DVAITA - ADVAITA

  Darshana

 

darshana: le sei dottrine ortodosse vediche, che sono: Vedanta, Yoga, Sankhya, Mimamsa, Nyaya e Vaisheshika. Non sono considerati come sistemi a se stanti ma come punti di vista della stessa idea

Induismo


 

 

L'Induismo è la più antica delle principali religioni del mondo e con più di 900 milioni di fedeli, è attualmente la terza più diffusa, dopo il Cristianesimo, che conta circa 2 miliardi di fedeli (un miliardo di cattolici, 500 milioni di protestanti, 240 milioni di ortodossi, 275 di altri), e l'Islamismo, che supera il miliardo.

Tentativo di definizione

Un uomo esegue abluzioni nel Gange a Varanasi (Benares), India.

Un uomo esegue abluzioni nel Gange a Varanasi (Benares), India.

L'induismo o più correttamente Sanātana Dharma (all'incirca "Eterna legge morale") è più un modo di vivere e di pensare che una religione organizzata. Storicamente, la parola "indù" non faceva riferimento a un sistema di credenze religiose: il termine, di origine persiana, indicava semplicemente coloro che, dal punto di vista dei persiani abitavano dall'altra parte dell'Indo. Dopo la colonizzazione britannica, il termine fu impiegato per indicare un insieme variabile di fatti religiosi.

Nel 1966 la Corte suprema dell'India ha definito il quadro della "fede indù" sui seguenti principi:

1.  l'accettazione rispettosa dei Veda come la più alta autorità riguardo agli argomenti religiosi e filosofici, e l'accettazione rispettosa dei Veda da parte dei pensatori e filosofi indù come base unica della filosofia indù;

2.  lo spirito di tolleranza e di buona volontà per comprendere e apprezzare il punto di vista dell'avversario, basato sulla rivelazione che la verità possiede molteplici apparenze;

3.  l'accettazione, da parte di ciascuno dei sei sistemi di filosofia indù, di un ritmo dell'esistenza cosmica che conosce periodi di creazione, di conservazione e di distruzione, periodi, o Yuga che si succedono senza fine;

4.  l'accettazione da parte di tutti i sistemi filosofici indù della fede nella rinascita e preesistenza degli esseri.

5.  il riconoscimento del fatto che i mezzi o i modi di raggiungere la salvezza sono molteplici;

6.  la comprensione della verità che, per quanto grande possa essere il numero delle divinità da adorare, si può essere indù e non credere che sia necessario adorare le murti (rappresentazioni) delle divinità;

7.  a differenza di altre religioni o fedi, la religione indù non è legata a un insieme definito di concetti filosofici.

Secondo un altro punto di vista, un "indù" è colui che crede alla filosofia esposta nei Veda (lett. "sapere", "conoscere"). I Veda sono forse le scritture religiose più antiche del mondo e il loro insegnamento di base è che la vera natura dell'uomo è divina. Dio, o il Brahman (come è di solito chiamata la matrice metafisica di tutto ciò che esiste) è presente in ogni essere vivente. La religione è dunque una ricerca e una conoscenza di sé, una ricerca del divino presente in ogni individuo. I Veda dichiarano che nessuno ha bisogno "di essere salvato", perché nessuno non è mai condannato; nel peggiore dei casi, si vive nell'ignoranza della propria vera natura divina.

Il Vedānta riconosce che ci sono molti approcci diversi a Dio, e tutti sono validi. Non importa quale genere di pratica spirituale si conduca, poiché ognuna conduce al medesimo stato di realizzazione del Sé. Così i Vedānta insegnano il rispetto di tutte le credenze e si distinguono dalla maggior parte delle altre fedi maggiori per il loro forte incoraggiamento alla tolleranza verso questi diversi sistemi di fede.

In sanscrito, il termine Sindhu indica in senso generale una distesa d'acqua (un mare, o un lago), ed in particolare il fiume Indo. Gli Arya chiamavano il proprio territorio Sapta Sindhu, la terra dei sette fiumi (tra i quali appunto l'Indo), con un'espressione attestata numerose volte nel Rig-veda. Il suono /s/ in persiano antico diventa /h/, e così nell'Avesta Sapta Sindhu diventa Hapta Hindhu. La regione a est del fiume Indo diventa così l'Hindustan, e i suoi abitanti sono chiamati "hindu" da Arabi e Persiani e, più tardi, da Greci e Romani. L'utilizzo del termine hindu nell'accezione di "abitanti dell'India", probabilmente a causa dell'influenza iraniana, è attestato in alcuni testi medioevali in sanscrito, quali Bhavishya Purâna, Kâlikâ Purâna, Merutantra, Râmakosha, Hemantakavikosha ed Adbhutarûpakosha.


L'induismo è definito anche "arya dharma", la religione degli Arya (e quindi nobile) e "Vaidika Dharma", la religione dei Veda.

 

La tradizione induista

Dare una definizione veritiera di induismo sembra un'impresa azzardata, tanto il concetto è complesso e multiforme. È dunque preferibile passare in rassegna l'induismo attraverso le sue idee e le sue pratiche. L'induismo esiste attualmente su due piani differenti, il primo basato puramente sulla fede e il secondo basato sulla filosofia, anche se spesso i due piani si incrociano.

·     Il piano filosofico:

Si contano tradizionalmente sei antiche astika o scuole di filosofia ortodosse (ortodosse perché accettano l'autorità dei Veda), dette Darshana o Shad Dharshana (le Sei Darshana): Nyaya, Vaisheshika, Samkhya, Yoga, Purva Mimamsa (o semplicemente Mimamsa) e Uttara Mimamsa (o Vedānta). Le nastika, o scuole non ortodosse, che non sono qui trattate, sono il giainismo, il buddismo, il chârvâka, e l'ateismo antico classico dell'India che confuta l'esistenza dell'anima o Ātman.

·     Il piano della fede:

Contrariamente all'opinione popolare, il vero induismo non è né politeista né monoteista, ma è propriamente una religione enoteista. Le diverse divinità e Avatar adorati dagli indù sono considerati come diverse forme dell'Uno, il Dio Supremo, o Brahman, che adotta per rendersi accessibile all'uomo (si presti attenzione a non confondere Brahman, l'Essere Supremo e fonte ultima di ogni energia divina, con Brahma, il creatore del nostro universo particolare).

Si può tracciare un parallelo interessante tra la trinità cristiana e le tre divinità principali del Pantheon induista, che prendono il nome di Trimurti: Brahma, Vishnu e Śiva. Sono i tre aspetti fondamentali del Divino, così come l'onda e il fotone sono due aspetti della luce. Brahma rappresenta il creatore, Vshnu il conservatore e Śiva il distruttore all'interno del ciclo dell'esistenza. Spesso la Trimurti è venerata come un'unica deità, così come nella tradizione giudeo-cristiana di parla di Dio "Uno e Trino" al tempo stesso.

Il Brahmanesimo, che è la forma moderna della religione vedica si divide in rami, essi stessi divisi in varie correnti:

·     il Vishnuismo, o vaishnavismo, che si rapporta all'Uno in quanto Vishnu, o tramite uno dei suoi Avatar. I libri sacri sono il Bhāgavata-Purāna spesso chiamato Shrīmad-bhāghavatam, e la Bhagavad-Gītā.

·     lo Śivaismo, o shaivismo, che si rifà principalmente al culto di Śiva, divinità pre-vedica adorata inizialmente con il nome di Rudra, a cui è dedicato lo Śiva Purāna.

·     il Tantrismo che si suddivide in due o tre filoni secondo le classificazioni e il cui scopo è la realizzazione della shakti, l'energia vitale spesso associata a una forma di Devī, la Dea madre dai molti nomi (Kali, Durga, ecc.)

Ciascuno di questi culti si pratica con i medesimi mezzi filosofici o di yoga, sono solo i loro metodi che differiscono. Questi culti non devono essere considerati come delle "chiese", perché non esiste alcun dogma, e perché le credenze individuali sono sempre rispettate. La maggior parte degli indù si considera non appartenente a nessuna "setta" in particolare. Ci sono altresì numerose organizzazioni riformatrici, come l'Arya Samaj ("Società degli Arya") che adottano il monoteismo e la fede nei Veda, ma respingono l'idolatria.

I Vaishnava, che costituiscono approssimativamente l'80% degli indù di oggi, adorano uno dei tre più recenti avatar - o incarnazioni terrestri - di Vishnu come divinità principale. Il settimo avatar di Vishnu è Rama, l'ottavo è Krishna, e il nono cambia secondo le fonti: è identificato con Buddha nella grande maggioranza delle scuole, ma anche, più raramente e meno seriamente, con Gesù Cristo. L'integrazione di Buddha nel pantheon indù è comparsa tardi, probabilmente nell'VIII secolo; questo procedimento - in fin dei conti abbastanza ardito - è l'espressione della controriforma brahmanica al Buddhismo, iniziata nel II secolo AC. Alcuni riconoscono tutti i personaggi menzionati come veri avatar, aumentando così il numero tradizionale di dieci avatar (incluso Kalki, che apparirà alla fine dell'era presente, il Kali Yuga) fino a 27.

La maggior parte degli indù restanti (il 20% del totale) sono Śivaiti; il resto si consacra a Shakti, o Ishvari, una delle cui forme è la dea Kali, una divinità benefica e terrifica al tempo stesso. Tuttavia, solitamente, il credente induista possiede nella propria dimora le rappresentazioni (murti) di molte di queste (ed altre) forme di Dio (Ishvara).

Credenze e pratiche comuni all'induismo

Benché l'induismo sia il nome comune di un insieme di culti diversi, ogni indù condivide un nucleo di valori comuni. La somma di questi valori identifica il credente indù.

Credenze di base

Nella estrema varietà dell'induismo si trovano dei valori comuni a tutti i credenti, ovvero:

·     la fede nel Dharma (Legge Cosmica, il modo in cui tutte le cose sono)

·     Sasāra (Reincarnazione, rinascita)

·     Karma (azione, il ciclo di causa-effetto)

·     la Moksha (liberazione, trascendenza) di ogni anima attraverso dei percorsi spirituali quali:

o    Bhakti (devozione)

o    Karma (inteso come azione personale)

o    Jñāna (Illuminazione, Conoscenza)

·     e naturalmente con la fede in Dio (Ishvara).

La trasmigrazione dell'anima è regolata dal Karma: la filosofia del Karma è basata sulle azioni compiute dal soggetto, che resteranno impresse sulla sua anima (Ātman) dell'essere individuale (jiva), attraverso un ciclo di nascita e morte fino alla liberazione definitiva (moksha)

La teoria seconda la quale ci si possa convertire all'Induismo è contestabile. Infatti l'Induismo non è una fede evangelica come il Cristianesimo o l'Islam essendo totalmente assente dagli scritti induisti il momento della conversione religiosa, per uno straniero l'essere o meno indù dipende dalla sua accettazione come parte della comunità induista. L'Induismo, infatti, riconosce come egualmente validi numerosi cammini spirituali.

Peculiare è anche il fatto che, benché la mitologia indiana riconosca l'esistenza di esseri demoniaci (asura o rakshasa), opposti ai deva, la filosofia indiana non crede all'esistenza di un Diavolo, causa di tutto il male. Tale credenza diffama e sminuisce la perfezione e l'onnipotenza di Dio. Il male nel mondo è causato dall'ignoranza e dal libero arbitrio.

 

AUM, il suono primordiale

Om, il più importante simbolo religioso dell'induismo.

 

Om, il più importante simbolo religioso dell'induismo.

Aum, solitamente translitterato in Om , è il simbolo più sacro dell'Induismo, il suono primordiale, sintesi di ogni preghiera, rituale o formula sacra. Ė un segno carico di un messaggio simbolico profondo: è considerato come la vibrazione divina primitiva (Pranava) da cui ha avuto origine l'universo manifesto; rappresenta quindi la base metafisica di tutte le esistenze, l'abbraccio e fusione di tutta la natura nella Verità Ultima.

Viene utilizzato come prefisso (e talvolta come suffisso) nei mantra, e in quasi tutte le preghiere della tradizione induista.

Il Dio multi-forme ed il Dio “Senza forma”

 

Secondo alcuni non è corretto parlare di "Dio" in un contesto induista. Questo può essere vero solo in seguito ad un'analisi superficiale, poiché tale termine, nella cultura hindu, può riferirsi tanto alla totalità del Divino quanto ai Suoi singoli aspetti: ad esempio, l'aspetto personale o quello impersonale, l'aspetto creativo o quello distruttivo, l’aspetto femminile o quello maschile, l’aspetto dolce o quello austero, l'aspetto trascendente o quello immanente, e così via.
Questa tendenza a racchiudere in simbologie aspetti tra loro opposti e complementari spiega l'apparente contraddizione tra le varie forme di Dio venerati nell'Induismo. Ciò si riflette nel sistema delle murti (raffigurazioni di Dio o dei Suoi aspetti): per fare alcuni esempi, Devi (ossia l'aspetto materno/femminile di Dio), a seconda dell'aspetto che si vuole considerare, viene chiamata Kali (aspetto terrifico della Madre Divina che, per amore del devoto, distrugge i demoni) oppure Bhavani (aspetto creativo della Madre Divina, lett. "Colei che dà la vita"); e, allo stesso modo, Śiva (l'aspetto paterno/maschile di Dio) viene chiamato a seconda dei casi Hara (lett. Distruttore) o Shankara (lett. Benefico).
I Veda descrivono il Brahman (/brəh mən/) come la Realtà Ultima, l'Anima Assoluta ed Universale. Il Brahman, un panteistico Spirito Cosmico, è indescrivibile, incorporeo, originale, infinito, assoluto, trascendente ed immanente, eterno. È il principio ultimo che non ha avuto inizio, non ha una fine, è nascosto in tutte le cose ed è la causa, la fonte, la materia e l'effetto di tutta la creazione conosciuta e sconosciuta. Esso rappresenta la base del manifesto e dell'immanifesto, uno stato indifferenziato di puro essere, eternità e beatitudine,, situato al di là di qualsiasi speculazione filosofica o moto devozionale. La personalità che si cela dietro il Brahman è è conosciuta come Parabrahman (Brahman superiore).
Solitamente, con “Dio” in un contesto induista ci si riferisce al Dio-persona (generalmente chiamato Ishvara, che significa “il Signore Supremo”), o Bhagavan) il Dio con una Sua individualità, con degli attributi, con Nomi e Forme (in sanscrito, nama-rupa), il Dio dotato di tutti i poteri, al tempo stesso immanente e trascendente, il Dio che per amore dell’uomo si incarna ed impartisce gli insegnamenti necessari per ottenere la realizzazione spirituale. Ishvara (nelle sue innumerevoli forme e nomi) costituisce l’aspetto supremo di Dio presso i principali culti devozionali (Bhakti o Bhakti Yoga) monoteisti, ovvero Śivaismo (monoteismo di Śiva), Vaishnavismo (monoteismo di Viṣṇu / Kṛṣṇa) e Shaktismo (monoteismo di Devi, la Madre Divina, chiamata anche Shakti). È importante sottolineare, tuttavia, che nessuno di questi culti nega l’esistenza o la validità delle altre forme/nomi divini; ciò che varia in ognuno di essi è soltanto l’aspetto peculiare (di Dio) su cui ci si vuole focalizzare, per farne oggetto di devozione.
Secondo la scuola di pensiero del Vedānta, in particolare secondo la filosofia Advaita (filosofia della non dualità), esiste un substrato metafisico di tutto ciò che esiste - su tutti i piani, grossolano, sottile e causale - un vero e proprio supporto situato al di là di ogni individualità, sia che essa riguardi l'anima individuale (detta Jiva) o quella universale (Ishvara, o Dio-persona). Questo substrato si trova oltre il mondo dei nomi e delle forme, ed è appunto il Brahman.
Il potere divino, l'energia di Dio è manifestata nella Shakti. Pur tuttavia, il Dio e l'energia divina sono indivisibili ed unitari.
Oltre al Dio, nella tradizione induista esistono numerosi Deva, Dei, semidei o esseri celesti.
Il ciclo della vita

· Come ogni religione, l'induismo ha fondato la sua fede su un rituale funebre particolare e su una originale concezione della morte. L'induista crede nella reincarnazione e nella vita dopo la morte, dal momento che il corpo è considerato un mero involucro materiale temporaneo. Quando giunge il momento di lasciare la vita, l'anima o Ātman abbandona il corpo. Se ha accumulato karma attraverso troppe azioni negative, l'anima si incarna in un nuovo corpo su un pianeta come la terra o inferiore, come l'inferno (Naraka), per subire il peso delle sue malvage azioni. Se il suo karma è positivo, vivrà come un essere divino, o deva, su uno dei mondi celesti (superiori alla terra, come il paradiso o Svarga) nei quali sperimenterà grandi piaceri spirituali, fino al momento in cui il suo karma positivo non sarà esaurito; allora l'anima ritornerà in un altro corpo sulla terra, facendo parte di una casta (o classe sociale) spiritualmente elevata. Questo ciclo è chiamato SaMsāra. Quando il karma viene completamente assolto, l'anima abbandona definitivamente il mondo fisico (fatto di sofferenza, poiché soggetto a malattia, vecchiaia e morte) e può infine raggiungere la liberazione, Moksha, ovvero l'unione con Dio. Ma per realizzare questo obiettivo e spezzare il ciclo perpetuo di morte e rinascita, l'indù deve vivere in maniera che il suo karma non sia né negativo né positivo, ovvero agendo solo per dovere (Dharma), senza scopi egoistici, ed offrendo a Dio il frutto delle proprie azioni, così come prescrive la Bhagavad Gita; quest'ultima insegna vari metodi, o Yoga, tramite cui giungere a questo risultato, lasciando all'individuo la scelta del metodo che gli si addice di più, secondo le diverse scuole di filosofia indiana. Oggi, il credente indù, dal momento che vive in un'epoca estremamente materialista, chiamata Kali Yuga (lett. era delle tenebre, l'era attuale, caratterizzata da una diffusa ignoranza spirituale), preferisce scegliere sentieri spirituali semplici ed efficaci, come ad esempio quello del Bhakti Yoga (la via della devozione) o del Karma Yoga.
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I quattro stadi della vita

Secondo la tradizione vedica, l'indù deve attraversare quattro stadi della vita o ashram (l'altro significato di questa parola designa un eremo di sannyasi). Questi quattro periodi della vita sono:

1.  Il brâhmâcârya: il giovane indù, sotto la guida del suo maestro o guru, osserva un periodo di castità e di formazione, tanto profana quanto spirituale, durante la quale svilupperà il suo sapere e la sua virtù.

2.  Il garhasthya: l'indù entra nella vita mondana, si sposa e fonda una famiglia, che è anche un dovere religioso. Durante questo periodo, ha il diritto di godere della vita, contemporaneamente imparando ad avere dominio di sé.

3.  Il vânaprasthya: dopo aver compiuto il suo dovere sociale, l'indù lascia la sua famiglia, a cui ha lasciato mezzi di sussistenza, e va a vivere un periodo di studio delle scritture sacre nel "soggiorno nella foresta", praticandovi la meditazione e il digiuno.

4.  Il samnyâsa: l'indù raggiunge lo stato di rinuncia, disinteressandosi dal mondo, e diviene un samnyasi. Distaccato dal mondo, può ritornare tra i suoi poiché non teme più le tentazioni materiali e potrà far partecipi coloro che lo circondano della sua esperienza e del suo sapere.

Oggi, le due ultime tappe non sono più praticate che da un piccolo numero di persone, avendo gli indù trovato nel Bhakti Yoga un mezzo più semplice e più sicuro di liberarsi del mondo, dedicandosi all'amore verso Dio.

I quattro scopi della vita

In parallelo ai quattro periodi della vita indù, l'induismo ritiene che esistano quattro scopi all'esistenza o purushārtha. Poiché i desideri umani sono naturali, ciascuno di questi scopi serve a perfezionare la conoscenza dell'uomo dal momento che, tramite il risveglio dei sensi e la sua partecipazione al mondo, ne scopre i princìpi. Ciò nonostante, l'indù deve guardarsi dall'essere affascinato da questi scopi, sotto la pena di errare senza fine nel ciclo del Sasāra. Gli scopi sono:

1.  Artha o la ricchezza: l'uomo deve partecipare alla società creandosi un patrimonio e delle relazioni che saranno il frutto del suo lavoro. Deve fare attenzione però a non farsi ingannare dal fascino di una vita agiata, la quale deve venire usata per trarne un insegnamento. Il periodo del Grihastha è propizio al perseguimento di questo fine.

2.  Kâma o il piacere: contrariamente alla tradizione cristiana, il piacere non è percepito come un male: è un dono della divinità. Nella mitologia induista, il dio Amore, Kāma, è la sorgente della creazione. Il Kama Sutra espone i mezzi per esaltare i sensi e far fiorire la vita di coppia. Grazie ai piaceri, il campo della conoscenza si allarga e l'atto amoroso ne è il culmine, in cui l'uomo e la donna non si distinguono più, ma formano un tutt'uno che ricrea l'unità divina. Il piacere deve essere diretto allo scopo di conoscere e non deve diventare uno stile di vita che condurrebbe a commettere degli atti immorali o contro il dharma.

3.  Dharma o il dovere: il dharma deve dirigere tutti i quattro periodi della vita. Il dovere permette all'uomo di proseguire la propria vita sul retto cammino, conformandosi al diritto e alla morale che sono trascritti nel Dharma Sūtra o nel Manu-Samhitā detto anche Legge di Manu.

4.  Moksha o la liberazione: durante i due ultimi periodi della vita dell'indù, questo ricerca Moksha. Si tratta in realtà dello scopo ultimo della vita, che può essere raggiunto attraverso mezzi differenti, come ad esempio il Bhakti Yoga.

La svastikā, più conosciuta con il nome di croce uncinata, è il simbolo stesso dei quattro periodi e scopi della vita. Questo segno, di origine molto antica, si ritrova in molte civiltà e simboleggia la rivoluzione del sole e le forze cosmiche. I quattro bracci simboleggiano gli oggetti e le stagioni della vita che convergono verso il medesimo centro, chiamato  Q bindu. Questo punto centrale, che rappresenta l'etere, il quinto elemento, si irradia sugli altri quattro, così come sui punti cardinali, sugli scopi e sulle stagioni della vita umana. Comprendere questo simbolo e meditarvi permette di realizzare l'unità dell'universo e di Dio.

La vita sociale-Le quattro classi della società

La società indù è tradizionalmente divisa in quattro grandi classi o caste, basati sulle professioni e sul guna da cui sono influenzati:
· Brahmana, sacerdoti ed insegnati (Sattva guna)
· Kshatrya, re, guerrieri ed amministratori (Rajas)
· Vaishya, agricoltori, mercanti, uomini d'affari (Rajas e Tamas)
· Shudra, servitori ed operai (Tamas)
Queste classi sono chiamate varna, ed il sistema sociale è il Varna Vyavastha
In India si ritiene che la società è organizzata secondo l'equilibrio del dharma. Questa organizzazione permette l'armonizzazione dei rapporti tra gli uomini e di definire i doveri che spettano loro. Questa preoccupazione per l'equilibrio ha un'origine dottrinale, perché essa corrisponde, di fatto, al simbolismo dei Guna, o qualità/sapori. Ai tre Guna corrispondono i tre colori che sono ciascuno associato ad una casta.
All'origine, l'indù non nasce in una casta: acquisterà la sua casta in funzione del ruolo e delle responsabilità che sarà condotto a ricoprire. Molti testi mitologici denunciano l'usurpazione del titolo di brahmino da parte di certi personaggi che, sotto la copertura della nascita, approfittano di uno status importante senza compiere i propri doveri.
Non è chiaro se il sistema delle caste sia o meno parte integrante dell'induismo: i testi Shruti ne fanno raramente menzione, il sistema è invece regolato dai testi Smriti. In precedenza, il sistema era basato esclusivamente sulla professione, e vi sono decine di esempi di matrimoni tra differenti varna e di cambi di professione. Più tardi (sembra intorno 900 a.C., ma gli storici avanzano differenti ipotesi), invece, il sistema diventò rigido e basato sullo status acquisito per nascita. Succesivamente, con lo sviluppo di numerose sotto-caste e di una casta di intoccabili (Dalit)al di fuori del Varna Vyavastha, è nato il sistema delle caste così come lo conosciamo oggi. In seguito alle invasioni e alla colonizzazione britannica, la regola si è fatta ancora più stretta a vantaggio delle caste superiori, relegando i shudra alla posizione di dominati. Dopo l'indipendenza del 1947, anche grazie all'opera di Gandhi, vengono emanate molte leggi per sradicare il sistema delle caste, ma ancora oggi esistono diversi pregiudizi, soprattutto nei confronti degli "intoccabili".
Questo sistema, che sembra arcaico, è tuttavia pur sempre simile a quello in vigore nelle società occidentali: in genere, sono pochi gli uomini di umile estrazione che riescono ad arrivare ai piani alti della società. In Occidente, tuttavia, l'organizzazione sociale non è dogmatica, ma pratica, e il suo sentimento di incomprensione si spiega per la sua assimilazione all'antico sistema feudale europeo. Si ignora spesso che questo sistema, che si ritrova anche nel regno animale, come nelle formiche, e nell'organizzazione della famiglia, è evolutivo e che si adatta di fatto all'evoluzione sociale: che il sistema sia aristocratico, teocratico, proletario o borghese si ritrova una gerarchia simile che le crisi e le fratture sociali illustrano.
 

I Templi

Un devoto di Śiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.          

 Un devoto di Śiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.
I templi indù (i Mandir) hanno ereditato dei riti e delle tradizioni antiche e molto elaborate, ed occupano uno spazio speciale all'interno della società indiana. Normalmente sono dedicati ad una divinità principale e a delle alle divinità subalterne, associate alla divinità principale. Alcuni templi sono tuttavia dedicati a divinità multiple. Quasi tutti i templi maggiori sono costruiti in accordo con gli agama shastra, e sono meta di pellegrinaggio. Per molti indù, i quattro Shankaracharya (i responsabili dei monasteri di Badrinath, Puri, Sringeri et Dwarka - quattro tra i monasteri più sacri- e per alcuni anche un quinto, quello di Kanchi) sono considerati come i principali "patriarchi" dell'induismo.
Il tempio è un luogo per ricevere il darshan (la visione della divinità), per la puja, per la meditazione e per altre attività religiose. Il puja, o adorazione, è generalmente rivolta ad una murti (statua o icona nella quale si invoca la presenza divina), congiuntamente a canti e preghiere sotto forma di mantra. L'adorazione delle murti è fatta quotidianamente all'interno dei templi, e fa parte integrante della bhakti. La maggior parte delle case indù ha una stanza o uno spazio consacrato per l'adorazione quotidiana e la meditazione religiosa.
 

La non-violenza e la dieta vegetariana

Krishna insieme a Radha e una vacca [1]

Krishna insieme a Radha e una vacca [1]
Ahimsâ è un concetto che raccomanda la non-violenza e il rispetto per tutte le forme di vita. Il termine ahimsâ compare per la prima volta nelle Upaniṣad e nel Raja Yoga, è la prima delle cinque yama, o voti eterni, le restrizioni dello Yoga.
Molti induisti praticano il vegetarismo come una forma di rispetto per ogni forma di vita. Esso inoltre è raccomandato per le sue virtù purificatrici (sattva) come un modus vivendi sano e igienico. Al giorno d'oggi, secondo le stime, il 30% della popolazione indù adotta una dieta vegetariana, questa è molto praticata soprattutto dalle comunità ortodosse dell'India del Sud, in alcuni stati del Nord come Gujarat, e in molti eremi di brahmana. Questa dieta è basata principalmente su latte e vegetali, qualcuno evita anche l'aglio e la cipolla poiché si crede abbiano proprietà rajasiche, vale a dire passionali.
Gli indù che mangiano la carne (pollo, montone, pesce e capra) per lo più si astengono dal consumo di carne di mucca, e qualcuno si astiene anche dall'utilizzo di prodotti come il cuoio. La maggior parte degli indù considera infatti la mucca come il miglior esempio della benevolenza degli animali e, poiché è l'animale più apprezzato per il latte, è riverita e rispettata come una madre. Di conseguenza non stupisce il fatto che nella maggior parte di città sante indù sia vietata la vendita di carne di mucca (spesso di qualsiasi tipo di carne) e che esistano dei divieti sull'abbattimento delle mucche in quasi tutti gli Stati dell'India. La pratica (piuttosto rara) di sacrificare delle capre o altri animali nei templi della Dea madre è scomparsa a causa delle critiche degli altri indù.


 Il Vedismo: le origini dell'Induismo


Restano pochissime informazioni sull'Induismo primitivo. I documenti più antichi conosciuti sono i Veda, che si ritiene siano stati codificati nella loro forma attuale secoli prima delle prime versioni scritte note e trasmessi con esattezza per tradizione orale. I testi più antichi sono scritti in una variante arcaica di sanscrito, e presentano delle somiglianze con i testi dello Zoroastrismo. Di fatto, il sanscrito e l'avestico, la lingua dello Zoroastrismo, sono lingue molto vicine. L'età dei Veda e l'origine dei loro autori sono dei soggetti controversi, sebbene appaia chiaro che la religione vedica avesse tratti molto arcaici, strettamente connessi con l'arcaica società indoeuropea.
Le scritture sacre
Le scritture sacre dell'India antica si classifica in tre categorie: i Veda, le scritture della religione vedica, da cui deriva l'induismo moderno, le scritture induiste post-vediche, e le scritture dei movimenti dissidenti come il jainismo ed il buddhismo. Questi ultimi testi costituiscono una reazione ai Veda, ma vi restano fortemente legati in termini di insegnamenti e di concezione generale della vita. Qui verranno esaminate solo le prime due categorie.
 
 

La Shruti: I Veda

I Veda sono considerati i testi religiosi più antichi del mondo, e vengono definiti in sascrito "Śruti" o "Shruti" (ciò che è stato ascoltato/rivelato). Si dice infatti che siano stati rivelati dallo Spirito Supremo (Brahman) o da Dio ai rishi, durante uno stato di meditazione profonda. I Veda sono stati tradizionalmente trasmessi oralmente da padre in figlio, da maestro (guru) a discepolo. Successivamente vennero trascritti da un saggio chiamato Vyāsa o Vyāsadeva, il compilatore. Sulla base di vari indizi e riferimenti interni ed esterni ai testi, i ricercatori hanno avanzato ipotesi molto diverse sulla datazione dei Veda, dal 5.000 al 1.500 a.C.

Una pagina del Rig Veda


Una pagina del Rig Veda
Secondo la visione induista tradizionale, i Veda sono senza inizio né fine, e le verità in essi contenute sono eterne, e non sono creazioni umane, a differenza degli insegnamenti di Buddismo e Giainismo.
La tradizione vuole che i Veda siano stati suddivisi in quattro parti dal grande rishi di nome Vyasa, ovvero Rig Veda, Yajur Veda, Sama Veda e Atharva Veda.
Il Rig-Veda contiene dei mantra per invocare i deva per il rito del sacrificio del fuoco (Yajña); il Sama-Veda contiene dei canti per lo stesso sacrificio; lo Yajur-Veda contiene delle istruzioni per la celebrazione di riti; l'Atharva-Veda comprende dei carmi filosofici e semi-magici (contro i nemici, le malattie, e gli errori commessi durante i riti).
Ciascuno è diviso in quattro sezioni:
· Samhitâ: mantra e inni
· Brâhmana: testi liturgici e rituali
· Âranyaka: la sezione teologica
· Upaniṣad: la sezione speculativa
I Veda sono testi pieni di misticismo e di allegorie. Molte scuole filosofiche come l'Advaitismo incoraggiano ad interpretarli filosoficamente e metaforicamente, ma a non prenderli troppo alla lettera. Il suono dei mantra è considerato purificante, e per tale motivo c'è un'attenzione rigorosa per l'erudizione e la pronuncia corretta.
La religione vedica, in particolare durante il suo periodo arcaico, era differente dall'induismo attuale per numerosi aspetti, tra i quali, ad esempio, il riferirsi alle donne come autorità religiose (con l'esistenza di donne rishi), l'apparente mancanza della credenza nella reincarnazione, ed un pantheon differente (con Indra a capo degli Dei).
 

 

La Smriti: Le scritture post-vediche

I testi sacri più recenti dell'induismo sono denominati "Smṛiti" o "Smriti" (ciò che è ricordato, memoria, tradizione).
Mentre la letteratura "Shruti" è scritta in sanscrito vedico, la Smriti è scritta in sanscrito classico (di difficile comprensione e soggetto quindi ad interpretazione), maggiormente semplice e comprensibile, o in prâkrit, la "lingua comune". Maggiormente accessibili a tutti, la letteratura Smriti ha conosciuto una grande popolarità in all'interno di tutta la società indiana sin dalle origini. Anche oggi la maggior parte del mondo induista ha maggiore familiarità con la Smriti, divulgata anche attraverso telefilm, film, rappresentazioni, balletti, dipinti, sculture, racconti, ed altre forme artistiche, a differenza di una Shruti divenuta di esclusiva pertinenza dei brahmana. La Smriti, con le sue storie di re, eroi e Dei, corrisponde dunque alla letteratura popolare, ed assolve ad una funzione didattica e divulgativa, malgrado, in caso di apparente contraddizione, la Shruti venga riconosciuta come prioritaria.

La letteratura Smriti comprende:
· Le Itihasa: le epopee del Râmâyana e del Mahâbhârata, che racchiude al suo interno la famosa Bhagavad-Gita
· I Purâna: diciotto maggiori (Maha Purana) e diciotto minori (Upa Purana)
· Gli Âgama: 28 trattati teologici, completati dagli Upâgama (Âgama minori) e dai
· Darshana, testi filosofici.
Anche i Dharmashâstra (Libri della legge) fanno parte della Smriti.


La filosofia dell'induismo
Peculiare dell'induismo è il suo intimo legame con la filosofia e con la scienza in generale (sia scienze sociali che fisiche). Contrariamente all'Occidente, in cui infatti numerosi furono i conflitti ed i punti di attrito tra Scienza e Religione, l'induismo accetta e digerisce ogni nuova scoperta, inglobandola nel proprio sistema filosofico.
In un testo di mitologia sono così presenti informazioni di teologia, astronomia, filosofia e molto altro ancora: leggere un Purāna (ad es. il Bhâgavata-purâna) è prima di tutto leggere un'enciclopedia.
Gli studiosi distinguono due filoni filosofici principali: le filosofie astika, che riconoscono l'autorità dei Veda (ossia le sei darshana: Samkhya, Nyaya, Vaisheshika, Purva Mimamsa, Yoga e Vedānta), e le filosofie nastika, che invece li respingono (Giainismo, Buddhismo, Chârvâka ed Ateismo).
 

Purva-Mimamsa

L'obiettivo principale della scuola del Purva Mimamsa è quello di stabilire con forza l'autorità dei Veda. Il contributo più rilevante della scuola, di conseguenza, è quello di avere formulato delle regole d'intepretazione dei Veda. I suoi aderenti hanno creduto fermamente che la vera conoscenza fosse provata con evidenza, ed hanno cercato di scoprire la base del ritualismo vedico attraverso la ragione. La Mimansa forma la base del ritualismo nell'induismo contemporaneo, che appare spesso affatto

Yoga

Nell'induismo lo Yoga è considerato come un modo per raggiungere degli scopi spirituali. La parola yoga, letteralmente, significa unione, ed è generalmente interpretata come l'unione con Dio, o come l'integrazione tra corpo, spirito e anima. Scopo dello yoga è il moksha o il samadhi. Lo yoga cerca di raggiungere la liberazione attraverso il distacco tra lo spirito dalla natura materiale (prakŗti), con la meditazione, gli esercizi fisici e spirituali. Le posture dello yoga (asana) sono considerate salutari.

Uttara-Mimamsa o Vedānta

La scuola dell’Uttara-Mimamsa (sanscrito "Uttara", posteriore), chiamata anche Vedānta, è probabilmente il pilatro centrale dll'induismo, ed è stata certamente responsabile di un nuovo insegnamento filosofico e meditativo, del rinnovamento e della rinascita dell'induismo e della filosofia indiana. Esistono sei sotto-scuole del vedānta, la più celebre delle quali è l'Advaita vedānta fondata da Adi Shankara. I Vaishnava, adoratori di Kṛṣṇa, seguono un'altra scuola del vedānta, l'"Acintya Bhedabheda", fondata da Caitanya Mahaprabhu, in forte disaccordo con l'Advaita Vedānta.

L'induismo nel mondo

L’India, le Mauritius ed il Nepal sono nazioni a maggioranza induista. Il Nepal è l'unica nazione in cui l'induismo sia la religione ufficiale.
L'Asia del Sud Est è diventata in larga parte induista dopo il III secolo, e fece parte dell'Impero Chola intorno al XI secolo. Quest'inlfuenza ha lasciato numerose tracce architettoniche, come la famosa città-tempio di Angkor Vat o tracce culturali come le danze del Bharata Natyam e del Kathakali. L'isola di Bali è a maggioranza induista, nel mezzo dell'arcipelago indonesiano, a maggioranza islamica. La stessa Indonesia ha conservato come proprio simbolo nazionale Garuda, il gigantesco uccello che trasporta Viṣṇu.
Si trovano altresì minoranze induiste in molti paesi: Bangladesh (11 milioni), Myanmar (2,1 milioni), Sri Lanka (2,5 milioni), Stati Uniti (1,7 milioni), Pakistan (1,3 milioni), Sud Africa (1,2 milioni), Gran Bretagna (1,2 milioni), Malesia (1,1 milioni), Canada (0,7 milioni), Fiji (0,5 milioni), Trinidad e Tobago (0,5 milioni), Guyana (0,4 milioni), Paesi Bassi (0,4 milioni) e Suriname (0,2 milioni).
 

Krishna insieme a Radha e una vacca [1]

 


La filosofia induista è tradizionalmente concepita attraverso sei differenti sistemi o darshana (dalla radice sanscrita drs, cioè "vedere" - traducibile letteralmente come punto di vista), che tentano nel periodo classico dell'India (dal 550 a.C. al 1000 d.C. circa) di riorganizzare ed interpretare l'immensa mole di informazioni prodotta dal periodo precedente: il periodo Vedico.
Più che altro il darshana rappresenta, così come indica il suo significato etimologico, un "punto di vista", ossia una possibilità di approccio ad uno o più degli aspetti filosofici, devozionali, metafisici e ritualistici emersi in un'epoca che affonda le sue radici nel mito. Ogni dharshana rappresenta quindi un punto di vista metafisico della filosofia indiana, scaturito dalla sapienza vedica: nessun darshana, cioè, inventa autonomamente un sistema, ma produce un approccio particolare ad un tema o aspetto già apparso nei Veda.


• 1 Le Sei Scuole di Pensiero Vediche
 1.1 Samkhya
 1.2 Nyaya
1.3 Vaisheshika
 1.4 Yoga
 1.5 Purva Mimamsa (Mimamsa)
1.6 Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta
1.6.1 Monismo: Advaita Vedānta
1.6.2 Monismo qualificato: Vishishtadvaita
1.6.3 Dualismo: Dvaita


Le Sei Scuole di Pensiero Vediche


Samkhya


Il Samkhya (o Sankhya) è ritenuta la più antica delle sei Scuole di Pensiero ortodosse della religione induista

(dette Darshana).


Secondo questa filosofia, l'Universo consiste di due realtà eterne: Purusha e Prakriti. Purusha è il principio spirituale, l'anima, eternamente cosciente e priva di qualsiasi attributo o caratteristica. Le anime (i Purusha, appunto) sono spettatori, testimoni silenziosi di Prakriti (la materia, o natura) che è costituita da tre influenze principali (Guna): Sattva, Rajas e Tamas (rispettivamente stabilità, attività e indolenza). Quando l'equilibrio tra i guna viene alterato, il mondo manifesto evolve. Quasta alterazione è dovuta alla vicinanza tra Purusha e Prarkriti. la natura è insomma agente, ma non cosciente; al contrario, l'anima umana è conoscente ed in particolare contemplativa, ma non agisce. La Liberazione (Kaivalya) consiste quindi nel realizzare la differenza tra i due.

Nyaya


Nyaya è il nome di una delle sei Darshana, o Scuole di Pensiero ortodosse (astika) della religione induista.
Nyaya è una scuola di speculazione filosofica (divenuto solo in seguito un sistema metafisico) che si basa su testi conosciuti come Nyaya Sutra, che furono scritti da Aksapada Gautama, nel II secolo a.C.. Il contributo più rilevante apportato dal Nyaya all’Induismo moderno consiste nella metodologia; quest’ultima è basata su un sistema logico che in seguito fu adottato dalla maggior parte delle altre scuole induiste (ortodosse o non), similmente al modo in cui scienza, religione e filosofia occidentali possono considerarsi basate sulla logica aristotelica.
Nyaya però differisce dalla logica aristotelica, in quanto non è semplicemente una logica fine a sé stessa. Secondo questa scuola di pensiero, ottenere una valida conoscenza è l’unico modo per ottenere la liberazione dalla sofferenza; l’unica conoscenza autentica è quella che non potrà mai essere soggetta a dubbio o contraddizione, quella che riproduce l’oggetto per ciò che realmente è, e che pertanto permette di percepire la realtà in maniera veritiera e fedele. Solamente questa può considerarsi vera conoscenza, ed è contrapposta al ricordo e al dubbio, così come al ragionamento puramente ipotetico e, quindi, incerto.

Vaisheshika


Vaiśeshika è uno dei 6 Darśana della filosofia indiana, codificato da Kanāda; costituisce la "dottrina distintiva", l'analisi dell'esistente.
Questo Darśana è diretto alla conoscenza delle cose singole in quanto tali, considerate in modo distintivo nella loro esistenza contingente e può essere definito come un realismo atomistico pluralista. Esso cerca di difenire i caratteri generali delle cose osservate e postula sei categorie (padārtha) tramite le quali "classifica" la molteplicità della manifestazione: sostanza (dravya), qualità (guna), azione (karma), generalità (sāmānya), particolarità (aviśes), inerenza (samavāya). Come per ogni altra darśana, la sua ricerca della verità delle cose è sempre rivolta a liberare la coscienza dell'individuo imprigionata nell'ignoranza.

Yoga


Dalla radice sanscrita yuj che significa "unione" o "vincolo", Yoga indica l'insieme delle tecniche che consentono il congiungimento del corpo, della mente e dell'anima con Dio (o Paramatma). Colui che segue e pratica il cammino dello Yoga è chiamato yogi o yogin.
La prima grande opera indiana che descrive e sistema le tecniche dello Yoga è lo Yoga Sutra (Aforismi sullo Yoga), redatto da Patanjali, che raccoglie 185 aforismi. Gli studi tradizionali indiani identificavano Patanjali con l'omonimo grammatico vissuto nel III secolo a.C. ma studi filologici più moderni hanno postdatato la redazione dell'opera ad un epoca presumibilmente altomedievale.
Patanjali indica al praticante gli 8 stadi (o arti) dello Yoga, cioè gli otto passi che conducono all'unione con Paramatma:


• 1) Yama - comandamenti morali
• 2) Niyama - autopurificazione
• 3) Asana - posizioni
• 4) Pranayama - controllo del respiro
• 5) Pratyahara - emancipazione della mente
• 6) Dharana - concentrazione
• 7) Dhyana - meditazione
• 8) Samadhi - stato di coscienza superiore (unione con Paramatma)

Purva Mimamsa (Mimamsa)


Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta


Krishna insieme a Radha e una vacca [1]
 

 

Il Vedānta

è uno dei sei sistemi ortodossi (darshana) della filosofia indiana, nonché quello che costituisce la base della maggior parte delle scuole moderne dell'Induismo. "Vedānta" significa in sanscrito la "conclusione" (anta) o "summa" dei Veda, la letteratura sacra più antica dell'India, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica contenuta in questi testi, che accolgono tutta la Scienza sacra e tradizionale induista. Il termine Vedānta si utilizza in riferimento alle Upaniṣad, che erano elaborazioni dei Veda, ed alle scuole nate dallo studio (Mimamsa) delle Upanisad. Così per Vedānta si intende anche il Vedānta-Mimamsa (riflessione sul Vedānta), Uttara-Mimamsa (riflessione sulla parte finale dei Veda) e Brahma-Mimamsa (riflessione sul Brahman).
Oltre ai Veda, i tre testi fondamentali del Vedānta sono:
• le Upaniṣad (le più note, ampie e antiche delle quali sono la Brhadaranyaka, la Chandogya, la Taittiriya e la Katha);
• il Vedānta Sutra (anche denominato Vedānta Sutra), che sono anche delle brevi, persino singole interpretazioni di una sola parola della dottrina del Upanisad;
• la Bhagavad Gita (lett. Canto del Divino), celeberrimo testo filosofico-religioso in forma poetica, considerato l'essenza di tutte le scuole di pensiero induiste; contiene una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.
Nessuna interpretazione dei testi è prevalsa sulle altre, e parecchie scuole Vedānta si sono sviluppate, differenziate dalla loro concezione della natura, della relazione e del grado di identità fra il Sé individuale (jiva) e l'Assoluto (Brahman). Queste spaziano dal monismo o non-dualismo (Advaita) del filosofo Adi Shankara (VIII secolo), al dualismo qualificato o teismo (Vishi-stadvaita) XI-XII secolo di Ramanuja, al dualismo (Dvaita) (XIII secolo) di Madhva.
Tutte le scuole Vedānta, tuttavia, mantengono in comune un certo numero di principi:
• la trasmigrazione del Sé (Saṃsāra) e l'opportunità della liberazione dal ciclo delle rinascite (moksha);
• l'autorità dei Veda sulle modalità di liberazione;
• che il Brahman è sia la causa materiale (upadana) che quella strumentale (nimitta) del mondo;
• che il Sé (Ātman) è l' agente dei propri atti (karma) e quindi il destinatario dei frutti o delle conseguenze delle azioni (phala).



Monismo: Advaita Vedānta


L'Advaita Vedānta è probabilmente la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta della religione Induista. Letteralmente il termine Advaita significa "non duale", ma viene anche utilizzato per indicare il sistema monistico su cui si fonda il principio dell'indivisibilità del Se o Ātman dall'Unità (Brahman). I testi fondamentali da cui derivano i Vedānta sono le Upaniṣad, o commenti ai Veda, e i Vedānta Sutra, anche conosciuti come Vedānta Sutra, nei quali si concentra la discussione sulla natura intima delle Upanishad.
Il primo grande unificatore dell'Advaita Vedata fu Adi Shankara (788-820). Proseguendo la linea di pensiero di alcuni maestri Upaniṣad e in particolare di Gaudapada, Shankara espose la dottrina dell'Advaita, come realtà non duale e natura illusoria del mondo e stabilì la suprema verità dell'Advaita: la realtà non-duale di Brahman, nel quale l'Ātman (l'anima individuale) e Brahman, la realtà ultima espressa nella Trimurti, si uniscono nell'Assoluto. Brahman è immanente e trascendente, non solo come concetto panteistico e pur essendo Brahman la causa materiale del cosmo, esso non è limitato dalla sua proiezione, ma trascende la dualità e gli opposti, soprattutto nella forma e nell'essere, essendo la sua natura intima incomprensibile dalla mente umana.
I trattati sulle Upanishad, la Bhagavad Gita e i Vedānta Sutra, sono i testamenti di una mente acuta e intuitiva che non ammetteva dogmi; Adi Shankara affermava che un devoto, solo attraverso l'altruismo disinteressato e l'amore, governati dalla discriminazione (viveka) è in grado di andare verso la liberazione (moksha) e di realizzare il Sé interiore, mentre il solo discernimento e l'astratto filosofeggiare non avrebbero portato a nessun risultato.
La filosofia Advaita considera la natura e tutto il fenomeno dell'universo come una sovrapposizione che vela il suo immutevole, trascendente e intelligente Substrato. L'universo è in continuo divenire, è incostante ed impermanente, mentre l'Assoluto che è il substrato che lo sottende, non diviene, è costante e permanente. Secondo la sapienza upanishadica, l'errore di considerare reale ciò che è solo una sovrapposizione al Reale è simile allo scambiare la corda per il serpente, è l'illusione (Maya) determinata dall'ignoranza metafisica (avidya) da cui deriva il dolore dell'essere umano. Nella Tradizione Vedānta, questa illusoria percezione del divenire è attribuita all'identificazione con le forme manifeste che rende inconsapevoli e separati dal Reale e dalla sua serena immutabile stabilità.
Il compito supremo dell'essere umano è quello di penetrare il velo illusorio della realtà (Maya) per rivelare la vera natura, che non è perenne cambiamento tra vita e morte, ma perfezione assoluta e gioia eterna. Se noi conoscessimo i veri motivi che stanno dietro le nostre azioni e i nostri pensieri, diverremmo consapevoli della fondamentale unità dell'essere. Ma come può una mente limitata comprendere l'illimitatezza del Sé? In realtà non può, ma tuttavia è in grado di trascendere la mente e unirsi all'Assoluto.

Monismo qualificato: Vishishtadvaita


VISHISHTA ADVAITA - VEDANTA DARSHANA


Questa dottrina vedantica, identificata spesso con uno dei suoi principali esponenti, Ramanuja (1017-1137; 1027- ?), ha in realtà radici molto più antiche. I principi in essa esposti venivano già cantati dai 12 alvar tra i quali Namalvar Kuklashekhara, Andal, e insegnati anche da acarya come Nathamuni (824-924 d.C.) e Yamuna (918-1038). Ramanuja rielaborò l'insieme degli antichi insegnamenti contenuti nel Prasthanatraya, assegnando loro una forma definita e, naturalmente, diventando il massimo esponente di questa scuola.
Le sue opere sono state giudicate così profonde e di tale livello da giustificare la tendenza diffusa a denominare il Vishishtadvaita "Ramanuja darshan".


Dopo la morte di Ramanuja, seguì un periodo di divisione settaria tra i suoi seguaci che culminò nella definitiva separazione di essi in due movimenti chiamati vadagallai e tengallai ossia, rispettivamente, culti del nord e del sud. Ognuno di questi movimenti sviluppò i propri testi canonici, il lignaggio di maestri e tradizioni in molte materie di importanza primaria. Il Vishishtadvaita riconosce tre entità: Ishvara, jiva e prakriti chiamate "tattvatraya", tra le quali Ishvara è la realtà assoluta ed indipendente, mentre jiva e prakriti sono dipendenti da lui.
Per questa ragione, la dottrina è chiamata Vishishtadvaita, o non-dualismo qualificato, una filosofia che accetta, come dice il nome stesso, una sola realtà (advaita) ma con più attributi o meglio con una qualificazione (vishesha). In altre parole, essa ammette la pluralità, in quanto Dio sussiste in una pluralità di forme, quali le anime e la materia. Le anime (jiva) sono innumerevoli e controllate da Ishvara, oltre che parte di esso. Il concetto secondo cui, oltre alla realtà assoluta, sono riconosciuti degli "attributi" è la tesi essenzialmente contrapposta alla scuola Advaita.
L'Assoluto di Shankara non soddisfaceva gli animi di coloro che attraverso l'amore e la devozione vedevano il fine ultimo dell'uomo (bhakta), non considerava quel rapporto prettamente umano con Dio di un uomo, debole e nell'errore, che invoca l'aiuto dell'Essere Supremo e al quale, dall'ignoto, si protende la mano soccorritrice della grazia.
Nel Vishishtadvaita, l'attenzione si concentra sulla relazione del mondo con Dio affermando che Dio è la realtà assoluta, ma anche le anime sono reali, pur totalmente dipendenti da Dio o dalla realtà. Il Vishishtadvaita crea un ponte, una armoniosa fusione tra "filosofia" e "religione", tra la razionalità della ragione e l'irrazionalità della fede e della devozione.
Il mondo è considerato un'apparenza e Dio un esangue Assoluto, oscuro per eccesso di luce.


 LE SACRE SCRITTURE


LA SRUTI "CIO' CHE E' ASCOLTATO" - IL VEDA


Il Veda è il cuore dell'Induismo, l'autorità suprema, pramana. È la struttura base dalla quale derivano tutti gli altri testi sacri della religione induista.
Esso è detto anadi, "senza inizio", infatti, è eterno, è sempre esistito e non ha subìto l'intervento dell'uomo, apurusheya.
È impossibile stabilire una datazione del Veda data la mancanza di storicità tipica del pensiero indiano, ed anche per il fatto che la trasmissione di questa enorme compendio di conoscenze, dalla notte dei tempi, per millenni è avvenuta solo oralmente.
Si ritiene che in origine il Veda fosse uno, rivelato dall'Assoluto Supremo Essere a Brahma e, proprio per questa rivelazione diretta dalla divina coscienza, il Veda viene definito apurusheya ("non rivelato dall'uomo") e shruti. La parola sanscrita shruti, che significa "ciò che è ascoltato", suggerisce non solo le origini del Veda, che fu appunto "ascoltato dai rishi", ma sottolinea anche il metodo che avveniva, e avviene ancora ai giorni nostri, della trasmissione orale, attraverso l'appropriata recitazione, delle verità rivelate.



I QUATTRO VEDA
Anantah vai vedah
"I Veda sono l'infinito."
I rishi, tuttavia, hanno avuto l'abilità di catturare, nell'oceano infinito della sacra conoscenza, i mantra necessari al benessere dell'umanità.
Tradizionalmente i Veda si suddividono in quattro raccolte (samhita), ed esistono differenti metodi di recitazione chiamati pathantara o vie di recitazione.
I "rami principali" sono il Rig Veda, lo Yajur Veda, il Saman Veda e l'Atharva Veda. La moderna ricerca attribuisce al Rig Veda una datazione antecedente agli altri, ma ricordiamo che, secondo le scritture e secondo il credo indù, all'inizio della creazione tutti e quattro coesistevano nell'universo.
Per tale principio è arduo attribuire una successione cronologica a Samhita, Brahmana e Aranyaka. Sembrerebbe alquanto inappropriato stabilire una collocazione temporale per il sapere che i rishi, i veggenti, percepirono in uno stato atemporale, in uno stato trascendente, nel quale essi potevano vedere passato, presente, futuro.
Il fatto che gli inni del Rig Veda siano contenuti negli altri Veda non dimostra che esso sia il più antico, ma semplicemente che i mantra vedici furono "assemblati" in maniera diversa con stili di recitazione e probabilmente scopi diversi.

RIG VEDA
YAJUR VEDA
SAMA VEDA
ATHARVA VEDA

Oltre agli inni, denominati anche Samhita, che formano le quattro raccolte: Rig Veda, Sama Veda, Yajur Veda, Atharva Veda, ogni Veda è composto dai BRAHMANA che contengono i precetti ed i doveri religiosi, dagli ARANYAKA , i testi per le pratiche ascetiche e meditative, e dalle UPANISHAD nelle quali si discutono i problemi e le speculazioni filosofiche. Le Upanishad costituiscono la base spirituale di tutte le filosofie nate in India.



VEDANGA
Dai sacri Veda emergono alcuni trattati che espongono vere e proprie scienze, nate per dare una "spiegazione" dei Veda attraverso ben precise regole scientifiche. Dal momento che i mantra impiegati nei rituali devono essere usati in maniera appropriata per l'efficacia del rito stesso, è sorta la necessità di precisare e definire con regole e metodiche specifiche la modalità di pronuncia, il loro significato letterale, grammaticale, etimologico, e il momento propizio in cui svolgere il rituale. Questi testi vengono chiamati Vedanga, termine che significa "parti costituenti i Veda" (angam significa "membra e parti"), o Shadanga ossia "sei parti", infatti tradizionalmente essi vengono associati alle membra costituenti il corpo fisico del Veda considerato metaforicamente un essere vivente, Veda Purusha.

Shiksha
Vyakarana
Chandas
Nirukta
Jyotisha
Kalpa


UPAVEDA


I testi degli Upaveda costituiscono il confine tra shruti, i testi della tradizione, e smriti ossia i testi redatti dall'uomo; infatti, secondo alcune tradizioni essi vengono classificati come parte integrante della shruti, secondo altre della smriti. In effetti, nello spirito tipico dell'induismo, entrambe le visioni possono essere vere: gli Upaveda si possono considerare testi direttamente derivati dai Veda, i cui contenuti sono stati riuniti secondo vari argomenti specifici, o anche precise opere successive ai Veda, redatte da saggi.

Upaveda letteralmente significa "Veda minori", ognuno dei quali deriva da un Veda: Ayurveda, Dhanurveda, Gandharvaveda, Arthashastra. Descriveremo brevemente il carattere di ciascuno per dare ai lettori l'idea dell'importanza e della vastità del sapere vedico, e di come esso si sia espanso in tutti i campi. Si potrà constatare che la straordinarietà della letteratura indiana è quella di essere penetrata meticolosamente nella vita dell'essere umano.

Alcuni Upaveda sono testi di discipline importanti come la medicina tradizionale, la musica e la danza che, a loro volta, hanno ispirato migliaia di trattati successivi, fonte di differenti correnti.

Ayurveda
Il primo Upaveda è l'Ayurveda, la scienza della vita, un sistema che ingloba nei suoi studi il mantenimento della buona salute, l'uso delle medicine naturali, le tecniche di purificazione, di ringiovanimento, dividendosi, inoltre, in differenti campi di specializzazioni mediche.

Dhanurveda
La parola deriva da dhanur che significa arco, quindi "la scienza dell'uso delle armi".

Gandarvaveda
Il terzo Upaveda è il Gandharvaveda, la "scienza della musica e della danza". La recitazione del Veda, in particolare del Sama Veda, accorda grande importanza alla notazione musicale e al suono così che la scienza dei suoni e dell'acustica, con enfasi al canto musicale, raggiunse eccellenti gradi di perfezione.

Arthashastra
Il quarto Upaveda è l'Arthashastra, trattato di politica, amministrazione dello stato, commercio.



SMRITI "CIO' CHE E' RICORDATO"


Il termine smriti significa "memoria" o "ricordo" e si riferisce a quei testi redatti da autorità viventi, alla luce della loro saggezza e delle sacre scritture, Veda.
Il termine smriti può essere inteso in senso stretto quando ci si riferisce specificatamente ai trattati sistematici normativi, i codici di legge in armonia con il dharma, detti anche Dharmashastra, che trattano delle regole sociali, i ruoli, gli stadi della vita, gli obblighi verso la nazione, la società, la famiglia e gli individui. In senso lato, invece, la smriti comprende tutto ciò che è stato scritto e non è compreso nella shruti. Troviamo gli Itihasa, racconti storici, poemi vedici che comprendono il Ramayana, l'epopea dell'avatara Ramacandra, e il Mahabharata, la narrazione della storia di Bharata-varsa, l'impero della "Grande India", - opera che comprende un poema che diventerà uno dei testi basilari dell'induismo, della filosofia e dello yoga: la Bhagavad Gita -; e ancora, i Purana, i testi storici; il kavya, tutta la letteratura poetica; quella filosofica dei sat darshana; la letteratura tantrica e quella popolare.
Il termine smriti è legato anche all'evoluzione del pensiero indiano; esso indica, infatti, il periodo successivo a quello "vedico" in cui il sapere dei Veda governava la società, la religiosità, gli aspetti speculativi.

PRIMO PERIODO DEI SUTRA KALPASUTRA O MANUALI PER I RITUALI
Shrautasutra: Testi basati sulla tradizione -shruti- esplicata con istruzioni sacrificali per i riti solenni; furono una rielaborazione dei Brahmana, ma con il passare del tempo divennero sempre più oscuri.
Shulvasutra: Parti supplementari ai Kalpasutra che trattano la misurazione (shulva=corda) e la costruzione degli altari o luoghi di sacrificio.
Smartasutra: Tutti i testi che si basano sulla smriti, ovvero su ciò che nella tradizione non è espresso esplicitamente; si occupano generalmente dei riti familiari e domestici e dei doveri sociali.
Grihyasutra: Testi che disciplinano i rituali -samskara e altre cerimonie- celebrati dai capifamiglia, spiegandone la procedura, il sutramantra usato e l'aspetto sociale.
Dharmasutra: Testi (direttamente correlati ai Grihyasutra) in cui vengono specificati i doveri sociali in riferimento alla propria appartenenza o stato sociale.



SHASTRA O TRATTATI DOTTRINALI
I Dharmashastra in senso stretto sono considerati smriti.
Il dharma diventa norma sociale che regola totalmente la vita dell'uomo.
Comprendono tutti i codici di leggi che trattano i doveri religiosi, morali e sociali.
Manu, Yajnavalkya, Parashara, Gautama, Harita, Yama, Vishnu, Shankha, Likhita, Brihaspati, Daksha, Angiras, Pracetas, Samvarta, Acanas, Atri, Apastamba, Satapata sono i 18 rishi i quali, attraverso il loro potere sovrumano, padroneggiavano perfettamente i Veda, da cui fecero derivare la smriti. Tali lavori, conosciuti appunto come Manu-smriti, Yajnavalkya-smriti, Parashara-smriti, e così via, contengono tutto quello che dobbiamo sapere riguardo all'adesione al dharma e a tutti i riti che si debbono celebrare nell'intero arco della vita.

ITIHASA "così invero fu" o insegnamenti del passato
Poemi o epopee che resero popolari i concetti filosofici delle Upanishad ed enunciarono le etiche del dharma attraverso il loro carattere popolare e leggendario, comprendono il Ramayana e il Mahabharata .

PURANA "antico" o trattati di storia
I Purana furono scritti per popolarizzare il Veda e ne contengono l'essenza stessa. Il loro fine è di imprimere nella mente delle masse gli insegnamenti vedici e generare in loro devozione a Dio attraverso esempi concreti, miti, storie, leggende, vita di santi, re e grandi uomini, allegorie e cronache di grandi eventi storici, temi utilizzati dai saggi per illustrare l'eterno principio della religione.

I Purana (18 maggiori e 18 minori) trattano cinque argomenti, pancalakshana:
1) creazione dell'universo
2) la sua distruzione e nuova creazione
3) la genealogia degli Dei
4) i regni e le varie epoche del mondo
5) storia delle grandi dinastie: solare e lunare.

KAVYA "composizioni poetiche"
Il Kavya comprende la letteratura d'arte, privilegiando la poesia. Questo tipo di letteratura non raccoglie solamente opere poetiche; infatti, si divide in due categorie:
- da udire, destinate alla lettura;
- da vedere, destinate alla rappresentazione.
I testi possono essere in versi, in prosa e misti.

SECONDO PERIODO DEI SUTRA O DEI DARSHANA (letteratura filosofica)
Testi redatti dai fondatori delle diverse scuole di pensiero filosofico attraverso i quali si riordinarono in maniera più sistematica e concisa (in forma di sutra appunto) le correnti di pensiero.
I punti di vista o darshana e i relativi testi sono:
- purva mimamsa Mimamsasutra di Jaimini
-uttara mimamsa Brahamasutra o Vedantasutra di Badarayana
-samkhya Samkhyakarika di Kapila
-yoga Yogasutra di Patanjali
-nyaya Nyayasutra di Gautama Aksapada
-vaisheshika Vaisheshikasutra di Kanada



BRAHMA SUTRA
Nel Brahma sutra, sul quale sono stati redatti commentari da parte delle differenti scuole filosofiche, Vyasa presenta, in forma estremamente limpida e chiara, la sostanza delle dieci principali Upanishad. Il Brahma sutra è chiamato anche Vedanta.

VEDANTA
Il vedanta è quella corrente di pensiero scaturita dalle Upanishad che, rispecchiandone il mondo e i temi trattati, ne è una parte essenziale. Esso è stato codificato come uno dei sistemi filosofici indiani che si sono sviluppati non solo come risultato di speculazioni intellettuali, ma anche grazie ad una profonda intuizione mistica, che probabilmente dà origine al termine "darshana" (visione), di solito riferito ai sistemi filosofici classici. La parola darshana deriva dalla radice drish che significa "vedere", parola non opportunamente definita, ma che comunque già prospetta il concetto di "visione" o "punto di vista". I darshana, infatti, si adattano a tutte le concezioni che possono nascere nella mente dell'uomo e rispecchiano i differenti punti di vista conseguiti in riferimento all'unica realtà.
La peculiare formulazione degli scritti in sutra, aforismi in forma estremamente concisa e spesso ambigua, portò i vari pensatori e mistici a differenti speculazioni ed interpretazioni con il risultato di uno straordinario proliferare di scuole di pensiero, tra le quali emergono le tre ben conosciute dottrine vedantiche: Advaita, Dvaita e Vishishtadvaita.

ADVAITA VEDANTA DARSHANA
VISHISHTA ADVAITA - VEDANTA DARSHANA
DVAITA VEDANTA DARSHANA

TANTRA "struttura, sistema, trattato dottrinale"
Definizione generica riguardo a un'enormità di testi di carattere sia religioso che laico. Il termine si riferisce anche a testi delle tradizioni jaina e buddhista. Generalmente indica i testi della dottrina shakta. I Tantra comprendono testi di Hatha Yoga, trattati relativi al culto, all'adorazione dei diagrammi mistici e così via.
I testi tantrici rivendicano il carattere dell'ortodossia: infatti essi si dichiarano sruti (sacre verità rivelate, udite dai rishi) e agama (tradizione sacra tramandata), e si definiscono il quinto Veda.
Il tantrismo assume un ruolo determinante nel momento in cui nell'uomo viene meno la capacità di comprendere le verità contenute nelle Upanishad. Esso offre agli individui dell'era attuale, kali-yuga, la possibilità di liberazione dal ciclo delle rinascite, attraverso un sistema evolutivo contenente l'essenzialità del culto sacrificale vedico, del monismo upanishadico, della bhakti espressa nei Purana, dello yoga esposto da Patanjali e degli elementi mantrici dell'Atharva Veda.
I Tantra, tradizionalmente, sono composti da alcune parti dottrinali, altre dedicate ai rituali, all'adorazione e a tecniche spirituali. Essi comprendono gli Agama.
Agama significa "ciò che è stato tramandato" e si riferisce ad una antica tradizione riguardante l'adorazione della divinità e i suoi aspetti filosofici, psicologici e ritualistici, rivelati sia oralmente sia attraverso testi scritti. È la rivelazione di una conoscenza tradizionale (agama), ossia quella che esce dalla bocca di Shiva e penetra nell'orecchio di Parvati. Quando, al contrario, è Parvati a rivelare la conoscenza a Shiva, è detta nigama.
Gli Agama si applicano preferibilmente alle fonti shaiva e shakta, ma quelli in congiunzione con il pancaratra si applicano anche alle fonti d'ispirazione vaisnava. Il Pancaratrika Vidhi, che è la combinazione dei sistemi ritualistici vedici e tantrici, è alla base della compilazione dei Vaisnava Tantra.
Vengono elencati tradizionalmente 64 testi i quali si suddividono in base alla deità adorata.
-shaiva: 28 Agama classici
-vaishnava: Pancaratra, Vaikhanasa
-shakta o tantra: Mahanirvana, Kularnava, Pancasara, Tantraraja, Rudrayamala, Brahmayamala, Visnayamala, Todala.
 

 

DVAITA VEDANTA DARSHANA

Come il Vishishtadvaita nasce dal fervore della bhakti che, in un certo senso, si contrappone all'intellettualismo shankariano, il dualismo nasce proprio dalla formulazione di una nuova visione di un Dio più personale, più semplice da interpretare da parte delle masse di persone che non conoscevano le alte speculazioni filosofiche, ma sentivano l'esigenza di un dialogo con il mondo divino.
Ecco che il dualismo si contrappone alla filosofia advaita.Vigoroso propugnatore e divulgatore di questa visione filosofica fu Madhva (1238-1317; secondo Radhakrishnam 1199-1278). Prodigo scrittore, produsse 37 opere conosciute come Sarvamulagrantha, e oltre all'esegesi alle 10 Upanishad e alla Bhagavadgita, ha lasciato tre commenti ai Brahma sutra: Brahma sutrabhashya, Anubhashya e Anuvyakhyana. Altri importanti filosofi della scuola dualista vissero tra il XIII e il XVII sec. (Jayatirtha, Vyasa Tirtha e Ragavendra). I temi filosofici trattati rispecchiano quelli classici delle scuole filosofiche e si riferiscono a quattro categorie: mezzi della conoscenza (pramana), ciò che deve essere accertato ossia l'oggetto della conoscenza (prameya), la pratica spirituale (sadhana) e la liberazione finale (moksha).La teologia della scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il Brahman è differente dai jiva e dalla prakriti. I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro.
La metafisica dvaita formula due categorie; alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio o Brahman, alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto: Lakshmi, la consorte di Dio, le anime, la natura. Dio non crea, la natura e le anime sono coeve ad esso, ma Brahman rimane l'unica realtà indipendente, tutte le altre sono dipendenti da lui. Egli è sì un Dio personale, ma non ha una forma fisica, un'immagine antropomorfica.
Egli è onnipervadente, infinito e porta buoni auspici. Egli è Vishnu, Hari, Narayana, Krishna, Vasudeva e molti altri nomi che impersonano il creatore, il distruttore, il preservatore.Le anime sono innumerevoli; ognuna di esse è unica e velata dall'ignoranza, avidya, che la vincola al ciclo delle rinascite.
Differentemente dagli altri sistemi del vedanta, il sistema dualista divide le anime in tre categorie:

a) coloro che sono degni della salvezza, mukti yogyas;
b) coloro che trasmigrano eternamente, nityasamsarin;
c) gli ottenebrati, tamoyogyas.

Gli esseri della prima categoria sono sensibili ai valori spirituali; attraverso la disciplina spirituale e la grazia di Dio, essi possono ottenere la liberazione. Il secondo gruppo è formato da individui che sono sempre coinvolti dal mondo sensoriale e non sentono nessuna necessità di una vita etica, né di un progresso spirituale. Gli appartenenti alla terza categoria sono, per natura, radicalmente malvagi e degenerano progressivamente sino ad una perdizione eterna. Il jiva, condizionato da avidya, rimane vincolato al ciclo delle rinascite, samsara, ed è totalmente dipendente da Dio attraverso la cui grazia solamente potrà ottenere la liberazione finale.

 

Advaita.

Teoria e pratica.

di 

Dr Godavarisha Mishra 

 

Introduzione

La parola "Advaita" si riferisce ad un sistema di pensiero Vedantico che concepisce una Realtà Ultima non-duale. Sebbene Shankaracarya, vissuto alla fine del 7° secolo, sia il principale esponente di questo sistema, non è stato il primo a proporre questo pensiero.

Il Vedanta rappresenta una parte fondamentale dei Veda e come indica il nome, significa l’ultima parte dei Veda. I Veda sono divisi in quattro parti: Samhita, Brahmana, Aranyaka, e Upanisad. L’ultima parte chiamata Upanisad è conosciuta anche come Vedanta. Comunque non tutte le Upanisad sono state scritte nello stesso periodo dal momento che alcune di esse riguardano la parte Aranyaka come la Taittiriya, mentre altre la parte dei Brahmana come la Brhadaranyaka.

I Veda consistono di due parti; la prima è conosciuta come Karmakanda e la seconda come Jnanakanda.

Il Jnanakanda è chiamato tradizionalmente Vedanta, ed è considerato la sorgente del pensiero Vedanta. Esistono diverse scuole di Vedanta. Perché sono così numerose? La risposta a questa domanda è che, attraverso esegesi testuali, la realtà è concepita in modi molteplici da i vari eminenti maestri (acaryas). Tutte le scuole Vedantiche concordano sul fatto che Brahman è la realtà suprema. Esse accettano anche i Veda come la sorgente della conoscenza del Brahman ma sono discordi nella loro concezione della natura dell’ultima realtà delineata nei Veda. Se i Veda contengono un gran numero di asserzioni sulla non-dualità o non-differenza, essi contengono anche un considerevole numero di affermazioni che sembrano asserire l’esistenza della dualità. Il primo tipo di asserzioni è conosciuto come abheda-sruti e il secondo come bheda-sruti. Tra i Vedantini, quelli che danno maggior importanza all’abheda-sruti sono gli Advaitin, e Shankara appartiene a questo gruppo. Gli Advaitin interpretano i passaggi della bheda-sruti in modo da soddisfare il loro concetto di realtà. Per gli Advaitin, il significato principale dei Veda risiede solo nei passaggi dell’abheda-sruti. Per la scuola dualistica di Madhva, avviene il contrario. Quest’ultima afferma che il significato più importante dei Veda risiede nella descrizione della diversità, (bheda). Nella sua visione i passaggi abheda sono secondari  (gauna) e servono a mostrare la suprema qualità e la natura indipendente di Dio, Vishnu. Solo Dio è indipendente (svatantra) e tutto il resto, rappresentato da mondo e anime, è dipendente (paratantra) ed è solo così che assume significato.

Un altro influente interprete dei testi del Vedanta è Ramanuja. Egli si distingue sia da Shankara che da Madhva sostenendo che entrambi le scritture bheda e abheda sono ugualmente significative. La sua interpretazione è conosciuta come bheda-abheda perché tenta di conciliare tutti i passaggi della Sruti. Per Ramanuja il Karmakanda è altrettanto importante che il Jnanakanda poiché formano un  solo testo, (aikyashastra), quindi il Jnanakanda non ha alcuna superiorità sul Karmakanda come asseriscono Shankara ed altri Advaitin. Storicamente l’avvento di Ramanuja precede quello di Madhva. Le posizioni esegetiche del primo, che conferiscono un ugual peso ad entrambi le visioni, divennero comprensibilmente inaccettabili per Madhva, teista radicale.

Ramanuja sostiene che Dio è differente dalle anime e dal mondo, anche se essi rappresentano il suo corpo (sarirasariribhava). Madhva apprezza il concetto di differenza proposta da Ramanuja ma lo ritiene un compromesso con la scuola Advaitia. Per Madhva la differenza deve essere totale, ed è su questo piano che egli pr