LA BHAGAVAD-GITA

COSI' COM'E' DI SWAMI PRABHUPADA

 

 

 

CAPITOLO 8

RAGGIUNGERE IL SUPREMO



VERSO 1

arjuna uvaca
kim tad brahma kim adhyatmam
kim karma purusottama
adhibhutam ca kim proktam
adhidaivam kim ucyate


arjunah uvaca: Arjuna disse: kim: che cosa; tat: quella; brahma: Brahman; kim: che cosa; adhyatmam: il sé; kim: che cosa; karma: attività interessate; purusa-uttama: o Persona Suprema; adhibhutam: la manifestazione materiale; ca: e; kim: che cosa; proktam: è chiamato; adhidaivam: gli esseri celesti; kim: che cosa; ucyate: è chiamato.



TRADUZIONE

Arjuna chiese:
O mio Signore, o Persona Suprema, che cos’è il Brahman? Che cos’è il sé? Che cosa sono le attività interessate? Che cos’è questa manifestazione materiale? E chi sono gli esseri celesti? Ti prego, spiegamelo.



SPIEGAZIONE

In questo capitolo Sri Krishna risponde alle domande di Arjuna sul Brahman poi sul karma, o attività interessate, e svilupperà anche i princìpi dello yoga e ciò che riguarda il servizio di devozione fin nella sua forma più pura.

Lo Srimad Bhagavatam spiega che la Verità Suprema e Assoluta appare sotto tre aspetti: Brahman, Paramatma e Bhagavan. Si deve però sapere che il termine Brahman designa anche l’essere individuale, l’anima infinitesimale, così come la parola atma, c’informa il dizionario vedico, si riferisce non solo all’anima, ma anche alla mente, al corpo e ai sensi.

Qui Arjuna chiama il Signore “Purusottama”, “Persona Suprema”. Infatti egli non interroga un semplice amico, bensì la Persona Suprema, riconoscendo in Lui la più elevata autorità in campo spirituale, capace di dargli risposte definitive.





VERSO 2

adhiyajnah katham ko ’tra
dehe ’smin madhusudana
prayana-kale ca katham
jneyo ’si niyatatmabhih

adhiyajnah: il Signore del sacrificio; katham: come; kah: chi; atra: qui; dehe: nel corpo; asmin: questo; madhusudana: o Madhusudana; prayana-kale: al momento della morte; ca: e; katham: come; jneyah asi: puoi essere conosciuto: niyata-atmabhih: dal sé controllato.



TRADUZIONE

Chi è il Signore del sacrificio, o Madhusudana? Come vive nel corpo? E come potranno conoscerTi al momento della morte coloro che Ti servono con devozione?



SPIEGAZIONE

Il “Signore del sacrificio” di cui parla il verso può riferirsi a Indra, capo degli esseri celesti che amministrano il mondo, ma anche a Visnu, capo dei principali esseri celesti, come Brahma e Siva. Visnu, capo dei principali esseri celesti, come Brahma e Siva. Visnu e Indra sono entrambi onorati con degli yajna (sacrifici). Quale dei due si deve dunque considerare “il” Signore del sacrificio? E come questo Signore vive nel corpo di ogni essere? Questo è ciò che desidera sapere Arjuna. 
Le domande di Arjuna fanno trapelare certi dubbi che non sarebbero dovuti germogliare nella mente di un devoto, una persona cosciente di Krishna come lui. Tali dubbi sono come demoni. Poiché Krishna è molto esperto a uccidere demoni, Arjuna si rivolge a Lui chiamandolo Madhusudana uccisore del demone Madhu, affinché Egli uccida tutti i dubbi demoniaci sorti nella sua mente.

Il termine prayana-kale in questo verso è molto significativo, perché tutto ciò che facciamo nel corso della vita sarà messo alla prova al momento della morte. Arjuna è molto ansioso di conoscere il comportamento di coloro che sono costantemente impegnati nella coscienza di Krishna. Quale sarà la loro posizione al momento conclusivo? All’istante della morte tutte le funzioni corporee sono sconvolte e la mente non si trova nella condizione appropriata. Così disturbati per le condizioni del corpo non è facile ricordare il Signore Supremo. Maharaja Kulasekhara, grande devoto prega: “Mio Signore, ora che la mia salute è buona è meglio che io muoia immediatamente, in modo che il cigno della mia mente possa trovare spazio tra gli steli.” Questa analogia è usata qui perché il cigno, uccello d’acqua, prova piacere nel penetrare lo stelo dei fiori di loto. Maharaja Kulasekhara dice al Signore: “Ora la mia mente è indisturbata e sono in buona salute. Se muoio immediatamente pensando ai Tuoi piedi di loto sono sicuro che il compimento del mio servizio devozionale giungerà alla perfezione. Ma se devo aspettare la mia morte naturale, allora non so che cosa accadrà perché in quel momento le funzioni del corpo saranno sconvolte, mi sentirò soffocare e non so se potrò cantare il Tuo nome. Meglio per me morire immediatamente.” Arjuna s’informa in che modo una persona può fissare la mente su Krishna in quel momento conclusivo.





VERSO 3

sri-bhagavan uvaca
aksaram brahma paramam
svabhavo ’dhyatmam ucyate
bhuta-bhavodbhava-karo
visargah karma-samjnitah

sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; aksaram: indistruttibile; brama: Brahman; paramam: trascendentale; svabhavah: natura eterna; adhyatmam: il sé; ucyate: è chiamato; bhuta-bhava-udbhava-karah: che produce i corpi materiali degli esseri viventi; visargah: creazione; karma: attività interessate; samjnitah: è chiamata.



TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, disse:
L’essere vivente, indistruttibile e trascendentale, è chiamato Brahman, e la sua natura eterna è chiamata adhyatma, il sé. L’insieme delle azioni che determinano i corpi di cui l’essere si rivestirà è chiamato karma, ossia attività interessata.



SPIEGAZIONE

Il Brahman è indistruttibile, eternamente esistente e la sua costituzione non è mai soggetta a mutamento. Ma al di là del Braman c’è Parabrahman. Il Brahman si riferisce all’essere vivente, mentre il Parabrahman si riferisce a Dio, la Persona Suprema. La posizione costituzionale dell’essere vivente è differente dalla posizione che egli asume nel mondo materiale. Nella coscienza materiale la sua tendenza è quella di cercare di controllare la materia, mentre nella coscienza spirituale, la coscienza di Krishna, la sua posizione è quella di servire il Supremo. Quando si situa nella coscienza materiale l’essere deve rivestirsi di innumerevoli corpi in questo mondo. Ciò è chiamato karma, varietà di creazioni determinate dalla forza della coscienza materiale.

I Testi vedici chiamano l’essere individuale jivatma o Brahman, mai Parabrahman, che serve a indicare solo il Signore. L’essere vivente (jivatma) è definito anche come l’energia marginale del Signore perché può, a sua scelta immergersi nell’oscura natura materiale e identificarsi con la materia, oppure identificarsi con l’energia spirituale, superiore. Secondo la sua tendenza ad avvicinarsi all’una o all’altra energia, l’essere assume un corpo corrispondente, che è materiale o spirituale. Il posto che occupa in questo mondo non corrisponde alla sua vera e originale natura, che è quella di servire il Signore Supremo con una coscienza spirituale, in coscienza di Krishna. In questo universo l’essere individuale è spinto dalla sua coscienza materiale verso il desiderio di dominare la materia; di conseguenza deve subire la legge del karma e rinascere infinite volte tra le 8.400.000 specie viventi, ora come essere celeste, ora come uomo, ora come animale e così via, mentre nel mondo spirituale la sua forma è una sola. Compiendo sacrifici (yajna) l’uomo può raggiungere i pianeti superiori e godere di piaceri paradisiaci, ma appena esauriti i suoi meriti tornerà sulla Terra in un corpo umano. Questo processo è chiamato karma.

La Chandogya Upanisad descrive il metodo dei sacrifici vedici. Sull’altare del sacrificio, cinque offerte sono presentate in cinque fuochi sacrificali. I cinque fuochi rappresentano i pianeti celesti, le nuvole, la terra, l’uomo e la donna, e le cinque offerte sono la fede, colui che gode sul pianeta lunare, la pioggia, i cereali e lo sperma. Seguendo questo sentiero, l’essere vivente compie particolari sacrifici per raggiungere determinati pianeti celesti e di conseguenza li raggiunge. Ma quando il merito del sacrificio è esaurito, l’essere, l’anima, scende in una goccia di pioggia, poi è trasferito in un chicco di cereale; questo chicco, mangiato da un uomo, è trasformato in sperma, che feconderà una donna; in questo modo l’essere otterrà di nuovo un corpo umano per poter compiere dei sacrifici, e il ciclo ricomincia. Così, l’essere condizionato va e viene senza fine sul sentiero materiale. La persona cosciente di Krishna, invece, non offre sacrifici agli esseri celesti ma adotta direttamente la coscienza di Krishna, preparando così il suo ritorno al Signore.

I commentatori impersonalisti della Bhagavad-gita sostengono, senza alcuna ragione, che il Brahman Supremo prende la forma di un jiva quando scende nell’universo materiale e spiegano questa tesi col settimo verso del quindicesimo capitolo. Ma anche questo verso descrive gli esseri individuali come frammenti eterni del Signore. Infatti, gli esseri possono cadere nell’universo Supremo, chiamato anche Acyuta, “Infallibile”, non cade mai. Gli argomenti dei commentatori impersonalisti sono dunque privi di qualsiasi fondamento. Non dimentichiamoci mai della distinzione che fanno le Scritture tra il Brahman (l’essere individuale) e il Parabrahman (il Signore Supremo).





VERSO 4

adhibhutam ksaro bhavah
purusas cadhidaivatam
adhiyajno ’ham evatra
dehe deha-britam vara

adhibhutam: la manifestazione fisica; ksarah: cambiando costantemente; bhavah: natura; purusah: la forma universale, inclusi tutti gli esseri celesti come il sole e la luna; ca: e; adhidaivatam: detto adhidaiva; adhiyajnah: l’Anima Suprema; aham: Io (Krishna); eva: certamente; atra: in questo; dehe: corpo; deha-bhritam: dell’essere incarnato; vara: o migliore.



TRADUZIONE

O migliore tra gli esseri incarnati, la natura fisica che è in perenne mutamento, e definita adhibhuta [manifestazione materiale]. La forma universale del Signore, che include tutti gli esseri celesti, come il deva del sole e quello della luna, è definita adhidaiva e Io, il Signore Sovrano, che abito nel cuore di ogni essere come il deva del sole e quello della luna, è definita adhidaiva e Io, il Signore Sovrano, che abito nel cuore di ogni essere come Anima Suprema, sono definito adhiyajna [il Signore del sacrificio].



SPIEGAZIONE

La natura materiale, chiamata adhibhuta, è in costante mutamento; infatti i corpi materiali attraversano generalmente sei fasi: nascita, crescita, stabilizzazione, riproduzione, declino e morte. La natura materiale fu creata in un preciso momento e in un preciso momento sarà distrutta. Quanto alla forma concettuale del Signore Supremo, chiamata anche forma universale, che include tutti gli esseri celesti e i loro pianeti, è detta adhidaivata. 
Presente in ogni corpo, accanto all’anima individuale, Si trova l’Anima Suprema o Paramatma, emanazione plenaria di Sri Krishna. L’Anima Suprema o Paramatma, è chiamata anche adhiyajna, il “Signore del sacrificio” ed è situata nel cuore. Questo Paramatma non è differente da Krishna stesso, come mette in rilievo questo verso con la parola eva. Il Paramatma è all’origine dei vari tipi di coscienza dell’anima individuale ed è anche testimone di ogni sua attività; dà all’anima individuale la possibilità di agire liberamente, poi diventa il testimone delle sue azioni. 
Il puro devoto di Krishna, pienamente impegnato nel servizio d’amore al Signore, comprende subito le funzioni di queste diverse manifestazioni del Signore. Il neofita, invece, che non sa avvicinare il Signore Supremo nella Sua forma del Paramatma, potrà contemplarLo nella forma adhidaivata o virat-purusa, la Sua immensa forma universale, in cui i pianeti inferiori sono paragonati alle Sue gambe, il sole e la luna ai Suoi occhi e il sistema planetario superiore alla Sua testa.





VERSO 5

anta-kale ca mam eva
smaram muktva kalevaram
yah prayati sa mad-bhavam
yati nasty atra samsayah

anta-kale: alla fine della vita: ca; anche; mam: Me; eva: certamente; smaran: ricordando; muktva: lasciando; kalevaram: il corpo; yah: egli; mat-bhavam: la Mia natura; yati: ottiene; na: non; asti: vi è; samsayah: dubbio.



TRADUZIONE

Chiunque, alla fine della vita, lasci il corpo ricordando Me soltanto, raggiunge la Mia natura. Non vi è alcun dubbio.



SPIEGAZIONE

Questo verso insiste sull’importanza della coscienza di Krishna. Infatti, chiunque abbandoni il corpo in piena coscienza di Krishna raggiunge subito la dimora trascendentale del Signore Supremo. Il Signore Supremo è il più puro del più puro perciò l’uomo che è sempre cosciente di Krishna è anche lui il più puro. Di qui l’importanza del termine smaran “ricordarsi”; ma il ricordo di Krishna non potrà sorgere nella mente dell’anima impura che non ha praticato il servizio nella coscienza di Krishna. Si dovrebbe dunque praticare la coscienza di Krishna findall’inizio della vita. Se si vuole ottenere il successo alla fine della vita è essenziale ricordare Krishna cantando incessantemente il maha-mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Sri Caitanya ha consigliato di essere tolleranti come un albero (taror iva sahisnuna). Possono essere molti gli impedimenti per una persona che sta cantando Hare Krishna, ma se tolleriamo questi impedimenti continuando a cantare Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare, alla fine della vita potremo godere del pieno beneficio della coscienza di Krishna.





VERSO 6

yam yam vapi smaran bhavam
tyajaty ante kalevaram
tam tam evaiti kaunteya
sada tad-bhava-bhavitah

yam yam: qualunque; va api: affattto; smaram: ricordando; bhavam: natura; tyajati: abbandona; ante: alla fine; kalevaram: questo corpo; tam tam: simile; eva: certamente; eti: riceve; kaunteya: o figlio di Kunti; sada: sempre; tat: quella; bhava: condizione dell’essere; bhavitah: ricordando.



TRADUZIONE

Qualunque condizione di esistenza si ricordi all’istante di lasciare il corpo, o figlio di Kunti, quella stessa condizione sarà senza dubbio raggiunta.



SPIEGAZIONE

Krishna spiega in questo verso come trasformare la nostra condizione al momento critico della morte. Una persona che alla fine della vita lascia il corpo pensando a Krishna raggiunge la natura trascendentale del Signore Supremo, ma non è vero che una persona che pensa a qualcosa che non è Krishna raggiunge lo stesso livello trascendentale. Com’è possibile dunque morire nella giusta condizione mentale? Maharaja Bharata, per esempio, benché fosse una grande personalità, morì pensando a un cervo e nella vita successiva fu trasferito in un corpo di cervo. Sebbene in quel corpo mantenne il ricordo della sua esistenza passata, dovette pur sempre accettare un corpo animale.

I nostri pensieri all’istante della morte sono determinati soprattutto dall’insieme delle azioni e dei pensieri accumulati durante tutta la nostra vita: perciò sono le azioni di questa vita a determinare la nostra condizione futura. Se nella vita presente siamo influenzati dalla virtù e pensiamo sempre a Krishna, ricordare Krishna al momento della morte diventa possibile. Ciò favorirà il nostro trasferimento nella natura trascendentale di Krishna. Se siamo spiritualmente assorti nel servizio di devozione a Krishna nel corso di questa vita, avremo un corpo più materiale ma spirituale quando lasceremo il nostro corpo presente. Il canto del maha-mantra — Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare — è dunque il miglior metodo per cambiare con successo lo stato della nostra esistenza al momento della morte.





VERSO 7

tasmat sarvesu kalesu
mam anusmara yudhya ca
mayy arpita-mano-buddhir
mam evaisyasy asam

tasmat: perciò; sarvesu: in ogni; kalesu: tempo; mam: Me; anusmara; continua a ricordare; yudhya: lotta; ca: anche; mayi: a Me; arpita: arrendendo; manah: mente; buddhih: intelletto; mam: a Me; eva: sicuramente; esyasi: verrai; asamsayah: al di là di ogni dubbio.



TRADUZIONE

Perciò, Arjuna, pensa sempre a Me nella mia forma di Krishna, pur continuando nel tuo dovere di combattere. Dedicando a Me le tue azioni e fissando in Me la tua mente e la tua intelligenza, senza dubbio verrai a Me.



SPIEGAZIONE

Krishna dà ad Arjuna un insegnamento molto importante per chiunque sia impegnato in attività materiali. Il Signore raccomanda di non abbandonare i doveri e le occupazioni abituali, ma di accompagnarli col ricordo costante di Krishna grazie al canto del maha-mantra Hare Krishna. Questo canto ci purificherà da ogni contaminazione materiale e ci terrà con la mente e l’intelligenza assorti in Krishna. Cantando i nomi di Krishna raggiungeremo senza dubbio il pianeta supremo, Krishnaloka.





VERSO 8

abhyasa-yoga-yuktena
cetasa nanya-gamina
paramam purusam divyam
yati parthanucintayan

abhyasa-yoga: con la pratica; yuktena; essendo impegnati nella meditazione; cetasa: con la mente e l’intelligenza; na anya-gamina: senza alcuna deviazione; paramam: la Suprema; purusam: Personalità di Dio; divyam: trascendentale; yati: si raggiunge; partha: o figlio di Pritha; anucintayan: pensando sempre a.



TRADUZIONE

Colui che medita su di Me, la Persona Suprema, con la mente costantemente assorta nel ricordo di Me, senza mai deviare, è sicuro di raggiungerMi, o Partha.



SPIEGAZIONE

Sri Krishna sottolinea ancora in questo verso quanto sia importante ricordarsi sempre di Lui. Il ricordo di Krishna si ravviva cantando il maha-mantra Hare Krishna. Il canto e ascolto della vibrazione sonora del nome del Signore Supremo occupano la mente, l’orecchio e la lingua, e rappresentano una meditazione facile da praticare, che ci aiuta a raggiungere il Signore Supremo. 
Purusam significa “colui che gode”. Sebbene gli esseri viventi appartengano all’energia marginale del Signore Supremo, ora sono contaminati dalla materia, e credono di poter godere di tutti i piaceri del mondo. Ma questo è l’errore, poiché non è l’essere vivente il beneficiario supremo. Appare chiaro da questo verso che il beneficiario supremo è Dio, la Persona Suprema che nelle Sue diverse manifestazioni ed emanazioni plenarie, come Narayana e Vasudeva, gode di tutto ciò che esiste.

Come la meditazione permette allo yogi di concentrarsi sull’Anima Suprema che abita nel cuore di ognuno, così il canto del mantra Hare Krishna permette al devoto di fissare sempre la mentre sull’oggetto della sua adorazione, sul Signore Supremo, in una delle Sue forme personali (Krishna, Rama, Narayana e innumerevoli altre). Questa pratica costante purifica il devoto e gli permette di accedere al regno di Dio al termine della vita. È necessario imporre alla mente il pensiero di Krishna perché per natura la mente è turbolenta e instabile. Come il bruco diventa farfalla in una sola vita a forza di meditare sulla metamorfosi che desidera compiere, così l’uomo, a forza di pensare a Krishna, è sicuro di ottenere alla fine gli stessi attributi fisici di Krishna.





VERSO 9

kavim puranam anusasitaram
anor aniyamsam anusmared yah
sarvasya dhataram acintya-rupam
aditya-varnam tamasah parastat

kavim: colui che conosce ogni cosa; puranam: il più anziano; anusasitram: che ha il supremo controllo; anoh: dell’atomo; aniyamsam: più piccolo; anusmaret: pensa sempre a; yah: la persona che; sarvasya: di tutto ciò che esiste; dhataram: il sostegno; acintya: inconcepibile; rupam: la cui forma; aditya-varnam: lucente come il sole; tamasah: all’oscurità; parastat: trascendentale.



TRADUZIONE

Si deve meditare sulla Persona Suprema come sull’Essere onnisciente, il più antico, Colui che controlla e mantiene tutto, che è più piccolo del più piccolo, che è inconcepibile e rimane quindi al di là di ogni comprensione materiale, pur restando sempre una persona. Luminoso come i sole, Egli trascende questa natura materiale.



SPIEGAZIONE

Questo verso insegna come pensare al Signore Supremo e dimostra, senza lasciare il minimo dubbio, che Egli non è una forza impersonale né un semplice “vuoto”: Non si potrebbe meditare su qualcosa di così vago come una forza impersonale o un “vuoto”; sarebbe molto difficile. È facile invece concentrarsi su Krishna, se si pensa ai Suoi numerosi attributi, come quelli descritti in questo verso. Innanzitutto il Signore è purusa, una persona. Dobbiamo pensare a Krishna, o Rama, come a delle persone. Questo verso descrive Krishna come kavi, cioè perfettamente cosciente del passato, del presente e del futuro e dunque onnisciente; come l’Essere più antico, essendo l’origine di tutto perché tutto è nato da Lui; come Colui che controlla l’universo, il sostegno e la guida dell’umanità; come il più piccolo del più piccolo, se l’anima infinitesimale misura solo un decimillesimo della punta di un capello, il Signore è così inconcepibilmente piccolo da penetrare a Sua volta nel cuore di questa particella spirituale. Come Assoluto, Egli ha il potere di penetrare nell’atomo e nel cuore del più infinitamente piccolo per dirigerlo come Anima Suprema; di qui l’attributo di ”più piccolo del più piccolo” che Gli conferisce questo verso.

Sebbene così minuscolo, Egli rimane onnipresente, il sostegno di tutto ciò che esiste, compresi i sistemi planetari. Ci chiediamo spesso come gli immensi pianeti possano fluttuare nello spazio, ma noi sappiamo da questo verso che è il Signore Supremo, con la Sua inconcepibile potenza, che sostiene tutti gli astri di tutte le galassie. Il termine acintya, “inconcepibile”, è qui particolarmente significativo; infatti la potenza di Dio supera la nostra comprensione e immaginazione, perciò è inconcepibile, o acintya. Chi potrebbe contestare questo punto? Krishna è presente ovunque nel mondo materiale e Si trova simultaneamente al di là di esso. Noi non siamo neppure capaci di comprendere questo mondo, come cogliere dunque ciò che si trova al di là, nel mondo spirituale, infinitamente più vasto? Come percepire l’acintya, l’inconcepibile, che trascende la materia, che supera la logica e la speculazione umana? Perciò l’uomo intelligente abbandonerà le discussioni inutili e le ipotesi vane e si affiderà alle Scritture come i Veda, la Bhagavad-gita e lo Srimad Bhagavatam, per studiarle e applicarne i princìpi. Questa è la chiave della comprensione.





VERSO 10

prayana-kale manasacalena
bhaktya yukto yoga-balena caiva
bhruvor madhye pranam avesya samyak
sa tam param purusam upaiti divyam

prayana-kale: al momento della morte; manasa: con la mente; acalena: senza alcuna deviazione; bhaktya: in piena devozione; yuktah: impegnato; yoga-balena: col potere dello yoga mistico; ca; anche; eva: certamente; bruvoh: le due sopracciglia; madhye: tra; pranam: l’aria vitale; avesya: stabilendo; samyak: completamente; sah: egli; tam: quello; param: trascendentale; purusam: Dio, la Persona Suprema; upaiti: raggiunge; divyam: nella dimora spirituale.



TRADUZIONE

Colui che all’istante della morte fissa l’aria vitale tra le sopracciglia e in virtù dello yoga s’immerge nel ricordo del Signore Supremo con mente che non devia e con la più profonda devozione, tornerà certamente a Lui.



SPIEGAZIONE

Questo verso indica senza alcun dubbio che all’istante della morte si deve fissare con devozione la mente sul Signore Supremo. Agli yogi esperti si raccomanda di elevare il soffio vitale tra le sopracciglia (ajna-cakra) e praticare il sat-cakra-yoga, che consiste nella meditazione sui sei cakra. Ma il puro devoto, che non si dedica a questa pratica, dovrebbe sempre fissare la mente in Krishna, in modo che al momento della morte possa ricordarsi di Lui, per la Sua grazia. Questo sarà spiegato nel verso quattordici. Le parole yoga-balena, in questo verso, sono significative; indicano infatti che senza aver praticato lo yoga in una delle sue forme, e in particolare il bhakti-yoga, non ci si può aspettare, al momento della morte, di ricordare il Signore Supremo e raggiungere il piano spirituale. È essenziale perciò esercitarsi alla vita spirituale durante tutta l’esistenza con la pratica dello yoga, perché la mente dell’uomo che sta per morire è molto agitata.
VERSO 11

yad aksaram veda-vido vadanti
visanti yad yatayo vita-ragah
yad icchanto brahmacaryam caranti
tat te padam sangrahena pravaksye

yat: ciò che; aksaram: sillaba om: veda-vidad: persone esperte nei Veda; vadanti: dicono; visanti: entrano; yat: in cui; yatayah: grandi saggi; vita-ragah: nell’ordine di rinuncia della vita; yat: ciò che; icchantah: desiderando; brahmacaryam: il celibato; caranti: praticano; tat: quella; te: a te; padam: situazione; sangrahena: in breve; pravaksye: Io ti spiegherò.



TRADUZIONE

Le persone esperte nei Veda, che pronunciano l’omkara e sono grandi saggi situati nell’ordine di rinuncia, entrano nel Brahman. Desiderando tale perfezione, si deve praticare il celibato. Ti spiegherò ora in breve questa via che può portare alla salvezza.



SPIEGAZIONE

Sri Krishna ha raccomandato ad Arjuna la pratica del sat-cakra-yoga in cui l’aria vitale viene fatta salire tra le sopracciglia. Considerando il fatto che Arjuna possa non conoscere la pratica del sat-cakra-yoga, il Signore ne spiega il metodo nei versi che seguono. Krishna afferma che il Brahman, sebbene sia uno e senza uguali, Si manifesta sotto diversi aspetti. Per l’impersonalista, ad esempio, il Brahman S’identifica con la sillaba om (aksara o omkara), e il Signore descrive qui il Brahman senza forma in cui i saggi che hanno scelto la rinuncia. Gli studenti della scienza vedica realizzano questi due aspetti del Brahman; fin dall’inizio della loro educazione, vivendo nel più completo celibato presso il maestro spirituale, imparano a far vibrare il suono om e sono istruiti sull’aspetto impersonale del Brahman.

La castità è essenziale se lo studente vuole avanzare nella vita spirituale. Purtroppo le strutture sociali sono talmente cambiate oggi che è impossibile osservare rigidamente il brahmacarya e rimanere casti durante tutta la vita di studente. Nelle università d’oggi ci sono molte discipline e varie specializzazioni, ma non si insegnano i principi del brahmacarya, senza i quali è molto difficile progredire nella vita spirituale. Per colmare questa lacuna. Sri Caitanya Mahaprabhu venne a insegnare il metodo che secondo le Scritture, è l’unico che può permettere di realizzare lAssoluto nell’era di Kali, cioè il canto dei santi nomi di Krishna: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.





VERSO 12

sarva-dvarani samyamya
mano hridi nirudhya ca
murdhny adhayayatmanah pranam
asthito yoga-dharanam

sarva-dvarani: tutte le porte del corpo; samyamya: controllando; manah: la mente; hridi: nel cuore; nirudhya: confinando; ca: anche; murdhini: sul capo; adhaya: fissando; atmanah: dell’anima; pranam: l’aria vitale; astitah: situata in; yoga-dharanam: la sistuazione dello yoga.



TRADUZIONE

Lo yoga consiste nel distacco da tutte le attività dei sensi. Chiudendo le porte dei sensi, fissando la mente sul cuore e trattenendo l’aria vitale alla sommità del capo, ci si stabilisce nello yoga. 



SPIEGAZIONE

Per praticare lo yoga è necessario chiudersi a tutti i desideri dei sensi. Questo è pratyara: controllare pienamente gli organi di percezione (gli occhi, gli orecchi, il naso, la lingua e la pelle) e separarsi da ogni oggetto di piacere materiale. Così lo yogi può fissare la mente sull’Anima Suprema e far salire il soffio vitale alla sommità del capo. Questo metodo, che è descritto in tutti i particolari nel sesto capitolo, non è praticabile nella nostra epoca. La via migliore è sempre la coscienza di Krishna, perché col servizio di devozione si mantiene la mente assorta in Krishna, diventa facile rimanere in perfetto samadhi (estasi trascendentale).





VERSO 13 

om ity ekaksaram brahma
vyaharan mam anusmaran
yah prayati tyajan deham
sa yati paramam gatim

om: la combinazione di lettere om (omkara); iti: così; eka-aksaram: quella sillaba; brahma: assoluta; vyaharan: vibrando; mam: Me (Krishna); anusmaran: ricordando; yah: chiunque; prayati: parte; tyajan: lasciando; deham: questo corpo; sah: egli; yati: raggiunge; paramam: la suprema; gatim: destinazione. 



TRADUZIONE

Situandosi così nello yoga e vibrando la sillaba om, la suprema unione di lettere, colui che all’istante di lasciare il corpo pensa a Me, il Signore Supremo, raggiungerà certamente i pianeti spirituali.



SPIEGAZIONE

Questo verso conferma chiaramente che il suono om, il Brahman e Krishna non sono differenti. Om è la rappresentazione impersonale del Signore ed è contenuto nel mantra Hare Krishna. È stabilito che nella nostra epoca, l’era di Kali, colui che in punto di morte pronuncerà il maha-mantra — Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare — raggiungerà uno dei pianeti spirituali in relazione al livello della sua pratica. I devoti di Krishna raggiungeranno Goloka Vrindavana, il pianeta di Krishna. Altri personalisti raggiungeranno gli innumerevoli pianeti Vaikuntha del mondo spirituale, mentre gli impersonalisti non andranno mai oltre il brahmmajyoti.





VERSO 14

ananya-cetah satatam
yo mam smarati nityasah
tasyaham sulabhah partha
nitya-yuktasya yoginah

ananya-cetah: senza deviazione della mente; satatam: sempre; yah: chiunque; mam: Me (Krishna); smarati: ricorda; nityasah: regolarmente; tasya: per lui; aham: Io sono; su labhah: molto facile da raggiungere; partha: o figlio di Pritha; nitya: regolarmente; yuktasya: impegnata; yoginah: per il devoto.



TRADUZIONE

Per colui che Mi ricorda sempre, senza deviare, Io sono facilmente raggiunto grazie a un impegno costante nel servizio devozionale, o figlio di Pritha.



SPIEGAZIONE

Questo verso descrive la destinazione finale raggiunta dai puri devoti che servono il Signore Supremo praticando il bhakti-yoga. I versi precedenti descriveranno quattro tipi di persone che si avvicinano a Dio — l’infelice, il curioso, chi cerca guadagni materiali e il filosofo speculativo—e descrivevano anche i diversi metodi per liberarsi dai legami della materia, come il karma-yoga e l’hata-yoga. Questi metodi di yoga contegono alcuni elementi di bhakti, ma questo verso cita in particolare il bhakti-yoga, libero da ogni traccia di jnana, karma o hatha. Come indica l’espressione ananya-cetah, il devoto situato nella pura bhakti non desidera nient’altro che Krishna. Non desidera né l’elevazione ai pianeti celesti, né la fusione col brahmajyoti, né la salvezza, né la liberazione dalle sofferenze materiali. Il puro devoto non ha alcun desiderio. Nella Caitanya-caritamrita il puro devoto è definito niskama, colui che non ha alcun desiderio personale. Lui solo conosce la vera pace, quella che non sarà mai raggiunta da chi lotta per un guadagno personale. Mentre un jnana-yogi, un karma-yogi o un hatha-yogi hanno interessi personali, il puro devoto, che si dedica completamente al Signore Supremo, non desidera altro che soddisfare il Signore, perciò può raggiungerLo facilmente, come gli promette il Signore stesso.

Il può devoto è sempre assorto nel servire con devozione Krishna in uno dei Suoi numerosi aspetti personali. Krishna può manifestare innumerevoli espansioni plenarie e avatara, come Rama e Nrisimha, e il devoto può scegliere di offrire il Suo servizio a una qualsiasi di queste forme trascendentali del Signore Supremo; così facendo non incontra nessuna delle difficoltà che devono affrontare gli adepti degli altri yoga. Il bhakti-yoga è molto semplice e puro. Si può cominciare semplicemente cantando Hare Krishna. Il Signore è misericordioso con tutti ma, abbiamo già spiegato, è particolarmente incline verso coloro che lo servono senza deviare e li aiuta in molti modi. È affermato nei Veda (Katha Upanisad 1.2.23), yam evaisa vrinute tena labhyas / tasyaisa atma vivrinute tanum svam: colui che è pienamente sottomesso al Signore Supremo ed è immerso nel Suo servizio può capire il Signore così com’è. La Bhagavad-gita (10.10) afferma, dadami buddhi-yogam tam: il Signore dà al devoto l’intelligenza sufficiente che lo condurrà a Lui, nel Suo regno spirituale.

La qualità principale del puro devoto è quella di poter sempre pensare a Krishna, in qualunque luogo e circostanza. Niente deve distrarlo da Lui; dev’essere capace di offrire il suo servizio al Signore in ogni momento e in ogni luogo. Si dice che il devoto dovrebbe vivere nei luoghi santi, come Vrindavana o qualche altra città o villaggio dove il Signore ha vissuto, ma il puro devoto può vivere dappertutto e creare col suo servizio di devozione l’atmosfera spirituale di Vrindavana. Sri Advaita illustrò questo fatto con le seguenti parole rivolte a Caitanya Mahaprabhu: “Ovunque Tu sia, o Signore, là è Vrindavana .” (C.c. Madhya 3.33)

Come indicano le parole satatam e nityasah, che significavano “sempre”, “regolarmente”, “ogni giorno”, questo ricordo costante di Krishna, questa meditazione ininterrotta è la caratteristica del puro devoto, per il quale il Signore diventa facilmente accessibile. Sopra ogni altra forma di yoga c’è il bhakti-yoga, che la Bhagavad-gita raccomanda. Si considerano generalmente cinque tipi di bhakti-yogi: 1) il santa-bhakta, che serve Krishna in una relazione neutra; 2) il dasya-bhakta, che agisce verso di Lui come un servitore verso il maestro; 3) il sakhya-bhakta, che Lo serve come un amico; 4) il vatsalya-bhakta, che Lo serve come i genitori servono il figlio; 5) il madhurya-bhakta, che Lo serve in una relazione d’amore coniugale. Ma qualunque sia la natura di questa relazione, il puro devoto s’impegna costantemente, con amore, nel servizio trascendentale del Signore Supremo, e non si può dimenticarLo neppure per un attimo, come non è dimenticato dal Signore neppure per un attimo. Ed è senza fatica che egli Lo raggiunge. Questa è la grande benedizione conferita, nell’ambito della coscienza di Krishna dal canto del maha-mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.





VERSO 15

mam upetya punar janma
duhkhalayam asasvatam
napnuvanti mahatmanah
samsiddhim paramam gatah

mam: Me; upetya: raggiungendo; punah: di nuovo; janma: nascita; duhkha-layam: luogo di miserie; asasvatam: temporaneo; na: mai; apnuvanti: raggiungono; maha-atmanah: le grandi anime; samsiddhim: perfezione; paramam: suprema; gatah: avendo raggiunto.



TRADUZIONE

Dopo averMi raggiunto, le grandi anime, yogi colmi di devozione, non tornano mai più in questo mondo temporaneo e pieno di sofferenza perché hanno ottenuto la perfezione più alta.



SPIEGAZIONE

Il mondo materiale è temporaneo ed è un luogo di sofferenza, dove si è costretti a nascere, a subire la malattia, la vecchiaia e la morte; perciò le anime che raggiungono la perfezione ultima e arrivano al pianeta spirituale supremo, Krishnaloka, o Goloka Vrindavana, non hanno nessun desiderio di tornare quaggiù. Le Scritture vediche descrivono Krishnaloka come avyakta, aksara e parama gati, cioè questo pianeta è oltre la nostra visione materiale e la nostra comprensione, ma è la più alta destinazione, la meta delle “grandi anime”. I mahatma, le grandi anime che ricevono gli insegnamenti assoluti dei puri devoti sviluppando così la loro attitudine per il servizio devozionale nella coscienza di Krishna, diventano talmente assorti nel loro servizio d’amore da non provare più il minimo interesse per i pianeti superiori, rinunciano perfino al desiderio di essere elevati ai pianeti spirituali. La loro unica aspirazione è stare sempre in compagnia di Krishna. Queste anime pure, coscienti di Krishna, raggiungono la perfezione più alta. Questo verso si riferisce in particolare ai personalisti, devoti del Signore, Sri Krishna. Questi devoti, situati nella coscienza di Krishna, raggiungono la perfezione più alta. Sono le anime più elevate.





VERSO 16

a-brahma-bhuvanal lokah
punar avartino ’rjuna
mam upetya tu kaunteya
punar janma na vidyate


a-brahma-bhuvanat: fino al pianeta Brahmaloka; lokah: i sistemi planetari; punah: di nuovo; avartinah: ritornando; arjuna: o Arjuna; mam: a Me; upetya: arrivando; tu: ma; kaunteya: o figlio di Kunti; punah janma: nuova nascita; na: mai; vidyate: si verifica.



TRADUZIONE

Tutti i pianeti del mondo materiale, dal più alto al più basso, sono luoghi di miseria dove nascita e morte si susseguono ripetutamente. Ma chi raggiunge la Mia dimora, o figlio di Kunti, non rinasce più.



SPIEGAZIONE

I differenti yogi — karma-yogi, jnana-yogi, hatha-yogi e altri — dovranno tutti, prima o poi, raggiungere la perfezione devozionale del bhakti-yoga, o coscienza di Krishna, se vogliono arrivare alla dimora assoluta di Krishna e non tornare più nell’universo materiale. Anche coloro che vanno sui pianeti degli esseri celesti, i più alti pianeti materiali, restano prigionieri del ciclo di nascite e morti. Infatti, mentre alcuni si elevano dalla Terra fino ai pianeti celesti, come Brahmaloka, Candraloka e Indraloka, altri si degradano e lasciano questi luoghi di delizie per tornare sulla Terra. Eseguire il sacrificio conosciuto come pancagni-vidya, raccomandato dalla Chandogya Upanisad, permette di raggiungere Brahmaloka; ma se l’uomo che giunge la non coltiva la coscienza di Krishna dovrà inevitabilmente tornare sulla Terra. Se invece progredisce nella coscienza di Krishna durante il suo soggiorno, sui pianeti superiori, allora passerà su pianeti sempre più evoluti, finché venuto il tempo della distruzione universale, sarà trasferito al regno eterno di Dio, Sridhara Svami, nel suo commento alla Bhagavad-gita, cita questo verso:

brahmana saha te sarve
samprapte pratisancare
parasyante kritatmanah
pravisanti param padam

“Al momento della distruzione del mondo, Brahma e gli altri abitanti di Brahmaloka, tutti costantemente assorti nella coscienza di Krishna, sono trasferiti nell’universo spirituale e ciascuno, secondo il proprio desiderio, raggiunge un particolare pianeta.”





VERSO 17

sahasra-yuga-paryantam
ahar yad brahmano viduh
ratrim yuga-sahasrantam
te ’ho-ratra-vido janah

sahasra: mille; yuga: ere; paryantam: includendo; ahah: giorno; yat: questo che; brahmanah: di Brahma; viduh: essi sanno; ratrim: notte; yuga: ere; sahasra-antam: così che terminano alla fine di un migliaio; te: essi; ahah-ratra: il giorno e la notte; vidah: comprendono; janah: gli uomini.



TRADUZIONE

Secondo il calcolo terrestre, mille ere, considerate complessivamente, equivalgono alla durata di un giorno di Brahma, e altrettanto lunga è la sua notte.



SPIEGAZIONE

La durata dell’universo materiale è limitata e si manifesta per cicli di kalpa. Ogni kalpa costituisce un giorno della vita di Brahma e conta mille cicli di quattro ere, o yuga: il Satya-yuga, il Treta-yuga, lo Dvapara-yuga e il Kali-yuga. Il Satya-yuga, dove regnano la virtù, la saggezza e la religione, senza la minima traccia d’ignoranza o di vizio, dura 1.728.000 anni. Il Treta-yuga, in cui comincia ad apparire il vizio, dura 1.296.000 anni. Lo Dvapara-yuga, durante il quale la virtù e la religione declinano ancora mentre il vizio aumenta, dura 864.000 anni. E il Kali-yuga (cominciato da 5.000), in cui abbondano i conflitti, l’ignoranza, l’irreligione, il vizio e in cui la vera virtù è praticamente scomparsa, dura 432.000. In questa era l’immortalità incalza a tal punto che alla fine il Signore Supremo appare in persona, sotto la forma dell’avatara Kalki, per vincere i demoni, salvare i Suoi devoti e dare inizio a un nuovo Satya-yuga. E il ciclo ricomincia. Questi quattro yuga ripetuti mille volte formano un giorno della vita di Brahma, l’essere creatore, e ogni sua notte dura altrettanto. Brahma vive cent’anni, che corrispondono dunque a 311.040.000.000.000 dei nostri anni terrestri, poi muore. Ma questa longevità formidabile, per noi quasi infinita, non è che un lampo nello scorrere dell’eternità. L’Oceano Causale contiene innumerevoli Brahma che appaiono e scompaiono come bolle nell’Atlantico; poiché appartengono all’universo materiale, come il mondo che governano, questi Brahma sono in un incessante divenire.

Nessuno, nell’universo materiale, neppure Brahma, sfugge alla nascita, alla vecchiaia, alla malattia e alla morte. Brahma, tuttavia, poiché serve direttamente il Signore Supremo governando l’universo, è già liberato. Sul suo pianeta, Brahmaloka, che è il più evoluto dell’universo e sopravvive anche ai luoghi paradisiaci del sistema planetario superiore, vanno i sannyasi avanzati; ma per le leggi della natura materiale né Brahma né gli abitanti di Brahmaloka sfuggono alla morte.





VERSO 18

avyaktad vyaktayah sarvah
prabhavanty ahar-agame
ratry-agame praliyante
tatraivavyakta-samjnake

avyaktat: dal non manifesto; vyaktayah: esseri viventi; sarvah: tutti; prabhavanti: diventano manifesti; ahah-agame: all’inizio del giorno; ratri-agame: alla discesa della notte; praliyante: sono annientati; tatra: là: eva: certamente; avyata: il non manifestato; samjnake: che è definito.



TRADUZIONE

All’inizio del giorno di Brahma tutti gli esseri viventi passano dallo stato non manifestato e in seguito, quando scende la notte, sono di nuovo immersi nello stato manifestato.





VERSO 19

bhuta-gramah sa evayam
bhutva bhutva praliyate
ratry-agame ’vasah partha
>prabhavaty ahar-agame

bhuta-gramah: l’aggregato di tutti gli esseri viventi: sah: questi; eva: certamente; ayam: questo; bhutva bhutva: ripetutamente prendono nascita; praliyate; è distrutto; ratri: di notte; agame: all’arrivo; avasah: automaticamente; partha: o figlio di Pritha; prabhavati: è manifesto; ahah: del giorno; agame: all’arrivo.



TRADUZIONE

Ripetutamente, quando il giorno di Brahma ha inizio, tutti gli esseri viventi tornano all’esistenza, e col sopraggiungere della notte di Brahma sono inesorabilmente annientati.



SPIEGAZIONE

Gli esseri di minore intelligenza fanno di tutto per rimanere nell’universo materiale e vagano da un sistema planetario all’altro, ora elevandosi ora degradandosi. Durante il giorno di Brahma, essi sono attivi nei diversi corpi che sono stati loro assegnati per poter agire materialmente, ma quando sopraggiunge la notte di Brahma tutti questi corpi periscono e le anime s’immergono nel corpo di Visnu. Saranno nuovamente manifestati solo all’alba di un altro giorno di Brahma. Bhutva bhutva praliyate: durante il giorno sono manifesti e durante la notte sono annientati. E questo ciclo si ripete fino al termine della vita di Brahma, quando tutti gli esseri sono annientati e rimangono allo stato non manifestato per numerosi milioni di anni. Quando infine nasce il Brahma successivo, in una nuova era, essi riappaiono. Questo è il destino degli esseri celesti che si lasciano sedurre dal mondo della materia. Invece le persone intelligenti che adottano la coscienza di Krishna e cantano il mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare praticando il servizio di devozione, vivranno, già in questa stessa vita, sul pianeta spirituale di Krishna, dove saranno eternamente felici, senza più essere soggette al ciclo di nascite e morti.





VERSO 20

paras tasmat tu bhavo ’nyo
’vyakto ’vyaktat sanatanah
yah sa sarvesu bhutesu
nasyatsu na vinasyati

parah: trascendentale; tasmat: a quella; tu: ma; bhavat: natura; anyah: un’altra; avyaktah: non manifestata; avyaktat: al non manifestato; sanatanah: eterno; yah sah: quella che; sarvesu: ogni; bhutesu: manifestazione; nasyatsu: essendo annientata; na: mai; vinasyati: è annientata.



TRADUZIONE

Esiste tuttavia un’altra natura non manifestata, che è eterna e trascende la materia manifestata. È suprema e non è mai annientata. Quando tutto in questo mondo è dissolto essa rimane intatta.



SPIEGAZIONE

L’energia spirituale, ovvero l’energia superiore di Krishna, è eterna e trscendentale. Esiste al di là di tutte le trasformazioni dell’energia materiale, che è manifestata e poi annientata durante i giorni e le notti di Brahma. L’energia superiore di Krishna è per natura esattamente l’opposto dell’energia materiale. Queste due energie, la superiore e l’inferiore sono state analizzate nel settimo capitolo.





VERSO 21

avyakto ’ksara ity uktas
tam ahuh paramam gatim
yam prapya na nivartante
tad dhama paramam mama

avyaktah: non manifestato; aksarah: infallibile; iti: così: uktah: è detto; tam: che; ahuh: è noto; paramam: la suprema; gatim: destinazione; yam: che; prapya: ottenendo; na: mai; nivartante: si torna indietro; tat: quella; dhama: dimora; paraman: suprema; mama: Mia.



TRADUZIONE

Quel luogo che i vedantisti definiscono non manifestato e infallibile, che è noto come la destinazione suprema, quel luogo dal quale, una volta raggiunto, non si torna più indietro: quella è la Mia suprema dimora.



SPIEGAZIONE

La Brahma-samhita definisce la dimora suprema di Krishna, la Persona di Dio, come cintamani-dhama: “il luogo dove si possono soddisfare tutti i desideri.” In questa Suprema, conosciuta col nome di Goloka Vrindavana si trovano innumerevoli palazzi che sono costruiti con pietre cintamani, alberi dei desideri che forniscono a richiesta cibo di ogni genere, e mucche surabhi che danno un’illimitata quantità di latte. Migliaia e migliaia di Laksmi, dee della fortuna, servono Govinda, il Signore originale, causa di tutte le cause; niente, in tutti i mondi, eguaglia in bellezza la forma trascendentale e infinitamente affascinante del Signore, questo meraviglioso suonatore di flauto (venum kvanantam). Guardate i Suoi occhi che sembrano petali di loto, la Sua carnagione color delle nuvole, le Sue vesti color zafferano, la ghirlanda che Gli scende dal collo e la piuma di pavone che orna i Suoi capelli: la Sua bellezza è più splendente di quella di migliaia di kandarpa (Cupidi). Nella Bhagavad-gita il Signore dà solo un breve accenno della Sua dimora personale, Goloka Vrindavana, pianeta supremo del mondo spirituale, ma la Brahma-samhita ce ne offre un’immagine particolareggiata. 

I Testi vedici (Katha Upanisad 1.3.11) affermano che non c’è niente di superiore alla dimora del Signore Supremo, destinazione ultima di tutti gli esseri (purusan na param kincit sa kastha parama gatih). Colui che la raggiunge non torna mai nell’universo materiale. Non esiste, d’altra parte, nessuna differenza tra Krishna e la Sua dimora suprema; entrambi partecipano della stessa natura. Sulla Terra, in India, nel distretto di Mathura a un centinaio di chilometri a sud-est di Delhi, su un territorio di circa 215 chilometri quadrati, si trova Vrindavana, che è la replica esatta di Goloka Vrindavana nel mondo spirituale... La' Krishna trascorse la Sua infanzia quando discese sul nostro pianeta.





VERSO 22

purusah sa parah partha
bhaktya labhyas tv ananyaya
yasyantah-sthani bhutani
yena sarvam idam tatam

purusah: Dio, la Persona Suprema; sah: Egli; parah: il Supremo del quale nessuno è più grande; partha: o figlio di Pritha; bhaktya: col servizio devozionale; labhyah: può essere raggiunto; tu: ma; ananyaya: senza macchia, senza deviazioni; yasya: del quale; antah-sthani: all’interno; bhutani: tutta la manifestazione materiale; yena: dal quale; sarvam: tutto; idam: ciò che possiamo vedere; tatam: è pervaso.



TRADUZIONE

Dio, la Persona Suprema, che il più grande di tutti, può essere raggiunto solo con una devozione pura. Benché non lasci mai la Sua dimora, Egli è onnipervadente e ogni cosa è situata in Lui.



SPIEGAZIONE

Questo verso afferma chiaramente che la destinazione suprema, da dove non si torna più indietro, è la dimora di Krishna, la Persona Suprema. La Brahma-samhita descrive questa dimora suprema come ananda-cinmaya-rasa, il luogo dove tutto è felicità spirituale. La varietà esiste anche lì, ma è tutta impregnata di felicità assoluta. Questa varietà emana dal Signore ed è interamente spirituale, poiché niente, nel mondo dell’assoluto, è materiale; unica a regnare nella dimora del Signore è l’energia spirituale, come spiegava il settimo capitolo. Là vive eternamente il Signore, sebbene Egli sia anche onnipresente nel nostro universo attraverso le Sue energie materiali. Il Signore è dunque dappertutto, nell’universo materiale come in quello spirituale, grazie alla Sua energia materiale e spirituale. Tutto ciò che esiste, sia a livello materiale sia a livello spirituale, è sostenuto da Lui, come indica il termine yasyantah-sthani. Il Signore è onnipresente grazie a queste due energie.

Questo verso ci ricorda col termine bhaktya, che soltanto con la bhakti, il servizio di devozione, si può entrare nei pianeti spirituali, i Vaikuntha, dove dimora il Signore in Persona. Nessun altro metodo può aiutarci a raggiungere quella dimora suprema, anche nei Veda. (Gopala-tapani Upanisad 3.2) Eko vasi sarva-gah krishnah. Su tutti i questi pianeti regna un solo Signore della misericordia infinita, Krishna, che per regnare su ciascuno di essi Si moltiplica in miliardi di manifestazioni plenarie, tutte dotate di quattro braccia e di vari nomi: Purusottama, Trivikrama, Kesava, Madhava, Aniruddha, Hrisikesa, Sankarsana, Pradyumna, Sridhara, Vasudeva, Damodara, Janardana, Narayana, Vamana, Padmanabha e innumerevoli altri. Queste emanazioni sono paragonate alle foglie, ai fiori e ai frutti di un albero, che sarebbe Krishna stesso.

La Brahma-samhita (5.37) conferma che sebbene il Signore non lasci mai la Sua dimora suprema, Goloka Vrindavana, Egli è presente in ogni luogo (goloka eva nivasaty akhilatma-bhutah). È affermato nei Veda (Svetasvatara Upanisad 6.8), parasya saktir vividhaiva sruyate / svabhaviki jnana-bala-kriya ca: sebbene il Signore Supremo sia molto, molto lontano, le Sue energie sono così estese che sistematicamente e senza errore dirigono ogni cosa all’interno della manifestazione cosmica.





VERSO 23

yatra kale tv anavrittim
avrittim caiva yoginah
prayata yanti tam kalam
vaksyami bharatarsabha

yatra: in quali; kale : tempo; tu: e; anavrittim: senza ritorno; avrittim: ritorno; ca; anche; eva: certamente; yoginah: mistici di vario genere; prayatah: essendo partiti; yanti: raggiungono; tam: quel; kalam: tempo; vaksyami: descriverò; bharata-risabha: o migliore dei Bharata.



TRADUZIONE

O migliore dei Bharata, ti spiegherò ora i momenti in cui lo yogi, lasciando questo mondo, dovrà tornare e i momenti in cui non tornerà più.



SPIEGAZIONE

I puri devoti del Signore, le anime che si sono totalmente abbandonate a Lui, non si preoccupano affatto del momento o del modo in cui lasceranno il corpo. Si affidano completamente a Krishna, e in questo modo tornano a Lui facilmente e gioiosamente. Invece, coloro che non sono puri devoti, ma dipendono da metodi di realizzazione spirituale come il karma-yoga, il jnana-yoga, l’hatha-yoga o qualsiasi altra via, dovranno lasciare il corpo solo in un momento propizio, ben determinato, se vogliono non tornare più in questo mondo di morti e rinascite. Il momento propizio sarà definito nei versi seguenti. Lo yogi realizzato può scegliere l’istante e il luogo della sua partenza dal mondo materiale, ma chi è meno avanzato dovrà sottomettersi al volere della natura e forse tornare quaggiù. Il termine sanscrito kala usato qui si riferisce, secondo Baladeva Vidyabhusana Acarya, al dio-maestro del tempo.





VERSO 24

agnir jyotir ahah sukkhah
san-masa uttarayanam
tatra prayata gacchanti
brahma brahma-vido janah

agnih: fuoco; jyotih: luce; ahah: giorno; suklah: la quindicina bianca; sat-masah: i sei mesi; uttara-ayanam: quando il sole passa a nord; tatra: la; prayatah: coloro che muoiono; gacchanti: vanno; brahma: all’Assoluto; brahma-vidah: coloro che conoscono l’Assoluto; janah: persone.



TRADUZIONE

Coloro che conoscono il Brahman Supremo raggiungono quel Supremo lasciando il mondo in un momento propizio, alla luce del giorno e sotto l’influsso del dio del fuoco, durante i quindici giorni della luna crescente e i sei mesi in cui il sole passa a settentrione.



SPIEGAZIONE

Quando si usano i termini fuoco, luce, giorno e luna, è implicito che dietro ciascuna di queste manifestazioni si trovi un essere celeste, che influisce sulle circostanze nelle quali l’anima individuale, il jiva, lascia il corpo, determinando l’istante critico in cui l’anima s’incammina per una nuova vita. Se si lascia il corpo, volontariamente o no, nel momento descritto dal verso, si potrà raggiungere il brahmajyoti, il Brahman impersonale. Perciò gli yogi realizzati sapranno scegliere il momento e il luogo propizi alla loro partenza, mentre gli altri non avranno modo di controllare il momento della loro morte: se per caso lasciano il corpo in un momento favorevole non dovranno continuare a nascere e a morire ripetutamente, ma in tutti gli altri casi è certo che torneranno in questo mondo. Il puro devoto invece, non corre mai il rischio di rinascere, sia propizio o no il momento in cui lascia il corpo, arrivi o no per caso.





VERSO 25

dhumo ratris tatha krishnah
san-masa daksinayanam
tatra candramasam jyotir
yogi prapya nivartate

dhumah: fumo; ratrih: notte; tatha: anche; krishnah: la quindicina di luna calante; sat -masah: i sei mesi; daksina-ayanam: quando il sole passa a sud; tatra: là; candra-masam: il pianeta luna; jyotih: la luce; yogi: il mistico; prapya: raggiungendo; nivartate: torna indietro.



TRADUZIONE

Lo yogi che lascia questo mondo nella notte, nel fumo, durante i quindici giorni della luna calante o nei sei mesi in cui il sole passa a meridione, raggiunge l’astro lunare, ma dovra tornare ancora quaggiù.



SPIEGAZIONE

Nel terzo Canto dello Srimad Bhagavatam, Kapila Muni afferma che coloro che sulla Terra sono esperti nel compiere attività interessate e sacrifici raggiungono la luna dopo la morte. La, questi esseri evoluti vivranno per circa 10.000 anni (secondo il calcolo celeste) e godranno della vita bevendo il soma-rasa. Ma un giorno o l’altro dovranno tornare sulla Terra. Nonostante i nostri sensi grossolani siano incapaci di percepire degli esseri sulla luna, essi esistono e sono perfino superiori agli abitanti della Terra.





VERSO 26

sukla-krisne gati hy ete
jagatah sasvate mate
ekaya yaty anavrittim
anyayavartate punah

sukla: luce; krisne; e buio; gati: modi di morire; hi: certamente; ete: questi due; jagatah: del mondo materiale; sasvate: dei Veda; mate: nell’opinione; ekaya: con uno; yati: va; anavrittim: per non tornare; anyaya: con l’altro; avartate: torna; punah: di nuovo.



TRADUZIONE

Secondo i Veda, esistono due modi di lasciare questo mondo — nella luce o nelle tenebre. Chi parte nella luce non torna, ma chi parte nell’oscurità deve tornare.



SPIEGAZIONE

Nei suoi scritti, Baladeva Vidyabhusana Acarya menziona un passo simile che si trova nella Chandogya Upanisad. (5.10.3-5) Il significato di questo passo è che gli speculatori e gli uomini avidi del frutto del loro lavoro continuano ad andare su e giù nell’universo materiale, come fanno da tempo immemorabile. Poiché non vogliono abbandonarsi a Krishna, nessuno di loro raggiunge la salvezza ultima.





VERSO 27

naite sriti partha janan
yogi muhyati kascana
tasmat sarvesu kalesu
yoga-yukto bhavarjuna

na: mai; ete: queste due; sriti: differenti vie; partha: o figlio di Pritha; janan: anche se conosce; yogi: il devoto del Signore; muhyati: è confuso; kascana: nessuno; tasmat: perciò; sarvesu kalesu: sempre; yoga-yuktah: impegnato in coscienza di Krishna; bhava: diventa; arjuna: o Arjuna.



TRADUZIONE

Sebbene conoscano queste due vie, i devoti non sono mai confusi, Perciò, Arjuna, sii sempre fisso nella devozione.



SPIEGAZIONE

Krishna consiglia Arjuna di non preoccuparsi delle diverse vie che l’anima può prendere al momento di lasciare il mondo materiale. Che questa partenza avvenga per scelta o per caso, il devoto del Signore non deve preoccuparsene minimamente se non vuole ansietà inutili. Egli deve semplicemente cantare Hare Krishna e stabilirsi con fermezza nella coscienza di Krishna. Il modo migliore per essere assorti nella coscienza di Krishna è impegnarsi costantemente nel servizio di devozione al Signore. Il suo cammino verso il regno spirituale sarà allora sicuro, diretto e tranquillo.

Il termine yoga-yukta è particolarmente significativo in questo verso. Indica che per essere costanti nella pratica dello yoga occorre essere costantemente impegnati con tutte le proprie azioni nella coscienza di Krishna. Srila Rupa Gosvami consiglia di essere distaccati dalle attività materiali e di agire solo nella coscienza di Krishna: anasaktasya visayan yatharham upayunjatah. Con questo metodo, detto yukta-vairagya, si raggiunge la perfezione. Il devoto, sapendo con certezza che raggiungerà la dimora suprema grazie alla pratica del servizio di devozione, non si preoccupa di distinguere i momenti favorevoli da quelli sfavorevoli per la sua partenza da questo mondo; egli non è minimamente toccato dalle descrizioni che ci danno questi versi.





VERSO 28

vedesu yajnesu tapahsu caiva
danesu yat punya-phalam pradistam
atyeti tat sarvam idam viditva
yogi param sthanam upaiti cadyam

vedesu: nello studio dei Veda; yajnesu: nel compimento di yajna (sacrifici); tapahsu: nel sottoporsi a forme diverse di austerità; ca: anche; eva: certamente; danesu: nel dare in carità; yat: ciò che; punya-phalam: risultato di attività pie; pradistam: indicate; atyeti: supera; tat sarvam: tutti questi; idam: ciò; vivitva: sapendo; yogi: il devoto; param: suprema; sthanam: dimora; upaiti: ottiene; ca: anche; adyam; originale.



TRADUZIONE

Scegliendo la via del servizio devozionale non si è privati dei benefici che offrono lo studio dei Veda, i sacrifici, le austerità, gli atti caritatevoli, la ricerca filosofica e l’azione interessata. Il semplice compimento del servizio devozionale è sufficiente per ottenere tutto ciò, e alla fine si raggiunge l’eterna e suprema dimora.



SPIEGAZIONE

Questo verso riassume il settimo e l’ottavo capitolo, che riguardano soprattutto la coscienza di Krishna e il servizio di devozione. È essenziale studiare i Veda sotto la direzione di un maestro spirituale, e accettare di vivere vicino a lui una vita di grande austerità. Il brahmacari deve vivere nella casa del maestro spirituale e agire come suo servitore; deve fare la questua di casa in casa per portarne a lui il frutto; consumare i pasti solo dopo che il maestro spirituale glielo ha ordinato, e se un giorno quest’ordine non arriva, il brahmacari dev’essere pronto a digiunare. Dopo aver studiato i Veda dall’età di cinque anni fino ai venti sotto la guida del maestro spirituale, il brahmacari potrà diventare un uomo dal carattere perfetto. Lo studio dei Veda, infatti, non è un passatempo per pensatori da poltrona, ma è destinato a formare uomini perfetti. Dopo avere ricevuto questa educazione, il brahmacari può sposarsi e farsi una famiglia. Dovrà allora compiere vari tipi di sacrifici per continuare il suo progresso spirituale. Deve anche dare in carità secondo il tempo, il luogo e le circostanze, discriminando tra la carità in virtù, in passione e in ignoranza. così com’è descritta nel diciassettesimo capitolo della Bhagagavad-gita. Poi, venuto il momento abbandonerà la vita familiare e sociale per impegnarsi nel vanaprastha, ordine nel quale si sottoporrà a una rigida ascesi, cioè abiterà nella foresta, si vestirà di corteccia d’alberi, non si raserà più, e così via. Passando dal brahmacari-asrama al griastha-asrama, poi al vanaprastha-asrama e infine al sannyasi-asrama, l’uomo si eleverà fino all’ultimo stadio della perfezione umana. Alcuni andranno allora sui pianeti celesti, e quelli che progrediscono ancora raggiungeranno, nel mondo spirituale, o il brahma-jyoti impersonale o i pianeti Vaikuntha o Krishnaloka. Questo è il sentiero tracciato dalle Scritture vediche verso la perfezione più alta.

Ma la bellezza della coscienza di Krishna è che permette al devoto di scavalcare di colpo, con la pratica del servizio di devozione, tutti i riti propri delle quattro tappe menzionata prima.
Le parole idam viditva indicano che bisogna cercare di capire gli insegnamenti nel settimo e nell’ottavo capitolo della Bhagavad-gita in compagnia dei devoti del Signore, e non attraverso l’erudizione o la speculazione intellettuale. Se un uomo ha la fortuna di capire la Bhagavad-gita in compagnia dei devoti, specialmente i capitoli dal settimo al dodicesimo che sono quelli che racchiudono l’essenza di questo Testo sacro, la sua vita diventa più luminosa di quanto l’avrebbero resa tutti i sacrifici, le austerità, la carità e le speculazioni immaginabili, perché i frutti di tutte queste attività si possono ottenere semplicemente con la coscienza di Krishna.

Bisogna ascoltare l’insegnamento della Bhagavad-gita da un devoto del Signore, perché soltanto un devoto può capire perfettamente questo Testo, come spiega l’inizio del quarto capitolo; nessun altro può capire le finalità della Bhagavad-gita. E la fede consiste nello scegliere di ascoltare la Bhagavad-gita da un devoto di Krishna, piuttosto che nel cercare le speculazioni mentali dei commentatori non qualificati. Con la compagnia dei devoti arriveremo a praticare il servizio che rivela la forma di Krishna, il Suo nome, i Suoi divertimenti, e dissipa tutti i nostri dubbi. Allora lo studio della Bhagavad-gita ci porterà una gioia illimitata, e noi svilupperemo un gusto e un sentimento profondo per la coscienza di Krishna. Poi, continuando nell’evoluzione spirituale, saremo inondati dall’amore per Krishna; ed è questo il primo passo verso la perfezione più alta, che ci condurrà fino a Goloka Vrindavana, la dimora di Krishna nel mondo spirituale, dove il devoto s’immerge nella felicità eterna.



Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sull’ottavo capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “Raggiungere il Supremo.”





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