chi comprende questo deve ricordare che il corpo è
come un vestito e non c'è ragione di lamentarsi per un cambiamento di
vestito. Di fronte all'eternità dell'anima, l'esistenza del corpo passa
come un sogno. In sogno possiamo credere di volare nel cielo o di essere
seduti su un carro come un re, ma al risveglio dobbiamo abbandonare le
nostre illusioni. La saggezza delle scritture vediche c'incoraggia alla
realizzazione spirituale mostrandoci la natura fugace del corpo
materiale. Che si creda o no all'esistenza dell'anima, non c'è ragione
di lamentarsi per la perdita del corpo.
VERSO 29
ascarya-vat pasyati kascid enam
ascarya-vad vadati tathaiva canyah
ascarya-vac cainam anyah srinoti
ascarya-vat: straordinaria;
pasyati: vede; kascit: qualcuno; enam:
quest'anima; ascarya-vat: straordinaria; vadati: parla
di; tatha: così; eva: certamente; ca: anche;
anyah: un altro; ascarya-vat: similmente straordinaria;
ca: anche; enam: quest'anima; anyah: un altro;
srinoti: ascolta; srutva: avendo ascoltato; api:
anche; enam: quest'anima; veda: conosce; na:
mai; ca: e; eva: certamente; kascit:
qualcuno.
TRADUZIONE
Alcuni vedono l'anima come una meraviglia, altri la
descrivono come una meraviglia, altri ancora ne sentono parlare come di
una meraviglia, ma c'è chi non riesce a concepirla neanche dopo averne
sentito parlare.
SPIEGAZIONE
La Gitopanisad si fonda ampiamente
sui princìpi delle Upanisad, perciò non ci stupisce di
trovare nella Katha Upanisad (1.2.7) un verso molto simile a
quello che stiamo studiando.
sravanayapi bahubhir yo na labhyah
srinvanto 'pi bahavo yam na vidyuh
ascaryo vakta kusalo sya labdha
ascaryo 'sya jnata kusalanusistah
Senza dubbio è qualcosa di straordinario che
l'anima infinitesimale occupi il corpo di un animale gigantesco e quello
di un grande albero di baniano, o ancora quello di un microbo tra i
miliardi di microbi presenti in un centimetro cubo di spazio. L'uomo di
scarsa conoscenza e l'uomo che non pratica l'austerità non arriveranno
mai a capire lo splendore di questa scintilla spirituale dalle
dimensioni infinitesimali, anche se la spiegazione sull'anima è data
dal più grande maestro della conoscenza vedica, Sri Krishna, dal Quale
anche Brahma —il primo essere creato nel nostro universo— ha
ricevuto gli insegnamenti. In questa era la maggior parte della gente, a
causa di una visione troppo materialistica, non può concepire che una
particella così minuscola possa animare simultaneamente forme così
gigantesche e così piccole.
Alcuni vedono la meraviglia dell'anima e altri ne ascoltano le glorie.
Illuso dall'energia materiale, l'uomo è talmente immerso nella ricerca
del piacere da non aver più tempo per interrogarsi sulla propria
identità spirituale; non sa che senza conoscenza ogni attività conduce
alla sconfitta nella lotta per l'esistenza. Molti non sanno che se si
vuol porre fine alle sofferenze materiali che ci opprimono è necessario
interessarsi all'anima. L'anima è oggetto di colloqui e conferenze, ma
per ignoranza la gente confonde l'Anima Suprema con l'anima individuale,
crede che siano un tutt'uno e non vede la differenza che esiste sul
piano quantitativo. È molto raro trovare qualcuno che abbia capito
perfettamente la posizione dell' Anima Suprema e dell'anima
infinitesimale, le loro funzioni e le relazioni che le uniscono, in
breve di tutto ciò che le riguarda. E ancor più raro è trovare
qualcuno che abbia tratto pieno vantaggio dalla conoscenza dell'anima e
sappia quindi spiegare tutto ciò che la riguarda. Ma se in un modo o
nell'altro riusciamo a capire il "problema dell'anima", allora
la nostra vita sarà fruttuosa. Il modo più facile per capire l'anima
è accettare le parole della Bhagavadgita, pronunciate dalla
più grande autorità, Sri Krishna, senza farci sviare da altre teorie.
Ma prima di poter accettare Krishna come Dio, la Persona Suprema,
occorre aver compiuto molti sacrifici e grandi austerità in questa vita
o in quelle precedenti. Comunque, la misericordia incondizionata di un
puro devoto è l'unica via per arrivare a conoscere Krishna come Persona
Suprema.
VERSO 30
dehi nityam avadhyo 'yam
dehe sarvasya bharata
tasmat sarvani bhutani
na tvamsocitum arhasi
dehi: il proprietario del corpo
materiale; nityam: eternamente; avadhyah: non può
essere uccisa; ayam: quest'anima; dehe: nel corpo;
sarvasya: di tutti; bharata: o discendente di Bharata; tasmat:
perciò; sarvani: tutti; bhutani: gli esseri viventi
(che sono nati); na: mai; tvam: tu; socitum:
lamentari; arhasi: ti si addice.
TRADUZIONE
O discendente di Bharata, colui che dimora nel
corpo non può mai essere ucciso. Non devi quindi piangere per alcun
essere vivente.
SPIEGAZIONE
Il Signore conclude con questo verso le Sue
istruzioni sulla natura immutabile dell'anima. Dopo aver descritto le
sue caratteristiche, Krishna mostra che l'anima è eterna e il corpo è
temporaneo. Arjuna deve dunque compiere il suo dovere di ksatriya senza
lasciarsi fermare dalla paura che suo nonno Bhisma e il suo maestro
Drona muoiano nella battaglia. Anche noi, basandoci sull'autorità di
Sri Krishna, dobbiamo accettare senza più dubbi che l'anima esiste ed
è distinta dal corpo materiale, e rifiutare di credere che i sintomi
della vita appaiano a un certo stadio dell'evoluzione della materia per
una semplice combinazione di elementi chimici. Sebbene l'anima sia
immortale, non si deve incoraggiare la violenza, salvo in tempo di
guerra, quando è veramente necessaria. E quando diciamo "veramente
necessaria" s'intende che è applicata con l'approvazione del
Signore, e non arbitrariamente.
VERSO 31
sva-dharman api caveksya
na vikampitum arhasi
dharmyad dhi yuddhac chreyo 'nyat
ksatriyasya na vidyate
sva-dharman: i princìpi religiosi
individuali; api: anche; ca: in verità; aveksya:
considerando; na: mai; vikampitum: esitare; arhasi:
ti si addice; dharmyat: per i princìpi religiosi; hi:
in verità; yuddhat: che il combattimento; sreyah:
migliore impegno; anyat: nessun altro; ksatriyasya:
dello ksatriya; na: non; vidyate: esiste.
TRADUZIONE
Considerando il tuo dovere di ksatriya dovresti
sapere che non esiste è per te impegno migliore che combattere secondo
i princìpi della religione; non hai quindi ragione di esitare.
SPIEGAZIONE
Nel varnasrama-dharma è chiamato ksatriya
colui che appartiene al secondo varna (Gruppo sociale), i
cui componenti hanno il compito di amministrare lo Stato secondo i veri
princìpi e proteggere gli altri esseri da ogni difficoltà. Il nome ksatriya
deriva da ksat "aggredire", e trayate "proteggere".
Un tempo lo ksatria era addestrato a combattere nella foresta,
dove andava a sfidare una tigre e l'affrontava con la spada. La tigre
uccisa veniva poi bruciata con