LA BHAGAVAD-GITA COSI' COM'E'

DI  SUA DIVINA  GRAZIA

 SWAMI  PRABHUPADA

La bhagavad-gita

 

Capitolo 2:  Il CONTENUTO DELLA BHAGAVAD-GITA.

 

 

 

Sintesi del contenuto
della Bhagavad-gita

 

 

VERSO 1

sanjaya uvaca
tam tatha kripayavistam
asru-purnakuleksanam
visidantam idam vakyam
uvaca madhusudanah

sanjayah uvaca: Sanjaya disse; tam: ad Arjuna; tatha: così; kripaya: dalla compassione; avisam: sopraffatto; asru-purna-akula: pieno di lacrime; iksanam: occhi; visidantam: lamentando; idam: queste; vakyam: parole; uvaca: disse; madhu-sudanah: l'uccisore di Madhu.

 

TRADUZIONE

Sanjaya disse:
Vedendo Arjuna con le lacrime agli occhi, pieno di compassione e molto triste,

 Madhusudana —Krishna—

 gli rivolge queste parole.

 

SPIEGAZIONE

La compassione per il corpo, i lamenti e le lacrime sono segni che rivelano l'ignoranza del nostro vero sé. Solo per l'anima eterna ha compassione colui che è cosciente del suo vero sé. Il nome Madhusudana è significativo in questo verso. Ci ricorda che Sri Krishna ha ucciso il demone Madhu, e ora Arjuna vuole che Krishna uccida il demone del dubbio, da cui fu assalito al momento di compiere il suo dovere. Nessuno sa a chi mostrare la propria pietà. Piangere sui vestiti di un uomo che sta annegando non ha significato. Sarebbe assurdo, per salvare un uomo che affoga, preoccuparsi del suo cappotto. Non si può quindi salvare un uomo che affoga nell'oceano dell'ignoranza se si cerca soltanto di soddisfare le richieste del suo corpo fisico, che è solo un vestito. Ignorare l'esistenza dell'anima e impietosirsi per il corpo è proprio del sudra, colui che si lamenta senza ragione. Arjuna era uno ksatriya, e nessuno si sarebbe aspettato da lui un simile comportamento. Ma Sri Krishna può dissipare facilmente l'illusione dell'uomo ignorante ed è a questo fine che Egli ha esposto la filosofia della Bhagavad-gita.
In questo capitolo Krishna, maestro supremo della conoscenza, ci conduce verso la realizzazione del sé eterno con lo studio analitico del corpo materiale e dell'anima spirituale. Tale realizzazione può essere raggiunta da colui che agisce senza attaccamento ai frutti dell'azione e non perde mai di vista la propria identità spirituale.

 

 

VERSO 2

sri-bhagavan uvaca
kutas tva kasmalam idam
visame samupasthitam
anarya-justam asvargyam
akirti-karam arjuna

 

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; kutah: da dove; tva: a te; kasmalam: impurità; idam: questo lamento; visame: in questo momento difficile; samupasthitam: arrivata; anarya: persone che non conoscono il valore della vita; justam: messo in pratica; asvargyam: che non guida ai pianeti superiori; akirti: infamia; karam: la causa di; arjuna: o Arjuna.

 

TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
Mio caro Arjuna, da dove viene questa mancanza di purezza? Non è affatto degna di un uomo che conosce il valore della vita. Non ti porterà ai pianeti superiori ma all'infamia.

 

SPIEGAZIONE

Krishna è Dio, la Persona Suprema, perciò nel corso della Bhagavad-gita sarà chiamato con nome di Bhagavan, che designa l'aspetto supremo della Verità Assoluta.
Si distinguono tre stadi nella realizzazione della Verità Assoluta: Brahman, lo Spirito impersonale e onnipresente; Paramatma, l'aspetto di Dio localizzato nel cuore di ogni essere; e Bhagavan, la Persona Suprema, Sri Krishna. Lo Srimad Bhagavatam rivela questi tre aspetti della Verità Assoluta:

vadanti tat tattva-vidas
tattvam yaj jnanam advayam
brahmeti paramatmeti
bhagavan iti sabdyate

"La realizzazione della Verità Assoluta comporta tre stadi, che sono conoscibili da colui che l'ha attuata fino in fondo. Questi tre aspetti—Brahman, Paramatma e Bhagavan— formano un Essere Unico."

 (S.B. 1.2.11)

Per illustrare questi tre aspetti della realizzazione della Verità Assoluta prendiamo l'esempio del sole, che possiede anch'esso tre aspetti: i raggi, la superficie e l'astro in sè. Il neofita studia solo i raggi, lo studente più istruito esamina la superficie, mentre il più avanzato riesce a entrare nell'astro stesso. Lo studente comune che si accontenta di studiare la luce del sole come presenza diffusa, cioè l'irradiamento impersonale del sole, può essere paragonato a colui che riesce a realizzare solo l'aspetto Brahman della Verità Assoluta. Lo studente più avanzato, invece, giunge a osservare il disco solare, che corrisponde all'aspetto Paramatma della Verità Assoluta, mentre lo studente capace di entrare nel cuore dell'astro corrisponde a colui che ha realizzato l'aspetto personale della Verità Assoluta. Sebbene coloro che cercano la Verità abbiano tutti il medesimo oggetto di studio, i bhakta sono gli spiritualisti più avanzati perché conoscono Bhagavan, cioè l'aspetto supremo della Verità Assoluta. I raggi, il disco solare e la vita sull'astro sono intimamente connessi tra loro, ma costituiscono tre campi di studio differenziati secondo i tre livelli di comprensione.

Parasara Muni, padre di Vyasadeva, che ha grande autorità in materia, spiega così il significato del termine sanscrito bhagavan: colui che possiede senza limiti la bellezza, la ricchezza, la fama, la potenza, la saggezza e la rinuncia. Migliaia sono le persone ricche o potenti, belle o celebri, erudite o capaci di rinuncia, ma nessuna può dimostrare di possedere integralmente tutti questi attributi. Solo Krishna può, perché Krishna è Dio la Suprema Persona. Nessun essere vivente, neanche Brahma, Siva o Narayana, possiede questi attributi in modo così completo come Krishna. Brahma stesso ne è consapevole quando conclude nella Brahma-samhita che Sri Krishna è Dio, la Persona Suprema. Nessuno Gli è uguale o superiore. Egli è Bhagavan, il Signore originale, chiamato anche Govinda, ed è la causa suprema di tutte le cause.

isvarah paramah krishnah
sac-cid-ananda-vigrahah
anadir adir govindah
sarva-karana-karanam

"Ci sono molte persone che possiedono le qualità di Bhagavan, ma Krishna è il Supremo e nessuno può superarLo. Egli è Govinda, il Signore originale, la causa di tutte le cause, e il Suo corpo è eterno, pieno di conoscenza e felicità." (Brahma-samhita 5.1)

Lo Srimad Bhagavatam, che elenca un grande numero di avatara e di emanazioni plenarie del Signore, dichiara che Krishna è la Persona Suprema e originale, da cui emanano tutti gli avatara e tutte le manifestazioni divine:

ete camsa-kalah pumsah
krishnas tu bhagava svayam
indrari-vyakulam lokam
mridayanti yuge yuge

"Ogni manifestazione divina è un'emanazione plenaria di Dio oppure un'emanazione parziale di questa emanazione plenaria, ma Krishna è Dio, la Persona Suprema." (S.B. 1.3.28)

Krishna è dunque la Persona Suprema e originale, la Verità Assoluta, fonte dell'Anima Suprema e del Brahman impersonale. In presenza di Dio i lamenti di Arjuna per la famiglia sono del tutto fuori luogo, e Krishna gli esprime la Sua sorpresa col termine kutah (da dove). Chi si sarebbe aspettato che un arya mostrasse sentimenti così indegni? Arya è colui che conosce il valore della vita e pone la realizzazione spirituale alla base dell'esistenza. Tutti gli altri hanno una concezione materialistica dell'esistenza e ignorano che il fine della vita è la realizzazione della Verità Assoluta — Visnu, Bhagavan. Affascinati dal mondo materiale, non sanno neppure che cosa significhi liberarsi. Le persone che non sanno neppure che cosa significhi liberarsi. Le persone che non sanno che cosa significhi liberarsi dai legami della materia sono chiamati anarya. Essendo uno ksatriya, e rifiutandosi di combattere, Arjuna manca al suo dovere, e questo atto di codardia è indegno di un'arya. Allontanarsi dal proprio dovere non aiuta a progredire spiritualmente e non permette neppure di diventare famosi in questo mondo. Krishna non approva affatto la cosiddetta compassione di Arjuna per i suoi parenti.

 

 

VERSO 3

klaibyam ma sma gamah partha
naitat tvayy upapadyate
ksudram hridaya-daurbalyam
tyaktvottisha parantapa

klaibyam: impotenza; ma sma: non; gamah: accetta; partha: o figlio di Pritha; na: mai; etat: questa; tvayi: di te; upapadyate: è degna; ksudram: molto poco; hridaya: del cuore; daurbalyam: debolezza; tyatva: abbandonando; uttistha: alzati; param-tapa: o vincitore del nemico.

 

TRADUZIONE

O figlio di Pritha, non cedere a questa umiliante impotenza. Non ti si addice. Abbandona questa meschina debolezza di cuore, o vincitore del nemico, e alzati.

 

SPIEGAZIONE

Chiamandolo "figlio di Pritha", Krishna vuole sottolineare il legame di parentela che Lo unisce ad Arjuna, perché Pritha è la sorella di Suo padre Vasudeva. Il figlio di un brahmana se non è virtuoso, così il figlio di uno ksatriya non deve mai rifiutarsi di combattere se vuole essere riconosciuto come ksatriya; se il primo è un empio e il secondo un codardo, entrambi saranno indegni del loro padre. Krishna non vuole che il Suo caro amico Arjuna sia considerato indegno del padre ksatriya, perciò, salito sul suo carro, è pronto a dargli i Suoi consigli. Ma se Arjuna non saprà trarre vantaggio dai consigli del Signore e abbandonerà la lotta, si macchierà di un atto infame. Krishna aggiunge quindi che questo comportamento di Arjuna può scusarsi adducendo la sua venerazione per il rispettabile Bhisma e per i suoi parenti, ma Krishna considera questa magnanimità una mera forma di debolezza. Questa falsa magnanimità non è affatto conforme alle Scritture. La presunta non violenza di Arjuna è quindi del tutto fuori posto, e seguendo le direttive di Krishna egli dovrebbe rinunciarvi.

 

 

VERSO 4

arjuna uvaca
katham bhismam aham sankhye
dronam ca madhusudana
isubhih pratiyotsyami
pujarhav ari-sudana

arjunah uvaca: Arjuna disse; katham: come; bhismam: Bhisma; aham: io; sankhye: nel combattimento; dronam: Drona; ca: anche; madhusudana: o uccisore di Madhu; isubhih: con frecce; pratiyotsyami: contrattaccherò; puja-arhau: coloro che sono degni di adorazione; ari-sudana: o uccisore del nemico.

 

TRADUZIONE

Arjuna disse:
O uccisore dei nemici, o uccisore di Madhu, come potrei nel corso della battaglia respingere con le mie frecce uomini come Bhisma e Drona degni della mia venerazione?

 

SPIEGAZIONE

In qualsiasi circostanza uomini rispettabili come Bhisma, il nonno di Arjuna, e Dronacarya, il suo maestro, rimangono degni di venerazione. Perfino se attaccano, non conviene rispondere alle loro provocazioni. Come regola generale, nessuno dovrebbe mai scontrarsi con gli anziani, neppure verbalmente; anche se manifestano una certa asprezza nel loro comportamento, non bisogna mai trattarli duramente. Come contrattaccare quando il nemico è composto proprio dai nostri maestri? Combatterebbe Krishna contro Suo nonno Ugrasena o contro il Suo maestro, Sandipani Muni? Queste sono alcune obiezioni di Arjuna.

 

 

VERSO 5

gurun ahatva hi mahanubhavan
sreyo bhoktum bhaiksyam apiha loke
hatvartha-kamams tu gurun ihaiva
bhunjiya bhogan rudhira-pradigdhan

gurun: i superiori; ahatva: non uccidendo; hi: certamente; maha-anubhavan: grandi anime; sreyah: è preferibile; bhoktum: godere della vita; bhaiksyam: elemosinando; api: perfino; iha: in questa vita; loke: in questo mondo; hatva: uccidendo; artha: guadagno; kaman: desiderando; tu: ma; gurun: superiori; iha: in questo mondo; eva: certamente; bhunjiya: deve godere di; bhogan: ciò di cui si può godere; rudhira: sangue; pradigdhan: tinto di.

 

TRADUZIONE

Meglio vivere in questo mondo mendicando piuttosto che vivere al prezzo della vita di grandi anime, quali i miei maestri. Sebbene avidi di guadagni materiali, essi sono pur sempre i nostri superiori. Se li uccidiamo, tutto ciò di cui potremo godere sarà macchiato di sangue.

 

SPIEGAZIONE

Secondo le Scritture, un maestro è rinnegato se commette atti abominevoli o se non è più capace di discernere il bene dal male. Bhisma e Drona si trovano proprio in questa situazione. Infatti, hanno creduto di doversi unire a Duryodhana solo perché costui provvedeva ai loro bisogni, ma non avrebbero mai dovuto accettare un tale compromesso unicamente per ragioni di denaro. Un atto simile li ha resi indegni del rispetto che si deve portare ai maestri. Ma Arjuna, che li considera sempre suoi maestri, pensa che beneficiare di beni materiali alla loro morte significhi godere di una felicità insanguinata.

 

 

VERSO 6

na caitad vidmah kataran no gariyo
yad va jayema yadi va no jayeyuh
yan eva hatva na jijivisamas
te 'vasthitah pramukhe dhartarastrah

na: nè; ca: anche; etat: questo; vidmah: sappiamo; katarat: quale; nah: per noi; gariyah: meglio; yat va: se; jayema: conquistiamo; yadi: se; va: o; nah: noi; jayeyuh: essi conquistano; yan: coloro che; eva: certamente; hatva: uccidendo; na: mai; jijivisamah: vogliamo vivere; te: di tutti loro; avastitah: sono situati; pramukh: davanti; dhartarastrah: i figli di Dhritarastra.

 

TRADUZIONE

Non so se sia meglio vincerli o esserne vinti. Se uccidessimo i figli di Dhritarastra, non avremmo più alcun desiderio di vivere; eppure essi sono qui, schierati di fronte a noi sul campo di battaglia.

 

SPIEGAZIONE

Arjuna non sa se deve combattere e commettere inutili violenze, pur sapendo che combattere è il dovere di uno ksatriya, o se deve ritirarsi e vivere mendicando. Se non vincesse il nemico, mendicare sarebbe l'unica possibilità di sopravvivenza per lui. Non è neppure sicuro della vittoria, perché le forze dei due eserciti si equivalgono. E anche se la vittoria attendesse i Pandava, la cui causa è perfettamente giusta, sarebbe un grande dolore vivere dopo la scomparsa dei figli di Dhritarastra. Se tutti morissero in battaglia, anche la vittoria sarebbe sconfitta. Queste riflessioni di Arjuna provano che egli non è soltanto un grande devoto del Signore, ma anche un uomo illuminato dalla conoscenza spirituale e dotato di un perfetto controllo della mente e dei sensi. Sebbene egli sia di sangue reale, il suo desiderio di vivere mendicando è un altro segno del suo distacco. La sua virtù è autentica ed è rafforzata dalla fiducia negli insegnamenti di Krishna, il suo maestro spirituale. Arjuna è dunque perfettamente degno di essere liberato dalla materia. Se non diventa maestro dei sensi l'uomo non può elevarsi al piano della conoscenza, e senza devozione e conoscenza non è possibile raggiungere la liberazione. Oltre a grandi meriti materiali, Arjuna possiede tutte queste qualità spirituali.

 

 

VERSO 7

karpanya-dosopahata-svabhavah
pricchami tvam dharma-sammudha-cetah
yac chreyah syan niscitam bruhi tn me
sisyas te 'ham sadhi mam tvam prapannam

karpanya: di miseria; dosa: per la debolezza; upahata: essendo afflitto; sva-bhavah: caratteristiche; pricchami: io chiedo; tvam: a Te; dharma: religione; sammudha: confuso; cetah: nel cuore; yat: quale; sreyah: bene; syat: può essere; niscitam: in confidenza; bruhi: di; tat: ciò; me: a me; sisyah: discepolo; te: Tuo; aham: sono; sadhi: istruisci; mam: me; tvam: a Te; prapannam: arreso.

 

TRADUZIONE

Ora sono confuso sul mio dovere e ho perso la calma a causa di una debolezza meschina. In questa condizione Ti chiedo di dirmi chiaramente ciò che è meglio per me. Ora sono Tuo discepolo e un'anima sottomessa a Te. Istruisci, Ti prego.

 

SPIEGAZIONE

Il complesso sistema delle azioni materiali, dominate dalle leggi della natura, lascia l'uomo perplesso. Ogni passo nella vita solleva nuovi interrogativi. È necessario dunque avvicinare un maestro spirituale autentico, capace di aiutarci a compiere la missione della nostra esistenza. Tutti gli Scritti vedici consigliano di avvicinare un maestro spirituale autentico per liberarci dalla confusione che nostro malgrado ci turba, come un fuoco divampato all'improvviso in una foresta, che nessuno ha provocato o voluto. La vita in questo mondo ci opprime con ogni sorta di complicazioni in modo imprevisto e contro la nostra volontà. Gli Scritti vedici consigliano dunque di cercare la soluzione dei nostri problemi con l'aiuto di un maestro spirituale che appartiene a una successione autentica di maestro spirituale che appartiene a una successione autentica di maestri e di maestri e di comprendere perfettamente la scienza che ci presenta. Poiché il maestro spirituale può trasmettere al discepolo la conoscenza perfetta, è bene avvalersi del suo aiuto piuttosto che rimanere perplessi e confusi di fronte ai problemi dell'esistenza. Ecco l'insegnamento di questo verso.

La natura materiale rende perplessi tutti coloro che ignorano i veri problemi dell'esistenza. La Brihad-aranyaka Upanisad (3.8.10) descrive in questo modo l'uomo perplesso: yo va etad aksaram gargy aviditvasmal lokat praiti sa kripanah. "È un 'avaro' colui che dopo aver sprecato la vita umana lascia questo mondo come farebbe un cane o un gatto, senza aver risolto i problemi della vita e senza aver compreso la scienza della realizzazione spirituale." In realtà, la forma umana è un vantaggio molto prezioso e vivere senza trarne beneficio significa agire come l'avaro, che non sa trarre profitto dai suoi beni, Il brahmana, invece, usa intelligenza che non sa trarre profitto dai suoi beni. Il brahmana, invece, usa intelligentemente il suo corpo, servendosene per risolvere i problemi che deve affrontare nella vita. Ya etad aksaram gargi viditvasmal lokat praiti sa brahmanah.

I kripana, gli "avari", hanno una visione puramente materialistica della vita e si perdono in un affetto morboso per la famiglia, la società e la patria, attaccati come sono alla moglie, ai figli e ai parenti dai legami della carne. Il kripana pensa di poter salvare i suoi dalla morte e crede che la famiglia o lo Stato possano fare altrettanto per lui. Quest'attaccamento esiste anche negli animali, che si prendono grande cura dei loro piccoli. Arjuna è intelligente perciò può comprendere che l'affetto per la famiglia e il desiderio di proteggerla dalla morte sono le vere cause della sua titubanza. Non ignora che il dovere di guerriero lo attende, ma una debolezza meschina gli impedisce di compierlo. Perciò domanda a Krishna, il maestro spirituale supremo, di trovare una soluzione definitiva. Le parole che maestro e discepolo si scambiano sono sempre serie, perciò Arjuna si offre a Krishna come discepolo, desideroso di sostituire alle conversazioni amichevoli un colloquio più profondo col suo maestro spirituale. Così Krishna fu il primo maestro a insegnare la scienza della Bhagavad-gita e Arjuna il primo discepolo, maestro nell'arte di apprenderla. Sono descritte nella Bhagavad-gita le qualità che permettono ad Arjuna di coglierne il messaggio, eppure certi cosiddetti eruditi proclamano che è inutile abbandonarsi a Krishna come Persona e professano la sottomissione al "non nato di cui Krishna è la manifestazione esterna". Ma nella Persona di Krishna non esiste nessuna differenza tra l'interno e l'esterno. È inutile, perciò, e privo di senso cercare di approfondire la Bhagavad-gita senza coglierne questa verità essenziale.

 

 

VERSO 8

na hi prapasyami mamapanudyad
yac chokam ucchosanam indiyanam
avapya bhumav asapatnam riddham
rajyam suranam api cadhipatyam

na: non; hi: certamente; prapasyami: vedo; mama: mio; apanudyat: può allontanare; yat: questo; sokam: lamento; ucchosanam: che sta inaridendo; indriyanam: i sensi; avapya: raggiungendo; bhumau: sulla Terra; asapatnam: senza rivali; riddham: prospero; rajyam: regno; suranam: degli esseri celesti; api: perfino; ca: anche; adhiptyam: supremazia.

 

TRADUZIONE

Non vedo il modo di allontanare il dolore che inaridisce i miei sensi. Non riuscirò a eliminarlo nemmeno se sulla Terra ottenessi un regno prospero e senza uguali e una sovranità simile a quella dei deva sui pianeti celesti.

 

SPIEGAZIONE

Sebbene molti degli argomenti di Arjuna siano basati su princìpi religiosi e su codici morali, è chiaro che egli non può risolvere il suo vero problema senza l'aiuto del suo maestro spirituale, Sri Krishna. Capisce che tutta la sua cosiddetta conoscenza non gli è di alcun aiuto in questa situazione critica, in cui sente venir meno il gusto di vivere; era impossibile per lui risolvere le sue perplessità senza l'aiuto di un maestro spirituale come Krishna. La conoscenza accademica, l'erudizione e il prestigio non servono a risolvere i problemi della vita; soltanto un maestro spirituale come Krishna può darci un aiuto. Si può concludere quindi che il maestro spirituale pienamente cosciente di Krishna è il maestro autentico, perché può risolvere tutti problemi dell'esistenza. Sri Caitanya Mahaprabhu disse che il vero maestro spirituale è colui che è maestro nella scienza di Krishna, indipendentemente dalla sua posizione sociale:

kiba vipra, kiba nyasi, sudra kene naya
yei krishna-tattva-vetta, sei ‘guru' haya

"Non importa se una persona è un vipra esperto nella saggezza vedica) o ha umili origini o è situato nell'ordine di rinuncia; se è maestro nella scienza di Krishna è il maestro spirituale perfetto e autentico." (Caitanya-caritamrita, Madhya 8.128) Nessuno è un maestro spirituale autentico se non conosce perfettamente la scienza di Krishna. Le Scritture vediche insegnano:

sat-karma-nipuno vipro
mantra-tantra-visaradah
avaisnavo gurur na syad
vaisnavah sva-paco guruh

"Anche un brahmana erudito, esperto in tutti i rami del sapere vedico, non può diventare maestro spirituale se non è un vaisnava, cioè se non conosce perfettamente la scienza di Krishna mentre il vaisnava, colui che è cosciente di Krishna, può diventare maestro spirituale anche se proviene da una classe sociale inferiore." (Padma Purana)

Il progresso e la prosperità materiale non aiutano a risolvere i problemi dell'esistenza, cioè la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte. Negli Stati "evoluti", dove l'economia in pieno sviluppo offre ai cittadini ogni facilitazione, i problemi sono gli stessi che altrove. Si cerca la pace in diversi modi, ma invano. La vera felicità si raggiunge solo consultando Krishna ossia la Bhagavad-gita e lo Srimad Bhagavatam, che costituiscono la scienza di Krishna, trasmessa attraverso il Suo rappresentante autentico, la persona cosciente di Krishna.

Se lo sviluppo economico e il benessere materiale potessero salvarci dalle angosce che procurano la famiglia, la società, la nazione o l'appartenenza all'umanità in generale, che significato avrebbero le parole di Arjuna quando dice che il suo dolore non potrebbe essere alleviato né da un regno senza uguali sulla Terra né da potere di cui godono gli esseri celesti sui pianeti superiori? Egli cerca invece rifugio nella coscienza di Krishna, il giusto sentiero verso la pace e l'armonia. Lo sviluppo economico di un Paese o la sua supremazia sugli altri Stati possono tramontare all'improvviso a causa di un cataclisma naturale, e il posto conquistato su un altro pianeta, anche se più evoluto del nostro, come la luna che l'uomo si sforza ora di raggiungere, può esserci strappato in un momento. La Bhagavad-gita lo conferma: ksine punye martya-lokam visanti. "Esauriti i piaceri che sono le conseguenze delle attività virtuose, l'uomo deve sprofondare dalla più alta felicità alla più bassa degradazione." Sono numerosi i grandi uomini politici che cadono così. Tali cadute sono soltanto nuove occasioni di lamento. Solo rifugiandosi in Krishna, come fa Arjuna, si mette fine ai lamenti. A Krishna infatti egli si rivolge per risolvere il suo problema in modo definitivo, e quest'abbandono totale al Signore è il principio stesso della coscienza di Krishna.

 

 

VERSO 9

sanjaya uvaca
evam uktva hrisikesam
gudakesah parantapah
na yotsya iti govindam
uktva tusnim babhuva ha

sanjayah uvaca: Sanjaya disse; evam: così; uktva: parlando; hrisikesam: a Krishna, il maestro dei sensi; gudakesah: Arjuna, il maestro che vince l'ignoranza; parantapah: il vincitore dei nemici; na yotsye: non combatterò; iti: perciò; govindam: a Krishna, l'elargitore del piacere dei sensi; uktva: dicendo; tusnim: silenzioso; babhuva: diventò; ha: certamente.

 

TRADUZIONE

Sanjaya disse:
Avendo così parlato, Arjuna, il vincitore dei nemici, dice a Krishna: "Govinda, Non combatterò", e rimane in silenzio.

 

SPIEGAZIONE

Dhritarastra è certamente molto soddisfatto di sapere che Arjuna, invece di combattere, si prepara a lasciare il campo di battaglia per condurre una vita da mendicante; ma grande è la sua delusione quando sente Sanjaya che chiama Arjuna "Parantapa", "colui che ha il potere di uccidere i suoi nemici".
L'affetto per la famiglia ha gettato Arjuna in un'angoscia irragionevole, ma anche nello sgomento egli ha saputo abbandonarsi a Krishna, diventando così il discepolo del maestro spirituale supremo. Quest'abbandono a Krishna lascia prevedere la prossima fine dei suoi lamenti, perché la conoscenza perfetta di Dio, la coscienza di Krishna, ben presto lo riempirà di luce. Le speranze di Dhritarastra stanno per svanire perché Arjuna, illuminato da Krishna, si batterà fino all'ultimo.

 

 

VERSO 10

tam uvaca hrisikesah
prahasann iva bharata
senayor ybhayor madhye
visidantam idam vacah

tam: a lui; uvaca: disse; hrisikesah: il maestro dei sensi, Krishna ; prahasan: sorridendo; iva: così; bharata: o Dhritarastra, discendente di Bharata; senayoh: eserciti; ubhayoh: dei due; madhye: tra; visidantam: a colui che si lamenta; idam: le seguenti; vacah: parole.

 

TRADUZIONE

O discendente di Bharata, in quel momento Krishna, tra i due eserciti, Si rivolge sorridendo all'infelice Arjuna.

 

SPIEGAZIONE

Questo dialogo si svolge tra due amici intimi: Hrisikesa e Gudakesa. Come amici, la loro posizione è uguale, ma uno è diventato volontariamente discepolo dell'altro. Krishna sorride vedendo che il Suo amico ha scelto di diventare Suo discepolo. Egli è il Signore di tutti, perciò occupa sempre una posizione superiore, come maestro di tutti, ma se qualcuno desidera diventare Suo amico, figlio, amante o servitore, Egli lo accetta come tale. Si sottomette perfino ai desideri di coloro che vogliono che Lui, Krishna, interpreti una di queste parti. Arjuna Lo ha appena riconosciuto come maestro, e subito Krishna entra nella Sua parte e gli parla come un maestro parla al discepolo, con tutta la gravità richiesta dalla situazione. Maestro e discepolo scambiano queste parole davanti ai due eserciti, affinché tutti ne ricevano beneficio. Infatti, gli insegnamenti della Bhagavad-gità non sono riservati a una persona, un gruppo, una società o una comunità particolare, ma sono destinati a tutti. Amici o nemici, tutti hanno diritto di ascoltarli.

VERSO 11

sri-bhagavan uvaca
asocyan anvasocas tvam
prajna-vadams ca bhasase
gatasun agatasums ca
nanusocanti panditah

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; asocyan: non è degno di lamento; anvasocah: tu ti lamenti; tvam: tu; prajna-vadan: parole sagge; ca: anche; bhasase: parlando; gata: perdita; asun: vita; agata: non perduta; asun: vita; ca: anche; na: mai; anusocanti: si lamentano; panditah: i saggi.

 

TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
Sebbene tu dica sagge parole, ti affliggi per ciò che non è degno di afflizione. I saggi non si lamentano né per i vivi né per i morti.

 

SPIEGAZIONE

Il Signore prende immediatamente il posto di maestro e rimprovera il Suo discepolo accusandolo indirettamente d'ignoranza: "Tu parli con molta erudizione, dice, ma ignori che il vero erudito —colui che conosce la natura del corpo e dell'anima— non si lamenta mai dell'involucro corporeo, morto o vivo." I capitoli successivi svilupperanno il concetto che la vera conoscenza consiste nel conoscere la materia, l'anima e colui che le controlla. Arjuna ha sostenuto che i princìpi religiosi sono al di sopra della politica e della diplomazia. Ma non sa che la conoscenza della materia, dell'anima e di Dio è più importante delle formule religiose. Poiché ignorava questa verità e piangeva su ciò per cui non vale la pena, non avrebbe dovuto farsi passare per un erudito. Il corpo nasce col destino di morire, un giorno o l'altro; perciò il corpo è meno importante dell'anima. Colui che lo sa è il vero saggio e nessuna delle diverse condizioni del corpo è per lui causa di lamento.

 

 

VERSO 12

na tv evaham jatu nasam
na tvam neme janadhipah
na caiva na bhavisyamah
sarve vayam atah param

na: mai; tu: ma; eva: certamente; aham: Io; jatu: in nessun momento; na: non; asam: esistevo; na: non; tvam: tu; na: non; ime: tutti questi; jana-adhipah: re; na: mai; ca: anche; eva: certamente; na: non; bhavisyamah: esisteremo; sarve vayam: tutti noi; atah param: in seguito.

 

TRADUZIONE

Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo, Io tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere.

 

SPIEGAZIONE

I Veda, la Katha Upanisad e la Svetasvatara Upanisad, insegnano che Dio, la Persona Suprema, provvede ai bisogni di innumerevoli esseri viventi, secondo le condizioni in cui sono stati posti dalle loro attività passate. Il Signore Supremo vive anche nel cuore di ogni essere in virtù delle Sue emanazioni plenarie, ma solo le persone sante possono vedere il Signore Supremo in ogni essere e fuori di ogni essere, e raggiungere così una pace perfetta ed eterna:

nityo nityana m cetanas cetananam
eko bahunam yo vidadhati kaman
tam atma-stham ye 'nupasyanti dhiras
tesam santih sasvati netaresam
(Katha Upanisad 2.2.13)

Queste verità non sono destinate soltanto ad Arjuna, ma anche a tutti coloro che in questo mondo si reputano eruditi ma sono privi della vera conoscenza. Il Signore dichiara che Lui, come Arjuna e tutti i re riuniti sul campo di battaglia, sono individui, eternamente distinti gli uni dagli altri; il Signore eternamente Si prende cura degli esseri individuali, sia di quelli condizionati dalla natura materiale sia di quelli liberati. Dio, la Persona Suprema, distinta da tutte le altre, e Arjuna, Suo eterno compagno, come tutti i re presenti, sono persone eterne, distinte le une dalle altre. La loro individualità esisteva nel passato e continuerà a esistere nel futuro, senza interruzione. Perciò non c'è ragione di lamento per nessuno.

Il Signore, autorità suprema, contraddice qui la teoria mayavadi secondo cui l'anima individuale, una volta libera dal velo di maya (illusione), si fonde nel Brahman impersonale e perde la sua esistenza individuale. Krishna dichiara invece che la Sua individualità e quella di tutti gli esseri animati continuerà in eterno, come affermano le Upanisad. Non si può mettere in dubbio l'autorità di Krishna perché Egli non è soggetto all'illusione. Se l'individualità non fosse un fatto reale, Krishna non l'avrebbe messa in rilievo con tale evidenza affermando che continuerà anche nel futuro. I mayavadi ribattono che l'individualità di cui parla Krishna non è spirituale, bensì materiale. In questo caso, anche l'individualità di Krishna sarebbe materiale! Egli afferma, invece che questa individualità esisteva nel passato e continuerà nel futuro. Non solo Krishna conferma la Sua individualità in vari modi, ma spiega anche che il Brahman impersonale Gli è subordinato. Fin dall'inizio Krishna ha insistito su questa individualità. Ciò nonostante, se si considera il Signore come un essere comune, condizionato dalla natura materiale, allora non si può più riconoscere alla Bhagavad-gita il valore di Scrittura autorevole. Infatti un uomo qualsiasi, limitato dalle quattro imperfezioni che gli impone la natura umana, non può insegnare nulla che meriti di essere ascoltato.

La Bhagavad-gita, invece, trascende la conoscenza imperfetta. Nessun libro profano può essere paragonato alla Bhagavad-gita. Ma se si considera Krishna un uomo comune, la Bhagavad-gita perde tutta la sua importanza. I mayavadi affermano che l'individualità degli esseri, espressa in questo verso è convenzionale e riguarda solo il corpo. Nei versi precedenti, tuttavia, l'identificazione col corpo è stata condannata. Dopo aver condannato l'errore dell'essere vivente che identifica il sé spirituale col corpo materiale, com'è possibile che Krishna ora proponga questa teoria? Le prove dell'individualità degli esseri poggiano dunque su basi spirituali, come confermano i grandi acarya, tra cui Sri Ramanuja.

È chiaramente affermato in molti punti della Bhagavad-gita che soltanto coloro che sono devoti del Signore possono comprendere l'individualità spirituale. Coloro che invidiano la divinità di Krishna non giungeranno mai a capire le Scritture vediche. Il non devoto che tenta di comprendere gli insegnamenti della Bhagavad-gita assomiglia all'ape che vedendo il miele in un barattolo si sforza invano di aspirarne il contenuto. Ma non si può gustare il sapore del miele senza aprire il barattolo. Così, non si può gustare il nettare della Bhagavad-gita senza essere devoti del Signore, come sarà confermato nel quarto capitolo. Neppure coloro che per invidia negano l'esistenza stessa di Dio possono comprendere la Bhagavad-gita. La spiegazione data dai mayavadi è dunque la più ingannevole presentazione della verità. Sri Caitanya Mahaprabhu ci ha proibito la lettura dei commenti mayavadi, avvertendoci che le persone che adottano la loro interpretazione perdono ogni potere di capire il segreto della Bhagavad-gita. Se l'individualità esistesse solo nell'universo fenomenico, gli insegnamenti del Signore non sarebbero di alcuna utilità. L'individualità distinta degli esseri del Signore è un fatto eterno, ed è confermato, come abbiamo visto, dai Veda.

 

 

VERSO 13

dehino 'smin yatha dehe
kaumaram yauvanam jara
tatha dehantara-praptir
dhiras tatra na muhyati

dehinah: dell'anima incarnata; asmin: in questo; yatha: come; dehe: nel corpo; kaumaram: l'infanzia; yauvanam: la giovinezza; jara: la vecchiaia; tatha: similmente; deha-antara: di cambiamento del corpo; praptih: compimento; dhirah: il sobrio; tatra: a questo proposito; na: mai; muhyati: s'illude.

 

TRADUZIONE

Come l'anima incarnata passa, in questo corpo, dall'infanzia alla giovinezza e poi alla vecchiaia, così l'anima passa in un altro corpo all'istante della morte. La persona saggia non è turbata da questo cambiamento.

 

SPIEGAZIONE

Ogni essere vivente è un'anima spirituale, distinta da tutte le altre. A ogni istante l'anima cambia corpo e si manifesta nella forma di un bambino, di un adolescente, poi di un adulto e infine di un vecchio. Ma l'anima rimane sempre la stessa e non subisse alcun cambiamento. Infine, alla morte del corpo, l'anima trasmigra in un altro involucro. Sapendo che l'anima si rivestirà sicuramente di un altro corpo, materiale o spirituale, per una nuova vita, Arjuna non ha valide ragioni di lamentarsi sul destino di Bhisma e Drona. Anzi, dovrebbe allietarsi de fatto che essi cambino il loro vecchio corpo con uno nuovo, rinnovando le loro energie. Gioie e sofferenze variano con i nostri corpi, perché sono il risultato delle nostre azioni passate. Bhisma e Drona, sono persone nobili, e nella prossima vita avranno certamente corpi spirituali o almeno corpi dotati di qualità più elevate, grazie a cui godranno di gioie materiali ancora più intense sui pianeti superiori. In nessun caso c'è ragione di lamentarsi sulla loro sorte.

Colui che conosce perfettamente la natura dell'anima individuale, dell'Anima Suprema e dell'universo materiale e spirituale è chiamato dhira, "sempre sereno". Quest'uomo non è turbato dalle trasmigrazioni dell'anima. Il fatto che l'anima individuale non possa essere divisa in frammenti annulla la teoria mayavadi dell'unità delle anime. Se il Supremo potesse essere ripartito in una moltitudine di anime spirituali sarebbe divisibile e mutabile, ma l'anima Suprema non è soggetta a mutamento.
La Bhagavad-gita afferma che gli esseri individuali sono frammenti del Supremo ed esistono eternamente (sanatana). Si chiamano ksara perché sono soggetti a cadere nella natura materiale. Esistono per l'eternità allo stato di frammenti; e anche dopo aver raggiunto la liberazione, l'anima individuale rimane sempre un frammento. Ma una volta liberata vive una vita eterna di conoscenza e felicità assolute in compagnia di Dio, la Persona Suprema.

L'Anima Suprema, presente in ogni essere, e l'anima infinitesimale appaiono entrambe nel corpo, ma rimangono distinte. Il riflesso del cielo nell'acqua vi fa apparire anche il sole, la luna e le stelle. Le stelle, che rappresentano le anime individuali, non eguagliano mai il sole e la luna, ai quali è paragonata l'Anima Suprema. L'Anima spirituale infinitesimale è rappresentata da Arjuna, mentre l'Anima Suprema è Sri Krishna. Essi non sono sullo stesso piano, come mostrerà chiaramente l'inizio del quarto capitolo. Se Krishna non fosse superiore ad Arjuna, la loro relazione di maestro e discepolo non avrebbe significato. Se entrambi fossero ingannati dall'energia illusoria, maya, non avrebbe nessun senso essere l'uno il maestro e l'altro l'allievo. Finché si è schiavi di maya è impossibile impartire un insegnamento valido. Ma qui la posizione di Krishna è ben delineata: Egli è il Signore Supremo, superiore ad Arjuna, che è confuso e ingannato da maya.

 

 

VERSO 14

matra-sparsas tu kaunteya
sitosna-sukha-duhkha-dah
agamapayino 'nityas
tams titiksasva bharata

matra-sparsah: percezione sensoria; tu: soltanto; kaunteya: o figlio di Kunti; sita: inverno; usna: estate; sukha: felicità; duhkha: e dolore; dah: che da; agama: appaiono; apayinah: scompaiono; anityah: non permanenti; tan: tutti questi; titiksasva: cerca di tollerare; bharata: o discendente della dinastia di Bharata.

 

TRADUZIONE

O figlio di Kunti, la comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati.

 

SPIEGAZIONE

Per compiere bene il proprio dovere bisogna imparare a tollerare l'effimero manifestarsi della gioia e de dolore. I Veda, per esempio, raccomandano di fare un bagno tutte le mattine, anche durante il mese di magha (gennaio-febbraio). Benché faccia molto freddo in questo periodo, colui che obbedisce ai princìpi religiosi non esita a farlo; così come una donna non esiterà a sopportare il calore soffocante della cucina per preparare il pasto quotidiano in piena estate. Si deve compiere il proprio dovere nonostante i disagi stagionali. Così, il principio religioso di uno ksatriya è combattere, ed egli non dovrebbe sottrarsi al suo dovere prescritto, anche se questo dovere gli ingiunge di combattere contro parenti e amici. Solo con la conoscenza e la devozione ci si può liberare dalle reti di maya (illusione), ma per elevarsi al piano della conoscenza è necessario seguire i princìpi della religione.
Due nomi sono stati dati qui ad Arjuna, entrambi significativi: "Kaunteya" e "Bharata", che ricordano la sua discendenza materna e paterna. Egli è l'erede di una grande stirpe, e ciò lo obbliga a eseguire perfettamente i suoi doveri. Non può dunque evitare lo scontro.

 

 

VERSO 15

yam hi na vyathayanti ete
purusam purusarsabha
sama-duhkha-sukham dhiram
so 'mritatvaya kalpate

yam: colui al quale; hi: certamente; na: mai; vyathayanti: sono causa di disturbo; ete: tutti questi; purusam: a una persona; purusa-risabha: o migliore tra gli uomini; sama: inalterato; duhkha: nel dolore; sukham: e felicità; dhiram: paziente; sah: egli; amritatvaya: per la liberazione; kalpate: è considerato degno.

 

TRADUZIONE

O migliore tra gli uomini [Arjuna], la persona che non è turbata né dalla gioia né dal dolore, ma rimane salda in ogni circostanza, è certamente degna della liberazione.

 

SPIEGAZIONE

Colui che è determinato a raggiungere uno stadio avanzato nella realizzazione spirituale e giunge a tollerare con equanimità gli assalti della gioia e del dolore, è pronto per raggiungere la liberazione. Nel varnasrama-dharma la vita di sannyasa, l'ordine di rinuncia, richiede enormi sacrifici, ma l'uomo che desidera veramente rendere perfetta la propria vita adotta il sannyasa nonostante tutte le difficoltà. Le maggiori difficoltà sorgono quando bisogna troncare i legami familiari e abbandonare la compagnia della moglie e dei figli. Ma chi riesce a sopportare questa separazione si apre il cammino verso la realizzazione spirituale. Perciò il Signore consiglia ad Arjuna di perseverare nell'esecuzione del suo dovere di ksatriya, anche se gli è penoso battersi contro i componenti della sua famiglia o altre persone care.
Quando Sri Caitanya Mahaprabhu divenne sannyasi all'età di ventiquattro anni, la Sua giovane moglie e Sua madre rimasero senza alcun sostegno; eppure Egli accettò il sannyasa e rimase fermo nell'adempimento dei suoi doveri spirituali per una causa superiore. Questo è il modo per raggiungere la liberazione dai legami della materia.

 

 

VERSO 16

nasato vidyate bhavo
nabhavo vidyate satah
ubhayor api dristo 'ntas
tv anayos tattva-darsibhih

na: mai; asatah: del non permanente; vidyate: vi è; bhavah: durata; na: mai; abhavah: cambiamento di qualità; vidyate: vi è; satah: di ciò che è eterno; ubhayoh: di due; api: verità; dristah: osservata; antah: conclusione; tu: certamente; anayoh: di loro; tattva: della verità; darsibhih: di coloro che vedono.

 

TRADUZIONE

Coloro che vedono la verità hanno concluso che non vi è durata in ciò che non esiste [il corpo materiale] e non vi è cambiamento in ciò che è eterno [l'anima]. Studiando la natura di entrambi, essi sono giunti a questa conclusione.

 

SPIEGAZIONE

Il corpo materiale, soggetto a continui cambiamenti, è temporaneo. La medicina moderna ammette che le cellule del corpo cambiano a ogni istante, provocando la crescita e l'invecchiamento. Ma l'anima continua a esistere e rimane sempre la stessa, nonostante le trasformazioni del corpo e della mente. Ecco la grande differenza tra l'energia materiale e quella spirituale: il corpo cambia continuamente mentre l'anima è eterna. A questa conclusione sono giunti coloro che vedono la verità, sia impersonalisti sia personalisti. Il Visnu Purana (2.12.38) afferma che Visnu e i Suoi pianeti hanno un'esistenza spirituale e godono di luce propria (jytisi visnur bhuvanani visnuh). Tutti definiscono l'anima spirituale e il corpo materiale come l'una "reale" e l'altro "illusorio". Questa è la versione di coloro che vedono la verità ed è questo l'inizio dell'insegnamento del Signore agli esseri sviati dall'ignoranza. Appena l'ignoranza si dissipa si ristabilisce la relazione eterna tra l'essere e Dio, che è l'oggetto della sua adorazione. Allora si capirà in un attimo ciò che distingue gli esseri viventi da Dio, la Persona Suprema, di cui essi sono particelle infinitesimali. Si può comprendere la natura dell'Essere Supremo studiando minuziosamente la nostra natura e sapendo che siamo distinti da Lui come la parte dal tutto. Il Vedanta-sutra e lo Srimad Bhagavatam riconoscono nell'Essere Supremo l'origine di tutte le energie, inferiori e superiori. Come rivelerà il settimo capitolo di quest'opera, gli esseri viventi appartengono all'energia superiore. Sebbene non ci sia differenza tra l'energia e la sua sorgente, si dice che la sorgente è Suprema e l'energia, o natura, Gli è subordinata. Gli esseri viventi sono dunque sempre subordinati al Signore Supremo, come i servitori al padrone o gli allievi all'insegnante. Ma è impossibile comprendere queste verità così chiare finché si vive nell'ignoranza. Il Signore enunciò la Bhagavad-gita per liberare tutti gli esseri da questa ignoranza e far loro gustare eternamente l'illuminazione spirituale.

 

 

VERSO 17

avinasi tu tad viddhi
yena sarvam idam tatam
vinasam avyayasyasya
na kascit kartum arhati

avinasi: imperituro; tu: ma; tat: ciò; viddhi: sappi; yena: da cui; sarvam: di tutto il corpo; idam: questo; tatam: diffuso; vinasam: distruzione; avyayasya: dell'imperituro; asya: di ciò; na kascit: nessuno; kartum: fare; arhati: è capace.

 

TRADUZIONE

Sappi che non può essere distrutto ciò che pervade il corpo. Nessuno può distruggere l'anima eterna.

 

SPIEGAZIONE

Questo verso precisa la natura dell'anima, la cui influenza si diffonde in tutto il corpo. Tutti sanno che ciò che pervade il corpo è la coscienza. Noi siamo coscienti delle gioie e dei dolori che prova il nostro corpo, ma la nostra coscienza non si estende al corpo degli altri esseri, i cui i piaceri e sofferenze ci sono estranei. Ogni corpo è dunque l'involucro di un'anima individuale, e il sintomo della presenza dell'anima è la coscienza individuale.
La Svetasvatara Upanisad (5.9) ci rivela la dimensione dell'anima: un decimillesimo della punta di un capello.

balagra-sata-bhagasya
satadha kalpitasya ca
bhago jivah sa vijneyah
sa canantyaya kalpate

"Dividendo la punta di un capello in cento parti e ciascuna in cento parti ancora, si ha la misura dell'anima." Lo Srimad Bhagavatam conferma questa descrizione:

kesagra-sata-bhagasya
satamsah sadrsatmakah
jivah suksma-svarupo 'yam
sankhyatito hi cit-kanah

"Esistono innumerevoli atomi spirituali che hanno ciascuno la dimensione di un decimillesimo della punta di un capello." Le anime individuali sono dunque atomi spirituali, più piccoli degli atomi materiali e il loro numero è infinito. Questa minuscola scintilla è il principio vitale del corpo materiale, e la sua influenza si diffonde in tutto il corpo come l'effetto di una medicina. La coscienza si manifesta esercitando il suo influsso in tutto il corpo, ed è il sintomo della presenza dell'anima, che è la sua sorgente. Chiunque può capire che un corpo materiale privo di coscienza è un corpo morto, che non può essere rianimato con alcun metodo materiale. È chiaro dunque che la coscienza proviene dall'anima e non da qualche combinazione di elementi materiali. La Mundaka Upanisad (3.1.9) precisa a sua volta la dimensione dell'anima infinitesimale:

eso 'nur atma cetasa veditavyo
yasmin pranah pancadha samvivesa
pranais cittam sarvam otam prajanam
yasmin visuddhe vibhavaty esa atma

"L'anima è infinitamente piccola e può essere percepita da un'intelligenza perfetta. Essa fluttua trasportata dai cinque tipi d'aria (prana, apana, vyana, samana e udana). È situata nel cuore e diffonde la sua energia in tutto il corpo. Una volta purificata dalla contaminazione di queste cinque arie materiali, l'anima manifesta la sua potenza spirituale."

L'hatha-yoga serve a controllare, con varie posizioni, i cinque soffi che avvolgono l'anima pura; ha lo scopo di liberare l'anima infinitesimale dalla materia che la imprigiona e non quello di procurare qualche beneficio materiale.
Tutti i Testi vedici concordano su questa definizione dell'anima infinitesimale e ogni uomo sano di mente può verificarne direttamente l'autenticità. Soltanto gli sciocchi definiscono questa scintilla spirituale come visnu-tattva, cioè infinita.

La Mundaka Upanisad afferma che l'anima infinitesimale è situata nel cuore di ogni essere, da dove il suo influsso si propaga in tutto il corpo. Ma alcuni scienziati materialisti sono convinti dell'inesistenza dell'anima per il semplice motivo che è così piccola che si sottrae al loro potere d'osservazione. Invece è certo che se l'energia necessaria al funzionamento dell'organismo proviene dal cuore è perché l'anima individuale e l'Anima Suprema sono entrambe presenti nel cuore. I globuli del sangue, che trasportano l'ossigeno immagazzinato nei polmoni, traggono la loro energia dall'anima. Ecco perché il sangue cessa di circolare e di svolgere le sue funzioni non appena l'anima lascia il corpo. La medicina "scientifica" non è in grado di verificare che è l'anima a fornire al corpo la sua energia vitale, però accetta l'importanza dei globuli rossi e ammette che il cuore è la sede di tutte le energie del corpo.

Le anime individuali, che sono parti del Tutto spirituale, possono essere paragonate alle innumerevoli molecole luminose che formano i raggi del sole. Esse sono scintille spirituali che compongono la radiosità del Signore Supremo e costituiscono la Sua energia superiore, detta prabha. Né chi segue le Scritture vediche né chi segue la scienza moderna può negare l'esistenza dell'anima nel corpo, e Dio Stesso, la Persone Suprema, espone molto chiaramente la scienza dell'anima nella Bhagavad-gita.

 

 

VERSO 18

antavanta ime deha
nityasyoktah saririnah
anasino 'prameyasya
tasmad yudhyasva bharata

anta-vantah: perituri; ime: tutti questi; dehah: corpi materiali; nityasya: sempre esistenti; uktah: sono detti; saririnah: dell'anima incarnata; anasinah: mai distrutta; aprameyasya: immensurabile; tasmat: perciò; yudhyasva: lotta; bharata: o discendente di Bharata.

 

TRADUZIONE

Il corpo materiale dell'indistruttibile, incommensurabile ed eterno essere vivente è certamente destinato alla distruzione, perciò combatti, o discendente di Bharata.

 

SPIEGAZIONE

Il corpo materiale è per natura temporaneo. Può morire tra un istante o tra cent'anni; è solo questione di tempo. Non possiamo mantenerlo in vita all'infinito. Ma l'anima è così minuscola che non può neppure essere vista, come potrebbe essere distrutta da un nemico? Il verso precedente la descriveva così piccola da non poter essere misurata. La perdita del corpo non è degna di pianto in nessun caso perché l'essere vivente, cioè l'anima, non può mai venire ucciso, mentre il corpo è comunque impossibile proteggerlo e conservarlo all'infinito. Il corpo materiale nel quale l'uomo si reincarnerà sarà il frutto delle attività compiute in questa vita, perciò è fondamentale osservare i princìpi religiosi nel corso della vita terrena.
I Vedanta-sutra chiamano "luce" l'essere vivente, perché è particella della luce suprema. Come il sole mantiene in vita l'universo, la "luce" dell'anima tiene in vita il corpo materiale. Infatti, appena l'anima lo abbandona il corpo comincia a decomporsi; perciò è l'anima spirituale che mantiene in vita il corpo. Il corpo in se stesso ha poca importanza. Perciò Krishna consiglia ad Arjuna di combattere e sacrificare il corpo materiale per la causa del Supremo.

 

 

VERSO 19

ya enam vetti hantaram
yas cainam manyate hatam
ubhau tau na vijanito
nayam hanti na hanyate

yah: colui che; enam: questo; vetti: conosce; hantaram: l'uccisore; yah: colui che; ca: anche; enam: questo; manyate: pensa; hatam: ucciso; ubhau: entrambi; tau: essi; na: mai; vijanitah: in conoscenza; na: mai: ayam: questo; hanti: uccide; na: né; hanyate: è ucciso.

 

TRADUZIONE

Non è situato nella conoscenza colui che crede che l'anima possa uccidere o essere uccisa; l'anima infatti non uccide né muore.

 

SPIEGAZIONE

L'essere vivente non è distrutto quando un'arma mortale colpisce il corpo. L'anima è così piccola che nessun'arma materiale può raggiungerla, come sarà evidente dai versi successivi. L'essere vivente è di natura spirituale, perciò non può morire. Solo il corpo muore, o perlomeno si dice che muoia. Questa conoscenza, tuttavia, non deve assolutamente incoraggiare l'omicidio. Ma himsyat sarva bhutani: i Veda c'ingiungono di non usare violenza contro nessuno. Sapere che l'essere vivente non muore mai non ci autorizza nemmeno ad abbattere gli animali. Distruggere il corpo di un essere, qualunque esso sia, è un atto abominevole, punibile dalla legge dell'uomo e dalla legge di Dio. La situazione in cui si trova Arjuna è ben diversa: se deve uccidere è per proteggere i princìpi della religione e non per capriccio.

 

 

VERSO 20

na jayate mriyate va kadacin
nayam bhutva bhavita va na bhuyah
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire

na: mai; jayate: prende nascita; mriyate: muore; va: o; kadacit: in nessun momento (passato, presente e futuro); na: mai; ayam: questo; bhutva: venendo al mondo; bhavita: sarà; va: o; na: non; bhuyah: o di nuovo sarà; ajah: non nato; nityah: eterno; sasvatah: permanente; ayam: questo; puranah: il più anziano; na: mai; hanyate: è ucciso; hanyamane: essendo ucciso; sarire: il corpo.

 

TRADUZIONE

Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa è non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore.

 

SPIEGAZIONE

In qualità, l'anima individuale è uno con l'anima Suprema, di cui è parte infinitesimale. Poiché non è soggetta a cambiamenti come il corpo, è detta anche kuta-stha, "immutabile". Il corpo è soggetto a sei tipi di trasformazioni: appare nel grembo di una madre, vi rimane per qualche tempo, poi nasce, cresce, genera una prole, s'indebolisce e infine muore per scomparire nell'oblio. L'anima, invece, non subisce queste trasformazioni. L'anima non nasce, ma poiché deve rivestirsi di un corpo materiale, il corpo nasce. L'anima non è dunque creata nel momento in cui si forma il corpo, e non muore quando il corpo si decompone. Solo ciò che nasce deve morire. Ma poiché l'anima non nasce, non conosce né passato né presente né futuro. È eterna e originale, e niente lascia supporre che abbia avuto un inizio. Non invecchia come il corpo; perciò il vecchio si sente interiormente uguale al bambino o al giovane che è stato un tempo. I cambiamenti del corpo non influiscono sull'anima; essa non deperisce come un albero o qualsiasi altro oggetto materiale, e nemmeno genera una discendenza. Infatti, i figli di un uomo sono anime distinte da lui; sembrano nati da lui solo a causa dei legami fisici che li uniscono. Il corpo si sviluppa solo in presenza dell'anima, ma l'anima non è soggetta a cambiamenti né genera discendenza. Perciò l'anima è libera dalle sei trasformazioni che subisce il corpo.

Nella Kaha Upanisad (1.2.18) troviamo un verso quasi identico a quello che stiamo studiando:

na jayate mriyate va vipascin
nayam kutzcin na babhuva kascit
ajo nityah sasvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sarire

La traduzione e il significato di questo verso non sono diversi da quello della Bhagavad-gita, con la differenza che qui si trova la parola vipascit, che significa "erudito", o "dotato di conoscenza".

L'anima è piena di conoscenza ed è sempre pienamente cosciente. Perciò la coscienza è il sintomo dell'anima. Infatti, anche se non riusciamo a percepire la presenza dell'anima nel cuore, dov'è situata, ne avvertiamo l'esistenza per la coscienza che emana. Talvolta non vediamo il sole perché è nascosto dietro le nuvole, ma sappiamo che è giorno perché la luce che irradia ci arriva ugualmente. Quando all'alba spunta un leggero chiarore sappiamo che il sole è sorto. Lo stesso principio è valido per l'anima: poiché la coscienza è presente in tutti i corpi, umani e animali, possiamo capire che l'anima è presente in ciascuno di essi. La coscienza dell'anima individuale differisce però dalla coscienza di Dio perché la coscienza suprema possiede la conoscenza integrale del passato, del presente e del futuro, mentre la coscienza dell'essere infinitesimale è soggetta all'oblio. Quando l'essere dimentica la sua vera natura, Krishna, che non ha questo difetto, lo istruisce e lo illumina con Suo insegnamento. Se Krishna fosse uguale all'anima smemorata, l'insegnamento che Egli dà nella Bhagavad-gita sarebbe inutile. La Katha Upanisad conferma l'esistenza di due tipi di anime: l'anima individuale, infinitesimale (anu-atma), e l'Anima Suprema (vibhu-atma):

anor aniyan mahato mahiyan
atmasya jantor nihito guhavam
tam akratuh pasyati vita-soko
dhatuh prasadn mahimanam atmanah

"L'anima Suprema (il Paramatma) e l'anima infinitesimale (il jivatma) si trovano entrambe sullo stesso albero, che rappresenta il corpo dell'essere vivente, e più precisamente nel cuore. Solo colui che si è liberato da ogni desiderio materiale e da ogni lamento può comprendere, per la grazia del Signore Supremo, le glorie dell'anima." (Katha Upanisad 1.2.20)

Come mostreranno i capitoli seguenti, Krishna è la sorgente dell'Anima Suprema, e Arjuna rappresenta l'anima infinitesimale, dimentica della sua vera natura. Egli ha dunque bisogno di essere illuminato dagli insegnamenti del Signore o del Suo rappresentante qualificato, il maestro spirituale.

 

 

VERSO 21

vedavinasinam nityam
ya enam ajam avyayam
katham sa purusah partha
kam ghatayati hanti kam

veda: conosce; avinasinam: indistruttibile; nityam: sempre esistente; yah: colui che; enam: questa (anima); ajam: non nata; avyayam: immutabile; katham: come; sah: quella; purusah: persona; partha: o Arjuna, figlio di Pritha; kam: qualcuno; ghatayati: ferisce; hanti: uccide; kam: qualcuno.

 

TRADUZIONE

O Partha, se una persona sa che l'anima è indistruttibile, eterna, non nata e immutabile, come può uccidere o far uccidere?

 

SPIEGAZIONE

Ogni cosa ha sua ragion d'essere, e l'uomo che ha la conoscenza perfetta sa come e quando usare ogni cosa appropriatamente. Anche la violenza ha la sua utilità, e chi possiede la conoscenza sa come applicarla. Quando un giudice condanna a morte un omicida nessuno può biasimarlo perché l'uso che fa della violenza è conforme al codice penale. La Manu-samhita, il libro delle leggi dell'umanità, decreta che un assassino venga condannato a morte perché non debba subire le conseguenze del suo delitto nella prossima vita. In questo caso la condanna a morte è un atto di pietà. Così quando Krishna dà ordine di ricorrere alla violenza, e perché vuol trionfare la giustizia suprema, e Arjuna deve obbedirGli sapendo bene che l'uomo, o meglio l'anima, non è soggetta alla morte e che la violenza al servizio di Krishna non è veramente violenza. Nell'esercizio della giustizia questa violenza è permessa. Un'operazione chirurgica richiede l'uso della "violenza", anche se lo scopo non è quello di uccidere il paziente, ma di guarirlo. Così, combattendo per ordine di Krishna e in piena coscienza, Arjuna non commetterà alcun peccato e non subirà nessuna conseguenza spiacevole.

 

 

VERSO 22

vasamsi jirnani yatha vihaya
navani grihnati naro 'parani
tatha sarirani vihaya jirnany
anyani samyati navani dehi

vasamsi: abiti; jirnani: vecchi e consulti; yatha: proprio come; vihaya: abbandonando; navani: nuovi abiti; grihnati: assumendo; narah: un uomo; aparani: altri; tatha: nello stesso modo; sarirani: corpi; vihaya: abbandonando; jirnani: vecchi e inutili; anyani: differenti; samyati: prende in verità; navani: nuova serie di; dehi: l'anima incarnata.

 

TRADUZIONE

Come una persona indossa abiti nuovi e lascia quelli usati, così l'anima si riveste di nuovi corpi materiali, abbandonando quelli vecchi e inutili.

 

SPIEGAZIONE

Che l'anima individuale cambi corpo è un fatto evidente, accettato da tutti. Anche gli scienziati moderni, che non credono nell'esistenza dell'anima ma non possono spiegare da dove proviene l'energia che emana dal cuore, devono riconoscere la continua trasformazione del corpo; il suo passaggio dall'infanzia all'adolescenza, poi alla maturità e infine alla vecchiaia. Quando il corpo raggiunge l'ultima fase, l'anima passa in un altro corpo, come un verso precedente ha già spiegato (2.13).
La grazia dell'Anima Suprema è ciò che permette all'anima individuale e infinitesimale di essere trasferita in un altro corpo. Come si soddisfano i desideri di un amico, così l'Anima Suprema appaga quelli della piccola anima subordinata. La Mundaka Upanisad e la Svetasvatara Upanisad paragonano queste due anime a due uccelli amici posati sullo stesso albero. Mentre uno dei due l'anima infinitesimale) gusta i frutti dell'albero, l'Altro (Krishna, l'Anima Suprema) semplicemente l'osserva. I due uccelli partecipano della stessa natura e mentre uno dei due è attirato dai frutti dell'albero materiale, l'Altro osserva pazientemente i movimenti del Suo amico. Krishna è l'uccello "testimone", Arjuna quello "mangiatore". Sono due amici, ma Uno è il maestro e l'altro il Suo servitore. Avendo dimenticato il legame che la unisce all'Anima Suprema, l'anima infinitesimale (il jiva) è costretta a svolazzare da un albero all'altro, da un corpo all'altro. il jiva posato sull'albero del corpo è costretto a una dura lotta, ma quando riconoscerà nell'Altro il maestro spirituale supremo sfuggirà a ogni pericolo e cesserà di soffrire. Così fece Arjuna, che s'abbandonò volontariamente al Signore chiedendoGli di istruirlo. La Mundaka Upanisad (3.1.2)

 e la Svetasvatara Upanisad (4.7) dicono letteralmente:

samane vrikse puruso nimagno
'nisaya socati muhyamanah
justam yada pasyaty anyam isam
asya mahimanam iti vita-sokah

"I due uccelli vivono sullo stesso albero, ma solo quello che ne gusta i frutti sprofonda nella tristezza e nell'angoscia. Se fortunatamente egli si volge verso il Signore, suo amico, e viene a conoscenza delle Sue glorie, smette di soffrire e sfugge a tutte le angosce."

Arjuna si è ora rivolto a Krishna, il suo eterno amico, e guidato da Lui penetra la saggezza della Bhagavad-gita. Ascoltando le parole di Krishna, egli potrà comprendere le Sue glorie supreme e si libererà da ogni sofferenza.
Il Signore consiglia ad Arjuna di non lasciarsi rattristare dal cambiamento di corpo che dovranno subire suo nonno e il suo maestro. Dovrebbe invece essere felice di distruggere il loro corpo in questa giusta battaglia perché in questo modo saranno subito purificati dalle conseguenze di tutte le loro azioni passate. Infatti, chi muore sull'altare del sacrificio o sul campo di battaglia dove si combatte per una giusta causa si libera subito da tutte le conseguenze dei suoi atti e ottiene una condizione di vita migliore nella prossima esistenza. Arjuna non ha dunque nessuna ragione di lamentarsi.

 

 

VERSO 23

nainam chindanti sastrani
nainam dahati pavakah
na cainam kledayanty apo
na sosayati marutah

na: mai; enam: quest'anima; chindanti: possono fare a pezzi; sastrani: armi; na: mai; enam: quest'anima; dahati: brucia; pavakah: fuoco; na: mai; ca: anche; enam: quest'anima; kledayanti: bagna; apah: acqua; na: mai; sosayati: secca; marutah: il vento.

 

TRADUZIONE

Mai un'arma può tagliare a pezzi l'anima né il fuoco può bruciarla; l'acqua non può bagnarla né il vento inaridirla.

 

SPIEGAZIONE

Niente può distruggere l'anima, né il fuoco né la pioggia né il vento né alcun'arma. Oltre alle moderne armi da fuoco, questo verso indica che ai tempi di Arjuna esistevano molte altre armi a base di terra, acqua, aria, etere e altri elementi ancora. Le bombe nucleari di oggi sono considerate "armi da fuoco", e per contrattaccarle si usavano a quei tempi armi completamente sconosciute alla scienza moderna impiegando l'acqua come principio attivo. C'erano anche "armi-tornado", che sono un altro mistero per gli scienziati. Ma nonostante tutte queste armi e tutte le raffinatezze della scienza attuale coi suoi ordigni distruttivi, l'anima non può essere distrutta.

È impossibile anche sciogliere il legame che unisce l'anima individuale all'Anima originale. I mayavadi sono incapaci di spiegare come l'essere individuale abbia potuto degradarsi fino a cadere nell'ignoranza e come l'energia illusoria abbia potuto ricoprirlo. Poiché eternamente infinitesimale (sanatana), l'anima individuale è soggetta a cadere sotto il velo dell'illusione (maya) allontanandosi dal Signore Supremo, come la scintilla che si spegne quando si allontana dal fuoco, sebbene sia della stessa natura del fuoco.
Oltre alla Bhagavad-gita, anche il Varaha Purana dimostra che gli esseri viventi sono sempre parti integranti del Signore, ma distinti da Lui. Krishna indica chiaramente nei Suoi insegnamenti ad Arjuna che l'anima mantiene l'individualità anche quando si è liberata dall'illusione. Arjuna raggiunse la liberazione dopo aver ricevuto gli insegnamenti di Krishna, ma non si fuse ma in Lui.

 

 

VERSO 24

acchedyo 'yam adahyo 'yam
akledyo 'sosya eva ca
nityah sarva-gatah sthanur
acalo 'yam sanatanah

accedyah: non può essere mai spezzata; ayam: quest'anima; adahyah: non può essere bruciata; ayam: quest'anima; akledyah: non può mai essere sciolta; asosyah: nè essere seccata; eva: certamente; ca: e; nityah: eterna; sarva gatah: onnipresente; stanuh: immutabile; acalah: inamovibile; ayam: quest'anima; sanatanah: eternamente la stessa.

 

TRADUZIONE

L'anima individuale è indivisibile e insolubile; non può essere seccata né bruciata. È immortale, onnipresente, inalterabile, inamovibile ed eternamente la stessa.

 

SPIEGAZIONE

Queste caratteristiche sono la prova definitiva che l'anima non subisce alcuna alterazione e che, pur conservando la propria individualità, rimane eternamente una particella infinitesimale del tutto spirituale. Viene così a cadere anche la teoria monista, secondo cui tra l'anima individuale e il tutto spirituale esisterebbe un'unione così intima che essi finirebbero per fare un tutt'uno. In realtà, dopo la liberazione dalla contaminazione materiale l'anima infinitesimale può scegliere di vivere come una scintilla nello splendore che s'irradia dal corpo di Dio, oppure, dando prova di un'intelligenza superiore, può raggiungere uno dei pianeti spirituali per vivere insieme con la Persona Suprema.
Le parole sarva-gata, che significano "presente ovunque", sono significative perché gli esseri viventi si trovano in ogni parte della creazione. Vivono nell'acqua, nell'aria, sulla terra e sotto la terra, e persino nel fuoco. Si crede di solito che il fuoco distrugga ogni forma di vita, ma questo verso indica che l'anima non è distrutta dal fuoco. Anche il sole, dunque, è sicuramente abitato da esseri che hanno corpi adatti in questo pianeta. Se così non fosse, le parole sarva-gata non avrebbero significato.

 

 

VERSO 25

avyakto 'yam acintyo 'yam
avikaryo 'yam ucyate
tasmad evam viditvainam
nanusocitum arhasi

avyaktah: invisibile; ayam: quest'anima; acintyah: inconcepibile; ayam: quest'anima; avikaryah: immutabile; ayam: quest'anima; ucyate: è detto; tasmat: perciò; evam: così; viditva: sapendolo bene; enam: quest'anima; na: non; anusocitum: lamento; arhasi: meriti.

 

TRADUZIONE

È detto che l'anima è invisibile, inconcepibile e immutabile. Sapendo ciò non dovresti lamentarti per il corpo.

 

SPIEGAZIONE

L'anima, così com'è descritta nei versi precedenti, ha dimensioni talmente infinitesimali, secondo i nostri calcoli materiali, che non può essere vista neppure con i più potenti microscopi. E detta perciò "invisibile" e la sua esistenza non può essere provata per via "sperimentale"; solo la saggezza vedica, la sruti, può dimostrarla. Dobbiamo accettare questa saggezza come una prova a priori, perché non abbiamo altri modi per verificare l'esistenza dell'anima, sebbene la sua presenza nel corpo sia incontestabile a causa dell'azione su di esso. D'altra parte, dobbiamo accettare molte cose unicamente sulla fede di un'autorità in materia. Nessuno negherebbe la veridicità della propria madre quando svela l'identità del padre, perché non ci sono altre prove che la sua parola. Così, soltanto lo studio dei Veda può farci comprendere la natura dell'anima, che rimarrà inconcepibile per colui che crede solo alla testimonianza dei sensi materiali. L'anima è coscienza ed è anche cosciente, dicono i Veda; ed è così che dobbiamo accettarla. Contrariamente al corpo, essa non subisce cambiamenti. Eternamente la stessa, l'anima infinitesimale rimane sempre un "atomo" in confronto all'Anima Suprema. L'Anima Suprema è infinita, mentre l'anima individuale è infinitesimale. Perciò l'anima infinitesimale, essendo immutabile, non potrà mai eguagliare l'Anima infinita, Dio la Persona Suprema. I Veda espongono questa concezione dell'anima in più punti e in vari modo, per confermare il valore; infatti, la ripetizione di uno stesso concetto è necessaria al fine di comprenderlo a fondo e senza errori.

 

 

VERSO 26

atha cainam nitya-jatam
nityam va manyase mritam
tathapi tvam maha-baho
nainam socitum arhasi

atha: se tuttavia; ca: anche; enam: quest'anima; nitya-jatam: nata per l'eternità; nityam: per sempre; va: o; manyase: pensi così; mritam: morta; tatha api: quando anche; tvam: tu; maha-baho: che hai le braccia potenti; na: mai; enam: per l'anima; socitum: lamentarsi; arhasi: ti si addice.

 

TRADUZIONE

E anche se tu credi che l'anima [ossia i sintomi della vita] nasca e muoia infinite volte, non hai nessuna ragione di lamentarti, o Arjuna dalle braccia potenti.

 

SPIEGAZIONE

Ci sono sempre stati dei filosofi, vicini al pensiero buddista, che rifiutano di credere nell'esistenza dell'anima al di là del corpo. Sembra che esistessero già quando Sri Krishna enunciò la filosofia della Bhagavad-gita, e a quel tempo si chiamavano lokayatika e vaibhasika. Secondo loro l'anima, la vita appare solo quando alcuni elementi materiali hanno raggiunto, combinandosi, un certo grado di evoluzione. La scienza e le filosofie atee d'oggi si rifanno a queste conclusioni. Secondo queste teorie, il corpo sarebbe una sintesi di elementi chimici che a contatto gli uni con gli altri produrrebbero la vita. Tutta l'antropologia è basata su questa tesi. Non è raro, soprattutto negli Stati Uniti, vedere numerose pseudo-religioni aderire a questa filosofia, e a quella delle sette buddiste di natura nichilista.

Anche se Arjuna avesse aderito alla filosofia vaibhasika e avesse negato l'esistenza di un'anima distinta dal corpo, non avrebbe avuto alcun motivo per lamentarsi. Nessuno lamenterebbe la perdita di un'amalgama di elementi chimici e trascurerebbe per questo di compiere il proprio dovere. In una guerra, per esempio, nessuno piange sulle tonnellate di prodotti chimici sprecate per combattere il nemico!. La filosofia vaibhasika sostiene che l'atma, l'anima, perisce col corpo. Perciò, sia che Arjuna aderisca alla conclusioni dei Veda, che affermano l'esistenza di un'anima infinitesimale, sia che non riconosca queste conclusioni, egli non ha ragione di lamentarsi. Secondo la teoria vaibhasika, innumerevoli esseri viventi provengono a ogni istante dalla materia e altrettanti periscono; perché allora rattristarsi di un incidente così banale come la morte? E poiché non si rischia di rinascere, sempre secondo questa tesi, perché Arjuna dovrebbe temere le conseguenze dell'uccisione di suo nonno e del suo precettore? Krishna lo chiama dunque ironicamente maha-bahu, "Arjuna dalle braccia potenti", poiché il Signore naturalmente non accetta la teoria dei vaibhasika, che ignorano la saggezza vedica. Come ksatriya, Arjuna appartiene alla cultura vedica e deve continuare a seguire i suoi princìpi.

 

 

VERSO 27

jatasya hi dhruvo mrityur
dhruvam janma mritasya ca
tasmad apariharye 'rthe
na tvam socitum arhasi

jatasya: di colui che è nato; hi: certamente; dhruvah: un fatto; mrityuh: morte; dhruvam: ed è anche un fatto; janma: nascita; mritasya: di colui che è morto; ca: anche; tasmat: perciò; apariharye: di ciò che è inevitabile; arthe: in materia di; na: non; tvam: tu; socitum: lamento; arhasi: si addice.

 

TRADUZIONE

La morte è certa per chi nasce e la nascita è certa per chi muore. Poiché devi compiere il tuo dovere, non dovresti lamentarti così.

 

SPIEGAZIONE

Alla fine della vita dobbiamo morire per rinascere in un altro corpo, le cui condizioni sono determinate dalle attività compiute in questa vita. Così la ruota delle nascite e delle morti gira senza fine per colui che non raggiunge la liberazione. Ma la legge delle nascite e delle morti non incoraggia gli omicidi, i massacri e le guerre inutili, anche se talvolta, per preservare la legge e l'ordine nella società, l'uomo deve ricorrere alla violenza.
La battaglia di Kuruksetra è inevitabile perché è desiderata dal Signore ed è dovere dello ksatriya combattere per la giusta causa. Perché Arjuna, che compie semplicemente il suo dovere, dovrebbe dunque essere terrorizzato o afflitto all'idea che la morte possa colpire i suoi parenti durante il combattimento? Non gli conviene infrangere il codice degli ksatriya col rischio d'incorrere nelle conseguenze nefaste che egli teme. Inoltre, non è mancando al suo dovere che potrà impedire la morte dei suoi familiari, senza contare la degradazione a cui si esporrebbe per aver scelto la strada sbagliata.

 

 

VERSO 28

avyaktadini bhutani
vyakta-madhyani bharata
avyakta-nidhanany eva
tatra ka paridevana

avyakta-adini: all'inizio non manifestati; bhutani: tutti questi esseri creti; vyakta: manifestati; madhyani: nel mezzo; bharata: o discendente di Bharata; avyakta: non manifestati; nidhanani: quando sono annientati; eva: è proprio così; tatra: perciò; ka: quale; paridevana: lamento.

 

TRADUZIONE

Tutti gli esseri creati sono in origine non manifestati, si manifestano nello stadio intermedio, e una volta dissolti tornano a essere non manifestati. A che serve dunque lamentarsi?

 

SPIEGAZIONE

Esistono due categorie di filosofi, quelli che credono all'esistenza dell'anima e quelli che la negano, ma né gli uni né gli altri hanno motivo di lamentarsi. Gli uomini che seguono i princìpi della saggezza vedica chiamano "atei" coloro che negano l'esistenza dell'anima. Supponiamo per un istante di accettare la filosofia atea; che ragione avremmo di lamentarci? Prima della creazione, in assenza dell'anima, gli elementi materiali esistono già, anche se allo stato non manifestato. Da questo stato sottile si sviluppa in seguito lo stato manifestato, così come dall'etere viene l'aria, dall'aria il fuoco, dal fuoco l'acqua, dall'acqua la terra, che a sua volta dà origine a molti fenomeni. Prendiamo un insieme di elementi terrestri, per esempio un grattacielo, che viene demolito: da manifestato che era ritorna non manifestato per decomporsi alla fine in atomi. La legge di conservazione dell'energia continua ad agire, l'unica differenza è che gli oggetti sono a volte manifestati e a volte no. Ma in un caso o nell'altro, perché lamentarci? Anche se tornati non manifestati, gli oggetti non sono perduti. All'inizio come alla fine tutto è non manifestato; la manifestazione appare solo nella fase intermedia, e ciò anche dal punto di vista materiale non fa molta differenza.
La conclusione di tutti gli Scritti vedici, e della Bhagavad-gita in particolare, è che il corpo materiale si deteriora col tempo (antavanta ime dehah), mentre l'anima rimane eterna (nityasyoktah saririnah). Chi comprende questo deve ricordare che il corpo è come un vestito e non c'è ragione di lamentarsi per un cambiamento di vestito. Di fronte all'eternità dell'anima, l'esistenza del corpo passa come un sogno. In sogno possiamo credere di volare nel cielo o di essere seduti su un carro come un re, ma al risveglio dobbiamo abbandonare le nostre illusioni. La saggezza delle scritture vediche c'incoraggia alla realizzazione spirituale mostrandoci la natura fugace del corpo materiale. Che si creda o no all'esistenza dell'anima, non c'è ragione di lamentarsi per la perdita del corpo.

 

 

VERSO 29

ascarya-vat pasyati kascid enam
ascarya-vad vadati tathaiva canyah
ascarya-vac cainam anyah srinoti

ascarya-vat: straordinaria; pasyati: vede; kascit: qualcuno; enam: quest'anima; ascarya-vat: straordinaria; vadati: parla di; tatha: così; eva: certamente; ca: anche; anyah: un altro; ascarya-vat: similmente straordinaria; ca: anche; enam: quest'anima; anyah: un altro; srinoti: ascolta; srutva: avendo ascoltato; api: anche; enam: quest'anima; veda: conosce; na: mai; ca: e; eva: certamente; kascit: qualcuno.

 

TRADUZIONE

Alcuni vedono l'anima come una meraviglia, altri la descrivono come una meraviglia, altri ancora ne sentono parlare come di una meraviglia, ma c'è chi non riesce a concepirla neanche dopo averne sentito parlare.

 

SPIEGAZIONE

La Gitopanisad si fonda ampiamente sui princìpi delle Upanisad, perciò non ci stupisce di trovare nella Katha Upanisad (1.2.7) un verso molto simile a quello che stiamo studiando.

sravanayapi bahubhir yo na labhyah
srinvanto 'pi bahavo yam na vidyuh
ascaryo vakta kusalo sya labdha
ascaryo 'sya jnata kusalanusistah

Senza dubbio è qualcosa di straordinario che l'anima infinitesimale occupi il corpo di un animale gigantesco e quello di un grande albero di baniano, o ancora quello di un microbo tra i miliardi di microbi presenti in un centimetro cubo di spazio. L'uomo di scarsa conoscenza e l'uomo che non pratica l'austerità non arriveranno mai a capire lo splendore di questa scintilla spirituale dalle dimensioni infinitesimali, anche se la spiegazione sull'anima è data dal più grande maestro della conoscenza vedica, Sri Krishna, dal Quale anche Brahma —il primo essere creato nel nostro universo— ha ricevuto gli insegnamenti. In questa era la maggior parte della gente, a causa di una visione troppo materialistica, non può concepire che una particella così minuscola possa animare simultaneamente forme così gigantesche e così piccole.

Alcuni vedono la meraviglia dell'anima e altri ne ascoltano le glorie. Illuso dall'energia materiale, l'uomo è talmente immerso nella ricerca del piacere da non aver più tempo per interrogarsi sulla propria identità spirituale; non sa che senza conoscenza ogni attività conduce alla sconfitta nella lotta per l'esistenza. Molti non sanno che se si vuol porre fine alle sofferenze materiali che ci opprimono è necessario interessarsi all'anima. L'anima è oggetto di colloqui e conferenze, ma per ignoranza la gente confonde l'Anima Suprema con l'anima individuale, crede che siano un tutt'uno e non vede la differenza che esiste sul piano quantitativo. È molto raro trovare qualcuno che abbia capito perfettamente la posizione dell' Anima Suprema e dell'anima infinitesimale, le loro funzioni e le relazioni che le uniscono, in breve di tutto ciò che le riguarda. E ancor più raro è trovare qualcuno che abbia tratto pieno vantaggio dalla conoscenza dell'anima e sappia quindi spiegare tutto ciò che la riguarda. Ma se in un modo o nell'altro riusciamo a capire il "problema dell'anima", allora la nostra vita sarà fruttuosa. Il modo più facile per capire l'anima è accettare le parole della Bhagavadgita, pronunciate dalla più grande autorità, Sri Krishna, senza farci sviare da altre teorie. Ma prima di poter accettare Krishna come Dio, la Persona Suprema, occorre aver compiuto molti sacrifici e grandi austerità in questa vita o in quelle precedenti. Comunque, la misericordia incondizionata di un puro devoto è l'unica via per arrivare a conoscere Krishna come Persona Suprema.

 

 

VERSO 30

dehi nityam avadhyo 'yam
dehe sarvasya bharata
tasmat sarvani bhutani
na tvamsocitum arhasi

dehi: il proprietario del corpo materiale; nityam: eternamente; avadhyah: non può essere uccisa; ayam: quest'anima; dehe: nel corpo; sarvasya: di tutti; bharata: o discendente di Bharata; tasmat: perciò; sarvani: tutti; bhutani: gli esseri viventi (che sono nati); na: mai; tvam: tu; socitum: lamentari; arhasi: ti si addice.

 

TRADUZIONE

O discendente di Bharata, colui che dimora nel corpo non può mai essere ucciso. Non devi quindi piangere per alcun essere vivente.

 

SPIEGAZIONE

Il Signore conclude con questo verso le Sue istruzioni sulla natura immutabile dell'anima. Dopo aver descritto le sue caratteristiche, Krishna mostra che l'anima è eterna e il corpo è temporaneo. Arjuna deve dunque compiere il suo dovere di ksatriya senza lasciarsi fermare dalla paura che suo nonno Bhisma e il suo maestro Drona muoiano nella battaglia. Anche noi, basandoci sull'autorità di Sri Krishna, dobbiamo accettare senza più dubbi che l'anima esiste ed è distinta dal corpo materiale, e rifiutare di credere che i sintomi della vita appaiano a un certo stadio dell'evoluzione della materia per una semplice combinazione di elementi chimici. Sebbene l'anima sia immortale, non si deve incoraggiare la violenza, salvo in tempo di guerra, quando è veramente necessaria. E quando diciamo "veramente necessaria" s'intende che è applicata con l'approvazione del Signore, e non arbitrariamente.

 

 

VERSO 31

sva-dharman api caveksya
na vikampitum arhasi
dharmyad dhi yuddhac chreyo 'nyat
ksatriyasya na vidyate

sva-dharman: i princìpi religiosi individuali; api: anche; ca: in verità; aveksya: considerando; na: mai; vikampitum: esitare; arhasi: ti si addice; dharmyat: per i princìpi religiosi; hi: in verità; yuddhat: che il combattimento; sreyah: migliore impegno; anyat: nessun altro; ksatriyasya: dello ksatriya; na: non; vidyate: esiste.

 

TRADUZIONE

Considerando il tuo dovere di ksatriya dovresti sapere che non esiste è per te impegno migliore che combattere secondo i princìpi della religione; non hai quindi ragione di esitare.

 

SPIEGAZIONE

Nel varnasrama-dharma è chiamato ksatriya colui che appartiene al secondo varna (Gruppo sociale), i cui componenti hanno il compito di amministrare lo Stato secondo i veri princìpi e proteggere gli altri esseri da ogni difficoltà. Il nome ksatriya deriva da ksat "aggredire", e trayate "proteggere". Un tempo lo ksatria era addestrato a combattere nella foresta, dove andava a sfidare una tigre e l'affrontava con la spada. La tigre uccisa veniva poi bruciata con tutti gli onori. Ancora oggi i re ksatriya devono imparare alla perfezione l'arte di combattere perché la violenza è necessaria talvolta per proteggere i princìpi religiosi. È fuori questione, dunque, che uno ksatriya possa accettare all'improvviso il sannyasa. È vero che in campo politico egli può usare abilmente la non violenza, ma questa non deve costituire un principio inderogabile. Nei codici religiosi è scritto:

ahavesu mitho 'nyonyam
jighamsanto mahi-ksitah
yuddhamanah param saktya
svargam yanty aparan-mukhah

yajnesu pasavo brahman
hanyante satatam dvijaih
samskritah kila mantrais ca
te 'pi svargam avapnuvan

"Come un brahmana può elevarsi ai pianeti superiori offrendo animali nel fuoco del sacrificio, così un re, uno ksatriya, può elevarsi combattendo un nemico invidioso." Non si può dunque considerare violenza il fatto di uccidere gli avversari in una battaglia che ha lo scopo di proteggere i princìpi della religione, come non è violenza l'uccisione di animali nel fuoco del sacrificio ottengono direttamente un corpo umano senza dover trasmigrare da una specie all'altra; (1) mentre i brahmana che presiedono al sacrificio si elevano ai pianeti superiori, come gli ksatriya caduti in battaglia.

I doveri dell'uomo (sva-dharma) sono di due categorie. Finché si trova condizionato dalla materia, l'uomo che vuole raggiungere la liberazione deve adempiere i doveri materiali che il corpo impone, osservando i principi religiosi. Ma una volta liberato, il suo dovere (sva-dharma) si situa sul piano spirituale, al di là di ogni concetto materiale. Allo stato condizionato, brahmana e ksatriya hanno precisi doveri a cui non possono mancare. Questi doveri sono stati stabiliti dal Signore stesso secondo la natura e le tendenze di ognuno, come spiegherà il quarto capitolo. Sul piano condizionato, lo sva-dharma prende il nome di varnasrama-dharma e permette all'uomo di elevarsi fino alla conoscenza spirituale. Il varnasrama-dharma, cioè il dovere specifico assegnato a ciascuno secondo le influenze materiali (i guna) che hanno determinato il suo corpo, è alla base della vera civiltà umana. Compiendo tutti i doveri prescritti dal varnasrama-dharma l'uomo giungerà a un livello superiore di vita.

 

 

VERSO 32

yadricchaya copapannam
svarga-dvaram apavritam
sukhinah ksatriyah partha
labhante yuddham idrisam

yadricchaya: per accordo spontaneo; ca: anche; upapannam: arrivato a; svarga: dei pianeti celesti; dvaram: porta; apavritam: spalancata; sukhinah: molto felici; ksatriyah: i membri dell'ordine reale; partha: o figlio di Pritha; labhante: raggiungono; yuddham: guerra; idrisam: così.

 

TRADUZIONE

O Partha, felici sono gli ksatriya cui l'opportunità di combattere si presenta naturalmente perché si aprono per loro le porte dei pianeti celesti.

 

SPIEGAZIONE

Arjuna ha affermato che combattere non gli porterà alcun beneficio, anzi lo farà precipitare all'inferno; ma Krishna, il maestro dell'intera creazione, condanna questi discorsi causati dall'ignoranza. Uno ksatriya che sul campo di battaglia sceglie la "non violenza" non può essere che uno sciocco. Nel Parasara-smriti — i codici religiosi promulgati dal grande saggio Parasara, padre di Vyasadeva — troviamo queste affermazioni:

ksatriyo hi praja raksan
sastra-panih pradandayam
nirjitya para-sainyadi
kstim dharmena palayet

"Lo ksatriya ha il dovere di proteggere i cittadini da ogni difficoltà. E al fine di mantenere l'ordine e la legge, egli può in alcuni casi ricorrere alla violenza. Il suo dovere è quello di sconfiggere gli eserciti di re nemici per instaurare nel mondo un governo basato sui princìpi religiosi."

Considerando ogni aspetto del problema, Arjuna non ha motivo di evitare il combattimento. Se vince il nemico avrà il regno, se muore nello scontro si apriranno per lui le porte dei pianeti celesti. Qualunque cosa accada, il combattimento volgerà in suo favore.

 

 

VERSO 33

atha cet tvam imam dharmyam
sangramam na karisyasi
tatah sva-dharmam kitim ca
hitva papam avapsyasi

atha: perciò; cet: se; tvam: tu; imam: questo; dharmyam: come un dovere religioso; sangramam: combattimento; na: non; karisyasi: compì; tatah: allora; sva-dharmam: tuo dovere religioso; kirtim: reputazione; ca: anche; hitva: perdendo; papam: reazione colpevole; avapsyasi: otterrai.

 

TRADUZIONE

Se invece rifiuti il tuo dovere religioso che consiste nel combattere certamente peccherai per aver mancato al tuo dovere e perderai così la tua fama di guerriero.

 

SPIEGAZIONE

Arjuna è un guerriero famoso; questa fama se l'è guadagnata combattendo contro potenti esseri celesti, tra cui Siva stesso che si presentò a lui per sfidarlo travestito da cacciatore. Soddisfatto della lotta, e perfino della propria sconfitta, Siva gli offrì l'arma pasupata-astra. Tutti conoscono il valore di Arjuna. Una volta, Dronacarya, il suo maestro d'armi, lo benedisse e gli regalò un'arma contro cui egli stesso era impotente. Anche suo padre Indra, re dei pianeti celesti, lo stima molto. Tutti questi grandi personaggi e altri ancora possono garantire il suo valore nell'arte marziale. Se Arjuna si ritira dal combattimento, non solo avrà trascurato il suo dovere di ksatriya, ma perderà anche la reputazione e si aprirà la strada verso i pianeti infernali. Non è dunque disertando il campo di battaglia che Arjuna eviterà la degradazione, bensì combattendo.

 

 

VERSO 34

akirtim capi bhutani
kathayisyanti te 'vyayam
sambhavitasya cakirtir
maranad atiricyate

akirtim: infamia; ca: anche; api: inoltre; bhutani: tutti; kathayisyanti: parleranno; te: di te; avyayam: per sempre; sambhavitasya: per un uomo degno di rispetto; ca: anche; akirtih: cattiva fama; maranat: che la morte; atiricyate: diventa più.

 

TRADUZIONE

Gli uomini parleranno per sempre della tua infamia, e per una persona degna di rispetto il disonore è peggiore della morte.

 

SPIEGAZIONE

Come amico e consigliere di Arjuna, Krishna gli dà la Sua opinione definitiva su questo rifiuto di combattere: "Arjuna, se abbandoni il campo di battaglia prima ancora che il combattimento cominci, sarai accusato di essere un codardo. E se eviti il combattimento per aver salva la vita, e accetti così di vedere infangato il tuo nome, allora ti dico che è meglio morire in battaglia. Per un uomo rispettato come te, il disonore è peggiore della morte. Non scappare per paura di perdere la vita; è meglio morire con le armi in pugno, salvo dal disonore, piuttosto che perdere il tuo prestigio tra gli uomini per non aver saputo beneficiare della Mia amicizia."

 

 

VERSO 35

bhayad ranad uparatam
mamsyante tvam maha-rathah
yesam ca tvam bahu-mato
bhutva yasyasi laghavam

bhayat: per paura; ranat: dal campo di battaglia; uparatam: cessato; mamsyante: penseranno; tvam: te; maha-rathah: i grandi generali; yesam: per coloro che; ca: anche; tvam: tu; bahu-matah: in grande stima; bhutva: essendo stato; yasyasi: andrai; laghavam: sminuito in valore.

 

TRADUZIONE

I grandi generali che ebbero un'alta stima del tuo nome e della tua fama penseranno che solo per paura tu abbia abbandonato il campo di battaglia e ti considereranno una persona insignificante.

 

SPIEGAZIONE

Il Signore continua a dare la sua opinione ad Arjuna: "Credi che questi grandi generali, Duryodhana, Karna e gli altri, penseranno che tu hai abbandonato la lotta solo per compassione verso i tuoi fratelli e tuo nonno? Penseranno piuttosto che è stato per codardia! Ecco come sarà distrutta per sempre l'alta stima che hanno di te."

 

 

VERSO 36

avacya-vadams ca bahun
vadisyanti tavahitah
nindantas tava samarthyam
tato duhkhataram nu kim

avacya: dure; vadan: parole inventate; ca: anche; bahun: molte; vadisyanti: diranno; tava: tuoi; ahitah: nemici; nindantah: ingiuriando; tava: tua; samarthyam: abilità; tatah: di ciò; duhkha-taram: più penoso; nu: naturalmente; kim: che cosa c'è.

 

TRADUZIONE

I Tuoi nemici avranno per te parole disonorevoli e scherniranno la tua abilità. Che cosa può esserci di più penoso per te?

 

SPIEGAZIONE

Gli spropositi di Arjuna sulla compassione hanno meravigliato molto il Signore, che ha spiegato perché la falsa pietà non si addice a un arya. Ora egli ha dimostrato a sufficienza che la compassione di Arjuna per i parenti è irragionevole.

 

 

VERSO 37

hato va prapsyasi svargam
jitva va bhoksyase mahim
tasmad uttistha kaunteya
yuddhaya krita-niscayah

hatah: essendo ucciso; va: o; prapsyasi: otterrai; svargam: il regno celeste; jitva: vincendo; va: o; bhoksyase: godrai; mahim: del mondo; tasmat: perciò; uttistha: alzati; kaunteya: o figlio di Kunti; yuddhaya: a combattere; krita: determinato; niscayah: con certezza.

 

TRADUZIONE

O figlio di Kunti, se muori sul campo di battaglia raggiungerai i pianeti celesti, se vinci godrai del regno della Terra. Alzati dunque, e combatti con determinazione.

 

SPIEGAZIONE

Anche se la vittoria non è sicura, Arjuna deve combattere; se dovesse rimanere ucciso nello scontro rinascerebbe su uno dei pianeti celesti.

 

 

VERSO 38

sukha-duhkhe same kritva
labhalabhau jayajayau
tato yuddhaya yujyasva
naivam papam avapsyasi

sukha: felicità; duhkhe: e dolore; same; con animo equo; kritva: facendo; labha-alabhau: profitto e perdita; jaya-ajayau: vittoria e sconfitta; tatah: poi; yuddhaya: unicamente per combattere; yujyasva: impegnati (combatti); na: mai; evam: in questo modo; papam: reazione colpevole; avapsyasi: otterrai.

 

TRADUZIONE

Combatti per dovere, senza considerare gioia o dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta — così facendo non incorrerai mai nel peccato.

 

SPIEGAZIONE

Ora Krishna chiede direttamente ad Arjuna di combattere perché Lui lo desidera. Quando si agisce nella coscienza di Krishna non si considerano i risultati dell'azione — gioia o dolore, perdita o guadagno, vittoria o sconfitta. La coscienza spirituale, che trascende la materia, ci fa capire che ogni atto dev'essere compiuto al solo fine di soddisfare Krishna; in questo modo non ci saranno da temere reazioni materiali. Chi agisce invece per il proprio piacere, sotto l'influenza della virtù o della passione, deve subire le conseguenze delle sue azioni, buone o cattive. Ma colui che si abbandona completamente a Krishna e agisce solo per Lui si libera da tutti gli obblighi a cui è legato nella vita quotidiana. A questo proposito lo Srimad Bhagavatam afferma:

devarsi-bhutapta-nrinam pitrinam
na kinkaro nayam rini ca rajan
sarvatmana yah saranam saranyam
gato mukundam parihritya kartam

"Chi si abbandona completamente a Krishna, Mukunda, lasciando ogni altro dovere, non ha più debiti con nessuno, siano esseri celesti o saggi, parenti, antenati o l'umanità intera." (S.B. 11.5.41) Krishna introduce in questo verso un idea che svilupperà in seguito.

 

 

VERSO 39

esa te 'bhihita sankhye
buddhir yoge tv imam srinu
buddhya yukto yaya partha
karma-badham prahasyasi

esa: tutto questo; te: a te; abhihita: descritto; sankhye: con lo studio analitico; buddhih: l'intelligenza; yoge: azione scevra dai suoi frutti; tu: ma; imam: questo; srinu: ascolta; buddhya: con l'intelligenza; yuktah: collegata; yaya: con cui; partha: o figlio di Pritha; karma-bandham: incatenamento della relazione; prahasyasi: puoi essere liberato da.

 

TRADUZIONE

Finora ti ho descritto questa conoscenza col metodo analitico. Ora ascolta mentre te la spiego col metodo dell'azione compiuta senza attaccamento al risultato. O figlio di Pritha, agendo con questa conoscenza ti libererai dai legami dell'azione.

 

SPIEGAZIONE

Secondo il Nirukti dizionario sanscrito vedico), il termine sankhya indica sia l'analisi particolareggiata dei fenomeni materiali sia lo studio della vera natura dell'anima. La parola yoga si riferisce invece al controllo dei sensi. Arjuna si è convinto che è meglio non combattere, ma la sua convinzione è basata su interessi materiali. Trascurando il suo dovere, egli vuole ritirarsi dalla lotta, perché pensa di essere più felice risparmiando i parenti che godendo di un regno dopo aver ucciso i suoi cugini, i figli di Dhritarastra, quasi suoi fratelli. Ma questi motivi sono entrambi materiali; sia la felicità della vittoria sia quella di vedere salva la sua famiglia rappresentano sempre un interesse personale perché Arjuna potrà ottenere queste gioie solo rinnegando il dovere e la ragione. Perciò Krishna gi spiega che uccidendo il corpo di suo nonno non distruggerà la sua anima. Tutti gli esseri, compreso il Signore, possiedono un'individualità eterna: erano individui nel passato, lo sono nel presente e lo saranno anche in futuro. Noi siamo eternamente anime individuali, e passando da un corpo all'altro cambiamo soltanto il nostro involucro carnale. Ma continuiamo a mantenere la nostra individualità anche dopo esserci liberati dal corpo materiale. Il Signore ha dunque spiegato chiaramente ad Arjuna la natura dell'anima e quella del corpo.

Nel dizionario Nirukti questo studio dell'anima e del corpo sotto diversi aspetti si chiama sankhya, e non ha niente in comune con la filosofia sankhya esposta dal filosofo ateo Kapila. Molto tempo prima della venuta di questo impostore, l'autentica filosofia sankhya era stata spiegata dal vero Kapila, manifestazione di Sri Krishna, a sua madre Devahuti. Queste conversazioni filosofiche sono riportate nello Srimad Bhagavatam, dove Kapila spiega chiaramente che il Purusa, il Signore Supremo, è attivo, e crea il mondo materiale gettando il Suo sguardo sulla natura materiale (la prakriti). La stessa informazione è nella Bhagavad-gita e nei Veda, dov'è detto che il Signore guardò la prakriti e l'impregnò di anime individuali infinitesimali. Una volta a contatto col mondo materiale, questi individui sono continuamente alla ricerca della gratificazione dei sensi, e sotto il fascino dell'energia materiale credono di godere. Questo desiderio di godimento accompagna tutti gli esseri, anche quelli liberati dalla materia che a questo stadio cercano d'identificarsi con Dio. Questa è l'ultima trappola di maya, l'illusione del piacere. Solo dopo innumerevoli vite di piacere materiale si diventa mahatma (grandi anime) e ci si abbandona a Vasudeva, Krishna, concludendo così la ricerca della Verità Assoluta.

Arjuna accetta il Signore come proprio maestro spirituale, e si affida a Lui dicendo: sisyas te 'ham sadhi mam tvam prapannam. Krishna gli insegnerà dunque come agire nel buddhi-yoga, o karma-yoga, la pratica del servizio di devozione, che mira unicamente al piacere del Signore. Nel decimo verso del capitolo dieci si spiega che il buddhi-yoga è la comunione diretta col Signore, che risiede nel cuore di ogni essere nella forma del Paramatma. Ma non è possibile giungere a questa comunione senza impegnarsi nel servizio di devozione al Signore. Perciò, chi è situato nel servizio d'amore al Signore, o in altre parole nella coscienza di Krishna, raggiunge il livello del buddhi-yoga per la grazia speciale del Signore. Infatti, il Signore afferma che solo a coloro che Lo servono con amore e devozione Egli dà la conoscenza pura della devozione nell'amore assoluto. In questo modo il devoto può raggiungere facilmente il Signore nel Suo regno di felicità eterna.

Il buddhi-yoga di cui parla questo verso è dunque il servizio di devozione al Signore; quanto al termine sankhya, esso non si riferisce affatto al sankhya-yoga dell'impostore Kapila. Non dobbiamo fare l'errore di confonderli. Non solo questa filosofia atea non aveva alcun seguito all'epoca della battaglia di Kuruksetra, ma Krishna non avrebbe mai neppure menzionato simili speculazioni atee nella Bhagavad-gita. La vera filosofia sankhya, così com'è stata esposta dal vero Kapila, è descritta nello Srimad Bhagavatam. Qui il termine sankhya significa "descrizione analitica del corpo e dell'anima". Quando Krishna analizza la natura dell'anima, il suo scopo è di condurre Arjuna al buddhi-yoga, o bhakti-yoga. Il sankhya di Krishna e quello del vero Kapila sono dunque la stessa cosa, corrispondono entrambi al bhakti-yoga. Più avanti nella Bhagavad-gita Krishna preciserà che solo gli uomini di scarsa intelligenza fanno distinzione tra il sankhya-yoga e il bhakti-yoga (sankhya-yogau prithag balah pravadanti na panditah). L'altro snkhya, quello degli atei, non ha evidentemente nulla in comune col bhakti-yoga, ma questi sprovveduti pensano che la Bhagavad-gita parli del loro sistema filosofico.

Buddhi-yoga significa dunque agire nella coscienza di Krishna, cioè servire il Signore con devozione nella conoscenza e nella felicità che nascono da questo servizio. Chi agisce sempre per la soddisfazione del Signore nonostante le difficoltà segue i princìpi del buddhi-yoga ed è costantemente immerso nella felicità trascendentale. Servendo il Signore si acquisiscono subito, per la Sua grazia, tutte le qualità spirituali; la liberazione è dunque completa in se stessa senza che si debbano compiere sforzi indipendenti per raggiungere la conoscenza.
L'azione compiuta nella coscienza di Krishna e quella compiuta in vista di un beneficio materiale sono dunque profondamente differenti: ciò che fa la perfezione spirituale dell'azione è di compierla nello spirito del buddhiyoga.

 

 

VERSO 40

nehabhikrama-naso 'sti
pratyavayo na vidyate
sv-alpam asya dharmasya
trayate mahato bhayat

na: non c'è; iha: in questo yoga; abhikrama: nel tentare; nasah: perdita; asti: c'è; pratyavavayah: diminuzione; na: mai; vidyate: c'è; su-alpam: un piccolo; api: sebbene; asya: di questa; dharmasya: occupazione; trayate: libera; mahatah: da molto grande; bhayar: pericolo.

 

TRADUZIONE

In questo sforzo non vi è perdita o diminuzione, e un piccolo passo verso questa via ci protegge dalla paura più temibile.

 

SPIEGAZIONE

L'azione compiuta nella coscienza di Krishna, cioè per soddisfare il Signore e senza altro desiderio, è la più elevata attività trascendentale. Anche il minimo sforzo a far piacere a Krishna non è mai perduto. Sul piano materiale ogni impresa non portata a termine è un insuccesso, ma sul piano spirituale, quello della coscienza di Krishna, la minima attività genera benefici duraturi. Perciò colui che agisce nella coscienza di Krishna non è mai perdente, anche se la sua opera rimane incompleta. Anche solo l'uno per cento fatto in coscienza di Krishna porta risultati permanenti, e se ci si ferma si riparte dal due per cento; le attività materiali, invece, se non hanno successo al cento per cento non portano beneficio. Lo illustra bene un episodio riportato nello Srimad-Bhgavatam: un brahmana di noe Ajamila, che nella giovinezza aveva seguito i princìpi della coscienza di Krishna ma li aveva poi abbandonati, alla fine della vita fu totalmente ricompensato per la grazia del Signore. Sempre nello Srimad Bhagavatam si trova, q questo proposito, un verso stupendo:

tyaktva sva-dharmam carananbujam harer
bhajann apakvo 'tha patet tato yadi
yatra vabhadram abhud amusya kim
ko vartha apto 'bhajatam sva-dharmatah

"Che cosa perde colui che per un momento mette fine alla ricerca dei piaceri materiali per servire Krishna, anche se non continua il suo sforzo e ritorna sulla vecchia via? Ma che cosa guadagnerà chi compie alla perfezione le sue attività materiali?" (S.B.1.5.17) Oppure, come dicono i cristiani: "A che serve all'uomo guadagnare il mondo intero se perde la vita eterna?"

Le attività materiali e i loro frutti scompaiono col corpo, mentre l'azione compiuta per il piacere di Krishna, anche se interrotta, finisce sempre col condurre il suo autore alla coscienza di Krishna, se non altro in una prossima vita. Agendo per il piacere di Krishna si ha almeno la sicurezza di rinascere con un corpo umano, in una famiglia di saggi brahmana o in una famiglia ricca e colta, con la possibilità di avanzare ancora sulla via della realizzazione spirituale. Questa è l'incomparabile virtù del servizio di devozione.

 

 

VERSO 41

vyavasayatmika buddhir
ekeha kuru-nandana
bahu-sakha hy ananta ca
buddhayo 'vyavasayinam

vyavasaya-atmika: risoluto in coscienza di Krishna; buddhih: intelligenza; eka: soltanto uno; iha: in questo mondo; kuru-nandana: o amato figlio dei Kuru; bahu-sakhah: avendo vari rami; hi: in verità; anantah: illimitata; ca: anche; buddhayah: intelligenza; avyavasayinam: di coloro che non sono in coscienza di Krishna.

 

TRADUZIONE

Chi si trova su questa via è risoluto nel suo sforzo e persegue un unico scopo, o amato figlio dei Kuru; mentre l'intelligenza di chi non è risoluto si perde in molte diramazioni.

 

SPIEGAZIONE

La ferma fede che la coscienza di Krishna può portare alla perfezione assoluta è ciò che si chiama intelligenza vyavasayatmika. A questo proposito la Caitanya-caritamrita (Madhya 22.62) afferma:

‘sraddha'-sabde visvasa kahe sudridha niscaya

krisne bhakti kaile sarva-karma krita haya

Fede significa porre la propria fiducia in ciò che è sublime. Colui che compie il proprio dovere nella coscienza di Krishna è liberato da tutti gli obblighi che implica la vita materiale (verso la famiglia, lo Stato e l'umanità). Tutte le nostre azioni, buone o cattive, ci legano a sempre nuovi meccanismi materiali. Invece colui che è cosciente di Krishna non deve più sforzarsi di rendere favorevoli le sue azioni; tutte le sue azioni sono sul piano assoluto poichè non sono più sotto l'influsso della dualità che le rende buone o cattive. La più alta perfezione della coscienza di Krishna è nella rinuncia alla concezione materiale della vita. A questa rinuncia si giunge infallibilmente seguendo i princìpi del bhakti-yoga.

La determinazione di chi è nella coscienza di Krishna si fonda sulla conoscenza. Vasudevah sarvam iti sa mahatma su-durlabhah: una persona situata nella coscienza di Krishna è quell'anima rara che sa perfettamente che Vasudeva, Krishna, è la causa di tutte le cause. Come l'acqua versta alla radice di un albero sale naturalmente verso le foglie, i rami e tutte le parti dell'albero, così il devoto di Krishna rende a tutti (a se stesso,, alla famiglia, alla società, al Paese e all'umanità) il più grande servizio che esista. Se Krishna è soddisfatto delle nostre azioni, anche tutti gli altri esseri saranno soddisfatti.
Questo servizio a Krishna dev'essere compiuto sotto l'esperta guida di un rappresentante qualificato di Krishna, un maestro spirituale autentico, che può guidare le attività del discepolo conoscendo la sua personalità. Se vogliamo diventare coscienti di Krishna dobbiamo agire con fermezza e obbedire al maestro spirituale, impegnandoci a portare a buon fine le sue istruzioni. Srila Visvanatha Cakravarti Thakura con le sue preghiere al maestro spirituale c'insegna:

yasya prasadad bhagavat-prasdo
yasyaprasadn na gatih kuto 'pi
dhyayan stuvams tasya yasas tri-sandhyam
vande guroh sri-caranaravindam

"Soddisfare il maestro spirituale è lo stesso che soddisfare Dio, la Persona Suprema. Senza soddisfare il maestro spirituale non si può diventare coscienti di Krishna. Devo dunque meditare su di lui almeno tre volte al giorno, implorarlo di accordarmi la sua misericordia e rendergli i miei più rispettosi omaggi."

Questo metodo di realizzazione spirituale, (il bhakti-yoga) dipende interamente dalla conoscenza dell'anima, che è oltre il corpo, conoscenza che è anche pratica perché ci permette di non agire più al solo fine di gustare i frutti dell'azione. Colui che non ha la mente controllata e fissa in Krishna, invece agisce inevitabilmente spinto da ogni sorta di motivi materiali.

 

 

VERSI 42-43

yam imam puspitam vacam
pravadanty avipascitah
veda-vada-ratah partha
nanyad astiti vadinah

kamatmanah svarga-para
janma-karma-phala-pradam
kriya-visesa-bahulam
bhogaisvarya-gatim prati

yam imam: tutte queste; puspitam: fiorite; vacam: parole; pravadanti: dicono; avipascitah: uomini dotati di scarsa conoscenza; veda-vada-ratah: pretesi seguaci dei Veda; partha: o figlio di Pritha; na: mai; anyati: nient'altro; asti: vi è; iti: così; vadinah: i difensori; kama-atmanah: desiderosi di gratificazione dei sensi; svarga-parah: con lo scopo di raggiungere i pianeti celesti; janma-karma-phala-pradam: di avere una buona nascita e altre reazioni interessate; kriya-visesa: cerimonie pompose; bahulam: varie; bhoga: nel piacere dei sensi; aisvarya: e ricchezze; gatim: progresso; prati: verso.

 

TRADUZIONE

Gli uomini di scarsa conoscenza si lasciano attrarre dal linguaggio fiorito del Veda, che raccomandano la pratica di attività interessate per raggiungere i pianeti celesti, per ottenere una buona nascita, il potere e altri benefici simili. Desiderando la gratificazione dei sensi e una vita opulenta, essi non vedono nient'altro.

 

SPIEGAZIONE

Gli uomini oggi non sono molto intelligenti, e causa dell'ignoranza si attaccano eccessivamente ai riti prescritti nella sezione karma-kanda dei Veda per avere benefici materiali. La loro più grande aspirazione è quella di ottenere i piaceri dei pianeti celesti, dove abbondano le ricchezze, le donne, e il vino. A loro i Veda raccomandano numerosi sacrifici specialmente quelli che si raggruppano sotto il nome di jyotistoma. Infatti, chi desidera raggiungere i pianeti superiori deve eseguire questi sacrifici; e gli uomini di scarso sapere credono che raggiungere i pianeti superiori sia l'unico oggetto della conoscenza vedica. Per queste persone è assai difficile adottare la coscienza di Krishna, che richiede molta determinazione. I pianeti superiori sono paragonati, per l'opulenza e i piaceri che offrono, ai fiori delle piante velenose, e l'uomo di scarsa intelligenza si lascia volentieri attrarre dal loro profumo ingannevole senza vedervi il pericolo.

Il karma-kanda afferma che chiunque osservi le quattro austerità mensili potrà gustare il soma-rasa, l'elisir dell'immortalità e della felicità eterna (apama somam amrita abhuma e aksayyam ha vai caturmasya- yajinah sukritam bhavati). Perfino sul nostro pianeta s'incontrano persone che vorrebbero bere il soma-rasa e accescere così la loro potenza e il loro piacere; queste persone non credono nella liberazione dall'esistenza materiale e si attaccano solo al fasto delle cerimonie e dei sacrifici vedici. Spinte dalla lussuria, non cercano altro che le delizie dei pianeti celesti. Su questi pianeti, nei giardini chiamati Nandana-kanana è facile avvicinare donne dalla bellezza angelica, e bere il soma-rasa che scorre a fiumi prodigando il più alto benessere. Esistono uomini che non hanno altro fine nella vita che diventare i padroni del mondo per godere di questa felicità, pur sempre materiale e temporanea.

 

 

VERSO 44

bhogaisvarya-prasaktanam
tayapahrita-cetasam
vyavasayatmika buddhih
samadhau na vidhiyate

bhoga: al piacere materiale; aisvarya: e opulenza; prasaktanam: per coloro che sono attaccati; taya: da tali cose; apahrita-cetasam: con la mente confusa; vyavasaya-atmika: fissi nella determinazione; buddhih: servizio devozionale al Signore; samadhau: nella mente controllata; na: mai; vidhiyate: ha luogo.

 

TRADUZIONE

Nella mente di coloro che sono troppo attaccati al piacere dei sensi e alla ricchezza materiale, e sono sviati da questi desideri, la risoluta determinazione a servire con devozione il Signore Supremo non trova posto.

 

SPIEGAZIONE

Il termine samadhi significa "concentrare la mente". Il Nirukti, il dizionario vedico, afferma, samyag adhiyate 'sminn atma-tattva-yathatmyam: "Il samadhi è lo stato raggiunto quando la mente rimane assorta nella realizzazione spirituale." Il samadhi è irraggiungibile per le persone interessate ai piaceri materiali e sviate da tali piaceri temporanei. Di fronte all'energia materiale, la lor sconfitta è certa.

 

 

VERSO 45

trai-gunya-visaya veda
nistrai-gunyo bhavarjuna
nirdvandvo nitya-sattva-stho
niryoga-ksema atmavan

trai-gunya: relativi alle tre influenze della natura materiale; visayah: sul tema; vedah: le scritture vediche; nistrai-gunyah: che trascende le tre influenze della natura materiale; bhava: sii; arjuna: o Arjuna; nirdvandvah: senza dualità; nitya-sattva-stah: allo stato puro di esistenza spirituale; niryoga-ksemah: libero dal'idea del guadagno e della protezione; atma-van: stabilito nel sè.

 

TRADUZIONE

O Arjuna, supera le tre influenze della natura materiale che costituiscono l'oggetto principal dei Veda. Liberati d ogni dualità, dal'ansia di guadagno e di sicurezza materiale e stabilisciti nel sè.

 

SPIEGAZIONE

Ogni azione materiale con le sue conseguenze è sotto il controllo delle tre influenze della natura. Un'azione è materiale quando è compiuta per raccoglierne i frutti, che sono la causa della nostra prigionia nel mondo materiale. I Veda trattano soprattutto delle attività materiali, ma al solo scopo di sottrarre uomini ai piaceri materiali e condurli fino alla più alta spiritualità. Krishna consiglia ad Arjuna, Suo amico e discepolo, di elevare la sua coscienza al piano spirituale, di cercare la Trascendenza Suprema, come indica l'inizio del Vedanta: brahma-jijnasa. Tutti gli abitanti del mondo materiale devono lottare duramente per sopravvivere; per loro il Signore, dopo la creazione del mondo materiale, rivelò la conoscenza vedica affinchè imparassero a condurre una vita capace di liberarli dai legami della materia. Dopo aver trattato nel karma-kanda del modo di ottenere i piaceri materiali, le Scritture ci danno nelle Upanisad la possibilità di raggiungere la realizzazione spirituale. Come la Bhagavad-gita fa parte del quinto Veda (il Mahabharata), le Upanisad appartengono a diversi Veda e segnano l'inizio della vita spirituale.
Finchè esiste il corpo materiale le nostre azioni e le loro conseguenze sono sotto il dominio delle tre influenze della natura materiale. Dobbiamo semplicemente imparare a non lasciarci sopraffare dalle dualità come la gioia e il dolore, il caldo e il freddo. Se tolleriamo le dualità, ci libereremo dal desiderio di guadagnare e dal timore di perdere. L'uomo raggiunge questa pace spirituale quando è perfettamente cosciente di Krishna e si affida completamente alla Sua volontà.

 

 

VERSO 46

yavan artha udapane
sarvatah samplutodake
tavan sarvesu vedesu
brahmanasya vijanatah

yavan: tutto ciò; arthah: è destinato; uda-pane: in un pozzo d'acqua; sarvatah: sotto ogni aspetto; sampluta-udake: in una grande riserva d'acqua; tavan: similmente; sarvesu: in tutte; vedesu: letterature vediche; brahmmanasya: dell'uomo che conosce il Brahman Supremo; vijanatah: che si trova nella completa conoscenza.

 

TRADUZIONE

Come una grande riserva d'acqua adempie a tutte le funzioni del pozzo, così colui che conosce il fine supremo dei Veda raccolgie tutti i benefici che i Veda procurano.

 

SPIEGAZIONE

I riti e i sacrifici indicati nel karma-kanda hanno lo scopo d'incoraggiare l'uomo allo sviluppo graduale della realizzazione spirituale. Lo scopo della realizzazione spirituale è chiaramente spiegato nella Bhagavad-gita (15.15): lo studio dei Veda mira a conoscere Krishna, la sorgente di tutte le cose. La realizzazione spirituale consiste dunque nel comprendere Krishna e la relazione eterna che ci unisce a Lui. Il quindicesimo capitolo della Bhagavad-gita (15.7) spiega anche la natura della relazione che unisce il Signore agli esseri individuali. Gli esseri fanno parte integrante di Krishna, perciò risveglare in se stessi la coscienza di Krishna è la perfezione suprema, a cui può condurci la conoscenza dei Veda. Questo è confermato anche dallo Srimad Bhagavatam:

aho bata sva-paco 'to gariayn
yaj-jihvagre vartate nama tubhyam
tepus tapas te juhuvuh sasnur arya
brahmanucur nama grinanti ye te

"O Signore, chiunque canti il Tuo santo nome si trova sul piano più elevato della realizzazione spirituale anche se viene dalla condizione più bassa, da una famiglia di candala (mangiatori di cani). Per giungere a questo livello ha certamente dovuto sottoporsi a ogni tipo di ascesi e compiere sacrifici secondo i riti vedici; ha dovuto anche studiare i Veda e bagnarsi in tutti i luoghi santi di pellegrinaggio. Questa persona è considerata la migliore tra gli arya." (S.B. 3.33.7) Bisogna essere tanto intelligenti da capire il vero scopo dei Veda senza lasciarsi attrarre solo dai riti prescritti, e occorre anche troncare il desideiro di andare sui paineti superiori allo scopo di godere più intensamente dei piaceri materiali. L'uomo d'oggi non può osservare le regole necessarie all'esecuzione dei riti vedici e a quelle prescritte nel Vedanta e nelle Upanisad. Compiere i riti vedici richiede molto tempo, energia, conoscenza e risorse, tutte cose di cui quest'età di Kali non è generosa. Si può tuttavia raggiungere il fine ultimo della cultura vedica cantando i santi nomi del Signore, come raccomanda Sri Caitanya Mahaprabhu, il liberatore di tutte le anime cadute. Quando Prakasananda Sarasvati, un grande erudito in materia vedica, rimproverò a Sri Caitanya di essere "sentimentale" perche cantava i santi nomi invece di studiare la filosofia del Vedanta, Sri Caitanya Mahaprabhu, che è Dio stesso, rispose che il Suo maestro spirituale, avendoLo trovato molto ignorante, Gli aveva ordinato di cantare i santi nomi di Sri Krishna. E così cantando Si sentì invadere da un'estasi incontenibile. Nell'era in cui viviamo, il Kali-yuga, la maggior parte della gente è ignorante e incapace di comprendere la filosofia del Vedanta; perciò il metodo raccomandato per raggiungere lo stesso scopo a cui mira lo studio del Vedanta è quello di cantare i santi nomi del Signore evitando di commettere offese.² Il Vedanta è la crema della saggezza vedica, e Krishna ne è l'autore e il conoscitore. Il più grande Vedantista è il mahatma, la grande anima che trae piacere dal canto dei santi nomi. Questo è il fine supremo dello studio dei Veda.

 

 

VERSO 47

karmany evadhikaras te
ma phalesu kadacana
ma karma-phala-hetur bhur
ma te sango 'stv akarmani

karmani: nei doveri prescritti; eva: certamente; adhiikarah: giusto; te: di te; ma: mai; phalesu: nei frutti; kadacana: in alcun momento; ma: mai; karma-phala; nel risultato dell'attività; hetuh: causa; bhuh: diventa; ma: mai; te: di te; sangah: attaccamento; astu: dovrebbe essere; akarmani: a non compiere doveri prescritti.

 

TRADUZIONE

Tu hai il diritto di compiere i tuoi doveri prescritti, ma non di godere dei frutti dell'azione. Non considerarti mai lacausa dei risultati delle tue attività e non cercare mai di sfuggire al tuo dovere.

 

SPIEGAZIONE

Qui bisogna considerare tre fattori: il dovere prescritto, l'azione arbitraria e l'inazione. I doveri prescritti sono quelli che si devono eseguire finchè si è soggetti alle influenze della natura materiale; le azioni arbitrarie sono quelle che si compiono senza tener conto delle istruzioni che ci danno le Scritture e le autorità spirituali; e l'inazione consiste nel sottrarsi ai doveri prescritti. Il Signore consiglia ad Arjuna di non prendere la via dell'inazione, ma piuttosto di agire secondo il suo dovere senza attaccarsi al risultato. Infatti, chi si attacca al risultato dell'azione si assume la responsabilità delle proprie attività, e deve godere o soffrire delle loro conseguenze.

I doveri prescritti possono essere di tre tipi: doveri abituali, straordinari e occupazioni volontarie. I devoti abituali devono essere compiuti secondo le Scritture e senza attaccamento al risultato. Poichè si tratta di doveri imposti, la loro esecuzione è sotto l'influenza della virtù (sattva-guna). Invece l'azione che mira a ottenere un risultato genera la schiavitù e deve quindi essere considerata dannosa. Ognuno ha il diritto di compiere il proprio dovere, ma nessuno deve agire per ottenere un risultato. Adempiere i propri compiti in uno spirito di distacco significa avanzare con passo sicuro sulla via della liberazione spirituale.
Il Signore consiglia dunque ad Arjuna di combattere per dovere, senza un'altra forma di attaccaento. Buoni o cattivi, gli attaccamenti materiali sono una schiavitù e non possono in nessun caso aiutarci a diventare liberi dalla condizione materiale. Anche l'inazione, però è condannabile. Per Arjuna l'unica via di salvezza è combattere, come il dovere gli impone.

 

 

VERSO 48

yoga-sthah kuru karmani
sangam tyaktva dhananjaya
siddhy-asiddhyoh samo bhutva
samatvam yoga ucyate

yoga-sthah: equilibrato; kuru: compi; karmani: tuoi doveri; sangam: attaccamento; tyaktva: abbandonando; dhananjaya: o Arjuna; siddhi-asiddhyoh: nel successo e nel fallimento; samah: equilibrato; bhutva: diventando; samatvam: equanimità; yogah: yoga; ucyate: è chiamato.

 

TRADUZIONE

Compi il tuo dovere con equilibrio, o Arjuna, senza attaccamento al successo o al fallimento. Tale equanimità si chiama yoga.

 

SPIEGAZIONE

Krishna suggerisce ad Arjuna di seguire la via dello yoga. Ma che cos'è lo yoga? Il termine yoga significa concentrare la mente sull'Assoluto controllando i sensi, che sono sempre agitati. L'assoluto è il Signore Supremo. E se il Signore chiede personalmente ad Arjuna di combattere, questi non deve preoccuparsi del'esito della battaglia. Il successo e la vittoria sono nelle mani di Krishna; Arjuna non deve far altro che seguire le Sue istruzioni. Seguire le istruzioni di Krishna è il vero yoga, che trova l'applicazione pratica nella coscienza di Krishna, la sola che permette di liberarci da ogni istinto di possesso. Se vogliamo adempiere i nostri doveri rimanendo coscienti di Krishna dobbiamo diventare i Suoi servitori, o i servitori dei Suoi servitori. Questo è il solo modo di avanzare sul cammino dello yoga. Arjuna è uno ksatriya, e come tale partecipa al varnasrama-dharma, che ha per scopo quello di soddisfare Visnu, come insegna il Visnu Purana. Bisogna soddisfare Krishna, e non se stessi, come avviene nel mondo materiale. Se non si soddisfa Krishna, non si può pretendere di osservare il vero principio del varnasrama-dharma. Così l'interesse di Arjuna è quello di seguire la volontà di Krishna, come lascia intendere il Signore stesso.

 

 

VERSO 49

durena hv avaram karma
buddhi-yogad dhananjaya
buddhau saranam anviccha
kripanah phala-hetavah

durena: lascia a grande distanza; hi: certamente; avaram: detestabile; karma: attività; buddhi-yogat: in forza della coscienza di Krishna; dhananjaya: o conquistatore di ricchezze; buddhau: in tale coscienza; saranam: arrenditi completamente; anviccha: cercano di; kripanah: miseri; phala-hetavah: coloro che desiderano i frutti delle loro attività.

 

TRADUZIONE

O Dhananjaya, allontana da te tutte le attività detestabili col servizio di devozione, e in questa coscienza arrenditi al Signore. Avari sono coloro che voglionoi godere del loro lavoro.

 

SPIEGAZIONE

L'uomo che realizza pienamente la sua natura fondamentale di eterno servitore del Signore abbandona ogni occupazione eccetto quella compiuta nella coscienza di Krishna. Il buddhi-yoga, cioè il servizio di devozione, come abbiamo visto, consiste nel servire il Signore con amore puro ed è questa la via migliore per tutti gli esseri. Solo un avaro cerca. Solo un avaro cerca di godere dei frutti del proprio lavoro, perché questo desiderio non fa che intrappolarlo sempre più nella rete dell'esistenza materiale. Ogni azione compiuta fuori della coscienza di Krishna è dannosa perché ci lega sempre più al ciclo di nascite e morti. Perciò non si dovrebbe mai desiderare di essere la causa dell'azione; tutto dovrebbe essere compiuto in piena coscienza di Krishna, per la soddisfazione di Krishna. L'avaro non sa usare le ricchezze che ha ottenuto con un colpo di fortuna o con un duro lavoro. Come l'avaro, l'uomo sfortunato non usa la sua energia umana al servizio del Signore. Invece noi dobbiamo impiegare tutte le nostre energie al servizio di Krishna, e se faremo così la nostra vita sarà un successo.

 

 

VERSO 50

buddhi-yukto jahatiha
ubhe sukrita-duskrite
tasmad yogaya yujyasva
yogah karmasu kausalam

buddhi-yuktah: chi è impegnato nel servizio devozionale; jahati; può sbarazzarsi; iha: in questa vita; ubhe; entrambi; sukrita-duskrite: buoni e cattivi risultati; tasmat: perciò; yogaya: per amore del servizio devozionale; yujyasva: essere così impegnato; yogah: coscienza di Krishna; karmasu: in tutte le attività; kausalam: arte.

 

TRADUZIONE

L'uomo impegnato nel servizio devozionale si libera dalle conseguenze buone o cattive dell'azione in questa vita stessa. Sforzati dunque di apprendere lo yoga, che è l'arte dell'agire.

 

SPIEGAZIONE

Da tempo immemorabile tutti gli esseri viventi accumulano le conseguenze buone e cattive delle loro azioni, e questo li rende dimentichi della loro posizione eterna. Questa ignoranza si può vincere seguendo le istruzioni della Bhagavad-gita che ci insegna come abbandonarci totalmente a Sri Krishna e come liberarci dall'incatenamento delle azioni e delle loro conseguenze. Per liberarsi da queste catene Arjuna deve agire nella coscienza di Krishna, come gli è stato consigliato dal Signore.

 

 

VERSO 51

karma-jam buddhi-yukta hi
phalam tyakva manisinah
janma-bandha-vinirmuktah
padam gacchanty anamayam

karma-jam: a causa delle attiività interessate; buddhi-yuktah: essendo impegnato nel servizio devozionale; hi: certamente; phalam: risultati; tyaktva: abbandonando; manisinah: grandi saggi e devoti; janma-bhanda; dai legami di nascita e morte; vinirmuktah: liberati; padam: posizione; gacchanti: raggiungono; anamayam: senza sofferenza.

 

TRADUZIONE

Impegnàti nel servizio devozionale offerto al Signore, grandi saggi e devoti si liberano in questo mondo dalle conseguenze dell'attività. Si svincolano così dal ciclo di nascita e morte e raggiungono la condizione che è al di là della sofferenza [tornando a Dio].

 

SPIEGAZIONE

Gli esseri liberati appartengono a quel luogo dove non esistono sofferenze materiali. Lo Srimad Bhagavatam afferma in proposito:

samasrita ye pada-pallava-plavam
mahat-padam punya-yaso murareh
bhavambudhir vatsa-padam param padam
padam padam yad vipadam na tesam

"L'oceano dell'esistenza materiale è come l'acqua contenuta nell'impronta dello zoccolo di un vitello per l'uomo che ha preso rifugio nel vascello dei piedi di loto di Mukunda, il Signore che accorda la liberazione e in cui tutti gli universi riposano. Quell'uomo cercherà allora il luogo dove le sofferenze materiali non esistono (param padam, Vaikuntha) e non il luogo dove a ogni passo s'incontrano nuovi pericoli." 

(S.B. 10.14.58)

L'ignoranza ci fa dimenticare che il mondo materiale è un luogo di sofferenza, dove a ogni istante dobbiamo affrontare nuovi pericoli. Solo per ignoranza l'uomo poco intelligente cerca un rimedio ai problemi dell'esistenza nel godimento dei fruttti dell'azione e crede così di trovare la felicità. Non sa che nessun corpo materiale, in tutto l'universo, è capace di dare una vita libera dalle sofferenze. Le sofferenze della vita, cioè la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte, sono presenti ovunque nel mondo materiale: Ma l'uomo che conosce la sua vera condizione di servitore eterno del Signore e conosce la posizione della Persona Suprema Sri Krishna, s'impegna con amore al Suo servizio e si arricchisce così di tutte le qualità necessarie per raggiungere i pianeti Vaikuntha, o Vaikunthaloka, dove non esiste nè la triste vita materiale nè l'influenza del tempo e della morte. Conoscere la propria natura significa anche conoscere la sublime natura del Signore. Colui che crede, a torto, che l'anima individuale sia uguale al Signore è immerso nelle tenebre più fitte, perciò è incapace d'impegnarsi al servizio del Signore con amore e devozione. Cercherà piuttosto di diventare lui stesso un "Signore", preparandosi così a morire e rinascere innumerevolivolte. Ma colui che riconosce la propria posizione di servitore si mette al servizio di Krishna e si prepara a raggiunere il regno di Vaikuntha. Il servizio offerto al Signore si chiama karma-yoga, buddhi-yoga, o semplicemente "servizio di devozione".

 

 

VERSO 52

yada te moha-kalilam
buddhir vyatitarisyati
tada gantasi nirvedam
srotavyasya srutasya ca

yada: quando; te: tua; moha: di illusione; kalilam: densa foresta; buddhih: servizio trascendentale con intelligenza; vyatitarisyati: supera; tada: in quel momento; ganta asi: andrai; nirvedam: indifferenza; srotavyasya: verso ciò che deve essere ascoltato; srutasya: tutto ciò che è stato ascoltato; ca: anche.

 

TRADUZIONE

Quando la tua intelligenza avrà superato la densa foresta dell'illusione, diventerai indifferente a tutto ciò che hai ascoltato e a tutto ciò che potrai ancora ascoltare.

 

SPIEGAZIONE

Tra i grandi devoti del Signore ci sono numerosi esempi di persone che si distaccarono dalle pratiche rituali dei Veda semplicemente perché s'impegnarono nel servizio di devozione al Signore. Anche se è un brahmana esperto, colui che conosce veramente Krishna e la relazione che lo lega a Lui si distacca naturalmente e completamente dalle pratiche rituali che portano a godere dei frutti dell'azione. Sri Madhavendra Puri, grande devoto e acarya della linea vaisnava, diceva:

sandhya-vandana bhadram astu bhavato bhoh snana tubhyam namo
bho devah pitaras ca tarpana-vidhau naham ksmah ksamvyatam
yatra kvpi nisadya yadava-kulottamasya kasa-dvisah
smaram smaram agham harmi tad alam manye kim anyena me

"O preghiere della sera recitate tre volte al giorno, tutte le glorie a voi. O abluzioni mattutine, vi offro i miei omaggi! O esseri celesti, o antenati, vi prego di scusarmi se non posso più presentarvi delle offerte! Ovunque vada ricordo l'illustre discendente della dinastia Yadu (Krishna), il nemico di Kamsa, e posso così liberarmi dalle conseguenze di tutti i miei peccati. E credo che questo mi basti".

I neofiti devono osservare scrupolosamente le regole e le pratiche prescritte dai Veda, che comprendono le preghiere da recitare tre volte al giorno, le abluzioni mattutine e gli omaggi agli antenati. Ma la persona che è pienamente cosciente di Krishna ed è impegnata nel Suo trascendentale servizio d'amore diventa indifferente a tutte queste regole perché ha già raggiunto la perfezione. Chi può impegnarsi direttamente al servizio del Signore Supremo, Sri Krishna, non ha più bisogno di compiere tutte le austerità e i sacrifici richiesti dalle Scritture. D'altra parte, eseguire tutti questi riti senza capire che lo scopo dei Veda è quello di raggiungere Krishna è solo una perdita di tempo. Le persone coscienti di Krishna trascendono il sabda-brahma, cioè superano le frontiere dei Veda e delle Upanisad.

 

 

VERSO 53

sruti-vipratipanna te
yada sthasyati niscala
samadhav acala buddhis
tada yogam avapsyasi

sruti: di rivelazione vedica; vipratipanna: senza essere influenzato dai risultati interessati; te: tuoi; yada: quando; sthasyati: rimane; niscala: impassibile; samadhau: nella coscienza trascendentale, ossia la coscienza di Krishna; acala: inflessibile; buddhih: intelligenza; tada: in quel momento; yogam: realizzazione del sè; avapsyasi: raggiungerai.

 

TRADUZIONE

Quando la tua mente non sarà più distratta dal linguaggio fiorito dei Veda e rimarrà fissa nell'estasi della realizzazione spirituale, avrai raggiunto la coscienza divina.

 

SPIEGAZIONE

Quando si dice che una persona è in samadhi significa che è pienamente cosciente di Krishna; infatti, per essere in perfetto samadhi bisogna aver realizzato il Brahman, il Paramatma e Bhagavan. La più alta perfezione della realizzazione spirituale è capire che siamo eterni servitori di Krishna e che il nostro unico compito è quello di adempiere per il nostro dovere nella coscienza di Krishna. Una persona cosciente di Krishna, un fermo devoto del Signore, non può lasciarsi distrarre dal linguaggio fiorito dei Veda e non deve neppure impegnarsi in attività interessate per raggiungere i pianeti superiori. Chi diventa cosciente di Krishna è in diretto contatto con Dio e può capire tutte le Sue istruzioni. Siamo sicuri così di raggiungere la conoscenza e la perfezione della vita spirituale. È sufficiente seguire le istruzioni di Krishna o del Suo rappresentante, il maestro spirituale.

 

 

VERSO 54

arjuna uvaca
sthita-prajnasya ka bhasa
samadhi-sthasya kesava
sthita-dhih kim prabhaseta
kim asita vrajeta kim

arjunah uvaca: Arjuna disse; sthita-prajnasya: chi si è stabilito fermamente nella coscienza di Krishna; ka: quale; bhasa: linguaggio; samadhisthasya: di chi si è situato nel samadhi; kesava: o Krishna; sthita-dhih; stabile nella coscienza di Krishna; kim: che cosa; prabhaseta: dice; kim: come; asita: si ferma; vrajeta: cammina; kim: come.

 

TRADUZIONE

Arjuna disse:
O Krishna, quali sono i sintomi di una persona la cui coscienza è immersa nella Trascendenza? come parla e con quali parole? come si siede e come cammina?

 

SPIEGAZIONE

Ogni uomo rivela particolari caratteristiche secondo la propria natura. Per esempio, è possibile riconoscere un ricco, un malato o un erudito per alcuni aspetti singolari. Così colui che è cosciente di Krishna ha un modo particolare di parlare, camminare, pensare e sentire, descritto dalla Bhagavad-gita. La cosa più importante è il suo modo di parlare, perché questo è ciò che distingue un uomo. Finché non apre bocca, uno sciocco può passare inosservato, soprattutto se ha una bella presenza, ma non appena inizia a parlare si rivela per quello che è. La prima caratteristica di una persona cosciente di Krishna è quella di parlare direttamente o indirettamente soltanto di Krishna. Tutte le altre caratteristiche derivano da questa e le troveremo descritte nel verso seguente.

 

 

VERSO 55

sri-bhagavan uvaca
prajahati yada kaman
sarvan partha mano-gatan
atmany evatmana tustah
sthita-prajnas tadocyate

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; prajahati: abbandona; yada: quando; kaman: desideri di gratificazione dei sensi; sarvan: di ogni varietà; partha: o figlio di Pritha: manah-gatan: di speculazione mentale; atmani: nello stato puro dell'anima; eva: certamente; atmana: dalla mente purificata; tustah: soddisfatto; sthita-prajnah: situato nella Trascendenza; tada; in quel momento; ucyate: è detto.

 

TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
O Partha, un uomo che si libera da ogni desiderio di gratificazione dei sensi generato dalla speculazione mentale, e con la mente così purificata trova soddisfazione soltanto nel sé, è situato nella pura coscienza trascendentale.

 

SPIEGAZIONE

Lo Srimad Bhagavatam afferma che la persona perfettamente cosciente di Krishna, assorta nel servizio d'amore e di devozione al Signore, possiede tutte le qualità dei grandi saggi, mentre chi non ha raggiunto questo stadio di perfezione spirituale non ha alcuna qualità, perché è costretto a rifugiarsi nella speculazione mentale. Questo verso ci consiglia dunque di respingere tutti i desideri di piacere materiale creati dalla mente. Allontanare di forza i desideri materiali è impossibile, ma se c'impegniamo al servizio di Krishna questi desideri svaniranno facilmente. Dobbiamo dunque impegnarci nella coscienza di Krishna senza esitare, poiché il servizio di devozione ha il potere di elevare immediatamente la nostra coscienza al piano trascendentale. La persona spiritualmente elevata è sempre soddisfatta in se stessa perché è cosciente di essere l'eterno servitore del Signore Supremo. Situata a questo livello trascendentale, non ha più desideri degradanti che derivano da una concezione materialistica della vita, ma è sempre felice di servire il Signore secondo la propria natura eterna.

 

 

VERSO 56

duhkhesv anudvigna-manah
sukhesu vigata-sriphah
vita-rag-bhaya-krodhad
sthita-dhir munir ucyate

duhkhesu: nelle triplici sofferenze; anudvigna-manah: senza essere mentalmente agitati; sukhesu: nella felicità; vigata-sprihah: senza provare interesse; vita: libero da; raga: attaccamento; bhaya: paura; krodhah: e collera; sthita-dhih: la cui mente è stabile; munih: un saggio; ucyate: è chiamato.

 

TRADUZIONE

Chi non è più turbato dalle tre forme di sofferenza né inebriato dalle gioie della vita, ed è libero dall'attaccamento, dalla paura e dalla collera, è considerato un saggio dalla mente ferma.

 

SPIEGAZIONE

La parola muni designa il "filosofo" che agita la mente con un mucchio di ipotesi senza mai giungere a una conclusione concreta. Ogni muni ha un suo proprio modo di vedere le cose e per essere considerato tale deve formulare un'opinione diversa da quella di altri muni: na casav risir yasya matam na bhinnam. (Mahabarata, Vana-parva 313.117) Ma lo sthita-dhir muni, menzionato in questo verso dal Signore, è diverso dal muni ordinario: è sempre cosciente di Krishna perché ha esaurito ogni interesse teso a creare nuove teorie. Egli è definito prasanta-nihsesa-manorathantara (Stotra-ratna 43), cioè colui che ha superato lo stadio della speculazione mentale ed è giunto alla conclusione che non esiste nulla all'infuori di Sri Krishna, Vasudeva (vasudevah sarvam iti sa mahatma sudurlabhh). Egli è un muni che ha la mente sempre ferma.

Una persona cosciente di Krishna non è per niente afflitta dalle tre forme di sofferenza,³ le accetta come una misericordia del Signore pensando di meritare maggiori sofferenze a causa delle sue azioni passate, e vede che per la grazia del Signore le sue sofferenze sono ora ridotte al minimo. Nei momenti di gioia riconosce la stessa misericordia, considerandosi indegna di essere felice; capisce che solo per la grazia del Signore si trova nelle condizioni favorevoli per servire meglio il Signore. Nel servire Krishna questa persona è sempre coraggiosa e attiva, senza attaccamento né avversione. Attaccamento significa usare le cose per la propria gratificazione dei sensi, e distacco è l'assenza di ogni interesse per i piaceri dei sensi. Ma chi è fisso nella coscienza di Krishna non conosce né attaccamento né distacco perché la sua vita è dedicata al servizio del Signore. In questo modo non si lascia mai prendere dalla collera, neanche di fronte all'insuccesso. Chi è cosciente di Krishna possiede sempre una ferma determinazione.

 

 

VERSO 57

yah sarvatranabhisnehas
tat tat prapya subhasubham
nabhinandati na dvesti
tasya prajna pratisthita

yah: colui che; sarvatra: ovunque; anabhisnehah: senza affetto: tat: quello; tat: quello; prapya: raggiungendo; subha: bene; asubham: male; na: mai; abhinandati: elogia; na: mai; dvesti: invidia; tasya: sua; prajna: perfetta conoscenza; pratistha: fisso.

 

TRADUZIONE

La persona che in questo mondo resta impassibile di fronte a qualsiasi forma di bene o di male che le si presenti, e non apprezza la prima né disprezza la seconda, è fermamente situata nella perfetta conoscenza.

 

SPIEGAZIONE

Nel mondo materiale c'è sempre qualche cambiamento che può essere favorevole o sfavorevole. Non esserne turbati, né essere scossi dal bene o dal male è sintomo che una persona è cosciente di Krishna. Finché ci troviamo nel mondo materiale, pieno di qualità, dovremo sempre far fronte al bene e al male, ma chi è cosciente di Krishna non è soggetto alle dualità perché è assorto in Krishna, il bene assoluto e infinito. La persona cosciente di Krishna è in una condizione perfettamente trascendentale, chiamata tecnicamente samadhi.

 

 

VERSO 58

yada samharate cayam
kurmo 'nganiva sarvasah
indriyanindriyarthebhyas
tasya prajna pratisthita

yada: quando; samharate: ritrae; ca: anche; ayam: egli; kurmah: tartaruga; angani: membra; iva: come; sarvasah: interamente; indriyani:sensi; indriya-artebhyah: dagli oggetti dei sensi; tasya: sua; prajna: coscienza; pratisthita: fissa.

 

TRADUZIONE

Chi è in grado di ritrarre i sensi dai loro oggetti, come una tartaruga ritrae le membra nel guscio, è fermamente stabilito nella perfetta conoscenza.

 

SPIEGAZIONE

Ciò che caratterizza lo yogi, il devoto, l'anima realizzata, è la capacità di controllare i sensi. La maggior parte degli uomini è schiava dei sensi e agisce sotto il loro influsso. Questo è ciò che distingue lo yogi dall'uomo comune. Per agire, i sensi vogliono il campo libero e non sopportano le restrizioni. Sono paragonati a serpenti velenosi, che lo yogi, il devoto deve tenere sotto controllo con l'abilità di un cantatore di serpenti; non deve mai lasciarli agire fuori della sua volontà.
Le Scritture rivelate ci indicano numerose regole di condotta, alcune sono proibizioni, altre prescrizioni. Se non osserviamo queste regole e non controlliamo i nostri sensi, non possiamo situarci fermamente nella coscienza di Krishna. Il miglior esempio per illustrare questa idea è quello della tartaruga, menzionato nel verso. La tartaruga può ritrarre le membra o farle uscire dal guscio secondo le necessità del momento. Così la persona cosciente di Krishna usa i sensi solo al servizio di Krishna, chiudendosi ai piaceri materiali. Analogamente, i sensi delle persone coscienti di Krishna sono utilizzati solo per finalità particolari nell'ambito del servizio al Signore, altrimenti vengono ritratti. Arjuna sta imparando qui a usare i sensi al servizio del Signore, invece che per la propria soddisfazione. Utilizzare i sensi al servizio del Signore è il principio stabilito con l'analogia della tartaruga che ritrae in sé i sensi.

 

 

VERSO 59

visaya vinivartante
niraharasya dehinah
rasa-varjam raso 'py asya
param dristva nivartate

visayah: oggetti per il godimento dei sensi; vinivartante: allenati ad astenersi; niraharasya: con restrizioni obbligate; dehinah: l'anima incarnata; rasa-varjam: rinunciando al gusto; rasah: senso di piacere; api: benché vi sia; asya: suo; param: cose di gran lunga superiori; dristva: sperimentando; nivartate: cessa di.

 

TRADUZIONE

L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga. Ma se perde questo gusto, sperimentando un piacere superiore, resterà fissa nella coscienza spirituale.

 

SPIEGAZIONE

Senza aver raggiunto la realizzazione spirituale è impossibile allontanarsi dal piacere dei sensi. Controllare i sensi osservando determinate regole è come proibire al malato di mangiare alcuni alimenti; il paziente soffre di queste limitazioni e non perde il gusto per i cibi proibiti. Così la disciplina dei sensi mediante la pratica di uno yoga come l'astanga-yoga che comprende diverse fasi dette yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi — è raccomandata alle persone meno intelligenti, che non conoscono un metodo migliore. Ma colui che avanzando nella coscienza di Krishna gusta la bellezza del Signore Supremo, Sri Krishna, non prova più la minima attrazione per le cose materiali. Queste restrizioni s'impongono dunque soltanto ai neofiti, e sono efficaci solo se si è già attratti dalla coscienza di Krishna. Quando poi si è veramente coscienti di Krishna, si perde automaticamente ogni attrazione per i piaceri materiali, che appaiono ormai scialbi e monotoni.

 

 

VERSO 60

yatato hy api kaunteya
purusasya vipascitah
indriyani pramathini
haranti prasabham manah

yatatah: mentre si sforza; hi: certamente; api: nonostante; kaunteya: o figlio di Kunti; purusasya: di un uomo; vipascitah: pieno di discernimento; indriyani: i sensi; pramathini: che agitano; haranti: portano via; prasabham: di forza; manah: la mente.

 

TRADUZIONE

I sensi sono così forti e impetuosi, o Arjuna, che travolgono perfino la mente di un uomo saggio che si sforza di controllarli.

 

SPIEGAZIONE

Molti grandi eruditi, filosofi e spiritualisti tentano di controllare i sensi, ma nonostante tutti gli sforzi, talvolta cadono vittime del godimento dei sensi, perché la mente è instabile per natura. Perfino Visvamitra, grande saggio e yogi perfetto, si lasciò sedurre da Menaka, sebbene cercasse di controllare i sensi con lo yoga e con severe austerità. La storia riporta migliaia di esempi come questo, che indicano come sia difficile a chi non è pienamente cosciente di Krishna dominare la mente e i sensi. In realtà è impossibile abbandonare le abitudini materiali se non si volge la mente a Krishna. Il grande saggio e devoto Yamunacarya ce ne offre un esempio pratico quando afferma:

yad-avadhi mama cetah krishna-padaravinde
nava-nava-rasa-dhamany udyatam rantum asit
tad-avadhi bata nri-sangame smaryamane
bhavati mukha-vikarah susthu nisthivanam ca

"Da quando la mia mente è impegnata nel servizio ai piedi di loto di Sri Krishna provo una gioia trascendentale sempre nuova, e ogni volta che un pensiero sessuale s'insinua nella mia mente, vi sputo sopra e le mie labbra hanno una smorfia di disgusto."

La coscienza di Krishna è fonte di una gioia spirituale così grande che al suo confronto i piaceri materiali diventano ripugnanti; è come la soddisfazione che prova un affamato dopo essersi ristorato. Anche Maharaja Ambarisa poté vincere gli assalti del grande yogi Durvasa Muni semplicemente perché la sua mente era assorta nella coscienza di Krishna (sa vai manah krishna-padaravindayor vacamsi vaikuntha-gunanuvarnane).

 

 

VERSO 61

tani sarvani samyamya
yukta asita mat.parah
vase hi yasyendriyani
tasya prajna pratisthita

tani: quei sensi; sarvani: tutti; samyamya: mantenendo sotto controllo; yuktah: impegnati; asita: dovresti essere situato; mat-parah: in relazione con Me; vase: con abbandono totale; hi: certamente; yasya: di cui; indriyani: i sensi; tasya:sua; prajna: coscienza; pratisthita: fisso.

 

TRADUZIONE

Chi frena i sensi tenendoli sotto controllo, e fissa la coscienza in Me, è considerato un uomo dall'intelligenza ferma.

 

SPIEGAZIONE

Questo verso spiega chiaramente che la coscienza di Krishna è la perfezione dello yoga. Per chi non è cosciente di Krishna controllare i sensi è impossibile. Un giorno il grande saggio Durvasa Muni ebbe una lite con Maharaja Ambarisa, un devoto del Signore, e spinto dall'orgoglio s'infuriò a tal punto che perse il controllo di sé. Il re Ambarisa, invece, sebbene fosse uno yogi meno potente di Durvasa, poté tollerare con calma tutte le ingiustizie del saggio vittorioso dalla lite, perché era un devoto del Signore. Lo Srimad Bhagavatam elenca le qualità che permisero al re di diventare maestro dei sensi:

sa vai manak krishna-padaravindayor
vacamsi vaikunstha-gunanuvarnane
karau harer mandira-marjanadisu
srutim cakaracyuta-sat-kathodaye

mukunda-lingalava-darsane drisau
tad-bhritya-gtra-sparse 'nga-sangamam
ghranam ca tat-pada-saroja-saurabhe
srimat-tulasya rasanam tad-arpite

padau hareh ksetra-padanusarpane
siro hrisikesa-padabhivandane
kamam ca dasye na tu kamyaya
yathottamasloka-janasraya ratih

"Il re Ambarisa fissava la sua mente sui piedi di loto di Krishna, usava le parole per descrivere la dimora del Signore e cantare le Sue qualità spirituali, le mani per pulire il tempio del Signore, le orecchie per ascoltare i divertimenti del Signore, gli occhi per contemplare la forma del Signore, il corpo per toccare il corpo dei devoti, le narici per aspirare il profumo dei fiori offerti ai piedi di loto del Signore, la lingua per gustare le foglie di tulasi offerte al Signore, le gambe per visitare i luoghi di pellegrinaggio e recarsi al tempio del Signore, la testa per prosternarsi davanti al Signore, i desideri per soddisfare i desideri del Signore — e tutte queste qualità facevano di lui un mat-para, un puro devoto del Signore." (9.4.18-20)

È molto significativo qui il termine mat-para. L'esempio di Maharaja Ambarisa mostra come si può diventare un mat-para. Srila Baladeva Vidyabhusana, grande erudito e acarya nella linea dei mat-para, afferma, mad-bhakti-prabhavena sarvendriya-vijaya-purvika svatma dristih sulabheti bhavah: "I sensi possono essere perfettamente controllati solo con la potenza del servizio devozionale offerto a Krishna." Osserviamo anche l'esempio del fuoco: "Come un piccolo incendio può divorare tutto ciò che è contenuto in una stanza, così Sri Visnu, situato nel cuore dello yogi, brucia tutte le impurità che vi si trovano," Anche lo Yoga-sutra raccomanda la meditazione su Visnu, e non sul "vuoto". Gli pseudo-yogi, che meditano su ciò che non è la forma di Visnu, perdono solo il loro tempo nella vana ricerca di qualche chimera. Il vero scopo dello yoga è diventare coscienti di Krishna e dedicarsi alla Persona Suprema.

 

 

VERSO 62

dhyayato visayan pumsah
sangas tesupajayate
sangat sanjayate kamah
kamat krodho 'bhijayate

dhyayatah: mentre contempla; visayan: oggetti dei sensi; pumsah: di una persona; sangah: attaccamento; tesu: negli oggetti dei sensi; upajayate: sviluppa; sangat:dall'attaccamento; sanjayate: sviluppa; kamah: desiderio; kamat: dal desiderio; krodhah: collera; abhijayate: diventa manifesta.

 

TRADUZIONE

Contemplando gli oggetti dei sensi si sviluppa attaccamento per essi; dall'attaccamento si sviluppa la cupidigia e dalla cupidigia nasce la collera.

 

SPIEGAZIONE

Colui che non è cosciente di Krishna viene sommerso dai desideri materiali appena contempla gli oggetti dei sensi. I sensi sono sempre attivi, e se non sono impegnati nel trascendentale servizio d'amore al Signore cercheranno qualche impegno al servizio del materialismo. Tutti gli esseri del mondo materiale, perfino Siva, Brahma e gli altri esseri celesti dei pianeti superiori, subiscono l'attrazione degli oggetti dei sensi. L'unica via per uscire dal labirinto dell'esistenza materiale è la coscienza di Krishna. Siva era in profonda meditazione quando un giorno Parvati andò ad agitare i suoi sensi; egli accettò le sue proposte e dalla loro unione nacque Kartikeya. Quando Haridasa Thakura era giovane devoto del Signore fu anche lui tentato, questa volta da Maya-devi, ma non gli fu difficile resistere, grazie al suo puro amore per Krishna. Come indica il verso dio Sri Yamunacarya citato prima, un sincero devoto del Signore può facilmente sfuggire al desiderio di godimento materiale, perché gusta un piacere spirituale in compagnia del Signore. Questo è il segreto della felicità. Perciò, chi non è nella coscienza di Krishna, anche se è maestro nell'arte di controllare i sensi con una rinuncia artificiale, è sicuro di soccombere prima o poi; la minima tentazione lo spingerà di nuovo ad arrendersi ai capricci dei sensi.

 

 

VERSO 63

krodhad bhvati sammohah
sammohat smriti-vibhramah
smriti-bhramsad buddhi-naso
buddhi-nasat pranasyati

krodhat: dalla collera; bhavati: viene; sammohah: perfetta illusione; sammohat: dall'illusione; smriti: della memoria; vibramah: confusione; smritibhramsat: dopo la confusione della memoria; buddhi-nasah: perdita dell'intelligenza; buddhi-nasat: e dalla perdita dell'intelligenza; pranasyati: si cade.

 

TRADUZIONE

Dalla collera nasce la completa illusione e dall'illusione la confusione della memoria. Quando la memoria è confusa l'intelligenza è perduta, e quando l'intelligenza è perduta si cade nella palude dell'esistenza materiale.

 

SPIEGAZIONE

Srila Rupa Gosvami ci ha dato questa indicazione:

prapancikataya buddhya
hari-sambandhi-vastunah
mumuksubhih parityago
vairagyam phalgu kathyate
(Bhakti-rasamrita-sindhu 1.2.258)

Diventando coscienti di Krishna s'impara che tutto può essere usato al servizio del Signore. Le persone a cui manca la coscienza di Krishna tentano artificialmente di rifiutare tutto ciò che è materiale, ma per quanto desiderino liberarsi dalla prigione della materia non raggiungono la perfezione della rinuncia. La loro cosiddetta rinuncia è chiamata phalgu, cioè poco importante. Chi è cosciente di Krishna, invece, sa come usare ogni cosa al servizio di Dio, in questo modo non è vittima di una coscienza materiale.
Un impersonalista, per esempio, considera l'Assoluto, il Signore, come impersonale e di conseguenza incapace di mangiare. Perciò mentre l'impersonalista si priva degli alimenti più gustosi, il devoto, sapendo che Krishna è il beneficiario di tutti i piaceri del mondo e mangia tutto ciò che Gli è offerto con devozione, prepara per il Signore i piatti più squisiti e ne accetta poi i resti detti prasadam. Così ogni cosa diventa spiritualizzata, e il devoto non corre il rischio di ricadere nell'oceano dell'esistenza materiale; egli vede il prasasam in modo cosciente di Krishna, mentre il non devoto lo rifiuta considerandolo materiale. A causa della sua falsa rinuncia, l'impersonalista non può godere della vita, e la minima agitazione mentale lo fa piombare di nuovo nell'oceano dell'esistenza materiale. Anche se raggiunge la liberazione, l'impersonalista ricadrà perché non è sostenuto dal servizio di devozione a Krishna.

 

 

VERSO 64

raga-dvesa-vimuktais tu
visayan indriyais caran
atma-vasyair vidheyatma
prasadam adhigacchati

raga: attaccamento; dvesa: e distacco; vimuktaih: di una persona che si è liberata di; tu: ma; visayan: oggetti dei sensi; indriyaih: coi sensi; caran: agendo su; atma- vasvaih: sotto il controllo di; vidheya-atma: chi segue la libertà regolata; prasadam: la misericordia del Signore; adhigacchati: raggiunge.

 

TRADUZIONE

Tuttavia chi è libero dall'attaccamento e dall'avversione, ed è capace di controllare i sensi osservando i princìpi regolatori della libertà può ricevere la piena misericordia del Signore.

 

SPIEGAZIONE

Abbiamo già detto che si può diventare artificialmente maestri dei sensi con qualche metodo imposto, ma se i sensi non sono impegnati nel trascendentale servizio del Signore rimarrà sempre il rischio di ricadere. Anche se può sembrare che una persona cosciente di Krishna agisca sul piano materiale, in realtà ha spezzato tutti gli attaccamenti ai piaceri di questo mondo grazie alla sua coscienza spirituale. La persona cosciente di Krishna ha un unico interesse, quello di soddisfare Krishna, perciò è trascendentale a ogni attaccamento e distacco. Secondo il desiderio del Signore, il devoto è pronto ad astenersi da quelle azioni che avrebbe normalmente compiuto per una soddisfazione personale e a compierne altre che d'abitudine non avrebbe mai fatto. Egli è dunque sempre maestro delle sue azioni perché agisce sotto la direzione di Krishna.
Questo livello di coscienza è raggiunto per la misericordia incondizionata di Krishna, e questa misericordia è sempre accessibile al devoto nonostante gli attaccamenti che può ancora manifestare verso i piaceri materiali.

 

 

VERSO 65

prasade sarva-duhkhanam
hanir asyopajate
prasanna-cetaso hy asu
buddhih paryavatistate

prasade: quando ha ottenuto la misericordia incondizionata del Signore; sarva: di tutte; duhkhanam: sofferenze materiali; hanih: distruzione; asya: sue; upajayate: avviene; prasanna-cetasah: di colui che ha la mente felice; hi: certamente; asu: molto presto; buddhih: intelligenza; pari: sufficientemente; avasthate: si stabilisce.

 

TRADUZIONE

Per chi vive nella soddisfazione della piena coscienza di Krishna, le tre forme di sofferenza materiale non esistono più; in questo stato sereno di coscienza ben presto l'intelligenza diventa ferma.

 

 

VERSO 66

nasti buddhir ayuktasya
na cayuktasya bhavana
na cabhavayatah santir
asantasya kutah sukham

na asti: non può esserci; buddhih: intelligenza trascendentale; ayuktasya: di una persona non collegata (con la coscienza di Krishna); na: non; ca: e; ayuktasya: di una persona priva della coscienza di Krishna; bhavana: mente fissa (nell felicità): na: non; ca: e; abhavayatah: di una persona che non è fissa; santih: pace; asantasya: di colui che non è pacifico; kutah: dov'è; sukham: la felicità.

 

TRADUZIONE

La persona che non è unita al Supremo [in coscienza di Krishna] non può avere né un'intelligenza trascendentale né una mente ferma, senza le quali non esiste possibilità di pace. E come può esserci felicità, senza pace?

 

SPIEGAZIONE

Non si può trovare la pace se non si è coscienti di Krishna. Lo conferma anche il verso ventinove del quinto capitolo: la vera pace si trova solo quando si riconosce Krishna come l'unico beneficiario dei frutti dei sacrifici e delle austerità, come il proprietario di tutti gli universi e come l'amico di tutti gli esseri. Fuori della coscienza di Krishna non possiamo dirigere i pensieri sullo scopo ultimo, e l'assenza di questo scopo porta la confusione; ma non appena comprendiamo che Krishna è il beneficiario supremo il proprietario assoluto e il vero amico di ogni essere e di ogni cosa si può trovare la pace, con una mente diventata ferma e costante. Invece chi agisce senza alcun legame con Krishna è sicuro di soffrire sempre e di non trovare mai la pace, per quanto cerchi di dar prova di serenità e di avanzamento spirituale. La coscienza di Krishna è in se stessa una condizione di pace, che può essere raggiunta solo quando ristabiliamo la nostra relazione con Krishna.

 

 

VERSO 67

indriyanam hi caratam
yan mano 'nuvidhiyate
tad asya harati prajnam
vayur navam ivambhasi

indriyanam: dei sensi; hi: certamente; caratam: mentre vaga; yat: con cui; manah: la mente; anuvidhiyate: costantemente impegnata; tat: quella; asya:sua; harati: porta via; prajnam: intelligenza; vayuh: vento; navam: un vascello; iva: come; ambhasi: sull'acqua.

 

TRADUZIONE

Come un vento impetuoso spazza una barca sull'acqua, così uno solo dei sensi irrequieti su cui la mente si fissa può privare un uomo della sua intelligenza.

 

SPIEGAZIONE

È sufficiente che uno solo dei sensi sia impegnato nella ricerca dei piaceri materiali perché lo spiritualista si scosti dal sentiero della realizzazione spirituale; perciò è molto importante impegnare tutti i sensi al servizio del Signore come fece Maharaja Ambarisa. Questo è l'unico modo per controllare la mente.

 

 

VERSO 68

tasmad yasya maha-baho
nigrihitani sarvasah
indriyanindriyarthebhyas
tasya prajna pratisthita

tasmat: perciò; yasya: di cui; maha-baho: tu che hai braccia potenti; nigrihitani: così distolti; sarvasah: così sotto controllo; indriyani: i sensi; indriya-arthebhyah: dagli oggetti dei sensi; tasya: sua; prajna: intelligenza; pratisthita: fissa.

 

TRADUZIONE

Perciò, o Arjuna dalle braccia potenti, chi distoglie i sensi dai loro oggetti possiede un'intelligenza ferma.

 

SPIEGAZIONE

Soltanto con l'aiuto della coscienza di Krishna, cioè impegnando i sensi nel trascendentale servizio d'amore al Signore, è possibile vincere le forze della gratificazione dei sensi. Lo sforzo umano non è sufficiente a controllare i sensi; per vincere occorre usare una forza superiore a quella del nemico. Perciò possiamo controllare i sensi solo se li impegniamo costantemente al servizio del Signore. Sarà sadhaka, "degno di liberazione", soltanto chi comprende che la coscienza di Krishna è l'unica a dare la vera intelligenza e che dev'essere coltivata sotto la guida di un maestro spirituale autentico.

 

 

VERSO 69

ya nisa sarva-bhutanam
tasyam jagarti samyami
yasyam jagrati bhutani
sa nisa pasyato muneh

va: ciò che; nisa: è notte; sarva: tutti; bhutanam: gli esseri viventi; tasyam: in quella; jagarti: è sveglio; samyami: chi è padrone di sé; yasyam: in cui; jagrati: vegliano; bhutani: tutti gli esseri; sa: che è; nisa: notte; pasyatah: per l'introspettivo; muneh: saggio.

 

TRADUZIONE

Quella che per tutti gli esseri è la notte è l'ora della veglia per l'uomo che ha il controllo di sé; quello che per tutti è il tempo della veglia è la notte per il saggio raccolto.

 

SPIEGAZIONE

Esistono due tipi di uomini intelligenti: quelli che si servono dell'intelligenza sul piano materiale con lo scopo di godere meglio dei sensi, e quelli che sono più riflessivi e usano l'intelligenza per aprirsi alla realizzazione spirituale. Le azioni del saggio, dell'uomo riflessivo, sono tenebre per l'uomo preso dai pensieri materiali. Ignorante della sua identità spirituale, il materialista rimane addormentato in queste tenebre, invece il saggio riflessivo è ben desto nelle tenebre del materialista. Avanzando sul sentiero della realizzazione spirituale il saggio sente una gioia sublime, mentre il materialista, "addormentato", chiuso alla realizzazione spirituale, sogna il godimento dei sensi provando ora piacere ora dolore. Il saggio è sempre indifferente alle gioie e ai dolori dell'esistenza materiale: continua il suo progresso spirituale senza essere turbato dalle circostanze materiali.

 

 

VERSO 70

apuryamanam acala-pratistam
samudram apah pravisanti yadvat
tadvat kama yam pravisanti sarve
sa santim apnoti na kama-kami

apuryamanam: essendo sempre pieno; acala-pratistam: stabilmente situato; samudram: l'oceano; apah: acque; pravisanti: entra; yadvat: come; tadvat: così; kamah: i desideri; yam: in lui; pravisanti: entrano; sarve; tutti; sah: quella persona; santim: pace; apnoti: ottiene; na: non; kama kami: colui che vuole soddisfare i suoi desideri.

 

TRADUZIONE

Come l'oceano resta immutato nonostante le acque che vi si gettano, così soltanto l'uomo che non è turbato dal fluire incessante dei desideri che entrano in lui come fiumi, può ottenere la pace, non l'uomo che lotta per appagarli.

 

SPIEGAZIONE

Il vasto oceano riceve senza fine acque nuove, soprattutto durante la stagione delle piogge, ma rimane sempre imperturbato, non cambia, non si agita, non esce mai dai suoi limiti. Così è la persona cosciente di Krishna. Finché avremo un corpo materiale, le domande dei sensi non cesseranno di affluire, ma grazie alla sua pienezza spirituale, il devoto non è agitato da questi desideri. Cosciente di Krishna, egli non ha bisogno di niente perché il Signore provvede a tutto. Il devoto è dunque come l'oceano, che è sempre pieno in se stesso. I desideri possono affluire come le acque dei fiumi nell'oceano, ma il devoto non è minimamente turbato dai desideri materiali; nulla lo fa deviare dal sentiero della realizzazione spirituale. Ecco come riconoscere l'uomo cosciente di Krishna: non ha più la tendenza a godere dei sensi, anche se i desideri sono ancora presenti. Poiché è pienamente soddisfatto di servire il Signore con devozione spirituale, rimane sempre immutabile, come l'oceano, e gode di una pace perfetta. I non devoti, invece, anche se soddisfano i loro desideri di successo materiale o di liberazione, non trovano mai la pace. I materialisti, le persone che aspirano alla liberazione e gli yogi in cerca di poter mistici sono tutti infelici perché i loro desideri rimangono insoddisfatti. Il devoto, invece, è felice servendo il Signore, non ha desideri da soddisfare, non aspira neppure alla liberazione dalla cosiddetta schiavitù materiale. Il devoto di Krishna non ha alcun desiderio materiale, perciò gode di una pace perfetta.

 

 

VERSO 71

vihaya kaman yah sarvan
pumams carati nihsprihah
nirmamo nirahankarah
sa santim adhigacchati

vihaya: abbandonando; kaman: desideri materiali per la gratificazione dei sensi; yah: chi; sarvan: tutti; puman: una persona; carati: vive; nihsprihah: senza desideri; nirmamah: senza senso di possesso: nirahankarah: senza falso ego; sah: egli; santim: pace perfetta; adhigacchati: raggiunge.

 

TRADUZIONE

Soltanto colui che non è più attratto dalla gratificazione dei sensi, che vive libero dai desideri, che ha lasciato ogni senso di possesso e si è spogliato dal falso ego, può raggiungere la vera pace.

 

SPIEGAZIONE

Essere privi di desideri significa non volere niente di materiale, cioè desiderare soltanto di diventare coscienti di Krishna. La perfezione di questa coscienza è capire la nostra posizione eterna di servitori di Krishna, senza credere di essere questo corpo materiale e senza considerarci proprietari di qualcosa. Colui che raggiunge questa perfezione sa bene che ogni cosa dev'essere usata per il piacere di Krishna, perché tutto ciò che esiste appartiene a Lui. Se Arjuna rifiuta di combattere è solo per interesse, ma una volta diventato perfettamente cosciente di Krishna combatterà, perché così vuole il Signore. Benché non abbia alcun desiderio di combattere, Arjuna combatterà per il Signore dando il meglio di se stesso. Il vero distacco da tutti i desideri è la volontà di soddisfare Krishna e non il tentativo artificiale di sopprimere i desideri. Nessuno può privarsi dei sensi o dei desideri, ma ognuno può e deve cambiarne la qualità. Chi non ha desideri materiali sa perfettamente cambiarne la qualità. Chi non ha desideri materiali sa perfettamente che tutto appartiene a Krishna (isavasyam idam sarvam), perciò non reclama nessun diritto di proprietà. Questa conoscenza trascendentale si fonda sulla realizzazione spirituale, cioè sul sapere perfettamente che tutti gli esseri fanno parte integrante di Krishna, partecipano della Sua stessa natura spirituale, sebbene la loro posizione eterna non li metta mai sullo stesso piano del Signore e tantomeno a un livello superiore. Questa comprensione della coscienza di Krishna è la base stessa della vera pace.

 

 

VERSO 72

esa brahmi sthitih partha
nainam prapya vimuhyati
sthivasyam anta-kale 'pi
brahma-nirvanam ricchati

esa: questa; brahmi: spirituale; sthitih: situazione; partha: o figlio di Pritha; na: mai; enam: questa; prapya: ottenendo; vimuhyati: si è confusi; sthitva: essendo situati; asyam: in questa; anta-kale: alla fine della vita; api: anche; brahma-nirvanam: il regno spirituale di Dio; ricchati: si raggiunge.

 

TRADUZIONE

Questa è la via della vita spirituale e divina e dopo averla conseguita l'uomo non è più confuso. Chi intraprende questa via, fosse anche in punto di morte, entra nel regno di Dio.

 

SPIEGAZIONE

Possiamo arrivare alla coscienza di Krishna, alla vita divina, in una frazione di secondo, ma se rifiutiamo ostinatamente di vedere e di accettare le cose così come sono possiamo anche non arrivarci neppure dopo numerosi milioni di vite. Khatvanga Maharaja vi giunse pochi istanti prima di morire, abbandonandosi a Krishna. Nirvana significa mettere fine all'esistenza materiale. Secondo la filosofia buddista, al termine della vita c'è solo il vuoto. Ma ben differente è l'insegnamento della Bhagavad-gita: solo alla fine dell'esistenza materiale comincia la vera vita. Il materialista insensibile si accontenta di sapere che questa vita un giorno finirà, ma lo spiritualista sa bene che una nuova vita comincia dopo la morte. E se prima di morire si ha la grazia di diventare coscienti di Krishna, si raggiunge subito il brahma-nirvana, il regno di Dio.
Non esiste alcuna differenza tra il regno di Dio e il servizio di devozione offerto a Krishna. Poiché sono entrambi assoluti, impegnandosi nel trascendentale servizio d'amore al Signore significa raggiungere il regno spirituale. Le attività del mondo materiale mirano al piacere dei sensi, mentre nel mondo spirituale sono tutte coscienti di Krishna. Appena si diventa coscienti di Krishna si raggiunge il Brahman anche in questa vita stessa. Senza dubbio colui che ha sviluppato la coscienza di Krishna si trova già nel regno di Dio.
Il Brahman è esattamente l'opposto della materia; il termine usato qui, brahni sthiti, significa dunque "non situato sul piano delle attività materiali". La Bhagavad-gita riconosce quindi che colui che s'impegna al servizio del Signore è liberato dai legami della materia (sa gunan samatityaitan brahma-bhuyaya kalpate). Perciò brahmi sthiti è la liberazione dalla materia.
Srila Bhaktivinoda Thakura ha definito questo secondo capitolo della Bhagavad-gita come un compendio di tutto il testo. Gli argomenti della Bhagavad-gita sono il karma-yoga, il jnana-yoga e il bhakti-yoga. I primi due sono stati chiaramente presentati in questo capitolo, dov'è stato introdotto anche il bhakti-yoga; si può dunque dire che il secondo capitolo prende in esame tutt'e tre le forme di yoga di cui tratta l'opera.

 

Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul secondo capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: "Sintesi del contenuto della Bhagavad-gita."

 

NOTE

 

 

1.

"...Di tutte le specie viventi, il genere umano possiede la coscienza più alta, e si ottiene questo corpo privilegiato solo dopo  innumerevoli morti e rinascite nelle 8.400.000 forme di vita esistenti nell' universo, forme che si dividono come segue: 900.000 specie aquatiche, 2.000.000 di specie minerali e vegetali, 1.100.000 specie d'insetti e di rettili, 1.000.000 di specie di uccelli, 3.000.000 di specie di mammiferi e 400.000 specie umane."
(dalla Sri Isopanisad, dello stesso autore)

 

 

2.

Per offesa s'intendono tutti gli atti mentali, verbali o fisici che secondo le Scritture ostacolano il progresso spirituale del devoto.
Elenchiamo qui le dieci più importanti offese che si devono evitare quando si canta o si recita il maha-mantra Hare Krishna:

1.

Ingiuriare, criticare o invidiare un devoto, una persona che si consacra alla propagazione del canto dei santi nomi del Signore;

 

2.

Separare la Persona Suprema dal Suo santo nome, dalla Sua forma, dalle Sue qualità e dalle Sue attività. considerandoli materiali. Non riconoscere la Persona Suprema, Sri Krishna, come la Verità Assoluta, mettere Sri Krishna gli esseri celesti sullo celesti sullo stesso piano o credere nell'esistenza di numerosi dèi;

 

3.

Considerare il maestro spirituale come un uomo comune, voler mettersi al suo posto o trascurare le sue istruzioni;

 

4.

Criticare o minimizzare le Scritture;

 

5.

Giudicare esagerate el glorie del maha-mantra o prenderle per un'invenzione. Interpretare o deridere i santi nomi del Signore;

 

6.

Compiere coscientemente atti colpevoli contando sul canto del maha-mantra per annullarne le conseguenze.

 

7.

Ritenere che i riti, le austerità, la rinuncia e i sacrifici portino gli stessi frutti del canto del maha-mantra;

 

8.

Parlare delle glorie del maha-mantra agli infedeli e agli ignoranti che rifiutano di cantarlo;

 

9.

Essere disattenti durante il canto del maha-mantra;

 

10.

Rimanere attaccati alla vita materiale o disinteressarsi del maha-mantra anche dopo aver ascoltato le sue glorie e compreso gli insegnamenti del maestro spirituale.

 

 

3.

Secondo le Scritture vediche esistono tre forme di sofferenza:

1. adhyatmika-klesa: le sofferenze causate dal nostro corpo e dalla nostra mente;
  2. adhibhautika-klesa: le sofferenze causate da altri esseri viventi;
  3. adhidaivika-klesa: le sofferenze causate dalle forze naturali.

 

 

 

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