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Darshana
darshana: le sei dottrine ortodosse vediche, che sono: Vedanta, Yoga, Sankhya, Mimamsa, Nyaya e Vaisheshika. Non sono considerati come sistemi a se stanti ma come punti di vista della stessa idea Induismo
L'Induismo è la più antica delle principali religioni del mondo e con più di 900 milioni di fedeli, è attualmente la terza più diffusa, dopo il Cristianesimo, che conta circa 2 miliardi di fedeli (un miliardo di cattolici, 500 milioni di protestanti, 240 milioni di ortodossi, 275 di altri), e l'Islamismo, che supera il miliardo. Tentativo di definizione
Un uomo esegue abluzioni nel Gange a Varanasi (Benares), India. L'induismo o più correttamente Sanātana Dharma (all'incirca "Eterna legge morale") è più un modo di vivere e di pensare che una religione organizzata. Storicamente, la parola "indù" non faceva riferimento a un sistema di credenze religiose: il termine, di origine persiana, indicava semplicemente coloro che, dal punto di vista dei persiani abitavano dall'altra parte dell'Indo. Dopo la colonizzazione britannica, il termine fu impiegato per indicare un insieme variabile di fatti religiosi. Nel 1966 la Corte suprema dell'India ha definito il quadro della "fede indù" sui seguenti principi: 1. l'accettazione rispettosa dei Veda come la più alta autorità riguardo agli argomenti religiosi e filosofici, e l'accettazione rispettosa dei Veda da parte dei pensatori e filosofi indù come base unica della filosofia indù; 2. lo spirito di tolleranza e di buona volontà per comprendere e apprezzare il punto di vista dell'avversario, basato sulla rivelazione che la verità possiede molteplici apparenze; 3. l'accettazione, da parte di ciascuno dei sei sistemi di filosofia indù, di un ritmo dell'esistenza cosmica che conosce periodi di creazione, di conservazione e di distruzione, periodi, o Yuga che si succedono senza fine; 4. l'accettazione da parte di tutti i sistemi filosofici indù della fede nella rinascita e preesistenza degli esseri. 5. il riconoscimento del fatto che i mezzi o i modi di raggiungere la salvezza sono molteplici; 6. la comprensione della verità che, per quanto grande possa essere il numero delle divinità da adorare, si può essere indù e non credere che sia necessario adorare le murti (rappresentazioni) delle divinità; 7. a differenza di altre religioni o fedi, la religione indù non è legata a un insieme definito di concetti filosofici. Secondo un altro punto di vista, un "indù" è colui che crede alla filosofia esposta nei Veda (lett. "sapere", "conoscere"). I Veda sono forse le scritture religiose più antiche del mondo e il loro insegnamento di base è che la vera natura dell'uomo è divina. Dio, o il Brahman (come è di solito chiamata la matrice metafisica di tutto ciò che esiste) è presente in ogni essere vivente. La religione è dunque una ricerca e una conoscenza di sé, una ricerca del divino presente in ogni individuo. I Veda dichiarano che nessuno ha bisogno "di essere salvato", perché nessuno non è mai condannato; nel peggiore dei casi, si vive nell'ignoranza della propria vera natura divina. Il Vedānta riconosce che ci sono molti approcci diversi a Dio, e tutti sono validi. Non importa quale genere di pratica spirituale si conduca, poiché ognuna conduce al medesimo stato di realizzazione del Sé. Così i Vedānta insegnano il rispetto di tutte le credenze e si distinguono dalla maggior parte delle altre fedi maggiori per il loro forte incoraggiamento alla tolleranza verso questi diversi sistemi di fede. In sanscrito, il termine Sindhu indica in senso generale una distesa d'acqua (un mare, o un lago), ed in particolare il fiume Indo. Gli Arya chiamavano il proprio territorio Sapta Sindhu, la terra dei sette fiumi (tra i quali appunto l'Indo), con un'espressione attestata numerose volte nel Rig-veda. Il suono /s/ in persiano antico diventa /h/, e così nell'Avesta Sapta Sindhu diventa Hapta Hindhu. La regione a est del fiume Indo diventa così l'Hindustan, e i suoi abitanti sono chiamati "hindu" da Arabi e Persiani e, più tardi, da Greci e Romani. L'utilizzo del termine hindu nell'accezione di "abitanti dell'India", probabilmente a causa dell'influenza iraniana, è attestato in alcuni testi medioevali in sanscrito, quali Bhavishya Purâna, Kâlikâ Purâna, Merutantra, Râmakosha, Hemantakavikosha ed Adbhutarûpakosha.
La tradizione induista Dare una definizione veritiera di induismo sembra un'impresa azzardata, tanto il concetto è complesso e multiforme. È dunque preferibile passare in rassegna l'induismo attraverso le sue idee e le sue pratiche. L'induismo esiste attualmente su due piani differenti, il primo basato puramente sulla fede e il secondo basato sulla filosofia, anche se spesso i due piani si incrociano. · Il piano filosofico: Si contano tradizionalmente sei antiche astika o scuole di filosofia ortodosse (ortodosse perché accettano l'autorità dei Veda), dette Darshana o Shad Dharshana (le Sei Darshana): Nyaya, Vaisheshika, Samkhya, Yoga, Purva Mimamsa (o semplicemente Mimamsa) e Uttara Mimamsa (o Vedānta). Le nastika, o scuole non ortodosse, che non sono qui trattate, sono il giainismo, il buddismo, il chârvâka, e l'ateismo antico classico dell'India che confuta l'esistenza dell'anima o Ātman. · Il piano della fede: Contrariamente all'opinione popolare, il vero induismo non è né politeista né monoteista, ma è propriamente una religione enoteista. Le diverse divinità e Avatar adorati dagli indù sono considerati come diverse forme dell'Uno, il Dio Supremo, o Brahman, che adotta per rendersi accessibile all'uomo (si presti attenzione a non confondere Brahman, l'Essere Supremo e fonte ultima di ogni energia divina, con Brahma, il creatore del nostro universo particolare).
Il Brahmanesimo, che è la forma moderna della religione vedica si divide in rami, essi stessi divisi in varie correnti: · il Vishnuismo, o vaishnavismo, che si rapporta all'Uno in quanto Vishnu, o tramite uno dei suoi Avatar. I libri sacri sono il Bhāgavata-Purāna spesso chiamato Shrīmad-bhāghavatam, e la Bhagavad-Gītā. · lo Śivaismo, o shaivismo, che si rifà principalmente al culto di Śiva, divinità pre-vedica adorata inizialmente con il nome di Rudra, a cui è dedicato lo Śiva Purāna. · il Tantrismo che si suddivide in due o tre filoni secondo le classificazioni e il cui scopo è la realizzazione della shakti, l'energia vitale spesso associata a una forma di Devī, la Dea madre dai molti nomi (Kali, Durga, ecc.) Ciascuno di questi culti si pratica con i medesimi mezzi filosofici o di yoga, sono solo i loro metodi che differiscono. Questi culti non devono essere considerati come delle "chiese", perché non esiste alcun dogma, e perché le credenze individuali sono sempre rispettate. La maggior parte degli indù si considera non appartenente a nessuna "setta" in particolare. Ci sono altresì numerose organizzazioni riformatrici, come l'Arya Samaj ("Società degli Arya") che adottano il monoteismo e la fede nei Veda, ma respingono l'idolatria. I Vaishnava, che costituiscono approssimativamente l'80% degli indù di oggi, adorano uno dei tre più recenti avatar - o incarnazioni terrestri - di Vishnu come divinità principale. Il settimo avatar di Vishnu è Rama, l'ottavo è Krishna, e il nono cambia secondo le fonti: è identificato con Buddha nella grande maggioranza delle scuole, ma anche, più raramente e meno seriamente, con Gesù Cristo. L'integrazione di Buddha nel pantheon indù è comparsa tardi, probabilmente nell'VIII secolo; questo procedimento - in fin dei conti abbastanza ardito - è l'espressione della controriforma brahmanica al Buddhismo, iniziata nel II secolo AC. Alcuni riconoscono tutti i personaggi menzionati come veri avatar, aumentando così il numero tradizionale di dieci avatar (incluso Kalki, che apparirà alla fine dell'era presente, il Kali Yuga) fino a 27. La maggior parte degli indù restanti (il 20% del totale) sono Śivaiti; il resto si consacra a Shakti, o Ishvari, una delle cui forme è la dea Kali, una divinità benefica e terrifica al tempo stesso. Tuttavia, solitamente, il credente induista possiede nella propria dimora le rappresentazioni (murti) di molte di queste (ed altre) forme di Dio (Ishvara). Credenze e pratiche comuni all'induismo Benché l'induismo sia il nome comune di un insieme di culti diversi, ogni indù condivide un nucleo di valori comuni. La somma di questi valori identifica il credente indù. Credenze di base Nella estrema varietà dell'induismo si trovano dei valori comuni a tutti i credenti, ovvero: · la fede nel Dharma (Legge Cosmica, il modo in cui tutte le cose sono) · Saṃsāra (Reincarnazione, rinascita) · Karma (azione, il ciclo di causa-effetto) · la Moksha (liberazione, trascendenza) di ogni anima attraverso dei percorsi spirituali quali: o Bhakti (devozione) o Karma (inteso come azione personale) o Jñāna (Illuminazione, Conoscenza) · e naturalmente con la fede in Dio (Ishvara). La trasmigrazione dell'anima è regolata dal Karma: la filosofia del Karma è basata sulle azioni compiute dal soggetto, che resteranno impresse sulla sua anima (Ātman) dell'essere individuale (jiva), attraverso un ciclo di nascita e morte fino alla liberazione definitiva (moksha) La teoria seconda la quale ci si possa convertire all'Induismo è contestabile. Infatti l'Induismo non è una fede evangelica come il Cristianesimo o l'Islam essendo totalmente assente dagli scritti induisti il momento della conversione religiosa, per uno straniero l'essere o meno indù dipende dalla sua accettazione come parte della comunità induista. L'Induismo, infatti, riconosce come egualmente validi numerosi cammini spirituali. Peculiare è anche il fatto che, benché la mitologia indiana riconosca l'esistenza di esseri demoniaci (asura o rakshasa), opposti ai deva, la filosofia indiana non crede all'esistenza di un Diavolo, causa di tutto il male. Tale credenza diffama e sminuisce la perfezione e l'onnipotenza di Dio. Il male nel mondo è causato dall'ignoranza e dal libero arbitrio.
AUM, il suono primordiale
Om, il più importante simbolo religioso dell'induismo. Aum, solitamente translitterato in Om , è il simbolo più sacro dell'Induismo, il suono primordiale, sintesi di ogni preghiera, rituale o formula sacra. Ė un segno carico di un messaggio simbolico profondo: è considerato come la vibrazione divina primitiva (Pranava) da cui ha avuto origine l'universo manifesto; rappresenta quindi la base metafisica di tutte le esistenze, l'abbraccio e fusione di tutta la natura nella Verità Ultima. Viene utilizzato come prefisso (e talvolta come suffisso) nei mantra, e in quasi tutte le preghiere della tradizione induista. Il Dio multi-forme ed il Dio “Senza forma”
Secondo alcuni non è corretto parlare di "Dio" in un contesto
induista. Questo può essere vero solo in seguito ad un'analisi
superficiale, poiché tale termine, nella cultura hindu, può
riferirsi tanto alla totalità del Divino quanto ai Suoi singoli
aspetti: ad esempio, l'aspetto personale o quello impersonale,
l'aspetto creativo o quello distruttivo, l’aspetto femminile o
quello maschile, l’aspetto dolce o quello austero, l'aspetto
trascendente o quello immanente, e così via.
· Come ogni religione, l'induismo
ha fondato la sua fede su un rituale funebre particolare e su una
originale concezione della morte. L'induista crede nella reincarnazione
e nella vita dopo la morte, dal momento che il corpo è considerato un
mero involucro materiale temporaneo. Quando giunge il momento di
lasciare la vita, l'anima o Ātman abbandona il corpo. Se ha accumulato
karma attraverso troppe azioni negative, l'anima si incarna in un nuovo
corpo su un pianeta come la terra o inferiore, come l'inferno (Naraka),
per subire il peso delle sue malvage azioni. Se il suo karma è positivo,
vivrà come un essere divino, o deva, su uno dei mondi celesti (superiori
alla terra, come il paradiso o Svarga) nei quali sperimenterà grandi
piaceri spirituali, fino al momento in cui il suo karma positivo non
sarà esaurito; allora l'anima ritornerà in un altro corpo sulla terra,
facendo parte di una casta (o classe sociale) spiritualmente elevata.
Questo ciclo è chiamato SaMsāra. Quando il karma viene completamente
assolto, l'anima abbandona definitivamente il mondo fisico (fatto di
sofferenza, poiché soggetto a malattia, vecchiaia e morte) e può infine
raggiungere la liberazione, Moksha, ovvero l'unione con Dio. Ma per
realizzare questo obiettivo e spezzare il ciclo perpetuo di morte e
rinascita, l'indù deve vivere in maniera che il suo karma non sia né
negativo né positivo, ovvero agendo solo per dovere (Dharma), senza
scopi egoistici, ed offrendo a Dio il frutto delle proprie azioni, così
come prescrive la Bhagavad Gita; quest'ultima insegna vari metodi, o
Yoga, tramite cui giungere a questo risultato, lasciando all'individuo
la scelta del metodo che gli si addice di più, secondo le diverse scuole
di filosofia indiana. Oggi, il credente indù, dal momento che vive in
un'epoca estremamente materialista, chiamata Kali Yuga (lett. era delle
tenebre, l'era attuale, caratterizzata da una diffusa ignoranza
spirituale), preferisce scegliere sentieri spirituali semplici ed
efficaci, come ad esempio quello del Bhakti Yoga (la via della
devozione) o del Karma Yoga. I quattro stadi della vita Secondo la tradizione vedica, l'indù deve attraversare quattro stadi della vita o ashram (l'altro significato di questa parola designa un eremo di sannyasi). Questi quattro periodi della vita sono: 1. Il brâhmâcârya: il giovane indù, sotto la guida del suo maestro o guru, osserva un periodo di castità e di formazione, tanto profana quanto spirituale, durante la quale svilupperà il suo sapere e la sua virtù. 2. Il garhasthya: l'indù entra nella vita mondana, si sposa e fonda una famiglia, che è anche un dovere religioso. Durante questo periodo, ha il diritto di godere della vita, contemporaneamente imparando ad avere dominio di sé. 3. Il vânaprasthya: dopo aver compiuto il suo dovere sociale, l'indù lascia la sua famiglia, a cui ha lasciato mezzi di sussistenza, e va a vivere un periodo di studio delle scritture sacre nel "soggiorno nella foresta", praticandovi la meditazione e il digiuno. 4. Il samnyâsa: l'indù raggiunge lo stato di rinuncia, disinteressandosi dal mondo, e diviene un samnyasi. Distaccato dal mondo, può ritornare tra i suoi poiché non teme più le tentazioni materiali e potrà far partecipi coloro che lo circondano della sua esperienza e del suo sapere.
I quattro scopi della vita In parallelo ai quattro periodi della vita indù, l'induismo ritiene che esistano quattro scopi all'esistenza o purushārtha. Poiché i desideri umani sono naturali, ciascuno di questi scopi serve a perfezionare la conoscenza dell'uomo dal momento che, tramite il risveglio dei sensi e la sua partecipazione al mondo, ne scopre i princìpi. Ciò nonostante, l'indù deve guardarsi dall'essere affascinato da questi scopi, sotto la pena di errare senza fine nel ciclo del Saṃsāra. Gli scopi sono: 1. Artha o la ricchezza: l'uomo deve partecipare alla società creandosi un patrimonio e delle relazioni che saranno il frutto del suo lavoro. Deve fare attenzione però a non farsi ingannare dal fascino di una vita agiata, la quale deve venire usata per trarne un insegnamento. Il periodo del Grihastha è propizio al perseguimento di questo fine. 2. Kâma o il piacere: contrariamente alla tradizione cristiana, il piacere non è percepito come un male: è un dono della divinità. Nella mitologia induista, il dio Amore, Kāma, è la sorgente della creazione. Il Kama Sutra espone i mezzi per esaltare i sensi e far fiorire la vita di coppia. Grazie ai piaceri, il campo della conoscenza si allarga e l'atto amoroso ne è il culmine, in cui l'uomo e la donna non si distinguono più, ma formano un tutt'uno che ricrea l'unità divina. Il piacere deve essere diretto allo scopo di conoscere e non deve diventare uno stile di vita che condurrebbe a commettere degli atti immorali o contro il dharma. 3. Dharma o il dovere: il dharma deve dirigere tutti i quattro periodi della vita. Il dovere permette all'uomo di proseguire la propria vita sul retto cammino, conformandosi al diritto e alla morale che sono trascritti nel Dharma Sūtra o nel Manu-Samhitā detto anche Legge di Manu. 4. Moksha o la liberazione: durante i due ultimi periodi della vita dell'indù, questo ricerca Moksha. Si tratta in realtà dello scopo ultimo della vita, che può essere raggiunto attraverso mezzi differenti, come ad esempio il Bhakti Yoga.
La vita sociale-Le quattro classi della società
La società indù è
tradizionalmente divisa in quattro grandi classi o caste, basati
sulle professioni e sul guna da cui sono influenzati: I Templi
Un devoto di Śiva esegue la Puja
al Lingam, che ne è il simbolo. La non-violenza e la dieta vegetariana
Krishna insieme a Radha e una vacca [1]
La Shruti: I Veda I Veda sono considerati i testi religiosi più antichi del mondo, e vengono definiti in sascrito "Śruti" o "Shruti" (ciò che è stato ascoltato/rivelato). Si dice infatti che siano stati rivelati dallo Spirito Supremo (Brahman) o da Dio ai rishi, durante uno stato di meditazione profonda. I Veda sono stati tradizionalmente trasmessi oralmente da padre in figlio, da maestro (guru) a discepolo. Successivamente vennero trascritti da un saggio chiamato Vyāsa o Vyāsadeva, il compilatore. Sulla base di vari indizi e riferimenti interni ed esterni ai testi, i ricercatori hanno avanzato ipotesi molto diverse sulla datazione dei Veda, dal 5.000 al 1.500 a.C.
La Smriti: Le scritture post-vediche
I testi sacri più recenti
dell'induismo sono denominati "Smṛiti" o "Smriti" (ciò che è ricordato,
memoria, tradizione).
Purva-Mimamsa L'obiettivo principale della scuola del Purva Mimamsa è quello di stabilire con forza l'autorità dei Veda. Il contributo più rilevante della scuola, di conseguenza, è quello di avere formulato delle regole d'intepretazione dei Veda. I suoi aderenti hanno creduto fermamente che la vera conoscenza fosse provata con evidenza, ed hanno cercato di scoprire la base del ritualismo vedico attraverso la ragione. La Mimansa forma la base del ritualismo nell'induismo contemporaneo, che appare spesso affatto Yoga Nell'induismo lo Yoga è considerato come un modo per raggiungere degli scopi spirituali. La parola yoga, letteralmente, significa unione, ed è generalmente interpretata come l'unione con Dio, o come l'integrazione tra corpo, spirito e anima. Scopo dello yoga è il moksha o il samadhi. Lo yoga cerca di raggiungere la liberazione attraverso il distacco tra lo spirito dalla natura materiale (prakŗti), con la meditazione, gli esercizi fisici e spirituali. Le posture dello yoga (asana) sono considerate salutari. Uttara-Mimamsa o Vedānta La scuola dell’Uttara-Mimamsa (sanscrito "Uttara", posteriore), chiamata anche Vedānta, è probabilmente il pilatro centrale dll'induismo, ed è stata certamente responsabile di un nuovo insegnamento filosofico e meditativo, del rinnovamento e della rinascita dell'induismo e della filosofia indiana. Esistono sei sotto-scuole del vedānta, la più celebre delle quali è l'Advaita vedānta fondata da Adi Shankara. I Vaishnava, adoratori di Kṛṣṇa, seguono un'altra scuola del vedānta, l'"Acintya Bhedabheda", fondata da Caitanya Mahaprabhu, in forte disaccordo con l'Advaita Vedānta. L'induismo nel mondo
L’India, le Mauritius ed il
Nepal sono nazioni a maggioranza induista. Il Nepal è l'unica nazione in
cui l'induismo sia la religione ufficiale.
(dette Darshana).
Il Vedānta è uno dei sei sistemi ortodossi (darshana) della filosofia
indiana, nonché quello che costituisce la base della maggior parte delle
scuole moderne dell'Induismo. "Vedānta" significa in sanscrito la
"conclusione" (anta) o "summa" dei Veda, la letteratura sacra più antica
dell'India, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica
contenuta in questi testi, che accolgono tutta la Scienza sacra e
tradizionale induista. Il termine Vedānta si utilizza in riferimento
alle Upaniṣad, che erano elaborazioni dei Veda, ed alle scuole nate
dallo studio (Mimamsa) delle Upanisad. Così per Vedānta si intende anche
il Vedānta-Mimamsa (riflessione sul Vedānta), Uttara-Mimamsa
(riflessione sulla parte finale dei Veda) e Brahma-Mimamsa (riflessione
sul Brahman).
LE
SACRE SCRITTURE
DVAITA VEDANTA DARSHANA
Advaita. Teoria e pratica. di Dr Godavarisha Mishra
Introduzione La parola "Advaita" si riferisce ad un sistema di pensiero Vedantico che concepisce una Realtà Ultima non-duale. Sebbene Shankaracarya, vissuto alla fine del 7° secolo, sia il principale esponente di questo sistema, non è stato il primo a proporre questo pensiero. Il Vedanta rappresenta una parte fondamentale dei Veda e come indica il nome, significa l’ultima parte dei Veda. I Veda sono divisi in quattro parti: Samhita, Brahmana, Aranyaka, e Upanisad. L’ultima parte chiamata Upanisad è conosciuta anche come Vedanta. Comunque non tutte le Upanisad sono state scritte nello stesso periodo dal momento che alcune di esse riguardano la parte Aranyaka come la Taittiriya, mentre altre la parte dei Brahmana come la Brhadaranyaka. I Veda consistono di due parti; la prima è conosciuta come Karmakanda e la seconda come Jnanakanda. Il Jnanakanda è chiamato tradizionalmente Vedanta, ed è considerato la sorgente del pensiero Vedanta. Esistono diverse scuole di Vedanta. Perché sono così numerose? La risposta a questa domanda è che, attraverso esegesi testuali, la realtà è concepita in modi molteplici da i vari eminenti maestri (acaryas). Tutte le scuole Vedantiche concordano sul fatto che Brahman è la realtà suprema. Esse accettano anche i Veda come la sorgente della conoscenza del Brahman ma sono discordi nella loro concezione della natura dell’ultima realtà delineata nei Veda. Se i Veda contengono un gran numero di asserzioni sulla non-dualità o non-differenza, essi contengono anche un considerevole numero di affermazioni che sembrano asserire l’esistenza della dualità. Il primo tipo di asserzioni è conosciuto come abheda-sruti e il secondo come bheda-sruti. Tra i Vedantini, quelli che danno maggior importanza all’abheda-sruti sono gli Advaitin, e Shankara appartiene a questo gruppo. Gli Advaitin interpretano i passaggi della bheda-sruti in modo da soddisfare il loro concetto di realtà. Per gli Advaitin, il significato principale dei Veda risiede solo nei passaggi dell’abheda-sruti. Per la scuola dualistica di Madhva, avviene il contrario. Quest’ultima afferma che il significato più importante dei Veda risiede nella descrizione della diversità, (bheda). Nella sua visione i passaggi abheda sono secondari (gauna) e servono a mostrare la suprema qualità e la natura indipendente di Dio, Vishnu. Solo Dio è indipendente (svatantra) e tutto il resto, rappresentato da mondo e anime, è dipendente (paratantra) ed è solo così che assume significato. Un altro influente interprete dei testi del Vedanta è Ramanuja. Egli si distingue sia da Shankara che da Madhva sostenendo che entrambi le scritture bheda e abheda sono ugualmente significative. La sua interpretazione è conosciuta come bheda-abheda perché tenta di conciliare tutti i passaggi della Sruti. Per Ramanuja il Karmakanda è altrettanto importante che il Jnanakanda poiché formano un solo testo, (aikyashastra), quindi il Jnanakanda non ha alcuna superiorità sul Karmakanda come asseriscono Shankara ed altri Advaitin. Storicamente l’avvento di Ramanuja precede quello di Madhva. Le posizioni esegetiche del primo, che conferiscono un ugual peso ad entrambi le visioni, divennero comprensibilmente inaccettabili per Madhva, teista radicale. Ramanuja sostiene che Dio è differente dalle anime e dal mondo, anche se essi rappresentano il suo corpo (sarirasariribhava). Madhva apprezza il concetto di differenza proposta da Ramanuja ma lo ritiene un compromesso con la scuola Advaitia. Per Madhva la differenza deve essere totale, ed è su questo piano che egli presenta l’idea di una differenza su cinque livelli (pancabheda). Mentre la tradizione di Madhva non ebbe mai un gran seguito, in quanto seguiva la tradizione di Nathamuni e Yamuna, gli scritti di Ramanuja divennero il solido fondamento per tutte le scuole teistiche della tradizione Vaishnava, che si moltiplicarono successivamente. Dottrina di base dell’ Advaita Vedanta Il principio basilare dell’Advaita Vedanta è che non esiste altro che la suprema realtà non duale che è senza qualità o caratteristiche. Questa concezione di base della realtà causò la resistenza di Ramanuja: egli non accettava il concetto che si possa contemplare una realtà libera da distinzioni. Secondo lui non ci può essere alcun interesse nei confronti di qualcosa che è privo di caratteristiche. Così, affermare la realtà di qualcosa privo di attributi o qualità, è una contraddizione in termini. Un altro importante concetto dell’ Advaita Vedanta è quello di maya, che è identica all’ avidya. Maya è responsabile dell’apparenza di Brahman come Dio, come anima individuale e come mondo. I seguaci di Ramanuja non ammettono l’esistenza di maya. Per essi il concetto di maya è uno pseudo concetto del tutto privo di concretezza. Nel suo Mahapurvapaksha, Ramanuja elenca sei obiezioni al concetto Advaita di maya, e nel periodo Visishtadvaita post-Ramanuja, queste obiezioni aumentarono. Un terzo punto importante dell’Advaita è che lo stato di Dio e dell’anima sono illusori, mentre l’essenziale natura di entrambi è reale. Ramanuja e i Vaishnava non accettano che essi possano essere illusori. Un quarto concetto di base è quello che il mondo è sovrapposto a Brahman attraverso maya e che esso è né reale né non-reale ma indeterminabile (anirvacaniya). Per i pensatori Vaishnava il mondo è reale. Un quinto aspetto distintivo dell’Advaita Vedanta è che la diretta conoscenza della vera natura dell’anima individuale in quanto Brahman, è il solo mezzo per ottenere la liberazione. Al contrario i pensatori Vaishnava sostengono che con la sola conoscenza non si può ottenere la liberazione; se la conoscenza è necessaria, non è però sufficiente. La Conoscenza rimane incompleta in assenza di azione e devozione (karma e bhakti). Shankara afferma che il karma e la bhakti sono mezzi inferiori per quanto riguarda la liberazione e che soltanto la Conoscenza è il diretto canale per la liberazione. Il sesto principio dell’Advaita Vedanta è che la liberazione può essere ottenuta proprio adesso, proprio qui. Gli Advaitin credono in due forme di liberazione, in questa vita (Jivanmukti) e dopo la morte (Videhamukti). Al contrario le scuole Vaishnava accettano soltanto la Videhamukti. Lo studio di Dio (Isvara), dell’anima (jivas) e del mondo (jagat), è comune a tutte le scuole vedantiche. Le scuole teistiche considerano queste tre categorie come realtà separate. L’Advaita postula che esse sono la manifestazione di Brahman, che è pura coscienza non-duale. La Maya, sostengono gli Advaitin, nasconde la vera natura di Brahman e proietta il mondo, l’anima e Dio. Dio e le anime sono entità complesse costituite da un elemento senziente chiamato consapevolezza e di un elemento non senziente chiamato maya-avidya. L’essenziale natura di Dio è l’elemento senziente, coscienza, che è conosciuto come Brahman; quello del jiva è conosciuto come Atman. Il punto importante è che, sebbene lo stato di essere Dio o anima sia illusorio, la loro essenziale natura è reale. Al contrario il mondo non ha realtà indipendente ed è una semplice apparenza di Brahman attraverso maya come una corda che sembra un serpente a causa dell’ignoranza. Nell’Advaita, Dio è sempre consapevole della essenziale qualità come Brahman ed è pertanto sempre libero. Il jiva, che erroneamente identifica sé stesso con la mente, il corpo e gli organi di senso, ignora la sua natura essenziale e pertanto va incontro a trasmigrazione. Gli Advaitin affermano che il jiva è una identificazione errata, un prodotto dell’ignoranza, che può essere rimosso dall’esatta conoscenza che la sua reale natura è solo il Brahman. Da questa discussione si può vedere che il termine "Advaita" indica il Brahman che è privo di dualità e si riferisce anche alla scuola Vedantica che sostiene la non-dualità della realtà. Vorrei ora parlare di una tradizione Advaita o Advaya che era presente nel subcontinente Indiano molto prima dell’avvento dell’Acarya Shankara. L’autore dell’Amarakosa si riferisce al Buddha come Advayavadin, ed uno studio approfondito delle Mandukyakarika rivela una notevole influenza Buddista nella formulazione da parte di Gaudapada del Vedanta non duale. Nel suo commentario della Mandukyakarika, Shankara stesso non è molto critico nei confronti degli insegnamenti del Buddha. Comunque le sue critiche sono più pungenti nel suo commentario del Tarkapada in cui afferma che il Buddha portava avanti una tesi con vedute contraddittorie. Sebbene Shankara non sembri concordare con l’insegnamento del Buddha, questi deve aver avuto una qualche influenza sul suo pensiero. D’altra parte, analizzando il pensiero del Buddha, troviamo che anche lui è stato molto influenzato dalle Upanisad, anche se critica fortemente l’autorità dei Veda. Secondo la mia opinione, il desiderio del Buddha era quello di eliminare la parte dei Veda riferita al karmakanda e con esso i privilegi della casta dei Brahmini, dominante durante quel periodo. A parte questo, il suo insegnamento può facilmente essere riportato alle Upanisad. Infatti Gaudapada ipotizzò l’esistenza di una distinta ideologia Buddhista esistente all’interno delle Upanisad, e cercò una riconciliazione tra le Upanisad ed il Buddhismo. Dopo Gaudapada fu l’Acarya Shankara che tentò di ricodificare l’Advaita con l’aiuto della logica e delle scritture. Egli affermò che il Buddhismo si oppone sia alle scritture che alla ragione ed è pertanto inattendibile come schema soteriologico. Nel suo commentario del primo verso del quarto capitolo della Mandukyakarika, Shankara interpreta il termine dvipadam varam come Vishnu sebbene, osservando il contesto, sarebbe stato più appropriato definirlo come Buddha. Vale la pena di ricordare che la dottrina di maya era prevalente nel periodo pre-Gaudapada. Sadyojyotis, uno studioso dello shivaismo del Kashmir, critica questa dottrina senza menzionare una sola volta Gaudapada o Shankara. Forse questa dottrina è evidente nelle stesse Upanisad. Questo è sicuramente il punto di vista di Shankara riguardo a tutti i dogmi menzionati sopra. La tradizione di Shankara è Upanisadica come egli ci ricorda molte volte nel suo Bhasya: "Asmakam tu aupanisadam darsanam." Nel suo Mandukyakarika Bhasya, Shankara descrive il termine Advaita come "advaitam caturtham manyante sa atma sa vijneyah." Nel suo Siddhantabindu, Madhusudana Sarasvati definisce l’Advaita come "nasti dvaitam yatra." Egli ritiene che per controbattere i Madhyamika che parlano di una entità non-dualistica chiamata "shunya," [vuoto] è necessario usare "yatra" per chiarire che il Brahman è libero da dualità. Come già detto, Madhyamika parla di shunya come realtà non duale poiché in tale sistema non c’è necessità di alcun substrato. Nell’Advaita Vedanta, la definizione di non-dualità è sensibilmente diverso giacchè la parola "yatra" indica il concetto di Brahman. Il semplice uso di parole come "eka" o "aikya" non bastano ad indicare il non-dualismo Vedantico dal momento che un numero di scuole Vaishnavava parla della suprema realtà come eka, essendo Vishnu la sola realtà. Pertanto la parola Advaita sembra essere più appropriata per un puro sistema non-duale che non accetta alcuna dualità nella sua comprensione dell’Ultima Realtà. Infatti, entrambe le tradizioni Advaita e Visishtadvaita operano nella dualità e nella non dualità. Esse sono duali e non-duali allo stesso tempo, con differenze che sorgono dall’enfasi posta da parte degli acaryas. Anche Shankara deve combattere col mondo della dualità almeno per evidenziare l’importanza dell’insegnamento Vedantico. Non è certo per i jivanmukta che Shankara scrisse i suoi commentari, ma per il bene delle persone che sono ancora nel mondo della dualità e cercano ancora la liberazione. E’ solo per loro che l’intera tradizione assume significato. Per certi aspetti anche la tradizione Visishtadvaita è non dualistica dal momento che accetta Vishnu come realtà suprema. Il punto cruciale tra la tradizione Advaita e Visishtadvaita è quello dell’accettazione o meno della dottrina di maya. Il famoso maestro Vaishnava Caitanya, non vuole entrare nella questione e rifiuta del tutto di stigmatizzare la Realtà. Per lui la suprema realtà è oltre il pensiero (acintya). Così osserviamo che queste due scuole del Vedanta includono entrambe dimensioni duali e non-duali nel loro sistema filosofico. Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che entrambi insegnino la stessa cosa, giacché le loro posizioni filosofiche finali non possono facilmente coesistere. Darshana Advaita ‘Drs,’ la radice della parola darshana, significa “vedere”. Nella tradizione Advaita, implica la diretta realizzazione della realtà o Brahman (prameya), libero da ogni ostacolo (Darshanam nama pratibandharahitam pratyaksajnanam). Il Darshana è senza dubbio libero da errore e indipendente da ogni interferenza (samsaya rahitam, viparyayarahitam anumanaanapeksam jnanam). Il Darshana inoltre che riguarda la diretta conoscenza del proprio sè è il Brahman. Il concetto di darshana include il sistema filosofico attraverso il quale tale conoscenza viene trasmessa per es. metodi pedagogici, interpretazioni, ragionamenti, etc. A causa della sua enfasi sulla Conoscenza, l’epistemologia è particolarmente importante nella filosofia dell’Advaita Vedanta. Veramente gli Advaitin, sebbene ciò possa essere detto per la maggior parte dei pensatori indiani, ritengono che l’accertamento di un prameya, un oggetto di conoscenza, dipende totalmente dallo strumento di conoscenza utilizzato. Secondo l’Advaita Vedanta, il più importante prameya da conoscere corrisponde al più alto oggetto desiderabile dall’uomo (purushartha), che è Brahman. Secondo il pensiero Indiano la vita, considerata in tutti i suoi aspetti, dovrebbe tendere verso il raggiungimento del più alto scopo dell’uomo, che è la liberazione. Così il darshana Advaita è orientato ai valori più alti e fin dai suoi inizi ha stabilito con successo una relazione tra valori ed azioni. Tra i valori che esso riconosce, come dharma, artha, kama and moksha, i primi tre hanno un valore estrinseco, essendo strumentali alla moksha, che è il solo valore intrinseco. Moksha o liberazione ha un valore assoluto perché si identifica con la pura esistenza (sat), coscienza (cit), e beatitudine (ananda). Gli Advaitin sono inflessibili sul fatto che questa è la rivelazione Upanisadica (Sruti) che ha come solo scopo la conoscenza di Brahman, che culmina nella liberazione. Se la Sruti è sacra in quanto conduce alla liberazione, la sua autorità non è inflessibile nel senso che non vincola perennemente gli uomini. Certamente la Sruti cessa di vincolare colui che ha raggiunto lo stato di Brahman. Una volta che la verità è svelata, dice l’Upanisad, i Veda divengono non-Veda (Manadhina meyasiddhih yatra vedah avedah bhavanti). Una volta che si è ottenuta la consapevolezza, non esiste religione al mondo la cui rivelazione cancelli tale autorità. Dal momento che nell’Advaita Vedanta l’intero mondo è sostanzialmente falso (jagatmithya), la Sruti come insegnamento è a sua volta falso. Ma la Sruti mantiene comunque la capacità di definire ciò che è falso. Nessuno sostiene che la parola “acqua” non possa infatti indicare la sostanza “acqua”. La Sruti può svolgere un compito simile, con l’evidente differenza che l’oggetto cui si riferisce non è esperibile dai sensi. Quando un oggetto giace all’interno della sfera dei sensi, una volta che è stato conosciuto, le parole che hanno condotto alla sua conoscenza hanno perduto la loro utilità. E’ in tal senso che la Sruti dichiara che, con la comparsa della Conoscenza, i Veda divengono Aveda. Si ritiene comunemente che Shankara sia il primo esponente dell’Advaita. Ciò è assolutamente falso dal momento che, come già detto, Gaudapada era stato un autorevole esponente della tradizione Advaita. Inoltre anche alcune delle Upanisad più antiche elencano i nomi degli esponenti tradizionali del Vedanta. Si dice che il signore Narayana sia stato il primo istruttore di Brahma-vidya. Brahma era suo discepolo. A sua volta Brahma insegnò questa sapienza a suo figlio Vasistha. Successivamente questa conoscenza fu trasmessa a Sakti, Parasara, Vyasa, e Suka, in un passaggio di padre in figlio. Non essendo sposato, Suka trasmise la Brahma-vidya al suo discepolo Gaudapada. Shankara ricevette questa conoscenza tradizionale di Brahman da Gaudapada. I principali contributi letterali di Shankara sono stati i suoi commentari delle principali Upanisad, del Brahmasutra, e della Bhagavadgita. E’ difficile conoscere con certezza tutto quel che riguarda la vita ed il lavoro di Shankara in quanto non esistono fonti biografiche attendibili su di lui. Le varie biografie disponibili sono in massima parte poco più che racconti leggendari. E neanche è possibile accertare le date sulla vita di Shankara dalla letteratura disponibile presso i suoi mathas. Eppure, cercando di comprendere la vita di Shankara e il suo pensiero, non dobbiamo isolarlo dalla sua epoca. La figura storica di Shankara non è separabile dalla società nella quale visse ed i suoi lavori possono essere compresi soltanto in riferimento ai movimenti religiosi e culturali dell’India del 7°, 8° secolo. E’ in tale periodo che il Buddhismo iniziò rapidamente il suo declino ed iniziò ad affermarsi la religione Smarta-pauranika. Bhakti e Tantra, logica astratta e polemiche metafisiche, nuove vie di devozione e codici sociali si svilupparono poco a poco. Ed è contro tale ambiente che Shankara presentò, in maniera inimitabile, la perenne filosofia Advaita di cui egli era il massimo esponente. I suoi scritti divennero l’autorevole interpretazione non-duale del Vedanta. Shankara non ha mai sostenuto che l’ Advaita Vedanta fosse adatto ad un insegnamento diffuso. Cercò di chiarire gli insegnamenti del Vedanta attraverso speculazioni sui concetti cruciali quali pravrtti dharma e nivrtti dharma, Nirguna Brahman e Saguna Brahman, vyavahara and paramartha, etc. Ebbe anche il merito, secondo la mia opinione, di armonizzare jnana, karma, e bhakti, temi scottanti in quel tempo. I suoi scritti permettono la coesistenza della fede con la ragione e con l’esperienza spirituale. Infatti la dottrina dell’identità tra il sè ed il Brahman necessita di fede nella Sruti, di opere in accordo con la Sruti, e di esperienza personale. Shankara utilizza una varietà di processi ermeneutici per interpretare la Sruti e per spazzare via i pregiudizi filosofici dell’aspirante in maniera da rendere possibile l’esperienza di Brahman. L’analisi del fenomeno di autoconoscenza è forse il più importante di tutti i processi utilizzati nei suoi scritti. A tale riguardo egli utilizza due principi di base: a) che il soggetto non può mai diventare oggetto e b) che il Reale non può mai essere negato. E’ su tali principi assiomatici che egli parla della coscienza empirica e dell’esistenza come falsa o illusoria, essendo la Pura Coscienza presente in tutti gli esseri, la sola realtà che è stata, è e sarà.
VAISNAVISMO: Storia e Filosofia Della Coscienza Di Krishna
Storia e Filosofia Della Coscienza Di Krishna Dalle Origini Ai Giorni Nostri
di MATSYA AVATARA DASA
Alla civiltà vedica, altamente stimata ed apprezzata da insigni studiosi di scienze umanistiche in tutto il mondo, ieri come oggi viene riconosciuto ufficialmente uno dei posti più autorevoli nella storia della civiltà umana. Questa civiltà, detta Brahminica, dal nome della classe sociale che ne era alla guida, ha lasciato in eredità alla storia umana un patrimonio culturale di inestimabile valore in termini di conoscenza fisica, metafisica e spirituale; scienze, arti e religione. Questa civiltà, fin dai primordi, ha fatto perno sulla saggezza divina, Sruti (*1), impartita da Dio in Persona, Krishna, nel momento stesso della creazione di quest'Universo, al signore Brahma, il primo essere creato. Tramandata da questi a suo figlio, il celebre saggio e devoto Narada, quest'ultimo la trasmise, fra gli altri, ad un suo discepolo, Vyasadeva, il quale risiedeva in una località santa, Badrinath, sulle vette dell'Himalaya.
A partire dalla creazione dell'universo materiale in poi, fino all'avvento dell'era di Kali, l'epoca in cui viviamo (iniziata cinque-mila anni or sono), la scienza della realizzazione spirituale, quale strumento trascendentale per lo sviluppo della Coscienza di Dio, di Krishna, è stata un bene comune, un immenso, inesauribile patrimonio a disposizione di tutta l'umanità. Da maestro a discepolo, oralmente, l'insegnamento spirituale, con la pratica dell'ascolto e del racconto, ha pervaso e infuso di grazia divina milioni di anni di storia umana. Centinaia di migliaia di specie umane, per migliaia di generazioni, su infiniti pianeti negli universi materiali, hanno vissuto le loro avventure esistenziali, fra tragedie e trionfi, alla ricerca della perfezione, della liberazione dalle leggi ineluttabili della nascita e della morte, imposte dalla poderosa macchina della natura materiale. Nel corso di milioni di anni, l'umanità, con tutti i suoi limiti e l'enorme potenzialità, seguendo le preziose istruzioni della conoscenza rivelata dei Veda, ha modellato la propria storia fino a tempi relativamente recenti.
Alla vigilia dell'avvento di Kali-yuga, il grande saggio Mahamuni Vyasadeva, colmo di compassione per le anime sfortunate di quest'era di ipocrisia e discordia, prevedendo con visione divina la disastrosa condizione delle generazioni future, per salvare e garantire intatto il sapere trascendentale, mise per iscritto ciò che fino ad allora era stato tramandato oralmente: il sapere per eccellenza, la conoscenza vedica, la scienza della realizzazione spirituale.
Questa conoscenza dei Veda è giunta fino a noi dagli yuga (*2) precedenti, attraverso quattro principali linee discipliche, dette Sampradaya, che prendono il nome dai loro rispettivi iniziatori: Brahma-gaudiya sampradaya, Laksmi o Sri-Sampradaya, Rudra-sampradaya e Sanaka o Hamsa-sampradaya. Il sapere spirituale di queste quattro vie della trascendenza, soprattutto nel corso dell'ultimo millennio, è stato tramandato intatto fino alla nostra generazione da cinque importanti scuole di Vaisnavismo (*3), tuttora seguite da oltre trecentocinquanta milioni di fedeli che adorano Dio come il Signore Visnu o Krishna. Queste cinque scuole di trascendenza, il cui unico scopo è la diffusione della coscienza di Dio, Krishna, sono conosciute con il nome dei loro rispettivi acarya e fondatori, e sono: la scuola di Ramanuja, Madhva, Nimbarka, Vallabha e Sri Caitanya.
Vediamo ora alla luce della storia le loro rispettive realizzazioni mistiche, poiché seppure in armonia fra loro, ciascuna scuola ha sviluppato un particolare rasa (o relazione personale con la divinità), una sua dottrina filosofica e differenze culturali rispetto alle altre. Descriviamo quindi ciò che queste scuole hanno sperimentato e insegnato.
LA SCUOLA DI RAMANUJA
Ramanuja-acarya è stato il primo a formalizzare il pensiero e l'adorazione delle Divinità nel movimento bhakti (*4) nel Sud dell'India, iniziato da un gruppo di devoti mistici detti Alvar. Nel dodicesimo secolo egli compilò importanti testi conformi ai Veda, stabilendo canoni per l'adorazione delle Divinità nel tempio, che ancora oggi formano le basi della maggior parte dei sistemi di adorazione vaisnava. Le sue scuole o asram. dette "Sri vaisnava", si trovano soprattutto nel Sud dell'India. Ramananda. un importante maestro spirituale apparso successivamente in questa scuola, predicò l'amore per Sita-Rama e diffuse il culto della bhakti nel Centro e nel Nord dell'India. La filosofia di questa scuola è un monismo ben definito, vishishtadvaita, che insegna: benché ogni cosa sia connessa a Dio, ci sono differenze reali fra: il Signore, le anime e il creato.
LA SCUOLA DI MADHVA
I monasteri e i santuari di adorazione, fondati da Madhvacarya nel tredicesimo secolo, si trovano principalmente nell'India occidentale e sono mantenuti con cura da numerosi seguaci. Come altri prominenti capi vaisnava, anche Madhva fece i primi studi sotto la guida di un insegnante della scuola impersonalista di Sankara, rimanendone insoddisfatto. In seguito, ispirato dalla bhakti, chiese ed ottenne di diventare discepolo di Srila Vyasadeva, divenendo successivamente uno dei più prolifici scrittori e filosofi vaisnava. La filosofia di questa scuola è detta dvaita, dualismo, e Madhvacarya sottolinea con enfasi le differenze fra Dio, il mondo e le anime. Il suo dualismo è quasi una contrapposizione al monismo di Sankara, in quanto Madhva ignora virtualmente ogni concetto di unità quando viene inteso come una fusione con l'assoluto. Le anime sono di differenti qualità: sattva, raja e tama. La sua filosofia è singolare in quanto insegna che non tutte le anime otterranno la liberazione, alcune soffriranno la dannazione eternamente.
LA SCUOLA Dl NIMBARKA
Nimbarka Swami, nel quattordicesimo secolo, spianò la strada affinché si affermasse in maniera popolare e diffusa l'adorazione di Sri Sri Radha-Krishna. Ad oggi, il movimento da lui fondato, è probabilmente il più piccolo fra i vari rami della tradizione vaisnava. La maggior parte dei suoi seguaci è stanziata nel Centro-Nord dell'India, nell'area di Mathura-Vrindavana, nel Rajasthan e in Bengala. Nimbarka Swami è stato il primo ad identificare il Supremo Brahman nella coppia divina di Sri Sri Radha-Krishna. La sua filosofia è dvaita-advaita, dualità nella differenza, una posizione che si pone tra il monismo di Sankara, che nega il mondo nel suo insieme e il dualismo radicale di Madhvacarya. Nimbarka Swami tratta l'unità dell'esistenza e le differenze come due verità, senza porre enfasi su nessuna delle due. La materia e le anime sono considerate parti o energie di Dio, che non sono tutt'uno, né distinte, né separate da Lui.
LA SCUOLA DI VALLABHA
Questo movimento è molto prominente nel Nord-Ovest e nel Nord dell'India, anche nella regione di Mathura-Vrindavana. Vallabhacarya, un brahmana Telegu del quindicesimo secolo, a differenza di tutte le altre scuole vaisnava, non fondò alcun ordine monastico. Egli insegna che ogni cosa nel mondo è buona e riflette qualche parte della bellezza di Dio. La filosofia di Vallabha conosciuta è come suddha-advaita, puro monismo. Egli non identifica Dio e la creazione come Brahman privo di forma e di qualità, alla maniera di Sankara. Insegnando invece che ciascuna cosa nel mondo è unita a Dio come Persona, e che Egli possiede forma e qualità , saguna brahman. La sua posizione è simile a quella di Ramanujacarya, ad eccezione che Vallabha vede tutto come Krishna, o immediatamente ed intimamente in relazione a Lui. Questa scuola vede ogni cosa come un riflesso di Dio e quindi buona.
LA SCUOLA DI SRI CAITANYA
Il movimento di Sri Caitanya Mahaprabhu, nel sedicesimo secolo, concluse il rinascimento della bhakti iniziato da Sri Ramanujacarya nel XII secolo. Sri Caitanya enfatizzò l'importanza di glorificare Dio invocando i Suoi santi Nomi, specialmente con il canto di gruppo, con altri devoti, tale pratica è chiamata sankirtana. La sua scuola ha fondato la maggior parte dei templi e luoghi di pellegrinaggio nell'area di Mathura-Vrindavana e la Sua influenza si è diffusa per tutta l'India, specialmente nel Nord e Nord-Est. La filosofia esposta da Sri Caitanya Mahaprabhu e dai Suoi primi discepoli insegna che ogni cosa in questo mondo è simultaneamente e inconcepibilmente una e differente da Dio, acintya-bedha-ahedha-tattva. Il potere mistico permette a Dio di essere contemporaneamente immanente e trascendente, che corrisponde a come i devoti sperimentano la relazione con Lui, rispettivamente nella Sua presenza o assenza. Sri Krishna, con la Sua consorte Radha, è adorato come Amante Divino, è circondato da amici e amiche intime, moltitudini di devoti, nell'infinita varietà di forme delle anime liberate, che gioiscono eternamente di questo amore con Dio nel mondo spirituale. La bhakti è vista come un'evoluzione progressiva, attraverso cinque stadi, nella relazione con Dio: neutralità, servizio, amicizia, sentimenti di genitori, amore coniugale.
Quest'ultima scuola, fra tutte, riveste un carattere singolare ed eccezionale: in accordo alle Scritture vediche e alla testimonianza di innumerevoli saggi e anime liberate, il Signore Supremo nell'era di Kali, discende nel mondo materiale assumendo la forma di un puro devoto di Krishna divenendo famoso col nome di Sri Caitanya Mahaprabhu, il Sommo Maestro. Questa particolare manifestazione di Dio fra gli uomini detta avatara, colui che discende, ha svolto un'opera dagli effetti dirompenti nella società del Suo tempo. Scavalcando il rigido e artificiale sistema delle caste, Sri Caitanya, detto anche Gauranga per il colore dorato della Sua carnagione, ha reso accessibile a tutti in maniera estremamente efficace, genuina e semplice, il puro amore per Krishna, gettando le fondamenta della storia devozionale dei prossimi dieci millenni, aprendo un periodo aureo, eccezionalmente fortunato per il progresso spirituale di tutto il pianeta, che sarà conosciuto con il nome di Era Caitanya (*5). Il messaggio di Sri Caitanya Mahaprabhu ebbe un grande seguito fra la gente dei Suoi tempi, ovunque il Signore Si recasse, folle oceaniche, lo seguivano e lo acclamavano cantando i santi Nomi di Krishna. Sri Caitanya ebbe molti discepoli ricchi di profonda spiritualità, fra cui i sei Gosvami di Vrindavana, sante personalità di asceti filosofi che hanno lasciato un incalcolabile tesoro di letteratura spirituale sul tema della bhakti. Il maestro spirituale di questo gruppo, Srila Rupa Gosvami, incaricato da Dio stesso, Sri Caitanya Mahaprabhu, di diffondere il culto dell'amore per Radha-Krishna, diede nuova vita ad una già antica tradizione devozionale che ebbe grande seguito di devoti, chiamati rupanuga o seguaci di Rupa Gosvami.
Il sentimento e la filosofia della bhakti hanno continuato nei secoli successivi a ispirare una grande quantità di talenti, esercitando poderosi stimoli su grandi personalità che hanno poi trasmesso alla società il messaggio trascendentale nella forma di teatro, musica, poesia, narrativa, filosofia, arti e scienze. In questo breve articolo, per mancanza di spazio, mi risulta purtroppo impossibile rendere adeguato merito ai molti eminenti santi vaisnava che hanno illuminato questi ultimi secoli, ciò nonostante non posso fare a meno di menzionare alcuni grandi acarya, maestri spirituali di enorme rilievo per la loro opera di diffusione del vaisnavismo in India e in Occidente: Thakura Bhaktivinoda, filosofo e poeta, nato in India nella prima metà del secolo scorso in una famiglia agiata, ricoprì a lungo la carica di magistrato, ma la sua devozione per Caitanya Mahaprabhu, lo rese famoso come santo e scrittore prolifico. Egli fu il primo a scrivere opere sulla bhakti in lingua inglese, facendo così penetrare il messaggio del Signore Caitanya ai massimi livelli della cultura internazionale. La sua vita e le sue opere hanno influenzato spiritualmente personalità del suo tempo, in patria e all'estero. Bhaktisiddhanta Sarasvati Goswami, figura ascetica di santo e fervente predicatore, nacque a Puri, in India, nella seconda metà dell'ottocento. Egli fondò oltre cento templi vaisnava, iniziò numerosi discepoli, pubblicò in gran quantità i più importanti libri sulla bhakti e diede vita a due importanti riviste periodiche, divenute molto famose: l'Harmonist e Hari-Toshanam, in cui tratta sistematicamente e filosoficamente tutti i temi più rilevanti della bhakti come scienza e stile di vita per l'intera società umana. Un suo discepolo, uno degli ultimi anelli in questa catena disciplica, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, nato a Calcutta nel 1896, dopo aver vissuto la prima parte della propria vita in famiglia, poi gradualmente, mosso a compassione per la condizione di disperata povertà spirituale in cui si trova l'umanità, spinto dal desiderio di soddisfare l'ordine ricevuto anni addietro dal suo maestro spirituale, di predicare il messaggio di Krishna in Occidente, nel 1965, all'età di sessantanove anni, si imbarca per l'America. Senza mezzi economici né appoggi sicuri, dopo un viaggio tormentoso, traversando i mari di mezzo mondo, approda a Boston. Alcuni mesi dopo, nel tentativo di predicare la coscienza di Krishna a un grande pubblico, si trasferisce a New York, dove conduce una vita di ristrettezze, prove e sacrifici.
L'anno successivo, nel 1966, con i suoi primi seguaci, fonda il movimento Hare Krishna. Nella metropoli americana, a quel tempo capitale della controcultura degli anni sessanta, nel calderone in ebollizione della protesta giovanile, sinceri ma confusi ideali di pace si manifestavano con il movimento hippy, i miti delle droghe psichedeliche, del sesso e della musica rock. Fù in quest'atmosfera di forti pulsioni ideali e di trasformazioni sociali di massa che Srila Prabhupada fondò la I.S.K.CON., Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna, che, sotto la sua guida esperta e sicura, ben presto come un luminoso fiore di loto puro e immacolato emerge al di sopra della palude che lo ha generato, il movimento Hare Krishna crebbe e si propagò velocemente in tutto il mondo, dando benefici, con l'antica scienza della bhakti, a milioni di per sone, ormai smarrite nella foresta dell'illusione e prese negli ingranaggi dell'arida vita materiale. A.C. Bhaktivedanta Swami, chiamato reverenzialmente dai suoi discepoli Srila Prabhupada, ha lasciato questo mondo mortale a Vrindavana, il 14 Novembre 1977. In soli undici anni, dalla fondazione del movimento alla sua scomparsa, ha predicato ininterrottamente in tutto il mondo la Coscienza di Krishna, ha iniziato alla vita spirituale più di cinquemila discepoli, ha aperto oltre cento templi nei cinque continenti e ha tradotto più di sessanta libri sulla bhakti.
Al momento attuale, la I.S.K.C.ON., conta nel mondo più di quattrocento templi e numerosi villaggi, fattorie, comunità rurali, centri di predica, scuole, musei, ristoranti, stazioni radio, studi televisivi e case editrici che pubblicano autentica letteratura vedica in più di sessanta lingue. Inoltre, numerosi periodici, riviste e altri strumenti di comunicazione permettono oggi di mantenere viva e diffondere fra la gente questa preziosissima scienza di realizzazione spirituale, la quale, grazie alla compassione e alla misericordia di Krishna e del Suo puro devoto Srila Prabhupada, è giunta intatta fino alla nostra generazione.
Note: 1) .Sruti: ascolto. In questo caso il sapere spirituale acquisito con l'ascolto. 2) Yuga: epoca storica. 3) Vaisnavismo: Filosofia della bhakti praticata dai vaisnava, cioè dai devoti del Signore Vistiti o Krishna. 4) Bhakti: amore o devozione per Dio, Sn Krishna. 5) Era di Sri Caitanya: epoca storica di dieci millenni, a partire dal Suo avvento, 1486 d.c.., particolarmente propizia per la realizzazione spirituale. Per maggiori informazioni al riguardo i lettori sono consigliati di consultare la Sri Caitanya-caritamrita, opera di un santo del sedicesimo secolo, tradotta da Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, edita dalla BBT Italia.
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