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LA
BHAGAVAD-GITA
COSI'
COM'E' DI SWAMI PRABHUPADA |
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Capitolo
9.
LA
CONOSCENZA PIU' CONFIDENZIALE.
VERSO 1
sri-bhagavan uvaca
idam tu te guhyatamam
pravaksyamy anasuyave
jnanam vijnana-sahitam
yaj jnatva moksyase ’subhat
sri-bhagavan uvaca: Dio, la Persona Suprema, disse; idam: questo; tu: ma; te: a te; guhya-taman: la più confidenziale; pravaksyami: ti parlerò; anasuyave: al non invidioso; jnanam: conoscenza; vijnana: conoscenza realizzata; sahitam: con; yat: la quale; jnatva: conoscendo; moksyase: sarai liberato; asubhat: da questa esistenza materiale miserabile.
TRADUZIONE
Dio, la persona Suprema, disse:
Mio caro Arjuna, poiché non sei invidioso di Me, ti rivelerò la conoscenza più confidenziale e la sua realizzazione, grazie alla quale sarai liberato dalle sofferenze dell’esistenza materiale.
SPIEGAZIONE
Quanto più il devoto ascolta le glorie del Signore Supremo, come consiglia lo Srimad Bhagavatam, tanto più la sua visione spirituale s’illumina: “I racconti che riguardano Dio, la Persona Suprema, sono pieni di potenza, si può capire solo se si discorre delle Sue glorie in compagnia dei devoti. Né gli speculatori mentali né gli accademici eruditi possono accedervi, perché si tratta di conoscenza che dev’essere realizzata.”
Il devoto è sempre impegnato nel servizio di devozione al Signore Supremo. Sri Krishna, che conosce la sincerità del Suo devoto, la persona che ha adottato la coscienza di Krishna, gli dà l’intelligenza con cui potrà, in compagnia di altri devoti, comprendere la scienza di Krishna. Il fatto stesso di parlare di Krishna è così potente da assicurare il progresso sulla via della realizzazione spirituale a tutti coloro che hanno la fortuna di partecipare a questi discorsi tra devoti e si sforzano di assimilare il contenuto. Così per incoraggiare Arjuna a elevarsi sempre più nel Suo potente servizio, Krishna gli rivela, nel nono capitolo, una parte della conoscenza più segreta, la più “confidenziale” che abbia mai rivelato.
Il primo capitolo della Bhagavad-gita rappresenta più o meno un’introduzione; il secondo e il terzo capitolo, che svelano una parte del sapere spirituale, sono detti “confidenziali”, e il settimo e l’ottavo, che trattano più precisamente del servizio di devozione e approfondiscono la nostra comprensione della coscienza di Krishna, “più confidenziali” ancora. Ma questo capitolo, che descrive la devozione pura, è detto “il più confidenziale”, il più segreto. Chi possiede questa conoscenza di Krishna, la più segreta, è situato al livello trascendentale, e pur vivendo ancora nel mondo materiale non è più soggetto alla sofferenza. Il Bhakti-rasamrita-sindhu afferma che una persona animata dal desiderio sincero di servire il Signore con amore dev’essere considerata già liberata, anche se è ancora condizionata dalla materia. La Bhagavad-gita lo conferma nel decimo capitolo, dichiarando che chiunque s’impegni nel servizio d’amore al Signore è una persona liberata.
Nel settimo capitolo abbiamo parlato di Dio, la Persona Suprema, della Sua gloriosa potenza, delle Sue diverse energie, della natura inferiore e superiore, e anche dell’intera manifestazione materiale. Ora il nono e il decimo capitolo ci descriveranno le glorie del Signore.
Si deve dare un’importanza particolare al primo verso di questo capitolo. Questa conoscenza (idam jnanam) si riferisce al puro servizio di devozione, che consiste in nove attività: Ascoltare ciò che riguarda il Signore, glorificarLo, ricordarLo, servirLo, adorarLo, rivolgerGli delle preghiere, obbedirGli, legarsi in amicizia con Lui e abbandonarGli tutto. Queste nove attività devozionali ci elevano fino alla coscienza spirituale, la coscienza di Krishna. Solo quando il cuore è purificato da ogni contaminazione materiale, si può capire la scienza di Krishna. Non basta capire che l’essere non è materiale (questo corrisponde all’inizio della realizzazione spirituale), occorre anche saper distinguere le attività del corpo dalle attività spirituali, quelle che ci permettono di capire che non siamo questo corpo.
Soffermiamoci, in questo verso, sulla parola sanscrita anasuyave, “al non invidioso”. Di solito i commentatori della Bhagavad-gita, anche i più “eruditi”, sono invidiosi di Krishna, Dio, la Persona Suprema, e commentano questo Testo in modo del tutto errato, perciò le loro osservazioni sono inutili. Soltanto i commenti dei devoti del Signore sono autorizzati. Nessuno, se è invidioso, può spiegare la Bhagavad-gita o trasmettere perfettamente la conoscenza di Krishna; d’altra parte, chi critica Krishna senza neanche conoscerLo non può essere che uno sciocco. Si deve perciò evitare accuratamente di leggere tali commenti. Chiunque riconosca che Krishna è Dio, la Persona Suprema, pura e trascendentale, potrà trarre pieno beneficio dalla lettura di questi capitoli.
VERSO 2
raja-vidya raja-guhyam
pavitram idam uttamam
pratyaksavagamam dharmyam
su-sukham kartum avyayam
raja-vidya: il re dell’educazione; raja-guhyam: il re della conoscenza confidenziale; pavitram: il più puro; idam: questo; uttamam: trascendentale; pratyaksa: per esperienza diretta; avagaman: compreso; dharmyam: il principio della religione; su-sukham: molto gioioso; kartum: da eseguire; avyayam: eterno.
TRADUZIONE
Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. È la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale conoscenza è eterna e si applica con gioia.
SPIEGAZIONE
Il sapere contenuto in questo capitolo della Bhagavad-gita è detto “il re di tutte le scienze”, perché è l’essenza di tutte le dottrine e le filosofie analizzate precedentemente. L’India ci ha dato sette filosofi principali: Gautama, Kanada, Kapila, Yajnavalkya, Sandilya, Vaisvanara e infine Vyasadeva, l’autore del Vedanta-sutra. Questi maestri non hanno lasciato lacune in nessun settore della filosofia o della scienza spirituale. Ora il Signore dice che questo capitolo è il re di tutte queste conoscenze ed è l’essenza di tutto il sapere acquisito con lo studio dei Veda e delle varie filosofie. È il più segreto, il più “confidenziale”, perché la conoscenza spirituale, segreta in se stessa, implica che si sappia distinguere l’anima dal corpo. Questa conoscenza, quando culmina nel servizio di devozione, diventa la regina fra tutte le conoscenze.
Istruita esclusivamente nella conoscenza materiale (politica, sociologia, fisica, chimica, matematica, astronomia, tecnologia e così via), la maggior parte degli uomini non ha sviluppato questa conoscenza “confidenziale”. Fra tante istituzioni scolastiche, tante università disseminate nel mondo, neppure una, purtroppo, insegna la scienza dell’anima. Eppure l’anima è l’elemento più importante del corpo; senza la presenza dell’anima il corpo perde ogni valore. Ma l’uomo persiste nel dare importanza ai bisogni del corpo, senza curarsi affatto dell’anima che dà vita al corpo.
La Bhagavad-gita sottolinea, specialmente dal secondo capitolo in poi, l’importanza dell’anima. Fin dall’inizio, il Signore insegna che il corpo è mortale, mentre l’anima no (antavanta ime deha nityasyoktah saririnah). Questa conoscenza che permette di distinguere l’anima dal corpo e di conoscerne la natura immutabile, indistruttibile ed eterna, sebbene sia già “confidenziale”, non dà ancora nessuna informazione effettiva sull’anima. Alcuni credono che alla dissoluzione del corpo, cioè al momento della liberazione dalla materia, l’anima, distinta dal corpo, diventi impersonale e si fonda in un “vuoto”. Questa ipotesi è priva di fondamento: com’è possibile che l’anima, così attiva nel corpo, smetta di agire una volta liberata dal corpo stesso? L’anima è sempre attiva. Se è eterna, essa è eternamente attiva e la conoscenza delle sue attività eterne, nel mondo spirituale, è descritta qui come la parte più “confidenziale” della conoscenza spirituale, il re del sapere.
Le Scritture vediche definiscono questa conoscenza come la più pura di tutte le attività. Il Padma Purana quando analizza gli atti colpevoli dell’uomo, mostra che sono la conseguenza di una catena interminabile di peccati. Infatti, coloro che agiscono per godere dei frutti delle loro attività si trovano presi in un vortice di conseguenze, di varie forme e gradi. Per esempio, quando si pianta un seme l’albero non appare subito, non cresce tutto d’un colpo, poiché la maturazione richiede un certo tempo. Dapprima spunta un germoglio, che si trasforma in arbusto, poi in albero; quindi vengono i fiori, solo più tardi i frutti, che potranno essere gustati da chi ha piantato il seme quando l’albero avrà raggiunto il suo pieno rigoglio. Nello stesso modo, gli atti colpevoli compiuti dall’uomo fruttificano solo dopo un certo periodo di tempo. Si distinguono dunque diversi gradi di fruttificazione; per esempio, l’atto colpevole può essere già terminato in una persona, mentre quest’ultima continua a gustarne i frutti. Ci sono poi peccati che attendono allo stato di seme, e quelli che hanno già fruttificato e stanno dando i loro frutti, di sofferenza e di dolore. Come spiega il verso ventotto del settimo capitolo, chi ha messo un termine definitivo alle conseguenze delle sue attività peccaminose e si dedica pienamente ad attività virtuose, libero dalle dualità di questo mondo, può impegnarsi attivamente nel servizio di devozione. a Dio la Persona Suprema, Sri Krishna. In altre parole, chiunque serva con devozione il Signore Supremo è già liberato da tutte le conseguenze delle sue azioni; tutte le reazioni dei suoi peccati, mature, latenti o ancora allo stato di seme, scompaiono gradualmente. Questa affermazione è confermata nel Padma Purana:
aprarabda-phalam papam
kutam bijam phalonmukham
kramenaiva praliyeta
visnu-bhakti-ratatmanam
Tale è la potenza purificatrice del servizio di devozione, che è detto perciò pavitram uttamam, “il più puro”. Il termine uttama significa “al di là della materia”: tamas designa questo mondo di tenebre, e uttama ciò che trascende l’azione materiale. Le attività devozionali non devono mai essere considerate materiali, anche se talvolta sembra che il devoto agisca sullo stesso piano dell’uomo comune. Chi possiede una chiara visione e una conoscenza profonda del servizio di devozione sa che queste attività non sono materiali; sono completamente spirituali e devozionali e non contaminate dalle tre influenze della natura materiale.
La pratica del servizio di devozione è così sublime che i suoi effetti si possono percepire direttamente. L’esperienza ci mostra che chiunque canti o reciti senza offese i santi nomi di Krishna (Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare), prova, in breve tempo, una gioia trascendentale incomparabile e si purifica rapidamente da tutta la contaminazione materiale. Questo si realizza praticamente. Se poi, oltre ad ascoltare le glorie del Signore e cantare e Suoi santi nomi, c’impegniamo anche a diffondere il servizio devozionale contribuendo alle attività missionarie della coscienza di Krishna, ci accorgiamo di avanzare gradualmente sulla via spirituale. Questo progresso non dipenderà affatto dalla nostra educazione, né dalle nostre precedenti qualificazioni; la via devozionale è così pura che impegnandosi in essa, fin dall’inizio si ottiene la purificazione.
Il Vedanta-sutra (3.2.26) lo conferma, prakasas ca karmany abhyasat: “Il servizio di devozione è così potente che chiunque vi s’impegni viene senza dubbio illuminato.” L’esempio di Narada Muni lo dimostra: di umile nascita, figlio di una servitrice, egli non aveva ricevuto alcuna educazione, ma poiché sua madre era al servizio di grandi devoti del Signore, Narada l’aiutava e aveva l’occasione di sostituirla ogni volta che sua madre doveva assentarsi. Lo Srimad Bhagavatam riporta le sue parole:
ucchista-lepan anumodito dvijaih
sakrit sma bhunjc tad-apasta-kilbisah
evam pravrittasya visuddha-cetasas
tad-dharma evatma-rucih prajayate
Una volta soltanto, col loro permesso, mangiai i resti del loro pasto, e subito tutti i miei peccati furono cancellati. Così impegnato al loro servizio, il mio cuore si purificò e la loro natura di spiritualisti cominciò ad affascinarmi.” (S.B. 1.5.25)
In questo verso Narada racconta al suo discepolo Vyasadeva che in una vita passata, quand’era bambino, aveva servito dei puri devoti del Signore durante i quattro mesi del loro soggiorno nel luogo dove abitava, ed ebbe con loro uno stretto legame. A volte i saggi lasciavano un po' di cibo nel piatto, e il bambino, che doveva pulire quei piatti, desiderò assaggiare i loro avanzi. Perciò un giorno chiese a questi grandi devoti il permesso di farlo, ed essi glielo accordarono. Questi alimenti santificati liberarono Narada dalle conseguenze di tutti i suoi atti colpevoli, e man mano che egli mangiava, il suo cuore diventava puro come quello dei saggi. Questi grandi devoti gustavano l’estasi di servire sempre il Signore con amore ascoltando e cantando le Sue glorie, e Narada, a contatto con loro, sviluppò lo stesso gusto per l’ascolto e il canto e delle glorie del Signore.
tatranvaham krishna-kathah pragayatam
anugrahenasrinavam manoharah
tah sraddhaya me’ ’nupadam visrinvatah
priyasravasy anga mamabhavad rucih
Così, in compagnia dei grandi saggi, crebbe in lui il desiderio ardente di adottare il servizio di devozione. Questo verso del Vedanta-sutra afferma dunque: prakasas ca karmany abhyasat, tutto si rivela subito a colui che s’impegna nel servizio di devozione. Questa è la percezione diretta, espressa dal termine pratyaksa.
Narada era solo il figlio di una domestica, non aveva avuto la possibilità di frequentare una scuola, e si accontentava di aiutare la madre nel suo lavoro. Per fortuna sua madre si era messa al servizio di grandi devoti del Signore, così anche lui ebbe l’occasione di servirli quand’era bambino. Solo per questo contatto con i devoti, Narada raggiunse il fine ultimo di tutte le religioni, il servizio di devozione. Lo Srimad Bhagavatam afferma che la gente che pratica la religione per lo più ignora che la perfezione di tutte le religioni consiste nel raggiungere il servizio di devozione, sa vai pumsam paro dharmo yato bhaktir adhoksaje. Com’è già stato spiegato in relazione all’ultimo verso dell’ottavo capitolo (vedesu yajnesu tapahsu caiva), di solito occorre sviluppare la conoscenza vedica per comprendere il sentiero della realizzazione spirituale, ma Narada raccolse i più alti benefici dello studio dei Veda senza essere stato istruito sui principi vedici. Il servizio devozionale è così potente che permette di raggiungere la più alta perfezione della religione senza eseguirne scrupolosamente i riti. Com’è possibile? I Veda ce lo spiegano: acaryavan puruso veda, chi entra in contatto con i grandi acarya può acquisire tutta la conoscenza necessaria alla realizzazione spirituale anche se non ha ricevuto alcuna educazione, né ha studiato i Veda.
Il servizio di devozione è un’attività gioiosa (su-sukham) perché consiste soprattutto nell’ascoltare e nel cantare le glorie del Signore (sravanam kirtanam visnoh). Si può ascoltare il canto delle glorie del Signore o assistere ai discorsi filosofici sulla conoscenza spirituale tenuti dai puri acarya; così, semplicemente sedendosi e ascoltando, si può imparare. Si possono anche gustare i resti dei deliziosi cibi offerti al Signore. Questo metodo è gioioso sotto tutti gli aspetti, e accessibile anche al più povero degli uomini. Il Signore dice: patram puspam phalam toyam, accetterà dal Suo devoto anche l’offerta più modesta, persino una foglia, un fiore, un frutto, un po' d’acqua, cose che sono disponibili ovunque e che qualsiasi persona può offrire, indipendentemente dalla sua posizione sociale. E l’offerta sarà accettata dal Signore se è fatta con amore e devozione. La storia ne offre numerosi esempi, tra cui quello di Sanat-kumara, che divenne un grande devoto del Signore per aver gustato le foglie di tulasi offerte ai Suoi piedi di loto. Perciò il servizio di devozione è meraviglioso e si compie con gioia. Dio accetta solo l’amore con cui le cose Gli sono offerte.
Questo verso aggiunse che il servizio di devozione è eterno, contrariamente a ciò che sostengono filosofi mayavadi. Talvolta anch’essi praticano quello che loro chiamano servizio di devozione, ma solo finché hanno raggiunto la liberazione; poi lo rifiutano dicendo: “Ora sono uno con Dio.” Ma una devozione e un servizio così temporaneo e interessato non può essere definito puro servizio di devozione. il vero servizio devozionale continua anche dopo la liberazione. Quando il devoto raggiunge il mondo spirituale, il regno di Dio, continua a servire il Signore Supremo, senza mai cercare d’identificarsi con Lui.
In realtà, come vedremo nella Bhagavad-gita, il vero servizio devozionale comincia dopo la liberazione (samah sarvesu bhutesu mad-bhutesu mad-bhaktim labhate param), quando si raggiunge il livello del Brahman (il brahmabhuta). Il bhakti-yoga permette di capire Dio, la Persona Suprema. Se non si giunge al piano del bhakti-yoga (il servizio devozionale), la pratica del karma-yoga, del jnana-yoga, dell’astanga-yoga o di qualsiasi altro yoga, non sarà sufficiente a farci capire Dio, la Persona Suprema. Anche lo Srimad Bhagavatam conferma che si può capire la scienza di Krishna, la scienza di Dio, solo dopo essersi purificati con la pratica del servizio di devozione, specialmente dopo aver ascoltato lo Srimad-Bhagavtam e la Bhagavad-gita da anime realizzate: evam prasanna-manaso bhagavad-bhakti-yogatah. (S.B.1.2.20) Quando il cuore si è purificato da ogni contaminazione, allora si può capire chi è Dio. Perciò il servizio di devozione, la coscienza di Krishna è il re fra tutte le scienze, il re del sapere segreto o “confidenziale”. È la forma più pura della religione e si compie gioiosamente, senza fatica. Perciò tutti dovrebbero adottarlo.
VERSO 3
asraddadhanah purusa
dharmasyasya parantapa
aprapya mam nivartante
mrityu-samsara-vartmani
asraddadhanah: coloro che sono privi di fede; purusah: tali persone; dharmasya: verso il metodo della religione; asya: questo; parantapa: o uccisore dei nemici; aprapya: senza ottenere; mam: Me; nivartante: tornano indietro; mrityu: della morte; samsara: nell’esistenza materiale; vartmani: sul sentiero.
TRADUZIONE
Coloro che non hanno fede nel servizio devozionale non possono raggiungerMi, o conquistatore dei nemici, ma tornano a nascere e a morire in questo mondo materiale.
SPIEGAZIONE
Il significato di questo verso è che non si può compiere il servizio di devozione senza avere fede. E questa fede si sviluppa a contatto con i devoti del Signore. Purtroppo esistono persone così sfortunate che anche dopo aver ascoltato dai saggi l’insegnamento delle Scritture vediche, non sviluppano alcuna fede in Dio, ma rimangono esitanti e incapaci di situarsi fermamente nel servizio di devozione al Signore. La fede è dunque l’eleento più importante per progredire nella coscienza di Krishna. La Caitanya-caritamrita afferma che si dev’essere pienamente convinti che il servizio al Signore Supremo, Sri Krishna, è sufficiente a farci raggiungere la perfezione più alta. Questa è la vera fede. A questo proposito, lo Srimad Bhagavatam (4.31.14) insegna:
yatha taror mula-nisecanena
tripyanti tat-skandha-bhujopasakhah
pranopaharac ca yathendriyanam
tathaiva sarvarhanam acyutejya
“Impegnandoci nel servizio di devozione al Signore Supremo possiamo soddisfare anche tutti gli esseri celesti e gli altri esseri, così come annaffiando la radice di un albero si nutrono anche i suoi rami e le foglie, o fornendo il cibo allo stomaco si possono soddisfare tutte le parti del corpo.”
Dopo aver letto la Bhagavad-gita si deve realizzarne subito l’insegnamento finale e, abbandonando ogni altra attività, adottare il servizio d’amore al Signore Supremo, Sri Krishna, la Persona Divina. Avere la fede significa essere convinti della verità di questa filosofia; e la coscienza di Krishna è lo sviluppo di questa fede.
Esistono tre categorie di persone coscienti di Krishna: gli ultimi, i devoti di terza classe, sono quelli che non hanno fede. Tra loro, quelli che sono “ufficialmente” impegnati nel servizio di devozione ma perseguono qualche scopo materiale, non possono raggiungere la perfezione più alta. È quasi sicuro che devieranno prima o poi da questa via. Sebbene servano il Signore, la loro mancanza di fede e di convinzione rende molto instabile la loro permanenza nella coscienza di Krishna. Noi stessi ne abbiamo esperienza quando, nelle nostre attività missionarie, incontriamo tante persone che adottano la coscienza di Krishna con motivi nascosti e poi l’abbandonano per tornare alle loro vecchie abitudini non appena la loro situazione finanziaria migliora. Soltanto la fede, dunque permette di progredire nella coscienza di Krishna. Invece, il devoto di prima classe è colui che ha sviluppato una fede incrollabile e possiede una vasta conoscenza dei Testi che insegnano il servizio di devozione. Infine, il devoto di seconda classe non ha una comprensione molto profonda delle Scritture, ma è fermamente convinto che il servizio al Signore, la krishna-bhakti, sia la via migliore, e la sceglie senza esitare. Egli è dunque superiore al devoto di terza classe, che non ha né una conoscenza perfetta delle Scritture, né una fede molto ferma, ma che cerca, in tutta semplicità, di seguire questa via lasciandosi guidare dagli altri devoti.
Il devoto di terza classe, che è ai primi gradini della coscienza di Krishna, rischia di allontanarsi da questo sentiero, cosa che non succede ai devoti di seconda e prima classe. In particolare, il devoto di prima classe è sicuro di progredire fino alla meta finale, mentre quello di terza classe, anche se ha fede nel valore del servizio di devozione offerto al Signore, non ha conoscenza di Krishna, così come essa ci viene trasmessa dalle Scritture, tra cui lo Srimad Bhagavatam e la Bhagavad-gita. Può sentirsi attratto verso il karma-yoga e il jnana-yoga, e talvolta la sua fermezza è scossa; ma se riesce a purificarsi da queste “infezioni” può elevarsi al secondo o al primo grado della devozione al Signore, nella coscienza di Krishna. Anche lo Srimad Bhagavatam descrive tre livelli di fede in Krishna e, nell’undicesimo Canto, tre livelli di attaccamento.
Colui che dopo aver sentito parlare di Krishna e della perfezione del servizio devozionale, non sviluppa alcuna fede e si accontenta di credere che si tratti di semplici elogi trova difficile il sentiero della devozione, anche se vi è impegnato, naturalmente in modo superficiale. Ci sono poche speranze per lui di raggiungere la perfezione. La fede, dunque, è molto importante nel compimento del servizio di devozione.
VERSO 4
maya tatam idam sarvam
jagad avyakta murtina
mat-sthani sarva-bhutani
na caham tesu avasthitah
maya: da Me; tatam: pervaso; idam: questa; sarvam: tutta; jagat: manifestazione cosmica; avyakta-murtina: con la forma non manifestata; mat-sthani: in Me; sarva-bhutani: tutti gli esseri viventi; na: non; ca: anche; aham: Io; tesu: in loro; avasthitah: situato.
TRADUZIONE
Questo intero universo è pervaso da Me, nella Mia forma non manifestata. Tutti gli esseri sono in Me, ma Io non sono in loro.
SPIEGAZIONE
Nel Bhakti-rasamrita-sindhu (1.2.234) si afferma:
atah sri-ksna-namadi
na bhaved grahyam indriyaih
sevonmukhe hi jihvadau
svayam eva spuraty adah
I sensi materiali, grossolani per natura, non possono percepire Dio, la Persona Suprema, né comprende il Suo nome, i Suoi divertimenti e la Sua gloria. Il Signore Si rivela solo a chi Lo serve con devozione pura, sotto la guida di un acarya. Nella Brahma-samhita (5.38) è detto: premanjana-cchurita bhakti-vilocanena santah sadaiva hridayesu vilokayanti, solo chi ha sviluppato per Lui un sentimento d’amore trascendentale può vedere Dio, la Persona Suprema, Govinda, all’interno e all’esterno di se stesso. Agli uomini comuni Dio rimane invisibile. Nonostante la Sua onnipresenza, resta inconcepibile ai sensi materiali, come dice il nostro verso, col termine avyakta-murtina. Ma anche se noi possiamo vederLo, la verità è che tutto riposa in Lui. Infatti, il settimo capitolo spiegava come l’intera manifestazione cosmica non sia altro che la combinazione delle Sue energie, superiore (o spirituale) e inferiore (o materiale). L’energia di Dio si estende a tutta la creazione, come lo splendore del sole illumina l’universo intero, e tutto riposa su questa energia.
Non si dovrebbe concludere, tuttavia, che diffondendoSi nella creazione intera, il Signore perda la Sua esistenza personale. Per confutare tale argomento Krishna stesso dice che Egli è ovunque, che tutto è in Lui, ma che Egli rimane al di là di tutto. Prendiamo l’esempio di un capo di stato: il governo da lui diretto è in realtà solo la manifestazione della sua potenza, i ministri rappresentano le sue differenti energie e ogni ministro dipende dal suo potere. Ma non si può evidentemente sperare di vedere il capo di Stato presente in persona in ognuno dei dipartimenti della sua amministrazione. Così, tutto ciò che vediamo, tutto ciò che esiste nel mondo materiale e spirituale riposa sull’energia di Dio, la Persona Suprema. La creazione avviene mediante la diffusione delle Sue diverse energie e, come spiega la Bhagavad-gita, Egli è presente ovunque attraverso questa diffusione stessa, che rappresenta dunque la Sua Persona (vistabhyaham idam kritsnam).
VERSO 5
na ca mat-sthani bhutani
pasya me yogam aisvaram
bhuta-bhrin na ca bhuta-stho
mamatma bhuta-bhavanah
na: mai; ca: anche; mat-sthani: situato in Me; bhutani: ogni creazione; pasya: guarda; me: Mio; yogam aisvaram: inconcepibile potere mistico; bhuta-bhrit: il sostegno di tutti gli esseri viventi; na: mai; ca: anche; bhuta-sthah: nella manifestazione cosmica; mama: Mio; atma: Sè; bhuta-bhavanah: la fonte di tutte le manifestazioni.
TRADUZIONE
Tuttavia niente di ciò chè creato è in Me. Guarda la Mia potenza mistica! Sono il sostegno di tutti gli esseri viventi, sono presente in ogni luogo, eppure non sono parte di questa manifestazione cosmica in quanto Io stesso sono la fonte della creazione.
SPIEGAZIONE
Quando il Signore dice che tutto riposa in Lui (mat-sthani sarva-bhutani) bisogna capire bene il significato delle Sue parole. Egli non Si occupa direttamente di sostenere e preservare gli universi materiali. Tutti conoscono l’immagine di Atlante, sfinito dalla stanchezza, che sorregge sulle spalle l’immenso globo terrestre. Il Signore non ha nulla di simile a un Atlante che sosterrebbe così l’universo materiale. Lui stesso lo afferma: sebbene tutto riposi in Me, Io sono al di là della Mia creazione. I sistemi planetari fluttuano nello spazio, che è l’energia del Signore, ma la Sua Persona è differente dallo spazio, ed è situata al di là di esso. Perciò Egli dichiara che sebbene tutto riposi sulla Sua energia inconcepibile, Lui, Dio, la Persona Suprema, è al di là di tutto. Questa è la grandezza inconcepibile del Signore.
Il dizionario vedico Nirukti c’insegna, yujyate ‘nena durghatesu karyesu: “Il Signore Supremo, manifestando la Sua potenza, compie divertimenti che sono inconcepibilmente meravigliosi.” La Sua Persona contiene innumerevoli e potenti energie, e la Sua volontà è in sé realtà concreta. È in questo modo che bisogna comprendere Dio, la Persona Suprema. Nel compimento dei suoi desideri, l’uomo incontra mille ostacoli, e a volte gli è perfino impossibile agire come vorrebbe. Ma Krishna, solo grazie alla Sua volontà, può compiere ogni cosa, e con una perfezione tale che non si possono neppure immaginare i meccanismi dei Suoi atti. Il Signore stesso descrive questo fenomeno affermando che nonostante Egli preservi e sostenga l’intero universo materiale, non entra mai a contatto diretto con esso. La Sua volontà suprema è sufficiente a creare, sostenere, mantenere e distruggere ogni cosa. Poiché Egli è assoluto e spirituale, non c’è differenza tra Lui stesso e la Sua mente (al contrario di quanto succede per l’essere condizionato, che è differente dalla mente materiale che possiede). Ma un profano non potrà certamente capire che il Signore possiede una forma personale, distinta da tutto, pur essendo presente allo stesso tempo in ogni cosa. Il fatto che Dio, la Persona Suprema, esista fuori di ogni manifestazione materiale quando tutto riposa in Lui è la dimostrazione che Egli ha poteri soprannaturali, che sono descritti qui come yogam aisvaram.
VERSO 6
yathakasa-sthito nityam
vayuh sarvatra-go mahan
tatha sarvani bhutani
mat-sthanity upadharaya
yatha: proprio come; akasa-stitah: situato nel cielo; nityam: sempre; vayuh: il vento; sarvatra-gah: che soffia in ogni luogo; mahan: grande; tatha: similmente; sarvani bhutani: tutti gli esseri creati; mat-sthani: situati in Me; iti: così; upadharaya: cerca di capire.
TRADUZIONE
Come il vento possente che soffia in ogni direzione rimane sempre nello spazio etereo, sappi che tutti gli esseri creati rimangono in Me.
SPIEGAZIONE
All’uomo comune è praticamente impossibile concepire l’enorme creazione materiale riposi sul Signore. Ma per aiutarci a capire, Krishna ci dà quest’esempio. Lo spazio, in cui è situata la creazione cosmica, è la manifestazione più gigantesca che possiamo concepire. In quello spazio, il vento, ossia l’aria, è la più grande manifestazione del mondo cosmico. Il movimento dell’aria influenza il movimento di ogni cosa. Ma, sebbene sia grande, il vento è situato all’interno del cielo, non al di là di esso. Similmente, le meravigliose manifestazioni cosmiche esistono per volontà suprema del Signore, e tutte sono subordinate a questa volontà suprema. Non un filo d’erba si muove senza la volontà del Signore, si dice comunemente. Per Sua volontà tutto si muove, tutto è creato, mantenuto e distrutto; seppure il Signore è al di là di tutta la Sua creazione, ne rimane indipendente, come lo spazio resta indipendente dai movimenti del vento. Nelle Upanisad è detto, yad-bhisa vatah pavate: È per timore del Signore Supremo che il vento soffia.” (Taittiriya Upanisad 2.8.1) La Brihad-aranyaka Upanisad (3.8.9) aggiunge, etasya va aksarasya prasante gargi surya-candramasau vidhritau tisthata etasya va aksarasya prasasane gargi dyav-aprithivyau vidhritau ti tistatah: “La luna, il sole e gli altri pianeti si muovono sotto la direzione suprema di Dio, in risposta al Suo ordine.” Anche la Brahma-samhita (5.52), che descrive il movimento del sole, lo conferma:
yac-caksur esa savita sakala-grahanam
raja samasta-sura-murtir asesa-tejah
yasyajnaya bhramati sambhrita-kala-cakro
govindam adi-purusam tam aham bhajami
Il sole, che è considerato l’occhio del Signore, ha il potere di diffondere in quantità enorme calore e luce, ma è per ordine di Govinda, secondo la Sua volontà suprema, che percorre la sua orbita.
Così le Scritture vediche sostengono che la creazione materiale, che ai nostri occhi appare grande e meravigliosa, è sotto il completo controllo di Dio, la Persona Suprema. I versi amplieranno questo concetto.
VERSO 7
sarva-bhutani kaunteya
prakritim yanti mamikan
kalpa-ksaye punas tani
kalpadau visrijamy aham
sarva-bhutani: tutti gli esseri creati; kaunteya: o figlio di Kunti; prakritim: natura; yanti: entrano; mamikam: Mia; kalpa-ksaye: alla fine dell’era; punah: di nuovo; tani: tutti coloro; kalpa-adau: all’inizio dell’era; visrijami: creo; aham: Io.
TRADUZIONE
O figlio di Kunti, alla fine di un era tutte le manifestazioni materiali entrano nella mia natura, e all’inizio dell’era successiva, in virtù della Mia potenza, Io le creo di nuovo.
SPIEGAZIONE
La creazione, il mantenimento e la distruzione della manifestazione cosmica materiale dipendono esclusivamente dalla volontà suprema di Dio. L’espressione “alla fine di un’era”, in questo verso, significa alla morte di Brahma. La durata della vita di Brahma è di cent’anni, ma ognuno dei suoi giorni equivale a 4.320.000.000 di anni terrestri, e altrettanto ogni notte. I suoi mesi contano trenta di questi giorni e di queste notti, e i suoi anni dodici di questi mesi. Dopo cento di questi anni, alla morte di Brahma, sopraggiunge la devastazione, la distruzione dell’universo materiale; ciò significa che l’energia manifestata dal Signore Supremo al momento della creazione si riassorbe in Lui. Quando poi diventa necessario manifestare di nuovo la creazione materiale interviene la volontà del Signore. Bahu syam: “Io sono uno, ma Mi renderò molteplice”, è l’aforisma vedico. (Chandogya Upanisad 6.2.3) Dio Si moltiplica dunque attraverso l’energia materiale e causa una nuova manifestazione cosmica.
VERSO 8
prakritim svam avastabhya
visrijami punah punah
bhuta-gramam imam kritsnam
avasam prakriter vasat
prakritim: la natura materiale; svam: del Mio Sé personale; avastabhya: entrando; visrijami: Io creo; punah punah: di nuovo; bhuta-gramam: tutte le manifestazioni cosmiche; imam: queste; kritsnam: nella totalità; avasam: automaticamente; prakriteh: della forza della natura; vasat: sotto la costrizione.
TRADUZIONE
L’intero ordine cosmico è soggetto al Mio controllo. Per Mia volontà ogni volta si manifesta di nuovo, e sempre per Mia volontà alla fine è annientato.
SPIEGAZIONE
Il mondo materiale, come abbiamo spiegato più volte, è la manifestazione dell’energia inferiore di Dio, la Persona Suprema. Al momento della creazione l’energia materiale è “messa in libertà” come mahat-tattva, in cui il Signore entra sotto la forma di Maha-Visnu, il primo purusa-avatara. Egli Si distende sull’Oceano Causale e a ogni Sua espirazione emanano dal Suo corpo un’infinità di universi. Il Signore entra poi in ognuno di essi sotto la forma di Garbhodakasayi Visnu. Così sono creati tutti gli universi. Egli entra inoltre in ogni essere e in ogni cosa, compreso l’atomo infiinitesimale, sotto la forma di Ksirodakasayi Visnu. Questo è ciò che spiega i l verso.
Gli esseri viventi sono proiettati in seno alla natura materiale e lì sviluppano corpi differenti, che sono il risultato delle loro azioni passate. Allora l’universo inizia ad animarsi, cominciano le attività delle molteplici varietà di esseri, e questo fin dall’inizio della creazione. Non si tratta dunque di evoluzione progressiva delle specie. Tutte le specie viventi —uomini, animali, uccelli, ecc.— sono create contemporaneamente, insieme con l’universo, perché tutti i desideri che giacevano negli esseri condizionati al momento della distruzione precedente si manifestano subito sotto differenti forme di corpi. Questo verso indica chiaramente, col termine avasam, che gli esseri non intervengono affatto in questo meccanismo. Lo stato di coscienza che avevano alla fine della loro vita precedente, nell’ultima creazione, si manifesta di nuovo e tutto avviene solo per la volontà del Signore. Questa è la potenza inconcepibile di Dio, la Persona Suprema. Infine, dopo averle create, il Signor non ha alcun contatto con le molteplici specie di vita. Egli crea per soddisfare le tendenze insite negli esseri, ma non è mai preso nell’ingranaggio della Sua creazione.
VERSO 9
na ca mam tani karmani
nibadhnanti dhananjaya
udasina-vad asinam
asaktam tesu karmasu
na: mai; ca: anche; mam: Me; tani: tutte quelle; karmani: attività; nibhadhnanti: legano; dhananjaya: o conquistatore delle ricchezze; udasina-vat: come neutrale; asinam: situato; asaktam: senza attrazione; tesu: per quelle; karmasu: attività.
TRADUZIONE
O Dhananjaya, tutte queste attività materiali non possono legarMi. Sempre distaccato, Io rimango neutrale.
SPIEGAZIONE
Non dobbiamo pensare, leggendo questo verso, che Dio, la Persona Suprema, rimanga inattivo. Anzi nel Suo regno spirituale Egli è sempre attivo, come conferma la Brahma-samhita (5.6) atmaramasya tasyasti prakritya na samagamah: “Il Signore è sempre impegnato nei Suoi divertimenti spirituali, eterni e beati, ma non interviene mai nell’andamento dell’universo materiale.” Come spiega questo verso, sono le Sue diverse potenze a prendersi cura dell’universo materiale. Il Signore rimane sempre neutrale per quanto riguarda le attività del mondo creato. Questa neutralità è espressa qui col termine udasina-vat. Sebbene controlli ogni minimo particolare dei movimenti della materia, il Signore resta neutrale, come un giudice della corte suprema seduto sul suo seggio. Per ordine del giudice, un uomo è impiccato, un altro è gettato in prigione, un altro ancora è ricompensato con grandi ricchezze, ma il giudice rimane neutrale, per niente toccato da queste gioie. Così il Signore, che presiede a tutti i movimenti dell’universo, resta sempre neutrale. Il Vedanta-sutra (2.1.34) afferma, vaisamya-nairghrinye na: il Signore non è soggetto alle dualità dell’universo materiale, ma le trascende completamente. Egli non è legato né dalla creazione né dalla distruzione dell’universo materiale, e non interviene quando l’essere condizionato deve nascere in differenti corpi, da una specie all’altra, secondo le sue azioni passate.
VERSO 10
mayadhyaksena prakritih
suyate sa-caracaram
hetunanena kaunteya
jagad viparivartate
maya: da Me; adhyaksena: con la sovrintendenza; prakritih: natura materiale; suyate: manifesta; sa: ambedue; cara-acaram: mobili e immobili; hetuna: per la ragione; anena: questa; kaunteya: o figlio di Kunti; jagat: la manifestazione cosmica; viparivartate: funziona.
TRADUZIONE
La natura materiale, che è una delle Mie energie, agisce sotto la Mia direzione, o figlio di Kunti, generando tutti gli esseri, mobili e immobili. Secondo le sue leggi questa manifestazione è creata e annientata in un ciclo senza fine.
SPIEGAZIONE
Questo verso spiega chiaramente che sebbene il Signore Supremo sia indipendente dalle attività di questo mondo, Egli ne rimane il sovrano assoluto, Egli è la volontà suprema, lo sfondo della manifestazione materiale, la cui direzione vera e propria è condotta dall’energia materiale.
Krishna dichiara inoltre, nella Bhagavad-gita, di essere il padre di tutti gli esseri viventi, qualunque sia la loro forma o la loro specie. Come il padre pone nel grembo della madre il seme da cui nascerà il bambino, così il Signore Supremo, con un semplice sguardo, introduce gli esseri condizionati nel grembo della natura materiale, da dove appariranno sotto svariate forme, in differenti specie, secondo le loro attività e i loro desideri passati. Sebbene siano nati dallo sguardo del Signore, gli esseri viventi si rivestono di corpi che sono determinati dalle loro azioni e dai loro desideri precedenti. Il Signore, dunque, non Si associa mai direttamente con la creazione materiale; posa un semplice sguardo sulla natura materiale, e questo è sufficiente a metterla in movimento e a farvi apparire tutto immediatamente. Col Suo sguardo Egli esercita senza dubbio un ruolo attivo, ma indiretto perché S’impegna direttamente nella creazione dell’universo materiale. La smriti spiega questo fenomeno col seguente esempio: quando ci troviamo vicino a un fiore, l’odore entra in contatto col suo profumo, a l’odorato e il fiore rimangono separati l’uno dall’altro. Un rapporto simile esiste tra Dio, la Persona Suprema, e l’universo materiale: Egli crea l’universo col Suo sguardo e vi stabilisce l’ordine, ma non entra mai in contatto diretto con esso. In breve, la natura materiale non può agire senza l’approvazione del Signore Supremo. Il Signore, tuttavia, rimane completamente distaccato dalle attività materiali.
VERSO 11
avajananti mam mudha
manusim tanum asritam
param bhavam ajananto
mama bhuta-mahesvaram
avajananti: deridono; mam: Me; mudhah: gli uomini stolti; manusim: in una forma umana; tanum: un corpo; asritam: assumendo; param: trascendentale; bhavam: natura; ajanantah: non conoscendo; mama: Mia; bhuta: di tutto ciò che esiste; maha-isvaram: il proprietario supremo.
TRADUZIONE
Gli sciocchi Mi deridono quando discendo nella forma umana. Non conoscono la Mia natura trascendentale e la Mia supremazia su tutto ciò che esiste.
SPIEGAZIONE
Le spiegazioni date nei versi precedenti hanno dimostrato chiaramente che Dio, la Persona Suprema, non è un essere comune anche se appare come un uomo. La Persona Divina, che dirige la creazione, il mantenimento e la distruzione di tutta la manifestazione materiale, non può evidentemente essere paragonata a uno di noi. Eppure, numerosi sono gli sciocchi che considerano Krishna un potente personaggio e niente più. In realtà, Krishna è Dio, la Persona Suprema e originale, il Signore Supremo. come conferma la Brahma-samhita (isvarah paramah krishnah).
Esiste una moltitudine di isvara, di esseri viventi che esercitano un certo controllo in un determinato campo e hanno un’importanza più o meno grande. In ogni amministrazione governativa di questo mondo si troveranno funzionari, segretari di Stato, ministri e un presidente. Ciascuno controlla i suoi subordinati, ma allo stesso tempo è controllato dai suoi superiori. Nella Brahma-samhita si afferma che Krishna è il controllore supremo; nel mondo materiale come nel mondo spirituale si trovano molti controllori, ma sopra tutti c’è Krishna, il controllore supremo (isvarah paramah krishnah). Il Suo corpo è non materiale, eterno, tutto di conoscenza e felicità (sac-cid-ananda).
Nessun corpo materiale è capace degli atti meravigliosi descritti nei versi precedenti, ma gli sciocchi persistono nel denigrare il Signore considerandoLo un essere umano. Sotto molti aspetti Egli interpreta la parte di un essere umano (perciò il Suo corpo è chiamato qui manusim), diventando l’amico di Arjuna o l’uomo politico alleato dei Pandava nella battaglia di Kuruksetra, ma in realtà il Suo corpo è sac-cid-ananda-vigraha, tutto conoscenza e felicità eterne e assolute. I Testi vedici lo confermano ancora, sac-cid-ananda-rupaya-krishnaya: ”Offro il mio omaggio a Krishna, Dio , la Persona Suprema, che è la forma eterna di conoscenza e felicità.” (Gopala-tapani Upanisad 1.1.) Nei Veda ci sono anche altre descrizioni, tam ekam govindam: “Tu sei Govinda, la gioia delle mucche e dei sensi di tutti gli esseri.” Sac-cid-ananda-vigraham: “La Tua forma è trascendentale, tutta di eternità, conoscenza e felicità.” (Gopala-tapani Upanisad, 1.35) Ma nonostante queste qualità trascendentali del corpo di Krishna, nonostante la Sua conoscenza e felicità perfette, alcuni cosiddetti eruditi e commentatori della Bhagavad-gita continuano a denigrare il Signore, considerandoLo allo stesso livello degli uomini. Chi si fa un simile concetto del Signore dà prova di ben poca conoscenza e merita il nome di mudha, anche se grazie alle sue buone azioni precedenti è nato con una vasta intelligenza ed è diventato un grande erudito. Infatti, solo uno sciocco che ignora tutto delle attività intime di Krishna e delle Sue energie, può scambiarLo per un uomo comune. Può denigrarLo in questo modo solo uno sciocco che non conosce i Suoi attributi trascendentali, che non è capace di vedere nel Suo corpo l’incarnazione stessa della conoscenza e della felicità perfette ed è ignorante del fatto che tutto Gli appartiene e che Lui può accordare la liberazione a tutti gli esseri.
Questi sciocchi non capiscono che Dio, la Persona Suprema, appare in questo mondo grazie alla Sua potenza interna. Abbiamo già spiegato più volte che Egli è il maestro dell’energia materiale; Lui stesso dichiara che quest’energia, in realtà così potente, è sotto il Suo controllo (mama maya duratyaya), e aggiunge che chiunque si abbandoni a Lui si libera dal dominio dell’energia materiale. E se un’anima condizionata può sfuggire all’energia materiale abbandonandosi a Krishna, come può pensare che Krishna, il maestro della creazione, del mantenimento e della distruzione dell’universo materiale, possieda un corpo di materia simile al nostro? Pura assurdità! Ma gli sciocchi non riescono a concepire che Krishna, Dio, la Persona Suprema, possa apparire come un uomo comune ed essere anche controllore dell’atomo e della gigantesca manifestazione della forma universale. L’infinito come l’infinitesimale superano la capacità di comprensione di questi sciocchi, che non possono immaginare come un essere dall’aspetto umano possa controllare l’uno e l’altro simultaneamente. In realtà, non solo controlla l’uno e l’altro, ma resta anche indipendente dalle loro manifestazioni. Grazie alla Sua inconcepibile potenza spirituale (yogam aisvaram), il Signore può dirigere in modo simultaneamente l’infinito e l’infinitesimale, rimanendo sempre al di là di entrambi. Ma se gli sciocchi non possono concepire che Krishna, quando appare come essere umano, possieda tali poteri, i puri devoti, invece, Glieli riconoscono pienamente, poiché sanno che Krishna è Dio, la Persona Suprema, e si abbandonano completamente a Lui, servendoLo con amore e devozione nella coscienza di Krishna.
L’apparizione del Signore sotto l’aspetto umano è sempre stato oggetto di numerose controversie tra personalisti e impersonalisti. Ma noi possiamo capire, alla luce dei Testi autorizzati che ci rivelano la scienza spirituale, cioè la Bhagavad-gita e lo Srimad Bhagavatam, che Krishna è Dio, la Persona Suprema. Non è un comune mortale, sebbene sulla Terra abbia interpretato la parte dell’uomo comune. Un passo dello Srimad Bhagavatam (primo capitolo del primo canto, dove si trovano riportate le domande di grandi saggi sulle attività di Krishna), afferma:
kritavan kila karmani
saha ramena kesavah
ati-martyani bhagavan
gudhah kapata-manusah
“Sri Krishna, il Signore Supremo, e Balarama hanno giocato il ruolo di semplici esseri umani, ma sotto quest’apparenza hanno compiuto prodezze sovrumane.”
La Sua venuta come uomo confonde gli sciocchi, poiché nessun uomo avrebbe potuto agire in modo così straordinario come Egli fece durante la Sua permanenza sulla Terra. Quando Krishna apparve di fronte a Suo padre e a Sua madre, Vasudeva e Devaki, il Signore aveva quattro braccia e per soddisfare la preghiera dei Suoi genitori assunse la forma di un bambino comune. Lo Srimad Bhagavatam (10.3.46) lo conferma, babhuva prakritah sisuh: si trasformò in un bambino, in un comune essere umano. Questa parvenza di persona comune è uno degli aspetti del Suo corpo trascendentale. Nell’undicesimo capitolo della Bhagavad-gita troviamo inoltre un passo dove Arjuna prega Krishna di mostrargli la Sua forma a quattro braccia (tenaiva rupena catur-bhujena); Krishna esaudisce la sua preghiera, poi gli mostra la Sua forma originale dalle sembianze umane (manusam rupam). Tutti questi aspetti meravigliosi appartengono al Signore, non certo a un uomo qualsiasi.
Tra quelli che denigrano Krishna, alcuni, che sono contaminati dalla filosofia Mayavadi, si avvalgono del seguente verso dello Srimad Bhagavatam (3.29.21) per dimostrare che Krishna è solo un uomo comune, aham sarvesu bhutatmavastitah sada: “Il Signore Supremo è presente in ogni essere.” Per capire questo verso vediamo la spiegazione che danno acarya vaisnava come Jiva Gosvami e Visvanatha Cakravarti µhakura, invece di seguire l’interpretazione dei commentatori non autorizzati, che denigrano Krishna. Jiva Gosvami, spiegando questo verso, dice che Krishna, nella forma del Paramatma, Sua emanazione plenaria, vive in ogni essere, mobile e immobile. Perciò, aggiunge Jiva Gosvami, la devozione del neofita, che da una parte adora l’arca-murti, la forma del Signore nel tempio, e dall’altra manca di rispetto agli altri esseri viventi, è del tutto inutile. I devoti del Signore si dividono in tre categorie, e il neofita si trova sul livello più basso, perché accorda più attenzione alla murti nel tempio che agli altri devoti. Visvanatha Cakravarti Thakura ci avverte che una simile mentalità dev’essere corretta. Il devoto deve saper riconoscere la presenza di Krishna, come Paramatma, nel cuore di ciascuno; deve vedere in ogni corpo il tempio del Signore Supremo e offrire a tutti i corpi, dimore del Paramatma, lo stesso rispetto che al tempio del Signore. Così bisogna rispettare ogni essere, senza trascurare nessuno.
Molti impersonalisti denigrano anche l’adorazione del Signore tempio: “Se Dio è dappertutto, dicono perché limitarsi all’adorazione nel tempio?” Ma noi rispondiamo: se Dio è dappertutto, perché non dovrebbe essere nel tempio, nella murti?
Personalisti e impersonalisti non finiranno mai di opporsi l’un l’altro, ma il perfetto devoto sa che Krishna è uno come Persona Suprema, ed è anche onnipresente. La Brahma-samhita lo conferma: sebbene risieda eternamente nella Sua dimora, Goloka Vrindavana, Krishna è presente, attraverso le Sue energie e la Sua emanazione plenaria, in ogni parte del mondo materiale e spirituale.
VERSO 12
moghasa mogha-karmano
mogha-jnana vicetasah
raksasim asurim caiva
prakritim mohinim sritah
mogha-asah: frustrati nelle loro speranze; mogha-karmanah: frustrati nelle attività interessate; mogha-jnanah: frustrati nella conoscenza; vicetasah: confusi; raksasim: demoniaca; asurim: atea; ca: e; eva: certamente; prakritim: natura; mohinim: che confonde; sritah: prendono rifugio in.
TRADUZIONE
Così confusi, essi prediligono concezioni atee e demoniache. In questa illusione le loro speranze di liberazione, le loro attività interessate e la loro conoscenza sono tutte sconfitte.
SPIEGAZIONE
Esistono molti pseudo-devoti che pensano di essere coscienti di Krishna e credono di servirLo, mentre in realtà non accettano dal profondo del cuore Dio, la Persona Suprema, Krishna, come la Verità Assoluta. Costoro non gusteranno mai il frutto del servizio di devozione, cioè il ritorno a Dio. Quelli che si dedicano ad atti di virtù, ma interessati, sperando così di liberarsi un giorno dai legami della materia, non conosceranno mai il successo, perché denigrano Dio, la Persona Suprema, Sri Krishna. Infatti, solo un ateo o un essere demoniaco può denigrare Krishna e, come spiegava il settimo capitolo, questi miscredenti non s’abbandonano mai a Lui.
Le speculazioni intellettuali di questi sciocchi che vogliono raggiungere la Verità Assoluta li portano alla falsa conclusione che Krishna non è differente dai comuni mortali. Sviati da questa falsa convinzione, essi credono che una volta liberati dall’energia materiale che li ricopre sotto forma di corpo, più nulla li distinguerà da Dio. Ma è solo un’illusione pensare di poter diventare uno con Krishna. Come indica questo verso, la ricerca della conoscenza spirituale condotta da questi miscredenti si rivela sempre vana e futile, e il loro studio degli Scritti vedici, come il Vedanta-sutra e le Upanisad, si risolve in un fallimento.
Scambiare Krishna, la Persona Suprema, Dio, per un uomo comune costituisce dunque un’offesa grave, e chi commette una tale offesa è sicuramente preda dell’illusione, perché non comprende la forma eterna di Krishna.
Il Brihad-visnu-smriti stabilisce:
yo vetti bhautikam deham krishnasya paramatmanah
sa sarvasmad bahis-karyah srauta-smarta-vidhanatah
mukham tasyavalokyapi sa-celam snanam acaret
“Chiunque consideri materiale il corpo di Krishna dovrebbe essere espulso da ogni rituale, cioè da ogni atto relativo alla sruti e alla smriti; e chiunque, per caso, veda il volto di un simile offensore dovrebbe andare subito a bagnarsi nel Gange per purificarsi dalla contaminazione.”
Coloro che deridono Krishna danno prova d’invidia verso Dio, la Persona Suprema, e il loro destino è quello di rinascere infinite volte tra le specie demoniache e atee. La pura conoscenza, che è insita in ogni essere resta perpetuamente velata dall’illusione per queste persone, che potranno solo regredire fino ai recessi più tenebrosi della creazione.
VERSO 13
mahatmanas tu mam partha
daivim prakritim asritah
bhajanty ananya-manaso
jnatva bhutadim avyayam
maha-atmanah: le grandi anime; tu: ma; mam: a Me; partha: o figlio di Pritha; daivim: divina; prakritim: natura; asritah: avendo preso rifugio in; bhajanti: offrire servizio; ananya-manasah: senza deviazione della mente; jnatva: conoscendo; bhuta: della creazione; adim: l’origine; avyayam: inesauribile.
TRADUZIONE
O figlio di Pritha, coloro che non sono illusi, le grandi anime, sono protetti dalla natura divina. Poiché essi Mi riconoscono come Dio, la Persona Suprema, originale e inesauribile, si dedicano pienamente al servizio di devozione.
SPIEGAZIONE
Questo verso dà una chiara descrizione del mahatma. Il mahatma è innanzitutto colui che vive sotto la protezione della natura divina. Non è più sotto il controllo della natura materiale. Com’è possibile? La risposta è nel settimo capitolo: abbandonarsi a Sri Krishna, Dio, la Persona Suprema, è la condizione per liberarsi subito dal controllo della natura materiale. Una volta liberato, l’essere individuale, che è l’energia marginale del Signore, passa sotto la direzione della natura spirituale, detta anche daivi prakriti, o natura divina. Chi riesce a elevarsi così, abbandonandosi a Dio, la Persona Suprema, raggiunge lo stadio di mahatma, di “grande anima”.
Niente distrae l’attenzione del mahatma, niente l’attira se non Krishna, perché con certezza assoluta il mahatma riconosce in Krishna la Persona Suprema e originale, la causa di tutte le cause, senza possibilità di dubbio. Un mahatma si forma al contatto con altri mahatma, puri devoti di Krishna. I mahatma non sono attratti neanche dalle altre forme del Signore, come per esempio quella di Maha-Visnu, con quattro braccia, e tantomeno dalle forme degli esseri celesti e degli uomini. Sono affascinanti dalla forma a due braccia di Krishna. Meditano solo su Krishna, e Lo servono con una costanza infallibile, nella coscienza di Krishna.
VERSO 14
satatam kirtayanto mam
yatantas ca dridha-vratah
namasyantas ca mam bhaktya
nitya-yukta upasate
satatam: sempre; kirtayantah: cantando; mam: su di Me; yatantah: sforzandosi pienamente; ca: anche; dridha-vratah: con determinazione; namasyantah: offrendo omaggi; ca: e; mam: Me; bhaktya: nella devozione; nitya-yuktah: continuamente impegnati; upasate: adorano.
TRADUZIONE
Cantando sempre le Mie glorie, sforzandosi con grande determinazione, prosternandosi davanti a Me, questi grandi anime Mi adorano eternamente con devozione.
SPIEGAZIONE
Non è sufficiente attaccare un’ etichetta su un uomo qualsiasi e fare di lui un mahatma deve corrispondere alla descrizione data da questo verso, cioè non deve avere altro interesse che quello di cantare costantemente le glorie del Signore Supremo, Sri Krishna. Proprio in questo il mahatma si distingue dall’impersonalista, poiché lodare Dio significa glorificare il Suo santo nome, la Sua forma eterna, le Sue qualità trascendentali e i Suoi divertimenti straordinari. Si deve glorificare il Signore sotto tutti questi Suoi aspetti personali; il mahatma è dunque l’anima che sviluppa attaccamento per la Persona Divina e Suprema. In nessun caso la Bhagavad-gita descrive come mahatma le persone attratte dall’aspetto impersonale del Signore, il brahmajyoti. Le loro caratteristiche sono differenti, come vedremo nel verso seguente. Il mahatma s’impegna costantemente in varie attività devozionali, che sono descritte nello Srimad Bhagavatam: sravanam kirtanam visnoh smaranam, cioè l’ascolto e il canto delle glorie di Visnu (e non quelle di qualche essere celeste o umano) e il ricordo costante di Lui. Questa è la vera devozione. Il mahatma è fermamente determinato a raggiungere il fine ultimo, la compagnia del Signore Supremo in uno dei cinque rasa trascendentali.¹ A questo scopo dedica tutto se stesso — mente, corpo e parole — al servizio del Signore Supremo, Sri Krishna. Questa è la piena coscienza di Krishna.
Il servizio di devozione comporta, fra l’altro, alcune attività prescritte, per esempio il digiuno in alcune ricorrenze, come l’undicesimo giorno dopo la luna piena e la luna nuova (ekadasi), o il giorno che commemora l’avvento di Krishna sulla Terra. I grandi acarya propongono queste regole a chiunque desideri seriamente essere ammesso alla presenza del Signore Supremo, nel mondo spirituale. I mahatma osservano rigidamente queste regole, e ciò garantisce loro il raggiungimento del fine desiderato.
Come spiegava il secondo verso di questo capitolo, la pratica del servizio di devozione non è solo facile, ma anche molto gioiosa; nessun bisogno di compiere ascesi o rigide austerità. Chiunque — grihastha, sannyasi o brahmacari — in qualunque luogo del mondo, può modellare la propria vita sul servizio di devozione al Signore Supremo sotto la guida di un maestro spirituale qualificato, e diventare così un mahatma, una “grande anima”.
VERSO 15
jnana-yajnena capy anye
yajanto mam upasate
ekatvena prithaktvena
bahudha visvato-mukham
jnana-yajnena: coltivando la conoscenza; ca: anche; api: certamente; anye: altri; yajantah: sacrificando; mam: Me; upasate: adorano; ekatvena: in unità; prithaktvena: nella dualità; bahudha: nella diversità; visvatah-mukkham: e nella forma universale.
TRADUZIONE
Altri, che s’impegnano nel sacrificio coltivando la conoscenza, adorano il Signore Supremo sia come l’Uno senza secondi, sia nella diversità del molteplice, sia nella forma universale.
SPIEGAZIONE
Questo verso serve da complemento ai precedenti. Krishna ha appena spiegato ad Arjuna che i mahatma sono coloro che sono perfettamente coscienti di Krishna e vivono solo per Lui. Esistono poi altri uomini che pur senza raggiungere il livello di mahatma adorano anch’essi Krishna, in differenti modi. Alcuni di loro sono già stati descritti: colui che soffre, il povero, il curioso e l’uomo che coltiva la conoscenza. A un livello meno elevato ancora si distinguono tre nuovi gruppi: 1) quelli che, identificandosi col Signore Supremo, adorano la propria persona; 2) quelli che adorano una forma di Dio nata dalla loro immaginazione; 3) quelli che adorano la visva-rupa la forma universale del Signore Supremo. Di queste tre categorie, la meno elevata ma la più numerosa riunisce coloro che sotto il titolo di “monisti” si considerano Dio e rendono culto alla propria persona. Questo culto di se stessi, per lo più praticato dagli impersonalisti, è considerato un modo di adorare Dio, perché coloro che l’adottano sono consapevoli almeno di essere anime spirituali e non corpi di materia. La seconda categoria comprende gli adoratori degli esseri celesti, coloro che per pura immaginazione credono che qualsiasi forma sia quella del Signore. E la terza categoria si compone di quegli uomini che, incapaci di concepire qualcosa al di là di questo universo, che è anch’esso una forma del Signore, lo considerano come l’organismo o l’Essere Supremo, e così gli rendono culto.
VERSO 16
aham kratur aham yajnah
svadhaham aham ausadham
mantro ’ham aham evajyam
aham agnir aham hutam
aham: Io; kratuh: rituale vedico; aham: Io; yajnah: sacrificio delle smriti; svadha: offerta; aham: Io; aham: Io; ausadham: erba medicinale; mantrah: canto trascendentale; aham: Io; eva: certamente; ajyam: burro fuso; aham: Io; agnih: fuoco; aham: Io; hutam: offerta.
TRADUZIONE
Ma sono Io il rito e il sacrifcio, l’offerta agli antenati, l’erba medicinale e il canto trascendentale. Io sono il burro, il fuoco e l’offerta.
SPIEGAZIONE
Il sacrificio chiamato jyotistoma e il sacrificio menzionato nelle smriti chiamato maha-yajna, rappresentano entrambi Krishna. Anche il sacrificio offerto per soddisfare gli antenati, gli abitanti di Pitriloka, rappresenta Krishna, e consiste in un oblazione di burro chiarificato, considerato in questo caso come una panacea. I mantra recitati per l’occasione e le numerose preparazioni a base di latte che sono offerte durante questi sacrifici, rappresentano anch’essi Krishna Lo stesso fuoco del sacrificio rappresenta Krishna, perché è uno dei cinque elementi materiali che compongono la Sua energia esterna, detta “separata”, o distinta. In breve, tutti i sacrifici raccomandati nella sezione karma-kanda dei Veda rappresentano Krishna. Perciò, se una persona si dedica al servizio di devozione a Krishna significa che ha già compiuto tutti i sacrifici raccomandati nei Veda.
VERSO 17
pitaham asya jagato
mata dhata pitamahah
vedyam pavitram omkara
rik sama yajur eva ca
pita: padre; aham: Io; asya: di questo; jagatah: universo; mata: madre; dhata: sostegno; pitamahah: nonno; vedyam: ciò che deve essere conosciuto; pavitram: ciò che purifica; om-karah: la sillaba om; rik: il Rg Veda; sama: il Sama Veda; yajuh: e lo Yajur Veda; eva: certamente; ca: e.
TRADUZIONE
Di questo universo Io sono il padre, la madre, il sostegno e l’antenato. Sono l’oggetto della conoscenza, il purificatore e la sillaba om. Sono anche il Rig, il Sama e lo Yajur Veda.
SPIEGAZIONE
Tutte le manifestazioni dell’universo, mobili e immobili, provengono da differenti combinazioni dell’energia di Krishna. Sotto l’influsso dell’energia materiale, la prakriti, noi creiamo vari legami con altri esseri, che consideriamo come nostro padre e nostra madre, come i nonni e i “creatori”, mentre in realtà tutti questi esseri sono l’energia marginale di Krishna, Sue parti integranti. Questo vale non solo per nostro padre e nostra madre, ma anche per i “loro” creatori (indicati in questo verso dalla parola dhata), cioè nostro nonno e nostra nonna, e così via. Come tali, questi esseri rappresentano Krishna; in realtà si può dire che tutti gli esseri Lo rappresentano perché tutti fanno parte integrante di Lui.
È dunque verso Krishna soltanto che tutti i Veda convergono; qualsiasi conoscenza desideriamo attingere da questi Testi è un passo in più verso la comprensione di Krishna. Ma la conoscenza purificatrice che ci aiuta a ritrovare la nostra vera posizione rappresenta Krishna in modo particolare.
Anche colui che desidera comprendere tutti i princìpi vedici fa parte integrante di Krishna e perciò Lo rappresenta. Infine, poiché occupa una posizione predominante in tutti i mantra vedici, in tutti gli inni contenuti nei quattro Veda (Sama, Yajur, Rig e Atharva), anche la vibrazione sonora spirituale om chiamata anche pranava oppure omkara, rappresenta Krishna.
VERSO 18
gatir bharta prabhuh saksi
nivasah saranam suhrit
prabhavah pralayah sthanam
nidhanam bijam avyayam
gatih: meta; bharta: sostegno; prabhuh: Signore; saksi: testimone; nivasah: dimora; saranam: rifugio; su-hrit: amico più intimo; prabhavah: creazione; pralayah: dissoluzione; sthanam: base; nidhanam: luogo di riposo; bijam: seme; avyayam: imperituro.
TRADUZIONE
Sono la meta, il sostegno, il maestro, il testimone, la dimora, il rifugio e l’amico più caro. Sono la creazione e la dissoluzione, il fondamento di tutto ciò che esiste, sono il luogo di riposo e il seme eterno.
SPIEGAZIONE
Gati indica la destinazione da raggiungere. Sebbene la gente lo ignori, il fine ultimo è Krishna, e chi non conosce Krishna è sviato e compie solo falsi progressi, parziali o perfino illusori, “allucinatori”. Molti si prefiggono lo scopo di raggiungere gli esseri celesti, e applicando rigidamente i diversi metodi prescritti per ottenere i loro favori, giungono sui pianeti desiderati, quali Candraloka, Suryaloka, Indraloka, Maharloka, e così via. Ma tutti questi pianeti, o loka, poiché sono creazioni di Krishna, Lo rappresentano pur essendo distinti da Lui. Sono manifestazioni dell’energia di Krishna e dunque Lo rappresentano, ma allo stesso tempo sono solo un gradino verso la realizzazione di Krishna. Avvicinare le energie di Krishna significa accostarsi a Lui indirettamente; meglio quindi avvicinarLo direttamente, in persona, e risparmiare così tempo ed energia. Perché rendere la scala e salire i gradini a uno a uno quando l’ascensore può portarci direttamente in cima?
Tutto riposa sull’energia di Krishna, niente potrebbe esistere senza il rifugio che Egli rappresenta. Krishna è il sovrano supremo perché tutto Gli appartiene, tutto è sostenuto dalle Sue energie. Situato nel cuore di ogni essere. Egli è il testimone supremo. Le nostre dimore, i nostri paesi, i nostri pianeti, rappresentano anch’essi Krishna. Egli è il rifugio ultimo e chi desidera avere protezione o mettere fine alle sofferenze deve cercare riparo in Lui. Quando abbiamo bisogno di protezione non dobbiamo dimenticare che soltanto una forza vivente ha il potere di proteggere. Krishna è dunque il Supremo Essere vivente e, come sorgente di tutte le creature, come padre supremo, nessuno potrebbe essere un amico migliore, un benefattore più grande di Lui. Krishna è la sorgente originale della creazione che, una volta dissolta, trova sempre in Lui il suo riposo ultimo. Krishna, dunque, è l’eterna causa di tutte le cause.
VERSO 19
tapamy aham aham varsam
nigrihnamy utsrijami ca
amritam caiva mrityus ca
sad asac caham arjuna
tapami: dò calore; aham: Io; aham: Io; varsam: Io; aham: Io; varsam: pioggia; nigrihnami: trattengo; utsrijami: mando; ca: e; amritam: immortalità; ca; e; eva: certamente; mrityuh: morte; ca: e; aham: Io; arjuna: o Arjuna.
TRADUZIONE
O Arjuna, sono la fonte del calore, elargisco e trattengo la pioggia. Sono l’immortalità e anche la morte personificata. Lo spirito e la materia sono entrambi in Me.
SPIEGAZIONE
Grazie alle Sue diverse energie, Krishna diffonde calore e luce col sole e l’elettricità. È sempre Lui che trattiene le piogge durante l’estate e le lascia cadere abbondantemente quand’è la stagione. Egli è l’energia che ci sostiene e prolunga la durata della nostra vita, ma anche la morte che ci attende.
Analizzando queste numerose energie di Krishna vedremo chiaramente che non esiste in Lui alcuna distinzione tra materiale e spirituale; Egli è allo stesso tempo l’uno e l’altro. Anche colui che è avanzato nella coscienza di Krishna non li distingue più; in ogni cosa vede Krishna, e Krishna soltanto.
Poiché Krishna è il materiale e lo spirituale insieme, Egli può apparire nella Sua gigantesca forma universale, che racchiude tutte le manifestazioni materiali, ma anche nella Sua forma originale, a due braccia, nella Sua forma di Dio, la Persona Suprema, Syamasundara, che suona il flauto ed è immerso nei Suoi divertimenti a Vrindavana.
VERSO 20
trai-vidya mam soma-pah puta-papa
yajnair istva svar-gatim prarthayante
te punyam asadya surendra-lokam
asnanti divyan divi deva-bhogan
trai-vidyah: coloro che conoscono i tre Veda; mam: Me; soma-pah: che bevono il succo soma; puta: purificati; papah: dai peccati; yajnaih: con sacrifici; istva: che adorano; svah-gatim: il passaggio ai pianeti celesti; prarthayante: pregano; te: essi; punyam: pii; asadya: raggiungendo; sura-indra: di Indra; lokam: il mondo; asnanti: godono; divyam: celesti; divi: in cielo; deva-bhogan: i piaceri degli esseri celesti.
TRADUZIONE
Coloro che studiano i Veda e bevono il soma al fine di raggiungere i pianeti celesti Mi adorano indirettamente. Purificati dalle reazioni del peccato, essi rinascono sul pianeta virtuoso di Indra dove godono di piaceri paradisiaci.
SPIEGAZIONE
Il termine trai-vidyah indica i tre Veda (il Sama, lo Yajur e il Rg) e il brahmana che ne possiede la conoscenza è chiamato tri-vedi. Coloro che s’impegnano nello studio di questi tre Veda sono molto rispettati nella società; purtroppo, però, molti di questi eruditi ignorano il fine degli studi vedici.
Per illuminarli, Krishna dichiara qui di essere Lui il fine ultimo dei tri-vedi. Ciò significa che i veri tri-vedi prendono rifugio ai piedi di loto di Krishna, e per soddisfarLo s’impegnano nel puro servizio di devozione. Questo servizio di devozione comincia con la recitazione del mantra Hare Krishna e il desiderio di comprendere Krishna così com’è. Sfortunatamente, coloro per cui lo studio dei Veda conserva un carattere ufficiale si sentono più attratti dai sacrifici agli esseri celesti come Indra e Candra. Senza dubbio questo culto purifica queste persone dalle contaminazioni dovute agli influssi inferiori della natura e le eleva fino ai pianeti celesti, nei sistemi planetari superiori (Maharloka, Janoloka, Tapoloka e così via) dove possono soddisfare i loro desideri di godimento materiale mille volte meglio che sulla Terra.
VERSO 21
te tam bhuktva svarga-lokam visalam
ksine punye martya-lokam visanti
evam trayi-dharmam anuprapanna
gatagatam kama-kama labhante
te: essi; tam: quello; bhuktva: godendo; svarga-lokam: pianeti celesti; visalam: vasti; ksine: essendo esauriti; punye: i risultati delle loro attività pie; martya-lokam: alla Terra mortale; visanti: cadono giù; evam: così; trayi: dei tre Veda; dharmam: dottrina; anuprapannah: seguendo; gata-agatam: morte e nascita; kama-kamah: desiderando la gratificazione dei sensi; labhante: raggiungono.
TRADUZIONE
Quando, dopo aver goduto a lungo dei piaceri paradisiaci, il frutto delle loro attività pie è stato consumato, essi tornano di nuovo su questa Terra mortale. Così le persone che si conformano ai princìpi dei tre Veda perché ambiscono al piacere dei sensi ottengono soltanto di nascere e morire ripetute volte.
SPIEGAZIONE
L’uomo che si eleva fino ai sistemi planetari superiori ottiene un’esistenza più lunga e maggiori possibilità di godere del piacere dei sensi, ma non potrà restarvi per sempre, perché, esauriti i frutti dei suoi atti virtuosi, sarà rinviato sulla Terra. L’uomo che non ha raggiunto la perfezione del sapere, così com’è descritta nel Vedanta-sutra (janmady asya yatah), cioè non è giunto a conoscere Krishna, la causa di tutte le cause, fallisce nel tentativo di raggiungere il fine ultimo dell’esistenza ed è preso nella trappola dell’eterno andirivieni tra i pianeti superiori e quelli inferiori, ora salendo ora scendendo come su una grande ruota. Invece di raggiungere il mondo spirituale, da dove non si ricade più nel mondo materiale, resta prigioniero del ciclo di nascite e morti, ora sui pianeti superiori ora su quelli inferiori. È meglio dunque entrare nel mondo spirituale per godervi di un’esistenza eterna piena di conoscenza e felicità assolute, senza il rischio di tornare nella miserabile esistenza materiale.
VERSO 22
ananyas cintayanto mam
ye janah paryupasate
tesam nityabhiyuktanam
yoga-ksemam vahamy aham
ananyah: non avendo altro oggetto; cintayantah: concentrando; mam: su Me; ye: coloro che; janah: persone; paryupasate: adorando adeguatamente; tesam: di loro; nitya: sempre; abhiyuktanam: stabiliti nella devozione; yoga: esigenze; ksemam: protezione; vahami: porto; aham: Io.
TRADUZIONE
Ma a coloro che Mi adorano con devozione esclusiva meditando sulla Mia forma trascendentale, Io fornisco il necessario e preservo ciò che già possiedono.
SPIEGAZIONE
Chi non può vivere un solo attimo fuori della coscienza di Krishna — cioè senza servire il Signore con devozione, senza ascoltare e cantare le Sue glorie, senza ricordarsi di Lui e offrirGli preghiere e adorarLo, senza servire i Suoi piedi di loto e offrirGli altri servizi, senza legarsi d’amicizia con Lui e abbandonarsi totalmente a lui —non può fare a meno di pensare a Krishna in ogni istante del giorno e della notte. Queste azioni sono infinitamente propizie per il devoto e cariche di potenza spirituale, tanto da condurlo alla perfetta realizzazione spirituale. Allora il devoto non ha più altro desiderio se non quello di vivere in compagnia del Signore Supremo. Questo è lo yoga. Grazie alla misericordiosa protezione del Signore (ksema), il devoto non torna mai alla vita materiale. Il Signore lo aiuta a diventare cosciente di Krishna attraverso lo yoga; poi, quando è arrivato alla perfezione di questa coscienza, lo protegge impedendogli di cadere di nuovo nell’esistenza condizionata, piena di miserie.
VERSO 23
ye ’py anya-devata-bhakta
yajante sraddhayanvitah
te ‘pi mam eva kaunteya
yajanty avidhi-purvakam
ye: coloro che; api: anche; anya: di altri; devata: dèi; bhaktah: devoti; yajante: adorano; sraddhaya anvitah: con fede; te: essi; api: anche; mam: Me; eva: soltanto; kaunteya: o figlio di Kunti; yajanti: adorano; avidhi-purvakam: in modo sbagliato.
TRADUZIONE
Coloro che si dedicano ad altri dèi e li adorano con fede, in realtà adorano Me soltanto, o figlio di Kunti, ma la loro adorazione è mal orientata.
SPIEGAZIONE
Krishna dice che coloro che rendono culto agli esseri celesti non sono molto intelligenti anche se, indirettamente, è sempre Lui che adorano. Infatti, un uomo che annaffiasse le foglie e i rami di un albero invece delle radici o nutrisse le membra del suo corpo invece dello stomaco, darebbe prova di un’intelligenza assai mediocre o di una grande ignoranza delle leggi naturali più elementari. Gli esseri celesti sono, per così dire, funzionari e ministri del governo del Signore Supremo. Come in uno Stato i sudditi seguono le leggi stabilite dal capo del governo e non quelle dettate dai suoi rappresentanti, così è soltanto al Signore che si deve dedicare il proprio culto, e ciò renderà soddisfatti anche i Suoi “funzionari” e “ministri”. Nello Stato , i funzionari e i ministri sono stipendiati dal capo del governo per rappresentarlo ed è illegale corromperli. Così si traduce l’idea che esprimono le parole avidhi-purvakam di questo verso: Krishna condanna la vana adorazione degli esseri celesti.
VERSO 24
aham hi sarva-yajnanam
bhokta ca prabhur eva ca
na tu mam abhijananti
tattvenatas cyavanti te
aham; Io; hi: sicuramente; sarva: di tutti; yajnanam: sacrifici; bhokta: il beneficiario; ca: e; prabhuh: il Signore; eva: anche; ca: e; na: non; tu: ma; mam: Me; abhijananti: essi sanno; tattvena: in realtà; atah: perciò; cyavanti: cadono; te: essi.
TRADUZIONE
Io sono l’unico beneficiario e l’unico oggetto del sacrificio. Coloro che non riconoscono la Mia vera natura trascendentale si degradano.
SPIEGAZIONE
Questo verso allude al fatto che le Scritture vediche raccomandano diversi tipi di yajna (sacrifici), ma che lo scopo di tutti gli yajna è quello di soddisfare il Signore Supremo. Il secondo capitolo della Bhagavad-gita afferma che il fine di tutti i nostri atti dev’essere la soddisfazione di Yajna, o Visnu; questa è la meta del varnsrama-dharma, la forma perfetta di organizzazione sociale. Krishna afferma dunque in questo verso che essendo il maestro supremo, Egli è il beneficiario legittimo di tutti i sacrifici. Nonostante tutto, le persone poco intelligenti, ignorando questa verità, rendono culto agli esseri celesti per ottenere qualche beneficio temporaneo; ma questa via non li condurrà al fine ultimo dell’esistenza bensì li farà sprofondare nell’esistenza materiale. Perfino se si vuole soddisfare qualche desiderio materiale è meglio rivolgersi al Signore Supremo, anche se questa non è devozione pura, perché così si otterrà l’oggetto dei nostri desideri.
VERSO 25
yanti deva-vrata devan
pitrin yanti pitri-vratah
bhutani yanti bhutejya
yanti mad-yajino ’pi mam
yanti: vanno; deva-vratah: adoratori di esseri celesti; devan: agli esseri celesti; pitrin: agli antenati; yanti: vanno; pitri-vratah: gli adoratori degli antenati; bhutani: ai fantasmi e agli spiriti; yanti: vanno; bhuta-ijyah: gli adoratori di fantasmi e spiriti; yanti: vanno; mat: Miei; yajinah: devoti; api: ma; mam: a Me.
TRADUZIONE
Chi adora gli esseri celesti nascerà tra gli esseri celesti, chi adora gli antenati raggiungerà gli antenati, chi adora i fantasmi e gli altri spiriti rinascerà tra questi esseri, e chi adora Me vivrà con Me.
SPIEGAZIONE
Se si desidera andare sulla luna, sul sole o su qualsiasi altro pianeta, è possibile farlo seguendo le regole vediche proposte a questo fine. La sezione dei Veda che tratta dell’azione interessata, tecnicamente detta darsa -paurnamasi, espone in modo dettagliato queste regole, raccomandando a chi desidera recarsi su un pianeta superiore di rendere culto all’essere celeste che vi regna. Altri tipi di yajna permettono di raggiungere i pianeti dei pita (antenati) o quello degli spiriti, dove si diventa uno yaksa, un raksa o un pisaca, praticato oggi sotto il nome di “magia nera”, è completamente materiale, anche se i suoi numerosi adepti lo considerano spirituale). Ma l’adorazione di Dio, la Persona Suprema, e di Lui soltanto, come fa il puro devoto, conduce senza il minimo dubbio ai pianeti Vaikuntha o a Krishnaloka. Infatti, come mostra questo importante verso, se gli adoratori degli esseri celesti, dei pita e degli spiriti raggiungono i loro pianeti, perché i puri devoti del Signore non dovrebbero raggiungere il pianeta di Visnu o quello di Krishna? Purtroppo un gran numero di uomini ignora i pianeti sublimi dove vivono Krishna e Visnu, e ciò li costringe a cadere dalla loro posizione. Anche gli impersonalisti sono costretti prima o poi a cadere dal brahmajyoti. Per evitare questi inconvenienti, il Movimento per la Coscienza di Krishna diffonde ovunque nel mondo questo sublime insegnamento: il semplice canto del mantra Hare Krishna può guidare l’uomo alla perfezione in questa vita stessa e ricondurlo “a casa”, nella sua dimora originale, il regno di Dio.
VERSO 26
patram puspam phalam toyam
yo me bhaktya prayacchati
tad aham bhakty-upahritam
asnami prayatatmanah
patram: una foglia; puspam: un fiore; phalam: un frutto; toyam: acqua; yah: chiunque; me: a Me; bhaktya: con devozione; prayacchati: offra; tat: quella; aham: Io; bhakti-upahritam: offerta con devozione; asnami: accetterò; prayata-atmanah: da chi è situato in una coscienza pura.
TRADUZIONE
Se qualcuno Mi offre con amore e devozione una foglia, un fiore, un frutto dell’acqua, accetterò la sua offerta.
SPIEGAZIONE
La persona intelligente che vuole raggiungere una dimora permanente dove godere di un’eterna felicità deve situarsi nella coscienza di Krishna e impegnarsi nel servizio d’amore al Signore. Il metodo per ottenere questo meraviglioso risultato è molto facile e può essere praticato anche dal più povero tra i poveri, privo di qualsiasi requisito. La sola qualifica richiesta è quella di essere un puro devoto del Signore. Non importa ciò che si è o dove si è. Il metodo è così facile che basta offrire una foglia, un frutto o dell’acqua al Signore Supremo in un attitudine di amore genuino, e il Signore sarà contento di accettare l’offerta. Nessuno deve dunque sentirsi escluso dalla coscienza di Krishna perché questo metodo è facile e universale. Chi può essere tanto sciocco da non voler essere cosciente di Krishna grazie a questo semplice metodo e raggiungere così la perfezione dell’esistenza, una vita di eternità, felicità e conoscenza? Krishna vuole soltanto un servizio d’amore e nient’altro. Krishna accetta anche un fiorellino dal Suo puro devoto. Non accetta invece alcun genere di offerta da un non devoto. Egli non ha bisogno di niente da nessuno perché è sufficiente in Se stesso, eppure accetta l’offerta del Suo devoto in uno scambio di amore e di affetto. Sviluppare la coscienza di Krishna è la più alta perfezione della vita. In questo verso la parola bhakti è citata due volte per dichiarare con più enfasi che il servizio devozionale (bhakti) è il solo mezzo per avvicinare Krishna. Nessun’altra condizione, come diventare un brahmana, un grande erudito, un uomo molto ricco o un grande filosofo, può indurre Krishna ad accettare qualche offerta. Senza il principio essenziale della bhakti, niente può indurre il Signore ad accettare qualcosa da qualcuno. Il metodo è eterno. È azione diretta nel servizio al Tutto assoluto. Dopo aver dimostrato di essere il Signore originale, il beneficiario supremo e il vero oggetto di tutte le offerte sacrificali, Krishna rivela quali offerte desidera ricevere.
Infatti, se vogliamo voltarci al Signore col servizio di devozione e purificarci per raggiungere lo scopo dell’esistenza, che è il servizio d’amore assoluto al Signore, la prima cosa è sapere ciò che Egli Si aspetta da noi. Chi ama Krishna Gli offrirà tutto ciò che Lui desidera, e non ciò che gradisce o non ha chiesto. Niente carne dunque, né pesce né uova, che Egli del resto non accetterebbe. Il Signore indica chiaramente in questo verso le offerte che desidera ricevere e che accetterà con piacere: una foglia, un frutto, un fiore, dell’acqua. Se avesse voluto carne, pesce o uova, non avrebbe mancato di menzionarli! È evidente quindi che non accetterà tali offerte. Verdure, cereali, frutta, latte e acqua sono il nutrimento adatto all’essere umano, e Krishna stesso lo raccomanda. Nessun altro alimento deve dunque esserGli offerto, perché lo rifiuterebbe. Se non si rispetta il Suo desiderio, come si può parlare di amore e di devozione per Dio?
Sri Krishna spiegava, nel verso tredici del terzo capitolo, che soltanto i cibi offerti in sacrificio sono puri e adatti a nutrire coloro che vogliono progredire verso lo scopo dell’esistenza e liberarsi dalla schiavitù materiale. Invece quelli che non offrono il loro cibo in sacrificio, aggiungeva il Signore nello stesso verso, mangiano solo peccati; ogni boccone che ingoiano li fa sprofondare sempre più nei grovigli della natura materiale. Viceversa, preparare piatti vegetariani semplici e saporiti, offrirli davanti all’immagine di Krishna o davanti alla murti, la Sua forma nel tempio, prosternandoci e pregandoLo di accettare la nostra umile offerta, sono atti che ci fanno certamente progredire nella vita., che purificano il nostro corpo, e producono tessuti cerebrali più fini schiarendo così i nostri pensieri. Ma soprattutto, l’offerta dev’essere fatta con un sentimento d’amore. Krishna non ha bisogno di cibo, Lui possiede già tutto quello che esiste ma accetta l’offerta di chi desidera soddisfarLo in questo modo. Perciò l’ingrediente principale nella preparazione, nella presentazione come nell’offerta di questi piatti, è l’amore per Krishna.
Il filosofo impersonalista che vuole sostenere che la Verità Assoluta non è una persona ed è quindi privo di organi sensoriali, non può capire questo verso della Bhagavad-gita. Per lui si tratta di una metafora o di una prova della materialità di Krishna, l’autore della Bhagavad-gita. Invece Krishna, Dio, il Signore Supremo, possiede sensi che sono spirituali e possono compiere, ciascuno, le funzioni di tutti gli altri. Ciò implica la qualità di assoluto che si attribuisce a Krishna; se Krishna non avesse i sensi, come potremmo chiamarLo maestro di tutte le perfezioni? Nel settimo capitolo Krishna spiegava come Egli fecondi la natura materiale introducendovi gli esseri viventi, e tutto ciò sotto l’azione del Suo sguardo soltanto. E qui possiamo capire che semplicemente ascoltando le parole d’amore pronunciate dal Suo devoto quando Gli presenta la sua offerta, Krishna può veramente mangiare e gustare gli alimenti che si pongono davanti a Lui. È questo un punto molto importante, da sottolineare bene: poiché Krishna è assoluto, il Suo senso dell’udito può compiere le funzioni del Suo senso del gusto; ascoltare, per Lui, non è differente dl mangiare o gustare. Ma soltanto il devoto, che senza interpretazioni inutili accetta Krishna come Egli stesso Si descrive, può capire come la Verità Assoluta possa prendere del cibo e deliziarsene.
VERSO 27
yat karosi yad asnasi
yaj juhosi dadasi yat
yat tapasyasi kaunteya
tat kurusva mad-arpanam
yat: qualunque cosa; karosi: tu faccia; yat: qualunque cosa; asnasi: mangi; yat: qualunque; juhosi: offri; dadasi: doni; yat: qualunque cosa; yat; qualunque cosa; tapasyasi: austerità che pratichi; kaunteya: o figlio di Kunti; tat: ciò; kurusva: fa; mat: a Me; arpanam: come offerta.
TRADUZIONE
Qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi, sacrifichi od offra in carità, come pure le austerità che compi — offri tutto a Me, o figlio di Kunti.
SPIEGAZIONE
Ciascuno ha il dovere di organizzare la propria vita in modo da non dimenticare mai Krishna in nessuna circostanza. Ogni uomo deve lavorare se vuole mantenere l’anima unita al corpo, e Krishna raccomanda qui di farlo in piena coscienza di Lui e di offrirGli i frutti di questo lavoro. Tutti devono mangiare per vivere; l’uomo accetti dunque come nutrimento solo i resti del cibo offerto a Krishna. Ogni uomo civilizzato ha anche il dovere di compiere dei riti religiosi; che li trasformi allora in arcana, cioè li dedichi a Krishna come Lui stesso raccomanda qui. Tutti hanno la tendenza a fare la carità; offriamo quindi i nostri beni a Krishna, secondo il Suo consiglio impiegando ogni ricchezza che abbiamo in più nella diffusione del Movimento per la Coscienza di Krishna. E poiché la gente si mostra attratta dalla meditazione, è bene che abbandoni il metodo silenzioso, impraticabile ai giorni nostri, e adotti la meditazione su Krishna con la recitazione continua, ventiquattro ore al giorno, del mantra Hare Krishna su un japa-mala (corona di 108) grani. Il Signore afferma, nel sesto capitolo, che colui che pratica questa forma di meditazione è il più grande degli yogi.
VERSO 28
subhasubha-phalair evam
moksyase karma-bandhanaih
sannyasa-yoga-yuktatma
vimukto mam upaisyasi
subha: dei propizi; asubha: e non propizi; phalaih: risultati; evam: così; moksyase: diventerai libero; karma: dell’attività; bandhanaih: dal legame; sannyasa: di rinuncia; yoga: lo yoga; yukta-atma: con la mente fermamente stabilita su; vimuktah: liberato; mam: Me; upaisyasi: raggiungerai.
TRADUZIONE
In questo modo sarai libero dai legami dell’azione e dai suoi risultati, propizi e non propizi. Con la mente fissa in Me, e in questo spirito di rinuncia, sarai liberato e verrai a Me.
SPIEGAZIONE
Il termine yukta si riferisce a colui che agisce nella coscienza di Krishna, sotto una guida superiore. Più tecnicamente si usa l’espressione yukta-vairagya, che Rupa Gosvami spiega ampiamente:
anasaktasya visayan
yatharham upayunjatah
nirbandhah krishna-sambhandhe
yuktam vairagyam ucyate
(Bhakti-rasamrita-sindhu 2.255)
Finché viviamo nel mondo materiale, dice Srila Rupa Gosvami, siamo costretti ad agire; ma se l’azione è compiuta per Krishna e ne offriamo a Lui i frutti, essa diventa yukta-vairagya. Compiuta nella rinuncia, l’azione purifica lo specchio della mente e l’uomo progredisce sul sentiero della realizzazione spirituale finché si abbandona interamente a Dio, la Persona Suprema, raggiungendo così la liberazione, come precisa questo verso. Questa liberazione non lo porta semplicemente a identificarsi col brahmajyoti, ma lo conduce dal Signore Supremo, sul Suo pianeta (mam upaisyasi, “tu verrai a Me”). Ci sono cinque forme di liberazione, ² e questo verso precisa che il devoto che segue le istruzioni del Signore durante tutta la sua vita quaggiù, si eleva fino a tornare vicino al Signore dopo aver lasciato il corpo, per vivere in Sua compagnia.
Il vero sannhyasi è colui che non ha altro desiderio se non quello di dedicare la sua vita al servizio del Signore; si considera sempre un eterno servitore del Signore, dipende sempre dalla Sua volontà suprema, e tutte le sue azioni, compiute per far piacere al Signore, sono un servizio offerto a Lui. Non dà molta importanza alle attività interessate o ai doveri prescritti, così come sono raccomandati dai Veda, e sui quali invece l’uomo comune deve regolare la propria vita. Perciò, anche se il puro devoto, pienamente assorto nel servizio del Signore, sembra talvolta agire contro i doveri stabiliti dalle Scritture, in realtà non è così. Le autorità vaisnava dicono a questo proposito che neanche l’uomo più intelligente può capire i piani e le attività di un puro devoto: tanra vakya, kriya, mudra vijneha na bujhaya. (Caitanya-caritamrita, Madhya 23.39) Sempre impegnato nel servizio del Signore, sempre assorto nella ricerca di nuovi modo per soddisfarLo, il puro devoto dev’essere visto come una persona perfettamente liberata, nel presente e nel futuro. Il suo ritorno a Dio è sicuro. Come Krishna, egli è al di là di tutte le critiche d’ordine materialistico
VERSO 29
samo ’ham sarva-bhutesu
na me dvesyo ’sti na priyah
ye bhajanti tu mam bhaktya
mayi te tesu capy aham
samah: equanime; aham: Io; sarva-bhutesu: verso tutti gli esseri viventi; na: nessuno; me: a Me; dvesyah: odioso; asti: è; na: né; priyah: caro; ye: coloro che; bhajanti: offrono un servizio trascendentale; tu: tuttavia; mam: a Me; bhaktya: con devozione; mayi: sono in Me; te: queste persone; tesu: in loro; ca: anche; api: certamente; aham: Io.
TRADUZIONE
Non invidio e non favorisco nessuno. Sono imparziale con tutti, ma chiunque Mi offra un servizio con devozione vive in Me; egli è un amico per me come Io sono un amico per lui.
SPIEGAZIONE
Ci si potrebbe chiedere qui perché Krishna, se è l’amico di tutti ed è imparziale con tutti, mostri un interesse particolare per i Suoi devoti, che sono sempre assorti nel Suo servizio. Non si tratta qui di parzialità o di preferenza, il Suo atteggiamento è del tutto naturale. Anche nel mondo materiale, un uomo, per quanto caritatevole sia, rivolgerà sempre un’attenzione particolare verso i propri figli. Così il Signore che riconosce tutti gli esseri come Suoi figli, qualunque sia la loro forma, provvede generosamente ai bisogni di tutti, come la nuvola che versa la sua acqua tanto sulla roccia sterile quanto sulla terra e perfino sull’oceano, ma dedica una cura particolare ai Suoi devoti. I devoti, afferma questo verso, sono sempre assorti nella coscienza di Krishna perciò vivono eternamente nel Signore, al livello assoluto, al di là della materia. L’espressione stessa di “coscienza di Krishna” indica che coloro che hanno tale coscienza sono puri spiritualisti, che vivono nel Signore: mayi te, dice il Signore senza ambiguità, “in Me”. Essi sono in Lui, e il Signore a Sua volta è in loro. Questo chiarisce anche il significato delle parole ye yatha mam prapadyante tams tathaiva bhajamy aham: “Io li ricompenso in proporzione al loro abbandono a Me.” (B.g. 4.11)
Questa relazione spirituale deriva dal fatto che il Signore e il Suo devoto sono entrambi esseri coscienti. Incastonato in un anello d’oro, il diamante assume un aspetto meraviglioso. Lo splendore dell’oro e quello del diamante si esaltano a vicenda. Così, il Signore e l’essere individuale possiedono, ciascuno, uno splendore eterno: il Signore è il diamante, e l’essere incline a servirLo è come l’oro: la loro unione è gloriosa. Allo stato puro, gli esseri individuali sono chiamati “devoti del Signore”, e il Signore, a Sua volta, diventa Lui stesso devoto del Suo devoto. Senza questa relazione reciproca tra il Signore e il Suo devoto non c’è personalismo. Questa relazione, questo scambio tra Dio e l’essere individuale, manca nella filosofia impersonalista, ma non in quella personalista.
Si paragona spesso il Signore a un albero dei desideri, che soddisfa le aspirazioni di tutti. Ma il verso spiega più chiarimenti che Krishna predilige i Suoi devoti, e questa particolare attenzione rivela la speciale misericordia che Egli accorda loro. Non si deve però pensare che il Signore ricambi i sentimenti dei Suoi devoti sotto l’influsso della legge del karma. La loro relazione è sul piano trascendentale, dove essi vivono. Il servizio di devozione offerto al Signore non è affatto un’attività materiale, ma appartiene al mondo spirituale, dove regnano l’eternità, la conoscenza e la felicità.
VERSO 30
api cet su-duracaro
bhajate mam ananya-bhak
sadhur eva sa mantavyah
samyag vyavasito hi sah
api: anche; cet: se; su-duracarah: commettendo le azioni più detestabili; bhajate: è impegnato nel servizio devozionale; mam: a Me; ananya-bhak: senza deviare; sadhuh: un santo; eva: certamente; sah: egli; mantavyah: deve essere considerato; samyak: completamente; vyavasitah: situato nella determinazione; hi: certamente; sah: egli.
TRADUZIONE
Anche se commettesse l’azione più detestabile, chi è impegnato nel servizio devozionale dev’essere considerato santo perché è situato con determinazione sul giusto sentiero.
SPIEGAZIONE
Il termine su-duracarah, usato in questo verso, è molto significativo e dovremmo cercare di comprenderlo bene. Quando l’essere condizionato ha la possibilità di compiere due tipi di attività: l’una corrisponde al suo stato condizionato e l’altra al suo stato originale. La prima comprende tutte le attività che sono in rapporto all’esistenza materiale e che sono definite “condizionate”, come, per esempio, mantenere il proprio corpo, seguire le leggi dello Stato, della società e così via, attività che sono compiute anche dai devoti perfetti. Ma questi ultimi, che sono pienamente coscienti della loro natura spirituale, fanno in più delle attività spirituali, cioè s’impegnano nel servizio di devozione al Signore, nella coscienza di Krishna, attività, queste, che sono in accordo alla loro funzione originale ed eterna e sono conosciute col nome stesso di “servizio di devozione”.
Allo stato condizionato, il servizio a Dio e il servizio al corpo, cioè il servizio devozionale e il servizio “condizionato”, seguono talvolta vie parallele e talvolta vie opposte. Così, per quanto è possibile, il devoto sta bene attento a non fare nulla che possa rompere l’equilibrio della sua condizione sana perché sa che la perfezione delle sue attività dipende dalla sua realizzazione progressiva della coscienza di Krishna. Può succedere che un devoto compia una certa azione che in un determinato quadro politico e sociale possa sembrare reprensibile, ma questa “caduta” temporanea non lo squalifica affatto. A questo proposito lo Srimad Bhagavatam afferma che se una persona perfettamente assorta nel servizio trascendentale del Signore Supremo commette un errore, il Signore, dall’interno del suo cuore, la rialza, la “ripulisce” e le perdona l’errore, per quanto grave sia. il potere di contaminazione della materia è così grande che può sedurre perfino uno yogi pienamente impegnato nel servizio del Signore, ma la coscienza di Krishna ha un potere talmente superiore che rialza subito colui che è caduto. La via del servizio devozionale porta sempre al successo, e nessuno dovrebbe condannare un devoto per aver deviato accidentalmente dal sentiero ideale perché, come spiega il prossimo verso, non avrà più questi sbandamenti una volta stabilito completamente nella coscienza di Krishna.
Si deve ricordare che una persona situata nella coscienza di Krishna, che recita con determinazione il mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare, è sempre situata al livello trascendentale, anche in caso di caduta fortuita o accidentale. Le parole sadhur eva, “è una persona santa”, hanno un tono particolare, perché avvertono i non devoti di non deridere un devoto del Signore per un suo errore occasionale, ma di vederlo sempre come un santo, cosa che il termine mantavyah sottolinea ancora di più. Chi non osserva questa regola e manca di rispetto a un devoto solo perché ha momentaneamente deviato, va contro l’ordine del Signore Supremo. L’unica qualifica richiesta al devoto è di essere inflessibilmente ed esclusivamente impegnato nel servizio di devozione.
Nel Nrisimha Purana c’è la seguente affermazione:
bhagavati ca harav ananya-ceta
bhrisa-malino ’pi virajat mansuyah
na hi sasa-kalusa-cchabih kadacit
timira-parabhavatam upaiti candrah
Ciò significa che anche se si è impegnati nel servizio devozionale del Signore può capitare di trovarsi coinvolti in attività detestabili che possono essere considerate simili alle macchie sulla luna.
Le macchie che si notano sulla luna non ne offuscano lo splendore. Così è per il devoto; una deviazione occasionale dal sentiero della santità non lo rende condannabile. Non si dovrà tuttavia cadere nell’eccesso opposto e concludere che un devoto del Signore può commettere qualsiasi atto reprensibile nel suo servizio devozionale assoluto; il verso parla solo di errori accidentali dovuti alla terribile forza degli influssi materiali. Servire Krishna con devozione significa in qualche modo dichiarare guerra all’energia illusoria, e finché il devoto non è abbastanza forte da respingere gli assalti di maya, rischia eventuali cadute. Ma come abbiamo già detto, ogni pericolo sarà eliminato non appena il devoto avrà acquisito la necessaria fermezza. Nessuno deve dunque avvalersi di questo verso per commettere atti infami, pur continuando a considerarsi un devoto del Signore. Non migliorare il proprio comportamento nonostante la pratica del servizio di devozione, rivela una mancanza di coscienza spirituale.
VERSO 31
ksipram bhavati dharmatma
sasvac-chantim nigacchati
kaunteya pratijanihi
na me bhaktah pranasyati
ksipram: molto presto; bhavati: diventa; dharma-atma: giusto; sasvatsantim: pace duratura; nigacchati: raggiunge; kaunteya: o figlio di Kunti; pratijanihi: dichiara; na: mai; me: Mio; bhaktah: devoto; pranasyati: perisce.
TRADUZIONE
Molto presto si corregge e raggiunge una pace duratura. Proclamalo pure con forza, o figlio di Kunti, il Mio devoto non perirà mai.
SPIEGAZIONE
Non dobbiamo fraintendere il significato di questo verso. Nel settimo capitolo, il Signore insegnava che colui che agisce male non può diventare Suo devoto. E chiunque non sia un devoto del Signore è sprovvisto di ogni buona qualità. Come si può dunque essere puri devoti se per accidente o per intenzione si agisce in modo abominevole, come un miscredente? I miscredenti, come li descrive il settimo capitolo, non si offrono mai al servizio del Signore e, come conferma lo Srimad Bhagavatam, sono sprovvisti di ogni buona qualità. Il devoto, invece, che è impegnato al servizio del Signore secondo le nove vie menzionate precedentemente,³ procede a una purificazione che toglie dal suo cuore ogni contaminazione materiale. Poiché tiene nel cuore il Signore Supremo, il devoto viene subito lavato dalla contaminazione dei suoi peccati, e pensando costantemente a Lui ritrova la sua naturale purezza. Grazie al costante ricordo della Persona Suprema, la purificazione rimane nel cuore del devoto, che non ha perciò alcun bisogno di compiere i riti purificatori prescritti nei Veda per coloro che cadono da una posizione elevata. Per proteggersi da ogni eventuale caduta e liberarsi per sempre da ogni contaminazione materiale il devoto deve solo recitare o cantare senza interruzione il maha-mantra Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.
VERSO 32
mam hi partha vyapasritya
ye ’pi syuh papa-yonayah
stryò vaisyas tatha sudras
te ’pi yanti param gatim
mam: di Me; hi: certamente; partha: o figlio di Pritha; vyapasritya: rifugiandosi in modo specifico; ye: coloro che; api: anche; syuh: sono; papa-yonayah: di bassa nascita; striyah: donne; vaisyah: mercanti; tatha: anche; sudrah: uomini di bassa nascita; te api: anch’essi; yanti: vanno; param: alla suprema; gatim: destinazione.
TRADUZIONE
Coloro che si rifugiano in Me, o figlio di Pritha, anche se sono di bassa nascita — donne, vaisya [operai] — possono raggiungere la destinazione suprema.
SPIEGAZIONE
Il Signore Supremo afferma chiaramente che nel servizio di devozione non si fanno considerazioni di classe sociale. Tali divisioni esistono solo a livello materiale, ma non si applicano sul piano della devozione al Signore. Tutti possono raggiungere la destinazione suprema. Lo Srimad Bhagavatam (2.4.18) afferma che anche gli uomini più degradati, i candala, o mangiatori di cani, possono elevarsi se entrano in contatto con un puro devoto. Il servizio di devozione e le istruzioni di un puro devoto del Signore sono così potenti da purificare ogni uomo, e tutti, senza distinzione di rango o di classe, possono aderirvi. Anche l’uomo più semplice può purificarsi centrando la sua vita sulle istruzioni di un puro devoto del Signore.
Secondo le tre influenze della natura materiale a cui sono soggetti, gli uomini si dividono in varie categorie: i brahmana, che sono sotto l’influenza della virtù; gli ksatriya, che sono sotto l’influenza della passione; i vaisya, che sono sotto l’influenza della passione e dell’ignoranza; e i sudra, che sono sotto l’influenza dell’ignoranza. Più in basso si trovano i candala, nati in famiglie contaminate dal peccato. Generalmente coloro che nascono in famiglie di bassa condizione sono rifiutati dai gruppi superiori; ma anche loro possono raggiungere la perfezione ultima grazie alla potenza del servizio di devozione e alla compagnia di un puro devoto. È sufficiente fare di Krishna il centro della propria esistenza e abbandonarsi completamente a Lui come sta a indicare il termine vyapasritya. Si potranno allora superare i più grandi jnani e yogi.
VERSO 33
kim punar brahmanah punya
bhakta rajarsayas tatha
anityam asukham lokam
imam prapya bhajasva mam
kim: quanto; punah: di nuovo; brahmanah: brahmana; punyah: retti; bhaktah: devoti; raja-risayah: re santi; tatha: anche; anityam: temporaneo; asukham: pieno di miserie; lokam: pianeta; imam: questo; prapya: ottenendo; bhajasva: essere impegnati nel servizio d’amore; mam: a Me.
TRADUZIONE
Che dire allora dei brahmana virtuosi, dei devoti e dei re santi? Poiché sei venuto in questo mondo temporaneo e pieno di sofferenze, impegnati dunque nel Mio servizio d’amore.
SPIEGAZIONE
Il mondo materiale ospita molte categorie di uomini, ma non è un luogo di felicità per nessuno. Questo verso lo indica chiaramente: anityam asukham lokam, questo mondo è temporaneo e pieno di sofferenze, e non può essere considerato abitabile da nessun uomo sano di mente. Tuttavia, anche se è provvisorio e dominato dal dolore, possiamo capire alla luce della Bhagavad-gita che non è falso, come sostengono alcuni filosofi, specialmente i filosofi mayavadi. Esiste infatti una differenza fondamentale tra falso e provvisorio. Ma al di là di questo mondo temporaneo e miserabile c’è un altro mondo, eterno e pieno di felicità.
Arjuna viene da una famiglia santa e regale, ma anche a lui il Signore ordina: “ServiMi con amore e devozione e torna presto al Mio regno, che è la tua vera dimora.” Nessuno deve restare in questo mondo temporaneo, in questo luogo di sofferenza, ma deve cercare la compagnia intima del Signore Supremo e conoscere così l’eterna felicità. Solo il servizio di devozione può risolvere tutti i problemi di tutte le classi sociali, perciò ognuno deve adottare la coscienza di Krishna e rendere perfetta la propria vita.
VERSO 34
man-mana bhava mad-bhakto
mad-yaji mam namaskuru
mam evaisyasi yuktvaivam
atmanam mat-parayanah
mat-manah: sempre pensando a Me; bhava: diventa; mat: Mio; bhaktah: devoto; mat: Mio; yaji: adoratore; mam: a Me; namaskuru: offri omaggi; mam: a Me; eva: completamente; esyasi: verrai; yuktva: essendo assorto; evam: così; atmanam: la tua anima; mat-parayanah: devota a Me.
TRADUZIONE
Pensa sempre a me, diventa Mio devoto, offriMi i tuoi omaggi e adoraMi. Completamente assorto in Me, certamente verrari a Me.
SPIEGAZIONE
Questo verso indica la coscienza di Krishna come l’unico modo per sfuggire alle reti della natura materiale, che è fonte di contaminazione. Afferma che ogni devozione, ogni servizio, dev’essere offerto a Krishna, Dio la Persona Suprema. Purtroppo, commentatori senza scrupoli travisano il senso di questo verso, del resto così evidente, portando i lettori a conclusioni inammissibili. Essi ignorano che non c’è alcuna differenza tra Krishna e la Sua mente. Krishna non è un comune essere umano; Egli è la Verità Assoluta. Il Suo corpo, la Sua mente e Lui stesso sono uno e assoluti. Questa verità si trova confermata in un verso del Kurma Purana, che Bhaktisiddhanta Sarasvati Gosvami cita nel suo Anubhasya, opera che contiene i suoi insegnamenti sulla Caitanya-caritamrita, in rapporto ai versi che vanno dal quarantuno al quarantotto del quinto capitolo della sezione Adil-lila: deha-dehi-vibhedo ‘yam nesvare vidyate kvacit. In questo verso si afferma che in Krishna, il Signore Supremo, non c’è alcuna differenza tra il Suo corpo e Lui stesso. Ma poiché questi commentatori occasionali ignorano la scienza di Krishna, nascondono Krishna separando la Sua Persona dalla Sua mente e dal Suo corpo. Vivono nell’ignoranza più completa e non si fanno scrupoli di approfittare dell’errore in cui immergono i loro lettori.
Ci sono anche persone demoniache che pensano a Krishna, ma con invidia; per esempio il re Kamsa, lo zio di Krishna, che pensava costantemente a Lui, ma come nemico. Tormentato dall’angoscia, Kamsa meditava senza tregua su Krishna che sarebbe venuto a ucciderlo; ma questa specie di meditazione sul Signore non può essere di alcun aiuto. È con amore e devozione che si deve pensare a Krishna. Questa è la bhakti. Dobbiamo dunque approfondire continuamente la nostra conoscenza del Signore, e perché questa conoscenza generi un sentimento favorevole nei Suoi confronti dobbiamo acquisirla da un maestro spirituale qualificato. Come abbiamo più volte spiegato, Krishna è Dio, la Persona Suprema; il Suo corpo non è materiale, ma è eterno, pieno di conoscenza e felicità. Solo colui che parla favorevolmente di Krishna può diventare un devoto, altrimenti tutti gli sforzi per conoscerLo, avvicinando sorgenti sbagliate, si riveleranno infruttuosi.
Occorre dunque fissare la mente sulla forma originale ed eterna di Krishna, e adorarLo con l’assoluta convinzione che Egli è il Supremo. In India esistono migliaia di templi consacrati all’adorazione di Krishna dove si pratica il servizio di devozione. Quest’adorazione comporta l’omaggio reso al Signore, chinando la testa davanti alla murti e impegnando tutto il proprio essere — il corpo, la mente e le azioni — al Suo servizio. Questo permette di rimanere fissi in Krishna senza deviare e di raggiungere infine la Sua dimora, Krishnaloka. Bisogna impegnarsi nelle nove forme del servizio di devozione, cominciando con l’ascolto e col canto delle glorie di Krishna, senza mai lasciarsi sviare da commentatori senza scrupoli, perché il servizio di devozione è descritto nel settimo e nell’ottavo capitolo, che lo distinguono dallo yoga della conoscenza, dallo yoga mistico e dall’azione interessata. Coloro che non sono ancora completamente purificati possono essere attratti da aspetti parziali del Signore, come il brahmajyoti, cioè il Brahman impersonale, o il Paramatma, ma il puro devoto s’impegna direttamente nel servizio al Signore Supremo.
Un bellissimo poema dedicato a Krishna afferma che gli uomin che adorano gli esseri celesti danno prova della più bassa intelligenza senza considerare che non guadagneranno mai il beneficio supremo, Krishna. Il devoto, anche se allo stadio di neofita si allontana talvolta dalla norma spirituale, dev’essere riconosciuto superiore a ogni altro filosofo o yogi, perché si deve capire che colui che è assorto pienamente nella coscienza di Krishna è l’uomo santo per eccellenza. Le sue deviazioni accidentali sul sentiero devozionale si faranno sempre più rare e presto il devoto raggiungerà la perfezione completa, senza il minimo dubbio. Allora non correrà più il rischio di una deviazione perché il Signore in persona Si prende cura del Suo puro devoto. Perciò ogni persona intelligente dovrebbe direttamente adottare la coscienza di Krishna per vivere felice quaggiù e ottenere infine la ricompensa suprema, Krishna.
Terminano così gli insegnamenti di Bhaktivedanta sul nono capitolo della Srimad Bhagavad-gita intitolato: “La conoscenza più confidenziale.”
NOTE
1. Vedi INTRODUZIONE.
2. Le cinque forme di liberazione si definiscono come segue:
1. sayujya-mukti: la liberazione impersonale, che consiste nel fondersi nel brahmajyoti.
2. [I vaisnava non accettano mai questa forma di liberazione];
salokya-mukti: la liberazione che permette di vivere sullo stesso pianeta del Signore;
3. sarupya-mukti: che permette di avere lo stesso aspetto fisico del Signore;
4. sarsti-mukti: che permette di godere delle stesse opulenze del Signore;
5. samipya-mukti: che permette di vivere in compagnia del Signore.
3. Vedi nota capitolo 3.
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