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Cosmogonia egizia
La maledizione dei faraoni
Ammone
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Un universo con dimensione spirituale
La mitologia dell'antico Egitto è costantemente volta a spiegare
l'interdipendenza tra il mondo invisibile e quello indivisibile; ma lo
fa in modo tutt'altro che lineare e di facile interpretazione: vuoi per
la fioritura di immagini sconcertanti e giochi di parole, vuoi per
l'intersecarsi di racconti di provenienza cronologica e geografica
diversa. Le innumerevoli varianti sono però in gran parte riconducibili
alle complesse cosmogonie elaborate dalla classe sacerdotale nelle città
di maggiore rilevanza politico-religiosa: Eliopoli, Ermopoli e Menfi',
centri cultuali rispettivamente di Ra, Thot e Ptah.
I primi riferimenti alla teogonia eliopolita si trovano nei Testi delle
Piramidi, risalenti all'Antico Regno; i Testi dei Sarcofagi, riportabili
al MeDio Regno, presentano la versione ermopolita, mentre un reperto
dell'Età Tarda, la Pietra di Shabaka, probabile copia di una precedente
fonte del Nuovo Regno, delinea il pensiero teologico menfita.
I miti delle origini si sviluppano così attraverso l'intero arco della
storia dell'antico Egitto e, in una sorta di evoluzione concettuale,
focalizzano tre momenti successivi della creazione.
Il racconto eliopolita si concentra sugli eventi spirituali che
precedono la nascita del cosmo
Ad Ermopoli viene sottolineato il convogliarsi dell'energia divina verso
il mondo, nel passaggio dall'invisibile al visibile
Mentre l'incarnazione dello spirito nella materia costituisce il nucleo
della cosmogonia menfita
Nella visione dei primordi messa a punto a Eliopoli non esistono forme
distinte: tutto si fonde in Nun, il mare sconfinato preesistente allo
spazio e al tempo, al sopra e al sotto, al prima e al dopo, alle
divinità e al mondo.
Nun è un'entità inconoscibile, è l'abisso vuoto, in cui pure Iside allo
stato potenziale ogni energia vitale: perché nelle sue acque profonde si
annida Atum, il principio dal quale scaturisce la vita e hanno inizio
l'evoluzione e il mutamento, in un processo attivo di auto-generazione,
che implica la creazione del cosmo.
Il Dio crea se stesso emergendo dall'acqua come Collina Primordiale, su
cui si radica una canna. Su quella, uscendo dalle tenebre circostanti,
si posa l'uccello radiante luce, forma primigenia di Ra. Allora Atum, il
grande androgino, si abbandona all'impulso creativo e, masturbandosi o
espettorando, genera Shu, lo Spazio, e Tefnut, l'Umidità. Dall'Uno
deriva così la coppia, la cui potenza creatrice sta nella differenza
sessuale. Dall'unione di Shu e di Tefnut nascono, stretti in un amplesso
amoroso, Nut, la Dea Cielo, e Geb, il Dio Terra impersonante l'Egitto,
attraverso il quale si stabilisce il collegamento con il trono del
faraone. Ma l'universo è ancora invisibile.
Nelle raffigurazioni di personaggi e situazioni mitologiche relative a
questo momento, i tratti con cui ciascuna divinità viene caratterizzata
ne estrinsecano semplicemente le peculiarità: lo stato mitologico
primigenio è totalmente spirituale.
La fase successiva, la creazione del mondo visibile, avviene attraverso
un atto non di generazione, ma di separazione: Shu divide i due amanti,
creando le condizioni perché l'essenza immateriale assuma una forma
esteriore. A ciascuno dei quattro figli di Nut e di Geb è assegnata una
zona del cosmo: Osiride viene associato alla Luna, Iside è identificata
con Sirio, Seth è apparentato con l'Orsa Maggiore, e Nefti posizionata
nel cielo oltre l'orizzonte'. Tra i corpi astrali Atum-Ra, assimilato al
Sole, rappresenta il potere concentrato del regno celeste.
Dal momento in cui si inseriscono nel Cielo, gli Déi appaiono dotati di
consistenza corporea, e il mondo sottostante prende vita come entità
autonoma.
Le divinità che presiedono al pantheon eliopolita, raggiunto il numero
sacro di nove, iniziano a muoversi in uno spazio-tempo comprensibile
all'uomo; le loro complesse e drammatiche vicende hanno per sfondo lo
scenario terreno ed entrano a far parte del mito della trasmissione
della regalità: prima di divenire Signore dell'Oltretomba, Osiride è
infatti sovrano d'Egitto.
Se la sua morte e la sua rinascita sono simbolo dell'avvicendarsi delle
stagioni, delle piene del Nilo, della crescita dei cereali, e la sua
successiva funzione di giudice è per l'uomo pegno dell'esistenza di una
vita ultraterrena, l'incoronazione di suo figlio Horus rappresenta la
successione ereditaria nelle dinastie dei faraoni, chiamati Figli del
Sole già 2.500 anni prima di Cristo.
La tradizione mitica non è dunque rievocazione statica d’eventi remoti
rielaborati dalla fantasia, ma rappresenta piuttosto un elemento attivo
da un lato nell'organizzazione politica e sociale, dall'altro nel
confronto individuale con il mistero della vita e della morte.
Ra, nel duplice aspetto di Atum resosi visibile e di Atum creatore, non
è più protagonista indiscusso degli eventi dei primordi a Ermopoli, dove
tutto ruota attorno a Thot, Dio della sapienza e maestro della scienza
dei geroglifici, il quale presiede alla pesatura del cuore dei defunti e
impegna in ben definite sfere d'azione gli otto Déi antecedenti
l'universo creato, che rappresentano le varie qualità dell'invisibile.
Nuotando sotto la sua guida nelle acque primordiali, le quattro coppie
dell'Ogdoade si fondono assieme per formare il grande “Uovo Cosmico”; in
figura di ibis sacro, Thot spezza il guscio, da cui esce Ra, l'uccello
di luce`.
La natura demiurgica del Dio si manifesta nella funzione di Signore
della Luna. Come Dio-Luna, che, riflettendo la luce solare, rappresenta
un regno intermeDio tra il mondo e il sovrastante cielo, regola e ordina
l'universo, conta le stelle, misura la terra, instaura nel cosmo
l'equilibrio dell'armonica proporzione.
Il mito ermopolita sottolinea infatti la necessità di contenere l'azione
creativa entro i limiti di un insieme ordinato, costruito sulla misura e
sul numero.
Mentre le cosmologie elaborate a Eliopoli ed Ermopoli partono dalla
combinazione di elementi fisici, nella tradizione di Menfi -volta ad
inglobare le altre teologie in un più elevato sistema a dimensione
spirituale- il creatore crea se stesso attraverso il pensiero e la
parola.
Il ruolo più importante è quello di Ptah, associato alla Terra. Egli
crea con la voce: è il cuore e la lingua di Ra, la mente divina che
Plutarco definirà “il Dio più simile al Logos.
Atum-Ra, nato in Nun come iDea, prende corpo dal suo cuore e dalla sua
bocca, sedi dell'intelligenza e della potenza creativa dell'espressione:
e i suoi caratteri peculiari, come d'altronde quelli di Thot, si
trasferiscono in Ptah. Da Ptah hanno origine tutti gli Déi, che si
rivelano semplici strumenti nell'attuazione del disegno demiurgico
dell'Unico che li assimila a sé.
La teologia menfitica sottolinea il coinvolgimento attivo e diretto
dello Spirito Assoluto nella creazione di ogni minima componente
dell'universo che scaturisce dalla sua parola, dal momento che tutto
nasce dal cuore, di cui la lingua trasmette il pensiero.
Il processo creativo non si arresta, perché il Dio, come cuore, è
presente in ogni petto e, come lingua, è nella bocca non solo di uomini
e Déi, ma di ogni essere vivente.
Di qui l'immanenza di Ptah nel creato.
La mitologia egizia riflette la singolarità di uno stato unificato
dall'esigenza di regolarizzare le piene nella valle del Nilo,
riconducendo alla realtà geografica sperimentata di un territorio, la
cui prosperità, limitata dal deserto, dipende dall'acqua, l'elemento
liquido preesistente alla nascita del cosmo, e dal sole che ne è
creatore.
Numerose testimonianze iconografiche illustrano chiaramente il rapporto
fra i tre regni incorporanti una presenza divina, che costituiscono il
mondo visibile: la terra, il cielo e l'atmosfera che li divide.
La Terra s’identifica con il Dio Geb, simbolo dell'energia che sta
dietro il mondo materiale, raffigurato talora come l'oca cosmica che
depone l'uovo del mondo, più spesso come un uomo disteso sul fianco,
esausto per le fatiche d'amore; piante e canne spuntano dal suo corpo,
l'orzo gli fuoriesce dalle costole.
Nut, la Volta celeste, al di là della quale è l'assenza di vita, si
inarca nuda, costellata di stelle, ad abbracciare il mondo. A volte
assume forma di mucca, le cui zampe costituiscono i pilastri del
firmamento.
Tra i due, Shu, l'atmosfera, è una presenza mediatrice, con le braccia
alzate ai lati del capo, su cui si leva una piuma o una nervatura di
palma, il geroglifico del vigore giovanile.
L'insieme presenta una gerarchia naturale dominata da Nut, in cui Shu
gioca un ruolo più attivo di Geb, rappresentando l'ordine d’esistenza
intermeDio tra quello immateriale celeste e quello fisico terreno.
La zona interna del corpo di Nut, inaccessibile alla vista, è il Duat,
da cui proviene l'intero mondo visibile, ed a cui ogni uomo ritorna,
abbandonata la sua forma mortale, dopo essersi sottoposto al Giudizio di
Osiride.
Tutto il visibile è sorretto da Nun, relegato ai confini dell'universo,
e vive grazie a Ra, dispensatore di luce e di vita, che a sera il Cielo
inghiotte ad occidente. Dal suo grembo, dopo aver nottetempo viaggiato
attraverso il Duat sulla barca del Sole ed aver vinto i mostri che
vogliono sbarrargli il cammino, Ra esce al mattino, rinascendo ad
oriente.
Anche nel ciclo solare quotidiano si esprime così la sottomissione delle
forze del caos al principio dell'ordine, attestata dal ciclo cosmogonico
e dal ciclo stagionale del mito di Osiride. I tre cicli si strutturano
sullo stesso schema della lotta tra la luce e le sue manifestazioni di
vita da una parte, le tenebre e la morte dall'altra.
Fondamento unitario è, in ogni caso, la divinizzazione del faraone, che,
identificandosi in Horus, si fa mediatore tra la terra e il cielo.
In una visione del cosmo caratterizzata da ordini d’esistenza nettamente
distinti, simboleggiati dalle varie divinità, i miti delle origini sono
volti, piuttosto che a spiegare la nascita dell'universo in termini
fisici, a chiarirne i diversi livelli.
Nella gerarchia degli esseri esistenti si passa, seguendo un processo
ontologico verticale, dallo Spirito Assoluto, lontanissimo dal mondo
concreto, alle creature viventi, attraverso divinità sempre più
coinvolte nel terrestre.
Curiosamente, in una mitologia tanto complessa, la creazione dell'uomo è
sottaciuta o resta nel generico: l'umanità nasce, quasi casualmente,
dalle lacrime che sgorgano dall'Occhio di Ra o viene pescata dall'acqua
con la rete intrecciata da Neith. Signora della guerra, protettrice
delle arti e dei mestieri, Neith è protagonista di un racconto tribale,
residuo di una primordiale società matriarcale, più antico ancora della
cosmogonia eliopolita: seduta al telaio su cui ha steso il cielo, la Dea
tesse il mondo, facendo scorrere l'instancabile navetta, con la pazienza
infinita di una donna che conosce i tempi dell'attesa; poi, intrecciata
una rete, pesca dalle acque primigenie ogni esemplare del mondo vegetale
e animale, compresa la prima coppia umana. Infine sperimenta su di sé il
parto, dando alla luce Ra, signore degli Déi.
Non manca tuttavia, in una leggenda tebana, la visione dell'uomo
plasmato nel fango. L'artefice che modella l'argilla, servendosi della
ruota del vasaio, è Khnum dalla testa di montone, che presiede alle
piene del Nilo.
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Il cuore e la lingua
Ptah l'antichissimo è colui che sotto l'aspetto di Atum è manifesto come
il cuore e la lingua: ha attribuito la vita agli Déi con il cuore e con
la lingua, in cui Horus e Thot hanno rispettivamente preso forma come
Ptah.
Ora, il cuore e la lingua hanno potere sulle altre membra, perché l'uno
è nel corpo, l'altra nella bocca di tutti gli Déi, di tutti gli uomini,
di tutti gli animali, di tutti i rettili e di tutti gli altri esseri
viventi; e l'uno pensa, l'altra ordina tutto ciò che quello desidera.
Gli occhi vedendo, le orecchie udendo, il naso respirando informano il
cuore, che elabora ogni conoscenza e rivela attraverso la lingua quanto
ha pensato.
L'Enneade di Atum si manifestò dunque come denti e labbra, i denti il
suo seme, le labbra le sue dita. Ptah diede origine a Shu, a Tefnet,
all'Enneade intera, pronunciando il nome di ciascuno.
Ogni sua parola divenne manifesta.
Così ebbero principio i Kau e le Hemesut, che procurano ogni alimento e
nutrimento secondo la parola.
Così fu creato ogni lavoro, nacque ogni arte, si mossero le mani,
camminarono i piedi, si attivarono le membra, ubbidendo al comando
pensato dal cuore e trasmesso dalla lingua.
Perciò Ptah è chiamato l'Autore di tutto, Colui che ha fatto esistere
gli Déi, e Ta-tenen, la Terra-che-si-solleva.
La sua potenza è superiore a quella di tutti gli altri Déi: perché egli
li creò e, fondati i “numi”, li pose nei rispettivi santuari, plasmando
i simulacri secondo il loro desiderio, affinché penetrassero nei loro
corpi, fatti in ogni tipo di legno, di pietra, di minerale o altra
sostanza che nasce su di lui. Così tutti gli Déi soddisfatti, si
congiungono a Ptah, Signore delle Due Terre.
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L'occhio di Ra
Anno dopo anno, Ra era invecchiato, per quanto le sue ossa fossero
d'argento, le sue carni d'oro, le chiome di preziosi lapislazzuli.
È ormai decrepito per governare, pensavano gli uomini. E facevano
progetti per liberarsene.
Il Dio amareggiato convocò gli Déi che stavano con lui quando era nel
Nun, lo sconfinato oceano che abbracciava l'intero creato e i confini
dell'oltretomba; e invitò Nun stesso nel Grande Palazzo.
Gli Déi lo attorniavano, inchinandosi a lui. “Parlaci”, dissero. “Ti
ascoltiamo”.
“O Dio nel quale venni in esistenza, e voi tutti, Déi primordiali!
L'umanità ingrata, nata dalle mie lacrime, mi si rivolta contro e trama
per destituirmi. Ditemi che cosa pensate al riguardo. Io non sterminerò
quella razza malvagia, finché non avrò conosciuto il vostro parere”.
Rispose la Maestà di Nun: “Figlio mio, tra tutti il più forte che io
abbia creato! Siediti sul tuo trono: grande è il terrore che incuti,
quando il tuo Occhio si volge contro i tuoi nemici”.
“Ecco: gli uomini già sono fuggiti nel deserto, poiché i loro cuori
tremavano al pensiero del meritato castigo”, disse la Maestà di Ra.
“Ebbene, manda il tuo Occhio a snidare e afferrare per te quanti
progettano qualcosa di male. Ma fa' che scenda sulla terra come Hathor,
per essere in grado di uccidere!”, esortarono gli Déi.
Andò quella Dea, e decimò i rivoltosi nel deserto.
“Benvenuta in pace, Hathor, che hai compiuto per me ciò per cui ti ho
inviato”, disse allora la Maestà di Ra.
“Ho avuto vittoria sugli uomini, e se ne è rallegrato il mio cuore.
Domani terminerò il massacro, come leonessa assetata di sangue”, ribatté
la Dea.
Così nacque Sekmet, la Potente, e si abbandonò al sonno, spossata dalla
fatica, per ultimare l'indomani la strage.
Ma il Dio si sentì invadere il cuore da una grande pena, e consultò gli
altri Déi per salvare i superstiti, poiché il tempo incalzava.
“Fate venire rapidi messaggeri, che corrano come l'ombra di un corpo, e
portino da Elefantina rossa ocra”, dispose.
Le schiave schiacciarono l'orzo e ne fecero birra, in cui disciolsero la
terra macinata, per renderla simile a sangue. Quando ne furono pronte
settemila giare, Ra disse: “Ecco, così proteggeremo gli uomini. Portate
la birra al luogo dove deve avvenire la strage, e versatela sul sentiero
di Sekmet”.
Prima che finisse la notte, l'ordine era stato eseguito.
Destandosi, la Dea trovò il terreno allagato sino a tre palmi d'altezza.
Ingannata dal colore, si gettò nella birra credendola sangue, e ci
sguazzò dentro fino a cadere tramortita dall'ebbrezza.
Gli uomini sfuggirono in tal modo allo sterminio.
Dispose allora la Maestà di Ra: “Nella celebrazione della festa annuale,
si preparino per questa Dea bevande soporifere e le si distribuisca tra
le schiave”. Questa è l'origine dei rituali per la festa di Hathor fin
dal primo giorno.
Ma aggiunse la Maestà di Ra: “La malvagità degli umani mi ha deluso.
Sono stanco di vivere con loro”.
Lasciò l'Egitto, desideroso solamente di salire al cielo e ritirarsi sul
dorso della Vacca Celeste.
A Geb consegnò le insegne della regalità.
A Thot affidò l'incarico di insegnare agli uomini la scienza racchiusa
nei segni sacri dei geroglifici che aveva inventato.
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Il trono conteso
Per vendicarsi di Nut, Geb volle farla soffrire, impedendole il parto.
“Non ci sarà giorno dell'anno in cui tu possa dare alla luce i tuoi
figli”, decretò. “Prigionieri del tuo ventre, non potranno vedere il tuo
volto, né tu potrai vedere il loro”.
Ma Thot venne in aiuto all'amata. Non c'era rimedio che non riuscisse a
trovare il signore della sapienza; non c'era ostacolo che non potesse
aggirare.
In quell'occasione il Dio inventò i dadi, e sfidò al gioco il rivale,
fissando come posta d’ogni partita un giorno dell'anno. Così, vincendo
per cinque volte, guadagnò i giorni necessari a Nut per partorire.
La Dea accolse con esultanza il suo primogenito: Osiride.
“Ecco: viene alla luce il signore di tutte le cose, il discendente
diretto di Atum-Ra, l'erede del trono d'Egitto, che Ra per primo ha
occupato”.
Ma già Seth, impaziente di uscire, premeva con tale violenza da
squarciare il fianco di Nut, squassata dalle doglie.
“Attento, Seth! Le mie dita sono coltelli taglienti, le mie unghie lame
di metallo”, ammonì la Dea. E sentì di odiare irrimediabilmente quel
figlio prepotente e malvagio.
Il travaglio non era finito. Vennero ancora alla luce due femmine:
Iside, volitiva e tenace, che Osiride fece sua sposa, e Nefti, docile e
tranquilla, che si rassegnò a sposare Seth senza amarlo.
Se fin dal momento della nascita i due maschi avevano rivelato la
profonda diversità dei loro temperamenti, l'antagonismo andò crescendo
con il passare del tempo: Seth detestava Osiride, che uomini e Déi
mostravano di apprezzare tanto.
L'avversione si trasformò in odio, quando Nefti, fingendosi Iside, si
fece ingravidare dal fratello maggiore, per riuscire ad avere il figlio
che il marito non poteva darle a causa della sterilità che lo
affliggeva.
Iside perdonò l'involontaria infedeltà del suo sposo. Ma Seth non
aspettava che il momento opportuno per sbarazzarsi del gemello.
Divenuto sovrano d'Egitto, Osiride dedicò ogni cura al suo regno. Fissò
le leggi, regolò le piene del Nilo, insegnò al suo popolo a coltivare i
campi e a pregare gli Déi, mantenendo il controllo del territorio senza
far uso di armi, semplicemente avvalendosi della forza persuasiva della
parola, della musica e del canto.
La sua saggezza era tale che non di rado, invitato a civilizzare altre
regioni, lasciava l'Egitto, affidandone la reggenza a Iside, di cui Thot
era saggio consigliere. Gli accadde così di trovarsi in Etiopia,
all'inizio dell'estate, quando il Nilo incominciava a gonfiarsi.
“Costruite robuste dighe sulle due sponde, per contenere la piena!”,
dispose allora. “Ma lasciate che esca acqua sufficiente a fecondare le
campagne circostanti”.
Poi si spostò verso il Delta, attraversò l'Arabia e giunse fino in
India. Percorse le regioni dell'Asia e dell'Europa, insegnando dovunque
agli uomini a coltivare il grano e lavorare i metalli; e dappertutto gli
vennero dedicati templi ed eretti monumenti.
Nel frattempo, Seth aveva preparato un piano per spodestarlo. Corruppe
un servo per procurarsi le misure precise del sovrano; quindi cercò la
regina d’Etiopia, da sempre ostile al fratello.
“Aiutami, nel tuo vantaggio, a liberarmi di Osiride”, le disse. “Fa'
costruire dai tuoi esperti artigiani una cassa riccamente intarsiata, in
cui egli possa essere esattamente contenuto”.
Il Dio fece ritorno alla reggia nel ventottesimo anno di regno, mentre
Iside era assente. In suo onore venne comunque organizzato un fastoso
banchetto, a cui Seth si presentò col sarcofago.
“Benvenuto, fratello!”, lo salutò Osiride. “Ma che è quell'ingombro che
ti porti dietro?”
“Un dono prezioso che mi è stato fatto. Guardate, guardate tutti!”
Gli Déi fecero cerchio, incuriositi; e tutti magnificarono l'arca
d’ineguagliabile fattura.
“Sono disposto a cederla a chi ci starà dentro di misura”, buttò là Seth,
guardandosi attorno.
Non riuscivano a capacitarsi che volesse davvero privarsi di un simile
oggetto.
“Per la verità”, disse il Dio con aria indifferente, “dubito che l'avrà
qualcuno dei presenti. Ma ci divertiremo un po'. Coraggio, chi vuole
provare per primo?”
Fecero a gara per stendersi nella cassa, ma nessuno risultò di giusta
taglia. Uno era troppo alto, l'altro eccessivamente basso, un terzo
straboccava ai lati.
Allora Seth si rivolse al fratello: “E tu? Non vuoi stare al mio
gioco?”.
Osiride si distese ridendo nel sarcofago. Quando videro che vi entrava
di misura, gli Déi compresero di essere caduti in un tranello.
“Seth ci ha ingannati”, dissero tra loro. “Ha finto di metterci tutti
alla prova, perché anche Osiride accondiscendesse a prendervi parte.
Dobbiamo aiutarlo ad uscire”.
Ma, prima che qualcuno potesse intervenire, già Seth aveva fatto
sigillare dai suoi fedeli l'arca con piombo fuso e, dopo averne fissato
con chiodi il coperchio, aveva dato ordine di gettarla nel Nilo.
Tolto di mezzo il fratello, si proclamò sovrano d'Egitto.
Quando Iside venne a conoscenza dell'accaduto, fu presa da immenso
dolore. In preda alla disperazione, incominciò a vagare per il paese,
spingendosi fino alle più remote contrade, per ritrovare il corpo del
suo sposo; e domandava di lui a quanti incontrava.
Alcuni ragazzi le diedero infine una traccia: “Laggiù abbiamo visto
gettare nel Nilo una cassa; ma le acque l'avranno trascinata chissà
dove”.
La Dea seguì il fiume fino al mare e ne costeggiò per un tratto la riva,
finché nei pressi della fenicia Biblos non le capitò di sentire parlare
dalle ancelle del re di un albero prodigioso cresciuto sulla spiaggia
all'improvviso, col suo intrico di fronde.
“Quando è accaduto?”, s’informò.
“Poco tempo fa”, le risposero. “Correvano tutti a vederlo”.
“Mostratemelo, dunque!”
“Il re lo trovò così bello che lo fece portare a palazzo, per farne un
pilastro”.
Iside pensò: "Quella pianta è certamente nata per celare a sguardi
indiscreti, nel viluppo dei rami, il sarcofago in cui Osiride è
rinchiuso”.
Nascondendo la sua natura divina, chiese quindi ospitalità alla reggia,
e si mostrò tanto abile nell'acconciare i capelli e profumare il corpo
della regina che il piccolo principe venne affidato alle sue cure.
“Ricompenserò questa gente per le premure con cui mi ha accolta”, decise
la Dea. E si accinse a bruciare le parti mortali del bimbo, per
sottrarlo alla morte.
La madre la sorprese mentre esponeva alle fiamme il corpicino e, urlando
d'orrore, si precipitò su suo figlio, per strapparlo alle mani di Iside.
“Il tuo inopportuno intervento ha spezzato l'incantesimo che stavo
compiendo per rendere immortale il bambino: perché io sono Iside,
potente in magia, e questo volevo fare per te!”, disse irritata la Dea.
Si gettarono tutti ai suoi piedi, e la regina prostrata invocò il
perdono dalla Sua Maestà.
“Ordina, Iside, e ti ubbidiremo”, dichiarò il sovrano.
“Venererete il mio nome”, rispose, mostrandosi in tutto il suo
splendore, “e in pegno della vostra devozione accetterò in dono l'albero
che è stato portato alla reggia dalla spiaggia sulla quale era nato”.
Venuta così in possesso dell'arca di Osiride racchiusa nel groviglio dei
rami, la trasportò in Egitto, e solo allora ruppe i sigilli, riportando
alla luce il cadavere incorrotto dello sposo.
“Ti nasconderò nelle paludi del Delta, mio adorato, perché tu non corra
nuovi pericoli, in attesa di restituirti la vita”, disse abbracciandolo
la Dea.
Ma Seth rintracciò il corpo e lo smembrò in quattordici parti, che
disseminò in tutta la regione.
Iside disperata chiese aiuto a Nefti e, insieme a lei, su una barca di
papiro, perlustrò l'intero territorio del Nilo.
“Dove sei, mio amato?”, invocava piangendo. “Se ancora mi hai cara,
torna alla tua dimora! Ti chiama la sorella che ami, la sposa diletta
che non sopporta di starti lontana. Il mio lamento disperato giunge fino
a Ra: e tu non mi senti, Osiride, vita della mia vita”.
Ad una ad una le Dee ritrovarono le membra sparpagliate, e un tempio
venne eretto in ogni punto in cui ne recuperarono una. Allora il cuore
di Ra si commosse.
“Ricostituite quel corpo martoriato”, ordinò a Thot e ad Anubi.
Con abile mano i due Déi ricomposero la salma e l'avvolsero in bende,
compiendo i riti della sepoltura.
Mancava però il pene di Osiride, che era stato mangiato dai pesci. Iside
ne preparò uno d'oro massiccio, e con un incantesimo richiamò in vita lo
sposo per giacere con lui.
Quella notte, la sola che il Dio poté ancora trascorrere in terra, fu
concepito Horus, che doveva succedere al padre sul trono usurpato da
Seth. Osiride scese quindi nell'oltretomba, e ne divenne re. Iside, con
la lunga chioma ondeggiante, coronata di fiori variopinti e l'abito
disseminato di stelle lucenti, con in pugno il suo sistro di bronzo,
annunciò allora cantando che la morte era stata sconfitta.
“Esultate tutti, perché ho vinto il destino, e d'ora in poi, grazie a
me, l'uomo potrà estendere la vita oltre il tempo che gli è stato
assegnato. Vi addormenterete per destarvi, o uomini; morirete per
vivere”.
Ma ecco che il prudente Thot disse a Iside: “Nasconditi con tuo figlio,
il bimbo che viene verso di noi. Quand' egli sarà diventato grande e
forte, gli farai prendere possesso del trono delle Due Terre”.
Era sera, quando la Dea lasciò la sua casa, scortata da sette
uomini-scorpione. Pete, Tetet e Matet la precedevano, aprendole la via;
Mestet e Mestetef stavano sotto il palanchino, Tefen e Befen le
proteggevano le spalle.
Raccomandò loro: “Tenete i volti abbassati, non riconoscete un Nero, non
volgete il saluto ad un Rosso, non fate distinzione tra un nobile ed un
miserabile, per non mettere sull'avviso chiunque intenda ricercarmi,
fino a che non abbiamo raggiunto la palude e i sicuri nascondigli di
Khemmi”.
Ma, mentre si avvicinavano alle case, una ricca signora li scorse da
lontano e sbarrò le porte della sua dimora davanti a Iside, che fu
invece generosamente accolta da un'abitante della palude. Mentre si
riposava, i compagni della scorta concertarono di punire chi l'aveva
respinta e, messo in comune il loro veleno, lo caricarono sul dardo di
Tefen. Passando sotto i battenti dell'entrata, l’uomo-scorpione si
introdusse nell'opulenta casa, e trafisse a morte il figlio della dama.
La donna, disperata, invocò aiuto. Ma nessuno era in grado di soccorrere
quell'innocente: e Isidede ne ebbe pietà. Si presentò alla madre,
dicendo: “Mio padre mi ha istruita nella scienza, perché sono la sua
figlia prediletta. Sono Iside, la maga possente. Arresto i rettili con
il mio comando, e la mia bocca possiede la vita”. Quindi, imponendo le
mani al bambino, ordinò: “Non penetrare, veleno di Tefen; gocciola a
terra, veleno di Befen; cadi, veleno di Mestet; non scorrere, veleno di
Mestetef; non diffonderti, veleno di Pete; non circolare, veleno di
Tetet; non avanzare, veleno di Matet! Risànati, ferita! Te lo impone la
divina Iside, l'amata di Ra, alla quale Geb trasmise i suoi poteri”.
Ma, quando il bimbo si levò guarito, la Dea impose alla dama di portarle
le sue ricchezze, dicendo: “Ne riempirò la casa della donna della
palude; che mi ha accolta nella sua capanna, mentre tu davanti a me
sbarravi l'uscio”.
Horus, il piccolino dai sandali bianchi con il dito in bocca, destinato
a regnare per oltre tredicimila anni sull'Egitto, rimase a lungo
nascosto tra i papiri del delta paludoso.
Quando Iside si accorse che il suo latte era scarso, andò questuando tra
gli uomini, per avere di che nutrire il figliolo. Un giorno, tornando,
trovò il bambino adorato, il piccolo senza padre, riverso sul terreno.
“Seth ha scoperto il nostro nascondiglio”, fu il primo pensiero della
Dea, mentre si gettava sul corpicino inerte, lanciando un altissimo
grido.
I pescatori della palude, subito accorsi, unirono i loro lamenti a
quelli dell'infelice madre, incapaci di far altro per lei.
Ed ecco avvicinarsi una donna di grande sapienza e di stirpe regale, il
cui nome era Selkis.
“Non temere, piccolo Horus! Non disperare, madre del Dio! Qui tuo figlio
è al riparo dal male: non lo può raggiungere la morte, poiché Seth non
percorre la regione di Khemmi. Cerca dunque altrove la ragione per cui
giace incosciente, e grazie a te vivrà. Forse l'ha punto qualche bestia
nociva”.
Isidede allora si accorse che l'alito di Horus rivelava la presenza del
veleno, ed invocò suo padre.
“O grande Ra, l'erede del tuo erede, il bimbo sacro, il piccolino d'oro
che non ha più padre, è stato punto. Invano gli ho cercato un
nascondiglio, temendo per lui, fin da quando era ancora nel mio grembo.
Rendigli la vita!”
Nefti, prontamente accorsa, piangendo esortava Iside a levare più alto
il suo grido, per arrestare nel cielo l’astronave dei Milioni d'Anni. E
finalmente Thot, disceso dall'astronave, venne a rassicurare le Dee.
“Non abbiate timore! Io porto soffi di vita. Si stende su Horus la
protezione di Colui che con i suoi occhi illumina la Terra, il
primogenito di lassù, il grande Nano che percorre l'aldilà dopo il
tramonto. Veglia su Horus il nobile falco che attraversa volando il
cielo, la Terra e l'aldilà, dove sono invisibili le cose e i vivi si
rivolgono indietro. Proteggono Horus i nomi di suo padre, la magia di
sua madre, gli Déi che lo circondano. Svegliati, Horus, vendicatore di
chi ti ha generato! Immobile rimarrà la barca di Ra, i giorni ancora
nell'ombra non verranno, le sorgenti del Nilo si disseccheranno, il
nutrimento sarà tolto ai vivi, finché Horus non sarà guarito per sua
madre Iside”
Il bambino d'oro si levò allora in piedi, e corse tra le braccia della
Dea.
Raggiunta la maturità, il figlio di Osiride si presentò al tribunale
degli Déi presieduto da Ra, per vedere riconosciuto il suo diritto al
trono che Seth abusivamente occupava.
Thot stava in quel momento presentando al Signore degli Déi il sacro
Occhio". “La giustizia è signora della forza”, sentenziò Shu, figlio di
Ra. “Accogli la richiesta di Horus”.
“Sarebbe giusto un milione di volte”, aggiunse Thot. “Abbia Horus
l'anello regale del nome e la bianca corona d'Egitto”. Iside lanciò un
grido di gioia.
“Vento del nord”, disse, “va' verso occidente, porta a Osiride la
gioiosa notizia”. “Come vi permettete di decidere da soli?”, intervenne
Ra. E si chiuse in un corrucciato silenzio.
Allora Seth propose: “Meglio sarebbe che me la vedessi direttamente con
Horus, affrontandolo in duello. Così l'Enneade potrà constatare quanto
io valga più di lui”.
Il saggio Thot si oppose: “Dobbiamo semplicemente stabilire chi ha
ragione e chi ha torto. Non è Horus, figlio di Osiride, il suo legittimo
erede?”
Ma ad un giovane inesperto Ra preferiva Seth, il nume dalla gagliarda
forza, che lo affiancava, la notte, sull’astronave dei Milioni di Anni.
“Si chiami Banabgedet, il grande Dio vivente, perchè giudichi lui”,
stabilì. Il Dio dell'isola di Setit giunse insieme a Ptah-Tenen; ma
reclinò la responsabilità di emettere un verdetto: “Meglio sarà mandare
una missiva a Neith, la divina madre, e fare quello che lei decreterà”.
L'Enneade affidò a Thot l'incombenza.
E questo scrisse il Dio: “Il re dell'Alto e del Basso Egitto, Ra-Atum,
il Disco che percorre il cielo, il Nilo potente, il Toro in Eliopoli,
preoccupato per l'eredità di Osiride, ti chiede come risolvere il
contrasto che si trascina da ormai ottant'anni”.
Così rispose all'Enneade la madre divina: “Sia dato a Horus quello che è
di Horus; e al signore dell'universo si dica: "Compensa e consola Seth,
concedendogli le tue figlie Anat e Astarte!".
Quando la lettera venne letta da Thot agli Déi che sedevano nella Grande
Sala, approvarono tutti. Ma il Signore dell'Enneade li tacitò, irritato.
“La bocca di Horus sa ancora di latte, le sue membra sono deboli per
reggere un regno. E poi perché dovrei rimetterci di mio?”
“Perché troppo a lungo sei stato indeciso”, intervenne Thot. “Non serve
al tribunale un presidente inetto”.
E Baba aggiunse: “Il tuo tempio è vuoto”.
Il cuore di Ra fu invaso da grande tristezza a quelle parole.
Allora l'Enneade si volse contro Baba: “Vattene fuori! Il crimine che
hai commesso è molto grande”.
Gli Déi se ne andarono alle loro dimore; e Ra passò un giorno intero
disteso sul
dorso nel suo padiglione, solo e scontento.
Ed ecco che Hathor, la signora del sicomoro del Sud, si fece avanti, e
si scopri il sesso davanti a suo padre, suscitandone il riso.
Allora il grande Dio si alzò e, raggiunta l'Enneade, ordinò ai due
pretendenti al trono di esporre le loro ragioni, perché i giudici
prendessero una decisione. Parlò per primo Seth.
“Domandatevi solo: è preferibile che regga il regno chi è giovane e
inesperto o chi è in grado di affrontare qualunque evenienza con
accortezza, astuzia, abilità e coraggio? Stando alla prua dell’astronave
dei Milioni di Anni, io uccido ogni giorno i nemici di Ra, quando di
notte attraversa l'oltretomba per tornare ad oriente al mattino”.
“Ha ragione”, convennero gli Déi.
Ma Thot protestò con veemenza: “Si darà dunque la funzione di sovrano al
fratello, mentre è vivo il figlio?”.
E Banebgedet, di rimando: “Si darà la funzione al bambino, quando c'è
Seth, suo fratello maggiore”.
Iside allora gridò: “Si mettano queste parole davanti ad Atum, il
principe di Eliopoli, a Khepri, che sta nell’astronave dei Millenni!”.
“Non ti inquietare”, disse conciliante l'Enneade. “Il diritto verrà
accordato a chi tocca”.
Ma Seth si levò sdegnato: “Chi ha concesso a Iside la parola? Non ha
alcun diritto di aprir bocca: non può dare un giudizio imparziale, dal
momento che è madre di Horus”. E, facendo roteare il suo scettro,
pesante quattromilacinquecento nemes, aggiunse minaccioso: “Ucciderò
ogni giorno uno di voi, se il processo non verrà trasferito in un luogo
dove a costei sia vietato di entrare”.
Il tribunale si riunì dunque in un'isoletta del Nilo, e Ra ordinò ad
Anti, il traghettatore, di non far salire sulla sua barca nessuna donna
che assomigliasse a Iside. Ma, mentre gli Déi sedevano a mangiare, la
Dea si presentò al barcaiolo. Aveva assunto l'aspetto di una vecchia,
che portava al dito un sigillo d'oro, e camminava curva, reggendo una
terrina di farina.
“Portami nell'isola in mezzo al fiume, perché possa preparare da
mangiare al mio figliolo, che da cinque giorni è là per badare al
bestiame, ed è certo affamato”, disse.
“Mi dispiace”, rispose l'uomo. “Mi è stato ordinato di non traghettare
alcuna donna”.
“Questo per via di Iside. Ti pare che io le assomigli?” “No certamente.
Ma che ci guadagno a favorirti?” “Ti darò una pagnotta”.
“E io dovrei, per un pezzo di pane, rischiare un rimbrotto, dopo che mi
è stato imposto di non trasportare femmine sul fiume?” “Ti darò il
suggello d'oro che vedi alla mia mano”. Il barcaiolo accettò.
Sbarcata sull'isola, Iside s’inoltrò fra gli alberi, e tosto scorse gli
Déi seduti a mangiare pane, davanti alla tenda del loro Signore. Allora
con una formula magica si trasformò in un'avvenente giovane donna.
Appena Seth la vide, desiderò possederla. Le mosse incontro, e la chiamò
da dietro un sicomoro.
“Vieni qui da me, bellezza”.
“Volentieri”, rispose prontamente la Dea. E, come bisognosa di conforto,
tra. una moina e l'altra, prese a raccontargli di come suo cognato, dopo
che era rimasta vedova, volesse portare via con la forza a suo figlio
l'armento del padre.
“Il figlio è legittimo erede, e nessuna pretesa può avanzare il
fratello”, dichiarò Seth, sollecitato ad esprimere il proprio parere.
“Finalmente!”, esultò la sorella, volando a posarsi in cima ad un
albero, mutata in nibbio. “È la tua bocca stessa a darti torto: ti sei
giudicato da solo”.
“Mi hai raggirato”, protestò Seth.
Ma Iside proseguì, senza prestargli ascolto: “Hai riconosciuto di
usurpare un titolo che in nessun modo ti spetta. Adesso a Ra non resta
che emettere il verdetto”. Seth corse da Ra piangendo.
“Ché c'è ancora?”, volle sapere il Signore degli Déi.
“Quella perfida mi ha nuovamente infastidito. Ha assunto l'aspetto di
una bella donna, e ha incominciato a raccontarmi di essere la moglie di
un mandriano, rimasta vedova. Ha inventato poi che il fratello del morto
avanzava pretese sul bestiame, minacciando suo figlio. Ecco che cosa
quella bugiarda mi ha detto”.
“E tu che hai risposto?”
“Si darà dunque ad altri il bestiame, quando c'è il figlio del
mandriano? Spetta al ragazzo quanto era del padre”.
“Ti sei affossato da solo”, lo zittì Ra spazientito. “Con le tue stesse
labbra hai pronunciato nei tuoi confronti un giudizio di condanna.
Perciò Horus reggerà sul capo la bianca corona che già fu di Osiride”.
“Che cosa mi ripagherà di quel che perdo?”, piagnucolò Seth. “Mi darai
le tue due figlie, secondo il responso di Neith?”
“Non se ne parla neppure. Hai torto, per tua stessa ammissione. Ma, se
ti potrà essere di qualche sollievo...”
“Sì ...?”
“Il traghettatore verrà punito”.
Anti venne condotto davanti all'Enneade, e gli fu tolta la parte
anteriore dei piedi.
Tra l'esultanza degli Déi e dell'intero paese, Horus salì dunque sul
trono d'Egitto che era stato del padre.
Seth tuttavia impegnò ancora il giovane re in una serie di sfide, sino a
che non fu definitivamente battuto.
Disse allora Ptha: “Che si farà di Seth, adesso che Horus ha preso il
posto di Osiride?”.
Rispose Ra: “Mi si dia Seth, perché sieda con me come un figlio. Potrà
urlare nel cielo, e gli uomini avranno paura di lui”. Quindi esortò:
“Acclamate tutti, prostratevi a terra davanti a Horus, figlio di
Iside!”.
La Dea esclamò lietamente: “Horus è sovrano. L'Ennéade è in festa, il
cielo si rallegra, tutta la Terra esulta, perché Horus è salito sul
trono di Osiride, signore di Busiri”.
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Il nome segreto di Ra
Iside era così ricca d'ingegno che superava in intelligenza innumerevoli
Déi. Non c'era niente che ignorasse, né in cielo né in terra: a parte,
naturalmente, il nome segreto di Ra, quel nome che era stato pronunciato
una sola volta prima che l'universo venisse creato, e da allora era
rimasto nascosto nel corpo del Dio, perché nessuno potesse ripeterlo,
impadronendosi dei suoi poteri.
Iside voleva conoscerlo, per essere in cielo e nel mondo come Ra,
possedere la terra ed essere Dea: cercava solo il modo e il momento più
opportuni per raggiungere il suo scopo.
Ra attraversava ogni giorno sulla sua astronave il cielo da oriente ad
occidente, e la sua fatica era grande: tanto che, quando si trovava
ormai prossimo al tramonto, era accaduto alla Dea di vederlo con il
volto contratto e la saliva che colava dalla bocca socchiusa.
“Raccoglierò una bava del grande Dio”, si disse. “Impastandola con
argilla, darò vita con le mie arti magiche ad un serpe velenoso, che
porrò sulla strada per la quale egli passa”.
Così fece, e al morso del serpente Ra lanciò un grido che salì fino alla
sede celeste.
“Che succede?”, domandò l'Enneade.
Sua Maestà, in preda a spasimi atroci, non rispose: batteva i denti e
gli tremavano le membra, mentre il veleno gli penetrava nella carne.
Poi, rinsaldando il cuore, gridò a gran voce: “Venite a me, figli del
mio corpo! Ero uscito per contemplare quello che ho creato, quando ho
sentito una fitta dolorosa. I miei occhi non hanno visto che cosa l'ha
provocata; ma non c'è male che superi quello che io provo. Il mio cuore
è un braciere, le mie membra sono scosse da tremito. Vengano a me i
figli degli Déi, le cui parole benefiche hanno il potere di raggiungere
il cielo!”.
Si accostarono i figli divini, ma dalle labbra di ciascuno uscirono solo
lamenti.
Ed ecco Iside con i suoi sortilegi e la bocca piena di soffi vitali, di
formule per distruggere i mali, di parole che vivificano le gole morte.
“Che sta succedendo, padre?”, domandò premurosa.
“Me ne andavo per i due regni della mia terra, e qualcosa mi ha punto.
Ora mi sento più gelido dell'acqua, più ardente del fuoco. Sudo e
rabbrividisco; mi si appanna la vista, non distinguo più il cielo. Non
potrò resistere a lungo. Fa' qualcosa, ti prego, per alleviare il mio
tormento”.
“Un serpente ti ha morso; uno che tu hai creato ha levato contro di te
il suo capo, diffondendo il veleno nel tuo corpo. Ma non temere: con i
miei incantesimi farò retrocedere il male. Dimmi il tuo nome, padre!
Perché vivrà colui che sarà liberato dal suo nome”.
“Io sono Colui che ha creato il cielo, la terra e tutti gli esseri che
ci vivono sopra, e dentro i due orizzonti ho posto l'anima degli Déi.
Sono il Costruttore dei monti più alti, il Controllore delle piene del
fiume, Colui che congiunge il toro alla vacca per dar loro piacere. Se
apro gli occhi, genero la luce; se li chiudo, diffondo le tenebre.
Misuro i giorni e le ore, invio le feste dell'anno, produco il fuoco
vivente per purificare le case. Mi chiamo Khepri al mattino, Ra a
mezzodì, Atum alla sera”.
Ma il veleno, anziché fuoriuscire, si diffondeva sempre più nelle vene,
e il grande Dio non poteva più camminare.
“Andiamo!”, si spazientì Iside. “Il nome che voglio non è tra quelli che
hai enunciato e che conoscono anche le pietre. Divino padre, confidati
con me, se vuoi che ti guarisca: vivrà colui che chiamerai con il suo
vero nome”.
“Quel nome fu pronunciato da mio padre e mia madre, e nascosto poi nel
mio cuore, perché non ci fosse tra i viventi incantatore che mi potesse
incantare”, si schermì la Maestà di Ra. Ma il veleno gli bruciava nel
sangue come fiamma dentro la fornace. Per finire, cedette. “Esca il mio
nome dal mio petto, per entrare nel tuo”, disse con voce appena
percettibile.
Per pronunciarlo si nascose agli Déi, poiché grande spazio vi era
nell’astronave dei Milioni di Anni. Al grande Dio fu dunque in tal modo
carpito il segreto del nome, che la maga incluse nella formula
dell'incantesimo per ridargli salute: “Colate, veleni, abbandonate Ra!
Occhio di Horus, esci da lui, risplendi fuori della sua bocca! Goccioli
a terra il veleno vinto, nel nome dell'eccelso Dio!”.
Così disse Iside, signora degli Déi, colei che conosce Ra con il suo
nome
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L'invenzione di Thot
Thot aveva tratto dalla sua ingegnosa mente i numeri e le regole del
calcolo, con ogni possibile implicazione e risvolto. Aveva inventato i
dadi per sfidare e vincere Geb, ponendo come posta delle successive
partite un giorno da sottrarre al calendario lunare, per permettere a
Nut di partorire. Aveva protetto Iside e appoggiato Horus davanti al
tribunale degli Déi, perché gli venisse riconosciuto il diritto di
salire sul trono paterno.
Erano trascorsi molti anni da quei fatti, quando decise di recarsi a far
visita al re Amon di Tebe.
Si pose dunque in cammino. Giunto da Naucratis alla presenza del
sovrano, incominciò a parlargli di quanto aveva ideato a vantaggio
dell'umanità.
“Fra le mie invenzioni, una, in particolare, è tanto preziosa che gli
egiziani mi renderanno omaggio per avertene fatto partecipe”, dichiarò.
“Ma io sono disposto a esaminarle tutte”, ribatté cortesemente il
sovrano. “Mi spiegherai a che serve ciascuna e, in base ai chiarimenti
che avrò, ti saprò dare un giudizio spassionato”.
Thot ebbe un fugace sorriso: “Sono pronto a ricevere critiche e lodi”.
Al re interessava soprattutto capire a fondo, l'utilità di quanto gli
veniva presentato, e non lesinò domande e commenti. Per ultima Thot
presentò l'invenzione di cui andava maggiormente orgoglioso.
“Questa è la scrittura”, annunciò, srotolando sotto gli occhi stupiti di
Amon una pergamena che aveva portato con sé. “Non appena ne rivelerò il
meccanismo, gli egizi ne trarranno incalcolabili vantaggi”.
“Perché?”, domandò il re, osservando perplesso gli incomprensibili
simboli tracciati dal Dio.
“Questa non facile arte sarà un rimedio efficace contro due debolezze
dell'umanità: il difetto della memoria e le manchevolezze della
scienza”. “Parli per enigmi. Che cosa significano questi segni?”
“Sono geroglifici. Chi ne apprenderà il meccanismo saprà annotare quanto
è necessario e opportuno rammentare, potrà comunicare a distanza
messaggi precisi, che non diano adito ad errate interpretazioni
soggettive, e tramandare alle genti future le gesta compiute dai grandi,
rendendone eterni il nome e la gloria”. Amon scosse il capo, dubbioso.
“I miei messaggeri non sbagliano mai nel trasmettere i miei ordini, e di
generazione in generazione le imprese regali sono affidate alla memoria
di sacerdoti e sapienti”.
“Che è pur sempre soggetta a possibili cedimenti. Se invece io incido su
una pietra o traccio su un rotolo di papiro determinati segni, ai quali
convenzionalmente è legato un ben preciso significato, a distanza di
secoli la scritta sarà sempre letta nel medesimo modo. Questo
crittogramma, ad esempio, indica il sovrano, quest'altro la regione del
delta. L'insieme trasmette l'ordine di...”
“Tu puoi svelarmi i procedimenti di un'arte; ma quel che conta è
valutare l'utilità e i danni che ne potrebbero derivare. Ora, codesta
tua scrittura mi pare offra agli uomini un potere contrario a quello che
già è in loro possesso”. “Non capisco”.
“Una volta che si siano impadroniti del meccanismo dei geroglifici, gli
uomini si sentiranno dispensati dal memorizzare, e lasceranno che la
mente si impigrisca, indulgendo alla dimenticanza: perché chi saprà
scrivere cercherà non più in se stesso, ma nel sistema da te escogitato
il modo di serbare i ricordi. Sicché mi pare che tu non abbia trovato
affatto un rimedio per la debolezza della memoria, bensì una diversa
procedura per rammentare; di cui non hai valutato gli svantaggi”.
“Pensa al gran numero di nozioni che potranno venire trasmesse, grazie
alla scrittura, in campo medico, matematico, scientifico”, insistette
Thot. “Ci sto arrivando”, riprese Amon. “L'informazione potrà essere
ampia quanto vuoi; vorrà dire che molti si convinceranno di essere
competenti, pur non essendolo, in un gran numero di settori. Insomma,
s’illuderanno di avere conquistato la sapienza, anziché possederla
realmente”.
“Conosco bene gli inconvenienti della mia invenzione, e te li ho di
proposito taciuti, venendo a te come messaggero degli Déi. Terrò nel
dovuto conto le tue osservazioni, ma non posso permettere che la grafia
resti prerogativa divina. Tu hai preteso di entrare nella testa degli
uomini e hai ragionato per loro, ma non con loro. Se anche la scrittura
fosse semplicemente un procedimento per facilitare il ricordo,
consentirebbe pur sempre agli egizi di dedicare maggiori energie alla
conoscenza; e, se anche non avessero altro che una conoscenza illusoria,
con ogni probabilità ne sarebbero paghi ugualmente. C'è poi un ultimo
aspetto da considerare”.
“E sarebbe?”
“La scrittura consentirà di dare un nome definitivo alle cose,
conferendo a ciascuna una conferma della propria esistenza entro
l'ordinamento dato dagli Déi all'universo, che è diretto e controllato
appunto grazie alla parola. Certo ogni nuova scoperta comporta possibili
conseguenze positive o negative: sta all'uomo saperla utilizzare nel
modo migliore e più saggio”.
“Il rischio è grande, a volte”, rifletté Amon.
“Ma bisogna correrlo. Dunque...?”
“Accetterò il tuo dono, Thot. E che gli uomini ne facciano buon uso”.
Bibliografia esenziale: Romans et contes ègyptien, Il trono conteso,
Papiro 1993 (Museo egizio di Torino), L'occhio di Ra, Iside e Osiride,
Pages d'Egyptologie, Late EgyptianStories, Lalbero della vita, Miti
egizi, Miti e leggende della creazione e delle origini.
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