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LA
BHAGAVAD-GITA COSI'
COM'E' DI
SUA DIVINA GRAZIA SWAMI
PRABHUPADA |
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Capitolo
6.
IL
DHYANA-YOGA.
VERSO 1
sri-bhagavan uvaca
anasritah karma-phalam
karyam karma karoti yah
sa sannyasi ca yogi ca
na niragnir na cakriyah
sri-bhagavan uvaca: il Signore disse; anasritah: senza prendere rifugio; karma-phalam: del risultato dell’attività; karyam: obbligatoria; karma: attività; karoti: compie; yah: colui che; sah: egli; sannyasi: nell’ordine di rinuncia; ca: anche; yogi: mistico; ca: anche; na: non; nih: senza; agnih: fuoco; na: non; ca: anche; akriyah: senza dovere.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
Colui che non è attaccato al frutto delle sue attività, e agisce con senso del dovere, è situato nell’ordine di rinuncia ed è il vero mistico, non colui che non accende il fuoco e non compie alcun dovere.
SPIEGAZIONE
In questo capitolo il Signore spiega che lo yoga in otto fasi è metodo per controllare la mente e i sensi. Tuttavia questo yoga in otto fasi è un metodo per controllare la mente e i sensi. Tuttavia questo yoga è molto difficile per la maggior parte della gente, in particolare nell’era di Kali. Perciò, sebbene questo yoga sia raccomandato in questo capitolo, il Signore lo dichiara nettamente inferiore al karma-yoga, cioè all’azione compiuta nella coscienza di Krishna. Tutti agiscono in questo mondo, anche solo per provvedere ai bisogni della famiglia o per proteggere i propri beni. Ma nessuno agisce senza un interesse personale, senza desiderare un profitto per sé o per coloro che gli sono cari. La perfezione consisterà dunque nell’agire in coscienza di Krishna e non nel cercare di godere dei frutti dell’azione. Agire in coscienza di Krishna è il dovere di tutti gli esseri, perché tutti sono parti integranti di Dio. Come un organo del corpo non funziona per se stesso, ma per il corpo intero, così l’essere non deve agire per la propria soddisfazione, ma per quella del Tutto completo. Questa è la regola di vita dello yogi e del sannyasi perfetto.
Talvolta accade che un sannyasi si creda a torto libero da ogni dovere materiale e cessi di compiere il sacrificio del fuoco (l’agnihotra yajna), ma in realtà gli rimane ancora un desiderio egoistico: identificarsi col Brahman impersonale per fondersi in Lui. Il suo è senza dubbio il più elevato dei desideri materiali, ma resta pur sempre un desiderio motivato dall’egoismo. Anche lo yogi che, con occhi semichiusi, arresta ogni azione d’ordine materiale e pratica l’astanga-yoga, desidera una soddisfazione personale. Ma una persona che agisce nella coscienza di Krishna agisce con lo scopo di soddisfare il Tutto Assoluto, e senza avere interessi personali. Una persona cosciente di Krishna non ha desideri per una soddisfazione personale. Giudica il successo dei suoi atti in rapporto alla soddisfazione di Krishna, perciò è il perfetto sannyasi, il perfetto yogi. Nelle Sue preghiere, Sri Caitanya Mahaprabhu mostra il più alto esempio di tale rinuncia:
na dhanam na janam na sundarim
kavitam va jagad-isa kamaye
mama janmani janmanisvare
bhavatad bhaktir ahaituki tvayi
“O Signore onnipotente, non desidero ricchezze, né belle donne e neppure numerosi discepoli. Voglio soltanto servirTi con amore e devozione, vita dopo vita.”
VERS0 2
yam sannyasam iti prahur
yogam tam viddhi pandava
na hy asannyasta-sankalpo
yogi bhavati kascana
yam: ciò che; sannyasam: rinuncia; iti: così; prahuh: essi dicono; yogam: unione con il Supremo; tam: ciò che; viddhi: tu devi sapere; pandava: o figlio di Pandu; na: mai; hi: certamente; asannyasta: senza abbandonare; sankalpah: desiderio di soddisfazione personale; yogi: un trascendentalista mistico; bhavati: diventa; kascana: chiunque.
TRADUZIONE
O figlio di Pandu, devi sapere che ciò che è definito rinuncia non è diverso dallo yoga, ossia dall’unione col Supremo; infatti non è possibile diventare uno yogi senza rinunciare al desiderio per la gratificazione dei sensi.
SPIEGAZIONE
Praticare il sannyasa-yoga, o il bhakti-yoga, significa conoscere la propria natura originale e agire di conseguenza. L’essere vivente non è indipendente o separato da Dio, ma costituisce la Sua energia marginale. Quando è prigioniero dell’energia materiale, egli ne subisce il condizionamento, ma appena diventa cosciente di Krishna e dell’energia spirituale, riscopre la sua condizione naturale. Quando ha ritrovato la sua conoscenza originale, rinuncia a tutti i piaceri materiali e a tutte le azioni interessate. Questa è la rinuncia degli yogi che staccano i sensi dai loro oggetti. Ma una persona cosciente di Krishna non usa mai i sensi per un fine che non sia la soddisfazione di Krishna. Perciò la persona cosciente di Krishna è un sannyasi e uno yogi insieme. Il fine della conoscenza e del controllo dei sensi prescritti dal jnana e dallo yoga, è automaticamente raggiunto nella coscienza di Krishna. Ma chi è incapace di liberarsi dall’egoismo non potrà mai trarre nulla dal jnana o dallo yoga. Lo scopo comune di questi due yoga è la rinuncia a una soddisfazione personale in favore della soddisfazione del Supremo. Una persona cosciente di Krishna non desidera alcun godimento per sé. Agisce sempre per il piacere del Supremo. Chi ignora l’esistenza del Supremo dovrà inevitabilmente agire per il proprio piacere, perché nessuno può rimanere inattivo. La coscienza di Krishna può dunque portare, da sola, il risultato di tutti gli altri yoga.
VERSO 3
aruruksor muner yogam
karma karanam ucyate
yogarudhasya tasyaiva
samah karanam ucyate
aruruksoh: chi appena iniziato lo yoga; muneh: del saggio; yogam: lo yoga in otto fasi; karma: attività; karanam: il mezzo;
ucyate: è detto essere; yoga: yoga in otto fasi; arudhasya: di colui che ha già raggiunto; tasya: il suo; eva: certamente; samah: cessazione di tutte le attività materiali; karanam: i mezzi;
ucyate: è detto di essere.
TRADUZIONE
Per il neofita che inizia la via dello yoga in otto fasi l’azione è considerata il mezzo, mentre per colui che è già elevato nello yoga la cessazione di ogni attività materiale è considerata il mezzo.
SPIEGAZIONE
Il metodo che permette di unirci al Supremo è chiamato yoga, e consiste in una serie di attività che conducono alla più alta realizzazione spirituale. Lo yoga può essere paragonato a una scala che poggia sulla condizione materiale più bassa dell’essere vivente e s’innalza fino alla perfetta realizzazione de sé nella pura vita spirituale. Secondo i vari livelli, le differenti parti della scala sono conosciute con differenti nomi. La scala stessa prende il nome di yoga, e può essere divisa in tre parti: jnana-yoga, dhyana-yoga e bhakti-yoga. La base della scala è lo yogaruruksu e la cima lo yogarudha.
Chi pratica l’astanga-yoga deve seguire i princìpi regolatori ed esercitarsi ad assumere diverse posizioni (ad assumere diverse posizioni (che sono semplici esercizi fisici) prima di potersi avvicinare alla meditazione. Queste pratiche conducono all’equilibrio mentale necessario a controllare i sensi. Quando lo yogi è fisso nella meditazione, più nessun pensiero esterno può distrarlo. Ma i principi e gli esercizi di questo yoga sono ancora materiali. La persona cosciente di Krishna, invece, è immersa fin dall’inizio nella meditazione perché è sempre assorta in Krishna. Ed essendo costantemente impegnata nel servizio a Krishna non compie attività materiali.
VERSO 4
yada hi nendriyarthesu
na karmasv anusajjate
sarva-sankalpa-sannyasi
yogarudhas tadocyate
yada: quando; hi: certamente; na: non; indriya-arthesu: nella gratificazione dei sensi; na: mai; karmasu: nelle attività interessate; anusajjate: s’impegna necessariamente; sarva-sankalpa: di tutti i desideri materiali;sannyasi: colui che rinuncia; yoga-arudhah: elevato nello yoga; tada: a quel tempo;
ucyate: è detto essere.
TRADUZIONE
Si dice che una persona è elevata nello yoga quando, avendo rinunciato a tutti i desideri materiali, non agisce per la gratificazione dei sensi né s’impegna in attività interessate.
SPIEGAZIONE
La persona che s’impegna completamente nel trascendentale servizio di devozione al Signore trova in se stessa la felicità, perciò non s’impegna più nella gratificazione dei sensi e nell’azione interessata. Chi non conosce questa felicità interiore dovrà inevitabilmente cercare la gratificazione dei sensi poiché non è possibile vivere senza agire. Così, fuori della coscienza di Krishna, l’uomo compirà solo azioni egoistiche, per il proprio piacere personale o per quello delle persone con cui s’identifica, come i suoi familiari o i suoi connazionali. Una persona cosciente di Krishna, invece, può compiere qualsiasi azione per la soddisfazione del Signore e restare sempre distaccata dai piaceri materiali. Perciò chi desidera elevarsi fino alla cima della scala dello yoga senza andare direttamente alla coscienza di Krishna dovrà prima liberarsi dai desideri materiali con attività esclusivamente meccaniche.
VERSO 5
uddhared atmanatmanam
natmanam avasadayet
atmaiva hy atmano bandhur
atmaiva ripur manah
uddharet: ci si deve liberare; atmana: con la mente; amanam: l’anima condizionata; na: mai; atmanam: l’anima condizionata; avasadayet: cadere nella degradazione; atma: mente; eva: certamente; hi: in verità; atmanah: dell’anima condizionata; bandhuh: amica; atma: mente; eva: certamente; ripuh: nemica; atmanah: dell’anima condizionata.
TRADUZIONE
L’uomo deve usare la propria mente per liberarsi, non per degradarsi. La mente è amica dell’anima condizionata, ma può anche essere la sua nemica.
SPIEGAZIONE
La parola atma designa, secondo il contesto, il corpo, la mente o l’anima. Nella pratica dello yoga la mente e l’anima sono particolarmente importanti. Poiché la mente è il centro d’interesse nella pratica dello yoga, il termine atma si riferisce qui alla mente. Lo scopo dello yoga è quello di dominare la mente e impedirle di attaccarsi agli oggetti dei sensi. Inoltre come il verso sottolinea, il risultato dello yoga dovrà essere quello di educare la mente, affinché questa riesca a liberare l’anima condizionata dall’ignoranza in cui è avvolta. Nell’esistenza materiale tutti sono soggetti all’influenza della mente e dei sensi. In realtà, l’anima pura è imprigionata nel mondo materiale che ci dà una falsa concezione di noi stessi e fa nascere il desiderio di dominare la natura materiale. Ma se la mente è guidata in modo da non lasciarsi abbagliare dal luccichio della materia, l’anima sfuggirà al suo condizionamento. In nessun caso dobbiamo degradarci lasciandoci attrarre dagli oggetti dei sensi. Più siamo attratti dagli oggetti dei sensi più affondiamo nell’esistenza materiale. Il modo migliore per liberarci da questo condizionamento è quello d’impegnare sempre la mente nella coscienza di Krishna. Il termine hi, in questo verso, mette in evidenza che si deve agire così. Altri testi lo confermano:
mana eva manusyanam
karanam bandha-moksayoh
bandhaya visayasango
muktyai nirvisayam manah
“La mente è causa di schiavitù per l’uomo, ma anche della sua liberazione. La mente assorta negli oggetti dei sensi è causa di schiavitù, ma quando è staccata da quegli stessi oggetti è causa di liberazione.” (Amrita-bindu Upanisad 2)
Perciò la mente che è sempre impegnata nella coscienza di Krishna conduce alla liberazione suprema.
VERSO 6
bandhur atmatmanas tasya
yenatmaivatmana jitah
anatmanas tu satrutve
vartetatmaiva satru-vat
bandhuh: amica; atma: la mente; atmanah: dell’essere vivente; tasya: di lui; yena: dal quale; atma: la mente; eva: certamente; atmana: dall’essere vivente; jitah: conquistata; anatmanah: di chi ha fallito nel controllare la mente; tu: ma; satrutve: a causa dell’inimicizia; varteta: resta; atma eva: la mente stessa; satru-vat: come una nemica.
TRADUZIONE
Per colui che l’ha dominata, la mente è la migliore amica, ma per colui che ha fallito nell’intento, la mente rimarrà la peggiore nemica.
SPIEGAZIONE
Lo scopo dell’astanga-yoga è il controllo della mente per farne un’amica in grado di aiutarci nella nostra missione di uomini. Se la mente non è controllata, la pratica di questo yoga sarà stata solo una perdita di tempo, una semplice esibizione. Una mente incontrollata è la peggiore nemica perché impedisce all’uomo di condurre a buon fine la propria vita. Ogni essere obbedisce, per natura, a qualcuno o a qualcosa che è superiore. Finché la mente domina come un nemico trionfante, l’uomo deve sottostare alla dittatura della lussuria, della collera, dell’avarizia, dell’illusione, e così via. Ma se la mente è sottomessa, l’uomo accetterà ben volentieri le istruzioni di Dio la Persona Suprema, situato nel cuore di ogni essere nella forma del Paramatma. La pratica del vero yoga dev’essere la via per conoscere il Paramatma nel cuore e seguire le Sue istruzioni. Ma per colui che pratica direttamente la coscienza di Krishna è del tutto naturale seguire le istruzioni del Signore.
VERSO 7
jitatmanah prasantasya
paramatma samahitah
sitosna-sukha-duhkhesu
tatha manapamanayoh
jita-atmanah: di chi ha dominato la mente; prasantasya: chi ha raggiunto la tranquillità grazie al controllo della mente; parama-atma: l’Anima Suprema; samahitah: perfettamente raggiunta; sita: nel freddo; usna: caldo; sukha: gioia; duhkhesu: e dolore; tatha: anche; mana: nell’onore; apamanayoh: e disonore.
TRADUZIONE
L’uomo che ha conquistato la mente, e ha trovato così la pace, ha già raggiunto l’Anima Suprema. Per lui, gioia e dolore, freddo e caldo, onore e disonore si equivalgono.
SPIEGAZIONE
Tutti gli esseri sono destinati a vivere nella sottomissione a Dio, la Persona Suprema, situato nel loro cuore nella forma del Paramatma. Ma finché la mente è deviata dall’energia esterna e illusoria, l’uomo rimane imprigionato nelle attività materiali. Solo quando riuscirà a controllare la mente con l’aiuto di una delle diverse forme di yoga raggiungerà la sua meta. L’essere per natura, deve vivere sotto il controllo di una forza superiore. Così dal momento in cui la mente si fissa sulla natura superiore, l’uomo non può che seguire le istruzioni del Supremo. La mente deve ricevere le istruzioni da una fonte superiore e poi seguirle. Quando la mente è controllata, l’uomo segue spontaneamente i consigli del Paramatma, dell’Anima Suprema. Poiché colui che è cosciente di Krishna raggiunge subito il livello trascendentale, non è più toccato dalle dualità dell’esistenza materiale, come la gioia e il dolore, il caldo e il freddo. Questo livello è detto samadhi, o concentrazione sul Supremo.
VERSO 8
jnana-vijnana-triptatma
kuta-stho vijitendriyah
yukta ity ucyate yogi
sama-lostrasma-kancanah
jnana: con la conoscenza acquisita; vijnana: e la conoscenza realizzata; tripta: soddisfatto; atma: un essere vivente; kuta-sthah: spiritualmente situato; vijita-indriyah: padrone dei sensi; yuktah: idoneo per la realizzazione spirituale; iti: così;
ucyate: è detto; yogi: un mistico; sama: equilibrato; lostra: ciottoli; asma: pietre; kancanah: oro.
TRADUZIONE
Si dice che una persona è situata nella realizzazione spirituale, ed è chiamata yogi [o mistico], quando si sente pienamente soddisfatta grazie alla conoscenza e alla realizzazione acquisita. Tale persona è situata nella Trascendenza e possiede il controllo di sé. Vede ogni cosa — il sasso, la zolla di terra e l’oro — con occhio equanime.
SPIEGAZIONE
Ogni conoscenza accademica che non conduce alla realizzazione della Verità Suprema è inutile.
atah sri-krishna-namadi
na bhaved grahyam indriyaih
sevonmukhe hi jihvadau
svayam eva sphuraty adah
“Con i sensi contaminati dalla materia, nessuno può comprendere la natura trascendentale del nome, della forma, delle qualità e dei divertimenti di Sri Krishna. Essi si rivelano solo all’uomo che si è arricchito di energia spirituale grazie al trascendentale servizio di devozione al Signore.” (Bhakti-rasama-sindu 1.2.234)
La Bhagavad-gita è la scienza di Dio, cioè la scienza che permette all’uomo di raggiungere la coscienza di Krishna. Nessuno può arrivare alla coscienza di Krishna con la semplice erudizione materiale. Per comprendere la scienza spirituale bisogna avere la fortuna d’incontrare una persona con la coscienza pura. Una persona cosciente di Krishna ha pienamente realizzato questa conoscenza per la grazia di Krishna, perché è appagata nel puro servizio di devozione. Realizzando questa conoscenza si diventa perfetti. La conoscenza trascendentale ci fa rimanere fermi nelle nostre convinzioni, mentre la conoscenza accademica ci lascia illusi e confusi di fronte ad apparenti contraddizioni.
L’anima realizzata è capace di controllare i sensi perché si è abbandonata a Krishna. Essa si trova al livello trascendentale perché la sua conoscenza non ha niente in comune con l’erudizione materiale. L’erudizione materiale, come la speculazione mentale, che per alcuni è preziosa quanto l’oro, agli occhi dello spiritualista non vale più di una zolla di terra o di un sasso.
VERSO 9
suhrin-mitrary-udasina-
madhyastha-dvesya-bandhusu
sadhusv api ca papesu
sama-buddhir visisyate
su-hrit: ai benevoli per natura; mitra: benefattori affettuosi; ari: nemici; udasina: neutrali tra belligeranti; madhyastha: mediatori tra belligeranti; dvesya: gli invidiosi; bandhusu: e i parenti o gli amici; sadhusu: verso le persone pie; api: come anche; ca: e; papesu: verso i colpevoli; sama-buddhih: avendo intelligenza uguale;
visisyate: è molto elevato.
TRADUZIONE
Una persona è considerata ancora più elevata quando vede tutti — l’onesto benefattore, il conciliante, l’invidioso, l’amico e il nemico, il virtuoso e il peccatore — con mente equanime.
VERSO 10
yogi yunjita satatam
atmanam rahasi sthitah
ekaki yata-cittatma
nirasir aparigrahah
yogi: un trascendentalista; yunjita: deve concentrarsi nella coscienza di Krishna; satatam: costantemente; atmanam: se stesso (col corpo, la mente e il sé); rahasi: in un luogo isolato; sthitah: essendo situato; ekaki: solo; yata-citta-atma: sempre molto attento alla mente; nirasih: senza essere attratto da niente altro; aparigrahah: libero dal sentimento di possesso.
TRADUZIONE
Lo spiritualista deve sempre impegnare il corpo, la mente e il sé nella relazione col Supremo, deve vivere da solo in un luogo appartato e controllare la mente con attenzione. Inoltre dev’essere libero dai desideri e da ogni senso di possesso.
SPIEGAZIONE
Esistono tre livelli nella realizzazione di Krishna: Brahman, Paramatma e Bhagavan (Dio, la Persona Suprema). La coscienza di Krishna può essere definita in poche parole come l’impegno costante nel trascendentale servizio d’amore al Signore. Coloro che sono attratti dal Brahman impersonale o dall’Anima Suprema localizzata sono anch’essi coscienti di Krishna, ma solo in parte, perché il Brahman impersonale è lo sfolgorio spirituale che emana da Krishna, e l’Anima Suprema è la rappresentazione parziale onnipresente di Krishna. L’impersonalista e lo yogi sono dunque anch’essi coscienti di Krishna ma indirettamente. La persona direttamente cosciente di Krishna è il più perfetto di tutti gli spiritualisti, perché la sua realizzazione comprende anche la realizzazione del Brahman e del Paramatma. La sua conoscenza della Verità Assoluta è perfetta, mentre la realizzazione dell’impersonalista e dello yogi rimangono imperfette.
Ciò nonostante, si consiglia a ogni spiritualista di seguire con costanza la via che ha scelto, perché prima o poi tutti raggiungeranno la perfezione più alta. Il primo dovere dello spiritualista è infatti quello di concentrare sempre la mente su Krishna. Si dovrebbe pensare sempre a Krishna, e non dimenticarLo neanche per un istante. La concentrazione della mente sul Supremo si chiama samadhi, o estasi. Per raggiungere questa concentrazione occorre vivere in solitudine ed evitare anche la minima distrazione. Si devono cercare le situazioni favorevoli e rifiutare tutto ciò che può ostacolare la realizzazione spirituale. E con perfetta determinazione lo spiritualista non deve aspirare ad avere cose materiali non necessarie che lo renderebbero prigioniero di un falso senso di possesso.
Quando si pratica direttamente la coscienza di Krishna tutte queste precauzioni sono già prese e tutti questi princìpi già seguiti, perché la coscienza di Krishna implica un’abnegazione totale, dove i sentimenti di possesso hanno ben poche possibilità di manifestarsi. Srila Rupa Gosvami dice a questo proposito:
anasaktasya visayan
yatharham upayunjatah
nirbandhah krishna-sambandhe
yuktam vairagyam ucyate
prapancikataya buddhya
hariii-sambandhi-vastunah
mumuksubhih parityago
vairagyam phalgu kathyate
“Colui che non ha attaccamenti materiali, ma allo stesso tempo accetta ogni cosa per il servizio di devozione a Krishna, trascende realmente ogni idea di possesso. Invece colui che rifiuta tutto, ignorando il legame che unisce tutte le cose a Krishna, non è completo nella rinuncia.” (Bhakti-rasamrita-sindhu 2.255-256)
Una persona cosciente di Krishna sa bene che ogni cosa appartiene a Krishna perciò è sempre libera da ogni idea di possesso. Non cerca mai il proprio profitto, ma sa accettare solo ciò che è favorevole alla coscienza di Krishna e sa rifiutare tutto ciò che potrebbe ostacolarla. È sempre situata su un piano spirituale, trascende la materia e vive in solitudine senza interesse per la compagnia di persone che non sono in coscienza di Krishna. L’uomo cosciente di Krishna è lo yogi perfetto.
VERSI 11-12
sucau dese pratisthapya
sthiram sanam atmmanah
naty-ucchhritam nti-nicam
cailajina-kusottaram
tatraikagram manah kritva
yata-cittendriya-kriyah
upavisyasane yunjyad
yogam atma-visuddhaye
sucau: in un santificato; dese: luogo; pratisthapya: ponendo; sthiram: fermo; asanam: seggio; atmanah: suo proprio; na: non; ati: troppo; ucchritam: alto; na: non; ati: troppo; nicam: basso; caila-ajina: di morbido tessuto e pelle di daino; kusa: ed erba kusa; uttaram: coprendo; tatra: sopra; eka-agram: con attenzione; manah: mente; kritva: facendo; yata-citta: controllando la mente; indriya; sensi; kriyah: e attività; upavisya; sedendo; sane: sul seggio; yunjyat“; dovrebbe compiere; yogam: pratica dello yoga; atma: il cuore; visuddhaye: per purificare.
TRADUZIONE
Per praticare lo yoga ci si deve ritirare in un luogo appartato e preparare uno strato di erba kusa sul terreno, coprendolo poi con una pelle di daino e con un panno morbido. Il seggio non dev’essere né troppo alto né troppo basso e deve trovarsi in un luogo sacro. Lo yogi deve poi sedersi immobile e praticare lo yoga per purificare il cuore controllando la mente, i sensi e le attività, e concentrando la mente su un unico punto.
SPIEGAZIONE
Per “luogo santo”, s’intende un luogo di pellegrinaggio. In India, yogi, bhakta e altri spiritualisti lasciano il focolare domestico per vivere in luoghi santi come Prayaga, Mathura, Vrindavana, Hrisikesa, Hardwar, e praticare lo yoga in solitudine, vicino a fiumi santificati, come la Yamuna o il Gange. Naturalmente questo ritiro non è sempre possibile soprattutto per l’uomo occidentale. Ma praticare lo yoga in qualche club alla moda, nel cuore di una grande città, significa perdere tempo; questi club sanno come fare per ingrandire la loro fortuna, ma non sono in grado di offrire alcun insegnamento di valore sulla vera pratica dello yoga.
Chi non è maestro dei sensi e non ha la mente controllata non può praticare la meditazione. Perciò il Brihan-naradiya Purana afferma che nella nostra era, il Kali-yuga, in cui gli uomini vivono poco tempo, progrediscono lentamente sulla via spirituale e sono sempre in preda a varie angosce, il miglior metodo di realizzazione spirituale è il canto dei santi nomi del Signore:
harer nama harer nama
harer namaiva kevalam
kalau nasty eva natsy eva
nasty eva gatir anyatha
“In questa età di discordia e d’ipocrisia l’unico modo per raggiungere la liberazione è il canto dei santi nomi del Signore. Non c’è altro modo. Non c’è altro modo. Non c’è altro modo.”
VERSI 13-14
samam kaya-siro-grivam
dharayann acalam sthirah
sampreksya nasikagram svam
disas canavalokayan
prasantatma vigata-bhir
brahmacari-vrate sthitah
manah samyamya mac-citto
yukta asita mat-parah
samam: diritto; kaya: corpo; sirah: testa; grivam: e collo; dharayam: tenendo; acalam: immobile; sthirah: ancora; sampreksya: guardando; nasika: del naso; agram: alla punta; svam: sua; disah: da ogni parte; ca: anche; anavalokayan: non guardando; prasanta: non agitata; atma; la mente; vigata-bhih: libero dalla paura; brahmacari-vrate: nel voto di celibato; stitah: situato; manah: mente; samyamya: completamente dominata; mat: su Me (Krishna); cittàh: concentrando la mente; yuktah: il vero yogi; asita: dovrebbe sedere; mat: Me; parah: l’ultimo fine.
TRADUZIONE
Bisogna tenere il corpo, il collo e la testa dritti su una linea retta e fissare lo sguardo sulla punta del naso. Così, con la mente quieta e controllata, completamente liberi dalla paura e dal desiderio sessuale, si deve meditare su di Me nel cuore e fare di Me il fine supremo dell’esistenza.
SPIEGAZIONE
Il fine della vita è conoscere Krishna che vive nel cuore di ogni essere come Paramatma — la forma a quattro braccia di Visnu. Si deve praticare lo yoga al solo fine di scoprire e vedere questa forma localizzata di Visnu. Questa visnu-murti è l’emanazione plenaria di Krishna che abita nel cuore di ogni essere. Altrimenti lo yoga non è che un gioco, uno pseudo-yoga, una pura e semplice perdita di tempo. Krishna è il fine ultimo dell’esistenza e la visnu-murti situata nel cuore di ognuno è l’oggetto dello yoga. Per realizzare questa visnu-murti nel cuore bisogna astenersi da ogni rapporto sessuale. È dunque necessario lasciare la propria casa per andare a vivere in un luogo solitario e meditare nella posizione descritta dal verso. Non si può godere quotidianamente dei piaceri sessuali, a casa propria o altrove, e qualche ora più tardi trasformarsi in spiritualisti grazie a qualche cosidetto corso di yoga. Non è possibile diventare uno yogi se non s’impara a controllare la mente e a evitare ogni tipo di piaceri dei sensi, tra cui il più forte è quello sessuale. Nel suo codice sul celibato, il grande saggio Yajnavalkya diceva:
karmana manasa vaca
sarvavasthasu sarvada
sarvatra maithuna-tyago
brahmacaryam pracaksate
“Fare voto di brahmacarya deve aiutarci a cancellare completamente la sessualità dai nostri atti, parole e pensieri, in ogni istante, in ogni circostanza e in ogni luogo.”
Nessuno può praticare correttamente ed efficacemente lo yoga se indulge nei piaceri sessuali. Perciò si deve essere educati al brahmacarya fin dall’infanzia, quando non si ha ancora nessuna esperienza sessuale. All’età di cinque anni sono mandati alla guru-kula, la scuola del maestro spirituale, per seguire la rigida disciplina del brahmacarya. Senza questa pratica non si può progredire sulla via dello yoga, si tratti del dhyana, del jnana o del bhakti.
Si chiama brahmacari anche l’uomo sposato che osserva le norme vediche della vita coniugale, che ha rapporti sessuali soltanto con la moglie e secondo rigide regole. Questo grihastha brahmacari potrà partecipare alla scuola della bhakti, ma non quella del jnana o del dhyana, che esigono la castità totale e non accettano compromessi. La bhakti permette invece una vita sessuale limitata, perché il bhakti-yoga è così potente che appena ci si dedica al servizio di devozione al Signore si perde automaticamente ogni attrazione per i piaceri sessuali. La Bhagavad-gita afferma:
visaya vinivartante
niraharasya dehinah
rasa-varjam ’py asya
param dristva nivartante
“Anche lontana dai piaceri materiali, l’anima incarnata può ancora provare desiderio per essi: Ma se gusta una gioia superiore perderà questo desiderio per situarsi nella coscienza spirituale.” (B.g. 2.59)
Gli altri spiritualisti devono compiere sforzi enormi per astenersi dalla gratificazione dei sensi, mentre per il devoto del Signore ciò è spontaneo, perché assapora un gusto superiore che gli altri ignorano.
Oltre il celibato, questo verso menziona un’altra regola che lo yogi deve osservare: essere vigata-bhih, “senza paura”. Non si può essere senza paura se non si è pienamente coscienti di Krishna. L’anima condizionata ha paura a causa della sua memoria corrotta, nata dall’oblio della relazione eterna che la unisce a Krishna. Anche lo Srimad Bhagavatam (11.2.37) insegna che la coscienza di Krishna è il solo modo per sfuggire a ogni paura: bhayam dvitiyabhinivesatah syad isad apetasya viparyayo ’smritih. Lo yoga perfetto è dunque accessibile solo a chi è cosciente di Krishna. E poiché il fine ultimo dello yoga è vedere il Signore all’interno di sé, una persona cosciente di Krishna è il migliore di tutti gli yogi. Questi sono i princìpi dello yoga, e si può notare quanto differiscano quelli dei cosiddetti yoga-club oggi così popolari.
VERSO 15
yunjann evam sadatmanam
yogi niyata-manasah
santim nirvana-paramam
mat-samstham adhigacchati
yunjan: praticando; evam: come sopra menzionato; sada: costantemente; atmanam: corpo, mente e anima; yogi: il trascendentalista mistico; niyata-manasah: con una mente regolata; santim: pace; nirvana-paramam: cessazione dell’esistenza materiale; mat-samstham: il cielo spirituale [il regno di Dio]; adhigcchati: raggiunge.
TRADUZIONE
Così praticando il controllo costante del corpo, della mente e delle attività, lo spiritualista che domina la mente raggiunge il regno di Dio [la dimora di Krishna] ponendo fine alla sua esistenza materiale.
SPIEGAZIONE
Questo verso esprime chiaramente il fine ultimo dello yoga. Non si deve praticare lo yoga per raggiungere migliori condizioni di vita materiale, ma per mettere fine alla vita materiale. Chi cerca di vivere più comodamente, per ottenere la salute o qualche altro beneficio di questo genere, secondo la Bhagavad-gita non è uno yogi. Lasciare la vita materiale non significa entrare in un mitico “vuoto”, poiché non esiste vuoto nella creazione. Uscire dall’esistenza materiale vuol dire aprirsi le porte del mondo spirituale, la dimora del Signore. La dimora del Signore è descritta nella Bhagavad-gita come il luogo dove la luce non viene né dal sole né dalla luna né dall’energia elettrica. Tutti i pianeti del regno spirituale sono illuminati di luce propria, come il sole. In un certo senso, il regno di Dio è ovunque, ma il mondo spirituale di cui parliamo qui ne costituisce la parte superiore, il param dhama.
Lo yogi realizzato perfettamente cosciente della natura di Krishna così come Egli stesso l’ha descritta in questo verso e nel precedente ottiene la vera pace e raggiunge infine il pianeta del Signore, detto Krishnaloka Vrindavana (mat-cittah, mat-parah, mat-sthanam). La Brahma-samhita (5.37) afferma che il Signore risiede sempre a Goloka Vrindavana, ma attraverso le Sue energie spirituali superiori Si manifesta ovunque nella forma del Brahman impersonale e in ogni essere nella forma del Paramatma (goloka eva nivasaty akhilatmabhutahI. Nessuno può entrare nel mondo spirituale (Vaikuntha) o vivere nella dimora eterna del Signore (Goloka Vrindavana) se non ha compreso perfettamente la natura di Krishna e quella di Visnu, Sua emanazione plenaria. Perciò colui che agisce in coscienza di Krishna è lo yogi perfetto perché la sua mente è sempre assorta nelle attività di Krishna (sa vai manah krishna-padaravindayoh). I Veda (Svetasvatara Upanisad 3.8) lo confermano, tam eva viditvati mrityum eti: “Si può sfuggire alla nascita e alla morte solo realizzando Krishna, la Persona Suprema.” La perfezione dello yoga consiste dunque nel liberarsi dall’esistenza materiale, e non nel farsi passare per maestro di fachirismo e di acrobazia con l’intenzione di truffare gli ingenui.
VERSO 16
naty-asnatas tu yogo ’sti
na caikantam anasnatah
na cati-svapna-silasva
jagrato naiva carjuna
na: mai; ati: troppo; asnatah: di colui che mangia; tu: ma; yogah: unione col Supremo; asti: c’è; na: neppure; ca: anche; ekantam: eccessivamente; anasnatah: astenendosi dal cibo; na: neppure; ca: anche; ati: troppo; svapna-silasya: di colui che dorme; jagratah: o chi veglia troppo la notte; na: non; eva: mai; ca: e; arjuna: o Arjuna.
TRADUZIONE
Nessuno può diventare uno yogi, o Arjuna, se mangia troppo o troppo poco, se dorme troppo o troppo poco.
SPIEGAZIONE
Si raccomanda allo yogi di regolare bene il suo regime alimentare e il suo riposo: mangiare troppo significa assorbire più di ciò che è necessario al buon funzionamento del corpo. L’uomo non ha bisogno di mangiare carne animale perché i cereali, la verdura, la frutta e i latticini si trovano in abbondanza. Questi semplici cibi sono considerati dalla Bhagavad-gita alimenti della virtù. La carne è per le persone che si trovano sotto l’influenza dell’ignoranza. Perciò coloro che mangiano carne animale, bevono alcolici, fumano oppure si nutrono di alimenti che non sono stati offerti a Krishna soffriranno le reazioni dei loro peccati perché mangiano solo cibo infetto. Bhunjate te tv agham papa ye pacanty atma-karanat, chi mangia per il proprio piacere, chi cucina per sé, senza offrire a Krishna il suo cibo, mangia solo peccato. Chi si nutre di peccato ed è incapace di accontentarsi della parte che gli spetta non può praticare lo yoga. È meglio mangiare solo i resti dell’offerta a Krishna. Una persona cosciente di Krishna non mangia niente che non sia stato offerto a Krishna. Perciò solo una persona cosciente di Krishna può raggiungere la perfezione nella pratica dello yoga. Anche colui che si astiene artificialmente dal mangiare e digiuna per capriccio non può praticare lo yoga. La persona cosciente di Krishna osserva solo i digiuni raccomandati dalle Scritture. Chi mangia troppo poco non è adatta praticare lo yoga. Chi mangia troppo sognerà molto e dormirà più del necessario. Non si dovrebbe dormire più di sei ore al giorno. Colui che dorme di più è certamente sotto l’influenza dell’ignoranza. Tale persona è pigra, incline al sonno eccessivo, perciò è inadatta a praticare lo yoga.
VERSO 17
yuktahara-viharasya
yukta-cestasya karmasu
yukta-svapnavabodhasya
yogo bhavati duhkha-ha
yukta: regolato; ahara: nel mangiare; viharasya: ricreazione; yukta: regolato; cestasya: di chi lavora per mantenersi; karmasu: nel compiere i doveri; yukta: regolati; svapna-avobhodhasya: sonno e veglia; yogah: pratica di yoga; bhavati: diventa; duhkha-ha: diminuzione della sofferenza.
TRADUZIONE
Chi è moderato nel mangiare e nel dormire, nello svago e nel lavoro, può mitigare tutte le sofferenze materiali con la pratica dello yoga.
SPIEGAZIONE
Soddisfare più dello stretto necessario le esigenze del corpo — mangiare, dormire, accoppiarsi e difendersi — può essere un freno al nostro avanzamento sulla via dello yoga. Il problema alimentare può essere risolto solo nutrendosi con un cibo consacrato, il prasadam. Secondo la Bhagavad-gita (9.26), si offrono a Krishna alimenti come frutta, cereali e latte. In questo modo la persona cosciente di Krishna impara a non mangiare niente che sia inadatto all’uomo o che non sia sotto l’influsso della virtù. Quanto al sonno, la persona cosciente di Krishna ha un così grande desiderio di compiere il suo dovere nella coscienza di Krishna che non vuole perdere tempo prezioso in un sonno inutile. Avyartha-kalatvam: non sopporta di trascorrere neppure un minuto della sua vita senza servire il Signore, perciò riduce al minimo il sonno. Il suo ideale sarebbe seguire l’esempio di Srila Rupa Gosvami, che era così immerso nel servizio di devozione a Krishna che non dormiva più di due ore al giorno, e a volte anche meno. E Thakura Haridasa non prendeva prasadam e non si riposava se non dopo aver recitato trecentomila volte al giorno il nome del Signore sulla sua corona. Quanto all’azione, la persona cosciente di Krishna non fa niente che non sia in relazione a Krishna e non sia destinato a soddisfarLo, perciò le sue attività sono regolate e non contengono traccia di desideri materiali. Poiché non prova attrazione per la gratificazione dei sensi, la persona cosciente di Krishna non spreca il suo tempo in ozi inutili. Chi regola in questo modo tutte le sue azioni — lavoro, parole, sonno, veglia e le altre necessità fisiche — non è minimamente soggetto alle sofferenze materiali.
VERSO 18
yada viniyatam cittam
atmany evavatisthate
nisprihah sarva-kamebhyo
yukta ity ucyate tada
yada: quando; viniyatam: particolarmente disciplinato; cittam: la mente e le sue attività; atmani: nella Trascendenza; eva: certamente; avatisthate: si situa; nisprihah: libero dal desiderio; sarva: per ogni genere di; kamebhyah: gratificazione materiale dei sensi; yuktah: ben situato nello yoga; iti: così; ucyate: è detto essere; tad: in quel momento.
TRADUZIONE
Quando lo yogi giunge a disciplinare le attività della mente con la pratica dello yoga e, libero da ogni desiderio materiale, si situa nella Trascendenza, è considerato ben stabilito nello yoga.
SPIEGAZIONE
Nelle sue azioni lo yogi si distingue dall’uomo comune perché ha una mente così disciplinata da non essere più turbato da alcun desiderio materiale, nemmeno dal più forte, che è il desiderio sessuale. Questa perfezione può essere raggiunta automaticamente da chiunque adotti la coscienza di Krishna. Un magnifico esempio ci è dato nello Srimad Bhagavatam:
sa vai manah krishna-padaravindayor
vacamsi vaikuntha-gunanuvarnane
karau harer mandira-marnanadisu
srutim cakaracyuta-sat kathodaye
mukunda-lingalaya-darsane drisau
tad-bhritya-gatra-sparse ’nga-sangamam
ghranam ca tat-pada-saroja-saurabhe
srimat-tulasya rasanam tad-arpite
padau hareh ksetra-padanusarpane
siro hrisikesa-padabhivandane
kamam ca dasye na tu kama-kamyaya
yathottama-sloka-janasraya ratih
“Il re Ambarisa fissava la mente sui piedi di loto di Krishna, usava le parole per descrivere le qualità trascendentali del Signore, le mani per pulire il tempio del Signore, gli orecchi per ascoltare i divertimenti del Signore, gli occhi per contemplare le forme trascendentali del Signore, il corpo per toccare i devoti del Signore, le narici per aspirare il profumo dei fiori di loto offerti al Signore, la lingua per gustare le foglie di tulasi offerte ai piedi di loto del Signore, le gambe per andare nei luoghi di pellegrinaggio e nel tempio del Signore, la testa per prosternarsi davanti al Signore, e i desideri per compiere la missione del Signore. Tutte queste attività trascendentali fecero di lui un puro devoto del Signore.” (S.B.9.4.18-20)
Questa descrizione delle attività di Maharaja Ambarisa dimostra chiaramente perché l’impersonalista non possa raggiungere questo stato assoluto, mentre ciò è facile per una persona cosciente di Krishna. È impossibile, infatti, compiere queste attività trascendentali se la mente non è continuamente immersa nel ricordo dei piedi di loto del Signore. Il servizio di devozione (arcana) consiste nell’impegnare i sensi al servizio di Krishna. I sensi e la mente devono sempre essere attivi in un modo o nell’altro, e limitarsi a negarne l’esistenza sarebbe inutile e innaturale. Perciò il modo migliore di raggiungere la perfezione spirituale, consigliato a tutti gli uomini e soprattutto a coloro che non sono nell’ordine di rinuncia, è quello di usare i sensi e la mente come fece Maharaja Ambarisa: impegnandoli al servizio del Signore. Questo è il significato del termine yukta.
VERSO 19
yatha dipo nivata-stho
nengate sopama smrita
yogino yata-cittasya
yunjato yogam atmanah
yatha: come; dipah: una lampada; nivata-sthah: in un luogo riparato dal vento; na: non; ingate: oscilla; sa: questo; upama: paragone; smrita: è considerato; yoginah: dello yogi; yata-cittasya: la cui mente è controllata; yunjatah: costantemente impegnato; yogam: nella meditazione; atmanah: sulla Trascendenza.
TRADUZIONE
Come una fiamma al riparo dal vento non oscilla, così lo spiritualista che controlla la mente resta sempre fisso nella sua meditazione sul sé trascendentale.
SPIEGAZIONE
La persona veramente cosciente di Krishna, sempre assorta nella Trascendenza, fissa e indisturbata nella sua meditazione sul suo adorabile Signore, è ferma come una fiamma al riparo dal vento.
VERSI 20-23
yatroparamate cittàm
niruddham yoga-sevaya
yatra caivatmanatmanam
pasyann atmani tusyati
sukham atyantikam yat tad
buddhi-grahyam atindriyam
vetti yatra na caivayam
stitas calati tattvatah
yam labdhva caparam labham
manyate nadhikam tatah
yasmin sthito na duhkhena
gurunapi vicalyate
tam vidyad duhkha-samyoga-
viyogam yoga-samjnitam
yatra: in quella condizione di relazione dove; uparamate: cessano (grazie alla felicità trascendentale); cittam: attività mentali; niruddham: ritratto dalla materia; yoga-sevaya: col compimento dello yoga; yatra: in cui; ca: anche; eva; certamente; atmana: con la mente pura; atmanam: il sé; pasyan: realizzando la posizione di; atmani: nel sé; tusyati: si prova soddisfazione; sukham: felicità; atyantikam: suprema; yat: che; tat: quella; buddhi: con l’intelligenza; grahyam: accessibile; atindriyam: trascendentale; vetti: si conosce; yatra: dove; na: mai; ca: anche; eva: certamente; ayam: egli; stitah: situato; calati: si muove; tattvatah: dalla verità; yam: ciò che; labdhva: col raggiungimento; ca: anche; aparam: qualsiasi altro; labham: guadagno; manyate: considera; na: mai; adhikam: più; tatah: di quello; yasmin: in cui; sthitah: essendo situato; na: mai; duhkhena: dalla sofferenza; guruna api: benché molto difficile; vicalyate: è scosso; tam: che; vidyat: devi sapere; duhkha-samyoga: delle sofferenze provenienti dal contatto con la materia; viyogam: sterminio; yoga-samjnitam: chiamato estasi nello yoga.
TRADUZIONE
Nello stadio di perfezione chiamato estasi, o samadhi, la mente si astiene completamente da ogni attività mentale materiale con la pratica dello yoga. Questa perfezione è caratterizzata dalla capacità di vedere i sé con la mente pura e di gustare la gioia interiore. In questo stato gioioso si prova una felicità trascendentale illimitata attraverso i sensi spirituali. Raggiunta questa perfezione non ci si allontana più dalla verità e si comprende che non esiste beneficio più grande. In questa posizione non si è più scossi, neppure di fronte alle maggiori difficoltà. Questa è la vera libertà dalle sofferenze nata al contatto con la materia.
SPIEGAZIONE
Praticando lo yoga ci si distacca gradualmente da ogni concezione materiale. Questa è la prima caratteristica dello yoga. Poi, quando lo yogi, con la mente e l’intelligenza spirituali, realizza l’Anima Suprema, si situa nel samadhi (estasi), ma non commette mai l’errore d’identificare se stesso con l’Anima Suprema. Lo yoga si fonda per lo più sui princìpi di Patanjali. Alcuni monisti, nei loro commenti su Patanjali, sostengono che l’anima individuale è identica all’Anima Suprema, e per un equivoco sul vero scopo dello yoga di Patanjali chiamano “liberazione” questa fusione vero scopo dello yoga di Patanjali chiamano “liberazione” questa fusione con l’Assoluto. Essi non accettano la distinzione tra la conoscenza e colui che conosce, implicita in questo verso, che afferma l’esistenza di una felicità trascendentale sperimentabile attraverso i sensi spirituali. Lo yoga di Patanjali riconosce l’esistenza di questa felicita trascendentale, che i monisti invece rifiutano per paura di mettere in pericolo la loro teoria. Ciò è confermato da Patanjali Muni, illustre esponente di questo sistema di yoga. Il grande saggio afferma nei suoi Yoga-sutra (3.34): purusartha-sunyanm pratiprasavah kaivalyam svarupa-pratistha va citi-saktir iti.
La potenza interna menzionata in questo verso di Patanjali (citi-sakti) è una potenza trascendentale. Il termine purusartha designa invece la religiosità materiale, lo sviluppo economico, la gratificazione dei sensi e infine il tentativo di diventare Uno col Supremo. I monisti chiamano kaivalyam questa “unità col Supremo”. Ma secondo Patanjali, kaivalyam si riferisce solo alla potenza interna e trascendentale grazie a cui l’essere vivente prende coscienza della sua condizione eterna. Sri Caitanya Mahaprabhu definisce questa presa di coscienza ceto-darpana-marjanam, o “purificazione dello specchio sporco della mente”. Questa purificazione è in se stessa liberazione: bhava-mahaa-davagni-nirvapanam, principio a cui corrisponde la teoria del nirvana che, come la liberazione, è solo un gradino preliminare verso la perfezione spirituale. Questo argomento, svarupena vyavasthitih, è trattato anche nello Srimad Bhagavatam (2.10.6) oltre che in questo verso della Bhagavad-gita.
Una volta raggiunto il nirvana, dove cessa ogni attività materiale, l’essere comincia ad agire sul piano spirituale, nel servizio del Signore, nella coscienza di Krishna, e conosce la vera vita (svarupena vyavasthitih), così come la descrive lo Srimad Bhagavatam, libera da ogni contaminazione materiale, libera da maya. Liberazione da questa contaminazione materiale non significa distruzione della natura originale ed eterna dell’essere vivente. Quest’idea è accettata da Patanjali: kaivalyam svarupa-pratisha va cit-saktir iti. La citi-sakti, la felicità trascendentale, è la vera esistenza. Il Vedanta-sutra (1.1.12) lo conferma con questa formula, ananda-mayo ‘bhyasat: “L’Assoluto è per natura felicità perfetta.” Questa felicità perfetta, propria dell’essere spirituale, è il fine ultimo dello yoga e può essere facilmente raggiunto col servizio di devozione, il bhakti-yoga. Il bhakti-yoga sarà descritto ampiamente nel settimo capitolo della Bhagavad-gita.
Lo yoga descritto in questo capitolo conduce a due aspetti del samadhi: il samprajnata-samadhi, che sarà conquistato a forza di ricerche filosofiche, e l’asamprajnata-samadhi, che sarà raggiunto trascendendo i piaceri dei sensi. Situato al di la della materia, lo yogi non ricadrà mai più sotto il suo giogo; in caso contrario ogni suo tentativo sarà stato vano. Le pseudo pratiche dello yoga oggi di moda, lasciando credere che il piacere dei sensi sia lecito, negano l’essenza dello yoga. Uno yogi che si abbandona alla vita sessuale e agli intossicanti non può essere che un ciarlatano. Quanto a coloro che ricercano le siddhi, o poteri sovrannaturali,¹ rimangono anch’essi imperfetti perché, come indica questo verso, non c’è perfezione per chi ricerca i “sottoprodotti” dello yoga. Quelli che giustificano il loro titolo di yogi con qualche esercizio di ginnastica e gli asceti in cerca di siddhi devono sapere che non colgono il vero scopo dello yoga.
Nella nostra era lo yoga migliore è la coscienza di Krishna, che non delude mai. Una persona cosciente di Krishna è così felice che non aspira a nessun’altra felicità. L’hatha-yoga, il dhyana-yoga e il jnana-yoga presentano enormi difficoltà, specialmente nella nostra epoca di ipocrisia, ma questi ostacoli non esistono nella pratica del karma-yoga o del bhakti-yoga.
Finché avremo un corpo materiale dovremo rispondere alle sue esigenze: mangiare, dormire, riprodurci e difenderci. L’uomo che è situato nel puro bhakti-yoga, cioè nella coscienza di Krishna, non fa eccezione a questa regola, ma la rispetta solo nella misura necessaria, senza cercare l’eccitazione dei sensi. Facendo buon viso a cattiva sorte, impiega nel migliore dei modi il fardello del corpo materiale e gode di una felicità trascendentale nella coscienza di Krishna. Impassibile di fronte alle molteplici vicissitudini dell’esistenza — incidenti, malattie, povertà, morte di una persona cara — egli copie con costanza ed entusiasmo il suo dovere nel bhakti-yoga, la coscienza di Krishna. Niente può distrarlo dal suo dovere. Egli è tollerante, afferma la Bhagavad-gita (2.14), perché sa che queste sofferenze, che colpiscono senza tregua e poi svaniscono, non possono distoglierlo in nessun modo da suo dovere: agamapayno ‘nityas tams titiksasva bharata. In questo modo egli raggiunge la perfezione dello yoga.
VERSO 24
sa niscayena yoktavyo
yogo ’nirvinna-cetasa
sankalpa-prabhavan kamams
tyaktva sarvan asesatah
manasaivendriya-gramam
viniyamya samantatah
sah: quello; niscayena: con ferma determinazione; yoktavyah: deve essere praticato; yogah: metodo di yoga; anirvinna-cetasa: senza deviazioni; sankalpa; speculazioni mentali; prabhavan: nate da; kaman: desideri materiali; tyaktva: abbandonando; sarvan: tutti; asesatah: completamente; manasa: con la mente; eva: certamente; indriya-gramam: i sensi complessivamente; viniyamya: regolando; samantatah: da ogni parte.
TRADUZIONE
Si deve praticare lo yoga con determinazione e con fede, senza mai deviare lungo il cammino. Si devono abbandonare, senza alcuna eccezione, tutti i desideri materiali generati dalla speculazione mentale e con l’aiuto della mente controllare tutti i sensi.
SPIEGAZIONE
Lo yogi deve proseguire il suo cammino con determinazione e pazienza, senza mai deviare, sicuro del suo successo, perseverante nel suo sforzo e senza scoraggiarsi. Rupa Gosvami dice a questo proposito:
utsahan niscayad dhairyat
tat-tat-karma-pravartanat
sanga-tyagat sato vritteh
sadbhir bhaktih prasidhyati
“Si può avere successo nel bhakti-yoga solo se si compie il proprio dovere con entusiasmo, perseveranza e determinazione, in compagnia dei devoti, si agisce soltanto nella virtù.” (Upadesamrita 3)
Per acquisire tale determinazione ispiriamoci a quell’uccello a cui un’onda aveva portato via le uova, deposte sulla riva dell’oceano. Inquieto, le richiede all’oceano, che non presta però la minima attenzione ai suoi lamenti. Allora l’uccello decide di svuotare l’oceano col suo minuscolo becco. Tutti lo deridono per la sua folle decisione. La notizia si diffonde e giunge anche agli orecchi di Garuda, l’aquila gigantesca che trasporta Visnu. Preso da compassione per il suo piccolo fratello e compiacendosi della sua determinazione, promette al piccolo animale di aiutarlo. Ordina quindi all’oceano di restituire subito le uova, con la minaccia di prosciugarlo. Atterrito, l’oceano acconsente immediatamente; così, per la grazia di Garuda, il piccolo uccello ritrova la serenità.
Lo yoga, e in particolare il bhakti-yoga, può sembrare un’impresa difficile, ma se ne seguiamo i princìpi con determinazione, il Signore certamente ci aiuterà. “Aiutati che Dio t’aiuta”, dice il proverbio.
VERSO 25
sanaih sanair uparamed
buddhya dhriti-grihitaya
atma-samstham manah kritva
na kincid api cintayet
sanaih: gradualmente; sanaih: di passo in passo; uparamet: ci si dovrebbe trattenere; buddhya: con l’intelligenza; dhriti-grihitaya: spinti dalla convinzione; atma-samstham: posta nella Trascendenza; manah: mente; kritva: facendo; na: non; kincit: niente altro; api: anche; cintayet: deve pensare
TRADUZIONE
Sostenuti da una ferma convinzione, ci si deve elevare gradualmente, passo dopo passo, con l’aiuto dell’intelligenza fino a raggiungere la perfetta concentrazione e fissare la mente solo sul sé, senza pensare ad altro.
SPIEGAZIONE
Con intelligenza e convinzione, l’uomo deve gradualmente cessare ogni attività dei sensi. Questo stadio è detto pratyahara. Dopo aver dominato la mente con la certezza dello scopo da raggiungere, con la meditazione e l’arresto di ogni attività dei sensi, lo yogi deve immergersi nel samadhi, da dove non c’è più pericolo di ricadere sul piano materiale. In altre parole, benché siamo costretti a restare a contatto con la materia fintanto che il corpo esiste, non dobbiamo cercare è quella del Signore Supremo: questa ricerca ci porta a uno studio perfetto, che si raggiunge direttamente praticando la coscienza di Krishna
VERSO 26
yato yato niscalati
manas cancalam asthiram
tatas tato niyamyaitad
atmany eva vasam nayet
yatah yatah: dovunque; niscalati: diventa veramente agitata; manah: la mente; cancalam: agitata; asthiram: instabile; tatah tatah: di la; niyamya: regolando; etat: questa; atmani: nel sé; eva: certamente; vasam: controllo; nayet: deve portare sotto.
TRADUZIONE
Dovunque vada errando a causa della sua natura agitata e instabile, la mente dev’essere senz’altro ritratta e ricondotta sotto il controllo del sé.
SPIEGAZIONE
La mente è instabile per natura, vaga senza sosta da un pensiero all’altro, Ma uno yogi realizzato deve saper controllare la mente, non dovrebbe lasciarsi controllare dalla mente. Chi controlla la mente e i sensi è detto svami, o gosvami; invece, colui che è controllato dalla mente è un go-dasa, schiavo dei sensi. Il gosvami conosce il valore effimero del piacere materiale; sa che la vera felicità, quella spirituale, si gusta quando i sensi sono impegnati al servizio di Hrisikesa, Krishna, il vero maestro dei sensi. La coscienza di Krishna consiste nel servire il Signore con i sensi purificati. Questo è il metodo per controllare perfettamente i sensi ed è anche la perfezione dello yoga.
VERSO 27
prasanta-manasam hy enam
yoginam sukham uttaman
upaiti santa-rajasam
brahma-bhutam akalmasam
prasanta: serena, fissa sui piedi di loto di Krishna: manasam: la cui mente; hi: certamente; enam: questo; yoginam: yogi; sukham: felicità; uttamam: la più alta; upaiti: raggiunge; santa-rajasam: passione placata; brahma-bhutam: liberazione dall’identificazione con l’Assoluto; akalmasam: libero da tutte le reazioni delle colpe passate.
TRADUZIONE
Lo yogi che ha la mente assorta in Me raggiunge senza dubbio la più perfetta felicità trascendentale. Situato al la dell’influenza della passione, egli realizza la sua identità qualitativa col Supremo ed è così liberato dalle conseguenze di tutte le sue attività passate.
SPIEGAZIONE
Il brhma-bhuta è lo stadio in cui si è liberi dalla contaminazione materiale e si è impegnati nel trascendentale servizio di devozione al Signore. Mad bhaktim labhate param. (B.g. 18.54) Ma non si può restare sul piano spirituale e assoluto, sul piano del Brahman, se non si giunge a fissare la mente sui piedi di loto del Signore. Sa vai manah Krishna-padaravindayoh. Essere sempre impegnati nel trascendentale servizio d’amore al Signore, cioè vivere nella coscienza di Krishna, significa essere già liberati dall’influenza della passione e da ogni contaminazione materiale.
VERSO 28
yunjann evam sadatmanam
yogi vigata-kalmasah
sukhena brahma-samsparsam
atyantam sukham asnute
yunjan: praticando lo yoga; evam: così; sada: sempre; atmanam: il sé; yogi: colui che è in contatto col Supremo Sé; vigata: libero da; kalmasah: ogni contaminazione materiale; sukhena; nella felicità trascendentale; brahma-samsparsam: in contatto costante col Supremo; atyantam: la più alta; sukham: felicità; asnute: raggiunge.
TRADUZIONE
Così, lo yogi che controlla il sé, ed è costantemente impegnato nella pratica dello yoga, si libera da ogni contaminazione materiale e raggiunge la più alta felicità nel trascendentale servizio che offre al Signore.
SPIEGAZIONE
Realizzare il sé spirituale significa conoscere la posizione originale ed eterna che ci lega a Dio. L’anima individuale è parte integrante del Signore e la sua posizione è quella di servirLo con amore e devozione. Questo contatto trascendentale col Supremo si chiama brahma-samsparsa.
VERSO 29
sarva-bhuta-stam atmanam
sarva-bhutani catmani
iksate yoga-yuktatma
sarvatra sama-darsanah
sarva-bhuta-stham: situata in tutti gli esseri; atmanam: l’Anima Suprema; sarva: tutti; bhutani: gli esseri viventi; ca; anche; atmani: nel sé; iksate: vede; yoga-yukta-atma: colui che è collegato nella coscienza di Krishna; sarvatra: dovunque; sama-darsanah: vede con equanimita.
TRADUZIONE
Il vero yogi vede Me in tutti gli esseri viventi e vede tutti gli esseri viventi in Me. In verità, la persona realizzata vede Me, il Signore Supremo, in ogni luogo.
SPIEGAZIONE
Lo yogi cosciente di Krishna possiede una visione perfetta perché vede Krishna, il Signore Supremo, nel cuore di ogni essere vivente. Isvarah-sarva-bhutanam hrid-dese ‘rjuna tisthati. Nella forma del Paramatma, dell’Anima Suprema, il Signore è nel cuore di tutti, nel cuore di un cane come in quello di un bramana. Lo yogi perfetto sa che il Signore rimane trascendentale e neutrale in entrambi i casi, nient’affatto contaminato dal corpo che occupa. Anche l’anima individuale risiede nel cuore, ma al contrario dell’Anima Suprema non è simultaneamente in tutti i corpi. Questi fatti sono ignorati da coloro che non aderiscono pienamente alla pratica dello yoga. Invece, una persona cosciente di Krishna vede Krishna ovunque, nel cuore del credente come in quello dell’ateo. La smriti lo conferma, atatatvac ca matritvac ca atma hi paramo harih: “Dio, la fonte di tutti gli esseri, è per loro come una madre e un sostegno.” E come una madre è imparziale con tutti i suoi figli, così è il padre supremo (o la madre), che è sempre presente in ognuno di loro nella forma di Anima Suprema. Non solo Egli vive in tutti, ma tutti vivono in Lui, perché ogni cosa è una manifestazione della Sua energia. Come spiega il settimo capitolo, il Signore ha due energie: una spirituale (superiore), l’altra materiale (inferiore). L’essere vivente appartiene per natura all’energia superiore, ma si trova condizionato dall’energia inferiore. Che sia condizionato o liberato, l’essere si trova sempre in una delle due energie del Signore.
Lo yogi vede dunque tutti gli esseri con occhio uguale, perché tutti sono servitori di Dio, anche se posti in situazioni differenti secondo la reazione delle loro attività interessate. Prigionieri dell’energia materiale, gli esseri servono i sensi, ma una volta tornati all’energia spirituale servono direttamente il Signore Supremo. Una persona cosciente di Krishna li vede con occhio perfettamente uguale perché tutti, direttamente o indirettamente, servono Dio.
VERSO 30
yo mam pasyati sarvatra
sarvam ca mayi pasyati
tasyaham na pranasyami
sa ca me na pranasyati
yah: chiunque; mam: Me; pasyati: vede; sarvatra: in ogni luogo; sarvam: ogni cosa; ca: e; mayi: in Me; pasyati: vede; tasya: per lui; aham:Io; na: non; pranasyami: sono perso; sah: egli; ca; anche; me: per Me; na: non; pranasyati: è perso.
TRADUZIONE
Per colui che mi vede in ogni luogo e vede ogni cosa in Me, Io non sono mai perduto né egli è perduto per Me.
SPIEGAZIONE
Una persona cosciente di Krishna vede Krishna in tutto, e vede tutto in Krishna. Apparentemente egli vede le diverse manifestazioni materiali come energie distinte, ma in realtà è cosciente di Krishna e sa che ogni cosa è energia del Signore. Nulla può esistere senza Krishna, perché Egli è il Signore Supremo: questo è il principio fondamentale della coscienza di Krishna. Su questa base si sviluppa l’amore per Krishna, che include e supera la realizzazione del sé spirituale e la liberazione. Inondato da quest’amore assoluto, il devoto diventa “Uno con Krishna” nel senso che il Signore rappresenta tutto per lui. Ristabilita questa relazione intima col Signore, il devoto conquista l’immortalità. Dio, la Persona Suprema, non esce mai dalla visione del devoto, che non corre il rischio d’identificarsi con Lui, il che sarebbe un vero e proprio suicidio spirituale. La Brahma-samhita dichiara a questo proposito:
premanjana-cchurita-bhakti-vilocanena
santah sadaiva hridayesu vilokayanti
yam syamasundaram acintya-guna-svarupam
govindam adi-purusam tam aham bhajami
“Adoro Govinda, il Signore originale. È Lui, Syamasundara, che i puri devoti vedono nel profondo del loro cuore, perché i loro occhi sono spalmati col balsamo dell’amore e della devozione.” (B.s.5.38)
Amato di un amore così puro, Krishna non si nasconde mai al Suo devoto, né il devoto smette di vederLo. È così anche per lo yogi, che si concentra sulla forma del Paramatma. Tale yogi diventa un puro devoto e non sopporta più di vivere un solo istante senza vedere il Signore nel suo cuore.
VERSO 31
sarva-bhuta-sthitam yo mam
bhajaty ekatvam astitah
sarvatha vartamano ’pi
sa yogi mayi vartate
sarva-bhuta-sthitam: situato nel cuore di ognuno; yah: colui che; mam: Me; bhajati: serve nel servizio devozionale; ekatvam: nell’unità; asthitah: situato; sarvatha: sotto ogni riguardo; vartamanah: essendo situato; api: nonostante ciò; sah: egli; yogi: il trascendentalista; mayi: in Me; vartate: rimane.
TRADUZIONE
Questo yogi, impegnato con dedizione al servizio dell’Anima Suprema, sapendo che Io e l’Anima Suprema siamo una cosa sola, dimora in Me in ogni circostanza.
SPIEGAZIONE
Meditando sull’Anima Suprema, lo yogi vede nel suo cuore Visnu, l’emanazione plenaria di Krishna, le cui quattro mani reggono la conchiglia, il disco, la mazza e il fiore di loto. Ma egli deve sapere che Visnu non è diverso da Krishna. Krishna nella forma del Paramatma risiede nel cuore di ciascuno. Così, gli innumerevoli Paramatma, presenti ciascuno nel cuore di ogni essere vivente, sono in realtà un’unica Persona, Sri Krishna. Non c’è differenza, dunque, tra una persona cosciente di Krishna sempre impegnata nel servizio d’amore a Krishna e il perfetto yogi immerso nella meditazione sull’Anima Suprema. Sebbene impegnato in molteplici occupazioni, lo yogi cosciente di Krishna non si allontana mai da Krishna, nemmeno per un istante. Ciò è confermato da Srila Rupa Gosvami nel suo Bhakti-rasamrita-sindhu (1.2.187): nikhilasv apy avasthasu jivan-muktah sa ucyate. Il devoto del Signore che s’impegna sempre nel servizio di Krishna è già liberato. E il Narada-pancaratra insegna:
dik-kalady-anavacchinne
krisne ceto vidhaya ca
tan-mayo bhavati ksipram
jivo brahmani yojayet
“Fissando l’attenzione sulla forma, che è l’onnipresente e trascende il tempo e lo spazio, si diventa assorti in Lui e si ottiene così di vivere in Sua compagnia, nella felicità assoluta.”
La coscienza di Krishna è lo stadio più elevato di estasi nella pratica dello yoga. La comprensione che Krishna è presente in ogni essere nella forma del Paramatma libera lo yogi da ogni errore. I Veda (Gopala-tapani Upanisad 1.21) confermano questa inconcepibile potenza del Signore, eko ‘pi san bahudha yo ‘vabhati. “Sebbene il Signore sia uno, è presente nel cuore di ogni essere.” E negli smriti-sastra è affermato:
eka eva paro visnuh
sarva-vyapi na samsayah
aisvaryad rupam ekam ca
surya-vat bahudheyate
“Visnu è uno, eppure è onnipresente. La Sua forma è una, ma per la Sua inconcepibile potenza Egli è presente ovunque. Come il sole, Egli appare in ogni luogo contemporaneamente.”
VERSO 32
atmaupamyena sarvatra
samam pasyati yo ’rjuna
sukham va yadi va duhkham
sa yogi paramo matah
atma: con il sé; aupamyena: con il paragone; sarvatra: dovunque; samam: egualmente; pasyati: vede; yah: colui che; arjuna: o Arjuna; sukham: felicità; va: o; duhkham: dolore; sah: tale; yogì: trascendentalista; paramah: perfetto; matah: è considerato.
TRADUZIONE
È uno yogi perfetto, o Arjuna, colui che in relazione a se stesso vede la vera uguaglianza di tutti gli esseri, sia nella loro felicità sia nel loro dolore.
SPIEGAZIONE
Il perfetto yogi è la persona cosciente di Krishna. Per esperienza, può comprendere le gioie e le pene di ognuno. Egli sa che il dolore nasce dall’oblio del legame che ci unisce a Dio, mentre la felicità deriva dalla consapevolezza che Krishna è il solo beneficiario delle azioni dell’uomo, l’unico proprietario di paesi e pianeti e l’amico più sincero di tutti gli esseri viventi. Lo yogi perfetto sa che l’essere condizionato dalle tre influenze della natura materiale è costretto a subire le tre forme di sofferenza materiale² proprio perché ha dimenticato la sua relazione con Krishna. Poiché il devoto di Krishna è felice, si sforza di rendere tutti partecipi della coscienza di Krishna, di far comprendere quanto sia importante diventare coscienti di Krishna. Preoccupandosi della felicità di ognuno, lo yogi perfetto è il più grande benefattore degli uomini e il più caro servitore del Signore. Na ca tasman manusyesu kascin me priya-krittamah. (B.g.18.69) In altre parole, i devoto del Signore si preoccupa del benessere di tutti gli esseri viventi, perciò è veramente l’amico di tutti. Egli è il più perfetto degli yogi perché non ricerca la perfezione dello yoga soltanto per il proprio beneficio, ma anche per quello di tutti gli altri. Egli non prova mai invidia per nessuno. Questa è la differenza tra un puro devoto del Signore e uno yogi interessato solo alla propria elevazione personale. Lo yogi che si ritira in un luogo solitario per meditare non è così elevato come un devoto che fa il possibile per portare tutti alla coscienza di Krishna.
VERSO 33
arjuna uvaca
yo ’yam yogas tvayaproktah
samyena madhusudana
etasyaham na pasyami
cancalatvat sthitim sthiram
arjunah uvaca: Arjuna disse; yah ayam: questo metodo; yogah: misticismo; tvaya: da Te; proktah: descritto; samyena: generalmente; madhusudana: uccisore del demone Madhu; etasya: di ciò; aham: io; na: non; pasyami: vedo; cancalatvat: a causa dell’irrequietezza; stitim: situazione: sthiram: stabile.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
O Madhusudana, il metodo di yoga che hai sintetizzato mi sembra poco pratico e inadatto per me, perché la mente è irrequieta e instabile.
SPIEGAZIONE
In questo verso Arjuna si dichiara incapace di praticare lo yoga che Krishna ha descritto cominciando con le parole sucau dese fino a yogi paramah, perciò lo rifiuta. Nell’età di Kali è impossibile per una persona comune lasciare la casa e andare a praticare lo yoga nella solitudine delle montagne o della giungla. Oggi l’uomo lotta con accanimento per conservare una vita del resto molto breve, e quando viene messo di fronte a una via di realizzazione spirituale, anche se semplice e facilmente praticabile, il più delle volte è incapace di seguire con serietà. Che dire d’intraprendere un sentiero difficile come quello dello yoga che abbiamo descritto, che regola la vita fin nei minimi particolari — le occupazioni, il modo di sedersi, la scelta dell’abitazione e così via — e costringe la mente a staccarsi dai pensieri materiali. Da uomo pratico, Arjuna giudica impossibile seguire tale yoga, sebbene le qualità non gli manchino: appartiene a una famiglia reale, è un grande guerriero, ha una longevità ben superiore alla nostra, e soprattutto è amico intimo di Krishna, la Persona Suprema.
Le condizioni in cui si viveva 5.000 anni fa erano molto più favorevoli di quelle attuali, tuttavia rifiutò questo yoga, perché troppo difficile. Infatti non troviamo scritto da nessuna parte che egli abbia tentato di praticarlo, anche solo per qualche tempo. E se questo yoga era impossibile da atturare 5.000 anni fa, che dire ai giorni nostri, nel cuore dell’età di Kali? Questo non esclude, naturalmente, qualche eccezione, anche se molto rara. Ma coloro che vogliono imitare questo yoga in un “club” perdono il loro tempo e ignoreranno sempre il vero scopo di questa disciplina.
VERSO 34
cancalam hi manah krishna
pramathi balavad dridham
tasyaham nigraham manye
vayor iva su-duskaram
cancalam: irrequieta; hi: certamente; manah: mente; krishna: o Krishna; pramathi: agitando; bala-vat: forte; dridham: ostinata; tasya: suo; aham: io; nigraham: sottomissione; manye: penso; vayoh: del vento; iva: come; su-duskaram: difficile.
TRADUZIONE
La mente, o Krishna, è irrequieta, turbolenta, ostinata e molto forte; dominarla mi sembra più difficile che controllare il vento.
SPIEGAZIONE
La mente è così forte e ostinata che talvolta domina l’intelligenza, mentre dovrebbe sempre esserle subordinata. Per l’uomo d’oggi, che nella vita pratica è obbligato a far fronte a tante avversità, è molto difficile controllare la mente. Potrà anche vantarsi di essere imparziale con l’amico e col nemico, ma nessun materialista, a dire il vero, possiede un tale equilibrio mentale, che è difficile raggiungere ancora più che controllare il vento impetuoso.
Gli scritti vedici (Katha Upanisad 1.3.3-4) propongono la seguente analogia:
atmanam rathinam viddhi
sariram ratham eva ca
buddhim tu sarathim viddhi
manah pragraham eva ca
indriyani hayan ahur
visayams tesu go-caran
atmendriya-mano-yuktam
bhoktety ahur manisinah
“L’individuo (l’anima) occupa come un passeggero il corpo materiale, che è simile a un carro; l’intelligenza è i cocchiere, la mente e le redini e i sensi sono i cavalli. In questa posizione l’anima gode o soffre del suo contatto con la mente e con i sensi. Questa è la visione dei grandi pensatori.”
La mente dovrebbe ricevere istruzioni dall’intelligenza, invece è così forte e ostinata che spesso ha la meglio sull’intelligenza, come un’acuta infezione può sopraffare l’efficacia di una medicina. Si dovrebbe imparare a dominare questa mente con lo yoga, ma la cosa risulta impossibile per coloro che, come Arjuna, rimangono immersi in una coscienza materialistica. Nel verso, il paragone tra la mente e il vento è appropriato, perché non si può catturare il vento impetuoso; ancora più difficile è catturare la mente. Tuttavia, Sri Caitanya Mahaprabhu ci ha dato il metodo più semplice per controllarla: cantare o recitare con umiltà il maha-matra Hare Krishna, il “grande mantra della liberazione”. Il metodo prescritto è, sa vai manah krishna-padaravindyoh: fissare completamente la ente in Krishna. Questo è il segreto per liberare la mente da ogni agitazione.
VERSO 35
sri-bhagaavan uvaca
asamsayam maha-baho
mano durnigraham calam
abhyasena tu kaunteya
vairagyena ca grihyate
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; asamsayam: indubbiamente; maha-baho: tu che hai le braccia potenti; manah: la mente; durnigraham: difficile da frenare; calam; irrequieta; abhyasena: con la pratica; tu: ma; kaunteya: o figlio di Kunti; vairagyena: col distacco; ca: anche; griyate: può essere così controllata.
TRADUZIONE
Il Signore, Sri Krishna, disse:
O Arjuna dalle braccia potenti, è indubbiamente molto difficile dominare la mente irrequieta; tuttavia, o figlio di Kunti, è possibile con la pratica adatta e col distacco.
SPIEGAZIONE
Dio, la Persona Suprema, conferma l’opinione di Arjuna sulla difficoltà di dominare la mente ostinata, ma gli propone una soluzione: controllarla con la pratica e il distacco. Ma quale metodo adottare? Nell’età di Kali nessuno è capace di seguire le severe regole dello yoga, quali abitare in un luogo sacro, fissare la mente sull’Anima Suprema, dominare i desideri della mente e dei sensi, mantenere il celibato, vivere in solitudine, e così via. Il metodo da seguire dev’essere dunque un altro, cioè la coscienza di Krishna, che comprende nove tipi di servizio devozionale al Signore.³ Il primo, e il più importante, consiste nell’ascoltare le glorie di Krishna. È questo il modo, potente e assoluto, di liberare la mente da tutti i dubbi, perché più sentiamo parlare di Krishna, più la nostra visione spirituale si schiarisce e più ci distacchiamo da tutto ciò che può far allontanare la nostra mente da Krishna. Allontanando i pensieri da tutte le attività che non mirano al piacere di Krishna, si ottiene facilmente il vairagya. Vairagya significa distacco dalla materia e concentrazione della mente su ciò che è spirituale.
È più facile attaccare la mente a Krishna che staccarla dalla materia con un atto puramente negativo, come fa l’impersonalista. Infatti, ascoltando le glorie di Krishna si sviluppa un attaccamento spontaneo per l’essere Supremo. Questo attaccamento è detto paresanubhava, o soddisfazione spirituale. È un sentimento che si potrebbe paragonare alla soddisfazione sentita da un affamato che riprende vita a ogni boccone. Similmente, dedicandosi al servizio devozionale si prova una felicità trascendentale e la mente si stacca dagli oggetti materiali. Il servizio di devozione, o la coscienza di Krishna, può essere paragonato alla cura efficace di una malattia con una terapia appropriata: l’ascolto delle attività sublimi di Krishna è la cura adatta alla mente squilibrata e a mangiare cibo offerto a Krishna è la dieta adatta alla mente squilibrata e mangiare cibo offerto a Krishna è la dieta adeguata.
VERSO 36
asamyatatmana yogo
dusprapa iti me matih
vasyatmana tu yatata
sakyo ’vaptum upayatah
asamyata: sbrigliata; atmana: dalla mente; yogah: realizzazione spirituale; dusprapah: difficile da ottenere; iti: così; me: Mia; matih: opinione; vasya: controllata; atmana: con la mente; tu; ma; yatata: sforzandosi; sakyah: pratica; avaptum: per raggiungere; upayatah: con mezzi appropriati.
TRADUZIONE
Per chi non ha il controllo della mente la realizzazione spirituale sarà un’impresa difficile, ma per chi domina la mente e si sforza in modo appropriato il successo è sicuro. Questa è la Mia opinione.
SPIEGAZIONE
Dio, la Persona Suprema, afferma che la realizzazione spirituale è impossibile da raggiungere per l’uomo che non vuole seguire il metodo adatto a liberare la mente dai pensieri materiali. Praticare lo yoga mantenendo il desiderio per il piacere dei sensi è tanto inutile quanto cercare di accendere un fuoco versandovi sopra dell’acqua. Se non è accompagnato dal controllo della mente, lo yoga è una perdita di tempo; tutt’al più se ne possono ricavare vantaggi materiali, ma non certo benefici spirituali. Si deve dunque controllare la mente impegnandola continuamente nel servizio d’amore al Signore. Se non si è impegnati nella coscienza di Krishna non si può controllare la mente con fermezza. Infatti, una persona cosciente di Krishna ottiene facilmente i frutti dello yoga, mentre gli altri yogi non possono conoscere il successo senza diventare coscienti di Krishna.
VERSO 37
arjuna uvaca
ayatih sraddhayopeto
yogac calita-manasah
aprapya yoga-samsiddhim
kam gatim krishna gacchati
arjunah uvaca: Arjuna disse; ayatih: il trascendentalista che non ha successo; sraddhaya: con fede; sraddhaya: con fede; upetah: impegnato; yogat: dal legame mistico; calita: deviata; manasah: chi ha tale mente; aprapya: manca di raggiungere; yoga-samsiddhim: la più alta perfezione mistica; kam: quale; gatim: destinazione; krishna: o Krishna; gacchati: raggiunge.
TRADUZIONE
Arjuna disse:
O Krishna, qual è la destinazione di uno spiritualista che non ha successo, che intraprende con fede il metodo della realizzazione spirituale, ma poi desiste, incapace di distaccare la mente dal mondo, non raggiungendo così la perfezione spirituale?
SPIEGAZIONE
La Bhagavad-gita descrive la via della realizzazione spirituale, che consiste nel sapere che l’essere vivente non è il corpo materiale ma è differente da esso e che potrà trovare la soddisfazione solo nell’eternità, nella conoscenza e nella felicità, che si trovano al di là del corpo e della mente. Molti sentieri portano a questa meta: il jnana-yoga (la ricerca della conoscenza), l’astanga-yoga in otto fasi e il bhakti-yoga (il servizio di devozione). Ma tutti si fondano sugli stessi princìpi, cioè conoscere la posizione originale, naturale ed eterna dell’essere vivente, la sua relazione con Dio, il modo di ristabilire il legame col Signore e raggiungere la perfezione della coscienza di Krishna.
Chi segue uno di questi tre metodi giunge prima o poi a questa meta suprema, come indicava il Signore nel secondo capitolo: il minimo sforzo compiuto sul sentiero spirituale offre la speranza della liberazione. Ma fra questi tre metodi, il bhakti-yoga è il più adatto all’età di Kali perché è il più diretto per realizzare Dio. Per essere perfettamente sicuro, Arjuna chiede al Signore di confermare ancora ciò che Egli ha già detto. Un uomo che segue con sincerità la via del jnana-yoga o dell’astanga-yoga potrebbe anche non arrivare alla meta, se consideriamo le difficoltà che presentano questi sistemi nell’era di Kali. Nonostante sforzi continui, lo yogi rischia sempre di scivolare durante il suo tentativo, per svariate ragioni, di cui la principale è l’impossibilità di seguire rigidamente i principi dello yoga. Scegliere la spiritualità significa più o meno dichiarare guerra all’energia illusoria, la quale cercherà con varie “lusinghe” di riprendersi la preda appena questa tenterà di liberarsi dalle sue grinfie. L’anima condizionata è già affascinata dalle tre influenze della natura materiale perciò si lascerà facilmente sedurre di nuovo, nonostante segua una disciplina spirituale. Questa deviazione dalla via spirituale si chiama yogac calita-manasah, e Arjuna vorrebbe conoscerne le conseguenze.
VERSO 38
kaccin nobhaya-vibhrastas
chinnabhram iva nasyati
apratistho maha-baho
vimudho brahmanah pathi
kaccit: se; na: non; ubhaya: entrambi; vibhrastah: deviato da; chinna: lacerata; abhram: nuvola; iva: come; nasyati: perisce; apratisthah: senza alcuna posizione; maha-baho: o Krishna dalle braccia potenti; vimudhah: confuso; brahmanah: di Trascendenza; pathi: sul sentiero.
TRADUZIONE
O Krishna dalle braccia potenti, quest’uomo che devia dalla via della Trascendenza non perde forse ogni beneficio spirituale e materiale e perisce, senza un rifugio, come una nuvola dispersa?
SPIEGAZIONE
L’uomo può scegliere se dirigersi verso il successo materiale o verso la perfezione spirituale. Se è materialista e non prova il minimo interesse per la spiritualità non desidererà altro che migliorare la sua situazione economica o elevarsi ai pianeti superiori. Se invece è portato alla vita spirituale deve abbandonare con attività materiale e rinunciare alla cosiddetta felicità materiale. Ma chi ha preso questa strada e non arriva fino in fondo apparentemente avrà perso tutto, perché non potrà godere né delle gioie materiali né della perfezione spirituale. Sarà come una nuvola solitaria che non avendo potuto fondersi con la massa delle altre nubi continua a vagare sotto la spinta del vento fino a dissiparsi nel cielo.
Il brahmanah pathi, di cui parla questo verso, è il sentiero sul quale l’uomo prende coscienza della propria vera natura, che è quella di essere parte integrante del Signore Supremo (manifestato sotto i Suoi tre aspetti di Brahman, Paramatma e Bhagavan). Sri Krishna, la Persona Suprema, è l’aspetto totale della Verità Assoluta, perciò l’uomo che si sottomette a Krishna ha raggiunto il fine di tutti gli yoga. La via che ha scelto, il bhakti-yoga, o la coscienza di Krishna, è la via suprema, la più diretta, perché le altre conducono prima alla realizzazione del Brahman, poi del Paramatma e solo alla fine, dopo innumerevoli vite, a quella di Bhagavan: bahunam janmanam ante. (B.g. 7.19)
VERSO 39
etan me samsayam krishna
chettum arhasy asesatah
tvad-anyah samsayasyasya
chetta na hy upapadyate
etat: questo è; me; mio; samsayam: dubbio; krishna: o Krishna; chettum: dissipare; arhasi: Ti è richiesto; asesatah: completamente; tvat: che Te; anyah: altro; samsayasya: del dubbio; asya: questo; chetta: colui che rimuove; na: mai; hi: certamente; upapadyate: è trovato.
TRADUZIONE
Questo è il mio dubbio, o Krishna. Ti prego, dissipalo completamente. Nessuno, tranne Te, può distruggerlo.
SPIEGAZIONE
Krishna, che conosce perfettamente il passato, il presente e il futuro, ha insegnato, all’inizio della Bhagavad-gita, che tutti gli esseri sono entità individuali, lo erano nel passato e lo saranno nell’avvenire, anche dopo essere liberati dai legami della materia. La questione sul futuro dell’essere individuale è dunque già stata chiarita, ma Arjuna vuole ora sapere ciò che accade a colui che fallisce nel tentativo verso la perfezione.
Krishna non ha uguali ed superiore a tutti, compresi i cosiddetti grandi saggi e filosofi, anche loro soggetti alla natura materiale. Il verdetto di Krishna è la risposta conclusiva e completa che annulla tutti i dubbi, perché Egli conosce perfettamente il passato, il presente e il futuro, ma nessuno conosce Lui. Soltanto Krishna e i Suoi devoti possono conoscere le cose nella loro realtà.
VERSO 40
sri-bagavan uvaca
partha naiveha namutra
vinasas tasya vidyate
na hi kalyana-krit kascid
durgatim tata gacchati
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Suprema Persona disse; partha: o figlio di Pritha; na eva: mai così; iha: in questo mondo materiale; na: mai; amutra: nella vita futura; vinasah: distruzione; tasya: sua; vidyate: esiste; na: mai; hi: certamente; kalyana-krit: chi è impegnato in attività propizie; kascit: chiunque; durgatim: alla degradazione; tata: Mio amico; gacchati: va.
TRADUZIONE
Dio, la Persona Suprema, disse:
O figlio di Pritha, lo spiritualista impegnato in attività propizie non incontra mai la distruzione né in questo mondo né nel mondo spirituale; chi agisce bene, amico Mio, non è mai sopraffatto dal male.
SPIEGAZIONE
Nello Srimad Bhagavatam, Sri Narada Muni rivolge a Vyasadeva queste parole:
tyakva sva-dharmam caranambujam harer
bhajann apakvo ’tha patet tato yadi
yatra kva vabhadram abhud amusya kim
ko vartha apto ‘bhajatam sva-dharmatah
“Chi abbandona ogni progetto materiale e prende completo rifugio in Dio la Persona Suprema, non corre alcun rischio di degradarsi o di perdere qualcosa. Chi invece compie alla perfezione i doveri materiali, ma senza adorare Dio, non ha alcun frutto.” (S.B.1.5.17)
Lo spiritualista che vuole progredire sul sentiero spirituale, verso la coscienza di Krishna, deve cessare di compiere ogni attività materiale, abituale o conforme alle Scritture. Si può ribattere che adottando fino in fondo la coscienza di Krishna si raggiunge la più alta perfezione, ma se non si raggiunge questa perfezione allora si perde tutto, materialmente e spiritualmente. Le scritture insegnano che un uomo dovrà soffrire se trascura i suoi doveri materiali; non succederà forse la stessa cosa a chi non compie correttamente i doveri spirituali? Lo Srimad Bhagavatam rassicura lo spiritualista che ha fallito nel suo tentativo; anche se dovrà soffrire per non essersi assunto le sue responsabilità materiali, ciò che ha fatto nella coscienza di Krishna non sarà mai dimenticato; perfino se nasce in una famiglia di bassa condizione, egli è sicuro di riprendere il suo avanzamento spirituale dal punto in cui l’aveva abbandonato. Invece, l’uomo che non è cosciente di Krishna non otterrà alcun risultato positivo, anche se ha compiuto tutti i suoi doveri materiali.
L’umanità può essere divisa in due gruppi: coloro che accettano i princìpi regolatori dell’esistenza e coloro che li rifiutano. Questi ultimi cercano solo di appagare i sensi, come fanno le bestie, senza sapere nulla della reincarnazione e della liberazione; che siano civilizzati o no , eruditi o no, forti o deboli, la loro vita è priva di qualsiasi gioia, perché non fanno altro che lasciarsi andare alle tendenze animalesche: mangiare, dormire, accoppiarsi e difendersi. Per soddisfare queste tendenze devono restare per sempre nell’universo materiale, dove la vita è solo sofferenza. Al contrario, coloro che seguono le regole delle Scritture, si elevano gradualmente fino alla coscienza di Krishna.
Coloro che aderiscono ai princìpi regolatori si dividono a loro volta in tre gruppi: 1) quelli che godono della prosperità materiale osservando i codici delle Scritture, 2) quelli che cercano di liberarsi per sempre della materia e 3) quelli che si dedicano a servire Krishna. Il primo gruppo, cioè coloro che agiscono secondo le Scritture per desiderio di gioie materiali, si divide ancora in due categorie: quelli che aspirano ai frutti delle loro attività e quelli che non ricercano alcun piacere dei sensi. Coloro che aspirano ai frutti dell’azione per la gratificazione dei sensi otterranno forse una migliore condizione di vita, fino a raggiungere i pianeti celesti, dove abbondano i piaceri, ma la via che hanno scelto non è considerata propizia perché non conduce fuori dell’esistenza materiale. Le uniche attività propizie sono quelle che portano alla realizzazione spirituale e alla liberazione dalle concezioni materiali della vita. Le attività nella coscienza di Krishna sono le uniche propizie, e chiunque accetti le condizioni, anche difficili, necessarie a progredire sul sentiero della coscienza di Krishna, dev’essere considerato un perfetto yogi.
Anche l’astanga-yoga è considerata un’attività propizia, perché mira al fine ultimo, la coscienza di Krishna, e chiunque vi si applichi con serietà non deve temere alcuna degradazione.
VERSO 41
prapya punya-kritam lokan
usitva sasvatih samah
sucinam srimatam gehe
yoga-bhasto ’bhijayate
prapya: dopo aver raggiunto; punya-kritam: di coloro che compirono attività pie; lokan: pianeti; usitva: dopo aver abitato; sasvatih: molti; samah: anni; sucinam: degli uomini virtuosi; sri-matam: degli uomini prosperi; gehe: nella casa; yoga-bhrastah: chi è caduto dalla via della realizzazione spirituale; abhijayate: prende nascita.
TRADUZIONE
Dopo innumerevoli anni di godimento sui pianeti dei virtuosi, lo yogi che non ha raggiunto il successo nasce in una famiglia pia o in una famiglia ricca e aristocratica.
SPIEGAZIONE
Tra gli yogi che hanno fallito nella perfezione dello yoga si distinguono due gruppi: coloro che sono caduti dopo un lieve progresso e coloro che sono caduti dopo una lunga pratica. I primi saranno trasferiti sui pianeti superiori, residenza degli esseri virtuosi, e dopo un lungo soggiorno in quei luoghi paradisiaci saranno rinviati sul nostro pianeta dove nasceranno in famiglie di virtuosi brahmana vaisnava o di ricchi e colti vaisya.
Il vero scopo dello yoga è raggiungere la coscienza di Krishna, la perfezione più alta. Ma coloro che non perseverano sulla via dello yoga e l’abbandonano prima di arrivare allo scopo finale a causa degli attaccamenti materiali ottengono, per la grazia del Signore, di soddisfare le loro tendenze materiali. Dopodiché hanno la possibilità di condurre una vita prospera in una famiglia virtuosa o agiata. Questa nascita offre loro ogni facilitazione per riprendere il cammino verso la perfezione della coscienza di Krishna.
VERSO 42
atha va yoginam eva
kule bhavati dhimatam
etad dhi durlabhataram
loke janma yad idrisam
atha va: o; yoginam: di spiritualisti eruditi; eva: certamente; kule: nella famiglia; bhavati: prende nascita; dhi-matam: di coloro che sono dotati di grande saggezza; etat: questo; hi: certamente; durlabha-taram: molto raro; loke: in questo mondo; janma: nascita; yat: ciò che; idrisam: come questo.
TRADUZIONE
Oppure [se ha fallito dopo una lunga pratica di yoga] nasce in una famiglia di spiritualisti dotati di grande saggezza. Una simile nascita è certamente rara in questo mondo.
SPIEGAZIONE
In questo verso il Signore loda il beneficio di nascere in una famiglia di yogi o di spiritualisti, di persone molto sagge, perché è l’occasione, soprattutto nelle famiglie di acarya o di gosvami, per essere incoraggiati alla vita spirituale fin dalla tenera età. Per tradizione e per educazione, i componenti di queste famiglie sono persone erudite, devote a Dio e capaci di diventare maestri spirituali quando ne è il momento. In India sono molte le famiglie di acarya, ma il progressivo decadimento dell’educazione spirituale ha provocato la loro lenta degradazione. Per la grazia del Signore resta ancora qualcuna di queste famiglie, che di generazione in generazione produce spiritualisti elevati. nascere in queste famiglie è la più grande benedizione, e il Signore l’accordò al nostro maestro spirituale, Om Visnupada Srimad Bhaktisiddhanta Sarasvati Gosvami Maharja, e anche alla nostra umile persona; così fu possibile a entrambi praticare il servizio di devozione fin dalla più tenera infanzia. E in seguito, per ordine supremo le nostre strade si sono incontrate.
VERSO 43
tatra tam buddhi-samyogam
labhate paurva-dehikam
yatate ca tato bhuyah
samsiddhau kuru-nandana
tatra: allora; tam: quello; buddhi-samyogam: risveglio di coscienza; labhate: ottiene; paurva-dehikam: dal corpo precedente; yatate: si sforza; ca: anche; tatah: in seguito; bhuyah: di nuovo; samsiddhau: per la perfezione; kuru-nandana: o figlio di Kuru.
TRADUZIONE
Con questa nascita, o figlio di Kuru, egli ritrova la coscienza divina raggiunta nella vita precedente e tenta di fare ulteriori progressi per ottenere il successo completo.
SPIEGAZIONE
L’esempio del re Bharata mostra come colui che ha fallito nello yoga può rinascere in una famiglia virtuosa, favorevole alla continuazione del progresso spirituale interrotto. Bharata era l’imperatore del mondo, e dal suo regno gli esseri celesti diedero alla Terra il nome di Bharata-varsa, mentre fin allora era chiamata Ilavrita-varsa. Ancora giovane l’imperatore abdicò per consacrarsi alla ricerca della perfezione spirituale, senza però raggiungerla. Nacque una seconda volta, poi una terza volta, in una famiglia di brahmana virtuosi. Poiché visse sempre in solitudine e non parlò con nessuno fu chiamato Jada Bharata. E venne il giorno in cui il re Rahugana scoprì in lui il più grande degli spiritualisti. La sua vita è la prova che qualunque sforzo verso la coscienza spirituale, o la pratica dello yoga, non va mai perduto. Per la grazia del Signore lo spiritualista ottiene ripetute occasioni per raggiungere la perfezione completa nella coscienza di Krishna.
VERSO 44
purvabhyasena tenaiva
hriyate hy avaso ’pi sah
jijnasur api yogasya
sabda-brahmativartate
purva: precedente; abhyasena: con la pratica; tena: per quella; eva: certamente; hriyate: é attratto; hi: sicuramente; avasah: automaticamente; api: anche; sah: egli; jijnasuh: desideroso di sapere; api: anche; yogasya: sullo yoga; sabda-brahma: princìpi ritualistici delle scritture; ativartate: trascende.
TRADUZIONE
Grazie alla coscienza divina ottenuta nella sua vita precedente, egli rimane attratto dai princìpi dello yoga anche senza volerlo. Tale spiritualista, sempre desideroso di progredire, ha già superato tutti i princìpi ritualistici delle Scritture.
SPIEGAZIONE
Gli yogi avanzati nella vita spirituale non hanno molto interesse per i riti menzionati nelle Scritture, ma sono spontaneamente attratti dai princìpi dello yoga, che possono elevarli fino alla completa coscienza di Krishna, la più alta perfezione dello yoga. Questo disinteresse degli spiritualisti per i riti vedici è descritto nello Srimad Bhagavatam come segue:
aho bata sva-paco ’to gariyan
yaj-jihvagre vartate nama tubhyam
tepus tapas te juhuvuh sasnur arya
brahmanucur nama grnanti ye te
“O Signore, coloro che cantano i Tuoi santi nomi sono estremamente elevati nella coscienza spirituale, anche se provengono da famiglie di mangiatori di cani. Per poter cantare i Tuoi nomi hanno dovuto compiere moltissime austerità, eseguire innumerevoli sacrifici, bagnarsi in tutti i luoghi sacri e studiare perfettamente tutte le Scritture.” (S.B. 3.33.7)
Sri Caitanya ne diede l’esempio perfetto accettando come uno dei Suoi principali discepoli Haridasa µhakura, benché fosse di origine musulmana. Il Signore lo fece diventare il namacarya (l’acarya del santo nome) perché era sempre stato fedele al suo voto di dire ogni giorno trecentomila nomi del Signore recitando: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Il fatto che Haridasa µhakura potesse pronunciarsi costantemente il nome del Signore indica che nella vita precedente aveva eseguito tutti i riti dei Veda (sabda-brahma). Infatti, se non si è purificati non si possono seguire i princìpi della coscienza di Krishna né cantare i santi nomi del Signore.
VERSO 45
prayatnad yatamanas tu
yogi samsuddha-kilbisah
aneka-janma-samsiddhas
tato yati param gatim
prayatnat: con la rigida pratica; yatamanah: sforzandosi; tu: e; yogi: uno spiritualista come questo; samsuddha: purificato; kilbisah: tutte le cui colpe; aneka: dopo moltissime; janma: nascite; samsiddhah: avendo raggiunto la perfezione; tatah: in seguito; yati: ottiene; param: la suprema; gatim: destinazione.
TRADUZIONE
Purificato da ogni contaminazione, lo yogi si sforza sinceramente di fare ulteriori progressi, finché dopo numerose vite di pratica ottiene la perfezione e raggiunge la destinazione suprema.
SPIEGAZIONE
Chi nasce in una famiglia virtuosa, agiata o cosciente di Dio capisce che queste condizioni sono particolarmente favorevoli alla pratica dello yoga, e riprende con determinazione il suo compito interrotto, fino alla completa purificazione. Quando è libero da ogni contaminazione materiale raggiunge la perfezione suprema, la coscienza di Krishna. La Bhagavad-gita lo conferma:
yesam tv anta-gatam papam
jananam punya-karmanam
te dvandva-moha-nirmukta
bhajante mam dridha-vratah
“Dopo innumerevoli vite di attività pie, quando si è completamente liberi da ogni contaminazione e da ogni dualità, frutto dell’illusione, ci si dedica al trascendentale servizio d’amore al Signore.” (B.g.7.28)
VERSO 46
tapasvibhyo ’dhiko yogi
jnanibhyo ’pi mato ‘dhikah
karmibhyas cadhiko yogi
tasmad yogi bhavarjuna
tapasvibhyah: degli asceti; adhikah: più grande; yogi: lo yogi; jnanibhyah: del saggio; api: anche; matah: considerato; adhikah: più grande; karmibhyah: di coloro che compiono attività interessate; ca: anche; adhikah: più grande; yogi: lo yogi; tasmat: perciò; yogi: uno spiritualista; bhava: diventa; arjuna: o Arjuna.
TRADUZIONE
Lo yogi è più elevato dell’asceta, più elevato del filosofo empirico e più elevato dell’uomo che aspira ai frutti dell’azione. Perciò, in ogni circostanza, sii uno yogi, Arjuna.
SPIEGAZIONE
Quando si parla di yoga s’intende il metodo che permette di unire la nostra coscienza alla Verità Suprema e Assoluta. Secondo le pratiche adottate, lo yoga prende nomi diversi: karma-yoga (quando insiste sull’azione interessata), jnana-yoga (quando si orienta verso la ricerca filosofica), e bhakti-yoga (quando si fonda sulla relazione devozionale che unisce l’essere individuale al Signore Supremo). Il bhakti-yoga, o la coscienza di Krishna, èil più elevato di tutti gli yoga, come mostrerà il verso seguente. Il Signore afferma in questo verso che lo yogi è superiore al karmi, che agisce sul piano materiale, ma non dice che è superiore al bhakti-yogi. Nessun tipo di yoga può essere più perfetto del bhakti-yoga, che è la conoscenza spirituale nella sua forma più pura. Senza la conoscenza del sé spirituale, l’ascetismo è incompleto. Anche la conoscenza empirica senza l’abbandono al Signore Supremo è incompleta. E l’azione interessata, compiuta senza essere coscienti di Dio, è solo una perdita di tempo. La forma più alta di yoga è dunque il bhakti-yoga, come spiega chiaramente il verso che segue.
VERSO 47
yoginam api sarvesam
mad-gatenantar-atmana
sraddhavan bhajate yo mam
sa me yuktatamo matah
yoginam: di yogi; api: anche; sarvesam: ogni genere di; mat-gatena: dimorando in Me, sempre pensando a Me; antah-atmana: in se stesso; sraddha-van: in piena fede; bhajate: offrire un servizio d’amore trascendentale; yah: colui che; mam: a Me (il Signore Supremo); sah: egli; me: da Me; yukta-tamah: il più grande yogi; matah: è considerato.
TRADUZIONE
E tra tutti gli yogi, colui che con grande fede dimora sempre in Me, pensa a Me e Mi offre il suo servizio con amore e devozione è il più intimamente unito a Me nello yoga ed è il più elevato di tutti. Questa è la Mia opinione.
SPIEGAZIONE
La parola bhajate è piena di significato. La sua radice è il verbo bhaj, che traduce l’idea del servire. Le parole italiane “adorare”, “rendere culto”, “venerare”, “riverire” non rendono esattamente il senso di bhaja, poiché indicano semplicemente una sfumatura di contemplazione, di offerta interessata o di affetto rispettoso verso un superiore, mentre bhaja significa servire con fede e amore e si rivolge solo al Signore Supremo. Si è considerati irriverenti se non si rispetta un essere celeste o un gentiluomo, ma si è decisamente condannati se si trascura di servire il Signore Supremo. L’essere vivente è parte integrante di Dio, perciò ha la funzione di servire il Signore; se tralascia questo dovere si degraderà, come conferma lo Srimad Bhagavatam:
ya esam purusam saksad
atma-prabhavam isvaram
na bhajanty avajananti
sthanad bhrastah patanty adhah
“Chiunque trascuri il proprio dovere verso il Signore originale, sorgente di tutti gli esseri, e rifiuti di servirLo, cadrà dalla sua posizione originale ed eterna.” (S.B.11.5.3)
Anche qui si trova la parola bhajanti che viene usata per rivolgersi esclusivamente al Signore Supremo, al contrario di “venerare”, o di “rendere culto”, che possono essere usate per gli esseri celesti o per altre personalità comuni. Notiamo inoltre il termine avajananti, che si trova anche nella Bhagavad-gita: avajananti mam mudhah, soltanto gli sciocchi e gli invidiosi rinnegano Sri Krishna, la Persona Suprema. Gli sciocchi, che si permettono di scrivere commenti sulla Bhagavad-gita senza aver mostrato verso il Signore la minima volontà di servirLo, non possono cogliere la differenza tra bhajanti e “venerazione”.
Tutti gli yoga conducono alla bhakti, che è il vero yoga. Tutte le altre forme non sono che gradini verso il bhakti-yoga. Dal karma-yoga, la strada è lunga. Si comincia col karma-yoga, cioè con l’agire senza aspirare ai frutti delle proprie azioni; poi, quando la conoscenza e la rinuncia maturano, si passa al jnana-yoga, il quale, quando è accompagnato dalla meditazione sull’Anima Suprema e dagli esercizi fisici, diventa astanga-yoga. Quando, infine, la meditazione si sposta su Krishna, la Persona Suprema, si raggiunge la perfezione dello yoga, la bhakti.
In realtà, il bhakti-yoga è il fine ultimo, ma per ben analizzarlo è necessario comprendere gli altri metodi. Lo spiritualista che avanza gradualmente sulla scala dello yoga procede dunque sulla via dell’eterna fortuna; ma se si arresta a un gradino della scala, egli non sarà più che un karma-yogi, un dhyana-yogi, un raja-yogi, un hatha-yogi e cosi via. Colui che ha l’immensa fortuna di arrivare fino al bhakti-yoga supera tutti gli altri yogi. Diventare coscienti di Krishna rappresenta dunque la perfezione dello yoga. Immaginiamo per un istante che le diverse forme di yoga siano alle montagne himalayane, le cui cime sono le più alte della terra; si potrebbe allora paragonare il bhakti-yoga al monte Everest, la più alta di tutte le cime.
È una grande fortuna se una persona giunge alla coscienza di Krishna e si colloca in modo adeguato, secondo le direttive vediche, sul sentiero del bhakti-yoga. Lo yogi perfetto fissa la mente su Krishna, Syamasundara, sulla Sua meravigliosa carnagione che ha il colore di una nuvola carica di pioggia, il Suo volto bello come il fiore di loto, sfolgorante come il sole, i Suoi vestiti luccicanti di gioielli e il Suo corpo ornato di una ghirlanda di fiori. Il Signore illumina tutto col Suo sfolgorio (il brahmajyoti) e Si manifesta in diverse forme, come quella di Rama, Nrisimha, Varaha, e anche nella Sua forma originale di Krishna. La persona Suprema, Krishna, Govinda, Vasudeva, apparve come il figlio di Yasoda 5.000 anni fa. Egli è il bambino, lo sposo, l’amico e il maestro perfetto; Egli possiede tutte le perfezioni e tutte le qualità trascendentali. Chi rimane sempre cosciente di questi aspetti del Signore è lo yogi più elevato. La più alta perfezione dello yoga può essere raggiunta solo con la bhakti, come tutte le Scritture confermano:
yasya deve para bhaktir
yatha deve tatha gurau
tasyaite kathita hy arthah
prakasante mahatmanah
“Il significato e il valore del sapere vedico si rivelano immediatamente e in tutta la loro pienezza solo alle grandi anime dotate di una completa fede in Dio e nel maestro spirituale.” (Svetasvatara Upanisad 6.23)
Bhaktir asya bhajanam tad ihamutropadhi-nairasyenamusmin manah-kalpanam, etad eva naiskarmyam: “La bhakti è il servizio offerto con una completa devozione al Signore, senza l’intenzione di trarne il minimo profitto materiale, in questa vita o nelle prossime. Libero da queste tendenze egoistiche, l’uomo deve fissare la mente sull’Essere Supremo. Ecco lo scopo del naiskarmmya.” (Gopala-tapani Upanisad 1.15)
Questi sono alcuni aspetti della pratica della bhakti, o coscienza di Krishna, il più perfetto di tutti gli yoga.
Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul sesto capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “Il dhyana-yoga.”
NOTE
1. Si considerano generalmente otto siddhi principali:
1) anima-siddhi: diventare infinitamente piccolo;
2) laghima-siddhi: diventare infinitamente leggero;
3) prapti-siddhi: ottenere tutto ciò che si desidera;
4) prakamya-siddhi: compiere ogni sorta di meraviglie;
5) mahima-siddhi: diventare infinitamente grande;
6) isita-siddhi: creare o distruggere qualsiasi cosa;
7) vasita-siddhi: dominare qualunque essere;
8) kamavasayita-siddhi: attuare l’impossibile;
2. Vedi nota 3 capitolo 2.
3. Vedi nota capitolo 3.
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