DVAITA - ADVAITA

  Darshana

 

darshana: le sei dottrine ortodosse vediche, che sono: Vedanta, Yoga, Sankhya, Mimamsa, Nyaya e Vaisheshika. Non sono considerati come sistemi a se stanti ma come punti di vista della stessa idea

Induismo


 

 

L'Induismo è la più antica delle principali religioni del mondo e con più di 900 milioni di fedeli, è attualmente la terza più diffusa, dopo il Cristianesimo, che conta circa 2 miliardi di fedeli (un miliardo di cattolici, 500 milioni di protestanti, 240 milioni di ortodossi, 275 di altri), e l'Islamismo, che supera il miliardo.

Tentativo di definizione

Un uomo esegue abluzioni nel Gange a Varanasi (Benares), India.

Un uomo esegue abluzioni nel Gange a Varanasi (Benares), India.

L'induismo o più correttamente Sanātana Dharma (all'incirca "Eterna legge morale") è più un modo di vivere e di pensare che una religione organizzata. Storicamente, la parola "indù" non faceva riferimento a un sistema di credenze religiose: il termine, di origine persiana, indicava semplicemente coloro che, dal punto di vista dei persiani abitavano dall'altra parte dell'Indo. Dopo la colonizzazione britannica, il termine fu impiegato per indicare un insieme variabile di fatti religiosi.

Nel 1966 la Corte suprema dell'India ha definito il quadro della "fede indù" sui seguenti principi:

1.  l'accettazione rispettosa dei Veda come la più alta autorità riguardo agli argomenti religiosi e filosofici, e l'accettazione rispettosa dei Veda da parte dei pensatori e filosofi indù come base unica della filosofia indù;

2.  lo spirito di tolleranza e di buona volontà per comprendere e apprezzare il punto di vista dell'avversario, basato sulla rivelazione che la verità possiede molteplici apparenze;

3.  l'accettazione, da parte di ciascuno dei sei sistemi di filosofia indù, di un ritmo dell'esistenza cosmica che conosce periodi di creazione, di conservazione e di distruzione, periodi, o Yuga che si succedono senza fine;

4.  l'accettazione da parte di tutti i sistemi filosofici indù della fede nella rinascita e preesistenza degli esseri.

5.  il riconoscimento del fatto che i mezzi o i modi di raggiungere la salvezza sono molteplici;

6.  la comprensione della verità che, per quanto grande possa essere il numero delle divinità da adorare, si può essere indù e non credere che sia necessario adorare le murti (rappresentazioni) delle divinità;

7.  a differenza di altre religioni o fedi, la religione indù non è legata a un insieme definito di concetti filosofici.

Secondo un altro punto di vista, un "indù" è colui che crede alla filosofia esposta nei Veda (lett. "sapere", "conoscere"). I Veda sono forse le scritture religiose più antiche del mondo e il loro insegnamento di base è che la vera natura dell'uomo è divina. Dio, o il Brahman (come è di solito chiamata la matrice metafisica di tutto ciò che esiste) è presente in ogni essere vivente. La religione è dunque una ricerca e una conoscenza di sé, una ricerca del divino presente in ogni individuo. I Veda dichiarano che nessuno ha bisogno "di essere salvato", perché nessuno non è mai condannato; nel peggiore dei casi, si vive nell'ignoranza della propria vera natura divina.

Il Vedānta riconosce che ci sono molti approcci diversi a Dio, e tutti sono validi. Non importa quale genere di pratica spirituale si conduca, poiché ognuna conduce al medesimo stato di realizzazione del Sé. Così i Vedānta insegnano il rispetto di tutte le credenze e si distinguono dalla maggior parte delle altre fedi maggiori per il loro forte incoraggiamento alla tolleranza verso questi diversi sistemi di fede.

In sanscrito, il termine Sindhu indica in senso generale una distesa d'acqua (un mare, o un lago), ed in particolare il fiume Indo. Gli Arya chiamavano il proprio territorio Sapta Sindhu, la terra dei sette fiumi (tra i quali appunto l'Indo), con un'espressione attestata numerose volte nel Rig-veda. Il suono /s/ in persiano antico diventa /h/, e così nell'Avesta Sapta Sindhu diventa Hapta Hindhu. La regione a est del fiume Indo diventa così l'Hindustan, e i suoi abitanti sono chiamati "hindu" da Arabi e Persiani e, più tardi, da Greci e Romani. L'utilizzo del termine hindu nell'accezione di "abitanti dell'India", probabilmente a causa dell'influenza iraniana, è attestato in alcuni testi medioevali in sanscrito, quali Bhavishya Purâna, Kâlikâ Purâna, Merutantra, Râmakosha, Hemantakavikosha ed Adbhutarûpakosha.


L'induismo è definito anche "arya dharma", la religione degli Arya (e quindi nobile) e "Vaidika Dharma", la religione dei Veda.

 

La tradizione induista

Dare una definizione veritiera di induismo sembra un'impresa azzardata, tanto il concetto è complesso e multiforme. È dunque preferibile passare in rassegna l'induismo attraverso le sue idee e le sue pratiche. L'induismo esiste attualmente su due piani differenti, il primo basato puramente sulla fede e il secondo basato sulla filosofia, anche se spesso i due piani si incrociano.

·     Il piano filosofico:

Si contano tradizionalmente sei antiche astika o scuole di filosofia ortodosse (ortodosse perché accettano l'autorità dei Veda), dette Darshana o Shad Dharshana (le Sei Darshana): Nyaya, Vaisheshika, Samkhya, Yoga, Purva Mimamsa (o semplicemente Mimamsa) e Uttara Mimamsa (o Vedānta). Le nastika, o scuole non ortodosse, che non sono qui trattate, sono il giainismo, il buddismo, il chârvâka, e l'ateismo antico classico dell'India che confuta l'esistenza dell'anima o Ātman.

·     Il piano della fede:

Contrariamente all'opinione popolare, il vero induismo non è né politeista né monoteista, ma è propriamente una religione enoteista. Le diverse divinità e Avatar adorati dagli indù sono considerati come diverse forme dell'Uno, il Dio Supremo, o Brahman, che adotta per rendersi accessibile all'uomo (si presti attenzione a non confondere Brahman, l'Essere Supremo e fonte ultima di ogni energia divina, con Brahma, il creatore del nostro universo particolare).

Si può tracciare un parallelo interessante tra la trinità cristiana e le tre divinità principali del Pantheon induista, che prendono il nome di Trimurti: Brahma, Vishnu e Śiva. Sono i tre aspetti fondamentali del Divino, così come l'onda e il fotone sono due aspetti della luce. Brahma rappresenta il creatore, Vshnu il conservatore e Śiva il distruttore all'interno del ciclo dell'esistenza. Spesso la Trimurti è venerata come un'unica deità, così come nella tradizione giudeo-cristiana di parla di Dio "Uno e Trino" al tempo stesso.

Il Brahmanesimo, che è la forma moderna della religione vedica si divide in rami, essi stessi divisi in varie correnti:

·     il Vishnuismo, o vaishnavismo, che si rapporta all'Uno in quanto Vishnu, o tramite uno dei suoi Avatar. I libri sacri sono il Bhāgavata-Purāna spesso chiamato Shrīmad-bhāghavatam, e la Bhagavad-Gītā.

·     lo Śivaismo, o shaivismo, che si rifà principalmente al culto di Śiva, divinità pre-vedica adorata inizialmente con il nome di Rudra, a cui è dedicato lo Śiva Purāna.

·     il Tantrismo che si suddivide in due o tre filoni secondo le classificazioni e il cui scopo è la realizzazione della shakti, l'energia vitale spesso associata a una forma di Devī, la Dea madre dai molti nomi (Kali, Durga, ecc.)

Ciascuno di questi culti si pratica con i medesimi mezzi filosofici o di yoga, sono solo i loro metodi che differiscono. Questi culti non devono essere considerati come delle "chiese", perché non esiste alcun dogma, e perché le credenze individuali sono sempre rispettate. La maggior parte degli indù si considera non appartenente a nessuna "setta" in particolare. Ci sono altresì numerose organizzazioni riformatrici, come l'Arya Samaj ("Società degli Arya") che adottano il monoteismo e la fede nei Veda, ma respingono l'idolatria.

I Vaishnava, che costituiscono approssimativamente l'80% degli indù di oggi, adorano uno dei tre più recenti avatar - o incarnazioni terrestri - di Vishnu come divinità principale. Il settimo avatar di Vishnu è Rama, l'ottavo è Krishna, e il nono cambia secondo le fonti: è identificato con Buddha nella grande maggioranza delle scuole, ma anche, più raramente e meno seriamente, con Gesù Cristo. L'integrazione di Buddha nel pantheon indù è comparsa tardi, probabilmente nell'VIII secolo; questo procedimento - in fin dei conti abbastanza ardito - è l'espressione della controriforma brahmanica al Buddhismo, iniziata nel II secolo AC. Alcuni riconoscono tutti i personaggi menzionati come veri avatar, aumentando così il numero tradizionale di dieci avatar (incluso Kalki, che apparirà alla fine dell'era presente, il Kali Yuga) fino a 27.

La maggior parte degli indù restanti (il 20% del totale) sono Śivaiti; il resto si consacra a Shakti, o Ishvari, una delle cui forme è la dea Kali, una divinità benefica e terrifica al tempo stesso. Tuttavia, solitamente, il credente induista possiede nella propria dimora le rappresentazioni (murti) di molte di queste (ed altre) forme di Dio (Ishvara).

Credenze e pratiche comuni all'induismo

Benché l'induismo sia il nome comune di un insieme di culti diversi, ogni indù condivide un nucleo di valori comuni. La somma di questi valori identifica il credente indù.

Credenze di base

Nella estrema varietà dell'induismo si trovano dei valori comuni a tutti i credenti, ovvero:

·     la fede nel Dharma (Legge Cosmica, il modo in cui tutte le cose sono)

·     Sasāra (Reincarnazione, rinascita)

·     Karma (azione, il ciclo di causa-effetto)

·     la Moksha (liberazione, trascendenza) di ogni anima attraverso dei percorsi spirituali quali:

o    Bhakti (devozione)

o    Karma (inteso come azione personale)

o    Jñāna (Illuminazione, Conoscenza)

·     e naturalmente con la fede in Dio (Ishvara).

La trasmigrazione dell'anima è regolata dal Karma: la filosofia del Karma è basata sulle azioni compiute dal soggetto, che resteranno impresse sulla sua anima (Ātman) dell'essere individuale (jiva), attraverso un ciclo di nascita e morte fino alla liberazione definitiva (moksha)

La teoria seconda la quale ci si possa convertire all'Induismo è contestabile. Infatti l'Induismo non è una fede evangelica come il Cristianesimo o l'Islam essendo totalmente assente dagli scritti induisti il momento della conversione religiosa, per uno straniero l'essere o meno indù dipende dalla sua accettazione come parte della comunità induista. L'Induismo, infatti, riconosce come egualmente validi numerosi cammini spirituali.

Peculiare è anche il fatto che, benché la mitologia indiana riconosca l'esistenza di esseri demoniaci (asura o rakshasa), opposti ai deva, la filosofia indiana non crede all'esistenza di un Diavolo, causa di tutto il male. Tale credenza diffama e sminuisce la perfezione e l'onnipotenza di Dio. Il male nel mondo è causato dall'ignoranza e dal libero arbitrio.

 

AUM, il suono primordiale

Om, il più importante simbolo religioso dell'induismo.

 

Om, il più importante simbolo religioso dell'induismo.

Aum, solitamente translitterato in Om , è il simbolo più sacro dell'Induismo, il suono primordiale, sintesi di ogni preghiera, rituale o formula sacra. Ė un segno carico di un messaggio simbolico profondo: è considerato come la vibrazione divina primitiva (Pranava) da cui ha avuto origine l'universo manifesto; rappresenta quindi la base metafisica di tutte le esistenze, l'abbraccio e fusione di tutta la natura nella Verità Ultima.

Viene utilizzato come prefisso (e talvolta come suffisso) nei mantra, e in quasi tutte le preghiere della tradizione induista.

Il Dio multi-forme ed il Dio “Senza forma”

 

Secondo alcuni non è corretto parlare di "Dio" in un contesto induista. Questo può essere vero solo in seguito ad un'analisi superficiale, poiché tale termine, nella cultura hindu, può riferirsi tanto alla totalità del Divino quanto ai Suoi singoli aspetti: ad esempio, l'aspetto personale o quello impersonale, l'aspetto creativo o quello distruttivo, l’aspetto femminile o quello maschile, l’aspetto dolce o quello austero, l'aspetto trascendente o quello immanente, e così via.
Questa tendenza a racchiudere in simbologie aspetti tra loro opposti e complementari spiega l'apparente contraddizione tra le varie forme di Dio venerati nell'Induismo. Ciò si riflette nel sistema delle murti (raffigurazioni di Dio o dei Suoi aspetti): per fare alcuni esempi, Devi (ossia l'aspetto materno/femminile di Dio), a seconda dell'aspetto che si vuole considerare, viene chiamata Kali (aspetto terrifico della Madre Divina che, per amore del devoto, distrugge i demoni) oppure Bhavani (aspetto creativo della Madre Divina, lett. "Colei che dà la vita"); e, allo stesso modo, Śiva (l'aspetto paterno/maschile di Dio) viene chiamato a seconda dei casi Hara (lett. Distruttore) o Shankara (lett. Benefico).
I Veda descrivono il Brahman (/brəh mən/) come la Realtà Ultima, l'Anima Assoluta ed Universale. Il Brahman, un panteistico Spirito Cosmico, è indescrivibile, incorporeo, originale, infinito, assoluto, trascendente ed immanente, eterno. È il principio ultimo che non ha avuto inizio, non ha una fine, è nascosto in tutte le cose ed è la causa, la fonte, la materia e l'effetto di tutta la creazione conosciuta e sconosciuta. Esso rappresenta la base del manifesto e dell'immanifesto, uno stato indifferenziato di puro essere, eternità e beatitudine,, situato al di là di qualsiasi speculazione filosofica o moto devozionale. La personalità che si cela dietro il Brahman è è conosciuta come Parabrahman (Brahman superiore).
Solitamente, con “Dio” in un contesto induista ci si riferisce al Dio-persona (generalmente chiamato Ishvara, che significa “il Signore Supremo”), o Bhagavan) il Dio con una Sua individualità, con degli attributi, con Nomi e Forme (in sanscrito, nama-rupa), il Dio dotato di tutti i poteri, al tempo stesso immanente e trascendente, il Dio che per amore dell’uomo si incarna ed impartisce gli insegnamenti necessari per ottenere la realizzazione spirituale. Ishvara (nelle sue innumerevoli forme e nomi) costituisce l’aspetto supremo di Dio presso i principali culti devozionali (Bhakti o Bhakti Yoga) monoteisti, ovvero Śivaismo (monoteismo di Śiva), Vaishnavismo (monoteismo di Viṣṇu / Kṛṣṇa) e Shaktismo (monoteismo di Devi, la Madre Divina, chiamata anche Shakti). È importante sottolineare, tuttavia, che nessuno di questi culti nega l’esistenza o la validità delle altre forme/nomi divini; ciò che varia in ognuno di essi è soltanto l’aspetto peculiare (di Dio) su cui ci si vuole focalizzare, per farne oggetto di devozione.
Secondo la scuola di pensiero del Vedānta, in particolare secondo la filosofia Advaita (filosofia della non dualità), esiste un substrato metafisico di tutto ciò che esiste - su tutti i piani, grossolano, sottile e causale - un vero e proprio supporto situato al di là di ogni individualità, sia che essa riguardi l'anima individuale (detta Jiva) o quella universale (Ishvara, o Dio-persona). Questo substrato si trova oltre il mondo dei nomi e delle forme, ed è appunto il Brahman.
Il potere divino, l'energia di Dio è manifestata nella Shakti. Pur tuttavia, il Dio e l'energia divina sono indivisibili ed unitari.
Oltre al Dio, nella tradizione induista esistono numerosi Deva, Dei, semidei o esseri celesti.
Il ciclo della vita

· Come ogni religione, l'induismo ha fondato la sua fede su un rituale funebre particolare e su una originale concezione della morte. L'induista crede nella reincarnazione e nella vita dopo la morte, dal momento che il corpo è considerato un mero involucro materiale temporaneo. Quando giunge il momento di lasciare la vita, l'anima o Ātman abbandona il corpo. Se ha accumulato karma attraverso troppe azioni negative, l'anima si incarna in un nuovo corpo su un pianeta come la terra o inferiore, come l'inferno (Naraka), per subire il peso delle sue malvage azioni. Se il suo karma è positivo, vivrà come un essere divino, o deva, su uno dei mondi celesti (superiori alla terra, come il paradiso o Svarga) nei quali sperimenterà grandi piaceri spirituali, fino al momento in cui il suo karma positivo non sarà esaurito; allora l'anima ritornerà in un altro corpo sulla terra, facendo parte di una casta (o classe sociale) spiritualmente elevata. Questo ciclo è chiamato SaMsāra. Quando il karma viene completamente assolto, l'anima abbandona definitivamente il mondo fisico (fatto di sofferenza, poiché soggetto a malattia, vecchiaia e morte) e può infine raggiungere la liberazione, Moksha, ovvero l'unione con Dio. Ma per realizzare questo obiettivo e spezzare il ciclo perpetuo di morte e rinascita, l'indù deve vivere in maniera che il suo karma non sia né negativo né positivo, ovvero agendo solo per dovere (Dharma), senza scopi egoistici, ed offrendo a Dio il frutto delle proprie azioni, così come prescrive la Bhagavad Gita; quest'ultima insegna vari metodi, o Yoga, tramite cui giungere a questo risultato, lasciando all'individuo la scelta del metodo che gli si addice di più, secondo le diverse scuole di filosofia indiana. Oggi, il credente indù, dal momento che vive in un'epoca estremamente materialista, chiamata Kali Yuga (lett. era delle tenebre, l'era attuale, caratterizzata da una diffusa ignoranza spirituale), preferisce scegliere sentieri spirituali semplici ed efficaci, come ad esempio quello del Bhakti Yoga (la via della devozione) o del Karma Yoga.
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I quattro stadi della vita

Secondo la tradizione vedica, l'indù deve attraversare quattro stadi della vita o ashram (l'altro significato di questa parola designa un eremo di sannyasi). Questi quattro periodi della vita sono:

1.  Il brâhmâcârya: il giovane indù, sotto la guida del suo maestro o guru, osserva un periodo di castità e di formazione, tanto profana quanto spirituale, durante la quale svilupperà il suo sapere e la sua virtù.

2.  Il garhasthya: l'indù entra nella vita mondana, si sposa e fonda una famiglia, che è anche un dovere religioso. Durante questo periodo, ha il diritto di godere della vita, contemporaneamente imparando ad avere dominio di sé.

3.  Il vânaprasthya: dopo aver compiuto il suo dovere sociale, l'indù lascia la sua famiglia, a cui ha lasciato mezzi di sussistenza, e va a vivere un periodo di studio delle scritture sacre nel "soggiorno nella foresta", praticandovi la meditazione e il digiuno.

4.  Il samnyâsa: l'indù raggiunge lo stato di rinuncia, disinteressandosi dal mondo, e diviene un samnyasi. Distaccato dal mondo, può ritornare tra i suoi poiché non teme più le tentazioni materiali e potrà far partecipi coloro che lo circondano della sua esperienza e del suo sapere.

Oggi, le due ultime tappe non sono più praticate che da un piccolo numero di persone, avendo gli indù trovato nel Bhakti Yoga un mezzo più semplice e più sicuro di liberarsi del mondo, dedicandosi all'amore verso Dio.

I quattro scopi della vita

In parallelo ai quattro periodi della vita indù, l'induismo ritiene che esistano quattro scopi all'esistenza o purushārtha. Poiché i desideri umani sono naturali, ciascuno di questi scopi serve a perfezionare la conoscenza dell'uomo dal momento che, tramite il risveglio dei sensi e la sua partecipazione al mondo, ne scopre i princìpi. Ciò nonostante, l'indù deve guardarsi dall'essere affascinato da questi scopi, sotto la pena di errare senza fine nel ciclo del Sasāra. Gli scopi sono:

1.  Artha o la ricchezza: l'uomo deve partecipare alla società creandosi un patrimonio e delle relazioni che saranno il frutto del suo lavoro. Deve fare attenzione però a non farsi ingannare dal fascino di una vita agiata, la quale deve venire usata per trarne un insegnamento. Il periodo del Grihastha è propizio al perseguimento di questo fine.

2.  Kâma o il piacere: contrariamente alla tradizione cristiana, il piacere non è percepito come un male: è un dono della divinità. Nella mitologia induista, il dio Amore, Kāma, è la sorgente della creazione. Il Kama Sutra espone i mezzi per esaltare i sensi e far fiorire la vita di coppia. Grazie ai piaceri, il campo della conoscenza si allarga e l'atto amoroso ne è il culmine, in cui l'uomo e la donna non si distinguono più, ma formano un tutt'uno che ricrea l'unità divina. Il piacere deve essere diretto allo scopo di conoscere e non deve diventare uno stile di vita che condurrebbe a commettere degli atti immorali o contro il dharma.

3.  Dharma o il dovere: il dharma deve dirigere tutti i quattro periodi della vita. Il dovere permette all'uomo di proseguire la propria vita sul retto cammino, conformandosi al diritto e alla morale che sono trascritti nel Dharma Sūtra o nel Manu-Samhitā detto anche Legge di Manu.

4.  Moksha o la liberazione: durante i due ultimi periodi della vita dell'indù, questo ricerca Moksha. Si tratta in realtà dello scopo ultimo della vita, che può essere raggiunto attraverso mezzi differenti, come ad esempio il Bhakti Yoga.

La svastikā, più conosciuta con il nome di croce uncinata, è il simbolo stesso dei quattro periodi e scopi della vita. Questo segno, di origine molto antica, si ritrova in molte civiltà e simboleggia la rivoluzione del sole e le forze cosmiche. I quattro bracci simboleggiano gli oggetti e le stagioni della vita che convergono verso il medesimo centro, chiamato  Q bindu. Questo punto centrale, che rappresenta l'etere, il quinto elemento, si irradia sugli altri quattro, così come sui punti cardinali, sugli scopi e sulle stagioni della vita umana. Comprendere questo simbolo e meditarvi permette di realizzare l'unità dell'universo e di Dio.

La vita sociale-Le quattro classi della società

La società indù è tradizionalmente divisa in quattro grandi classi o caste, basati sulle professioni e sul guna da cui sono influenzati:
· Brahmana, sacerdoti ed insegnati (Sattva guna)
· Kshatrya, re, guerrieri ed amministratori (Rajas)
· Vaishya, agricoltori, mercanti, uomini d'affari (Rajas e Tamas)
· Shudra, servitori ed operai (Tamas)
Queste classi sono chiamate varna, ed il sistema sociale è il Varna Vyavastha
In India si ritiene che la società è organizzata secondo l'equilibrio del dharma. Questa organizzazione permette l'armonizzazione dei rapporti tra gli uomini e di definire i doveri che spettano loro. Questa preoccupazione per l'equilibrio ha un'origine dottrinale, perché essa corrisponde, di fatto, al simbolismo dei Guna, o qualità/sapori. Ai tre Guna corrispondono i tre colori che sono ciascuno associato ad una casta.
All'origine, l'indù non nasce in una casta: acquisterà la sua casta in funzione del ruolo e delle responsabilità che sarà condotto a ricoprire. Molti testi mitologici denunciano l'usurpazione del titolo di brahmino da parte di certi personaggi che, sotto la copertura della nascita, approfittano di uno status importante senza compiere i propri doveri.
Non è chiaro se il sistema delle caste sia o meno parte integrante dell'induismo: i testi Shruti ne fanno raramente menzione, il sistema è invece regolato dai testi Smriti. In precedenza, il sistema era basato esclusivamente sulla professione, e vi sono decine di esempi di matrimoni tra differenti varna e di cambi di professione. Più tardi (sembra intorno 900 a.C., ma gli storici avanzano differenti ipotesi), invece, il sistema diventò rigido e basato sullo status acquisito per nascita. Succesivamente, con lo sviluppo di numerose sotto-caste e di una casta di intoccabili (Dalit)al di fuori del Varna Vyavastha, è nato il sistema delle caste così come lo conosciamo oggi. In seguito alle invasioni e alla colonizzazione britannica, la regola si è fatta ancora più stretta a vantaggio delle caste superiori, relegando i shudra alla posizione di dominati. Dopo l'indipendenza del 1947, anche grazie all'opera di Gandhi, vengono emanate molte leggi per sradicare il sistema delle caste, ma ancora oggi esistono diversi pregiudizi, soprattutto nei confronti degli "intoccabili".
Questo sistema, che sembra arcaico, è tuttavia pur sempre simile a quello in vigore nelle società occidentali: in genere, sono pochi gli uomini di umile estrazione che riescono ad arrivare ai piani alti della società. In Occidente, tuttavia, l'organizzazione sociale non è dogmatica, ma pratica, e il suo sentimento di incomprensione si spiega per la sua assimilazione all'antico sistema feudale europeo. Si ignora spesso che questo sistema, che si ritrova anche nel regno animale, come nelle formiche, e nell'organizzazione della famiglia, è evolutivo e che si adatta di fatto all'evoluzione sociale: che il sistema sia aristocratico, teocratico, proletario o borghese si ritrova una gerarchia simile che le crisi e le fratture sociali illustrano.
 

I Templi

Un devoto di Śiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.          

 Un devoto di Śiva esegue la Puja al Lingam, che ne è il simbolo.
I templi indù (i Mandir) hanno ereditato dei riti e delle tradizioni antiche e molto elaborate, ed occupano uno spazio speciale all'interno della società indiana. Normalmente sono dedicati ad una divinità principale e a delle alle divinità subalterne, associate alla divinità principale. Alcuni templi sono tuttavia dedicati a divinità multiple. Quasi tutti i templi maggiori sono costruiti in accordo con gli agama shastra, e sono meta di pellegrinaggio. Per molti indù, i quattro Shankaracharya (i responsabili dei monasteri di Badrinath, Puri, Sringeri et Dwarka - quattro tra i monasteri più sacri- e per alcuni anche un quinto, quello di Kanchi) sono considerati come i principali "patriarchi" dell'induismo.
Il tempio è un luogo per ricevere il darshan (la visione della divinità), per la puja, per la meditazione e per altre attività religiose. Il puja, o adorazione, è generalmente rivolta ad una murti (statua o icona nella quale si invoca la presenza divina), congiuntamente a canti e preghiere sotto forma di mantra. L'adorazione delle murti è fatta quotidianamente all'interno dei templi, e fa parte integrante della bhakti. La maggior parte delle case indù ha una stanza o uno spazio consacrato per l'adorazione quotidiana e la meditazione religiosa.
 

La non-violenza e la dieta vegetariana

Krishna insieme a Radha e una vacca [1]

Krishna insieme a Radha e una vacca [1]
Ahimsâ è un concetto che raccomanda la non-violenza e il rispetto per tutte le forme di vita. Il termine ahimsâ compare per la prima volta nelle Upaniṣad e nel Raja Yoga, è la prima delle cinque yama, o voti eterni, le restrizioni dello Yoga.
Molti induisti praticano il vegetarismo come una forma di rispetto per ogni forma di vita. Esso inoltre è raccomandato per le sue virtù purificatrici (sattva) come un modus vivendi sano e igienico. Al giorno d'oggi, secondo le stime, il 30% della popolazione indù adotta una dieta vegetariana, questa è molto praticata soprattutto dalle comunità ortodosse dell'India del Sud, in alcuni stati del Nord come Gujarat, e in molti eremi di brahmana. Questa dieta è basata principalmente su latte e vegetali, qualcuno evita anche l'aglio e la cipolla poiché si crede abbiano proprietà rajasiche, vale a dire passionali.
Gli indù che mangiano la carne (pollo, montone, pesce e capra) per lo più si astengono dal consumo di carne di mucca, e qualcuno si astiene anche dall'utilizzo di prodotti come il cuoio. La maggior parte degli indù considera infatti la mucca come il miglior esempio della benevolenza degli animali e, poiché è l'animale più apprezzato per il latte, è riverita e rispettata come una madre. Di conseguenza non stupisce il fatto che nella maggior parte di città sante indù sia vietata la vendita di carne di mucca (spesso di qualsiasi tipo di carne) e che esistano dei divieti sull'abbattimento delle mucche in quasi tutti gli Stati dell'India. La pratica (piuttosto rara) di sacrificare delle capre o altri animali nei templi della Dea madre è scomparsa a causa delle critiche degli altri indù.


 Il Vedismo: le origini dell'Induismo


Restano pochissime informazioni sull'Induismo primitivo. I documenti più antichi conosciuti sono i Veda, che si ritiene siano stati codificati nella loro forma attuale secoli prima delle prime versioni scritte note e trasmessi con esattezza per tradizione orale. I testi più antichi sono scritti in una variante arcaica di sanscrito, e presentano delle somiglianze con i testi dello Zoroastrismo. Di fatto, il sanscrito e l'avestico, la lingua dello Zoroastrismo, sono lingue molto vicine. L'età dei Veda e l'origine dei loro autori sono dei soggetti controversi, sebbene appaia chiaro che la religione vedica avesse tratti molto arcaici, strettamente connessi con l'arcaica società indoeuropea.
Le scritture sacre
Le scritture sacre dell'India antica si classifica in tre categorie: i Veda, le scritture della religione vedica, da cui deriva l'induismo moderno, le scritture induiste post-vediche, e le scritture dei movimenti dissidenti come il jainismo ed il buddhismo. Questi ultimi testi costituiscono una reazione ai Veda, ma vi restano fortemente legati in termini di insegnamenti e di concezione generale della vita. Qui verranno esaminate solo le prime due categorie.
 
 

La Shruti: I Veda

I Veda sono considerati i testi religiosi più antichi del mondo, e vengono definiti in sascrito "Śruti" o "Shruti" (ciò che è stato ascoltato/rivelato). Si dice infatti che siano stati rivelati dallo Spirito Supremo (Brahman) o da Dio ai rishi, durante uno stato di meditazione profonda. I Veda sono stati tradizionalmente trasmessi oralmente da padre in figlio, da maestro (guru) a discepolo. Successivamente vennero trascritti da un saggio chiamato Vyāsa o Vyāsadeva, il compilatore. Sulla base di vari indizi e riferimenti interni ed esterni ai testi, i ricercatori hanno avanzato ipotesi molto diverse sulla datazione dei Veda, dal 5.000 al 1.500 a.C.

Una pagina del Rig Veda


Una pagina del Rig Veda
Secondo la visione induista tradizionale, i Veda sono senza inizio né fine, e le verità in essi contenute sono eterne, e non sono creazioni umane, a differenza degli insegnamenti di Buddismo e Giainismo.
La tradizione vuole che i Veda siano stati suddivisi in quattro parti dal grande rishi di nome Vyasa, ovvero Rig Veda, Yajur Veda, Sama Veda e Atharva Veda.
Il Rig-Veda contiene dei mantra per invocare i deva per il rito del sacrificio del fuoco (Yajña); il Sama-Veda contiene dei canti per lo stesso sacrificio; lo Yajur-Veda contiene delle istruzioni per la celebrazione di riti; l'Atharva-Veda comprende dei carmi filosofici e semi-magici (contro i nemici, le malattie, e gli errori commessi durante i riti).
Ciascuno è diviso in quattro sezioni:
· Samhitâ: mantra e inni
· Brâhmana: testi liturgici e rituali
· Âranyaka: la sezione teologica
· Upaniṣad: la sezione speculativa
I Veda sono testi pieni di misticismo e di allegorie. Molte scuole filosofiche come l'Advaitismo incoraggiano ad interpretarli filosoficamente e metaforicamente, ma a non prenderli troppo alla lettera. Il suono dei mantra è considerato purificante, e per tale motivo c'è un'attenzione rigorosa per l'erudizione e la pronuncia corretta.
La religione vedica, in particolare durante il suo periodo arcaico, era differente dall'induismo attuale per numerosi aspetti, tra i quali, ad esempio, il riferirsi alle donne come autorità religiose (con l'esistenza di donne rishi), l'apparente mancanza della credenza nella reincarnazione, ed un pantheon differente (con Indra a capo degli Dei).
 

 

La Smriti: Le scritture post-vediche

I testi sacri più recenti dell'induismo sono denominati "Smṛiti" o "Smriti" (ciò che è ricordato, memoria, tradizione).
Mentre la letteratura "Shruti" è scritta in sanscrito vedico, la Smriti è scritta in sanscrito classico (di difficile comprensione e soggetto quindi ad interpretazione), maggiormente semplice e comprensibile, o in prâkrit, la "lingua comune". Maggiormente accessibili a tutti, la letteratura Smriti ha conosciuto una grande popolarità in all'interno di tutta la società indiana sin dalle origini. Anche oggi la maggior parte del mondo induista ha maggiore familiarità con la Smriti, divulgata anche attraverso telefilm, film, rappresentazioni, balletti, dipinti, sculture, racconti, ed altre forme artistiche, a differenza di una Shruti divenuta di esclusiva pertinenza dei brahmana. La Smriti, con le sue storie di re, eroi e Dei, corrisponde dunque alla letteratura popolare, ed assolve ad una funzione didattica e divulgativa, malgrado, in caso di apparente contraddizione, la Shruti venga riconosciuta come prioritaria.

La letteratura Smriti comprende:
· Le Itihasa: le epopee del Râmâyana e del Mahâbhârata, che racchiude al suo interno la famosa Bhagavad-Gita
· I Purâna: diciotto maggiori (Maha Purana) e diciotto minori (Upa Purana)
· Gli Âgama: 28 trattati teologici, completati dagli Upâgama (Âgama minori) e dai
· Darshana, testi filosofici.
Anche i Dharmashâstra (Libri della legge) fanno parte della Smriti.


La filosofia dell'induismo
Peculiare dell'induismo è il suo intimo legame con la filosofia e con la scienza in generale (sia scienze sociali che fisiche). Contrariamente all'Occidente, in cui infatti numerosi furono i conflitti ed i punti di attrito tra Scienza e Religione, l'induismo accetta e digerisce ogni nuova scoperta, inglobandola nel proprio sistema filosofico.
In un testo di mitologia sono così presenti informazioni di teologia, astronomia, filosofia e molto altro ancora: leggere un Purāna (ad es. il Bhâgavata-purâna) è prima di tutto leggere un'enciclopedia.
Gli studiosi distinguono due filoni filosofici principali: le filosofie astika, che riconoscono l'autorità dei Veda (ossia le sei darshana: Samkhya, Nyaya, Vaisheshika, Purva Mimamsa, Yoga e Vedānta), e le filosofie nastika, che invece li respingono (Giainismo, Buddhismo, Chârvâka ed Ateismo).
 

Purva-Mimamsa

L'obiettivo principale della scuola del Purva Mimamsa è quello di stabilire con forza l'autorità dei Veda. Il contributo più rilevante della scuola, di conseguenza, è quello di avere formulato delle regole d'intepretazione dei Veda. I suoi aderenti hanno creduto fermamente che la vera conoscenza fosse provata con evidenza, ed hanno cercato di scoprire la base del ritualismo vedico attraverso la ragione. La Mimansa forma la base del ritualismo nell'induismo contemporaneo, che appare spesso affatto

Yoga

Nell'induismo lo Yoga è considerato come un modo per raggiungere degli scopi spirituali. La parola yoga, letteralmente, significa unione, ed è generalmente interpretata come l'unione con Dio, o come l'integrazione tra corpo, spirito e anima. Scopo dello yoga è il moksha o il samadhi. Lo yoga cerca di raggiungere la liberazione attraverso il distacco tra lo spirito dalla natura materiale (prakŗti), con la meditazione, gli esercizi fisici e spirituali. Le posture dello yoga (asana) sono considerate salutari.

Uttara-Mimamsa o Vedānta

La scuola dell’Uttara-Mimamsa (sanscrito "Uttara", posteriore), chiamata anche Vedānta, è probabilmente il pilatro centrale dll'induismo, ed è stata certamente responsabile di un nuovo insegnamento filosofico e meditativo, del rinnovamento e della rinascita dell'induismo e della filosofia indiana. Esistono sei sotto-scuole del vedānta, la più celebre delle quali è l'Advaita vedānta fondata da Adi Shankara. I Vaishnava, adoratori di Kṛṣṇa, seguono un'altra scuola del vedānta, l'"Acintya Bhedabheda", fondata da Caitanya Mahaprabhu, in forte disaccordo con l'Advaita Vedānta.

L'induismo nel mondo

L’India, le Mauritius ed il Nepal sono nazioni a maggioranza induista. Il Nepal è l'unica nazione in cui l'induismo sia la religione ufficiale.
L'Asia del Sud Est è diventata in larga parte induista dopo il III secolo, e fece parte dell'Impero Chola intorno al XI secolo. Quest'inlfuenza ha lasciato numerose tracce architettoniche, come la famosa città-tempio di Angkor Vat o tracce culturali come le danze del Bharata Natyam e del Kathakali. L'isola di Bali è a maggioranza induista, nel mezzo dell'arcipelago indonesiano, a maggioranza islamica. La stessa Indonesia ha conservato come proprio simbolo nazionale Garuda, il gigantesco uccello che trasporta Viṣṇu.
Si trovano altresì minoranze induiste in molti paesi: Bangladesh (11 milioni), Myanmar (2,1 milioni), Sri Lanka (2,5 milioni), Stati Uniti (1,7 milioni), Pakistan (1,3 milioni), Sud Africa (1,2 milioni), Gran Bretagna (1,2 milioni), Malesia (1,1 milioni), Canada (0,7 milioni), Fiji (0,5 milioni), Trinidad e Tobago (0,5 milioni), Guyana (0,4 milioni), Paesi Bassi (0,4 milioni) e Suriname (0,2 milioni).
 

Krishna insieme a Radha e una vacca [1]

 


La filosofia induista è tradizionalmente concepita attraverso sei differenti sistemi o darshana (dalla radice sanscrita drs, cioè "vedere" - traducibile letteralmente come punto di vista), che tentano nel periodo classico dell'India (dal 550 a.C. al 1000 d.C. circa) di riorganizzare ed interpretare l'immensa mole di informazioni prodotta dal periodo precedente: il periodo Vedico.
Più che altro il darshana rappresenta, così come indica il suo significato etimologico, un "punto di vista", ossia una possibilità di approccio ad uno o più degli aspetti filosofici, devozionali, metafisici e ritualistici emersi in un'epoca che affonda le sue radici nel mito. Ogni dharshana rappresenta quindi un punto di vista metafisico della filosofia indiana, scaturito dalla sapienza vedica: nessun darshana, cioè, inventa autonomamente un sistema, ma produce un approccio particolare ad un tema o aspetto già apparso nei Veda.


• 1 Le Sei Scuole di Pensiero Vediche
 1.1 Samkhya
 1.2 Nyaya
1.3 Vaisheshika
 1.4 Yoga
 1.5 Purva Mimamsa (Mimamsa)
1.6 Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta
1.6.1 Monismo: Advaita Vedānta
1.6.2 Monismo qualificato: Vishishtadvaita
1.6.3 Dualismo: Dvaita


Le Sei Scuole di Pensiero Vediche


Samkhya


Il Samkhya (o Sankhya) è ritenuta la più antica delle sei Scuole di Pensiero ortodosse della religione induista

(dette Darshana).


Secondo questa filosofia, l'Universo consiste di due realtà eterne: Purusha e Prakriti. Purusha è il principio spirituale, l'anima, eternamente cosciente e priva di qualsiasi attributo o caratteristica. Le anime (i Purusha, appunto) sono spettatori, testimoni silenziosi di Prakriti (la materia, o natura) che è costituita da tre influenze principali (Guna): Sattva, Rajas e Tamas (rispettivamente stabilità, attività e indolenza). Quando l'equilibrio tra i guna viene alterato, il mondo manifesto evolve. Quasta alterazione è dovuta alla vicinanza tra Purusha e Prarkriti. la natura è insomma agente, ma non cosciente; al contrario, l'anima umana è conoscente ed in particolare contemplativa, ma non agisce. La Liberazione (Kaivalya) consiste quindi nel realizzare la differenza tra i due.

Nyaya


Nyaya è il nome di una delle sei Darshana, o Scuole di Pensiero ortodosse (astika) della religione induista.
Nyaya è una scuola di speculazione filosofica (divenuto solo in seguito un sistema metafisico) che si basa su testi conosciuti come Nyaya Sutra, che furono scritti da Aksapada Gautama, nel II secolo a.C.. Il contributo più rilevante apportato dal Nyaya all’Induismo moderno consiste nella metodologia; quest’ultima è basata su un sistema logico che in seguito fu adottato dalla maggior parte delle altre scuole induiste (ortodosse o non), similmente al modo in cui scienza, religione e filosofia occidentali possono considerarsi basate sulla logica aristotelica.
Nyaya però differisce dalla logica aristotelica, in quanto non è semplicemente una logica fine a sé stessa. Secondo questa scuola di pensiero, ottenere una valida conoscenza è l’unico modo per ottenere la liberazione dalla sofferenza; l’unica conoscenza autentica è quella che non potrà mai essere soggetta a dubbio o contraddizione, quella che riproduce l’oggetto per ciò che realmente è, e che pertanto permette di percepire la realtà in maniera veritiera e fedele. Solamente questa può considerarsi vera conoscenza, ed è contrapposta al ricordo e al dubbio, così come al ragionamento puramente ipotetico e, quindi, incerto.

Vaisheshika


Vaiśeshika è uno dei 6 Darśana della filosofia indiana, codificato da Kanāda; costituisce la "dottrina distintiva", l'analisi dell'esistente.
Questo Darśana è diretto alla conoscenza delle cose singole in quanto tali, considerate in modo distintivo nella loro esistenza contingente e può essere definito come un realismo atomistico pluralista. Esso cerca di difenire i caratteri generali delle cose osservate e postula sei categorie (padārtha) tramite le quali "classifica" la molteplicità della manifestazione: sostanza (dravya), qualità (guna), azione (karma), generalità (sāmānya), particolarità (aviśes), inerenza (samavāya). Come per ogni altra darśana, la sua ricerca della verità delle cose è sempre rivolta a liberare la coscienza dell'individuo imprigionata nell'ignoranza.

Yoga


Dalla radice sanscrita yuj che significa "unione" o "vincolo", Yoga indica l'insieme delle tecniche che consentono il congiungimento del corpo, della mente e dell'anima con Dio (o Paramatma). Colui che segue e pratica il cammino dello Yoga è chiamato yogi o yogin.
La prima grande opera indiana che descrive e sistema le tecniche dello Yoga è lo Yoga Sutra (Aforismi sullo Yoga), redatto da Patanjali, che raccoglie 185 aforismi. Gli studi tradizionali indiani identificavano Patanjali con l'omonimo grammatico vissuto nel III secolo a.C. ma studi filologici più moderni hanno postdatato la redazione dell'opera ad un epoca presumibilmente altomedievale.
Patanjali indica al praticante gli 8 stadi (o arti) dello Yoga, cioè gli otto passi che conducono all'unione con Paramatma:


• 1) Yama - comandamenti morali
• 2) Niyama - autopurificazione
• 3) Asana - posizioni
• 4) Pranayama - controllo del respiro
• 5) Pratyahara - emancipazione della mente
• 6) Dharana - concentrazione
• 7) Dhyana - meditazione
• 8) Samadhi - stato di coscienza superiore (unione con Paramatma)

Purva Mimamsa (Mimamsa)


Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta


Krishna insieme a Radha e una vacca [1]
 

 

Il Vedānta

è uno dei sei sistemi ortodossi (darshana) della filosofia indiana, nonché quello che costituisce la base della maggior parte delle scuole moderne dell'Induismo. "Vedānta" significa in sanscrito la "conclusione" (anta) o "summa" dei Veda, la letteratura sacra più antica dell'India, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica contenuta in questi testi, che accolgono tutta la Scienza sacra e tradizionale induista. Il termine Vedānta si utilizza in riferimento alle Upaniṣad, che erano elaborazioni dei Veda, ed alle scuole nate dallo studio (Mimamsa) delle Upanisad. Così per Vedānta si intende anche il Vedānta-Mimamsa (riflessione sul Vedānta), Uttara-Mimamsa (riflessione sulla parte finale dei Veda) e Brahma-Mimamsa (riflessione sul Brahman).
Oltre ai Veda, i tre testi fondamentali del Vedānta sono:
• le Upaniṣad (le più note, ampie e antiche delle quali sono la Brhadaranyaka, la Chandogya, la Taittiriya e la Katha);
• il Vedānta Sutra (anche denominato Vedānta Sutra), che sono anche delle brevi, persino singole interpretazioni di una sola parola della dottrina del Upanisad;
• la Bhagavad Gita (lett. Canto del Divino), celeberrimo testo filosofico-religioso in forma poetica, considerato l'essenza di tutte le scuole di pensiero induiste; contiene una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.
Nessuna interpretazione dei testi è prevalsa sulle altre, e parecchie scuole Vedānta si sono sviluppate, differenziate dalla loro concezione della natura, della relazione e del grado di identità fra il Sé individuale (jiva) e l'Assoluto (Brahman). Queste spaziano dal monismo o non-dualismo (Advaita) del filosofo Adi Shankara (VIII secolo), al dualismo qualificato o teismo (Vishi-stadvaita) XI-XII secolo di Ramanuja, al dualismo (Dvaita) (XIII secolo) di Madhva.
Tutte le scuole Vedānta, tuttavia, mantengono in comune un certo numero di principi:
• la trasmigrazione del Sé (Saṃsāra) e l'opportunità della liberazione dal ciclo delle rinascite (moksha);
• l'autorità dei Veda sulle modalità di liberazione;
• che il Brahman è sia la causa materiale (upadana) che quella strumentale (nimitta) del mondo;
• che il Sé (Ātman) è l' agente dei propri atti (karma) e quindi il destinatario dei frutti o delle conseguenze delle azioni (phala).



Monismo: Advaita Vedānta


L'Advaita Vedānta è probabilmente la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta della religione Induista. Letteralmente il termine Advaita significa "non duale", ma viene anche utilizzato per indicare il sistema monistico su cui si fonda il principio dell'indivisibilità del Se o Ātman dall'Unità (Brahman). I testi fondamentali da cui derivano i Vedānta sono le Upaniṣad, o commenti ai Veda, e i Vedānta Sutra, anche conosciuti come Vedānta Sutra, nei quali si concentra la discussione sulla natura intima delle Upanishad.
Il primo grande unificatore dell'Advaita Vedata fu Adi Shankara (788-820). Proseguendo la linea di pensiero di alcuni maestri Upaniṣad e in particolare di Gaudapada, Shankara espose la dottrina dell'Advaita, come realtà non duale e natura illusoria del mondo e stabilì la suprema verità dell'Advaita: la realtà non-duale di Brahman, nel quale l'Ātman (l'anima individuale) e Brahman, la realtà ultima espressa nella Trimurti, si uniscono nell'Assoluto. Brahman è immanente e trascendente, non solo come concetto panteistico e pur essendo Brahman la causa materiale del cosmo, esso non è limitato dalla sua proiezione, ma trascende la dualità e gli opposti, soprattutto nella forma e nell'essere, essendo la sua natura intima incomprensibile dalla mente umana.
I trattati sulle Upanishad, la Bhagavad Gita e i Vedānta Sutra, sono i testamenti di una mente acuta e intuitiva che non ammetteva dogmi; Adi Shankara affermava che un devoto, solo attraverso l'altruismo disinteressato e l'amore, governati dalla discriminazione (viveka) è in grado di andare verso la liberazione (moksha) e di realizzare il Sé interiore, mentre il solo discernimento e l'astratto filosofeggiare non avrebbero portato a nessun risultato.
La filosofia Advaita considera la natura e tutto il fenomeno dell'universo come una sovrapposizione che vela il suo immutevole, trascendente e intelligente Substrato. L'universo è in continuo divenire, è incostante ed impermanente, mentre l'Assoluto che è il substrato che lo sottende, non diviene, è costante e permanente. Secondo la sapienza upanishadica, l'errore di considerare reale ciò che è solo una sovrapposizione al Reale è simile allo scambiare la corda per il serpente, è l'illusione (Maya) determinata dall'ignoranza metafisica (avidya) da cui deriva il dolore dell'essere umano. Nella Tradizione Vedānta, questa illusoria percezione del divenire è attribuita all'identificazione con le forme manifeste che rende inconsapevoli e separati dal Reale e dalla sua serena immutabile stabilità.
Il compito supremo dell'essere umano è quello di penetrare il velo illusorio della realtà (Maya) per rivelare la vera natura, che non è perenne cambiamento tra vita e morte, ma perfezione assoluta e gioia eterna. Se noi conoscessimo i veri motivi che stanno dietro le nostre azioni e i nostri pensieri, diverremmo consapevoli della fondamentale unità dell'essere. Ma come può una mente limitata comprendere l'illimitatezza del Sé? In realtà non può, ma tuttavia è in grado di trascendere la mente e unirsi all'Assoluto.

Monismo qualificato: Vishishtadvaita


VISHISHTA ADVAITA - VEDANTA DARSHANA


Questa dottrina vedantica, identificata spesso con uno dei suoi principali esponenti, Ramanuja (1017-1137; 1027- ?), ha in realtà radici molto più antiche. I principi in essa esposti venivano già cantati dai 12 alvar tra i quali Namalvar Kuklashekhara, Andal, e insegnati anche da acarya come Nathamuni (824-924 d.C.) e Yamuna (918-1038). Ramanuja rielaborò l'insieme degli antichi insegnamenti contenuti nel Prasthanatraya, assegnando loro una forma definita e, naturalmente, diventando il massimo esponente di questa scuola.
Le sue opere sono state giudicate così profonde e di tale livello da giustificare la tendenza diffusa a denominare il Vishishtadvaita "Ramanuja darshan".


Dopo la morte di Ramanuja, seguì un periodo di divisione settaria tra i suoi seguaci che culminò nella definitiva separazione di essi in due movimenti chiamati vadagallai e tengallai ossia, rispettivamente, culti del nord e del sud. Ognuno di questi movimenti sviluppò i propri testi canonici, il lignaggio di maestri e tradizioni in molte materie di importanza primaria. Il Vishishtadvaita riconosce tre entità: Ishvara, jiva e prakriti chiamate "tattvatraya", tra le quali Ishvara è la realtà assoluta ed indipendente, mentre jiva e prakriti sono dipendenti da lui.
Per questa ragione, la dottrina è chiamata Vishishtadvaita, o non-dualismo qualificato, una filosofia che accetta, come dice il nome stesso, una sola realtà (advaita) ma con più attributi o meglio con una qualificazione (vishesha). In altre parole, essa ammette la pluralità, in quanto Dio sussiste in una pluralità di forme, quali le anime e la materia. Le anime (jiva) sono innumerevoli e controllate da Ishvara, oltre che parte di esso. Il concetto secondo cui, oltre alla realtà assoluta, sono riconosciuti degli "attributi" è la tesi essenzialmente contrapposta alla scuola Advaita.
L'Assoluto di Shankara non soddisfaceva gli animi di coloro che attraverso l'amore e la devozione vedevano il fine ultimo dell'uomo (bhakta), non considerava quel rapporto prettamente umano con Dio di un uomo, debole e nell'errore, che invoca l'aiuto dell'Essere Supremo e al quale, dall'ignoto, si protende la mano soccorritrice della grazia.
Nel Vishishtadvaita, l'attenzione si concentra sulla relazione del mondo con Dio affermando che Dio è la realtà assoluta, ma anche le anime sono reali, pur totalmente dipendenti da Dio o dalla realtà. Il Vishishtadvaita crea un ponte, una armoniosa fusione tra "filosofia" e "religione", tra la razionalità della ragione e l'irrazionalità della fede e della devozione.
Il mondo è considerato un'apparenza e Dio un esangue Assoluto, oscuro per eccesso di luce.


 LE SACRE SCRITTURE


LA SRUTI "CIO' CHE E' ASCOLTATO" - IL VEDA


Il Veda è il cuore dell'Induismo, l'autorità suprema, pramana. È la struttura base dalla quale derivano tutti gli altri testi sacri della religione induista.
Esso è detto anadi, "senza inizio", infatti, è eterno, è sempre esistito e non ha subìto l'intervento dell'uomo, apurusheya.
È impossibile stabilire una datazione del Veda data la mancanza di storicità tipica del pensiero indiano, ed anche per il fatto che la trasmissione di questa enorme compendio di conoscenze, dalla notte dei tempi, per millenni è avvenuta solo oralmente.
Si ritiene che in origine il Veda fosse uno, rivelato dall'Assoluto Supremo Essere a Brahma e, proprio per questa rivelazione diretta dalla divina coscienza, il Veda viene definito apurusheya ("non rivelato dall'uomo") e shruti. La parola sanscrita shruti, che significa "ciò che è ascoltato", suggerisce non solo le origini del Veda, che fu appunto "ascoltato dai rishi", ma sottolinea anche il metodo che avveniva, e avviene ancora ai giorni nostri, della trasmissione orale, attraverso l'appropriata recitazione, delle verità rivelate.



I QUATTRO VEDA
Anantah vai vedah
"I Veda sono l'infinito."
I rishi, tuttavia, hanno avuto l'abilità di catturare, nell'oceano infinito della sacra conoscenza, i mantra necessari al benessere dell'umanità.
Tradizionalmente i Veda si suddividono in quattro raccolte (samhita), ed esistono differenti metodi di recitazione chiamati pathantara o vie di recitazione.
I "rami principali" sono il Rig Veda, lo Yajur Veda, il Saman Veda e l'Atharva Veda. La moderna ricerca attribuisce al Rig Veda una datazione antecedente agli altri, ma ricordiamo che, secondo le scritture e secondo il credo indù, all'inizio della creazione tutti e quattro coesistevano nell'universo.
Per tale principio è arduo attribuire una successione cronologica a Samhita, Brahmana e Aranyaka. Sembrerebbe alquanto inappropriato stabilire una collocazione temporale per il sapere che i rishi, i veggenti, percepirono in uno stato atemporale, in uno stato trascendente, nel quale essi potevano vedere passato, presente, futuro.
Il fatto che gli inni del Rig Veda siano contenuti negli altri Veda non dimostra che esso sia il più antico, ma semplicemente che i mantra vedici furono "assemblati" in maniera diversa con stili di recitazione e probabilmente scopi diversi.

RIG VEDA
YAJUR VEDA
SAMA VEDA
ATHARVA VEDA

Oltre agli inni, denominati anche Samhita, che formano le quattro raccolte: Rig Veda, Sama Veda, Yajur Veda, Atharva Veda, ogni Veda è composto dai BRAHMANA che contengono i precetti ed i doveri religiosi, dagli ARANYAKA , i testi per le pratiche ascetiche e meditative, e dalle UPANISHAD nelle quali si discutono i problemi e le speculazioni filosofiche. Le Upanishad costituiscono la base spirituale di tutte le filosofie nate in India.



VEDANGA
Dai sacri Veda emergono alcuni trattati che espongono vere e proprie scienze, nate per dare una "spiegazione" dei Veda attraverso ben precise regole scientifiche. Dal momento che i mantra impiegati nei rituali devono essere usati in maniera appropriata per l'efficacia del rito stesso, è sorta la necessità di precisare e definire con regole e metodiche specifiche la modalità di pronuncia, il loro significato letterale, grammaticale, etimologico, e il momento propizio in cui svolgere il rituale. Questi testi vengono chiamati Vedanga, termine che significa "parti costituenti i Veda" (angam significa "membra e parti"), o Shadanga ossia "sei parti", infatti tradizionalmente essi vengono associati alle membra costituenti il corpo fisico del Veda considerato metaforicamente un essere vivente, Veda Purusha.

Shiksha
Vyakarana
Chandas
Nirukta
Jyotisha
Kalpa


UPAVEDA


I testi degli Upaveda costituiscono il confine tra shruti, i testi della tradizione, e smriti ossia i testi redatti dall'uomo; infatti, secondo alcune tradizioni essi vengono classificati come parte integrante della shruti, secondo altre della smriti. In effetti, nello spirito tipico dell'induismo, entrambe le visioni possono essere vere: gli Upaveda si possono considerare testi direttamente derivati dai Veda, i cui contenuti sono stati riuniti secondo vari argomenti specifici, o anche precise opere successive ai Veda, redatte da saggi.

Upaveda letteralmente significa "Veda minori", ognuno dei quali deriva da un Veda: Ayurveda, Dhanurveda, Gandharvaveda, Arthashastra. Descriveremo brevemente il carattere di ciascuno per dare ai lettori l'idea dell'importanza e della vastità del sapere vedico, e di come esso si sia espanso in tutti i campi. Si potrà constatare che la straordinarietà della letteratura indiana è quella di essere penetrata meticolosamente nella vita dell'essere umano.

Alcuni Upaveda sono testi di discipline importanti come la medicina tradizionale, la musica e la danza che, a loro volta, hanno ispirato migliaia di trattati successivi, fonte di differenti correnti.

Ayurveda
Il primo Upaveda è l'Ayurveda, la scienza della vita, un sistema che ingloba nei suoi studi il mantenimento della buona salute, l'uso delle medicine naturali, le tecniche di purificazione, di ringiovanimento, dividendosi, inoltre, in differenti campi di specializzazioni mediche.

Dhanurveda
La parola deriva da dhanur che significa arco, quindi "la scienza dell'uso delle armi".

Gandarvaveda
Il terzo Upaveda è il Gandharvaveda, la "scienza della musica e della danza". La recitazione del Veda, in particolare del Sama Veda, accorda grande importanza alla notazione musicale e al suono così che la scienza dei suoni e dell'acustica, con enfasi al canto musicale, raggiunse eccellenti gradi di perfezione.

Arthashastra
Il quarto Upaveda è l'Arthashastra, trattato di politica, amministrazione dello stato, commercio.



SMRITI "CIO' CHE E' RICORDATO"


Il termine smriti significa "memoria" o "ricordo" e si riferisce a quei testi redatti da autorità viventi, alla luce della loro saggezza e delle sacre scritture, Veda.
Il termine smriti può essere inteso in senso stretto quando ci si riferisce specificatamente ai trattati sistematici normativi, i codici di legge in armonia con il dharma, detti anche Dharmashastra, che trattano delle regole sociali, i ruoli, gli stadi della vita, gli obblighi verso la nazione, la società, la famiglia e gli individui. In senso lato, invece, la smriti comprende tutto ciò che è stato scritto e non è compreso nella shruti. Troviamo gli Itihasa, racconti storici, poemi vedici che comprendono il Ramayana, l'epopea dell'avatara Ramacandra, e il Mahabharata, la narrazione della storia di Bharata-varsa, l'impero della "Grande India", - opera che comprende un poema che diventerà uno dei testi basilari dell'induismo, della filosofia e dello yoga: la Bhagavad Gita -; e ancora, i Purana, i testi storici; il kavya, tutta la letteratura poetica; quella filosofica dei sat darshana; la letteratura tantrica e quella popolare.
Il termine smriti è legato anche all'evoluzione del pensiero indiano; esso indica, infatti, il periodo successivo a quello "vedico" in cui il sapere dei Veda governava la società, la religiosità, gli aspetti speculativi.

PRIMO PERIODO DEI SUTRA KALPASUTRA O MANUALI PER I RITUALI
Shrautasutra: Testi basati sulla tradizione -shruti- esplicata con istruzioni sacrificali per i riti solenni; furono una rielaborazione dei Brahmana, ma con il passare del tempo divennero sempre più oscuri.
Shulvasutra: Parti supplementari ai Kalpasutra che trattano la misurazione (shulva=corda) e la costruzione degli altari o luoghi di sacrificio.
Smartasutra: Tutti i testi che si basano sulla smriti, ovvero su ciò che nella tradizione non è espresso esplicitamente; si occupano generalmente dei riti familiari e domestici e dei doveri sociali.
Grihyasutra: Testi che disciplinano i rituali -samskara e altre cerimonie- celebrati dai capifamiglia, spiegandone la procedura, il sutramantra usato e l'aspetto sociale.
Dharmasutra: Testi (direttamente correlati ai Grihyasutra) in cui vengono specificati i doveri sociali in riferimento alla propria appartenenza o stato sociale.



SHASTRA O TRATTATI DOTTRINALI
I Dharmashastra in senso stretto sono considerati smriti.
Il dharma diventa norma sociale che regola totalmente la vita dell'uomo.
Comprendono tutti i codici di leggi che trattano i doveri religiosi, morali e sociali.
Manu, Yajnavalkya, Parashara, Gautama, Harita, Yama, Vishnu, Shankha, Likhita, Brihaspati, Daksha, Angiras, Pracetas, Samvarta, Acanas, Atri, Apastamba, Satapata sono i 18 rishi i quali, attraverso il loro potere sovrumano, padroneggiavano perfettamente i Veda, da cui fecero derivare la smriti. Tali lavori, conosciuti appunto come Manu-smriti, Yajnavalkya-smriti, Parashara-smriti, e così via, contengono tutto quello che dobbiamo sapere riguardo all'adesione al dharma e a tutti i riti che si debbono celebrare nell'intero arco della vita.

ITIHASA "così invero fu" o insegnamenti del passato
Poemi o epopee che resero popolari i concetti filosofici delle Upanishad ed enunciarono le etiche del dharma attraverso il loro carattere popolare e leggendario, comprendono il Ramayana e il Mahabharata .

PURANA "antico" o trattati di storia
I Purana furono scritti per popolarizzare il Veda e ne contengono l'essenza stessa. Il loro fine è di imprimere nella mente delle masse gli insegnamenti vedici e generare in loro devozione a Dio attraverso esempi concreti, miti, storie, leggende, vita di santi, re e grandi uomini, allegorie e cronache di grandi eventi storici, temi utilizzati dai saggi per illustrare l'eterno principio della religione.

I Purana (18 maggiori e 18 minori) trattano cinque argomenti, pancalakshana:
1) creazione dell'universo
2) la sua distruzione e nuova creazione
3) la genealogia degli Dei
4) i regni e le varie epoche del mondo
5) storia delle grandi dinastie: solare e lunare.

KAVYA "composizioni poetiche"
Il Kavya comprende la letteratura d'arte, privilegiando la poesia. Questo tipo di letteratura non raccoglie solamente opere poetiche; infatti, si divide in due categorie:
- da udire, destinate alla lettura;
- da vedere, destinate alla rappresentazione.
I testi possono essere in versi, in prosa e misti.

SECONDO PERIODO DEI SUTRA O DEI DARSHANA (letteratura filosofica)
Testi redatti dai fondatori delle diverse scuole di pensiero filosofico attraverso i quali si riordinarono in maniera più sistematica e concisa (in forma di sutra appunto) le correnti di pensiero.
I punti di vista o darshana e i relativi testi sono:
- purva mimamsa Mimamsasutra di Jaimini
-uttara mimamsa Brahamasutra o Vedantasutra di Badarayana
-samkhya Samkhyakarika di Kapila
-yoga Yogasutra di Patanjali
-nyaya Nyayasutra di Gautama Aksapada
-vaisheshika Vaisheshikasutra di Kanada



BRAHMA SUTRA
Nel Brahma sutra, sul quale sono stati redatti commentari da parte delle differenti scuole filosofiche, Vyasa presenta, in forma estremamente limpida e chiara, la sostanza delle dieci principali Upanishad. Il Brahma sutra è chiamato anche Vedanta.

VEDANTA
Il vedanta è quella corrente di pensiero scaturita dalle Upanishad che, rispecchiandone il mondo e i temi trattati, ne è una parte essenziale. Esso è stato codificato come uno dei sistemi filosofici indiani che si sono sviluppati non solo come risultato di speculazioni intellettuali, ma anche grazie ad una profonda intuizione mistica, che probabilmente dà origine al termine "darshana" (visione), di solito riferito ai sistemi filosofici classici. La parola darshana deriva dalla radice drish che significa "vedere", parola non opportunamente definita, ma che comunque già prospetta il concetto di "visione" o "punto di vista". I darshana, infatti, si adattano a tutte le concezioni che possono nascere nella mente dell'uomo e rispecchiano i differenti punti di vista conseguiti in riferimento all'unica realtà.
La peculiare formulazione degli scritti in sutra, aforismi in forma estremamente concisa e spesso ambigua, portò i vari pensatori e mistici a differenti speculazioni ed interpretazioni con il risultato di uno straordinario proliferare di scuole di pensiero, tra le quali emergono le tre ben conosciute dottrine vedantiche: Advaita, Dvaita e Vishishtadvaita.

ADVAITA VEDANTA DARSHANA
VISHISHTA ADVAITA - VEDANTA DARSHANA
DVAITA VEDANTA DARSHANA

TANTRA "struttura, sistema, trattato dottrinale"
Definizione generica riguardo a un'enormità di testi di carattere sia religioso che laico. Il termine si riferisce anche a testi delle tradizioni jaina e buddhista. Generalmente indica i testi della dottrina shakta. I Tantra comprendono testi di Hatha Yoga, trattati relativi al culto, all'adorazione dei diagrammi mistici e così via.
I testi tantrici rivendicano il carattere dell'ortodossia: infatti essi si dichiarano sruti (sacre verità rivelate, udite dai rishi) e agama (tradizione sacra tramandata), e si definiscono il quinto Veda.
Il tantrismo assume un ruolo determinante nel momento in cui nell'uomo viene meno la capacità di comprendere le verità contenute nelle Upanishad. Esso offre agli individui dell'era attuale, kali-yuga, la possibilità di liberazione dal ciclo delle rinascite, attraverso un sistema evolutivo contenente l'essenzialità del culto sacrificale vedico, del monismo upanishadico, della bhakti espressa nei Purana, dello yoga esposto da Patanjali e degli elementi mantrici dell'Atharva Veda.
I Tantra, tradizionalmente, sono composti da alcune parti dottrinali, altre dedicate ai rituali, all'adorazione e a tecniche spirituali. Essi comprendono gli Agama.
Agama significa "ciò che è stato tramandato" e si riferisce ad una antica tradizione riguardante l'adorazione della divinità e i suoi aspetti filosofici, psicologici e ritualistici, rivelati sia oralmente sia attraverso testi scritti. È la rivelazione di una conoscenza tradizionale (agama), ossia quella che esce dalla bocca di Shiva e penetra nell'orecchio di Parvati. Quando, al contrario, è Parvati a rivelare la conoscenza a Shiva, è detta nigama.
Gli Agama si applicano preferibilmente alle fonti shaiva e shakta, ma quelli in congiunzione con il pancaratra si applicano anche alle fonti d'ispirazione vaisnava. Il Pancaratrika Vidhi, che è la combinazione dei sistemi ritualistici vedici e tantrici, è alla base della compilazione dei Vaisnava Tantra.
Vengono elencati tradizionalmente 64 testi i quali si suddividono in base alla deità adorata.
-shaiva: 28 Agama classici
-vaishnava: Pancaratra, Vaikhanasa
-shakta o tantra: Mahanirvana, Kularnava, Pancasara, Tantraraja, Rudrayamala, Brahmayamala, Visnayamala, Todala.
 

 

DVAITA VEDANTA DARSHANA

Come il Vishishtadvaita nasce dal fervore della bhakti che, in un certo senso, si contrappone all'intellettualismo shankariano, il dualismo nasce proprio dalla formulazione di una nuova visione di un Dio più personale, più semplice da interpretare da parte delle masse di persone che non conoscevano le alte speculazioni filosofiche, ma sentivano l'esigenza di un dialogo con il mondo divino.
Ecco che il dualismo si contrappone alla filosofia advaita.Vigoroso propugnatore e divulgatore di questa visione filosofica fu Madhva (1238-1317; secondo Radhakrishnam 1199-1278). Prodigo scrittore, produsse 37 opere conosciute come Sarvamulagrantha, e oltre all'esegesi alle 10 Upanishad e alla Bhagavadgita, ha lasciato tre commenti ai Brahma sutra: Brahma sutrabhashya, Anubhashya e Anuvyakhyana. Altri importanti filosofi della scuola dualista vissero tra il XIII e il XVII sec. (Jayatirtha, Vyasa Tirtha e Ragavendra). I temi filosofici trattati rispecchiano quelli classici delle scuole filosofiche e si riferiscono a quattro categorie: mezzi della conoscenza (pramana), ciò che deve essere accertato ossia l'oggetto della conoscenza (prameya), la pratica spirituale (sadhana) e la liberazione finale (moksha).La teologia della scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni. Secondo questa dottrina il Brahman è differente dai jiva e dalla prakriti. I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro.
La metafisica dvaita formula due categorie; alla prima, realtà indipendente, appartiene solo Dio o Brahman, alla seconda, realtà dipendente, appartiene tutto il resto: Lakshmi, la consorte di Dio, le anime, la natura. Dio non crea, la natura e le anime sono coeve ad esso, ma Brahman rimane l'unica realtà indipendente, tutte le altre sono dipendenti da lui. Egli è sì un Dio personale, ma non ha una forma fisica, un'immagine antropomorfica.
Egli è onnipervadente, infinito e porta buoni auspici. Egli è Vishnu, Hari, Narayana, Krishna, Vasudeva e molti altri nomi che impersonano il creatore, il distruttore, il preservatore.Le anime sono innumerevoli; ognuna di esse è unica e velata dall'ignoranza, avidya, che la vincola al ciclo delle rinascite.
Differentemente dagli altri sistemi del vedanta, il sistema dualista divide le anime in tre categorie:

a) coloro che sono degni della salvezza, mukti yogyas;
b) coloro che trasmigrano eternamente, nityasamsarin;
c) gli ottenebrati, tamoyogyas.

Gli esseri della prima categoria sono sensibili ai valori spirituali; attraverso la disciplina spirituale e la grazia di Dio, essi possono ottenere la liberazione. Il secondo gruppo è formato da individui che sono sempre coinvolti dal mondo sensoriale e non sentono nessuna necessità di una vita etica, né di un progresso spirituale. Gli appartenenti alla terza categoria sono, per natura, radicalmente malvagi e degenerano progressivamente sino ad una perdizione eterna. Il jiva, condizionato da avidya, rimane vincolato al ciclo delle rinascite, samsara, ed è totalmente dipendente da Dio attraverso la cui grazia solamente potrà ottenere la liberazione finale.

 

Advaita.

Teoria e pratica.

di 

Dr Godavarisha Mishra 

 

Introduzione

La parola "Advaita" si riferisce ad un sistema di pensiero Vedantico che concepisce una Realtà Ultima non-duale. Sebbene Shankaracarya, vissuto alla fine del 7° secolo, sia il principale esponente di questo sistema, non è stato il primo a proporre questo pensiero.

Il Vedanta rappresenta una parte fondamentale dei Veda e come indica il nome, significa l’ultima parte dei Veda. I Veda sono divisi in quattro parti: Samhita, Brahmana, Aranyaka, e Upanisad. L’ultima parte chiamata Upanisad è conosciuta anche come Vedanta. Comunque non tutte le Upanisad sono state scritte nello stesso periodo dal momento che alcune di esse riguardano la parte Aranyaka come la Taittiriya, mentre altre la parte dei Brahmana come la Brhadaranyaka.

I Veda consistono di due parti; la prima è conosciuta come Karmakanda e la seconda come Jnanakanda.

Il Jnanakanda è chiamato tradizionalmente Vedanta, ed è considerato la sorgente del pensiero Vedanta. Esistono diverse scuole di Vedanta. Perché sono così numerose? La risposta a questa domanda è che, attraverso esegesi testuali, la realtà è concepita in modi molteplici da i vari eminenti maestri (acaryas). Tutte le scuole Vedantiche concordano sul fatto che Brahman è la realtà suprema. Esse accettano anche i Veda come la sorgente della conoscenza del Brahman ma sono discordi nella loro concezione della natura dell’ultima realtà delineata nei Veda. Se i Veda contengono un gran numero di asserzioni sulla non-dualità o non-differenza, essi contengono anche un considerevole numero di affermazioni che sembrano asserire l’esistenza della dualità. Il primo tipo di asserzioni è conosciuto come abheda-sruti e il secondo come bheda-sruti. Tra i Vedantini, quelli che danno maggior importanza all’abheda-sruti sono gli Advaitin, e Shankara appartiene a questo gruppo. Gli Advaitin interpretano i passaggi della bheda-sruti in modo da soddisfare il loro concetto di realtà. Per gli Advaitin, il significato principale dei Veda risiede solo nei passaggi dell’abheda-sruti. Per la scuola dualistica di Madhva, avviene il contrario. Quest’ultima afferma che il significato più importante dei Veda risiede nella descrizione della diversità, (bheda). Nella sua visione i passaggi abheda sono secondari  (gauna) e servono a mostrare la suprema qualità e la natura indipendente di Dio, Vishnu. Solo Dio è indipendente (svatantra) e tutto il resto, rappresentato da mondo e anime, è dipendente (paratantra) ed è solo così che assume significato.

Un altro influente interprete dei testi del Vedanta è Ramanuja. Egli si distingue sia da Shankara che da Madhva sostenendo che entrambi le scritture bheda e abheda sono ugualmente significative. La sua interpretazione è conosciuta come bheda-abheda perché tenta di conciliare tutti i passaggi della Sruti. Per Ramanuja il Karmakanda è altrettanto importante che il Jnanakanda poiché formano un  solo testo, (aikyashastra), quindi il Jnanakanda non ha alcuna superiorità sul Karmakanda come asseriscono Shankara ed altri Advaitin. Storicamente l’avvento di Ramanuja precede quello di Madhva. Le posizioni esegetiche del primo, che conferiscono un ugual peso ad entrambi le visioni, divennero comprensibilmente inaccettabili per Madhva, teista radicale.

Ramanuja sostiene che Dio è differente dalle anime e dal mondo, anche se essi rappresentano il suo corpo (sarirasariribhava). Madhva apprezza il concetto di differenza proposta da Ramanuja ma lo ritiene un compromesso con la scuola Advaitia. Per Madhva la differenza deve essere totale, ed è su questo piano che egli presenta l’idea di una differenza su cinque livelli (pancabheda). Mentre la tradizione di Madhva non ebbe mai un gran seguito, in quanto seguiva la tradizione di Nathamuni e Yamuna, gli scritti di Ramanuja divennero il solido fondamento per tutte le scuole teistiche della tradizione Vaishnava, che si moltiplicarono successivamente.  

Dottrina di base dell’ Advaita Vedanta

Il principio basilare dell’Advaita Vedanta è che non esiste altro che la suprema realtà non duale che è senza qualità o caratteristiche. Questa concezione di base della realtà causò la resistenza di Ramanuja: egli non accettava il concetto che si possa contemplare una realtà libera da distinzioni. Secondo lui non ci può essere alcun interesse nei confronti di qualcosa che è privo di caratteristiche. Così, affermare la realtà di qualcosa privo di attributi o qualità, è una contraddizione in termini.

Un altro importante concetto dell’ Advaita Vedanta è quello di maya, che è identica all’ avidya.

Maya è responsabile dell’apparenza di Brahman come Dio, come anima individuale e come mondo.

I seguaci di Ramanuja non ammettono l’esistenza di maya. Per essi il concetto di maya è uno pseudo concetto del tutto privo di concretezza. Nel suo Mahapurvapaksha, Ramanuja elenca sei obiezioni al concetto Advaita di maya, e nel periodo Visishtadvaita post-Ramanuja, queste obiezioni aumentarono. Un terzo punto importante dell’Advaita è che lo stato di Dio e dell’anima sono illusori, mentre l’essenziale natura di entrambi è reale. Ramanuja e i Vaishnava non accettano che essi possano essere illusori.

Un quarto concetto di base è quello che il mondo è sovrapposto a Brahman attraverso maya e che esso è né reale né non-reale ma indeterminabile (anirvacaniya). Per i pensatori Vaishnava il mondo è reale. Un quinto aspetto distintivo dell’Advaita Vedanta è che la diretta conoscenza della vera natura dell’anima individuale in quanto Brahman, è il solo mezzo per ottenere la liberazione. Al contrario i pensatori Vaishnava sostengono che con la sola conoscenza non si può ottenere la liberazione; se la conoscenza è necessaria, non è però sufficiente. La Conoscenza rimane incompleta in assenza di azione e devozione (karma e bhakti). Shankara afferma che il karma e la bhakti sono mezzi inferiori per quanto riguarda la liberazione e che soltanto la Conoscenza è il diretto canale per la liberazione.

Il sesto principio dell’Advaita Vedanta è che la liberazione può essere ottenuta proprio adesso, proprio qui. Gli Advaitin credono in due forme di liberazione, in questa vita (Jivanmukti) e dopo la morte (Videhamukti). Al contrario le scuole Vaishnava accettano soltanto la  Videhamukti.

Lo studio di Dio (Isvara), dell’anima (jivas) e del mondo (jagat), è comune a tutte le scuole vedantiche. Le scuole teistiche considerano queste tre categorie come realtà separate.

L’Advaita postula che esse sono la manifestazione di Brahman, che è pura coscienza non-duale. La Maya, sostengono gli Advaitin, nasconde la vera natura di Brahman e proietta il mondo, l’anima e Dio. Dio e le anime sono entità complesse costituite da un elemento senziente chiamato consapevolezza e di un elemento non senziente chiamato maya-avidya. L’essenziale natura di Dio è l’elemento senziente, coscienza, che è conosciuto come Brahman; quello del jiva è conosciuto come Atman. Il punto importante è che, sebbene lo stato di essere Dio o anima sia illusorio, la loro essenziale natura è reale. Al contrario il mondo non ha realtà indipendente ed è una semplice apparenza di Brahman attraverso maya come una corda che sembra un serpente a causa dell’ignoranza. Nell’Advaita, Dio è sempre consapevole della essenziale qualità come Brahman ed è pertanto sempre libero. Il jiva, che erroneamente identifica sé stesso con la mente, il corpo e gli organi di senso, ignora la sua natura essenziale e pertanto va incontro a trasmigrazione. Gli Advaitin affermano che il jiva è una identificazione errata, un prodotto dell’ignoranza, che può essere rimosso dall’esatta conoscenza che la sua reale natura è solo il Brahman.

Da questa discussione si può vedere che il termine "Advaita" indica  il Brahman che è privo di dualità e si riferisce anche alla scuola Vedantica che sostiene la non-dualità della realtà. Vorrei ora parlare di una tradizione Advaita o Advaya che era presente nel subcontinente Indiano molto prima dell’avvento dell’Acarya Shankara. L’autore dell’Amarakosa si riferisce al Buddha come Advayavadin, ed uno studio approfondito delle Mandukyakarika rivela una notevole influenza Buddista nella formulazione da parte di Gaudapada del Vedanta non duale. Nel suo commentario della Mandukyakarika, Shankara stesso non è molto critico nei confronti degli insegnamenti del Buddha. Comunque le sue critiche sono più pungenti nel suo commentario del Tarkapada in cui afferma che il Buddha portava avanti una tesi con vedute contraddittorie. Sebbene Shankara non sembri concordare con l’insegnamento del Buddha, questi deve aver avuto una qualche influenza sul suo pensiero. D’altra parte, analizzando il pensiero del Buddha, troviamo che anche lui è stato molto influenzato dalle Upanisad, anche se critica fortemente l’autorità dei Veda. Secondo la mia opinione, il desiderio del Buddha era quello di eliminare la parte dei Veda riferita al karmakanda e con esso i privilegi della casta dei  Brahmini, dominante durante quel periodo. A parte questo, il suo insegnamento può facilmente essere riportato alle Upanisad. Infatti Gaudapada ipotizzò l’esistenza di una distinta ideologia Buddhista esistente all’interno delle Upanisad, e cercò una riconciliazione tra le Upanisad ed il Buddhismo.

Dopo Gaudapada fu l’Acarya Shankara che tentò di ricodificare l’Advaita con l’aiuto della logica e delle scritture. Egli affermò che il Buddhismo si oppone sia alle scritture che alla ragione ed è pertanto inattendibile come schema soteriologico. Nel suo commentario del primo verso del quarto capitolo della Mandukyakarika, Shankara interpreta il termine dvipadam varam come Vishnu sebbene, osservando il contesto, sarebbe stato più appropriato definirlo come Buddha. Vale la pena di ricordare che la dottrina di maya era prevalente nel periodo pre-Gaudapada. Sadyojyotis, uno studioso dello shivaismo del Kashmir, critica questa dottrina senza menzionare una sola volta Gaudapada o Shankara. Forse questa dottrina è evidente nelle stesse Upanisad. Questo è sicuramente il punto di vista di Shankara riguardo a tutti i  dogmi menzionati sopra. La tradizione di Shankara è Upanisadica come egli ci ricorda molte volte nel suo Bhasya: "Asmakam tu aupanisadam darsanam."

Nel suo Mandukyakarika Bhasya, Shankara descrive il termine Advaita come "advaitam caturtham manyante sa atma sa vijneyah." Nel suo Siddhantabindu, Madhusudana Sarasvati definisce l’Advaita come "nasti dvaitam yatra." Egli ritiene che per controbattere i Madhyamika che parlano di una entità non-dualistica chiamata "shunya," [vuoto] è necessario usare "yatra" per chiarire che il Brahman è libero da dualità. Come già detto, Madhyamika parla di shunya come  realtà non duale poiché in tale sistema non c’è necessità di alcun substrato. Nell’Advaita Vedanta, la definizione di non-dualità è sensibilmente diverso giacchè la parola "yatra" indica il concetto di Brahman. Il semplice uso di parole come "eka" o "aikya" non bastano ad indicare il non-dualismo Vedantico dal momento che un numero di scuole Vaishnavava parla della suprema realtà come eka, essendo Vishnu la sola realtà. Pertanto la parola Advaita sembra essere più appropriata per un puro sistema non-duale che non accetta alcuna dualità nella sua comprensione dell’Ultima Realtà.

Infatti, entrambe le tradizioni Advaita e Visishtadvaita operano nella dualità e nella non dualità.

Esse sono duali e non-duali allo stesso tempo, con differenze che sorgono dall’enfasi posta da parte degli acaryas. Anche Shankara deve combattere col mondo della dualità almeno per evidenziare l’importanza dell’insegnamento Vedantico. Non è certo per i jivanmukta che Shankara scrisse i suoi commentari, ma per il bene delle persone che sono ancora nel mondo della dualità e cercano ancora la liberazione. E’ solo per loro che l’intera tradizione assume significato. Per certi aspetti anche la tradizione Visishtadvaita è non dualistica dal momento che  accetta Vishnu come realtà suprema. Il punto cruciale tra la tradizione Advaita e Visishtadvaita è quello dell’accettazione o meno della dottrina di maya. Il famoso maestro Vaishnava Caitanya, non vuole entrare nella questione e rifiuta del tutto di stigmatizzare la Realtà. Per lui la suprema realtà è oltre il pensiero (acintya). Così osserviamo che queste due scuole del Vedanta includono entrambe dimensioni duali e non-duali nel loro sistema filosofico. Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che entrambi insegnino la stessa cosa, giacché le loro posizioni filosofiche finali non possono facilmente coesistere.  

Darshana Advaita

‘Drs,’ la radice della parola darshana, significa “vedere”. Nella tradizione Advaita, implica la diretta realizzazione della realtà o Brahman (prameya), libero da ogni ostacolo (Darshanam nama pratibandharahitam pratyaksajnanam). Il Darshana è senza dubbio libero da errore e indipendente da ogni interferenza (samsaya rahitam, viparyayarahitam anumanaanapeksam jnanam). Il Darshana inoltre che riguarda la diretta conoscenza del proprio sè è il Brahman. Il concetto di darshana include il sistema filosofico attraverso il quale tale conoscenza viene trasmessa per es. metodi pedagogici, interpretazioni, ragionamenti, etc. A causa della sua enfasi sulla Conoscenza, l’epistemologia è particolarmente importante nella filosofia dell’Advaita Vedanta. Veramente gli Advaitin, sebbene ciò possa essere detto per la maggior parte dei pensatori indiani, ritengono che l’accertamento di un prameya, un oggetto di conoscenza, dipende totalmente dallo strumento di conoscenza utilizzato.

Secondo l’Advaita Vedanta, il più importante prameya da conoscere corrisponde al più alto oggetto desiderabile dall’uomo (purushartha), che è Brahman. Secondo il pensiero Indiano la vita, considerata in tutti i suoi aspetti, dovrebbe tendere verso il raggiungimento del più alto scopo dell’uomo, che è la liberazione. Così il darshana Advaita è orientato ai valori più alti e fin dai suoi inizi ha stabilito con successo una relazione tra valori ed azioni. Tra i valori che esso riconosce, come dharma, artha, kama and moksha, i primi tre hanno un valore estrinseco, essendo strumentali alla moksha, che è il solo valore intrinseco. Moksha o liberazione ha un valore assoluto perché si identifica con la pura esistenza (sat), coscienza (cit), e beatitudine (ananda).

Gli Advaitin sono inflessibili sul fatto che questa è la rivelazione Upanisadica (Sruti) che ha come solo scopo la conoscenza di Brahman, che culmina nella liberazione. Se la Sruti è sacra in quanto conduce alla liberazione, la sua autorità non è inflessibile nel senso che non vincola perennemente gli uomini. Certamente la Sruti cessa di vincolare colui che ha raggiunto lo stato di Brahman. Una volta che la verità è svelata, dice l’Upanisad, i Veda divengono non-Veda (Manadhina meyasiddhih yatra vedah avedah bhavanti). Una volta che si è ottenuta la consapevolezza, non esiste religione al mondo la cui rivelazione cancelli tale autorità.

Dal momento che nell’Advaita Vedanta l’intero mondo è sostanzialmente falso (jagatmithya), la Sruti come insegnamento è a sua volta falso. Ma la Sruti mantiene comunque la capacità di definire ciò che è falso. Nessuno sostiene che la parola “acqua” non possa infatti  indicare la sostanza “acqua”. La Sruti può svolgere un compito simile, con l’evidente differenza che l’oggetto cui si riferisce non è esperibile dai sensi. Quando un oggetto giace all’interno della sfera dei sensi, una volta che è stato conosciuto, le parole che hanno condotto alla sua conoscenza hanno perduto la loro utilità. E’ in tal senso che la Sruti dichiara che, con la comparsa della Conoscenza, i Veda divengono Aveda.

Si ritiene comunemente che Shankara sia il primo esponente dell’Advaita. Ciò è assolutamente falso dal momento che, come già detto, Gaudapada era stato un autorevole esponente della tradizione Advaita. Inoltre  anche alcune delle Upanisad più antiche elencano i nomi degli esponenti tradizionali del Vedanta. Si dice che il signore Narayana sia stato il primo istruttore di Brahma-vidya. Brahma era suo discepolo. A sua volta  Brahma insegnò questa sapienza a suo figlio Vasistha. Successivamente questa conoscenza fu trasmessa a Sakti, Parasara, Vyasa, e Suka, in un passaggio di padre in figlio. Non essendo sposato, Suka trasmise la Brahma-vidya al suo discepolo Gaudapada. Shankara ricevette questa conoscenza tradizionale di Brahman da Gaudapada. I principali contributi letterali di Shankara sono stati i suoi commentari delle principali Upanisad, del Brahmasutra, e della Bhagavadgita. E’ difficile conoscere con certezza tutto quel che riguarda la vita ed il lavoro di Shankara in quanto non esistono fonti biografiche attendibili su di lui. Le varie biografie disponibili sono in massima parte poco più che racconti leggendari. E neanche è possibile accertare le date sulla vita di Shankara dalla letteratura disponibile presso i suoi mathas.

Eppure, cercando di comprendere la vita di Shankara e il suo pensiero, non dobbiamo isolarlo dalla sua epoca. La figura storica di Shankara non è separabile dalla società nella quale visse ed i suoi lavori possono essere compresi soltanto in riferimento ai movimenti religiosi e culturali dell’India del 7°, 8° secolo. E’ in tale periodo che il Buddhismo iniziò rapidamente il suo declino ed iniziò ad affermarsi la religione Smarta-pauranika.

Bhakti e Tantra, logica astratta e polemiche metafisiche, nuove vie di devozione e codici sociali si svilupparono poco a poco. Ed è contro tale ambiente che Shankara presentò, in maniera inimitabile, la perenne filosofia Advaita di cui egli era il massimo esponente. I suoi scritti divennero l’autorevole interpretazione non-duale del Vedanta. Shankara non ha mai sostenuto che l’ Advaita Vedanta fosse adatto ad un insegnamento diffuso. Cercò di chiarire gli insegnamenti del Vedanta attraverso speculazioni sui concetti cruciali quali pravrtti dharma e nivrtti dharma, Nirguna Brahman e Saguna Brahman, vyavahara and paramartha, etc. Ebbe anche il merito, secondo la mia opinione, di armonizzare jnana, karma, e bhakti, temi scottanti in quel tempo. I suoi scritti permettono la coesistenza della fede con la ragione e con l’esperienza spirituale. Infatti la dottrina dell’identità tra il sè ed il Brahman necessita di fede nella Sruti, di opere in accordo con la Sruti, e di esperienza personale. Shankara utilizza una varietà di processi ermeneutici per interpretare la Sruti e per spazzare via i pregiudizi filosofici dell’aspirante in maniera da rendere possibile l’esperienza di Brahman. L’analisi del fenomeno di autoconoscenza è forse il più importante di tutti i processi utilizzati nei suoi scritti. A tale riguardo egli utilizza due principi di base: a) che il soggetto non può mai diventare oggetto e b) che il Reale non può mai essere negato.

E’ su tali principi assiomatici che egli parla della coscienza empirica e dell’esistenza come falsa o illusoria, essendo la Pura Coscienza presente in tutti gli esseri, la sola realtà che è stata, è e sarà.

 

VAISNAVISMO: Storia e Filosofia Della Coscienza Di Krishna

 

 

Storia e Filosofia Della Coscienza Di Krishna

Dalle Origini Ai Giorni Nostri

 

 

di MATSYA AVATARA DASA

 

 

Alla civiltà vedica, altamente stimata ed apprezzata da insigni studiosi di

scienze umanistiche in tutto il mondo, ieri come oggi viene riconosciuto

ufficialmente uno dei posti più autorevoli nella storia della civiltà umana.

Questa civiltà, detta Brahminica, dal nome della classe sociale che ne era

alla guida, ha lasciato in eredità alla storia umana un patrimonio culturale

di inestimabile valore in termini di conoscenza fisica, metafisica e

spirituale; scienze, arti e religione.

Questa civiltà, fin dai primordi, ha fatto perno sulla saggezza divina,

Sruti (*1), impartita da Dio in Persona, Krishna, nel momento stesso della

creazione di quest'Universo, al signore Brahma, il primo essere creato.

Tramandata da questi a suo figlio, il celebre saggio e devoto Narada,

quest'ultimo la trasmise, fra gli altri, ad un suo discepolo, Vyasadeva, il

quale risiedeva in una località santa, Badrinath, sulle vette dell'Himalaya.

 

A partire dalla creazione dell'universo materiale in poi, fino all'avvento

dell'era di Kali, l'epoca in cui viviamo (iniziata cinque-mila anni or

sono), la scienza della realizzazione spirituale, quale strumento

trascendentale per lo sviluppo della Coscienza di Dio, di Krishna, è stata

un bene comune, un immenso, inesauribile patrimonio a disposizione di tutta

l'umanità. Da maestro a discepolo, oralmente, l'insegnamento spirituale, con

la pratica dell'ascolto e del racconto, ha pervaso e infuso di grazia divina

milioni di anni di storia umana.

Centinaia di migliaia di specie umane, per migliaia di generazioni, su

infiniti pianeti negli universi materiali, hanno vissuto le loro avventure

esistenziali, fra tragedie e trionfi, alla ricerca della perfezione, della

liberazione dalle leggi ineluttabili della nascita e della morte, imposte

dalla poderosa macchina della natura materiale. Nel corso di milioni di

anni, l'umanità, con tutti i suoi limiti e l'enorme potenzialità, seguendo

le preziose istruzioni della conoscenza rivelata dei Veda, ha modellato la

propria storia fino a tempi relativamente recenti.

 

Alla vigilia dell'avvento di Kali-yuga, il grande saggio Mahamuni Vyasadeva,

colmo di compassione per le anime sfortunate di quest'era di ipocrisia e

discordia, prevedendo con visione divina la disastrosa condizione delle

generazioni future, per salvare e garantire intatto il sapere

trascendentale, mise per iscritto ciò che fino ad allora era stato

tramandato oralmente: il sapere per eccellenza, la conoscenza vedica, la

scienza della realizzazione spirituale.

 

Questa conoscenza dei Veda è giunta fino a noi dagli yuga (*2) precedenti,

attraverso quattro principali linee discipliche, dette Sampradaya, che

prendono il nome dai loro rispettivi iniziatori: Brahma-gaudiya sampradaya,

Laksmi o Sri-Sampradaya, Rudra-sampradaya e Sanaka o Hamsa-sampradaya. Il

sapere spirituale di queste quattro vie della trascendenza, soprattutto nel

corso dell'ultimo millennio, è stato tramandato intatto fino alla nostra

generazione da cinque importanti scuole di Vaisnavismo (*3), tuttora seguite

da oltre trecentocinquanta milioni di fedeli che adorano Dio come il Signore

Visnu o Krishna. Queste cinque scuole di trascendenza, il cui unico scopo è

la diffusione della coscienza di Dio, Krishna, sono conosciute con il nome

dei loro rispettivi acarya e fondatori, e sono: la scuola di Ramanuja,

Madhva, Nimbarka, Vallabha e Sri Caitanya.

 

Vediamo ora alla luce della storia le loro rispettive realizzazioni

mistiche, poiché seppure in armonia fra loro, ciascuna scuola ha sviluppato

un particolare rasa (o relazione personale con la divinità), una sua

dottrina filosofica e differenze culturali rispetto alle altre. Descriviamo

quindi ciò che queste scuole hanno sperimentato e insegnato.

 

 

 

 

LA SCUOLA DI RAMANUJA

 

 

Ramanuja-acarya è stato il primo a formalizzare il pensiero e l'adorazione

delle Divinità nel movimento bhakti (*4) nel Sud dell'India, iniziato da un

gruppo di devoti mistici detti Alvar. Nel dodicesimo secolo egli compilò

importanti testi conformi ai Veda, stabilendo canoni per l'adorazione delle

Divinità nel tempio, che ancora oggi formano le basi della maggior parte dei

sistemi di adorazione vaisnava. Le sue scuole o asram. dette "Sri vaisnava",

si trovano soprattutto nel Sud dell'India. Ramananda. un importante maestro

spirituale apparso successivamente in questa scuola, predicò l'amore per

Sita-Rama e diffuse il culto della bhakti nel Centro e nel Nord dell'India.

La filosofia di questa scuola è un monismo ben definito, vishishtadvaita,

che insegna: benché ogni cosa sia connessa a Dio, ci sono differenze reali

fra: il Signore, le anime e il creato.

 

 

 

LA SCUOLA DI MADHVA

 

 

I monasteri e i santuari di adorazione, fondati da Madhvacarya nel

tredicesimo secolo, si trovano principalmente nell'India occidentale e sono

mantenuti con cura da numerosi seguaci. Come altri prominenti capi vaisnava,

anche Madhva fece i primi studi sotto la guida di un insegnante della scuola

impersonalista di Sankara, rimanendone insoddisfatto. In seguito, ispirato

dalla bhakti, chiese ed ottenne di diventare discepolo di Srila Vyasadeva,

divenendo successivamente uno dei più prolifici scrittori e filosofi

vaisnava.

La filosofia di questa scuola è detta dvaita, dualismo, e Madhvacarya

sottolinea con enfasi le differenze fra Dio, il mondo e le anime. Il suo

dualismo è quasi una contrapposizione al monismo di Sankara, in quanto

Madhva ignora virtualmente ogni concetto di unità quando viene inteso come

una fusione con l'assoluto. Le anime sono di differenti qualità: sattva,

raja e tama. La sua filosofia è singolare in quanto insegna che non tutte le

anime otterranno la liberazione, alcune soffriranno la dannazione

eternamente.

 

 

 

 

LA SCUOLA Dl NIMBARKA

 

 

Nimbarka Swami, nel quattordicesimo secolo, spianò la strada affinché si

affermasse in maniera popolare e diffusa l'adorazione di Sri Sri

Radha-Krishna. Ad oggi, il movimento da lui fondato, è probabilmente il più

piccolo fra i vari rami della tradizione vaisnava. La maggior parte dei suoi

seguaci è stanziata nel Centro-Nord dell'India, nell'area di

Mathura-Vrindavana, nel Rajasthan e in Bengala. Nimbarka Swami è stato il

primo ad identificare il Supremo Brahman nella coppia divina di Sri Sri

Radha-Krishna. La sua filosofia è dvaita-advaita, dualità nella differenza,

una posizione che si pone tra il monismo di Sankara, che nega il mondo nel

suo insieme e il dualismo radicale di Madhvacarya. Nimbarka

Swami tratta l'unità dell'esistenza e le differenze come due verità, senza

porre enfasi su nessuna delle due. La materia e le anime sono considerate

parti o energie di Dio, che non sono tutt'uno, né distinte, né separate da

Lui.

 

 

 

LA SCUOLA DI VALLABHA

 

 

Questo movimento è molto prominente nel Nord-Ovest e nel Nord dell'India,

anche nella regione di Mathura-Vrindavana.

Vallabhacarya, un brahmana Telegu del quindicesimo secolo, a differenza di

tutte le altre scuole vaisnava, non fondò alcun ordine monastico. Egli

insegna che ogni cosa nel mondo è buona e riflette qualche parte della

bellezza di Dio.

La filosofia di Vallabha conosciuta è come suddha-advaita, puro monismo.

Egli non identifica Dio e la creazione come Brahman privo di forma e di

qualità, alla maniera di Sankara. Insegnando invece che ciascuna cosa nel

mondo è unita a Dio come Persona, e che Egli possiede forma e qualità ,

saguna brahman. La sua posizione è simile a quella di Ramanujacarya, ad

eccezione che Vallabha vede tutto come Krishna, o immediatamente ed

intimamente in relazione a Lui. Questa scuola vede ogni cosa come un

riflesso di Dio e quindi buona.

 

 

 

 

LA SCUOLA DI SRI CAITANYA

 

 

Il movimento di Sri Caitanya Mahaprabhu, nel sedicesimo secolo, concluse il

rinascimento della bhakti iniziato da Sri Ramanujacarya nel XII secolo. Sri

Caitanya enfatizzò l'importanza di glorificare Dio invocando i Suoi santi

Nomi, specialmente con il canto di gruppo, con altri devoti, tale pratica è

chiamata sankirtana. La sua scuola ha fondato la maggior parte dei templi e

luoghi di pellegrinaggio nell'area di Mathura-Vrindavana e la Sua influenza

si è diffusa per tutta l'India, specialmente nel Nord e Nord-Est.

La filosofia esposta da Sri Caitanya Mahaprabhu e dai Suoi primi discepoli

insegna che ogni cosa in questo mondo è simultaneamente e inconcepibilmente

una e differente da Dio, acintya-bedha-ahedha-tattva. Il potere mistico

permette a Dio di essere contemporaneamente immanente e trascendente, che

corrisponde a come i devoti sperimentano la relazione con Lui,

rispettivamente nella Sua presenza o assenza. Sri Krishna, con la Sua

consorte Radha, è adorato come Amante Divino, è circondato da amici e amiche

intime, moltitudini di devoti, nell'infinita varietà di forme delle anime

liberate, che gioiscono eternamente di questo amore con Dio nel mondo

spirituale.

La bhakti è vista come un'evoluzione progressiva, attraverso cinque stadi,

nella relazione con Dio: neutralità, servizio, amicizia, sentimenti di

genitori, amore coniugale.

 

Quest'ultima scuola, fra tutte, riveste un carattere singolare ed

eccezionale: in accordo alle Scritture vediche e alla testimonianza di

innumerevoli saggi e anime liberate, il Signore Supremo nell'era di Kali,

discende nel mondo materiale assumendo la forma di un puro devoto di Krishna

divenendo famoso col nome di Sri Caitanya Mahaprabhu, il Sommo Maestro.

Questa particolare manifestazione di Dio fra gli uomini detta avatara, colui

che discende, ha svolto un'opera dagli effetti dirompenti nella società del

Suo tempo. Scavalcando il rigido e artificiale sistema delle caste, Sri

Caitanya, detto anche Gauranga per il colore dorato della Sua carnagione, ha

reso accessibile a tutti in maniera estremamente efficace, genuina e

semplice, il puro amore per Krishna, gettando le fondamenta della storia

devozionale dei prossimi dieci millenni, aprendo un periodo aureo,

eccezionalmente fortunato per il progresso spirituale di tutto il pianeta,

che sarà conosciuto con il nome di Era Caitanya (*5).

Il messaggio di Sri Caitanya Mahaprabhu ebbe un grande seguito fra la gente

dei Suoi tempi, ovunque il Signore Si recasse, folle oceaniche, lo seguivano

e lo acclamavano cantando i santi Nomi di Krishna. Sri Caitanya ebbe molti

discepoli ricchi di profonda spiritualità, fra cui i sei Gosvami di

Vrindavana, sante personalità di asceti filosofi che hanno lasciato un

incalcolabile tesoro di letteratura spirituale sul tema della bhakti. Il

maestro spirituale di questo gruppo, Srila Rupa Gosvami, incaricato da Dio

stesso, Sri Caitanya Mahaprabhu, di diffondere il culto dell'amore per

Radha-Krishna, diede nuova vita ad una già antica tradizione devozionale che

ebbe grande seguito di devoti, chiamati rupanuga o seguaci di Rupa Gosvami.

 

Il sentimento e la filosofia della bhakti hanno continuato nei secoli

successivi a ispirare una grande quantità di talenti, esercitando poderosi

stimoli su grandi personalità che hanno poi trasmesso alla società il

messaggio trascendentale nella forma di teatro, musica, poesia, narrativa,

filosofia, arti e scienze.

In questo breve articolo, per mancanza di spazio, mi risulta purtroppo

impossibile rendere adeguato merito ai molti eminenti santi vaisnava che

hanno illuminato questi ultimi secoli, ciò nonostante non posso fare a meno

di menzionare alcuni grandi acarya, maestri spirituali di enorme rilievo per

la loro opera di diffusione del vaisnavismo in India e in Occidente: Thakura

Bhaktivinoda, filosofo e poeta, nato in India nella prima metà del secolo

scorso in una famiglia agiata, ricoprì a lungo la

carica di magistrato, ma la sua devozione per Caitanya Mahaprabhu, lo rese

famoso come santo e scrittore prolifico. Egli fu il primo a scrivere opere

sulla bhakti in lingua inglese, facendo così penetrare il messaggio del

Signore Caitanya ai massimi livelli della cultura internazionale. La sua

vita e le sue opere hanno influenzato spiritualmente personalità del suo

tempo, in patria e all'estero.

Bhaktisiddhanta Sarasvati Goswami, figura ascetica di santo e fervente

predicatore, nacque a Puri, in India, nella seconda metà dell'ottocento.

Egli fondò oltre cento templi vaisnava, iniziò numerosi discepoli, pubblicò

in gran quantità i più importanti libri sulla bhakti e diede vita a due

importanti riviste periodiche, divenute molto famose: l'Harmonist e

Hari-Toshanam, in cui tratta sistematicamente e filosoficamente tutti i temi

più rilevanti della bhakti come scienza e stile di vita per l'intera società

umana. Un suo discepolo, uno degli ultimi anelli in questa catena

disciplica, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, nato a

Calcutta nel 1896, dopo aver vissuto la prima parte della propria vita in

famiglia, poi gradualmente, mosso a compassione per la condizione di

disperata povertà spirituale in cui si trova l'umanità, spinto dal desiderio

di soddisfare l'ordine ricevuto anni addietro dal suo maestro spirituale, di

predicare il messaggio di Krishna in Occidente, nel 1965, all'età di

sessantanove anni, si imbarca per l'America. Senza mezzi economici né

appoggi sicuri, dopo un viaggio tormentoso, traversando i mari di mezzo

mondo, approda a Boston. Alcuni mesi dopo, nel tentativo di predicare la

coscienza di Krishna a un grande pubblico, si trasferisce a New York, dove

conduce una vita di ristrettezze, prove e sacrifici.

 

L'anno successivo, nel 1966, con i suoi primi seguaci, fonda il movimento

Hare Krishna.

Nella metropoli americana, a quel tempo capitale della controcultura degli

anni sessanta, nel calderone in ebollizione della protesta giovanile,

sinceri ma confusi ideali di pace si manifestavano con il movimento hippy, i

miti delle droghe psichedeliche, del sesso e della musica rock. Fù in

quest'atmosfera di forti pulsioni ideali e di trasformazioni sociali di

massa che Srila Prabhupada fondò la I.S.K.CON., Associazione Internazionale

per la Coscienza di Krishna, che, sotto la sua guida esperta e sicura, ben

presto come un luminoso fiore di loto puro e immacolato emerge al di sopra

della palude che lo ha generato, il movimento Hare Krishna crebbe e si

propagò velocemente in tutto il mondo, dando benefici, con l'antica scienza

della bhakti, a milioni di per sone, ormai smarrite nella foresta

dell'illusione e prese negli ingranaggi dell'arida vita materiale.

A.C. Bhaktivedanta Swami, chiamato reverenzialmente dai suoi discepoli Srila

Prabhupada, ha lasciato questo mondo mortale a Vrindavana, il 14 Novembre

1977. In soli undici anni, dalla fondazione del movimento alla sua

scomparsa, ha predicato ininterrottamente in tutto il mondo la Coscienza di

Krishna, ha iniziato alla vita spirituale più di cinquemila discepoli, ha

aperto oltre cento templi nei cinque continenti e ha tradotto più di

sessanta libri sulla bhakti.

 

Al momento attuale, la I.S.K.C.ON., conta nel mondo più di quattrocento

templi e numerosi villaggi, fattorie, comunità rurali, centri di predica,

scuole, musei, ristoranti, stazioni radio, studi televisivi e case editrici

che pubblicano autentica letteratura vedica in più di sessanta lingue.

Inoltre, numerosi periodici, riviste e altri strumenti di comunicazione

permettono oggi di mantenere viva e diffondere fra la gente questa

preziosissima scienza di realizzazione spirituale, la quale, grazie alla

compassione e alla misericordia di Krishna e del Suo puro devoto Srila

Prabhupada, è giunta intatta fino alla nostra generazione.

 

Note:

1) .Sruti: ascolto. In questo caso il sapere spirituale acquisito con

l'ascolto.

2) Yuga: epoca storica.

3) Vaisnavismo: Filosofia della bhakti praticata dai vaisnava, cioè dai

devoti del Signore Vistiti o Krishna.

4) Bhakti: amore o devozione per Dio, Sn Krishna.

5) Era di Sri Caitanya: epoca storica di dieci millenni, a partire dal Suo

avvento, 1486 d.c.., particolarmente propizia per la realizzazione

spirituale.

Per maggiori informazioni al riguardo i lettori sono consigliati di

consultare la Sri Caitanya-caritamrita, opera di un santo del sedicesimo

secolo, tradotta da Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada,

edita dalla BBT Italia.

 

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