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CAPITOLO
3: IL KARMA-YOGA.
VERSO 1
arjuna uvaca
jyayasi cet karmanas te
mata buddhir janardana
tat kim karmani ghore mam
niyojayasi kesava
arjunah uvaca: Arjuna disse; jyayasi: migliore; cet:
se; karmanah: dell’azione interessata; te: da Te; mata: è
considerata; buddhih: intelligenza; janardana: o Krishna; tat: perciò;
kim: perché; karmani: nell’azione; ghore: orribile; mam: me;
niyojayasi: stai impegnando; kesava: o Krishna.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
O Janardana, o Kesava, perché vuoi che m’impegni
in questa orribile battaglia se consideri l’intelligenza superiore
all’attività interessata?
SPIEGAZIONE
Sri Krishna, Dio, la Persona Suprema, ha ampiamente
descritto nel capitolo precedente la natura dell’anima per liberare
Arjuna, Suo intimo amico, dall’oceano di sofferenza che l’opprime e
gli ha consigliato di seguire la via del buddhi-yoga, la coscienza di
Krishna.
Alcuni, credendo erroneamente che coscienza di
Krishna significhi “inazione”, talvolta si isolano in luoghi
solitari per diventare coscienti di Krishna cantando i Suoi santi nomi.
Se non si è educati nella filosofia della coscienza di Krishna non si
consiglia di cantare il santo nome di Krishna in un luogo solitario,
perché si otterrebbe tutt’al più la venerazione di un pubblico
ingenuo. Anche Arjuna pensa che la coscienza di Krishna, il buddhi-yoga
(la conquista della conoscenza spirituale mediante l’intelligenza),
consista nel rinunciare a ogni attività e nel compiere austerità in un
luogo solitario. In altre parole, egli cerca abilmente di evitare il
combattimento adducendo come pretesto la coscienza di Krishna. Ma da
discepolo sincero presenta la situazione a Krishna, il suo maestro,
pregandoLo d’indicargli la via migliore. E in questo terzo capitolo il
Signore risponde ad Arjuna con un’ampia spiegazione del karma-yoga,
che è l’arte di agire nella coscienza di Krishna.
VERSO 2
vyamisreneva vakyena
buddhim mohayasiva me
tad ekam vada niscitya
yena sreyo ’ham apnuyam
vyamisrena: con ambigue; iva: certamente; vakyena:
parole; buddhim: intelligenza; mohayasi: Tu stai confondendo; iva:
certamente; me: mio; tat: perciò; ekam: uno solo; vada: dimmi, per
favore; niscitya: che dà certezza; yena: da quale; sreyah: reale
beneficio; aham: io; apnuyam: posso avere.
TRADUZIONE
La mia intelligenza è confusa dalle Tue istruzioni
ambigue. Ti prego dimmi chiaramente quale via sarà più benefica per
me.
SPIEGAZIONE
Come preludio alla Bhagavad-gita, il capitolo
precedente ha presentato diversi metodi di realizzazione spirituale,
come il sankhya-yoga, il buddhi-yoga, il controllo dei sensi con
l’intelligenza e l’azione disinteressata, mettendo il neofita di
fronte a questi differenti metodi. Ma il secondo capitolo non tratta
questi argomenti in modo sistematico. Sono necessarie altre precisazioni
per tracciare un piano d’azione e facilitare la comprensione di questi
argomenti apparentemente contraddittori. Perciò Arjuna chiede a Krishna
di spiegare ancora questi argomenti, affinché diventino perfettamente
comprensibili anche all’uomo comune. Sebbene Krishna non avesse alcuna
intenzione di confonderlo con giochi di parole, Arjuna non riesce a
capire che cosa significhi essere coscienti di Krishna sia nell’azione
che nell’inazione. Arjuna, dunque con le sue domande tenta di chiarire
la via della coscienza di Krishna a tutti coloro che desiderano
seriamente capire il mistero della Bhagavad-gita.
VERSO 3
sri-bhagavan uvaca
loke
’smin dvi-vidha nistha
pura
prokta mayanagha
jnana-yogena
sankhyanam
karma-yogena yoginam
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Suprema Persona, disse;
loke: nel mondo; asmin: questo; dvi-vidha: due generi di; nistha: fede;
pura: anticamente; prokta: erano state dette; maya: da Me; anagha: tu
che sei senza peccato; jnana-yogena: col metodo di conoscenza che lega;
sankhyanam: dei filosofi empirici; karma-yogena: col metodo di devozione
che lega; yoginam: dei devoti.
TRADUZIONE
Il Signore Supremo disse:
O Arjuna senza peccato, come ho già detto, due
sono le categorie di uomini che cercano di realizzare il sé. Alcuni
sono inclini a raggiungere questo fine con la speculazione filosofica
empirica, altri col servizio devozionale.
SPIEGAZIONE
Nel secondo capitolo, verso 39, il Signore ha
indicato due vie, quella del sankhya-yoga e quella del karma-yoga, o
buddhi-yoga. In questo verso il Signore spiega queste due vie in modo più
chiaro. Il sankhya-yoga, ovvero lo studio analitico della materia e
dello spirito, è il sentiero di coloro che amano la speculazione e
cercano di comprendere le cose mediante la filosofia e la scienza
sperimentale. Gli altri sono coloro che agiscono nella coscienza di
Krishna, come spiega il verso 61 del secondo capitolo. Il Signore ha
spiegato inoltre (B.g. 2.39) che agendo secondo i principi del
buddhi-yoga (la coscienza di Krishna) ci si può liberare dalle catene
dell’azione e ha precisato che questa via è libera da imperfezioni.
Nello stesso capitolo (B.g. 2.61) si afferma che il buddhi-yoga consiste
nel dipendere interamente dall’Essere Supremo, Krishna, e che
applicando questo metodo diventa molto facile controllare i sensi. Di
conseguenza queste due forme di yoga sono complementari, come la
religione e la filosofia. Infatti, la religione senza filosofia è solo
sentimentalismo, o a volte fanatismo, e la filosofia senza religione è
solo speculazione mentale.
Il fine ultimo è Krishna, e i filosofi che cercano
con sincerità la Verità Assoluta giungono immancabilmente alla
coscienza di Krishna. Ciò è confermato anche nella Bhagavad-gita. Si
tratta di comprendere la vera natura dell’anima individuale in
relazione con l’Anima Suprema. La via indiretta è costituita dalla
speculazione filosofica, con cui ci si può gradualmente elevare alla
coscienza di Krishna; ma la via diretta consiste nel vedere tutto, fin
dall’inizio, in relazione a Krishna. Delle due, la coscienza di
Krishna è la via migliore perché non richiede nessun ripiego
speculativo per purificare i sensi. Sublime e allo stesso tempo
semplice, la coscienza di Krishna, via di devozione e d’amore, è
purificatrice in se stessa.
VERSO 4
na karmanam anarambhan
naiskarmyam puruso ’snute
na ca sannyasanad eva
siddhim samadhigacchati
na: non; karmanam: di doveri prescritti; anarambhat:
senza compiere; naiskarmyam: libertà dalla reazione; purusah: un uomo;
asnute: ottiene; na; né; ca: anche; sannyasanat: con la rinuncia; eva:
soltanto; siddhim: successo; samadhigacchati: raggiunge.
TRADUZIONE
Non è soltanto astenendosi dall’agire che ci si
può liberare dalle conseguenze dell’azione, né la rinuncia di per sé
è sufficiente a raggiungere la perfezione.
SPIEGAZIONE
Una volta raggiunta la purificazione mediante il
compimento dei doveri prescritti, che hanno lo scopo di lavare il cuore
materialista da ogni impurità, si può accedere all’ordine di
rinuncia. Colui che non si è gradualmente purificato non può
raggiungere la perfezione dell’esistenza entrando bruscamente nella
quarta fase della vita umana, il sannyasa. Secondo i filosofi empirici,
sarebbe sufficiente prendere l’abito da sannyasi, cioè abbandonare
ogni azione interessata, per diventare uguali a Narayana. Ma Krishna
smentisce questa teoria. Il sannyasi che non ha purificato il proprio
cuore non può essere che causa di disturbo per l’ordine sociale. Se
invece c’impegniamo nel trascendentale servizio del Signore (il
buddhi-yoga), ogni progresso su questa via sarà riconosciuto dal
Signore anche se non adempiamo i nostri obblighi materiali. Sv-alpam apy
asya dharmasya trayate mahato bhayat: compiendo anche un piccolo
servizio di devozione si possono superare grandi ostacoli. (B.g. 2.40)
VERSO 5
na hi kascit ksanam api
jatu tisthaty akarma-krit
karyate hy avasah karma
sarvah prakriti-jair gunaih
na: né; hi: certamente; kascit: chiunque; ksanam:
un momento; api: anche; jatu: perfino; tisthati: rimane; akarma-krit:
senza fare qualcosa; karyate: è forzato ad agire; hi: certamente;
avasah: senza scampo; karma; azione; sarvah: tutti; prakriti-jaih:
generate dalle influenze della natura materiale; gunaih: per le qualità.
TRADUZIONE
Tutti gli uomini sono inevitabilmente costretti ad
agire secondo le tendenze acquisite sulla base delle influenze della
natura materiale; per ciò nessuno può astenersi dall’agire, nemmeno
per un istante.
SPIEGAZIONE
L’anima, per natura, è sempre attiva, e non solo
quando si trova in un corpo. In assenza dell’anima spirituale, il
corpo materiale non può muoversi. Il corpo è solo un veicolo inerte
che trae dall’anima l’energia vitale. L’anima è sempre attiva e
non può smettere di agire neppure per un momento. È meglio dunque che
agisca nella coscienza di Krishna, perché anche se la rifiutasse
dovrebbe pur sempre agire, ma questa volta sotto il dominio
dell’energia illusoria. A contatto con l’energia materiale,
l’anima spirituale subisce le tre influenze della natura materiale e
per purificarsi dall’attaccamento alla materia deve compiere i doveri
che gli sastra (le Scritture rivelate) prescrivono per gli esseri
condizionati. Ma se l’anima è direttamente impegnata nella coscienza
di Krishna, che è la sua funzione naturale, tutto ciò che compie le è
di grande beneficio. Lo Srimad Bhagavatam lo conferma:
tyaktva sva-dharmam caranambujam harer
bhajann apakvo ’tha patet tato yadi
yatra kva vabhadram abhud amusya kim
ko vartha apto ’bhajatam sva-dharmatah
“Chi adotta la coscienza di Krishna non perde
niente e non deve temere nulla, anche se non compie i doveri prescritti
negli sastra o se non esegue perfettamente il servizio di devozione, o
anche se gli accade di trascurare i princìpi della coscienza di Krishna.
A che serve invece seguire tutti i riti purificatòri raccomandati dagli
sastra se non si è coscienti di Krishna?” (1.5.17) Occorre dunque
purificarsi per diventare coscienti di Krishna. Perciò il sannyasa,
come ogni altro metodo di purificazione, deve aiutare l’uomo a
raggiungere il vero scopo dell’esistenza, cioè a diventare cosciente
di Krishna; altrimenti la vita è un fallimento.
VERSO 6
karmendriyani samyamya
ya aste manasa smaran
indriyarthan vimudhatma
mithyacarah sa ucyate
karma-indriyani: i cinque organi d’azione;
samyamya: controllando; yah: chiunque; aste; rimane; manasa: con la
mente; smaran: pensando; indriya-arthan: oggetti dei sensi; vimudha:
stolto; atma: anime; mithya-acarah: simulatore; sah: egli; ucyate: è
chiamato.
TRADUZIONE
Colui che reprime i sensi, ma ha la mente ancora
legata agli oggetti dei sensi, certamente s’illude ed è considerato
un simulatore.
SPIEGAZIONE
Molti fingono di meditare mentre in realtà pensano
solo al piacere dei sensi. Tali simulatori rifiutano naturalmente
d’impegnarsi nella coscienza di Krishna e possono anche cullarsi in
aride speculazioni filosofiche per impressionare le menti contorte, ma
secondo questo verso sono i peggiori imbroglioni. Se si desidera
soltanto godere dei sensi, si può assumere il ruolo che ci piace
all’interno dell’ordine sociale e agire di testa propria; ma se si
vuole una graduale purificazione occorre seguire i princìpi regolatori
del gruppo sociale a cui si appartiene. Chiunque finga di essere uno
yogi, quando in realtà cerca il solo piacere dei sensi, dev’essere
giudicato il peggiore imbroglione anche se riesce a parlare in termini
filosofici. La sua conoscenza è inutile perché i frutti della
conoscenza di un uomo così peccaminoso sono immediatamente portati via
dall’energia illusoria del Signore. I pensieri di tale simulatore sono
sempre impuri perciò la sua cosiddetta meditazione yoga non ha alcun
valore.
VERSO 7
yas tv indriyani manasa
niyamyarabhate ’rjuna
karmendriyaih karma-yogam
asaktah sa visisyate
yah: colui che; tu: ma; indriyani: i sensi; manasa:
con la mente; niyamya: regolando; arabhate: comincia; arjuna: o Arjuna;
karma-indriyaih: con gli organi d’azione; karma-yogam: devozione;
asaktah: senza attaccamento; sah: egli; visisyate: è di gran lunga il
migliore.
TRADUZIONE
D’altra parte una persona sincera che cerca di
controllare i sensi attivi con l’aiuto della mente, e s’impegna
senza attaccamento nel karma-yoga [nella coscienza di Krishna], è di
gran lunga superiore.
SPIEGAZIONE
Invece di diventare uno pseudo-spiritualista per
ottenere più facilmente i piaceri materiali, è molto meglio mantenere
la propria occupazione e cercare allo stesso tempo di raggiungere il
fine dell’esistenza, cioè liberarsi dai legami della materia per
entrare nel regno di Dio. Nel nostro stesso interesse, il primo scopo (svartha-gati)
da raggiungere è Visnu. L’istituzione del varnasrama-dharma ci aiuta
a raggiungere questo scopo. Anche un capofamiglia può raggiungere
questo scopo se s’impegna nel servizio di devozione seguendo le regole
della coscienza di Krishna. Per giungere alla realizzazione spirituale,
l’uomo deve vivere in modo regolato come prescrivono gli sastra e
continuare a compiere il suo dovere in uno spirito di distacco. L’uomo
sincero che s’incammina su questa via è infinitamente meglio situato
dall’impostore che fa mostra di uno spiritualismo mediocre per
imbrogliare un pubblico ingenuo. Uno spazzino sincero vale mille volte
più di un falso yogi che finge di meditare solo per guadagnarsi da
vivere.
VERSO 8
niyatam kuru karma tvam
karma jyayo hy akarmanah
sarira-yatrapi ca te
na prasiddhyed akarmanah
niyatam: prescritti; kuru: compi; karma: doveri;
tvam: tu; karma: azione; jyayah: migliore; hi: certamente; akarmanah:
che senza agire; sarira: del corpo; yatra: mantenimento; api: perfino;
ca: anche; te: tuo; na: mai; prasiddhyet: potrebbe essere compiuto;
akarmanah: senza azione.
TRADUZIONE
Compi il tuo dovere prescritto perché l’azione
è migliore dell’inazione. Senza agire non è possibile nemmeno
mantenere il proprio corpo.
SPIEGAZIONE
Molti sono gli pseudo-mediatori che dicono di
appartenere a famiglie nobili, e molti gli uomini importanti che dicono
di aver abbandonato tutto per consacrarsi alla realizzazione spirituale.
Krishna non vuole che Arjuna diventi un simulatore, ma vuole che compia
i suoi doveri come ksatriya. Arjuna è un uomo di famiglia e un generale
militare, perciò è meglio per lui mantenere la sua posizione e
compiere i doveri prescritti per i capifamiglia e per gli ksatriya.
Questi doveri purificano gradualmente il cuore di chi li compie
liberandolo da ogni contaminazione materiale. Né il Signore né alcuna
Scrittura sacra incoraggiano una finta rinuncia intesa a soddisfare i
bisogni del corpo; in un modo o nell’altro l’uomo deve guadagnarsi
da vivere con un lavoro. Nessuno deve abbandonare per capriccio le
proprie attività senza prima essersi purificato da ogni attaccamento
materiale. E chiunque si trovi nel mondo materiale ha in sé il
desiderio impuro di dominare la natura materiale o, in altre parole, di
godere dei sensi. Questo desiderio impuro deve essere eliminato. Chi
rinuncia a ogni attività prima di aver spazzato via questo desiderio
compiendo il proprio dovere, diventerà solo un falso spiritualista, un
parassita della società.
VERSO 9
yajnarthat karmano ’nyatra
loko
’yam karma-bandhanah
tad-artham
karma kaunteya
mukta-sangah samacara
yajna-arthat: compiuta soltanto a favore di Yajna,
Sri Visnu; karmanah: che l’attività; anyatra: altrimenti; lokah:
mondo; ayam: questo; karma-bandhanah: prigionia dovuta all’azione; tat:
di Lui; artham: per il bene; karma: attività; kaunteya: o figlio di
Kunti; mukta-sangah: libera dal contatto; samacara: agisci
perfettamente.
TRADUZIONE
L’attività dev’essere compiuta come sacrificio
a Visnu, altrimenti lega il suo autore al mondo materiale. Per questa
ragione, o figlio di Kunti, compi i tuoi doveri per la soddisfazione di
Visnu e resterai per sempre libero dai legami della materia.
SPIEGAZIONE
Poiché è necessario agire, se non altro per
provvedere ai bisogni del corpo, i doveri di ogni individuo, in base
alla sua posizione sociale e spirituale, sono stabiliti in modo da
procurargli tutto il necessario per vivere. Il termine yajna designa sia
Visnu sia gli atti di sacrificio, perché tutti i sacrifici esistono
solo per soddisfare Visnu. I Veda affermano a questo proposito: yajno
vai visnuh. In altre parole, servire direttamente Visnu vale quanto
eseguire tutti i sacrifici prescritti. La coscienza di Krishna è dunque
la forma di yajna consigliata in questo verso.
Soddisfare Visnu è lo scopo dell’istituzione del
varnasrama: varnasramacaravata purusena parah puman / visnur aradhyate.
(Visnu Purana 3.8.8) Si deve agire dunque per la soddisfazione di Visnu.
Ogni altra forma di attività compiuta nel mondo materiale sarà solo
causa di schiavitù, perché sia le azioni buone sia quelle cattive
comportano una reazione, e questa reazione lega il loro autore. Perciò
è necessario agire in coscienza di Krishna per soddisfare Krishna, o
Visnu, perché questo genere di attività non condiziona il suo autore
ma lo libera immediatamente. Questa è l’arte dell’agire, e
all’inizio si rivela indispensabile l’aiuto di una guida esperta. Si
deve dunque agire con coscienza, seguendo le indicazioni di un devoto di
Krishna o di Krishna stesso (come nel caso di Arjuna). Non si deve fare
niente per la gratificazione dei sensi, ma si deve fare tutto per la
soddisfazione di Krishna. Così non solo saremo liberati da tutte le
conseguenze materiali, ma ci eleveremo fino al trascendentale servizio
d’amore al Signore, unica via per raggiungere il regno di Dio.
VERSO 10
saha-yajnah prajah sristva
purovaca prajapatih
anena prasavisyadhvam
esa vo ’stv ista-kama-dhuk
saha: insieme con; yajnah: sacrifici; prajah:
generazioni; sristva: creando; pura: anticamente; uvaca: disse;
praja-patih: il Signore delle creature; anena: con questo;
prasavisyadhvam: possiate diventare sempre più prosperi; esah: questa;
vah: vostro; astu: così sia; ista: di tutto ciò che è desiderabile;
kama-dhuk: Colui che concede.
TRADUZIONE
All’inizio della creazione il Signore di tutte le
creature generò uomini ed esseri celesti, insieme con i sacrifici a
Visnu, e li benedisse dicendo: “Siate felici con questi yajna
[sacrifici] perché il loro comportamento vi procurerà tutto ciò che
desiderate per vivere felici e ottenere la liberazione.”
SPIEGAZIONE
L’universo materiale, creato da Visnu, il Signore
di tutte le creature, offre alle anime condizionate la possibilità di
tornare a Dio, nella loro dimora originale. Tutti gli esseri, nella
creazione materiale, sono condizionati dalla natura materiale perché
hanno dimenticato l’eterna relazione che li lega a Visnu, o Krishna,
Dio, la Persona Suprema. Gli insegnamenti vedici hanno lo scopo di
aiutarci a capire questa relazione, come spiega la Bhagavad-gita: vedais
ca sarvair aham eva vedyah. Il Signore afferma che il fine dei Veda è
quello di conoscerLo. E negli inni vedici si proclama che il Signore di
tutti gli esseri viventi è Visnu, Dio, la Persona Suprema: patim
visvasyamesvaram. Nello Srimad Bhagavatam (2.4.20), Srila Sukadeva
Govami definisce il Signore pati in molti modi:
sriyah patir yajna-patih praja-patir
dhiyam
patir loka-patir dhara-patih
patir
gatis cadhaka-vrisni-satvatam
prasidatam
me bhagavan satam patih
Il praja-pati è Visnu; Egli è il Signore di tutte
le creature, di tutti gli universi e di tutti gli splendori, ed è il
protettore supremo. Visnu ha creato questo mondo materiale affinché le
anime condizionate imparassero a compiere gli yajna (sacrifici) per la
Sua soddisfazione. Così, non dovendosi preoccupare troppo delle
necessità materiali durante la loro permanenza in questo mondo, gli
esseri possono vivere tranquillamente ed entrare nel regno di Dio dopo
aver lasciato il corpo materiale. Questo è il piano del Signore per
aiutare le anime condizionate. Compiendo gli yajna le anime condizionate
diventano gradualmente coscienti di Krishna e si situano nella virtù.
Le Scritture vediche raccomandano per l’età di Kali il
sankirtana-yajna, il canto dei santi nomi di Dio, sacrificio spirituale
stabilito da Sri Caitanya Mahaprabhu, che è Krishna stesso, per
liberare tutti gli uomini di quest’epoca. Il sankirtana-yajna e la
coscienza di Krishna vanno di pari passo. L’apparizione del Signore
nella forma di un puro devoto, Sri Caitanya Mahaprabhu, venuto per
propagare il Movimento del sankirtana, è menzionata nello Srimad
Bhagavatam così:
krishna-varnam
tvisakrishnam
sangopangastra-parsadam
yajnaih
sankirtana-prayair
yajanti
hi su-medhasah
Nell’età di Kali le persone provviste di
sufficiente intelligenza adoreranno il Signore e i Suoi compagni
compiendo il sankirtana-yajna.” (S.B. 11.5.32) Gli altri yajna
menzionati nelle Scritture vediche non sono facili da eseguire nell’età
di Kali, ma il sankirtana-yajna, facile e sublime, serve a tutti gli
scopi ed è raccomandato anche nella Bhagavad-gita (9.14).
VERSO 11
devan bhavayatanena
te deva bhavayantu vah
parasparam bhavayantah
sreyah param avapsyatha
devan: gli esseri celesti; bhavayata:
essendo soddisfatti; anena: per questo sacrificio; te:
quelli; devah: gli esseri celesti; bhavayantu:
soddisferanno; vah: te; parasparam: reciprocamente; bhavayantah:
soddisfatti; sreyah: benedizione; param: la suprema; avapsyatha:
raggiungerai.
TRADUZIONE
Soddisfatti per i sacrifici, gli
esseri celesti a loro volta vi soddisferanno; da questa cooperazione tra
uomini ed esseri celesti nascerà la prosperità per tutti.
SPIEGAZIONE
Gli esseri celesti sono quegli
esseri che hanno il potere di amministrare gli affari dell’universo
materiale. Sono incaricati di fornire l’aria, la luce, l’acqua e
tutto ciò che è necessario al mantenimento degli esseri viventi; sono
innumerevoli e assistono la Persona Suprema come differenti parti del
Suo corpo. La loro soddisfazione o insoddisfazione dipende dagli yajna
compiuti dagli uomini. Tra questi yajna alcuni sono
destinati a soddisfare particolari esseri celesti, ma Visnu, in realtà,
rimane sempre il beneficiario supremo di tutti gli yajna. La Bhagavad-gita
lo conferma proclamando che Krishna è il vero beneficiario di
tutti gli yajna:bhoktaram yajna-tapasam. Perciò il
fine ultimo di tutti gli yajna è quello di soddisfare lo yajna-pati.
Quando questi yajna sono compiuti perfettamente, gli esseri
celesti che sono incaricati di provvedere ai bisogni naturali
dell’uomo sono soddisfatti e procurano tutto il necessario.
Gli yajna portano anche altri benefici, e soprattutto la
liberazione dai legami della materia. Col compimento di questi yajna
tutte le nostre attività si purificano. I Veda lo
confermano: ahara-suddhau sattva-suddhih sattva-suddhau dhruva
smritih-lambhe sarva-granthinam vipramoksah. Compiendo gli yajna,
il nostro cibo offerto in sacrificio si santifica; e quando si mangia
cibo santificato la nostra esistenza diventa più pura; con la
purificazione dell’esistenza i tessuti sottili della memoria si
santificano, e quando la memoria è santificata l’uomo può impegnarsi
sulla via della liberazione. Tutti questi elementi conducono alla
coscienza di Krishna, che offre la risposta ai bisogni essenziali della
società attuale.
VERSO
12
istan bhogan hi vo deva
dasyante yajna-bhavitah
tair dattan apradayaibhyo
yo bhunkte stena eva sah
istan: desiderate; bhogan:
necessità della vita; hi: certamente; vah: a te; devah:
gli esseri celesti; dasyante: concederanno; yajna-bhavitah:
essendo santificati dal compimento dei sacrifici; taih: da
loro; dattan: doni ricevuti; apradaya: senza offrire; ebhyah:
a quegli esseri celesti; yah: egli che; bhunkte: gode;
stenah: ladro; eva: certamente; sah: lui.
TRADUZIONE
Soddisfatti per i compimento di yajna
[sacrifici], gli esseri celesti incaricati di fornire ciò che è
necessario alla vita provvederanno a tutte le vostre esigenze. Ma chi
fruisce dei loro doni senza offrirli in cambio agli esseri celesti è
certamente un ladro.
SPIEGAZIONE
Gli esseri celesti sono agenti del
Signore Supremo, Visnu, e sono incaricati di fornire a tutti gli esseri
ciò di cui hanno bisogno. Occorre dunque ottenere il loro favore
compiendo gli yajna previsti dalle Scritture. I Veda
raccomandano di eseguire diversi yajna, destinati a diversi
esseri celesti, ma è il Signore che in ultimo riceve tutti gli yajna.
I sacrifici agli esseri celesti sono prescritti per coloro che non
possono concepire l’esistenza di una Persona Suprema. I Veda raccomandano
anche yajna diversi per persone diverse, secondo gli influssi
materiali a cui sono soggette, e il culto degli esseri celesti è basato
su un principio analogo. Per esempio, ai mangiatori di carne si
consiglia di rendere culto alla dea Kali, la forma terrificante della
natura materiale degli animali. Ma a coloro che sono sotto l’influenza
della virtù si raccomanda piuttosto il culto trascendentale di Visnu,
perché il fine ultimo di tutti gli yajna è quello di elevarsi
al piano spirituale. Per l’uomo comune sono necessarie almeno cinque
forme di yajna, chiamate panca-maha-yajna.
È bene ricordare sempre che sono gli esseri celesti, agenti del
Signore, a provvedere alle necessità vitali dell’uomo. Noi non siamo
capaci di creare ciò di cui abbiamo bisogno. Gli alimenti dell’uomo
influenzato dalla virtù —cereali, frutta, verdura, latticini e
zucchero— o quelli dell’uomo influenzato dalla passione e
dall’ignoranza —carne, uova e pesce— non possono essere creati
dall’uomo. Neppure il caldo, la luce, l’acqua o l’aria, che sono
indispensabili alla vita, possono essere prodotti dalla società umana.
Senza il Signore Supremo non esisterebbe né la luce del sole, né il
chiaro di luna, né la pioggia, né il vento e nessuno potrebbe vivere.
È evidente che la nostra vita dipende soltanto dalla generosità del
Signore. Anche la materie prime richieste dalle nostre fabbriche
(metallo, zolfo, mercurio, manganese e tante altre) ci sono fornite
dagli agenti del Signore affinché ne facciamo un giusto uso creando
nella società le condizioni favorevoli alla realizzazione spirituale,
che ci condurrà al fine ultimo dell’esistenza, cioè la liberazione
dalla lotta materiale per l’esistenza. Il fine dell’esistenza si
raggiunge compiendo gli yajna, ma se dimentichiamo lo scopo
della vita umana e usiamo i benefici degli agenti del Signore solo per
la gratificazione dei sensi, sprofonderemo sempre più nell’esistenza
materiale. E non è certo questo il fine della creazione. Diventeremo
dei ladri e saremo puniti dalle leggi della natura materiale. Una società
di ladri non può mai essere felice perché non conosce il vero scopo
della vita. I ladri, materialisti grossolani, non hanno alcuna finalità
nella vita; cercano solo la gratificazione dei sensi e non hanno alcuna
conoscenza degli yajna. Il Signore, tuttavia, nella forma di
Sri Caitanya Mahaprabhu, ha introdotto nel mondo lo yajna più
facile, il sankirtana-yajna, che tutti possono compiere
accettando i princìpi della coscienza di Krishna.
VERSO
13
yajna-sistasinah santo
mucyante sarva-kilbisaih
bhunjate te tv agham papa
ye pacanty atma-karanat
yajna-sista: di cibo
preso dopo il compimento di yajna; asinah: mangiatori;
santah: i devoti; mucyante: sono alleviati; sarva:
da ogni genere di; kilbisaih: peccati; bhunjate:
godono; te: essi; tu: ma; agham: peccati
gravi; papah: peccatori; ye: che; pacanti:
preparano cibo; atma-karanat: per il piacere dei sensi.
TRADUZIONE
I devoti del Signore sono liberi
da ogni peccato perché si nutrono di cibo offerto prima in sacrificio.
Gli altri, che preparano il cibo solo per un piacere personale, in verità
si nutrono solo di peccato.
SPIEGAZIONE
I devoti del Signore Supremo,
coloro che sono situati nella coscienza di Krishna, sono chiamati santa,
per indicare che provano un amore costante per il Signore, come conferma
la Brahma-samhita (5.38): premanjana-cchurita-bhakti-vilocanena
santah sadaiva hridayesu vilokayanti. Poiché un legame d’amore
li unisce sempre al Signore Supremo, Govinda (la fonte di tutte le
gioie), Mukunda (Colui che dà la liberazione), Krishna (l’infinitamente
affascinante), i santa non accettano per sé nulla che non sia
stato prima offerto alla Persona Suprema. Perciò questi devoti offrono
sempre vari yajna secondo i diversi aspetti del servizio di
devozione;¹ e questi yajna li proteggono da ogni tipo di
contaminazione prodotta dalle azioni colpevoli compiute nel mondo
materiale. Ma chi prepara i cibi solo per la propria soddisfazione
personale, oltre che comportarsi da ladro, mangia peccati nel vero senso
della parola. E come potrebbe essere felice chi è peccatore e ladro?
Non è possibile. Perciò gli uomini che desiderano una felicità
perfetta devono imparare a seguire il facile metodo del sankirtana-yajna,
adottando la coscienza di Krishna. Non c’è altro modo per avere pace
o felicità nel mondo.
VERSO
14
annad bhavanti bhutani
parjanyad anna-sambhavah
yajnad bhavati parjanyo
yajnah karma-samudbhavah
annat: dai cereali; bhavanti:
crescono; bhutani: i corpi materiali; parjanyat: dalle
piogge; anna: di cereali; sambhavah: produzione; yajnat:
dal compimento di sacrifici; bhavati: diventa possibile; parjanyah:
pioggia; yajnah: compimento di yajna; karma:
doveri prescritti; samudbhavah: nato da.
TRADUZIONE
I corpi di tutti gli esseri
viventi trovano il loro sostentamento nei cereali che sono prodotti
dalle piogge. Le piogge sono favorite dal compimento di yajna
[sacrificio], e lo yajna nasce dai doveri prescritti.
SPIEGAZIONE
Srila Baladeva Vidyabhusana,
grande commentatore della Bhagavad-gita, scriveva: ye
indrady-angatayavasthitam yajnam sarvesvaram visnum abhyarcya tac-chesam
asnanti tena tad deha-yatram sampadayanti, te santah sarvesvarasya
yajna-purusasya bhaktah sarva-kilbisair anadi-kala-vivriddhair
atmanubhava-prati-bandhakair nikhilaih papair vimucyante. Il
Signore Supremo, chiamato anche yajna-purusa, il beneficiario
ultimo di tutti i sacrifici, è il maestro di tutti gli esseri celesti,
che Lo servono come le diverse parti del corpo servono il corpo. Esseri
celesti come Indra, Candra e Varuna hanno il preciso compito di gestire
gli affari dell’universo, e i Veda raccomandano di offrire
sacrifici per soddisfare questi esseri celesti, in modo che siano
invogliati a fornire l’aria, la luce e l’acqua necessarie alla
produzione degli alimenti dell’uomo. Quando adoriamo Krishna il
Signore Supremo, veneriamo automaticamente anche gli esseri celesti, che
sono le membra del corpo del Signore; perciò non è necessario offrire
loro un culto individuale. Per questo motivo i devoti del Signore,
coloro che sono nella coscienza di Krishna, mangiano solo cibi offerti a
Krishna e così facendo nutrono spiritualmente il corpo. Allora, non
solo le conseguenze dei loro atti colpevoli sono annullate, ma il loro
corpo diventa immune da ogni forma di contaminazione materiale.
Durante un’epidemia si vaccina la gente per immunizzarla dal morbo,
così, quando si prende il cibo che è stato offerto al Signore, Visnu,
si può resistere a tutti gli attacchi dell’energia materiale. Chi
agisce sempre così è un devoto del Signore. In questo modo colui che
mangia solo cibo offerto a Krishna può cancellare le conseguenze della
sua contaminazione materiale e aprirsi la strada della realizzazione
spirituale. Invece coloro che non agiscono così continuano ad
accrescere il volume dei loro atti colpevoli e si preparano a subire le
conseguenze dei loro peccati prendendo un altro corpo, che può essere
quello di un cane o di un maiale. Il mondo materiale è pieno di
contaminazione, ma chi si è reso immune grazie al prasadam del
Signore (il cibo offerto a Visnu) sfugge ai suoi attacchi quando tutti
gli altri rimangono vittime di questa contaminazione.
Il nutrimento dell’uomo o costituito da vari alimenti vegetali come
cereali, frutta e verdura; oltre ai resti di questi alimenti,
l’animale mangia anche l’erba e altre piante. Perciò anche l’uomo
che si nutre di animali dipende dalla produzione di alimenti vegetali.
Dobbiamo dunque imparare a vivere sempre più dei prodotti della terra
piuttosto che di quelli delle fabbriche. E la terra, per produrre, ha
bisogno di pioggia, che è sotto il controllo di Indra, della luna e del
sole, tutti servitori del Signore. Si deve dunque soddisfare il Signore
offrendoli dei sacrifici se non vogliamo andare incontro a carestie.
Questa è una legge naturale. Dobbiamo compiere gli yajna, e in
particolare il sankirtana-yajna, che è raccomandato per
quest’era, se non altro per proteggerci dalla mancanza di cibo.
VERSO
15
karma brahmodbhavam viddhi
brahmaksara-samudbhavam
tasmat sarva-gatam brahma
nityam yajne pratisthitam
karma: attività; brahma:
dai Veda; udbhavam: prodotto; viddhi:
dovresti sapere; brahma: i Veda; aksara: dal
Brahman Supremo [Dio, la Personalità Suprema]; samudbhavam:
direttamente manifestato; tasmat: per questa ragione; sarva-gatam:
che tutto pervade; brahma: Trascendenza; nityam:
eternamente; yajne: nel sacrificio; pratisthitam:
situato.
TRADUZIONE
I doveri prescritti sono stabiliti
dai Veda, e i Veda sono manifestati direttamente da
Dio, la Persona Suprema. Perciò la Trascendenza onnipresente si trova
eternamente negli atti di sacrificio.
SPIEGAZIONE
Questo verso insiste
particolarmente sullo yajnartha-karma, la necessità di agire
unicamente per soddisfare Krishna. E se dobbiamo agire per far piacere
allo yajna-purusa, cioè a Visnu, è soltanto nel Brahman, cioè
nei Veda trascendentali, che si deve cercare la direzione da
seguire. I Veda sono norme d’azione e ogni atto compiuto
senza la loro approvazione è detto vikarma, “non
autorizzato” o “colpevole”. Dobbiamo dunque agire sempre alla luce
dei Veda se vogliamo liberarci da tutte le reazioni dei nostri
atti. Come tutti devono obbedire alle leggi dello Stato, così tutti
devono agire secondo le leggi del Signore nel Suo “Stato supremo”.
Queste leggi sono contenute nei Veda, che sono manifestati dal
respiro di Dio, la Persona Suprema. È detto infatti: asya mahato
bhutasya nisvasitam etad yad rig-vedo yajur-vedah sama-vedo
’tharvangirasah. I quattro Veda (il Rig Veda,
lo Yajur Veda, il Sama Veda e l’Atharva Veda)
emanano dal respiro della Persona Suprema.” (Brihad-aranyaka
Upanisad 4.5.11) Poiché il Signore è onnipotente, il Suo respiro
è parola.
La Brahma-samhita conferma che Egli ha il potere di svolgere,
con ciascuno dei Suoi organi di senso, le funzioni di tutti gli altri
sensi. In altre parole, Egli può parlare con un respiro e fecondare con
uno sguardo. Infatti, è detto che Egli lanciò uno sguardo sulla natura
materiale e generò così tutti gli esseri viventi. Dopo aver introdotto
le anime condizionate nel grembo della natura materiale. racchiuse le
Sue istruzioni negli Scritti vedici, che indicano la via per tornare a
Dio. Non bisogna dimenticare che tutte le anime condizionate sono avide
di piaceri materiali, perciò gli insegnamenti vedici sono destinati sia
a soddisfare questi desideri impuri, in uno spirito di purificazione,
sia a offrire la possibilità di liberarsi dai desideri materiali e
tornare a Dio appena le anime condizionate saranno stanche di questi
cosiddetti piaceri. Le anime condizionate devono dunque sforzarsi di
seguire la via dello yajna, diventando coscienti di Krishna.
Anche coloro che non hanno obbedito alle ingiunzioni dei Veda hanno
la possibilità di adottare la coscienza di Krishna, i cui princìpi
sostituiscono i sacrifici (yajna o karma) prescritti dai Veda.
VERSO
16
evam pravartitam cakram
nanuvartayatiha yah
aghayur indriyaramo
mogham partha sa jivati
evam: così; pravartitam:
stabilito dai Veda; cakram: ciclo; na: non; anuvartayati:
adotta; iha: in questa vita; yah: colui che; agha-ayuh:
la cui vita è piena di colpe; indriya-aramah: soddisfatto dal
piacere dei sensi; mogham: inutilmente; partha: o
figlio di Pritha (Arjuna); sah: egli; jivati: vive.
TRADUZIONE
Mio caro Arjuna, l’uomo che nel
corso della vita non segue il ciclo dei sacrifici prescritti nei Veda
vive certamente nella colpa. Chi vive solo per la gratificazione
dei sensi in realtà vive invano.
SPIEGAZIONE
Il culto del denaro, o la
filosofia del lavoro accaniti per godere dei piaceri di questo mondo, è
condannato qui dal Signore. Coloro che desiderano godere del mondo
devono assolutamente compiere gli yajna di cui abbiamo parlato,
altrimenti rischiano di condurre una vita molto pericolosa e di
affondare sempre più nell’esistenza materiale. Secondo le leggi della
natura, la forma umana è destinata soprattutto alla realizzazione
spirituale attraverso il karma-yoga o il bhakti-yoga.
Lo spiritualista che ha saputo elevarsi al di sopra del vizio e della
virtù non ha bisogno di seguire la via degli yajna prescritti
nei Veda, ma questi yajna sono necessari per coloro
che cercano il piacere dei sensi, perché hanno bisogno di purificarsi.
Esistono differenti tipi d’azione. Chi non è cosciente di Krishna ha
una coscienza limitata alle sensazioni, perciò ha bisogno di compiere
atti pii. I differenti yajna permettono agli uomini assetati di
piaceri materiali di spegnere la loro sete senza restare coinvolti nei
meccanismi delle loro attività sensoriali.
La prosperità universale non dipende dai nostri sforzi, ma dalle
disposizioni dettate dal Signore Supremo e messe in atto dagli esseri
celesti. Gli yajna hanno dunque lo scopo immediato di
soddisfare quegli esseri celesti ai quali sono destinati, ma
costituiscono anche un modo indiretto per sviluppare la coscienza di
Krishna. Se questi sacrifici non aiutano a diventare coscienti di
Krishna, allora si riducono a pratiche rituali vuote. Non si deve
limitare dunque il proprio avanzamento a queste pratiche, ma bisogna
superare per diventare coscienti di Krishna.
VERSO
17
yas tv atma-ratir eva syad
atma-triptas manavah
atmany eva ca santustas
tasya karyam na vidyate
yah: colui che; tu:
ma; atma-ratih: prova piacere in se stesso; eva:
certamente; syat: rimane; atma-triptah: illuminato nel
sé; ca: e; manavah: un uomo; atmani: in se
stesso; eva: soltanto; ca: e; santustah:
perfettamente soddisfatto; tasya: suo; karyam: dovere;
na: non; vidyate: esiste.
TRADUZIONE
Ma l’uomo che trae piacere nel sé,
che vive nella realizzazione spirituale trovando soltanto nel sé il
pieno appagamento, non ha più alcun dovere da compiere.
SPIEGAZIONE
Colui che è pienamente cosciente
di Krishna e si sente appagato dalle sue attività nella coscienza di
Krishna non ha più alcun dovere da compiere. Poiché è cosciente di
Krishna, ogni empietà che si trova in lui è immediatamente eliminata,
cosa che richiede di solito migliaia di yajna. Purificando così
la propria coscienza, egli non ha più dubbi sulla sua relazione eterna
col Supremo. Per grazia del Signore vede chiaramente a ogni istante il
proprio dovere e non è più tenuto quindi a seguire le norme vediche.
La persona cosciente di Krishna non ha più attrazione per le attività
materiali e non prova alcun piacere nelle donne, nel vino e in altre
simili follie.
VERSO
18
naiva tasya kritenartho
nakriteneha kascana
na casya sarva-bhutesu
kascid artha-vyapasrayah
na: mai; eva: certamente;
tasya: suo; kritena: col compimento del dovere; arthah:
scopo; na: nemmeno; akritena: senza il compimento del
dovere; iha: in questo mondo; kascana: qualunque sia; na:
mai; ca: e; asya: di lui; sarva-bhutesu: tra
tutti gli esseri viventi; kascit: qualunque; artha:
scopo; vyapasrayah: prendendo rifugio.
TRADUZIONE
L’uomo che ha realizzato la sua
identità spirituale non ha interessi personali nell’adempiere i
doveri prescritti né ha motivo di non compiere tali doveri. Egli,
inoltre, non ha necessità di dipendere da altri esseri viventi.
SPIEGAZIONE
L’uomo conscio della propria
identità spirituale non ha più alcun dovere da compiere eccetto le sue
attività nella coscienza di Krishna. Come sarà spiegato nei prossimi
versi, la coscienza di Krishna non è inazione. Una persona cosciente di
Krishna non cerca la protezione di nessuno, uomo o essere celeste che
sia. Ciò che fa nella coscienza di Krishna è sufficiente
all’adempimento dei suoi obblighi.
VERSO
19
tasmad asaktah satatam
karyam karma samacara
asakto hy acaran karma
param apnoti purusah
tasmat: per questa
ragione; asaktah: senza attaccamento; satatam:
costantemente; karyam: come dovere; karma: attività;
samacara: compie; asaktah: con distacco; hi:
certamente; acaram: compiendo; karma: attività;
param: il Supremo; apnoti: raggiunge; purusah: un
uomo.
TRADUZIONE
Si deve dunque agire per dovere,
senza attaccamento ai frutti dell’azione, perché agendo senza
attaccamento si raggiunge il Supremo.
SPIEGAZIONE
Per il devoto il Supremo è la
Persona di Dio, mentre per l’impersonalista è la liberazione. Perciò
una persona che agisce per Krishna, o nella coscienza di Krishna,
seguendo le istruzioni di un maestro spirituale autentico e senza
attaccarsi ai risultati della sua attività, progredisce sicuramente
verso il fine supremo dell’esistenza. Così Arjuna andrà a combattere
sul campo di battaglia di Kuruksetra per il piacere di Krishna, solo
perché Egli vuole così. Dirsi buono o non violento dimostra ancora un
attaccamento personale, mentre agire per il Supremo significa agire
senza attaccamento al risultato. Questa è la perfezione dell’agire,
prescritta dal Signore Supremo, Sri Krishna. I riti vedici, come i
sacrifici prescritti, servono a purificarci dagli atti colpevoli che
abbiamo potuto commettere nel tentativo di soddisfare i sensi. Ma
l’azione compiuta nella coscienza di Krishna si pone completamente al
di là del bene e del male. La persona cosciente di Krishna non è
attaccata ai frutti dell’azione, ma agisce solo per il piacere di
Krishna. Può impegnarsi in ogni genere di attività, ma è
completamente distaccata.
VERSO
20
karmanaiva hi samsiddhim
asthita janakadayah
loka-sangraham evapi
sampasyan kartum arhasi
karmana: con l’azione; eva:
perfino; hi: certamente; samsiddhim: nella perfezione;
asthitah: situati; janaka-adayah: Janaka e altri re; loka-sangraham:
la gente comune; eva api: anche; sampasyan:
considerando; kartum: agire; arhasi: meriti.
TRADUZIONE
Re come Janaka raggiunsero la
perfezione col compimento dei doveri prescritti. Compi dunque il tuo
dovere, se non altro per educare gli altri.
SPIEGAZIONE
Re come Janaka erano anime
realizzate, perciò non avevano bisogno di compiere i doveri prescritti
dai Veda. Tuttavia si assunsero i propri compiti al solo fine
di dare l’esempio. Janaka era padre di Sita e suocero di Sri
Ramacandra, il Signore Supremo. Essendo un grande devoto del Signore,
Janaka aveva raggiunto il piano trascendentale, ma poiché era il re di
Mithila (distretto della provincia del Bihar in India) dovette insegnare
ai suoi sudditi come compiere i doveri prescritti. Krishna e Arjuna,
l’eterno amico del Signore, non avevano bisogno di combattere nella
battaglia di Kuruksetra, ma combatterono ugualmente per insegnare alla
gente che la violenza è necessaria nei casi in cui i buoni argomenti
non abbiano effetto.
Si tentò di tutto per evitare la battaglia di Kuruksetra; anche la
Persona Suprema intervenne per impedirla, ma il campo avverso era così
deciso che la guerra fu inevitabile. Talvolta è necessario combattere,
se la causa è giusta. Sebbene colui che è situato nella coscienza di
Krishna non abbia alcun interesse materiale, continua ad agire per
insegnare alla gente come vivere e come agire. Colui che è avanzato
nella coscienza di Krishna è capace di agire in modo che gli altri
seguano il suo esempio, come mostrerà il prossimo verso.
VERSO
21
yad yad acarati sresthas
tat tad evetaro janah
sa yat pramanam kurute
lokas tad anuvartate
yat yat: qualunque cosa;
acarati: faccia; srestah: una guida responsabile; tat:
quello; tat: quello; tat: e solo quello; eva:
certamente; itarah: comune; janah: persona; sah:
egli; yat: qualsivoglia; pramanam: esempio; kurute:
compia; lokah: tutto il mondo; tat: quello;
anuvartate: segue le orme.
TRADUZIONE
Qualunque azione compia un grande
uomo, la gente segue le sue orme. Tutto il mondo segue la norma che egli
stabilisce col suo esempio.
SPIEGAZIONE
La gente ha sempre bisogno di un
capo che istruisca col suo esempio. Ma un capo non può, per esempio,
insegnare alla gente di smettere di fumare se egli stesso fuma. Perciò
Sri Caitanya Mahaprabhu diceva che un maestro deve agire correttamente
anche prima che cominci a insegnare. Colui che insegna con l’esempio
è detto acarya, o maestro perfetto. Il maestro deve applicare
i princìpi enunciati negli sastra (le Scritture) se vuole
avvicinarsi alla gente. Il maestro non può inventare delle regole
contrarie ai princìpi delle Scritture rivelate. Le Scritture rivelate,
come la Manu-samhita e altre, contengono i princìpi che devono
essere seguiti dalla società umana. Capi e dirigenti devono dunque
basare i loro insegnamenti su questi princìpi, così come furono e sono
applicati dai grandi maestri. Lo Srimad Bhagavatam dichiara
inoltre che si devono seguire le orme dei grandi devoti, perché questo
è il solo modo di progredire verso la realizzazione spirituale. Il re o
il capo di Stato, il padre e l’insegnante sono considerati le guide
naturali della società. Queste guide naturali hanno una grande
responsabilità verso quelli che dipendono da loro perciò devono
conoscere e applicare i princìpi morali e spirituali contenuti nelle
Scritture.
VERSO
22
na me parthasti kartavyam
trisu lokesu kincana
nanavaptam avaptavyam
varta eva ca karmani
na: non; me: Mia;
partha: o figlio di Pritha; asti: c’è; kartavyam:
dovere prescritto; trisu: noi tre; lokesu: sistemi
planetari; kincana: qualcosa; na: né; anavaptam:
ricercata; avaptavyam: da essere ottenuta; varte:
occupato; eva: certamente; ca: anche; karmani:
nel dovere prescritto.
TRADUZIONE
O figlio di Pritha, non vi è
dovere prescritto per Me in tutti i tre sistemi planetari. Non Mi manca
niente e non ho bisogno di niente — eppure sono impegnato nei doveri
prescritti.
SPIEGAZIONE
Così le Scritture vediche
descrivono Dio, la Persona Suprema:
tam isvaranam paramam mahesvaram
tam devatanam paramam ca daivatam
patim patinam paramam parastad
vidama devam bhuvanesam idyam
na tasya karyam karanam ca vidyate
na tat-samas cabhyadhikas ca drisyate
parasya saktir vividhaiva sruyate
svabhaviki jnana-bala-kriya ca
“Il Signore Supremo è il
controllore di tutti gli altri controllori, ed è il più grande tra i
capi dei vari pianeti. Tutti sono sotto il Suo controllo. Se alcuni
esseri hanno particolari poteri lo devono solo alla Sua volontà; essi
non sono mai supremi. Egli è adorato da tutti gli esseri celesti, ed è
il supremo dirigente tra tutti i dirigenti. Perciò trascende tutti i
capi e i controllori materiali, e tutti devono adorarLo. Nessuno Gli è
superiore, ed Egli è la causa di tutte le cause.”
“Il Signore non possiede un
corpo materiale come un comune essere vivente. Non c’è alcuna
differenza tra il Suo corpo e la Sua anima. Egli è assoluto. Tutti i
Suoi sensi sono trascendentali. Ogni parte del Suo corpo può svolgere
la funzione delle altre. Perciò nessuno Gli è superiore né uguale. I
Suoi poteri sono infiniti, e naturalmente anche le Sue meravigliose
gesta non hanno fine.” (Svetasvatara Upanisad 6.7-8)
Poiché in Dio, la Persona
Suprema, tutto è perfezione, verità pura, infinita e assoluta, Egli
non ha doveri da compiere. Soltanto chi deve subire le conseguenze delle
proprie azioni dee anche adempiere determinati doveri, ma chi non ha
niente da desiderare nei tre sistemi planetari non ha certamente alcun
dovere. Tuttavia, sul campo di battaglia di Kuruksetra, Krishna, il
Signore stesso, Si mette alla testa degli ksatriya, che hanno
il compito di proteggere gli oppressi. Sebbene non sia soggetto alle
regole enunciate nelle Scritture, Egli non fa assolutamente nulla che
possa contraddirle.
VERSO
23
yadi hy aham na varteyam
jatu karmany atandritah
mama vartmanuvartante
manusyah partha sarvasah
yadi: se; hi: certamente;
aham Io; na: non; varteyam: così impegnato;
jatu: mai; karmani: nel compimento dei doveri prescritti;
atandritah: con grande attenzione; mama: Mia; vartma:
via; anuvartante: seguirebbero; manusyah: tutti gli
uomini; partha: o figlio di Pritha; sarvasah: sotto
ogni aspetto.
TRADUZIONE
Se mancassi all’impegno di
compiere con cura i doveri prescritti, o Partha, certamente tutti gli
uomini seguirebbero la Mia via.
SPIEGAZIONE
È necessario un certo equilibrio
sociale affinché l’uomo progredisca verso la realizzazione
spirituale; a questo fine esistono norme di vita sociale e familiare che
ogni uomo civile ha il dovere di rispettare. Questi principi regolatori
sono destinati alle anime condizionate, non al Signore, ma poiché Egli
è venuto a ristabilire le basi della religione, Krishna sceglie di
seguire questi princìpi. Anche se avesse agito diversamente, la gente
avrebbe seguito le Sue tracce perché Egli è la più grande autorità.
Lo Srimad Bhagavatam c’informa che Krishna osservava tutti i
doveri religiosi sia in casa che fuori di casa, come ogni capofamiglia
è tenuto a fare.
VERSO
24
utsideyur ime koka
na kuryam karma ced aham
sankarasya ca karta syam
upahanyam imah prajah
utsideyuh: cadrebbero in
rovina; ime: tutti questi; lokah: mondi; na;
non; kuryam: compiendo Io; karma: doveri prescritti;
cet: se; aham: Io; sankarasya: di una popolazione
non voluta; ca: e; karta: creatore; syam:
sarei; upahanyam: distruggerei; imah: tutti questi;
prajah: esseri viventi.
TRADUZIONE
Se Mi astenessi dal compiere i
miei doveri prescritti, tutti questi mondi cadrebbero in rovina. Sarei
la causa di una popolazione indesiderata e finirei col distruggere la
pace di tutti gli esseri viventi.
SPIEGAZIONE
Varna-sankaraè la
popolazione non voluta, che turba la pace della società. Per evitare
questo squilibrio sociale l’uomo deve seguire alcuni principi
regolatori e rispettare certe regole di organizzazione che apportando la
pace e l’armonia nella società facilitano la realizzazione
spirituale. Quando il Signore, Sri Krishna, scende nell’universo
materiale Si sottopone a questi principi, perché vuole mostrarne a
tutti il prestigio e l’importanza. Il Signore è il padre di tutti gli
esseri, e se gli esseri si smarriscono, Lui, indirettamente, è
considerato il responsabile. Perciò, ogni volta che l’umanità
trascura i princìpi regolatori, il Signore scende in persona per
riportare gli uomini sulla giusta via. È nostro dovere seguire sempre
le Sue tracce ricordando però che è assolutamente impossibile
imitarLo. Seguire e imitare sono due cose ben diverse. Noi non possiamo
imitare il Signore sollevando la collina Govardhana come Egli fece nella
Sua infanzia; nessun uomo potrebbe farlo. Dobbiamo seguire le istruzioni
del Signore, ma non dobbiamo mai imitarLo. Lo Srimad Bhagavatam lo
conferma:
naitat samacarej jatu
manasapi hy anisvarah
vinasyaty acaran maudhyad
yatharudro ’bdhi-jam visam
isvarnam vacah satyam
tathaivacaritam kvacit
tesam yat sva-vaco-yuktam
buddhimams tat samacaret
“Si devono soltanto seguire le
istruzioni del Signore e dei Suoi rappresentanti. I loro insegnamenti
sono un beneficio supremo e l’uomo intelligente li applicherà senza
omissioni. Guardiamoci tuttavia dal volerli imitare. Chi cercherebbe di
bere l’oceano di veleno per imitare Siva?” (S.B. 10.33.30-31)
Dobbiamo sempre considerare
superiori a noi gli isvara, gli esseri che hanno il potere di
controllare i movimenti del sole, della luna e degli altri pianeti. È
inutile cercare d’imitare la loro straordinaria potenza. Siva bevve
tutto un oceano di veleno, ma l’uomo comune che tentasse di berne una
sola goccia rimarrebbe fulminato. Alcuni cosiddetti devoti di Siva si
permettono di fumare ganja (marijuana) e altre droghe, credendo
di potersi avvalere dell’esempio di Siva, ma in realtà vanno verso la
morte. Così, alcuni pseudo-devoti di Krishna sono pronti a imitare il
Signore nella rasa-lila, la Sua danza amorosa con le pastorelle
di Vrindavana, ma non quando si tratta di sollevare la collina
Govardhana. È meglio seguire le istruzioni di coloro che possiedono la
potenza, piuttosto che cercare d’imitarli o di occupare il loro posto
senza esserne qualificati. Si vedono già troppe pseudo-incarnazioni di
Dio!
VERSO
25
saktah karmany avidvamso
yatha kurvanti bharata
kuryad vidvams tathasaktas
cikirsur loka-sangraham
saktah: essendo
attaccato; karmani: ai doveri prescritti; avidvamsah:
l’ignorante; yatha: come; kurvanti: fanno;
bharata: o discendente di Bharata; kuryat: deve fare;
vidvan: il saggio; tatha: così; asaktah: senza
attaccamento; cikirsuh: desiderando guidare; loka-sangraham:
il popolo in generale.
TRADUZIONE
Come l’ignorante compie i suoi
doveri con attaccamento al risultato così anche il saggio agisce, ma
senza attaccamento, al solo fine di portare gli uomini sul giusto
sentiero.
SPIEGAZIONE
Sono i desideri che distinguono
una persona cosciente di Krishna da una persona che non è cosciente di
Krishna. La prima non fa nulla che non sia favorevole allo sviluppo
della coscienza di Krishna. Apparentemente può sembrare che agisca come
la persona ignorante, troppo attaccata alle attività materiali, ma non
agisce solo per la soddisfazione dei sensi, mentre l’altra agisce per
far piacere a Krishna. Spetta alle persone coscienti di Krishna il
compito d’insegnare agli altri come agire e come impiegare i frutti
delle loro azioni al servizio di Krishna.
VERSO
26
na buddhi-bhedam janayed
ajnanam karma-sanginam
josayet sarva-karmani
vidvan yuktah samacaran
na: non;
buddhi-bhedam: turbamento dell’intelligenza; janayet:
deve causare; ajnanam: degli sciocchi; karma-sanginam:
che sono attaccati all’attività interessata; josayet:
dovrebbe dirigere verso; sarva: ogni; karmani: attività;
vidvan: una persona erudita; yuktah: impegnata;
samacaran: praticando.
TRADUZIONE
Per non turbare la mente degli
ignoranti attaccati ai risultati dell’azione, il saggio non dovrebbe
indurli a interrompere il compimento dei doveri prescritti. Operando
invece in uno spirito devozionale, dovrebbe impegnarli in svariate
attività [per un graduale sviluppo della coscienza di Krishna].
SPIEGAZIONE
Vedais ca sarvair aham eva
vedhyah: questo è il fine di tutti i riti vedici. I riti, i
sacrifici e la conoscenza dei Veda, che includono le istruzioni
sul modo di agire a livello materiale, servono a farci conoscere
Krishna, fine supremo dell’esistenza. Ma poiché gli esseri
condizionati non conoscono nient’altro che il piacere dei sensi, essi
studiano i Veda con lo scopo di ottenere questi piaceri.
Tuttavia, regolando con i riti vedici le attività interessate e la
gratificazione dei sensi possiamo elevarci alla coscienza di Krishna.
Perciò colui che è realizzato nella coscienza di Krishna non deve
distogliere gli altri dalle loro attività o turbare la loro coscienza,
ma deve agire in modo da poter insegnare che il risultato di ogni azione
può essere offerto a Krishna deve fare in modo, con l’esempio, che
l’uomo ignorante che agisce solo per il proprio piacere impari ad
agire bene. Non si deve turbare l’ignorante nella sua attività, ma è
possibile impegnare subito al servizio del Signore chiunque manifesti
anche un minimo interesse per la coscienza di Krishna, senza cercare
altre vie consigliate nei Veda. Chiunque abbia questa fortuna
non è tenuto a osservare i riti vedici, perché semplicemente svolgendo
il proprio dovere nella coscienza di Krishna può ottenere tutti i
risultati desiderabili.
VERSO
27
prakriteh kriyamanani
gunaih karmani sarvasah
ahankara-vimudhatma
kartaham iti manyate
prakriteh: di natura
materiale; kriyamanani: essendo costituito; gunaih:
dalle influenze; karmani: attività; sarvasah: ogni
genere di; ahankara-vimudha: confuso dal falso ego; atma:
l’anima spiituale; karta: autore; aham: Io; iti:
così; manyate: egli pensa.
TRADUZIONE
Sviata per l’influenza del falso
ego, l’anima spirituale, crede di essere l’autrice delle proprie
azioni, che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura
materiale.
SPIEGAZIONE
Può sembrare che due persone, una
situata in una coscienza materiale, agiscano allo stesso livello, ma in
realtà c’è una grande differenza nel loro comportamento. La persona
con una coscienza materiale è convinta, sotto l’influsso del falso
ego, di essere la causa di ogni azione che compie. Ignora che il corpo
è un meccanismo prodotto dalla natura materiale, che agisce sotto la
direzione del Signore Supremo. Il materialista non si accorge di essere,
alla fine, sotto il controllo di Krishna. La persona sviata dal falso
ego è convinta di agire in modo indipendente, ed è questa la prova
della sua ignoranza. Non sa che il corpo grossolano e quello sottile
sono creati dalla natura materiale, sotto la direzione della Persona
Suprema, e che per questo motivo deve mettere ogni sua attività fisica
e mentale al servizio di Krishna, nella coscienza di Krishna. L’uomo
ignorante dimentica che un altro nome di Krishna è Hrisikesa, il
maestro dei sensi. Per troppo tempo ha fatto cattivo uso dei sensi
cercando continuamente nuovi piaceri, perciò ora si trova sviato dal
falso ego che lo rende dimentico della sua eterna relazione con Krishna.
VERSO
28
tattva-vit tu maha-baho
guna-karma-vibhagayoh
guna gunesu vartanta
iti matva na sajjate
tattva-vit: colui che
conosce la Verità Assoluta; tu: ma; maha-baho: o
Arjuna dalle braccia potenti; guna-karma: attività influenzale
dalla materia; vibhagayoh: differenze; gunah: sensi; gunesu:
nella gratificazione dei sensi; vartante: essendo impegnati; iti:
così; matva: pensando; na: mai; sajjate;
resta attratto.
TRADUZIONE
O Arjuna dalla braccia potenti,
chi conosce la Verità Assoluta non si dedica ai sensi e alla
gratificazione dei sensi perché conosce a fondo la differenza tra
attività interessata.
SPIEGAZIONE
Colui che conosce la Verità
Assoluta vede chiaramente che il contatto con la natura materiale lo
mette in una posizione piuttosto scomoda. Sa di essere parte integrante
di Krishna, Dio, la Persona Suprema, e che la sua condizione naturale
non è quella di vivere nella creazione materiale. Egli conosce la
propria vera identità come parte integrante del Supremo, che è felicità
e conoscenza eterne, e comprende di essere per qualche ragione
prigioniero della concezione materiale dell’esistenza. La sua
vocazione naturale è quella di dedicare con amore e devozione ogni atto
al Signore Supremo, Sri Krishna. Perciò s’impegna nelle attività
della coscienza di Krishna e si distacca così dalle attività dei sensi
materiali, contingenti e temporanee. Sapendo che le proprie condizioni
materiali di vita sono soggette al controllo supremo del Signore, non è
turbato dagli eventi materiali, ma li vede come altrettante
manifestazioni della grazia del Signore.
Secondo lo Srimad Bhagavatam, colui che conosce i tre aspetti
della Verità Assoluta —Brahman, Paramatma e Bhagavan, la Persona
Suprema— è tattva-vit, perché conosce la propria relazione
col Supremo.
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