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Cosmogonia Vedica
Articolo pubblicato sulla
rivista nazionale NEXUS-NEW TIMES n°52/2004
L'Universo di Krishna
di T. Valentinuzzi
I Veda sono un’eredità preziosa
dell’India. Il termine “Veda” significa conoscenza e include anche la
conoscenza astronomica. In molte fonti vediche si può notare
l’importanza attribuita all’osservazione del cielo e al calcolo delle
posizioni del Sole e della Luna, dei principali pianeti e delle stelle.
Nella storia dell’astronomia occidentale tuttavia è stato quasi del
tutto trascurato il contributo indovedico, spesso ignorato perché
considerato ascientifico e mitologico o postulando che attingesse alla
tradizione greco-babilonese, e che quindi non costituisse un apporto
originale. In realtà ci sono tracce, talvolta evidenti e talvolta
nascoste nella poesia e nella, di una profonda conoscenza astronomica
racchiusa nei Veda in generale e in alcune loro sezioni in particolare.
Secondo l’attuale ricerca scientifica, l’universo è una distesa immensa
di milioni di galassie che interagiscono tramite l’attrazione
gravitazionale. Esso è così vasto che un raggio luminoso lo attraversa
tutto in circa tredici miliardi di anni. Alcune cosmologie che si
avvalgono della teoria delle superstringhe (un nuovo metodo di concepire
l’origine dell’universo), affermano che il nostro non è l’unico
universo, ma che esistono “grappoli di universi”. La Terra è un
infinitesimale e fragile globo che si muove all’interno di questa
vastità senza confini. Ebbene, questo è ciò che anche i Veda tramandano
da millenni. Nel Bhagavata Purana, un’opera vedica risalente a 5.000
anni fa, leggiamo “tutti gli universi sono raggruppati insieme e
sembrano un’enorme agglomerato di particelle” (BP 3.11.41), oppure che
“ci sono innumerevoli universi oltre al nostro e benché siano
estremamente estesi, si muovono come atomi in Te” (BP 6.16.37); inoltre
in innumerevoli passi si afferma che il pianeta Terra è solo uno dei
tanti pianeti, cosa che ipotizzarono anche Democrito, Epicuro e Giordano
Bruno. La moderna ricerca sul fondo cosmico di microonde che pervade il
nostro universo ha constatato che la formazione delle strutture cosmiche
è avvenuta grazie ad una serie di note “sonore” armoniche; che siano
forse le stesse note del flauto di Krishna che sono la matrice sonora
generatrice di tutta la manifestazione cosmica secondo la tradizione
vedica? Ancora più affascinante risulta essere il racconto dei primi
momenti della vita di Brahma, primo essere creato secondo la cosmogonia
vedico-puranica e demiurgo creatore della varietà universale; appena
venuto al mondo sopra il fiore di loto che spuntava dall’ombelico di
Vishnu (Dio, La Persona Suprema) si guarda intorno e vede l’immensa
distesa di un “fluido primordiale” simile ad un oceano (BP 2.9.1-10).
Anche questa descrizione è estremamente simile a quella che ci potremmo
aspettare nei primi momenti di vita dell’universo secondo la
recentissima teoria cosmologica basata sulla materia oscura fredda con
costante cosmologica; è solo una coincidenza?
Nell’affrontare lo studio delle scritture vediche, e specialmente di
quelle parti che presentano contenuti di carattere scientifico, è
opportuno liberarsi dai preconcetti di superiorità nei confronti degli
antichi, perché potrebbero impoverire un’analisi dalla quale si può
attingere grande saggezza e verità . Gli antichi saggi vedici
svilupparono le scienze astronomiche, mediche, del linguaggio,
dell’architettura e della spiritualità in modo straordinariamente
approfondito e preciso, tanto che ancora oggi sono tutt’altro che
superati: antichi non è sinonimo di primitivi.
La scienza del tempo
Per millenni l’uomo si è chiesto che cosa sia il tempo e che tipo di
influenza abbia sulla vita dell’uomo. Nell’era moderna gli scienziati
hanno trattato in profondità l’argomento, ma sono ancora ben lontani
dall’afferrare completamente il significato del tempo. Per alcuni è solo
una successione di istanti, o in altre parole un sistema di riferimento,
un’illusione, e per altri è l’essenza stessa dell’universo. Aristotele
affermava che il tempo è lo studio del movimento nella prospettiva “del
prima e del poi”; Einstein ha introdotto il concetto di inseparabilità e
relatività di spazio e tempo ma diceva che “il tempo non è nella fisica,
non può essere oggetto di scienza”, e Bergson confermava che il tempo è
un soggetto troppo complesso per la scienza. Il grande fisico russo e
premio Nobel Ilya Prigogine spiega la natura del tempo introducendo
nella fisica il concetto di irreversibilità come indicatore della
freccia del tempo, o della sua direzione univoca . In fisica un fenomeno
si dice irreversibile quando non è possibile riportare allo stato
iniziale un sistema reale senza un intervento energetico dall’esterno.
Prigogine commenta: “… per me, l’uomo fa parte di questa corrente di
irreversibilità che è uno degli elementi essenziali, costitutivi
dell’universo.” Egli considera quindi l’irreversibilità, l’unidirezionalità
dei processi fisici e quindi del tempo, come principio creatore o
organizzatore delle strutture del macrocosmo e del microcosmo; sostiene
infatti che “dobbiamo considera
re il tempo ciò che conduce all’uomo e non l’uomo come creatore del
tempo.”
Negli scritti vedici tali concetti vengono trattati in modo piuttosto
approfondito. Uno dei risultati della teoria della relatività di
Einstein è che il tempo appare essere più lento per corpi che viaggiano
a velocità molto elevate, prossime a quella della luce: il tempo non è
dunque un’unità di misura fissa ma è variabile o relativo. Un esempio di
questa “dilatazione del tempo” si trova nel Bhagavata Purana (9.3.30-32)
quando si narra di un uomo che volle raggiungere i pianeti celesti per
porre alcune domande al Creatore; si fermò per venti minuti ma quando
ritornò sulla Terra erano passati millenni e non vi ritrovò né familiari
né amici. Questo Purana ci informa quindi che ci sono diverse scale
temporali in diversi luoghi dello spazio cosmico e spiega anche che “Il
tempo elementare viene misurato secondo lo spazio atomico che copre….”
(3.11.4), stabilendo in modo inequivocabile la stessa stretta
connessione tra spazio e tempo elaborata dalla teoria di Einstein, oggi
formalmente riconosciuta.
Nella Bhagavad-Gita (11.32), la più famosa tra le Upanishad vediche,
Krishna spiega: “Io sono il Tempo, il grande distruttore dei mondi”:
viene qui indicata l’importanza del fattore tempo e del suo ruolo nella
creazione. Il Tempo consuma le cose di questo mondo, compresi i nostri
corpi, che sono inesorabilmente destinati a morire. Il tempo è la
sorgente di tutti i movimenti, è il supremo controllore del tri-guna ,
le tre energie che in-formano l’universo. Il tempo ha quindi vita
propria separata dall’universo, anzi ne è all’origine, è la matrice che
lo sostiene e che gli dà vita e significato.
L’Astronomia Vedica
Gli scritti vedici sono una fonte inesauribile di importanti indicazioni
che i grandi saggi del passato hanno elaborato, ma soprattutto, come
vuole la tradizione, vissuto e realizzato. La presenza nei Veda di
concetti astronomici che sono considerati attualmente di una certa
modernità è piuttosto frequente e se ne può dedurre che nell’antichità
vedica c’era un vivo interesse per la ricerca e l’osservazione
scientifica.
Il Bhagavata Purana riporta l’interessante descrizione di una montagna
circolare che si trova a 125.000.000 di yojana dalla Terra (circa 1
miliardo e mezzo di chilometri) e che distingue la parte del sistema
solare illuminata dal Sole da quella non illuminata. “Poi, oltre
l’oceano di acqua dolce esiste una montagna che lo circonda
completamente che si chiama Lokaloka, essa divide le zone piene di luce
da quelle non illuminate dal Sole.” (BP 5.20.34); essa si troverebbe
proprio tra Saturno e Urano , l’ultimo pianeta del nostro sistema solare
a non essere visibile a occhio nudo in cielo, e quindi “non illuminato
dal Sole”.
L’Aitareya Brahmana (3.44) dichiara: “In realtà il Sole non sorge e non
tramonta mai…. poiché quando arriva la fine del giorno produce due
effetti opposti, crea la notte per quelli che stanno sotto e il giorno
dall’altra parte. Raggiunta la fine della notte crea il giorno per
quelli che stanno sotto e la notte dall’altra parte. ” E similmente
nella Satapatha Brahmana (1.6.1-3) troviamo: ”…dato che mentre i primi
stanno ancora arando e seminando, gli altri stanno già raccogliendo e
trebbiando… ”. Questi passi esprimono chiaramente la concezione della
rotazione della Terra e quindi della sua sfericità e sono confermati
anche dal Bhagavata Purana (5.21.9): “La gente che vive in regioni
diametralmente opposte a dove il Sole si vede sorgere, vedranno il Sole
tramontare, e se si tira una linea diritta in corrispondenza del Sole a
mezzogiorno, nelle regioni nella parte opposta della linea sarà
mezzanotte.” Il Visnu Purana presenta inoltre una descrizione del
funzionamento del fenomeno delle maree: “In tutti gli oceani la quantità
totale di acqua rimane la stessa e non cresce né decresce; ma come
l’acqua in un calderone si gonfia per il calore così le acque
dell’oceano crescono al crescere della Luna. Le acque benché non
aumentino né diminuiscano, si dilatano e si contraggono mentre la luna
cresce e cala….”
E’ interessante notare che il Markandeya Purana (54.12) descrive la
Terra come schiacciata ai poli e rigonfia all’equatore, indicando che
essa non possiede una forma perfettamente sferica (nozione astronomica
di una certa attualità…); descrive perfino che la causa del colore
azzurro del cielo è la dispersione della luce solare (Markandeya Purana,
78.8, 103.9). Similmente è possibile trovare passi in cui si afferma che
il Sole si trova al centro del sistema solare (Markandeya Purana,
106.41) e che l’universo ha avuto origine da una sorta di stato
condensato ad altissima temperatura, come milioni di soli estremamente
brillanti (BP 3.20.16) e che in seguito c’è stata una sorta di
esplosione o espansione (BP 3.10.7), descrizione straordinariamente
simile alla famosa teoria del Big Bang.
Il Bhagavata Purana (5.22.1-2) illustra poeticamente il moto relativo
dei pianeti e delle stelle in cielo con la metafora delle formiche sulla
ruota del vasaio. Poiché parevano contraddittorie le affermazioni che
indicavano che il Sole gira con l’asse di rotazione alla sua destra
(moto orario) e a volte alla sua sinistra (moto antiorario), il grande
saggio Sukadeva Goswami, narratore del Bhagavata Purana, spiega che dal
punto di vista del moto di rotazione giornaliero della Terra il Sole
gira in senso orario, mentre dal punto di vista del suo moto di
rivoluzione annuo il Sole gira in senso antiorario (rispetto alla
Terra).
Conclusioni
Un tempo tre uomini ciechi si avvicinarono ad un elefante, cominciarono
a toccarlo e a congetturare. Il primo toccò una zampa e disse:” Oh,
l’elefante è come un pilastro!”, il secondo toccò la proboscide e disse
“Oh, l’elefante è come un serpente!”, mentre l’ultimo toccò il fianco e
disse: “Oh, l’elefante è come una grossa nave!”. Chiaramente nessuno dei
tre fu in grado di dare una descrizione appropriata dell’elefante, in
quanto erano tutti e tre ciechi. Ci troviamo in una situazione simile
quando studiamo l’universo: da una parte c’è la limitazione dei sensi
(la cecità) e dall’altra lo stato mentale (i preconcetti) che ci porta a
pensare e valutare in base alla nostra limitata esperienza e ai
paradigmi personali. Basti considerare che siamo in grado di percepire
solo una piccolissima parte dello spettro elettromagnetico: l’occhio
umano è in grado di vedere solo tra 400 e 800 micron circa, una frazione
infinitesimale dell’insieme delle vibrazioni elettromagnetiche presenti
nel nostro universo. Ma anche in questo range di frequenze i nostri
occhi e i nostri preconcetti talvolta ci ingannano; infatti, per
esempio, gli oggetti lontani ci appaiono piccoli anche se non lo sono.
Oggi, per evitare tali errori, si usano apparecchiature scientifiche
sempre più sofisticate e potenti che in parte risolvono queste
problematiche. Eppure i dati da esse prodotti vengono poi comunque
analizzati da esseri umani che sono soggetti agli errori di cui sopra.
Si potrebbe dunque concludere che qualunque tipo di scienza umana è
limitato in qualche modo dagli strumenti che usa. Poiché i sensi sono
collegati alla mente e la mente può proiettare immagini nelle
percezioni, spesso vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere e non ciò che
c’è veramente di fronte a noi, come gli uomini ciechi della storia.
La saggezza racchiusa nelle scritture vediche indica l’esistenza in
passato di una civiltà tutt’altro che primitiva, di una società
incentrata sulle pratiche spirituali e sulla ricerca scientifica nei
vari campi della conoscenza. La tradizione culturale vedica è olistica a
tutti gli effetti, comprende e mette in relazione tutti i campi del
sapere, ma soprattutto sottolinea con grande enfasi l’importanza della
ricerca spirituale e dell’affermazione dei valori della vita e li
integra in modo sorprendentemente armonico con la vita di tutti i
giorni.
Circa trent’anni fa il famoso Swami Bhaktivedanta disse: “La moderna
civiltà sembrerebbe fare progressi nella conoscenza scientifica, ma che
cos’è la conoscenza scientifica? Essa si concentra soprattutto sui
comfort del corpo senza comprendere che per quanto si possa mantenere
confortevolmente il corpo esso è inesorabilmente destinato alla
distruzione.” Egli, pur riconoscendo e apprezzando la conoscenza
scientifica a cui siamo abituati e il moderno progresso tecnologico, in
quanto rappresentante dei saggi della tradizione vedica, alla quale si
collegava tramite la successione di maestri, ricordava al mondo che è la
dimensione spirituale a caratterizzare il vero progresso di una civiltà,
ed è per questo che i Veda presentano all’interno di dialoghi e racconti
edificanti e illuminanti le informazioni di carattere scientifico, che
ricevono luce e valore se inseriti in un contesto di sviluppo globale
dell’individuo.
Il Dott. Tiziano
Valentinuzzi è laureato in astronomia all’Università di Padova e sta
attualmente frequentando il Dottorato in Astronomia presso la stessa
Università. Studia le antiche scienze vediche da quasi dieci anni.
Per contatti o ulteriori informazioni: valentinuzzi@pd.astro.it
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