|
 |
LA BHAGAVAD-GITA COSI' COM'E'
DI SUA DIVINA
GRAZIA
SWAMI PRABHUPADA
|
 |
|
La bhagavad-gita
Capitolo
5.
: KARMA-YOGA:
L'AZIONE NELLA COSCIENZA DI KRSNA.
CAPITOLO 5
Karma-yoga,
l’azione nella coscienza di Krishna
VERSO 1
arjuna uvaca
sannyasam karmanam krishna
punar yogam ca samsasi
yac chreya etayor ekam
tan me bruhi su-niscitam
arjunah uvaca: Arjuna disse; sannyasam: rinuncia; karmanam: di tutte le attività; krishna: o Krishna; punah: di nuovo; yogam: servizio devozionale; ca: anche; samsasi: Tu stai elogiando; yat: quale; sreyah: è più benefico; etayoh: di questi due; ekam: uno; tat: che; me: a me; bruhi: dimmi Ti prego; su-niscitam: definitivamente.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
Krishna, prima Tu mi chiedi di rinunciare all’azione, poi mi consigli di agire con devozione. Per favore, spiegami ora in modo definitivo quale delle due vie è la migliore.
SPIEGAZIONE
In questo quinto capitolo della Bhagavad-gita il Signore dichiara che l’azione devozionale è superiore all’arida speculazione mentale. In realtà il servizio di devozione è più facile perché, essendo trascendentale, libera l’uomo dalle conseguenze delle sue azioni. Il secondo capitolo c’introduceva alla conoscenza dell’anima, spiegando come essa si trovi prigioniera del corpo e presentava il metodo per mettere fine a questo condizionamento, cioè il buddhi-yoga, ovvero il servizio di devozione. Il terzo capitolo mostrava come la persona che possiede la conoscenza spirituale non abbia più alcun dovere da compiere. E nel quarto capitolo il Signore insegnava ad Arjuna che tutti i sacrifici culminano nella conoscenza. Tuttavia, alla fine del quarto capitolo, il Signore consigliava ad Arjuna, una volta che si era stabilito nella conoscenza perfetta, di alzarsi e combattere. Sottolineando l’importanza dell’azione devozionale e insieme dell’inazione nella conoscenza, Krishna scuote la determinazione di Arjuna, immergendolo ancora di più nella confusione. Arjuna pensa che la rinuncia nella conoscenza implichi la cessazione di ogni attività dei sensi: come si può, da un lato, cessare di agire e dall’altro agire nel servizio devozionale? In altre parole, Arjuna crede che il sannyasa, cioè la rinuncia nella conoscenza, implichi l’arresto di ogni tipo di attività, perché l’azione e la rinuncia gli sembrano incompatibili. Sembra non capire che l’azione compiuta nella conoscenza non genera nessuna reazione e quindi si ricongiunge all’inazione. Perciò Arjuna domanda se è preferibile rinunciare ad agire o agire in piena conoscenza.
VERSO 2
sri-bhagavan uvaca
sannyasah karma-yogas ca
nihsreyasa-karav ubhau
tayos tu karma-sannyasat
karma-yogo visisyate
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; sannyasah: rinuncia all’azione; karma-yogah: azione in devozione; ca: anche; nihsreyasa-karau: guidando al sentiero di liberazione; ubhau: entrambe; tayoh: delle due; tu: ma; karma-sannyasat: paragonata alla rinuncia dell’attività interessata; karma-yogah: attività in devozione; visisyate: è migliore.
TRADUZIONE
Dio, la persona Suprema, rispose:
La rinuncia all’azione e l’azione devozionale conducono entrambe alla liberazione, ma tra le due l’azione devozionale è la migliore.
SPIEGAZIONE
L’azione interessata, compiuta per la gratificazione dei sensi, è la causa del condizionamento materiale. Finché l’uomo agisce al solo scopo di migliorare le condizioni di vita materiale dovrà trasmigrare di corpo in corpo, perpetuamente prigioniero del mondo materiale. Lo Srimad Bhagavatam lo conferma:
nunam pramattah kurute vikarma
yad indriya-pritaya aprinoti
na sdhu manye yata atmano ’yam
asann api klesa-da asa dehah
parabhavas tavad abodha-jato
yavan na jijnasata atma-tattvam
yavat kriyas tavad idam mano vai
karmatmakam yena sarira-bhandhah
evam manah karma-vasam prayunkte
avidyayatmany upadhiyamane
pritir na yavan mayi vasudeve
na mucyate deha-yogena tavat
“L’uomo è avido di piaceri materiali, e ignora che il suo corpo, pieno di miserie è il risultato delle azioni interessate che ha compiuto in passato. Questo corpo, benché temporaneo, fonte di continue sofferenze. A che serve, dunque, agire soltanto per il proprio piacere? Vive invano l’uomo che non cerca di conoscere la sua vera identità. Finché non conosce la sua vera identità agirà solo per il proprio piacere e finché resterà immerso nella coscienza del piacere dei sensi dovrà trasmigrare da un corpo all’altro. Anche se abbiamo la mente immersa nell’ignoranza e pervasa dal desiderio dei frutti dell’azione dobbiamo imparare ad amare il servizio di devozione a Vasudeva, il Signore, Soltanto allora potremo troncare i legami dell’esistenza materiale.” S.B. 5.5.4-6)
Per raggiungere la liberazione non è sufficiente essere uno jnani, cioè sapere di non essere un corpo materiale ma un’anima spirituale. Si deve anche agire come anima spirituale, perché questo è l’unico modo per sfuggire al condizionamento materiale. Infatti, l’azione compiuta nella coscienza di Krishna non ha niente in comune con l’azione materiale interessata, ma ci consente di avanzare verso la conoscenza pura. Rinunciare alle attività interessate, senza impegnarsi nella coscienza di Krishna, non basta a purificare il cuore dell’anima condizionata. E finché il cuore non è purificato è impossibile evitare d’impegnarsi in attività interessate. Ma l’azione compiuta nella coscienza di Krishna libera immediatamente l’anima dalle conseguenze dell’azione interessata e le impedisce di venire nuovamente coinvolta nelle attività materiali. L’azione compiuta nella coscienza di Krishna è dunque superiore alla semplice rinuncia, che comporta sempre il rischio di una caduta. La rinuncia senza coscienza di Krishna è incompleta, come Srila Rupa Gosvami conferma nel suo Bhakti-rasamrita-sindhu (1.2.258):
prapancikataya buddya
hari-sambandhi-vastunah
mumuksubhih parityago
vairagyam phalgu kathyate
“La rinuncia di chi desidera raggiungere la liberazione liberandosi di cose che, anche se materiali, sono legate a Dio, la Persona Suprema, è una rinuncia incompleta.”
La rinuncia è completa solo quando è fatta nella consapevolezza che tutto appartiene a Dio e che nessuno può pretendere di essere proprietario di qualcosa. Dobbiamo capire che in realtà niente ci appartiene. Come si può dunque rinunciare a quello che non ci appartiene? Solo colui che riconosce in Krishna il proprietario di tutto è sempre situato nella rinuncia. Poiché tutto appartiene a Krishna, tutto va usato al servizio di Krishna. Questo tipo di azione, compiuta nella coscienza di Krishna, è perfetta e di gran lunga superiore alla falsa rinuncia di tutti i sannyasi mayavadi.
VERSO 3
jneyah sa nitya-sannyasi
yo na dvesti na kanksati
nirdvandvo hi maha-baho
sukham bandhat pramucyate
jneyah: dovrebbe essere risaputo; sah: egli; nitya: sempre; sannyasi: che rinuncia; yah: chi; na: né; kanksati: desidera; nirdvandvah: libero da ogni dualità; hi: certamente; maha-baho: (Arjuna) dalle braccia potenti; sukham: felicemente; bandhat: dalla prigionia; pramucyate: è completamente liberato.
TRADUZIONE
Chi non disdegna né desidera i frutti delle proprie attività è sempre situato nella rinuncia. O Arjuna dalle braccia potenti, tale persona, libera da ogni dualità, scioglie facilmente i legami della materia ed è completamente liberata.
SPIEGAZIONE
L’uomo che è pienamente impegnato nella coscienza di Krishna è sempre situato nella rinuncia perché né desidera i frutti delle sue azioni. Quest’uomo rinunciato, dedicato al trascendentale servizio d’amore al Signore, possiede la conoscenza perfetta perché conosce la relazione eterna che lo unisce a Krishna. Egli sa perfettamente che Krishna è il Tutto e l’essere è parte integrante di Krishna. Questa conoscenza è perfetta sotto ogni aspetto: qualitativamente sa di essere uguale a Krishna perché la sua natura è spirituale, ma dal punto di vista quantitativo si riconosce subordinato a Lui come parte infinitesimale della Sua Persona. La teoria di unità con Krishna non è esatta perché una parte non può mai uguagliare il tutto. Raggiunta questa conoscenza della identità qualitativa e della sua differenza quantitativa con Dio, l’uomo raggiunge la pienezza, libero da ogni desiderio e da ogni lamento; la sua mente non conosce più dualità perché egli agisce esclusivamente per il piacere di Krishna. E superata la dualità, raggiunge, in questo stesso mondo, la liberazione.
VERSO 4
sankhya-yogau prithag balah
pravadanti na pandtah
ekam apy asthitah samyag
ubhayor vindate phalam
sankhya: studio analitico del mondo materiale; yogau: azione nel servizio devozionale; prithak: differente; balah: meno intelligente; pravadanti: dice; na: mai; panditah: la persona colta; ekam: in uno; api: anche; asthitah: essendo situato; samyak: completo; ubhayoh: di entrambi; vindate: gode; phalam: il risultato.
TRADUZIONE
Soltanto l’ignorante sosterrà che il servizio devozionale [karma-yoga] è differente dallo studio analitico del mondo materiale [sankhya]. I veri eruditi affermano che seguendo con serietà una di queste vie si ottiene il medesimo risultato.
SPIEGAZIONE
Lo scopo dello studio analitico del mondo materiale è scoprire l’anima, sorgente della vita. L’anima del mondo materiale è Visnu, l’Anima Suprema. Chi serve Krishna serve allo stesso tempo l’Anima Suprema. Occorre dapprima trovare la radice dell’albero, la fonte del mondo materiale, Visnu, e poi annaffiarla. Così il vero studente della filosofia sankhya trova la radice del mondo materiale, Visnu, quindi, in perfetta conoscenza, s’impegna nel servizio di devozione al Signore. Perciò il sankhya-yoga e il karma-yoga si ricongiungono nella loro essenza perché lo scopo di entrambi è Visnu: Coloro che ignorano il fine ultimo di queste due vie credono che esse differiscano; ma il vero erudito conosce il principio che unisce queste vie.
VERSO 5
yat sankhyaih prapyate sthanam
tad yogair api gayate
ekam sankhyam ca yogam ca
yah pasyati sa pasyati
yat: ciò; sankhyaih: per mezzo della filosofia sankhya; prapyate: è ottenuto; sthanam: luogo; tat: che; yogaih: col il servizio devozionale; api: gamyate: si raggiunge; ekam: uno; sankhyam: studio analitico; ca: e; yogam: azione devozionale; ca: e; yah: chi; pasyati: vede; sah: egli; pasyati: vede veramente.
TRADUZIONE
La persona consapevole che il fine raggiunto con lo studio analitico può essere ottenuto anche col servizio devozionale, e perciò considera sullo stesso piano la via dello studio analitico e la via del servizio devozionale, vede le cose nella loro realtà.
SPIEGAZIONE
Il vero scopo della ricerca filosofica è conoscere il fine ultimo dell’esistenza, cioè la realizzazione spirituale. Ecco perché le conclusioni dei due metodi indicati in questo verso non differiscono. La conclusione della ricerca filosofica (il sankhya-yoga) è che l’essere individuale non appartiene al mondo materiale, ma al Tutto spirituale supremo. L’anima spirituale non ha niente in comune col mondo materiale perciò deve agire in relazione col Supremo. Quando agisce nella coscienza di Krishna ritrova la sua posizione naturale, originale ed eterna in relazione con Krishna. La via del sankhya-yoga richiede il distacco dalla materia, mentre la via dello yoga della devozione (bhakti-yoga) richiede l’attaccamento alle azioni compiute per il piacere di Krishna. Sebbene sembri che l’una conduca all’attaccamento e l’altra al distacco, queste due vie, in realtà, si ricongiungono, perché non c’è differenza tra il distacco dalla materia e l’attaccamento a Sri Krishna. Chi sviluppa questa visione vede le cose così come sono.
VERSO 6
sannyasas tu maha-baho
duhkham aptum ayogatah
yoga-yukto munir brahma
na cirenadhigacchati
sannyasah: l’ordine di rinuncia della vita; tu: ma; maha-baho: o (Arjuna) dalle braccia potenti; duhkham: infelicità; aptum: essere afflitto da; ayogatah: senza servizio devozionale; yoga-yuktah: impegnato nel servizio devozionale; munih: un pensatore; brahma: il Supremo; na cirena: senza indugio; adhigacchati: raggiunge.
TRADUZIONE
La semplice rinuncia all’attività, senza l’impegno nel servizio di devozione al Signore, non può rendere felici. Una persona riflessiva, impegnata nel servizio devozionale, raggiunge invece il Supremo senza indugio.
SPIEGAZIONE
Esistono due tipi di sannyasi, o persone situate nell’ordine di rinuncia: i sannyasi vaisnava, che studiano la filosofia dello Srimad Bhagavatam, il commento autentico del Vedanta-sutra. Anche i sannyasi mayavadi cercano di capire il Vedanta-sutra, ma attraverso lo Sariraka-bhasya, il commento impersonalista dato da Sankaracarya. Gli studenti della scuola bhagavata, a cui appartengono i sannyasi vaisnava, praticano il servizio di devozione secondo le regole del pancaratriki, rimanendo sempre attivi nel trascendentale servizio di devozione al Signore; ma tutti i loro atti, che sono compiuti per amore di Krishna, non hanno nulla di materiale. I sannyasi mayavadi, invece, immersi nello studio del sankhya e del Vedanta, presi dalle loro speculazioni intellettuali, non possono gustare il nettare del servizio di devozione. Poiché i loro studi finiscono col diventare noiosi, si stancano di speculare sul Brahman e si volgono verso lo Srimad Bhagavatam, senza però coglierne il significato, ed è così che incontrano molti ostacoli nello studio di quest’opera. I mayavadi non traggono assolutamente nulla dalle loro aride speculazioni né dalle interpretazioni impersonaliste delle Scritture. I vaisnava, invece, immersi nel servizio di devozione, provano una vera gioia quando compiono i loro doveri trascendentali, e sono sicuri inoltre di raggiungere alla fine il regno di Dio. A volte, a forza di speculare sul Brahman, i sannyasi mayavadi si allontanano dal sentiero della realizzazione spirituale e s’immergono di nuovo nelle attività di questo mondo, magari altruistiche e umanitarie, ma pur sempre materiali. In conclusione, coloro che sono impegnati nella coscienza di Krishna sono in una posizione più elevata e più sicura dei sannyasi impegnati a speculare sulla natura del Brahman, anche se questi ultimi, dopo innumerevoli esistenze, giungono anch’essi alla coscienza di Krishna
VERSO 7
yoga-yukto visuddhatma
vijitatma jitendriyah
sarva-bhutatma-bhutatma
kurvamm api na lipyate
yoga-yuktah: impegnata nel servizio devozionale; visuddha-atma: un’anima purificata; vijita-atma: padrona di sé; jita-indriyah: avendo vinto i sensi; sarva-bhuta: a tutti gli esseri viventi; atma-bhuta-atma: compassionevole; kurvan api: benché impegnata in attività; na: mai; lipyate: s’imprigiona.
TRADUZIONE
L’uomo che agisce in devozione, l’anima pura, maestro de sensi e della mente, è caro a tutti e tutti sono cari a lui. Sebbene sia sempre attivo, non è mai condizionato.
SPIEGAZIONE
Chi intraprende la via liberatrice della coscienza di Krishna è molto caro a tutti gli esseri, e tutti gli esseri gli sono cari. Ciò è dovuto alla sua coscienza di Krishna. Tale persona non sa vedere nessun essere separato da Krishna, come i rami e le foglie di un albero non sono separati dall’albero. Sa bene che annaffiando le radici dell’albero l’acqua si distribuirà a tutti i rami e alle foglie, e che alimentando lo stomaco l’energia sarà distribuita a tutte le parti del corpo. Così, chi agisce nella coscienza di Krishna serve tutti gli esseri e diventa caro a loro. Se questa persona riesce a soddisfare tutti gli esseri con le sue opere, ciò è dovuto alla sua coscienza pura. Grazie a questa coscienza pura, la sua mente è perfettamente controllata, e poiché la sua mente è controllata, i suoi sensi sono controllati. Con la mente sempre assorta in Krishna, questa persona non rischia di allontanarsi da Lui. E non c’è neppure il rischio che impegni i suoi sensi in qualcosa che non sia il servizio al Signore. Non le piace ascoltare ciò che non riguarda Krishna, non le piace mangiare cibo non offerto a Krishna e non desidera recarsi in nessun luogo se non per servire Krishna. Si può dire dunque che i suoi sensi sono controllati, e chiunque abbia i sensi controllati non è più causa di disturbo per nessuno. Ci si può chiedere allora perché Arjuna, che è cosciente di Krishna, usi violenza contro i suoi nemici.
In realtà, come spiega il secondo capitolo, Arjuna li danneggia solo in apparenza perché non si può uccidere l’anima spirituale; tutte le persone riunite per il combattimento continueranno a vivere come individui anche dopo la distruzione del corpo. Dal punto di vista spirituale, nessuno morirà sul campo di battaglia di Kuruksetra. Secondo il desiderio del Signore presente in persona, cambierà soltanto ,’”abito”, dei combattenti, cioè il loro corpo materiale. In realtà, Arjuna non combatterà veramente, ma seguirà soltanto le istruzioni di Krishna. Tale persona non rimane mai impigliata nelle conseguenze dell’azione.
VERSI 8-9
naiva kincit karomiti
yukto manyeta tattva-vit
pasyan srinvan sprisan jighrann
asnan gacchan svapan svasan
pralapan visrijan ghnann
unimisan nimisann api
indriyanindriyarthesu
vartanta iti dharayan
na: mai; eva: certamente; kincit: qualsiasi cosa; karomi: io faccio; iti: così; yuktah: impegnato nella coscienza divina; manyeta: pensa; tattva-vit: chi conosce la verità; pasyam: vedendo; srinvan: ascoltando; sprisan: toccando; jighran: odorando; asnan: mangiando; gacchan: andando; svapan: sognando; svasan: respirando; pralapan: parlando; visrijan: abbandonando; grihnan: accettando; unmisan: aprendo; nimisan: chiudendo; api: nonostante; indriyani: i sensi; indriya-arthesu: nella gratificazione dei sensi; vartante: li lascia agire; dharayan: così considerando.
TRADUZIONE
L’uomo situato in una coscienza divina, sebbene sia impegnato nel vedere, toccare, mangiare, spostarsi, dormire e respirare, sa interiormente che in realtà non sta agendo affatto. Mentre parla, evacua, riceve, apre o chiude gli occhi è sempre consapevole che soltanto i sensi materiali sono impegnati con i loro oggetti, mentre lui non ha alcun legame con queste azioni.
SPIEGAZIONE
Una persona in coscienza di Krishna vive un’esistenza pura, e poiché è assorta nel servizio d’amore a Krishna, i suoi atti non dipendono dai cinque fattori, diretti e indiretti dell’azione, cioè l’autore, l’atto in sé, il luogo, lo sforzo impiegato e il destino. Benché sembri agire col corpo e coi sensi, questa persona resta sempre cosciente della sua vera posizione, che è quella d’impegnarsi in attività spirituali. Chi è in coscienza materiale usa i sensi per il proprio piacere, mentre chi è nella coscienza di Krishna usa i sensi per soddisfare i sensi di Krishna è sempre libera, anche se appare che agisca ancora sul piano dei sensi. Guardare, ascoltare, parlare, evacuare e tutti gli altri fisici sono azioni dei sensi, ma una persona cosciente di Krishna non è mai condizionata dalle azioni dei sensi. Non compie nessun atto fuori del servizio al Signore perché sa di essere l’eterno servitore del Signore.
VERSO 10
brahmany adhaya karmani
sangam tyaktva karoti yah
lipyate na sa papena
padma-patram ivambhasa
brahmani: a Dio; la Suprema Persona; adhaya: consegnando: karmani: ogni attività; sangam: attaccamento; tyaktva: abbandonando; karoti: compie; yah: chi; lipyate: è colpito; na: mai; sah: egli; papena: dal peccato; padma-patram: una foglia di loto; iva: come; ambhasa: dall’acqua.
TRADUZIONE
Chi compie il proprio dovere senza attaccamento, offrendo i frutti al Signore Supremo, non è toccato dal peccato, come la foglia del loto non è toccata dall’acqua.
SPIEGAZIONE
In questo verso il termine brahmani significa in coscienza di Krishna. Il mondo materiale è una manifestazione totale delle tre influenze della natura materiale ed è chiamato tecnicamente pradhana. Gli inni vedici sarvam hy etad brahma (Mandukya Upanisad 2), tasmad etad brahma nama-rupam annam ca jayate (Mundaka Upanisad 1.2.10) e la Bhagavad-gita (14.3), mama yonir mahad brahma indicano che tutto, nel mondo materiale, è una manifestazione del Brahman, perché anche se manifestati in modo differente, gli effetti e la causa non sono veramente differenti. La Sri Isopanisad aggiunge inoltre che tutto è in relazione al Brahman Supremo, Sri Krishna, perciò tutto appartiene unicamente a Lui. Colui che sa perfettamente bene che tutto appartiene a Krishna, che Egli è il proprietario di tutto e che tutto dev’essere quindi usato al Suo servizio, naturalmente non deve subire le conseguenze delle proprie azioni colpevoli o virtuose. Tale persona si eleva sopra ogni contaminazione dovuta alle reazioni peccaminose. esattamente come le foglie del loto che, sebbene si trovino sull’acqua, non sono bagnate. Anche il corpo materiale, che il Signore concede per svolgere determinate attività, può essere impegnato nella coscienza di Krishna. Krishna stesso dice nella Bhagavad-gita (3.30), mayi sarvani karmani sannyasya: “Offrimi tutti i tuoi atti.” La conclusione è che una persona priva di coscienza di Krishna lavora solo in funzione del corpo e dei sensi materiali, mentre una persona cosciente di Krishna agisce con la consapevolezza che il corpo è proprietà di Krishna e dev’essere dunque usato al servizio di Krishna.
VERSO 11
kayena manasa buddhva
kevalair indriyair api
yoginah karma kurvanti
sangam tyaktavatma-suddhaye
kayena: col corpo; manasa: con la mente; buddhya: con l’intelligenza; kevalaih: purificata; indriyaih: con i sensi; api: anche; yoginah: persone coscienti di Krishna; karma: azioni; kurvanti: compiono; sangam: attaccamento; tyaktva: abbandonando; atma: del sé; suddhaye: allo scopo di purificare.
TRADUZIONE
Abbandonando ogni attaccamento, gli yogi agiscono col corpo, con la mente, con l’intelligenza e anche con i sensi al solo scopo di purificarsi.
SPIEGAZIONE
Agendo nella coscienza di Krishna, per soddisfare i sensi di Krishna, ogni azione, sia del corpo che della mente, sia dell’intelligenza che dei sensi viene purificata dalla contaminazione materiale. Le attività di una persona cosciente di Krishna non producono reazioni materiali. Perciò, per compiere azioni pure (sad-acara), è sufficiente agire nella coscienza di Krishna. Srila Rupa Gosvami scrive nel suo Bhakti-rasamrita-sindhu (1.2.187):
iha yasya harer dasye
karmana manasa gira
nikhilasv apy avasthasu
jivan-muktah sa ucyate
“La persona che agisce in coscienza di Krishna, cioè nel servizio a Krishna, con il corpo, la mente, l’intelligenza e le parole è una persona liberata anche in questo mondo, sebbene le sue attività sembrino materiali.”
Quest’uomo è libero dal falso ego, perché non s’identifica col corpo e nemmeno crede di esserne il proprietario. Sa di non essere il corpo e di non essere il proprietario del corpo. Lui stesso appartiene a Krishna, e anche il suo corpo appartiene a Krishna. Impiegando al servizio di Krishna tutto ciò che possiede (parole, corpo, mente, intelligenza, vita e ricchezze), si trova subito unito a Krishna. Egli è in unione con Krishna ed è libero dal falso ego che porta a credere di essere il corpo. Questa è la perfezione della coscienza di Krishna.
VERSO 12
yuktah karma-phalam tyaktva
santim apnoti naistikim
ayuktah kama-karena
phale sakto nibadhyate
yuktah: chi è impegnato nel servizio devozionale; karma-phalam: i risultati di ogni attività; tyaktva: abbandonando; sntim: pace perfetta; apnoti: raggiunge; naisikim: costante; ayuktah: chi non è in coscienza di Krishna; kama-karena: per godere del risultato dell’attività; phale: al risultato; saktah: attaccato; nibadhyate: s’impiglia.
TRADUZIONE
L’anima fissa nella devozione raggiunge una pace perfetta perché offre a Me il risultato di tutte le sue attività, mentre una persona che non è unita col Divino, ed è avida dei frutti del proprio lavoro, rimane condizionata.
SPIEGAZIONE
La differenza tra una persona in coscienza di Krishna e una persona in coscienza materiale è che la prima è attaccata a Krishna, mentre la seconda è attaccata ai risultati delle sue attività. La persona che è attaccata a Krishna e agisce solamente per soddisfarLo è certamente liberata e non aspira ai frutti delle proprie azioni. Lo Srimad Bhagavatam spiega che preoccuparsi dei frutti dell’azione è la prova che si agisce sotto la concezione della dualità e non si conosce la Verità Assoluta. Krishna è la Verità Assoluta, Dio, la Persona Suprema. Nella coscienza di Krishna non c’è dualità. Tutto ciò che esiste è prodotto dall’energia di Krishna, e Krishna è completamente perfetto. Perciò le attività nella coscienza di Krishna sono sul piano assoluto, sono trascendentali e non comportano conseguenze materiali. Nella coscienza di Krishna si gode dunque di una pace perfetta. Invece, colui che è preso dall’ansia di ottenere i frutti dell’azione e la gratificazione dei sensi non può avere questa pace.
Il segreto della coscienza di Krishna è tutto qui: comprendere che niente esiste fuori di Krishna. Chi lo comprende ottiene la pace e si libera da ogni paura.
VERSO 13
sarva-karmani manasa
sannyasyaste sukham vasi
nava-dvare pure dehi
naiva kurvan na karayan
sarva: tutte; karmani: attività; manasa; con la ente; sannyasya: rinunciando; aste:resta; sukham: nella felicità; vasi: chi è controllato; navadvare: nel luogo dalle nove porte; pure: nella città; dehi: l’anima incarnata; na: mai; eva: certamente; kurvan: facendo qualsiasi cosa; na: non; karayan: causando il prodursi.
TRADUZIONE
Quando l’essere incarnato domina la sua natura e con la mente rinuncia a ogni azione, risiede felicemente nella città dalle nove porte [il corpo materiale] senza compiere o causare alcuna azione.
SPIEGAZIONE
L’anima incarnata vive in una città a nove porte, cioè il corpo. Le azioni del corpo sono regolate in modo automatico dalle tre influenze della natura. Sebbene l’anima sia costretta, per i suoi desideri, ad accettare il condizionamento di un corpo, può superare questo condizionamento, se lo desidera. Solo dimenticando la sua natura superiore l’anima s’identifica col corpo materiale e quindi soffre. Ma con la coscienza di Krishna l’anima può ritrovare la sua vera posizione e uscire dal corpo. Perciò, dal momento in cui si diventa coscienti di Krishna, ci si eleva sopra ogni attività corporea. L’uomo che regola così la propria esistenza, modificando l’oggetto dei suoi interessi, vive nella città dalle nove porte, che la Svetasvatara Upanisad descrive così:
nava-dvare pure dehi
hamso lelayate bahih
vasi sarvasya lokasya
sthavarasya carasya ca
“Dio, la Persona Suprema, presente nel corpo di ogni essere, controlla tutti gli esseri dell’universo. Il corpo ha nove porte: due occhi, due narici, due orecchi, la bocca, l’ano e l’orifizio genitale. Allo stato condizionato, l’essere vivente s’identifica col corpo, ma non appena ritrova la sua identità in relazione col Signore che è presente in lui, diventa, anche in questo corpo, libero quanto il Signore.” (Svetasvatara Upanisad 3.18) Perciò una persona cosciente di Krishna cosciente di Krishna non è contaminata dalle attività interne o esterne del corpo materiale.
VERSO 14
na kartrivam na karmani
lokasya srijati prabhuh
na karma-phala-samyogam
svabhavas tu pravartate
na: mai; kartritvam: diritto di proprietà; na: neppure; karmani: attività; lokasya: della gente; srijati: crea; prabhuh: il maestro della città del corpo; na: né; karma-phala: coi risultati delle attività; samyogam: collegamento; svabhavah: le influenze della natura materiale; tu: ma; pravartate: agisce.
TRADUZIONE
L’anima incarnata, maestra della città del corpo, non genera alcuna attività, non induce gli altri ad agire né crea i frutti dell’azione. Tutto ciò è opera delle influenze della natura materiale.
SPIEGAZIONE
Come vedremo nel settimo capitolo, l’essere individuale partecipa della stessa natura di Dio, cioè la natura spirituale, che è ben diversa dalla materia, detta natura inferiore. Per una ragione o per l’altra, l’anima, di natura superiore, è entrata da tempo immemorabile a contatto con la materia. il corpo in cui essa abita temporaneamente è la causa di numerose attività e delle reazioni che ne derivano. Vivendo in quest’atmosfera condizionata l’anima deve subire le conseguenze delle attività del corpo perché ha dimenticato la sua natura originale e ha voluto identificarsi col corpo. In realtà, l’essere è prigioniero del corpo ed è costretto a soffrire a causa dell’ignoranza in cui si trova immerso da tempo immemorabile. Ma non appena si stacca dalle attività del corpo, si libera anche dalle loro conseguenze. Nella città de corpo sembra che l’essere regni da sovrano, mentre in realtà non è il proprietario del corpo, né il controllore delle azioni del corpo e delle loro conseguenze. Sperduto nell’oceano dell’esistenza materiale, lotta per sopravvivere, mentre le onde lo sbattono di qua e di là, senza che egli possa in alcun modo controllarle. La soluzione migliore è uscire da queste acque col metodo trascendentale della coscienza di Krishna. Solo questo ci salverà da ogni situazione burrascosa.
VERSO 15
nadatte kasyacit papam
na caiva sukritam vibhuh
ajnanenavritam jnanam
tena muhyanti janatavah
na: mai: adatte: accetta; kasyacit: di chiunque; papam: colpa; na: non; ca: anche; eva: certamente; su-kritam: attività virtuose; vibhuh: il Signore Supremo; ajnanena; dall’ignoranza; avritam: coperta; jnanam: conoscenza; tena: da questo; muhyanti: confusi; jantavah: gli esseri viventi.
TRADUZIONE
Il Signore Supremo non è mai responsabile delle attività pie o colpevoli di qualcuno. Gli esseri incarnati, invece, rimangono confusi a causa dell’ignoranza che copre la loro vera conoscenza.
SPIEGAZIONE
Il termine sanscrito vibhu significa che il Signore Supremo è pieno di illimitata conoscenza, ricchezza, potenza, fama, bellezza e rinuncia. Egli è sempre soddisfatto in Se stesso e non è mai toccato dalle azioni, colpevoli o virtuose, delle anime individuali. Non crea situazioni particolari per nessuno, ma gli esseri viventi, sviati dall’ignoranza, vogliono godere di certe condizioni di vita, legandosi così alla catena delle azioni e delle reazioni. L’essere vivente, grazie alla sua natura superiore, è pieno di conoscenza. Ma a causa del suo potere limitato tende a cadere sotto l’influsso dell’ignoranza. Il Signore è onnipotente, ma l’essere vivente non lo è. Il Signore è vibhu, onnisciente, mentre l’essere vivente è anu, infinitesimale.
L’anima individuale è libera di desiderare, ma i suoi desideri possono essere soddisfatti soltanto dal Signore onnipotente. Anche quando l’anima si smarrisce nei suoi desideri, è sempre il Signore che le permette di soddisfarli, ma in nessun caso il Signore non è responsabile delle azioni e delle reazioni generate da una particolare situazione voluta dall’anima condizionata. L’essere cade nell’illusione e s’identifica coi diversi corpi di cui è rivestito, diventando così preda delle sofferenze e delle gioie temporanee dell’esistenza.
Il Signore, nella forma di Paramatma, l’Anima Suprema, accompagna sempre l’essere vivente nei vari corpi; Egli conosce dunque tutti i desideri dell’anima individuale, come chi è fermo vicino a un fiore e ne sente il profumo. Nell’anima incarnata il desiderio è una forma sottile di condizionamento. Il Signore soddisfa questo desiderio secondo i merito di ognuno. “L’uomo propone, Dio dispone”, dice il proverbio. L’essere individuale non ha dunque il potere di soddisfare da sé i propri desideri. Il Signore, tuttavia ha il potere di soddisfare tutti i desideri, ed essendo imparziale con tutti non pone ostacoli ai desideri che manifestano le anime infinitesimali, la cui indipendenza è limitata. Tuttavia, quando una persona desidera Krishna, Egli Si prende particolare cura di lei e la incoraggia a volgere i suoi desideri verso di Lui in modo che essa possa raggiungerLo ed essere eternamente felice. Perciò gli inni vedici affermano, esa u hy eva sadhu karma karayati tam yam ebhyo lokebhya unninisate, esa u evasadhu karma karayati yam adho ninisate: “È il Signore che permette agli esseri di compiere atti virtuosi affinché si elevino gradualmente. Ed è sempre Lui che lascia che essi commettano atti colpevoli e prendano così la direzione dell’inferno.” (Kausitaki Upanisad 3.8)
ajno jantur aniso ’yam
atmanah sukha-duhkhayoh
isvara-prerito gacchet
svargam vasv abhram eva ca
“Gioia e dolore dipendono completamente dal Signore. Secondo la volontà del Supremo, gli esseri vanno in cielo o all’inferno, come nuvole portate dal vento.”
L’anima incarnata, poiché desidera da tempo immemorabile di rimanere fuori dalla coscienza di Krishna, è causa della propria rovina. Perciò, sebbene l’anima per natura sia eterna, piena di conoscenza e felicità, a causa della sua esistenza infinitesimale dimentica la sua condizione naturale, che è quella di servire il Signore, e diventa prigioniera dell’ignoranza. Sotto l’influsso dell’ignoranza l’essere vivente fa cadere sul Signore la responsabilità del proprio condizionamento. Ma il Vedanta-sutra (2.1.34) afferma, vaisamya-nairghrinye na sapeksatvat tatha hi darsayati: “Il Signore, nonostante le apparenze, non ama e non odia nessuno.”
VERSO 16
jnanena tu tad ajnanam
yesam nasitam atmanah
tesam aditya-vaj jnanam
prakasayati tat param
jnanena: con la conoscenza; tu: ma; tat: questa; ajnanam: ignoranza; yesm: la cui; nasitam: è distrutta; atmanah: dell’essere vivente; tesam: loro; ditya-vat: come il sole che sorge; jnanam: conoscenza; prakasavyati: rivela; tat param: la coscienza di Krishna.
TRADUZIONE
Ma quando si è illuminati dalla conoscenza, da cui l’ignoranza è distrutta, sarà questa conoscenza a rivelare ogni cosa, come il sole illumina ogni cosa durante il giorno.
SPIEGAZIONE
Coloro che hanno dimenticato Krishna sono certamente confusi, ma coloro che sono coscienti di Krishna non lo sono affatto. La conoscenza, è sempre un vantaggio, come conferma in molti passi la Bhagavad-gita: sarvam jnana-plavena, jnanagnih sarva-karmani e na hi jnanena sadrisam. La conoscenza perfetta si acquisisce quando ci si abbandona a Krishna: bahunam janmanam ante jnanavan mam prapadyate. (B.g. 7.19) Quando l’uomo, dopo numerosissime vite, raggiunge la conoscenza perfetta e si abbandona a Krishna, cioè raggiunge la coscienza di Krishna, ogni cosa si rivela a lui, come al sorgere del sole. L’essere vivente è confuso in molti modi. Per esempio, credersi Dio equivale a un tremendo tonfo nell’ignoranza più grossolana. Se l’essere vivente fosse Dio, come potrebbe cadere sotto l’influsso dell’ignoranza? Dio cade sotto l’influsso dell’ignoranza? Se ciò fosse possibile, Satana, l’ignoranza, sarebbe più potente di Dio! La vera conoscenza può essere raggiunta da una persona che è in perfetta coscienza di Krishna. Perciò è necessario cercare un maestro spirituale autentico, e imparare sotto la sua guida che cos’è la coscienza di Krishna. Il maestro spirituale può dissipare tutta l’ignoranza, come il sole dissipa le tenebre.
Anche se una persona sa di non essere il corpo ma di essere trascendentale al corpo, tuttavia può ignorare ciò che distingue l’anima dall’Anima Suprema. Conoscerà questa differenza soltanto se prende rifugio in un maestro spirituale cosciente di Krishna, perfetto e autentico. Si può conoscere Dio e la propria relazione con Dio solo quando s’incontra un rappresentante di Dio. Un rappresentante di Dio non pretende mai di essere Dio anche se, grazie alla sua perfetta conoscenza di Dio, gli è offerto lo stesso rispetto che si offre a Dio. Bisogna dunque imparare a distinguere Dio dall’essere vivente. Krishna insegna nel secondo capitolo, al dodicesimo verso, che tutti gli esseri sono distinti gli uni dagli altri e che Lui è distinto da tutti gli esseri, nel passato, nel presente e nel futuro, anche dopo la liberazione. Nelle tenebre dell’ignoranza e dell’illusione, tutto sembra indifferenziato, ma quando sorge il sole della conoscenza si può vedere la natura reale degli esseri e delle cose. La vera conoscenza consiste dunque nel percepire l’individualità spirituale di tutti gli esseri e, nello stesso tempo, quella di Dio, l’Essere Supremo.
VERSO 17
tad-buddhayas tad-atmanas
tan-nisthas tat-parayanah
gacchanty apunar-avrittim
jnana-nirdhuta-kalmasah
tat-buddhayah: coloro la cui intelligenza è sempre nel Supremo; tat-atmanah: coloro la cui mente è sempre nel Supremo; tat-nisthah: coloro la cui fede è rivolta solo al Supremo; tat-parayanah: che hanno preso completo rifugio in Lui; gacchanti: vanno; apunah-avrittim: alla liberazione; jnana: con la conoscenza; nirdhuta: ripuliti; kalmasah: i dubbi.
TRADUZIONE
Quando l’uomo ripone l’intelligenza, la mente, la fede nel Supremo, e trova in lui il proprio rifugio, si libera da ogni dubbio grazie alla conoscenza completa e così procede con passo sicuro sul sentiero della liberazione.
SPIEGAZIONE
La Suprema Verità trascendentale è Sri Krishna. Tutta la Bhagavad-gita contribuisce a stabilire che Sri Krishna è Dio, la Persona Suprema. Questa è anche la conclusione di tutti gli Scritti vedici. Il termine para-tattva designa la Realtà Suprema, e coloro che conoscono l’Assoluto la percepiscono nella forma del Brahman, del Paramatma o di Bhagavan. Bhagavan, Dio, la Persona Suprema, è l’aspetto ultimo dell’Assoluto. Non esiste niente al di là di Esso. Il Signore dice, mattah parataram nanyat kincid asti dhananjaya: “Nessuna verità Mi è superiore, o Arjuna.” (B.g. 7.7) Perfino il Brahman impersonale, afferma la Bhagavad-gita riposa in lui: brahmano hi pratisthaham (B.g. 14.27) Krishna è sempre la Realtà Suprema, sotto qualunque aspetto.
L’uomo pienamente cosciente di Krishna, cioè colui che fissa su Krishna i pensieri, l’intelligenza e la fede, prendendo rifugio in Lui, è liberato dal dubbio e possiede la conoscenza perfetta di tutto ciò che riguarda la Trascendenza. Egli sa di essere Uno col Signore e, allo stesso tempo, distinto da Lui. Con questa conoscenza spirituale progredisce sicuro sul sentiero della liberazione.
VERSO 18
vidya-vinaya-sampanne
brahmane gavi hastini
suni caiva sva-pake ca
panditah sama-darsinah
vidya: di educazione; vinaya: e gentilezza; sampanne: pienamente dotato; brahmane: nel brahmana; gavi: nella mucca; hastini: nell’elefante; suni: nel cane; ca: e; eva: certamente; sva-pake: nel mangiatore di cani [il fuori casta]; ca: rispettivamente; panditah: coloro che sono saggi; sama-darsinah: che vedono con occhio uguale.
TRADUZIONE
Illuminati dalla vera conoscenza, gli umili saggi vedono con occhio uguale il brahmana nobile ed erudito, la mucca, l’elefante, il cane e il mangiatore di cani [intoccabile].
SPIEGAZIONE
Una persona cosciente di Krishna non fa distinzioni di casta, razza o specie. In una prospettiva sociale, il brahmana può differire dall’intoccabile, come il cane, la mucca e l’elefante differiscono per quel che riguarda la specie, ma queste distinzioni del corpo non hanno alcuna importanza per lo spiritualista situato nella conoscenza. Sapendo che il Signore Supremo è presente nel cuore di tutti gli esseri nella forma di Paramatma, la Sua emanazione plenaria, egli vede ogni essere in relazione col Supremo. Questa comprensione del Supremo è la vera conoscenza.
Il Signore è ugualmente buono verso tutti gli esseri, perché li tratta sempre da amico, qualunque corpo essi abbiano. ma rimane pur sempre il Paramatma, indipendente dalle condizioni in cui si trovano gli esseri individuali. sebbene il corpo del brahmana e quello dell’intoccabile differiscano, il Signore abita in entrambi come Anima Suprema. i corpi sono prodotti delle tre influenze della natura materiale, ma l’anima individuale e l’Anima Suprema, entrambe presenti in ogni corpo, partecipano della stessa natura spirituale. la loro identità sul piano qualitativo non vale però su quello quantitativo, perché l’anima individuale è presente solo in un corpo particolare, mentre l’anima suprema è presente in tutti i corpi. l’uomo cosciente di Krishna ha piena conoscenza di queste verità perciò è il vero erudito e ha una visione equanime. L’anima e l’Anima Suprema sono entrambe coscienti, eterne e piene di felicità, ma la differenza è che l’anima individuale è cosciente solo di un corpo, mentre l’Anima Suprema è cosciente di tutti i corpi. L’Anima Suprema è presente in tutti i corpi senza distinzione.
VERSO 19
ihaiva tair jitah sargo
yesam samye sthitam manah
nirdosam hi samam brahma
tasmad brahmani te sthitah
iha : in questa vita; eva: certamente; taih: da loro; jitah: conquistate; sargah: nascita e morte; yesam: di quelli; samye: nell’equanimità; sthitam: situata; manah: la mente; nirdosam: senza macchia; hi: certamente; samam: nell’equanimità; brahma: come il Supremo; tasmat: per questa ragione; brahmani: nel Supremo; te: essi; sthitah: sono situati.
TRADUZIONE
Coloro che hanno la mente sempre equilibrata ed equanime hanno già vinto la nascita e la morte. Infallibili come il Brahman, sono già situati nel Brahman.
SPIEGAZIONE
L’equanimità della mente è un segno di realizzazione spirituale. Coloro che l’acquisiscono trionfano sulle condizioni della materia, in particolare sulla nascita e sulla morte. Finché l’uomo s’identifica col corpo deve subirne il condizionamento, ma appena sviluppa l’equanimità, che gli deriva dalla realizzazione della sua identità spirituale, si libera dal condizionamento materiale. In altre parole non deve più rinascere nel mondo materiale, ma all’istante della morte entra subito nel mondo spirituale.
Il Signore è perfetto perché non è soggetto né all’attrazione né alla repulsione. Anche l’essere vivente, quando si libera dall’attrazione e dalla repulsione, diventa perfetto e si qualifica per entrare nel mondo spirituale. In realtà dev’essere visto come già liberato e le sue caratteristiche sono descritte nei versi che seguono.
VERSO 20
na prahrisyet priyam prapya
nodvijet prapya capriyam
sthira-buddhir asammudho
brahma-vid brahmani sthitah
na: mai; prahrisyet: gioisce; priyam: ciò che è piacevole; prapya: ottenendo; ca: anche; apriyam: ciò che è spiacevole; sthira-buddhih: la cui intelligenza è concentrata nel sé; asammudhah: mai confuso; brahma-vit: chi conosce perfettamente il Supremo; brahmani: nella Trascendenza; sthitah: situato.
TRADUZIONE
La persona che non si rallegra nell’ottenere ciò che è piacevole e non si lamenta nel subire ciò che è spiacevole, che ha l’intelligenza fissa sull’anima, che non è mai confusa e conosce la scienza di Dio, è già situata nella Trascendenza.
SPIEGAZIONE
Sono descritte qui le caratteristiche della persona che ha realizzato la sua identità spirituale. Il primo sintomo è che si è liberata dall’illusione che nasce dall’identificazione del corpo col vero sé. Sa perfettamente di non essere il corpo, ma un frammento di Dio, la Persona Suprema. Non ha motivo di rallegrarsi quando ottiene qualche beneficio materiale, né di lamentarsi per la perdita di ciò che è legato al corpo. Questa stabilità d’animo si chiama sthira-buddhi, l’intelligenza fissa sull’anima. Grazie ad essa, la persona realizzata non commette mai l’errore d’identificare il corpo con l’anima, riconosce che il corpo è temporaneo e non dimentica mai l’esistenza dell’anima. Questo sapere la eleva fino alla conoscenza perfetta della scienza della Verità Assoluta, sotto gli aspetti del Brahman, del Paramatma e di Bhagavan. Giunge così a conoscere anche la propria natura e non cerca inutilmente d’identificarsi sotto ogni aspetto col Supremo. Questa coscienza è la realizzazione spirituale, la realizzazione del Brahman Supremo, la coscienza di Krishna.
VERSO 21
bahva-sparsesv asaktatma
vindaty atmani yat sukham
sa brahma-yoga-yuktatma
sukham aksayam asnute
bahya-sparsesu: nel piacere esterno dei sensi; asakta-atma: chi non è attaccato; vindati: gode; atmani: nel sé; yat: ciò che; sukham: felicità; sah: egli; brahma-yoga: concentrandosi nel Brahman; yukta-atma: in unione col sé; sukham: felicità; aksayam: illimitata; asnute: gode.
TRADUZIONE
Questa persona liberata non è attratta dal piacere dei sensi, ma è sempre in estasi perché gode di un piacere interiore. Così la persona realizzata prova una felicità senza limiti perché si concentra sul Supremo.
SPIEGAZIONE
Sri Yamunacarya, grande devoto di Krishna, diceva:
yad-avadhi mama cetah krishna-padaravinde
nava-nava-rasa-dhamany udyatam rantum asit
tad-avadhi bata nari-sangame smaryamane
bhavati mukha-vikarah susthu nisthivanam ca
“Da quando ho adottato il trascendentale servizio d’amore a Krishna provo una gioia sempre nuova, e ogni volta che un pensiero sessuale s’insinua nella mia mente ci sputo sopra e le mie labbra hanno una smorfia di disgusto.”
Una persona situata nella coscienza di Krishna, o brahma-yoga, è così assorta nel servizio d’amore al Signore che perde subito ogni gusto per i piaceri dei sensi. Il più grande piacere materiale è il piacere sessuale. Il desiderio di godimento sessuale domina il mondo intero ed è la spinta che fa agire il materialista. Ma una persona impegnata nella coscienza di Krishna, pur evitando i godimenti sessuali, agisce con maggior entusiasmo del materialista. Ecco il primo sintomo della realizzazione spirituale. La realizzazione spirituale è per natura l’opposto del piacere sessuale. Una persona cosciente di Krishna non è attratta da nessun tipo di piacere dei sensi perché è un anima liberata.
VERSO 22
ye hi samsparsa-ja bhoga
duhkha-yonaya eva te
ady-antavantah kaunteya
na tesu ramate budhah
ye: coloro; hi: certamente; samsparsa-jah: col contatto dei sensi materiali; bhogah: piaceri; duhkha: dolore; yonayah: fonte di; eva: certamente; te: sono; adi: all’inizio; anta: fine; vantah: soggetti a ; kaunteya: o figli di Kunti; na: mai; tesu: in quelli; ramate: prende piacere; budhah: l’intelligente.
TRADUZIONE
La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza, determinate da contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, tali piaceri hanno un inizio e una fine, perciò l’uomo saggio se ne compiace.
SPIEGAZIONE
I piaceri materiali sono il frutto del contatto dei sensi con la materia perciò sono tutti temporanei perché il corpo in sé è temporaneo. L’anima liberata non ha nessuna attrazione per ciò che è temporaneo. Avendo gustato i piaceri trascendentali, che interesse potrebbe avere per i piaceri fittizi?
Nel Padma Purana è detto:
ramante yogino ’nante
satyanande cid-atmani
iti rama-padenasau
param brahmabhidhiyate
“Dio, la Persona Suprema, la Verità Assoluta, è chiamato anche Rama perché prodiga a tutti gli spiritualisti una gioia trascendentale senza limiti.”
E nello Srimad Bhagavatam è detto:
nayam deho deha-bhajam nri-loke
kastan kaman arhate vid-bhujam ye
tapo divyam putraka yena sattvam
suddhyed yasmad brahma-saukhyam tv anantam
“Miei cari figli, in questa forma umana non c’è ragione di affannarsi per ottenere il godimento dei sensi, godimento che è comune anche ai porci, mangiatori di escrementi. In questa vita, è molto meglio fare austerità per purificarsi e assaporare così una felicità trascendentale e infinita (S.B. 5.5.1)
I veri yogi, gli spiritualisti perfetti, non provano nessuna attrazione per i piaceri dei sensi, che possono soltanto prolungare il nostro condizionamento materiale. Infatti, quanto più ci si attacca ai piaceri materiali, tanto più si rimane imprigionati nelle sofferenze di questo mondo.
VERSO 23
saknotihaiva yah sodhum
prak sarira-vimoksanat
kama-krodhodbhavam vegam
sa yuktah sa sukhi narah
saknoti: è in grado; iha eva: nel corpo attuale; yah: chi; sodhum: di tollerare; prak: prima; sarirà: il corpo; vimoksanat: abbandonando; kama: desiderio; kroda: e collera; udbbhavam: generata da; vegam: le spinte; sah: egli; yuktah: in estasi; sah: egli; sukhi: felice; narah: essere umano.
TRADUZIONE
Colui che prima di lasciare il corpo impara a tollerare le spinte dei sensi materiali e a frenare l’impulso del desiderio e della collera è ben situato ed è felice anche in questo mondo.
SPIEGAZIONE
Chi desidera progredire con passo sicuro sul sentiero della realizzazione spirituale deve sforzarsi di controllare gli impulsi dei sensi materiali. Esistono gli impulsi della parola, della collera, della mente, dello stomaco, dei genitali e della lingua. Colui che riesce a controllare gli impulsi dei sensi e della ente è chiamato svami o gosvami vive in modo regolato, dominando perfettamente tutti i sensi. Quando rimangono insoddisfatti, i desideri materiali generano la collera e agitano la mente, gli occhi e il petto. Si deve dunque imparare a controllarli prima che giunga il momento di lasciare il corpo materiale. Chi ci riesce ha raggiunto la realizzazione spirituale e conosce la felicità che essa procura. È dovere dello spiritualista fare ogni sforzo per controllare il desiderio e la collera.
VERSO 24
yo’ntah-sukho ’ntar-aramas
tathantar-jyotir eva yah
sa yogi brahma-nirvanam
brahma-bhuto ’dhigacchati
yah: colui che; antah-sukhah: interiormente felice; antah-aramah: attivo interiormente; tatha: come anche; antah-jyotih: aspirando interiormente; eva: certamente: yah: chiunque; sah: egli; yogi: un mistico; brahma-nirvanam: liberazione nel Supremo; brahma-bhutah: essendo realizzato nel sé; adhigacchati: raggiunge.
TRADUZIONE
Colui che gode di una felicità interiore, che è attivo e gioisce all’interno di sé e il cui scopo è interiore, è veramente il mistico perfetto. È liberato nel Supremo e alla fine raggiungerà il Supremo.
SPIEGAZIONE
Chi non sa gustare la felicità interiore come potrà mai smettere di cercare i piaceri esterni, che sono superficiali? Una persona liberata conosce la vera gioia, perciò può sedersi in silenzio, in qualunque luogo, e godere interiormente delle attività della vita. Una persona liberata non desidera più le gioie materiali esterne. Questo livello si chiama brahma-bhuta, e chi lo raggiunge è sicuro di tornare a dio.
VERSO 25
labhante brahma-nirvanam
risayah ksina-kalmasah
chinna-dvaidha yatatmanah
sarva-bhuta-hite ratah
labhante: raggiungono; brahma-nirvanam: la liberazione nel Supremo; risayah: coloro che sono interiormente attivi; ksina-kalmasah: che sono liberi da ogni colpa; chinna: che sono dilaniati; dvaidhah: dualità; yata-atmanah: impegnati nella realizzazione del sé; sarva-bhuta: per tutti gli esseri viventi; hite: in attività benefiche; ratah: impegnati.
TRADUZIONE
Coloro che hanno superato la dualità che nasce dal dubbio, che volgono la mente verso l’interno, che agiscono sempre per il bene di tutti gli esseri e sono liberi da ogni colpa, raggiungono la liberazione nel Supremo.
SPIEGAZIONE
Soltanto una persona pienamente cosciente di Krishna, che agisce sapendo che Krishna è la sorgente di ogni cosa, può agire per il bene di tutti gli esseri. Le sofferenze dell’uomo sono dovute all’oblio che Krishna è il beneficiario supremo, il proprietario supremo e l’amico supremo. Perciò il più grande beneficio che si possa portare all’umanità è quello di risvegliare in ogni essere la coscienza di Krishna. Soltanto una persona liberata nel Supremo può fare del bene agli altri perché ha raggiunto lo stadio dell’amore divino, essendosi liberata da ogni colpa e da ogni dubbio sulla supremazia di Krishna.
Chi si preoccupa soltanto del benessere fisico degli uomini non può veramente aiutare nessuno. Un sollievo temporaneo per il corpo e la mente non sarà mai soddisfacente. È nell’oblio della nostra relazione col Signore Supremo che dobbiamo cercare la causa delle difficoltà che nascono nella dura lotta per l’esistenza. Quando un uomo diventa pienamente cosciente della sua relazione con Krishna è in realtà un’anima liberata anche in questo corpo materiale.
VERSO 26
kama-krodha-vimuktanam
yatinam yata-cetasam
abhito brahma-nirvanam
vartate viditatmanam
kama: dai desideri; krodha: e collera; vimuktanam: di coloro che sono liberati; yatinam: delle persone sante; yata-cetasam: che hanno il pieno controllo della mente; abhitah: sicuri in un prossimo futuro; brahma-nirvanam: liberazione nel Supremo; vartate: è là; vidita-atmamam: di coloro che sono spiritualmente realizzati.
TRADUZIONE
Coloro che sono liberi dalla collera e dai desideri materiali, che sono spiritualmente realizzati, che hanno il controllo di sé e si sforzano costantemente di raggiungere la perfezione, sono sicuri di ottenere la liberazione nel Supremo in un futuro molto prossimo.
SPIEGAZIONE
Fra tutte le persone sante che si sforzano con costanza di raggiungere la liberazione, colui che è in coscienza di Krishna è il più elevato. Lo conferma anche lo Srimad Bhagavatam:
yat-pada-pankaja-palasa-vilasa-bhaktya
karmasayam grathitam udgrathayanti santah
tadvan na rikta-matayo yatayo ’pi ruddha-
sroto-ganas aranam bhaja vasudevam
“Cercate solo di adorare Vasudeva, il Signore Supremo, servendoLo con amore e devozione. I più grandi saggi non riescono a controllare i sensi con altrettanta forza di coloro che conoscendo la gioia trascendentale di servire i piedi di loto del Signore, sradicano il profondo desiderio di godere dei frutti dell’azione.” (S.B. 4.22.39)
Il desiderio di godere dei frutti dell’azione ha radici così profonde nell’anima condizionata che anche i grandi saggi hanno difficoltà a controllarlo, nonostante i loro sforzi. Ma il devoto de Signore, costantemente impegnato nel servizio devozionale in coscienza di Krishna, ottiene presto la liberazione nel Supremo, perché conosce perfettamente la propria identità spirituale. Grazie alla sua completa conoscenza nella realizzazione spirituale è sempre situato in una profonda estasi spirituale (samadhi). Un passo delle Scritture illustra bene questo processo:
darsana-dhyana-samsparsair
matsya-kurma-vihangamah
svany apatyani pusnanti
tathaham api padma-ja
“Il pesce alleva i propri piccoli guardandoli, la tartaruga meditando su di loro e l’uccello toccandoli. E anch’Io agisco in questo modo, o Padmaja.”
Il pesce alleva i piccoli solo guardandoli e la tartaruga solo meditando su di loro. Essa depone le uova nella sabbia e torna nell’oceano, dove medita sulla sua prole. Così il devoto di Krishna ha il potere di raggiungere il regno di Dio, anche se è molto lontano, semplicemente meditando su Krishna e agendo in coscienza di Krishna. Poiché è sempre assorto nel Supremo le sofferenze materiali non lo toccano più. Questo livello è detto brahma-nirvana.
VERSI 27-28
sparsan kritva bahir bahyams
caksus caivantare bruvoh
pranapanau samau kritva
nasabhyantara-carinau
yatendriya-mano-buddhir
munir moksa-parayanah
vigateccha-bhaya-krodho
yah sada mukta eva sah
sparsan: oggetti dei sensi, come il suono; kritva: tenendo; bahih: esterna; bahyan: non necessariamente; caksuh: occhi; ca: anche; eva: certamente; antare: tra; bruvoh: le sopracciglia; prana-apanau: aria che si muove verso l’alto e verso il basso; samau: in sospensione; kritva: tenendo; nasa-abhyantara: dentro le narici; carinau: soffiando; yata: controllati; indriya: i sensi; manah: mente; buddhih: intelligenza; munih: il trascendentalista; moksa: per la liberazione; parayanah: essendo così destinato; vigata: avendo rifiutato; iccha: desideri; bhaya: paura; krodhah: collera; yah: colui che; sada: sempre; muktah: liberato; eva: certamente; sah: è.
TRADUZIONE
Chiudendosi agli oggetti esterni dei sensi, tenendo gli occhi e lo sguardo fisso tra le sopracciglia, sospendendo l’aria inspirata e l’aria espirata all’interno delle narici e controllando così la mente, i sensi e l’intelligenza, lo spiritualista che aspira alla liberazione si svincola dal desiderio, dalla paura e dalla collera. Chi rimane sempre in questa condizione è certamente liberato.
SPIEGAZIONE
Non appena si adotta la coscienza di Krishna si diventa consapevoli della propria identità spirituale; poi, con la pratica del servizio di devozione, si acquisisce la conoscenza sul Signore Supremo. Quando si è situati nel servizio di devozione, e la propria coscienza spirituale si è pienamente sviluppata, si percepisce la presenza del Signore in ogni azione. Questa è la liberazione che si raggiunge attraverso la realizzazione del Supremo.
Dopo aver spiegato ad Arjuna questo metodo, il Signore gli insegna come giungere alla liberazione con la pratica dell’astanga-yoga, che comporta otto fasi: yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana,dhyana e samadhi. Questo yoga, di cui vi è solo un breve accenno, sarà descritto ampiamente nel sesto capitolo. Esso richiede l’esercizio del pratyahara, che consiste nel separare i sensi dai loro oggetti (sonori, tattili, visivi, gustativi e olfattivi) per poi fissare lo sguardo tra le sopracciglia e concentrarsi, con le palpebre semichiuse, sull’estremità del naso. È preferibile non chiudere completamente gli occhi, per evitare di essere sorpresi dal sonno, né lasciarli completamente aperti, se non si vuole correre il rischio di essere nuovamente attratti dagli oggetti dei sensi.
La respirazione dev’essere limitata all’altezza delle narici con una tecnica che consiste nel neutralizzare, nel corpo, l’aria ascendente e quella discendente. Praticando questo yoga si possono controllare i sensi allontanandoli dai loro oggetti e prepararsi per raggiungere la liberazione nel Supremo. Questo yoga aiuta l’uomo a liberarsi dalla paura e dalla collera e a risvegliare la propria coscienza spirituale fino a percepire l’Anima Suprema.
Come si vedrà più ampiamente nel prossimo capitolo, la coscienza di Krishna è il metodo più semplice per raggiungere il fine dello yoga. Una persona cosciente di Krishna, essendo costantemente impegnata nel servizio di devozione, non rischia di vedere i propri sensi impegnarsi in altre attività. Questo metodo per controllare i sensi è dunque molto più pratico ed efficace dell’astana-yoga.
VERSO 29
bhoktaram yajna-tapasam
sarva-loka-mahesvaram
suhridam sarva-bhutanam
jnatva mam santim ricchati
bhoktaram: il beneficiario; yajna: dei sacrifici; tapasam: di penitenze e austerità; sarva-loka: di tutti i pianeti e tutti gli esseri celesti che vi si risiedono; maha-isvaram: il Signore Supremo; su-hridam: il benefattore: sarva: di tutti; bhutanam: gli esseri viventi; jnatva: così conoscendo; mam: Me (Sri Krishna); santim: sollievo dalle pene materiali; ricchati: si ottiene.
TRADUZIONE
Sapendo che Io sono il beneficiario supremo di tutti i sacrifici e di tutte le austerità, il Signore Supremo di tutti i pianeti e di tutti gli esseri celesti, l’amico e il benefattore di tutti gli esseri viventi, la persona pienamente cosciente di Me trova sollievo alle miserie materiali e ottiene la pace.
SPIEGAZIONE
Le anime condizionate, che sono prigioniere dell’energia illusoria, desiderano ardentemente la pace in questo mondo, ma ignorano le condizioni necessarie per ottenerla. La Bhagavad-gita rivela qui il segreto per ottenere la pace: riconoscere Krishna come il beneficiario di tutte le attività dell’uomo. L’uomo deve sacrificare ogni cosa al servizio trascendentale del Signore Supremo, perché il Signore è il proprietario di tutti i pianeti e dei loro esseri celesti. Nessuno eguaglia il Signore. Secondo l’autorità dei Veda (Svetasvatara Upanisad 6.7), Egli supera anche Brahma e Siva, i più grandi tra gli esseri celesti (tam isvaranam paramam mahesvaram). Nella morsa dell’illusione, gli esseri viventi cercano di dominare tutto ciò che li circonda, mentre in realtà sono completamente dominati dall’energia materiale del Signore. Il Signore regna sulla natura materiale e tutte le anime condizionate sono sottomesse alle rigide leggi di questa natura. Senza comprendere queste verità fondamentali non è possibile raggiungere la pace in questo mondo, né a livello individuale né a livello collettivo. La pace perfetta si ottiene solo diventando completamente coscienti di Krishna cioè realizzando che Krishna è il Signore Supremo e tutti gli esseri individuali, compresi i potenti esseri celesti, Gli sono subordinati.
Il quinto capitolo è una spiegazione pratica della coscienza di Krishna, a cui viene dato anche il nome di karma-yoga. Vi troviamo, tra l’altro, la risposta alle domande speculative dei jnani sulla possibilità di raggiungere la liberazione con la pratica del karma-yoga. Agire in coscienza di Krishna significa agire con piena conoscenza della supremazia del Signore. Tali azioni non sono differenti dalla conoscenza trascendentale. Infatti il jnana-yoga conduce al bhakti-yoga, che è la pura coscienza di Krishna.
Coscienza di Krishna significa agire in piena conoscenza della relazione che ci unisce al Supremo, e la perfezione di questa coscienza consiste nel conoscere pienamente Sri Krishna, Dio la Persona Suprema. L’anima pura, che è parte integrante e frammento di Dio, è la servitrice eterna del Signore, ma quando desidera dominare maya, cioè la natura materiale illusoria, ne viene a contatto e cade preda di continue sofferenze. E finché l’anima rimane a contatto con la materia deve agire in funzione dei suoi bisogni materiali. Tuttavia, anche nel cuore della materia possiamo risvegliare la nostra coscienza spirituale e ritrovare un’esistenza pura; è sufficiente praticare la coscienza di Krishna. Quanto più si avanza su questa via, tanto più ci si libera dalle reti della materia. Il Signore è imparziale con tutti. Tutto dipende dall’impegno nel compiere il proprio dovere nella coscienza di Krishna, sforzandosi di controllare i sensi e vincere l’influsso del desiderio e della collera. Il dominio delle passioni permette di sviluppare la coscienza di Krishna e di stabilirsi sul piano trascendentale, il brahma-nirvana. La coscienza di Krishna include già lo yoga in otto fasi, di cui essa raggiunge il fine. Ci si può elevare anche con la pratica di yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi, ma queste otto tappe non sono che l’inizio della perfezione suprema, che si raggiunge con la pratica del servizio di devozione, l’unico in grado di dare la pace all’uomo. Il bhakti-yoga è la più alta perfezione dell’esistenza.
Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul quinto capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “Karma-yoga, l’azione nella coscienza di Krishna.”
© 2005 The Bhaktivedanta Book Trust International. All rights reserved.
|

|