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DVAITA - ADVAITA
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Darshana

darshana: le sei dottrine ortodosse vediche,
che sono: Vedanta, Yoga, Sankhya, Mimamsa, Nyaya e Vaisheshika. Non sono
considerati come sistemi a se stanti ma come punti di vista della stessa
idea
Induismo
L'Induismo è la più antica delle
principali religioni del mondo e con più di 900 milioni di fedeli, è
attualmente la terza più diffusa, dopo il Cristianesimo, che conta circa
2 miliardi di fedeli (un miliardo di cattolici, 500 milioni di
protestanti, 240 milioni di ortodossi, 275 di altri), e l'Islamismo, che
supera il miliardo.
Tentativo di definizione

Un uomo esegue abluzioni nel Gange a
Varanasi (Benares), India.
L'induismo o più correttamente
Sanātana Dharma (all'incirca "Eterna legge morale") è più un modo di
vivere e di pensare che una religione organizzata. Storicamente, la
parola "indù" non faceva riferimento a un sistema di credenze religiose:
il termine, di origine persiana, indicava semplicemente coloro che, dal
punto di vista dei persiani abitavano dall'altra parte dell'Indo. Dopo
la colonizzazione britannica, il termine fu impiegato per indicare un
insieme variabile di fatti religiosi.
Nel 1966 la Corte suprema dell'India ha
definito il quadro della "fede indù" sui seguenti principi:
1.
l'accettazione rispettosa dei Veda come la più alta autorità
riguardo agli argomenti religiosi e filosofici, e l'accettazione
rispettosa dei Veda da parte dei pensatori e filosofi indù come base
unica della filosofia indù;
2.
lo spirito di tolleranza e di buona volontà per comprendere e
apprezzare il punto di vista dell'avversario, basato sulla rivelazione
che la verità possiede molteplici apparenze;
3.
l'accettazione, da parte di ciascuno dei sei sistemi di filosofia
indù, di un ritmo dell'esistenza cosmica che conosce periodi di
creazione, di conservazione e di distruzione, periodi, o Yuga che si
succedono senza fine;
4.
l'accettazione da parte di tutti i sistemi filosofici indù della
fede nella rinascita e preesistenza degli esseri.
5.
il riconoscimento del fatto che i mezzi o i modi di raggiungere
la salvezza sono molteplici;
6.
la comprensione della verità che, per quanto grande possa essere
il numero delle divinità da adorare, si può essere indù e non credere
che sia necessario adorare le murti (rappresentazioni) delle divinità;
7.
a differenza di altre religioni o fedi, la religione indù non è
legata a un insieme definito di concetti filosofici.
Secondo un altro punto di vista, un
"indù" è colui che crede alla filosofia esposta nei Veda (lett.
"sapere", "conoscere"). I Veda sono forse le scritture religiose più
antiche del mondo e il loro insegnamento di base è che la vera natura
dell'uomo è divina. Dio, o il Brahman (come è di solito chiamata
la matrice metafisica di tutto ciò che esiste) è presente in ogni essere
vivente. La religione è dunque una ricerca e una conoscenza di sé, una
ricerca del divino presente in ogni individuo. I Veda dichiarano che
nessuno ha bisogno "di essere salvato", perché nessuno non è mai
condannato; nel peggiore dei casi, si vive nell'ignoranza della propria
vera natura divina.
Il
Vedānta riconosce che ci sono molti approcci diversi a
Dio, e tutti sono validi. Non importa quale genere di pratica
spirituale si conduca, poiché ognuna conduce al medesimo stato di
realizzazione del Sé. Così i Vedānta insegnano il rispetto di tutte le
credenze e si distinguono dalla maggior parte delle altre fedi maggiori
per il loro forte incoraggiamento alla
tolleranza verso questi diversi sistemi di fede.
In
sanscrito, il termine Sindhu indica in senso generale una
distesa d'acqua (un mare, o un lago), ed in particolare il fiume
Indo. Gli
Arya chiamavano il proprio territorio Sapta Sindhu, la
terra dei sette fiumi (tra i quali appunto l'Indo), con
un'espressione attestata numerose volte nel
Rig-veda. Il suono /s/ in
persiano antico diventa /h/, e così nell'Avesta
Sapta Sindhu diventa Hapta Hindhu. La regione a est del fiume
Indo diventa così l'Hindustan, e i suoi abitanti sono chiamati "hindu"
da
Arabi e Persiani e, più tardi, da
Greci e
Romani. L'utilizzo del termine hindu nell'accezione di "abitanti
dell'India", probabilmente a causa dell'influenza iraniana, è attestato
in alcuni testi medioevali in sanscrito, quali Bhavishya Purâna,
Kâlikâ Purâna, Merutantra, Râmakosha,
Hemantakavikosha ed Adbhutarûpakosha.
L'induismo è definito anche "arya dharma", la religione degli
Arya (e quindi nobile) e "Vaidika Dharma", la religione dei Veda.
La tradizione induista
Dare una definizione veritiera di
induismo sembra un'impresa azzardata, tanto il concetto è complesso e
multiforme. È dunque preferibile passare in rassegna l'induismo
attraverso le sue idee e le sue pratiche. L'induismo esiste attualmente
su due piani differenti, il primo basato puramente sulla fede e il
secondo basato sulla filosofia, anche se spesso i due piani si
incrociano.
·
Il piano filosofico:
Si contano tradizionalmente sei antiche
astika o scuole di filosofia ortodosse (ortodosse perché
accettano l'autorità dei Veda), dette
Darshana o Shad Dharshana (le Sei Darshana):
Nyaya,
Vaisheshika,
Samkhya,
Yoga, Purva Mimamsa (o semplicemente
Mimamsa) e Uttara Mimamsa (o
Vedānta). Le nastika, o scuole non ortodosse, che non
sono qui trattate, sono il
giainismo, il
buddismo, il
chârvâka, e l'ateismo
antico classico dell'India che confuta l'esistenza dell'anima o Ātman.
·
Il piano della fede:
Contrariamente all'opinione popolare, il
vero induismo non è né
politeista né
monoteista, ma è propriamente una religione
enoteista. Le diverse divinità e
Avatar adorati dagli indù sono considerati come diverse forme
dell'Uno, il Dio Supremo, o Brahman, che adotta per rendersi accessibile
all'uomo (si presti attenzione a non confondere Brahman, l'Essere
Supremo e fonte ultima di ogni energia divina, con
Brahma, il creatore del nostro universo particolare).
|
Si può tracciare un
parallelo interessante tra la
trinità
cristiana e le tre divinità principali del Pantheon
induista, che prendono il nome di
Trimurti:
Brahma,
Vishnu e
Śiva. Sono i tre aspetti fondamentali del Divino, così
come l'onda
e il
fotone sono due aspetti della luce. Brahma rappresenta
il creatore, Vshnu
il conservatore e Śiva il distruttore all'interno del ciclo
dell'esistenza. Spesso la Trimurti è venerata come un'unica
deità, così come nella tradizione giudeo-cristiana di parla
di Dio "Uno e Trino" al tempo stesso. |
Il Brahmanesimo, che è la forma
moderna della religione vedica si divide in rami, essi stessi divisi in
varie correnti:
·
il
Vishnuismo,
o
vaishnavismo, che si rapporta all'Uno in quanto
Vishnu, o tramite uno dei
suoi
Avatar. I libri sacri sono il
Bhāgavata-Purāna spesso chiamato Shrīmad-bhāghavatam, e la
Bhagavad-Gītā.
·
lo
Śivaismo, o shaivismo, che si rifà principalmente al culto di
Śiva, divinità pre-vedica adorata inizialmente con il nome di
Rudra, a cui è dedicato lo
Śiva
Purāna.
·
il
Tantrismo che si suddivide in due o tre filoni secondo le
classificazioni e il cui scopo è la realizzazione della
shakti, l'energia vitale spesso associata a una forma di
Devī, la
Dea madre dai molti nomi (Kali,
Durga, ecc.)
Ciascuno di questi culti si pratica con
i medesimi mezzi filosofici o di yoga, sono solo i loro metodi che
differiscono. Questi culti non devono essere considerati come delle
"chiese", perché non esiste alcun
dogma, e perché le credenze individuali sono sempre rispettate. La
maggior parte degli indù si considera non appartenente a nessuna "setta"
in particolare. Ci sono altresì numerose organizzazioni riformatrici,
come l'Arya Samaj ("Società degli Arya") che adottano il
monoteismo e la fede nei Veda, ma respingono l'idolatria.
I Vaishnava, che costituiscono
approssimativamente l'80% degli indù di oggi, adorano uno dei tre più
recenti avatar - o incarnazioni terrestri - di Vishnu
come divinità principale. Il settimo avatar di Vishnu
è
Rama, l'ottavo è Krishna, e il nono cambia
secondo le fonti: è identificato con
Buddha nella grande maggioranza delle scuole, ma anche, più
raramente e meno seriamente, con
Gesù Cristo. L'integrazione di Buddha nel pantheon indù è comparsa
tardi, probabilmente nell'VIII
secolo; questo procedimento - in fin dei conti abbastanza ardito - è
l'espressione della controriforma brahmanica al
Buddhismo, iniziata nel
II secolo AC. Alcuni riconoscono tutti i personaggi menzionati come
veri avatar, aumentando così il numero tradizionale di dieci avatar
(incluso
Kalki, che apparirà alla fine dell'era presente, il
Kali Yuga) fino a 27.
La maggior parte degli indù restanti (il
20% del totale) sono Śivaiti; il resto si consacra a
Shakti, o
Ishvari, una delle cui forme è la
dea
Kali, una divinità benefica e terrifica al tempo stesso. Tuttavia,
solitamente, il credente induista possiede nella propria dimora le
rappresentazioni (murti)
di molte di queste (ed altre) forme di
Dio (Ishvara).
Credenze e pratiche comuni
all'induismo
Benché l'induismo sia il nome comune di
un insieme di culti diversi, ogni indù condivide un nucleo di valori
comuni. La somma di questi valori identifica il credente indù.
Nella estrema varietà dell'induismo si
trovano dei valori comuni a tutti i credenti, ovvero:
·
la fede nel
Dharma (Legge Cosmica, il modo in cui tutte le cose sono)
·
Saṃsāra (Reincarnazione,
rinascita)
·
Karma (azione, il ciclo di causa-effetto)
·
la
Moksha (liberazione, trascendenza) di ogni anima attraverso
dei percorsi spirituali quali:
o
Bhakti (devozione)
o
Karma (inteso come azione personale)
o
Jñāna (Illuminazione,
Conoscenza)
·
e naturalmente con la fede
in Dio (Ishvara).
La trasmigrazione dell'anima è regolata
dal Karma: la filosofia del Karma è basata sulle azioni
compiute dal soggetto, che resteranno impresse sulla sua anima (Ātman)
dell'essere individuale (jiva),
attraverso un ciclo di nascita e morte fino alla liberazione definitiva
(moksha)
La teoria seconda la quale ci si possa
convertire all'Induismo è contestabile. Infatti l'Induismo non è una
fede evangelica come il
Cristianesimo o l'Islam
essendo totalmente assente dagli scritti induisti il momento della
conversione religiosa, per uno straniero l'essere o meno indù dipende
dalla sua accettazione come parte della comunità induista. L'Induismo,
infatti, riconosce come egualmente validi numerosi cammini spirituali.
Peculiare è anche il fatto che, benché
la mitologia indiana riconosca l'esistenza di esseri demoniaci (asura
o
rakshasa), opposti ai
deva, la filosofia indiana non crede all'esistenza di un
Diavolo, causa di tutto il male. Tale credenza diffama e sminuisce
la perfezione e l'onnipotenza di
Dio. Il male nel mondo è causato dall'ignoranza e dal
libero arbitrio.
AUM, il suono primordiale

Om,
il più importante simbolo religioso dell'induismo.
Aum,
solitamente
translitterato in Om , è il
simbolo più sacro dell'Induismo, il suono primordiale, sintesi di
ogni preghiera, rituale o formula sacra. Ė un segno carico di un
messaggio simbolico profondo: è considerato come la vibrazione divina
primitiva (Pranava)
da cui ha avuto origine l'universo
manifesto; rappresenta quindi la base
metafisica di tutte le esistenze, l'abbraccio e fusione di tutta la
natura nella Verità Ultima.
Viene utilizzato come prefisso (e
talvolta come suffisso) nei
mantra, e in quasi tutte le preghiere della tradizione induista.
Il Dio multi-forme ed il Dio
“Senza forma”
Secondo alcuni non è corretto parlare di "Dio" in un contesto
induista. Questo può essere vero solo in seguito ad un'analisi
superficiale, poiché tale termine, nella cultura hindu, può
riferirsi tanto alla totalità del Divino quanto ai Suoi singoli
aspetti: ad esempio, l'aspetto personale o quello impersonale,
l'aspetto creativo o quello distruttivo, l’aspetto femminile o
quello maschile, l’aspetto dolce o quello austero, l'aspetto
trascendente o quello immanente, e così via.
Questa tendenza a racchiudere in simbologie aspetti tra loro opposti
e complementari spiega l'apparente contraddizione tra le varie forme
di Dio venerati nell'Induismo. Ciò si riflette nel sistema delle
murti (raffigurazioni di Dio o dei Suoi aspetti): per fare alcuni
esempi, Devi (ossia l'aspetto materno/femminile di Dio), a seconda
dell'aspetto che si vuole considerare, viene chiamata Kali (aspetto
terrifico della Madre Divina che, per amore del devoto, distrugge i
demoni) oppure Bhavani (aspetto creativo della Madre Divina, lett.
"Colei che dà la vita"); e, allo stesso modo, Śiva (l'aspetto
paterno/maschile di Dio) viene chiamato a seconda dei casi Hara
(lett. Distruttore) o Shankara (lett. Benefico).
I Veda descrivono il Brahman (/brəh mən/) come la Realtà Ultima,
l'Anima Assoluta ed Universale. Il Brahman, un panteistico Spirito
Cosmico, è indescrivibile, incorporeo, originale, infinito,
assoluto, trascendente ed immanente, eterno. È il principio ultimo
che non ha avuto inizio, non ha una fine, è nascosto in tutte le
cose ed è la causa, la fonte, la materia e l'effetto di tutta la
creazione conosciuta e sconosciuta. Esso rappresenta la base del
manifesto e dell'immanifesto, uno stato indifferenziato di puro
essere, eternità e beatitudine,, situato al di là di qualsiasi
speculazione filosofica o moto devozionale. La personalità che si
cela dietro il Brahman è è conosciuta come Parabrahman (Brahman
superiore).
Solitamente, con “Dio” in un contesto induista ci si riferisce al
Dio-persona (generalmente chiamato Ishvara, che significa “il
Signore Supremo”), o Bhagavan) il Dio con una Sua individualità, con
degli attributi, con Nomi e Forme (in sanscrito, nama-rupa), il Dio
dotato di tutti i poteri, al tempo stesso immanente e trascendente,
il Dio che per amore dell’uomo si incarna ed impartisce gli
insegnamenti necessari per ottenere la realizzazione spirituale.
Ishvara (nelle sue innumerevoli forme e nomi) costituisce l’aspetto
supremo di Dio presso i principali culti devozionali (Bhakti o
Bhakti Yoga) monoteisti, ovvero Śivaismo (monoteismo di Śiva),
Vaishnavismo (monoteismo di Viṣṇu / Kṛṣṇa) e Shaktismo (monoteismo
di Devi, la Madre Divina, chiamata anche Shakti). È importante
sottolineare, tuttavia, che nessuno di questi culti nega l’esistenza
o la validità delle altre forme/nomi divini; ciò che varia in ognuno
di essi è soltanto l’aspetto peculiare (di Dio) su cui ci si vuole
focalizzare, per farne oggetto di devozione.
Secondo la scuola di pensiero del Vedānta, in particolare secondo la
filosofia Advaita (filosofia della non dualità), esiste un substrato
metafisico di tutto ciò che esiste - su tutti i piani, grossolano,
sottile e causale - un vero e proprio supporto situato al di là di
ogni individualità, sia che essa riguardi l'anima individuale (detta
Jiva) o quella universale (Ishvara, o Dio-persona). Questo substrato
si trova oltre il mondo dei nomi e delle forme, ed è appunto il
Brahman.
Il potere divino, l'energia di Dio è manifestata nella Shakti. Pur
tuttavia, il Dio e l'energia divina sono indivisibili ed unitari.
Oltre al Dio, nella tradizione induista esistono numerosi Deva, Dei,
semidei o esseri celesti.
Il ciclo della vita
· Come ogni religione, l'induismo
ha fondato la sua fede su un rituale funebre particolare e su una
originale concezione della morte. L'induista crede nella reincarnazione
e nella vita dopo la morte, dal momento che il corpo è considerato un
mero involucro materiale temporaneo. Quando giunge il momento di
lasciare la vita, l'anima o Ātman abbandona il corpo. Se ha accumulato
karma attraverso troppe azioni negative, l'anima si incarna in un nuovo
corpo su un pianeta come la terra o inferiore, come l'inferno (Naraka),
per subire il peso delle sue malvage azioni. Se il suo karma è positivo,
vivrà come un essere divino, o deva, su uno dei mondi celesti (superiori
alla terra, come il paradiso o Svarga) nei quali sperimenterà grandi
piaceri spirituali, fino al momento in cui il suo karma positivo non
sarà esaurito; allora l'anima ritornerà in un altro corpo sulla terra,
facendo parte di una casta (o classe sociale) spiritualmente elevata.
Questo ciclo è chiamato SaMsāra. Quando il karma viene completamente
assolto, l'anima abbandona definitivamente il mondo fisico (fatto di
sofferenza, poiché soggetto a malattia, vecchiaia e morte) e può infine
raggiungere la liberazione, Moksha, ovvero l'unione con Dio. Ma per
realizzare questo obiettivo e spezzare il ciclo perpetuo di morte e
rinascita, l'indù deve vivere in maniera che il suo karma non sia né
negativo né positivo, ovvero agendo solo per dovere (Dharma), senza
scopi egoistici, ed offrendo a Dio il frutto delle proprie azioni, così
come prescrive la Bhagavad Gita; quest'ultima insegna vari metodi, o
Yoga, tramite cui giungere a questo risultato, lasciando all'individuo
la scelta del metodo che gli si addice di più, secondo le diverse scuole
di filosofia indiana. Oggi, il credente indù, dal momento che vive in
un'epoca estremamente materialista, chiamata Kali Yuga (lett. era delle
tenebre, l'era attuale, caratterizzata da una diffusa ignoranza
spirituale), preferisce scegliere sentieri spirituali semplici ed
efficaci, come ad esempio quello del Bhakti Yoga (la via della
devozione) o del Karma Yoga.
·
I quattro stadi della vita
Secondo la tradizione vedica, l'indù
deve attraversare quattro stadi della vita o
ashram (l'altro significato di questa parola designa un eremo di
sannyasi). Questi quattro periodi della vita sono:
1.
Il brâhmâcârya: il giovane indù, sotto la guida del suo
maestro o
guru, osserva un periodo di castità e di formazione, tanto profana
quanto spirituale, durante la quale svilupperà il suo sapere e la sua
virtù.
2.
Il garhasthya: l'indù entra nella vita mondana, si sposa e
fonda una famiglia, che è anche un dovere religioso. Durante questo
periodo, ha il diritto di godere della vita, contemporaneamente
imparando ad avere dominio di sé.
3.
Il vânaprasthya: dopo aver compiuto il suo dovere sociale,
l'indù lascia la sua famiglia, a cui ha lasciato mezzi di sussistenza, e
va a vivere un periodo di studio delle scritture sacre nel "soggiorno
nella foresta", praticandovi la meditazione e il digiuno.
4.
Il samnyâsa: l'indù raggiunge lo stato di rinuncia,
disinteressandosi dal mondo, e diviene un
samnyasi. Distaccato dal
mondo, può ritornare tra i suoi poiché non teme più le tentazioni
materiali e potrà far partecipi coloro che lo circondano della sua
esperienza e del suo sapere.
|
Oggi, le due ultime tappe
non sono più praticate che da un piccolo numero di persone,
avendo gli indù trovato nel
Bhakti Yoga un mezzo più semplice e più sicuro di
liberarsi del mondo, dedicandosi all'amore verso Dio. |
I quattro scopi della vita
In parallelo ai quattro periodi della
vita indù, l'induismo ritiene che esistano quattro scopi all'esistenza o
purushārtha. Poiché i
desideri umani sono naturali, ciascuno di questi scopi serve a
perfezionare la conoscenza dell'uomo dal momento che, tramite il
risveglio dei sensi e la sua partecipazione al mondo, ne scopre i
princìpi. Ciò nonostante, l'indù deve guardarsi dall'essere affascinato
da questi scopi, sotto la pena di errare senza fine nel ciclo del
Saṃsāra. Gli scopi sono:
1.
Artha
o la ricchezza: l'uomo deve partecipare alla società creandosi un
patrimonio e delle relazioni che saranno il frutto del suo lavoro. Deve
fare attenzione però a non farsi ingannare dal fascino di una vita
agiata, la quale deve venire usata per trarne un insegnamento. Il
periodo del Grihastha è propizio al perseguimento di questo fine.
2.
Kâma o il piacere:
contrariamente alla tradizione
cristiana, il piacere non è percepito come un male: è un dono della
divinità. Nella
mitologia induista, il dio Amore, Kāma, è la sorgente della
creazione. Il
Kama Sutra espone i mezzi per esaltare i sensi e far fiorire la vita
di coppia. Grazie ai piaceri, il campo della conoscenza si allarga e
l'atto amoroso ne è il culmine, in cui l'uomo e la donna non si
distinguono più, ma formano un tutt'uno che ricrea l'unità divina. Il
piacere deve essere diretto allo scopo di conoscere e non deve diventare
uno stile di vita che condurrebbe a commettere degli atti immorali o
contro il
dharma.
3.
Dharma o il dovere: il
dharma deve dirigere tutti i quattro periodi della vita. Il dovere
permette all'uomo di proseguire la propria vita sul retto cammino,
conformandosi al diritto e alla morale che sono trascritti nel
Dharma Sūtra o nel
Manu-Samhitā detto anche Legge di Manu.
4.
Moksha o la liberazione:
durante i due ultimi periodi della vita dell'indù, questo ricerca
Moksha. Si tratta in realtà dello scopo ultimo della vita, che può
essere raggiunto attraverso mezzi differenti, come ad esempio il
Bhakti Yoga.
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La
svastikā, più conosciuta con il nome di croce uncinata,
è il simbolo stesso dei quattro periodi e scopi della vita.
Questo segno, di origine molto antica, si ritrova in molte
civiltà e simboleggia la rivoluzione del sole e le forze
cosmiche. I quattro bracci simboleggiano gli oggetti e le
stagioni della vita che convergono verso il medesimo centro,
chiamato
Q bindu. Questo punto
centrale, che rappresenta l'etere, il quinto
elemento, si irradia sugli altri quattro, così come sui
punti cardinali, sugli scopi e sulle stagioni della vita
umana. Comprendere questo simbolo e meditarvi permette di
realizzare l'unità dell'universo e di Dio. |
La vita sociale-Le quattro classi
della società
La società indù è
tradizionalmente divisa in quattro grandi classi o caste, basati
sulle professioni e sul guna da cui sono influenzati:
· Brahmana, sacerdoti ed insegnati (Sattva guna)
· Kshatrya, re, guerrieri ed amministratori (Rajas)
· Vaishya, agricoltori, mercanti, uomini d'affari (Rajas e Tamas)
· Shudra, servitori ed operai (Tamas)
Queste classi sono chiamate varna, ed il sistema sociale è il Varna
Vyavastha
In India si ritiene che la società è organizzata secondo
l'equilibrio del dharma. Questa organizzazione permette
l'armonizzazione dei rapporti tra gli uomini e di definire i doveri
che spettano loro. Questa preoccupazione per l'equilibrio ha
un'origine dottrinale, perché essa corrisponde, di fatto, al
simbolismo dei Guna, o qualità/sapori. Ai tre Guna corrispondono i
tre colori che sono ciascuno associato ad una casta.
All'origine, l'indù non nasce in una casta: acquisterà la sua casta
in funzione del ruolo e delle responsabilità che sarà condotto a
ricoprire. Molti testi mitologici denunciano l'usurpazione del
titolo di brahmino da parte di certi personaggi che, sotto la
copertura della nascita, approfittano di uno status importante senza
compiere i propri doveri.
Non è chiaro se il sistema delle caste sia o meno parte integrante
dell'induismo: i testi Shruti ne fanno raramente menzione, il
sistema è invece regolato dai testi Smriti. In precedenza, il
sistema era basato esclusivamente sulla professione, e vi sono
decine di esempi di matrimoni tra differenti varna e di cambi di
professione. Più tardi (sembra intorno 900 a.C., ma gli storici
avanzano differenti ipotesi), invece, il sistema diventò rigido e
basato sullo status acquisito per nascita. Succesivamente, con lo
sviluppo di numerose sotto-caste e di una casta di intoccabili (Dalit)al
di fuori del Varna Vyavastha, è nato il sistema delle caste così
come lo conosciamo oggi. In seguito alle invasioni e alla
colonizzazione britannica, la regola si è fatta ancora più stretta a
vantaggio delle caste superiori, relegando i shudra alla posizione
di dominati. Dopo l'indipendenza del 1947, anche grazie all'opera di
Gandhi, vengono emanate molte leggi per sradicare il sistema delle
caste, ma ancora oggi esistono diversi pregiudizi, soprattutto nei
confronti degli "intoccabili".
Questo sistema, che sembra arcaico, è tuttavia pur sempre simile a
quello in vigore nelle società occidentali: in genere, sono pochi
gli uomini di umile estrazione che riescono ad arrivare ai piani
alti della società. In Occidente, tuttavia, l'organizzazione sociale
non è dogmatica, ma pratica, e il suo sentimento di incomprensione
si spiega per la sua assimilazione all'antico sistema feudale
europeo. Si ignora spesso che questo sistema, che si ritrova anche
nel regno animale, come nelle formiche, e nell'organizzazione della
famiglia, è evolutivo e che si adatta di fatto all'evoluzione
sociale: che il sistema sia aristocratico, teocratico, proletario o
borghese si ritrova una gerarchia simile che le crisi e le fratture
sociali illustrano.
I Templi
Un devoto di Śiva esegue la Puja
al Lingam, che ne è il simbolo.
I templi indù (i Mandir) hanno ereditato dei riti e delle tradizioni
antiche e molto elaborate, ed occupano uno spazio speciale all'interno
della società indiana. Normalmente sono dedicati ad una divinità
principale e a delle alle divinità subalterne, associate alla divinità
principale. Alcuni templi sono tuttavia dedicati a divinità multiple.
Quasi tutti i templi maggiori sono costruiti in accordo con gli agama
shastra, e sono meta di pellegrinaggio. Per molti indù, i quattro
Shankaracharya (i responsabili dei monasteri di Badrinath, Puri,
Sringeri et Dwarka - quattro tra i monasteri più sacri- e per alcuni
anche un quinto, quello di Kanchi) sono considerati come i principali
"patriarchi" dell'induismo.
Il tempio è un luogo per ricevere il darshan (la visione della
divinità), per la puja, per la meditazione e per altre attività
religiose. Il puja, o adorazione, è generalmente rivolta ad una murti
(statua o icona nella quale si invoca la presenza divina),
congiuntamente a canti e preghiere sotto forma di mantra. L'adorazione
delle murti è fatta quotidianamente all'interno dei templi, e fa parte
integrante della bhakti. La maggior parte delle case indù ha una stanza
o uno spazio consacrato per l'adorazione quotidiana e la meditazione
religiosa.
La non-violenza e la dieta
vegetariana
![Krishna insieme a Radha e una vacca [1]](dvaita_file/image005.jpg)
Krishna insieme a Radha e una vacca [1]
Ahimsâ è un concetto che raccomanda la non-violenza e il rispetto per
tutte le forme di vita. Il termine ahimsâ compare per la prima volta
nelle Upaniṣad e nel Raja Yoga, è la prima delle cinque yama, o voti
eterni, le restrizioni dello Yoga.
Molti induisti praticano il vegetarismo come una forma di rispetto per
ogni forma di vita. Esso inoltre è raccomandato per le sue virtù
purificatrici (sattva) come un modus vivendi sano e igienico. Al giorno
d'oggi, secondo le stime, il 30% della popolazione indù adotta una dieta
vegetariana, questa è molto praticata soprattutto dalle comunità
ortodosse dell'India del Sud, in alcuni stati del Nord come Gujarat, e
in molti eremi di brahmana. Questa dieta è basata principalmente su
latte e vegetali, qualcuno evita anche l'aglio e la cipolla poiché si
crede abbiano proprietà rajasiche, vale a dire passionali.
Gli indù che mangiano la carne (pollo, montone, pesce e capra) per lo
più si astengono dal consumo di carne di mucca, e qualcuno si astiene
anche dall'utilizzo di prodotti come il cuoio. La maggior parte degli
indù considera infatti la mucca come il miglior esempio della
benevolenza degli animali e, poiché è l'animale più apprezzato per il
latte, è riverita e rispettata come una madre. Di conseguenza non
stupisce il fatto che nella maggior parte di città sante indù sia
vietata la vendita di carne di mucca (spesso di qualsiasi tipo di carne)
e che esistano dei divieti sull'abbattimento delle mucche in quasi tutti
gli Stati dell'India. La pratica (piuttosto rara) di sacrificare delle
capre o altri animali nei templi della Dea madre è scomparsa a causa
delle critiche degli altri indù.
Il Vedismo: le origini dell'Induismo
Restano pochissime informazioni sull'Induismo primitivo. I documenti più
antichi conosciuti sono i Veda, che si ritiene siano stati codificati
nella loro forma attuale secoli prima delle prime versioni scritte note
e trasmessi con esattezza per tradizione orale. I testi più antichi sono
scritti in una variante arcaica di sanscrito, e presentano delle
somiglianze con i testi dello Zoroastrismo. Di fatto, il sanscrito e l'avestico,
la lingua dello Zoroastrismo, sono lingue molto vicine. L'età dei Veda e
l'origine dei loro autori sono dei soggetti controversi, sebbene appaia
chiaro che la religione vedica avesse tratti molto arcaici, strettamente
connessi con l'arcaica società indoeuropea.
Le scritture sacre
Le scritture sacre dell'India antica si classifica in tre categorie: i
Veda, le scritture della religione vedica, da cui deriva l'induismo
moderno, le scritture induiste post-vediche, e le scritture dei
movimenti dissidenti come il jainismo ed il buddhismo. Questi ultimi
testi costituiscono una reazione ai Veda, ma vi restano fortemente
legati in termini di insegnamenti e di concezione generale della vita.
Qui verranno esaminate solo le prime due categorie.
I Veda sono considerati i
testi religiosi più antichi del mondo, e vengono definiti in sascrito "Śruti"
o "Shruti" (ciò che è stato ascoltato/rivelato). Si dice infatti che
siano stati rivelati dallo Spirito Supremo (Brahman) o da Dio ai rishi,
durante uno stato di meditazione profonda. I Veda sono stati
tradizionalmente trasmessi oralmente da padre in figlio, da maestro
(guru) a discepolo. Successivamente vennero trascritti da un saggio
chiamato Vyāsa o Vyāsadeva, il compilatore. Sulla base di vari indizi e
riferimenti interni ed esterni ai testi, i ricercatori hanno avanzato
ipotesi molto diverse sulla datazione dei Veda, dal 5.000 al 1.500 a.C.

Una pagina del Rig Veda
Secondo la visione induista tradizionale, i Veda sono senza inizio
né fine, e le verità in essi contenute sono eterne, e non sono
creazioni umane, a differenza degli insegnamenti di Buddismo e
Giainismo.
La tradizione vuole che i Veda siano stati suddivisi in quattro
parti dal grande rishi di nome Vyasa, ovvero Rig Veda, Yajur Veda,
Sama Veda e Atharva Veda.
Il Rig-Veda contiene dei mantra per invocare i deva per il rito del
sacrificio del fuoco (Yajña); il Sama-Veda contiene dei canti per lo
stesso sacrificio; lo Yajur-Veda contiene delle istruzioni per la
celebrazione di riti; l'Atharva-Veda comprende dei carmi filosofici
e semi-magici (contro i nemici, le malattie, e gli errori commessi
durante i riti).
Ciascuno è diviso in quattro sezioni:
· Samhitâ: mantra e inni
· Brâhmana: testi liturgici e rituali
· Âranyaka: la sezione teologica
· Upaniṣad: la sezione speculativa
I Veda sono testi pieni di misticismo e di allegorie. Molte scuole
filosofiche come l'Advaitismo incoraggiano ad interpretarli
filosoficamente e metaforicamente, ma a non prenderli troppo alla
lettera. Il suono dei mantra è considerato purificante, e per tale
motivo c'è un'attenzione rigorosa per l'erudizione e la pronuncia
corretta.
La religione vedica, in particolare durante il suo periodo arcaico,
era differente dall'induismo attuale per numerosi aspetti, tra i
quali, ad esempio, il riferirsi alle donne come autorità religiose
(con l'esistenza di donne rishi), l'apparente mancanza della
credenza nella reincarnazione, ed un pantheon differente (con Indra
a capo degli Dei).
La Smriti: Le scritture
post-vediche
I testi sacri più recenti
dell'induismo sono denominati "Smṛiti" o "Smriti" (ciò che è ricordato,
memoria, tradizione).
Mentre la letteratura "Shruti" è scritta in sanscrito vedico, la Smriti
è scritta in sanscrito classico (di difficile comprensione e soggetto
quindi ad interpretazione), maggiormente semplice e comprensibile, o in
prâkrit, la "lingua comune". Maggiormente accessibili a tutti, la
letteratura Smriti ha conosciuto una grande popolarità in all'interno di
tutta la società indiana sin dalle origini. Anche oggi la maggior parte
del mondo induista ha maggiore familiarità con la Smriti, divulgata
anche attraverso telefilm, film, rappresentazioni, balletti, dipinti,
sculture, racconti, ed altre forme artistiche, a differenza di una
Shruti divenuta di esclusiva pertinenza dei brahmana. La Smriti, con le
sue storie di re, eroi e Dei, corrisponde dunque alla letteratura
popolare, ed assolve ad una funzione didattica e divulgativa, malgrado,
in caso di apparente contraddizione, la Shruti venga riconosciuta come
prioritaria.
La letteratura Smriti comprende:
· Le Itihasa: le epopee del Râmâyana e del Mahâbhârata, che racchiude al
suo interno la famosa Bhagavad-Gita
· I Purâna: diciotto maggiori (Maha Purana) e diciotto minori (Upa
Purana)
· Gli Âgama: 28 trattati teologici, completati dagli Upâgama (Âgama
minori) e dai
· Darshana, testi filosofici.
Anche i Dharmashâstra (Libri della legge) fanno parte della Smriti.
La filosofia dell'induismo
Peculiare dell'induismo è il suo intimo legame con la filosofia e con la
scienza in generale (sia scienze sociali che fisiche). Contrariamente
all'Occidente, in cui infatti numerosi furono i conflitti ed i punti di
attrito tra Scienza e Religione, l'induismo accetta e digerisce ogni
nuova scoperta, inglobandola nel proprio sistema filosofico.
In un testo di mitologia sono così presenti informazioni di teologia,
astronomia, filosofia e molto altro ancora: leggere un Purāna (ad es. il
Bhâgavata-purâna) è prima di tutto leggere un'enciclopedia.
Gli studiosi distinguono due filoni filosofici principali: le filosofie
astika, che riconoscono l'autorità dei Veda (ossia le sei darshana:
Samkhya, Nyaya, Vaisheshika, Purva Mimamsa, Yoga e Vedānta), e le
filosofie nastika, che invece li respingono (Giainismo, Buddhismo,
Chârvâka ed Ateismo).
L'obiettivo principale della scuola del
Purva Mimamsa è quello di
stabilire con forza l'autorità dei Veda. Il contributo più rilevante
della scuola, di conseguenza, è quello di avere formulato delle regole
d'intepretazione dei Veda. I suoi aderenti hanno creduto fermamente che
la vera conoscenza fosse provata con evidenza, ed hanno cercato di
scoprire la base del ritualismo vedico attraverso la ragione. La Mimansa
forma la base del ritualismo nell'induismo contemporaneo, che appare
spesso affatto
Nell'induismo lo
Yoga è considerato come un modo per raggiungere degli scopi
spirituali. La parola yoga, letteralmente, significa unione,
ed è generalmente interpretata come l'unione con Dio, o come
l'integrazione tra corpo, spirito e
anima. Scopo dello yoga è il
moksha o il
samadhi. Lo yoga cerca di
raggiungere la liberazione attraverso il distacco tra lo spirito dalla
natura materiale (prakŗti),
con la meditazione, gli esercizi fisici e spirituali. Le posture dello
yoga (asana)
sono considerate salutari.
La scuola dell’Uttara-Mimamsa
(sanscrito "Uttara", posteriore), chiamata anche
Vedānta, è probabilmente il pilatro centrale dll'induismo, ed è
stata certamente responsabile di un nuovo insegnamento filosofico e
meditativo, del rinnovamento e della rinascita dell'induismo e della
filosofia indiana. Esistono sei sotto-scuole del vedānta, la più celebre
delle quali è l'Advaita
vedānta fondata da
Adi Shankara. I
Vaishnava, adoratori di
Kṛṣṇa, seguono un'altra
scuola del vedānta, l'"Acintya Bhedabheda", fondata da
Caitanya Mahaprabhu, in forte disaccordo con l'Advaita Vedānta.
L'induismo nel mondo
L’India, le Mauritius ed il
Nepal sono nazioni a maggioranza induista. Il Nepal è l'unica nazione in
cui l'induismo sia la religione ufficiale.
L'Asia del Sud Est è diventata in larga parte induista dopo il III
secolo, e fece parte dell'Impero Chola intorno al XI secolo. Quest'inlfuenza
ha lasciato numerose tracce architettoniche, come la famosa città-tempio
di Angkor Vat o tracce culturali come le danze del Bharata Natyam e del
Kathakali. L'isola di Bali è a maggioranza induista, nel mezzo
dell'arcipelago indonesiano, a maggioranza islamica. La stessa Indonesia
ha conservato come proprio simbolo nazionale Garuda, il gigantesco
uccello che trasporta Viṣṇu.
Si trovano altresì minoranze induiste in molti paesi: Bangladesh (11
milioni), Myanmar (2,1 milioni), Sri Lanka (2,5 milioni), Stati Uniti
(1,7 milioni), Pakistan (1,3 milioni), Sud Africa (1,2 milioni), Gran
Bretagna (1,2 milioni), Malesia (1,1 milioni), Canada (0,7 milioni),
Fiji (0,5 milioni), Trinidad e Tobago (0,5 milioni), Guyana (0,4
milioni), Paesi Bassi (0,4 milioni) e Suriname (0,2 milioni).
![Krishna insieme a Radha e una vacca [1]](dvaita_file/image005.jpg)
La filosofia induista è tradizionalmente concepita attraverso sei
differenti sistemi o darshana (dalla radice sanscrita drs, cioè "vedere"
- traducibile letteralmente come punto di vista), che tentano nel
periodo classico dell'India (dal 550 a.C. al 1000 d.C. circa) di
riorganizzare ed interpretare l'immensa mole di informazioni prodotta
dal periodo precedente: il periodo Vedico.
Più che altro il darshana rappresenta, così come indica il suo
significato etimologico, un "punto di vista", ossia una possibilità di
approccio ad uno o più degli aspetti filosofici, devozionali, metafisici
e ritualistici emersi in un'epoca che affonda le sue radici nel mito.
Ogni dharshana rappresenta quindi un punto di vista metafisico della
filosofia indiana, scaturito dalla sapienza vedica: nessun darshana,
cioè, inventa autonomamente un sistema, ma produce un approccio
particolare ad un tema o aspetto già apparso nei Veda.
• 1 Le Sei Scuole di Pensiero Vediche
1.1 Samkhya
1.2 Nyaya
1.3 Vaisheshika
1.4 Yoga
1.5 Purva Mimamsa (Mimamsa)
1.6 Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta
1.6.1 Monismo: Advaita Vedānta
1.6.2 Monismo qualificato: Vishishtadvaita
1.6.3 Dualismo: Dvaita
Le Sei Scuole di Pensiero Vediche
Samkhya
Il Samkhya (o Sankhya) è ritenuta la più antica delle sei Scuole di
Pensiero ortodosse della religione induista
(dette Darshana).
Secondo questa filosofia, l'Universo consiste di due realtà eterne:
Purusha e Prakriti. Purusha è il principio spirituale, l'anima,
eternamente cosciente e priva di qualsiasi attributo o caratteristica.
Le anime (i Purusha, appunto) sono spettatori, testimoni silenziosi di
Prakriti (la materia, o natura) che è costituita da tre influenze
principali (Guna): Sattva, Rajas e Tamas (rispettivamente stabilità,
attività e indolenza). Quando l'equilibrio tra i guna viene alterato, il
mondo manifesto evolve. Quasta alterazione è dovuta alla vicinanza tra
Purusha e Prarkriti. la natura è insomma agente, ma non cosciente; al
contrario, l'anima umana è conoscente ed in particolare contemplativa,
ma non agisce. La Liberazione (Kaivalya) consiste quindi nel realizzare
la differenza tra i due.
Nyaya
Nyaya è il nome di una delle sei Darshana, o Scuole di Pensiero
ortodosse (astika) della religione induista.
Nyaya è una scuola di speculazione filosofica (divenuto solo in seguito
un sistema metafisico) che si basa su testi conosciuti come Nyaya Sutra,
che furono scritti da Aksapada Gautama, nel II secolo a.C.. Il
contributo più rilevante apportato dal Nyaya all’Induismo moderno
consiste nella metodologia; quest’ultima è basata su un sistema logico
che in seguito fu adottato dalla maggior parte delle altre scuole
induiste (ortodosse o non), similmente al modo in cui scienza, religione
e filosofia occidentali possono considerarsi basate sulla logica
aristotelica.
Nyaya però differisce dalla logica aristotelica, in quanto non è
semplicemente una logica fine a sé stessa. Secondo questa scuola di
pensiero, ottenere una valida conoscenza è l’unico modo per ottenere la
liberazione dalla sofferenza; l’unica conoscenza autentica è quella che
non potrà mai essere soggetta a dubbio o contraddizione, quella che
riproduce l’oggetto per ciò che realmente è, e che pertanto permette di
percepire la realtà in maniera veritiera e fedele. Solamente questa può
considerarsi vera conoscenza, ed è contrapposta al ricordo e al dubbio,
così come al ragionamento puramente ipotetico e, quindi, incerto.
Vaisheshika
Vaiśeshika è uno dei 6 Darśana della filosofia indiana, codificato da
Kanāda; costituisce la "dottrina distintiva", l'analisi dell'esistente.
Questo Darśana è diretto alla conoscenza delle cose singole in quanto
tali, considerate in modo distintivo nella loro esistenza contingente e
può essere definito come un realismo atomistico pluralista. Esso cerca
di difenire i caratteri generali delle cose osservate e postula sei
categorie (padārtha) tramite le quali "classifica" la molteplicità della
manifestazione: sostanza (dravya), qualità (guna), azione (karma),
generalità (sāmānya), particolarità (aviśes), inerenza (samavāya). Come
per ogni altra darśana, la sua ricerca della verità delle cose è sempre
rivolta a liberare la coscienza dell'individuo imprigionata
nell'ignoranza.
Yoga
Dalla radice sanscrita yuj che significa "unione" o "vincolo", Yoga
indica l'insieme delle tecniche che consentono il congiungimento del
corpo, della mente e dell'anima con Dio (o Paramatma). Colui che segue e
pratica il cammino dello Yoga è chiamato yogi o yogin.
La prima grande opera indiana che descrive e sistema le tecniche dello
Yoga è lo Yoga Sutra (Aforismi sullo Yoga), redatto da Patanjali, che
raccoglie 185 aforismi. Gli studi tradizionali indiani identificavano
Patanjali con l'omonimo grammatico vissuto nel III secolo a.C. ma studi
filologici più moderni hanno postdatato la redazione dell'opera ad un
epoca presumibilmente altomedievale.
Patanjali indica al praticante gli 8 stadi (o arti) dello Yoga, cioè gli
otto passi che conducono all'unione con Paramatma:
• 1) Yama - comandamenti morali
• 2) Niyama - autopurificazione
• 3) Asana - posizioni
• 4) Pranayama - controllo del respiro
• 5) Pratyahara - emancipazione della mente
• 6) Dharana - concentrazione
• 7) Dhyana - meditazione
• 8) Samadhi - stato di coscienza superiore (unione con Paramatma)
Purva Mimamsa (Mimamsa)
Uttara Mimamsa: le tre Scuole del Vedānta
![Krishna insieme a Radha e una vacca [1]](dvaita_file/image005.jpg)
Il Vedānta
è uno dei sei sistemi ortodossi (darshana) della filosofia
indiana, nonché quello che costituisce la base della maggior parte delle
scuole moderne dell'Induismo. "Vedānta" significa in sanscrito la
"conclusione" (anta) o "summa" dei Veda, la letteratura sacra più antica
dell'India, e si basa sull'interpretazione mistica e cosmologica
contenuta in questi testi, che accolgono tutta la Scienza sacra e
tradizionale induista. Il termine Vedānta si utilizza in riferimento
alle Upaniṣad, che erano elaborazioni dei Veda, ed alle scuole nate
dallo studio (Mimamsa) delle Upanisad. Così per Vedānta si intende anche
il Vedānta-Mimamsa (riflessione sul Vedānta), Uttara-Mimamsa
(riflessione sulla parte finale dei Veda) e Brahma-Mimamsa (riflessione
sul Brahman).
Oltre ai Veda, i tre testi fondamentali del Vedānta sono:
• le Upaniṣad (le più note, ampie e antiche delle quali sono la
Brhadaranyaka, la Chandogya, la Taittiriya e la Katha);
• il Vedānta Sutra (anche denominato Vedānta Sutra), che sono anche
delle brevi, persino singole interpretazioni di una sola parola della
dottrina del Upanisad;
• la Bhagavad Gita (lett. Canto del Divino), celeberrimo testo
filosofico-religioso in forma poetica, considerato l'essenza di tutte le
scuole di pensiero induiste; contiene una serie di insegnamenti
filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.
Nessuna interpretazione dei testi è prevalsa sulle altre, e parecchie
scuole Vedānta si sono sviluppate, differenziate dalla loro concezione
della natura, della relazione e del grado di identità fra il Sé
individuale (jiva) e l'Assoluto (Brahman). Queste spaziano dal monismo o
non-dualismo (Advaita) del filosofo Adi Shankara (VIII secolo), al
dualismo qualificato o teismo (Vishi-stadvaita) XI-XII secolo di
Ramanuja, al dualismo (Dvaita) (XIII secolo) di Madhva.
Tutte le scuole Vedānta, tuttavia, mantengono in comune un certo numero
di principi:
• la trasmigrazione del Sé (Saṃsāra) e l'opportunità della liberazione
dal ciclo delle rinascite (moksha);
• l'autorità dei Veda sulle modalità di liberazione;
• che il Brahman è sia la causa materiale (upadana) che quella
strumentale (nimitta) del mondo;
• che il Sé (Ātman) è l' agente dei propri atti (karma) e quindi il
destinatario dei frutti o delle conseguenze delle azioni (phala).
Monismo: Advaita Vedānta
L'Advaita Vedānta è probabilmente la più conosciuta fra tutte le scuole
Vedānta della religione Induista. Letteralmente il termine Advaita
significa "non duale", ma viene anche utilizzato per indicare il sistema
monistico su cui si fonda il principio dell'indivisibilità del Se o
Ātman dall'Unità (Brahman). I testi fondamentali da cui derivano i
Vedānta sono le Upaniṣad, o commenti ai Veda, e i Vedānta Sutra, anche
conosciuti come Vedānta Sutra, nei quali si concentra la discussione
sulla natura intima delle Upanishad.
Il primo grande unificatore dell'Advaita Vedata fu Adi Shankara
(788-820). Proseguendo la linea di pensiero di alcuni maestri Upaniṣad e
in particolare di Gaudapada, Shankara espose la dottrina dell'Advaita,
come realtà non duale e natura illusoria del mondo e stabilì la suprema
verità dell'Advaita: la realtà non-duale di Brahman, nel quale l'Ātman
(l'anima individuale) e Brahman, la realtà ultima espressa nella
Trimurti, si uniscono nell'Assoluto. Brahman è immanente e trascendente,
non solo come concetto panteistico e pur essendo Brahman la causa
materiale del cosmo, esso non è limitato dalla sua proiezione, ma
trascende la dualità e gli opposti, soprattutto nella forma e
nell'essere, essendo la sua natura intima incomprensibile dalla mente
umana.
I trattati sulle Upanishad, la Bhagavad Gita e i Vedānta Sutra, sono i
testamenti di una mente acuta e intuitiva che non ammetteva dogmi; Adi
Shankara affermava che un devoto, solo attraverso l'altruismo
disinteressato e l'amore, governati dalla discriminazione (viveka) è in
grado di andare verso la liberazione (moksha) e di realizzare il Sé
interiore, mentre il solo discernimento e l'astratto filosofeggiare non
avrebbero portato a nessun risultato.
La filosofia Advaita considera la natura e tutto il fenomeno
dell'universo come una sovrapposizione che vela il suo immutevole,
trascendente e intelligente Substrato. L'universo è in continuo
divenire, è incostante ed impermanente, mentre l'Assoluto che è il
substrato che lo sottende, non diviene, è costante e permanente. Secondo
la sapienza upanishadica, l'errore di considerare reale ciò che è solo
una sovrapposizione al Reale è simile allo scambiare la corda per il
serpente, è l'illusione (Maya) determinata dall'ignoranza metafisica
(avidya) da cui deriva il dolore dell'essere umano. Nella Tradizione
Vedānta, questa illusoria percezione del divenire è attribuita
all'identificazione con le forme manifeste che rende inconsapevoli e
separati dal Reale e dalla sua serena immutabile stabilità.
Il compito supremo dell'essere umano è quello di penetrare il velo
illusorio della realtà (Maya) per rivelare la vera natura, che non è
perenne cambiamento tra vita e morte, ma perfezione assoluta e gioia
eterna. Se noi conoscessimo i veri motivi che stanno dietro le nostre
azioni e i nostri pensieri, diverremmo consapevoli della fondamentale
unità dell'essere. Ma come può una mente limitata comprendere
l'illimitatezza del Sé? In realtà non può, ma tuttavia è in grado di
trascendere la mente e unirsi all'Assoluto.
Monismo qualificato: Vishishtadvaita
VISHISHTA ADVAITA - VEDANTA DARSHANA
Questa dottrina vedantica, identificata spesso con uno dei suoi
principali esponenti, Ramanuja (1017-1137; 1027- ?), ha in realtà radici
molto più antiche. I principi in essa esposti venivano già cantati dai
12 alvar tra i quali Namalvar Kuklashekhara, Andal, e insegnati anche da
acarya come Nathamuni (824-924 d.C.) e Yamuna (918-1038). Ramanuja
rielaborò l'insieme degli antichi insegnamenti contenuti nel
Prasthanatraya, assegnando loro una forma definita e, naturalmente,
diventando il massimo esponente di questa scuola.
Le sue opere sono state giudicate così profonde e di tale livello da
giustificare la tendenza diffusa a denominare il Vishishtadvaita
"Ramanuja darshan".
Dopo la morte di Ramanuja, seguì un periodo di divisione settaria tra i
suoi seguaci che culminò nella definitiva separazione di essi in due
movimenti chiamati vadagallai e tengallai ossia, rispettivamente, culti
del nord e del sud. Ognuno di questi movimenti sviluppò i propri testi
canonici, il lignaggio di maestri e tradizioni in molte materie di
importanza primaria. Il Vishishtadvaita riconosce tre entità: Ishvara,
jiva e prakriti chiamate "tattvatraya", tra le quali Ishvara è la realtà
assoluta ed indipendente, mentre jiva e prakriti sono dipendenti da lui.
Per questa ragione, la dottrina è chiamata Vishishtadvaita, o
non-dualismo qualificato, una filosofia che accetta, come dice il nome
stesso, una sola realtà (advaita) ma con più attributi o meglio con una
qualificazione (vishesha). In altre parole, essa ammette la pluralità,
in quanto Dio sussiste in una pluralità di forme, quali le anime e la
materia. Le anime (jiva) sono innumerevoli e controllate da Ishvara,
oltre che parte di esso. Il concetto secondo cui, oltre alla realtà
assoluta, sono riconosciuti degli "attributi" è la tesi essenzialmente
contrapposta alla scuola Advaita.
L'Assoluto di Shankara non soddisfaceva gli animi di coloro che
attraverso l'amore e la devozione vedevano il fine ultimo dell'uomo
(bhakta), non considerava quel rapporto prettamente umano con Dio di un
uomo, debole e nell'errore, che invoca l'aiuto dell'Essere Supremo e al
quale, dall'ignoto, si protende la mano soccorritrice della grazia.
Nel Vishishtadvaita, l'attenzione si concentra sulla relazione del mondo
con Dio affermando che Dio è la realtà assoluta, ma anche le anime sono
reali, pur totalmente dipendenti da Dio o dalla realtà. Il
Vishishtadvaita crea un ponte, una armoniosa fusione tra "filosofia" e
"religione", tra la razionalità della ragione e l'irrazionalità della
fede e della devozione.
Il mondo è considerato un'apparenza e Dio un esangue Assoluto, oscuro
per eccesso di luce.

LE
SACRE SCRITTURE
LA SRUTI "CIO' CHE E' ASCOLTATO" - IL VEDA
Il Veda è il cuore dell'Induismo, l'autorità suprema, pramana. È la
struttura base dalla quale derivano tutti gli altri testi sacri della
religione induista.
Esso è detto anadi, "senza inizio", infatti, è eterno, è sempre esistito
e non ha subìto l'intervento dell'uomo, apurusheya.
È impossibile stabilire una datazione del Veda data la mancanza di
storicità tipica del pensiero indiano, ed anche per il fatto che la
trasmissione di questa enorme compendio di conoscenze, dalla notte dei
tempi, per millenni è avvenuta solo oralmente.
Si ritiene che in origine il Veda fosse uno, rivelato dall'Assoluto
Supremo Essere a Brahma e, proprio per questa rivelazione diretta dalla
divina coscienza, il Veda viene definito apurusheya ("non rivelato
dall'uomo") e shruti. La parola sanscrita shruti, che significa "ciò che
è ascoltato", suggerisce non solo le origini del Veda, che fu appunto
"ascoltato dai rishi", ma sottolinea anche il metodo che avveniva, e
avviene ancora ai giorni nostri, della trasmissione orale, attraverso
l'appropriata recitazione, delle verità rivelate.
I QUATTRO VEDA
Anantah vai vedah
"I Veda sono l'infinito."
I rishi, tuttavia, hanno avuto l'abilità di catturare, nell'oceano
infinito della sacra conoscenza, i mantra necessari al benessere
dell'umanità.
Tradizionalmente i Veda si suddividono in quattro raccolte (samhita), ed
esistono differenti metodi di recitazione chiamati pathantara o vie di
recitazione.
I "rami principali" sono il Rig Veda, lo Yajur Veda, il Saman Veda e l'Atharva
Veda. La moderna ricerca attribuisce al Rig Veda una datazione
antecedente agli altri, ma ricordiamo che, secondo le scritture e
secondo il credo indù, all'inizio della creazione tutti e quattro
coesistevano nell'universo.
Per tale principio è arduo attribuire una successione cronologica a
Samhita, Brahmana e Aranyaka. Sembrerebbe alquanto inappropriato
stabilire una collocazione temporale per il sapere che i rishi, i
veggenti, percepirono in uno stato atemporale, in uno stato
trascendente, nel quale essi potevano vedere passato, presente, futuro.
Il fatto che gli inni del Rig Veda siano contenuti negli altri Veda non
dimostra che esso sia il più antico, ma semplicemente che i mantra
vedici furono "assemblati" in maniera diversa con stili di recitazione e
probabilmente scopi diversi.
RIG VEDA
YAJUR VEDA
SAMA VEDA
ATHARVA VEDA
Oltre agli inni, denominati anche Samhita, che formano le quattro
raccolte: Rig Veda, Sama Veda, Yajur Veda, Atharva Veda, ogni Veda è
composto dai BRAHMANA che contengono i precetti ed i doveri religiosi,
dagli ARANYAKA , i testi per le pratiche ascetiche e meditative, e dalle
UPANISHAD nelle quali si discutono i problemi e le speculazioni
filosofiche. Le Upanishad costituiscono la base spirituale di tutte le
filosofie nate in India.
VEDANGA
Dai sacri Veda emergono alcuni trattati che espongono vere e proprie
scienze, nate per dare una "spiegazione" dei Veda attraverso ben precise
regole scientifiche. Dal momento che i mantra impiegati nei rituali
devono essere usati in maniera appropriata per l'efficacia del rito
stesso, è sorta la necessità di precisare e definire con regole e
metodiche specifiche la modalità di pronuncia, il loro significato
letterale, grammaticale, etimologico, e il momento propizio in cui
svolgere il rituale. Questi testi vengono chiamati Vedanga, termine che
significa "parti costituenti i Veda" (angam significa "membra e parti"),
o Shadanga ossia "sei parti", infatti tradizionalmente essi vengono
associati alle membra costituenti il corpo fisico del Veda considerato
metaforicamente un essere vivente, Veda Purusha.
Shiksha
Vyakarana
Chandas
Nirukta
Jyotisha
Kalpa
UPAVEDA
I testi degli Upaveda costituiscono il confine tra shruti, i testi della
tradizione, e smriti ossia i testi redatti dall'uomo; infatti, secondo
alcune tradizioni essi vengono classificati come parte integrante della
shruti, secondo altre della smriti. In effetti, nello spirito tipico
dell'induismo, entrambe le visioni possono essere vere: gli Upaveda si
possono considerare testi direttamente derivati dai Veda, i cui
contenuti sono stati riuniti secondo vari argomenti specifici, o anche
precise opere successive ai Veda, redatte da saggi.
Upaveda letteralmente significa "Veda minori", ognuno dei quali deriva
da un Veda: Ayurveda, Dhanurveda, Gandharvaveda, Arthashastra.
Descriveremo brevemente il carattere di ciascuno per dare ai lettori
l'idea dell'importanza e della vastità del sapere vedico, e di come esso
si sia espanso in tutti i campi. Si potrà constatare che la
straordinarietà della letteratura indiana è quella di essere penetrata
meticolosamente nella vita dell'essere umano.
Alcuni Upaveda sono testi di discipline importanti come la medicina
tradizionale, la musica e la danza che, a loro volta, hanno ispirato
migliaia di trattati successivi, fonte di differenti correnti.
Ayurveda
Il primo Upaveda è l'Ayurveda, la scienza della vita, un sistema che
ingloba nei suoi studi il mantenimento della buona salute, l'uso delle
medicine naturali, le tecniche di purificazione, di ringiovanimento,
dividendosi, inoltre, in differenti campi di specializzazioni mediche.
Dhanurveda
La parola deriva da dhanur che significa arco, quindi "la scienza
dell'uso delle armi".
Gandarvaveda
Il terzo Upaveda è il Gandharvaveda, la "scienza della musica e della
danza". La recitazione del Veda, in particolare del Sama Veda, accorda
grande importanza alla notazione musicale e al suono così che la scienza
dei suoni e dell'acustica, con enfasi al canto musicale, raggiunse
eccellenti gradi di perfezione.
Arthashastra
Il quarto Upaveda è l'Arthashastra, trattato di politica,
amministrazione dello stato, commercio.
SMRITI "CIO' CHE E' RICORDATO"
Il termine smriti significa "memoria" o "ricordo" e si riferisce a quei
testi redatti da autorità viventi, alla luce della loro saggezza e delle
sacre scritture, Veda.
Il termine smriti può essere inteso in senso stretto quando ci si
riferisce specificatamente ai trattati sistematici normativi, i codici
di legge in armonia con il dharma, detti anche Dharmashastra, che
trattano delle regole sociali, i ruoli, gli stadi della vita, gli
obblighi verso la nazione, la società, la famiglia e gli individui. In
senso lato, invece, la smriti comprende tutto ciò che è stato scritto e
non è compreso nella shruti. Troviamo gli Itihasa, racconti storici,
poemi vedici che comprendono il Ramayana, l'epopea dell'avatara
Ramacandra, e il Mahabharata, la narrazione della storia di
Bharata-varsa, l'impero della "Grande India", - opera che comprende un
poema che diventerà uno dei testi basilari dell'induismo, della
filosofia e dello yoga: la Bhagavad Gita -; e ancora, i Purana, i testi
storici; il kavya, tutta la letteratura poetica; quella filosofica dei
sat darshana; la letteratura tantrica e quella popolare.
Il termine smriti è legato anche all'evoluzione del pensiero indiano;
esso indica, infatti, il periodo successivo a quello "vedico" in cui il
sapere dei Veda governava la società, la religiosità, gli aspetti
speculativi.
PRIMO PERIODO DEI SUTRA KALPASUTRA O MANUALI PER I RITUALI
Shrautasutra: Testi basati sulla tradizione -shruti- esplicata con
istruzioni sacrificali per i riti solenni; furono una rielaborazione dei
Brahmana, ma con il passare del tempo divennero sempre più oscuri.
Shulvasutra: Parti supplementari ai Kalpasutra che trattano la
misurazione (shulva=corda) e la costruzione degli altari o luoghi di
sacrificio.
Smartasutra: Tutti i testi che si basano sulla smriti, ovvero su ciò che
nella tradizione non è espresso esplicitamente; si occupano generalmente
dei riti familiari e domestici e dei doveri sociali.
Grihyasutra: Testi che disciplinano i rituali -samskara e altre
cerimonie- celebrati dai capifamiglia, spiegandone la procedura, il
sutramantra usato e l'aspetto sociale.
Dharmasutra: Testi (direttamente correlati ai Grihyasutra) in cui
vengono specificati i doveri sociali in riferimento alla propria
appartenenza o stato sociale.
SHASTRA O TRATTATI DOTTRINALI
I Dharmashastra in senso stretto sono considerati smriti.
Il dharma diventa norma sociale che regola totalmente la vita dell'uomo.
Comprendono tutti i codici di leggi che trattano i doveri religiosi,
morali e sociali.
Manu, Yajnavalkya, Parashara, Gautama, Harita, Yama, Vishnu, Shankha,
Likhita, Brihaspati, Daksha, Angiras, Pracetas, Samvarta, Acanas, Atri,
Apastamba, Satapata sono i 18 rishi i quali, attraverso il loro potere
sovrumano, padroneggiavano perfettamente i Veda, da cui fecero derivare
la smriti. Tali lavori, conosciuti appunto come Manu-smriti,
Yajnavalkya-smriti, Parashara-smriti, e così via, contengono tutto
quello che dobbiamo sapere riguardo all'adesione al dharma e a tutti i
riti che si debbono celebrare nell'intero arco della vita.
ITIHASA "così invero fu" o insegnamenti del passato
Poemi o epopee che resero popolari i concetti filosofici delle Upanishad
ed enunciarono le etiche del dharma attraverso il loro carattere
popolare e leggendario, comprendono il Ramayana e il Mahabharata .
PURANA "antico" o trattati di storia
I Purana furono scritti per popolarizzare il Veda e ne contengono
l'essenza stessa. Il loro fine è di imprimere nella mente delle masse
gli insegnamenti vedici e generare in loro devozione a Dio attraverso
esempi concreti, miti, storie, leggende, vita di santi, re e grandi
uomini, allegorie e cronache di grandi eventi storici, temi utilizzati
dai saggi per illustrare l'eterno principio della religione.
I Purana (18 maggiori e 18 minori) trattano cinque argomenti,
pancalakshana:
1) creazione dell'universo
2) la sua distruzione e nuova creazione
3) la genealogia degli Dei
4) i regni e le varie epoche del mondo
5) storia delle grandi dinastie: solare e lunare.
KAVYA "composizioni poetiche"
Il Kavya comprende la letteratura d'arte, privilegiando la poesia.
Questo tipo di letteratura non raccoglie solamente opere poetiche;
infatti, si divide in due categorie:
- da udire, destinate alla lettura;
- da vedere, destinate alla rappresentazione.
I testi possono essere in versi, in prosa e misti.
SECONDO PERIODO DEI SUTRA O DEI DARSHANA (letteratura filosofica)
Testi redatti dai fondatori delle diverse scuole di pensiero filosofico
attraverso i quali si riordinarono in maniera più sistematica e concisa
(in forma di sutra appunto) le correnti di pensiero.
I punti di vista o darshana e i relativi testi sono:
- purva mimamsa Mimamsasutra di Jaimini
-uttara mimamsa Brahamasutra o Vedantasutra di Badarayana
-samkhya Samkhyakarika di Kapila
-yoga Yogasutra di Patanjali
-nyaya Nyayasutra di Gautama Aksapada
-vaisheshika Vaisheshikasutra di Kanada
BRAHMA SUTRA
Nel Brahma sutra, sul quale sono stati redatti commentari da parte delle
differenti scuole filosofiche, Vyasa presenta, in forma estremamente
limpida e chiara, la sostanza delle dieci principali Upanishad. Il
Brahma sutra è chiamato anche Vedanta.
VEDANTA
Il vedanta è quella corrente di pensiero scaturita dalle Upanishad che,
rispecchiandone il mondo e i temi trattati, ne è una parte essenziale.
Esso è stato codificato come uno dei sistemi filosofici indiani che si
sono sviluppati non solo come risultato di speculazioni intellettuali,
ma anche grazie ad una profonda intuizione mistica, che probabilmente dà
origine al termine "darshana" (visione), di solito riferito ai sistemi
filosofici classici. La parola darshana deriva dalla radice drish che
significa "vedere", parola non opportunamente definita, ma che comunque
già prospetta il concetto di "visione" o "punto di vista". I darshana,
infatti, si adattano a tutte le concezioni che possono nascere nella
mente dell'uomo e rispecchiano i differenti punti di vista conseguiti in
riferimento all'unica realtà.
La peculiare formulazione degli scritti in sutra, aforismi in forma
estremamente concisa e spesso ambigua, portò i vari pensatori e mistici
a differenti speculazioni ed interpretazioni con il risultato di uno
straordinario proliferare di scuole di pensiero, tra le quali emergono
le tre ben conosciute dottrine vedantiche: Advaita, Dvaita e
Vishishtadvaita.
ADVAITA VEDANTA DARSHANA
VISHISHTA ADVAITA - VEDANTA DARSHANA
DVAITA VEDANTA DARSHANA
TANTRA "struttura, sistema, trattato dottrinale"
Definizione generica riguardo a un'enormità di testi di carattere sia
religioso che laico. Il termine si riferisce anche a testi delle
tradizioni jaina e buddhista. Generalmente indica i testi della dottrina
shakta. I Tantra comprendono testi di Hatha Yoga, trattati relativi al
culto, all'adorazione dei diagrammi mistici e così via.
I testi tantrici rivendicano il carattere dell'ortodossia: infatti essi
si dichiarano sruti (sacre verità rivelate, udite dai rishi) e agama
(tradizione sacra tramandata), e si definiscono il quinto Veda.
Il tantrismo assume un ruolo determinante nel momento in cui nell'uomo
viene meno la capacità di comprendere le verità contenute nelle
Upanishad. Esso offre agli individui dell'era attuale, kali-yuga, la
possibilità di liberazione dal ciclo delle rinascite, attraverso un
sistema evolutivo contenente l'essenzialità del culto sacrificale vedico,
del monismo upanishadico, della bhakti espressa nei Purana, dello yoga
esposto da Patanjali e degli elementi mantrici dell'Atharva Veda.
I Tantra, tradizionalmente, sono composti da alcune parti dottrinali,
altre dedicate ai rituali, all'adorazione e a tecniche spirituali. Essi
comprendono gli Agama.
Agama significa "ciò che è stato tramandato" e si riferisce ad una
antica tradizione riguardante l'adorazione della divinità e i suoi
aspetti filosofici, psicologici e ritualistici, rivelati sia oralmente
sia attraverso testi scritti. È la rivelazione di una conoscenza
tradizionale (agama), ossia quella che esce dalla bocca di Shiva e
penetra nell'orecchio di Parvati. Quando, al contrario, è Parvati a
rivelare la conoscenza a Shiva, è detta nigama.
Gli Agama si applicano preferibilmente alle fonti shaiva e shakta, ma
quelli in congiunzione con il pancaratra si applicano anche alle fonti
d'ispirazione vaisnava. Il Pancaratrika Vidhi, che è la combinazione dei
sistemi ritualistici vedici e tantrici, è alla base della compilazione
dei Vaisnava Tantra.
Vengono elencati tradizionalmente 64 testi i quali si suddividono in
base alla deità adorata.
-shaiva: 28 Agama classici
-vaishnava: Pancaratra, Vaikhanasa
-shakta o tantra: Mahanirvana, Kularnava, Pancasara, Tantraraja,
Rudrayamala, Brahmayamala, Visnayamala, Todala.

DVAITA VEDANTA DARSHANA
Come il Vishishtadvaita nasce dal fervore della bhakti che, in un certo
senso, si contrappone all'intellettualismo shankariano, il dualismo
nasce proprio dalla formulazione di una nuova visione di un Dio più
personale, più semplice da interpretare da parte delle masse di persone
che non conoscevano le alte speculazioni filosofiche, ma sentivano
l'esigenza di un dialogo con il mondo divino.
Ecco che il dualismo si contrappone alla filosofia advaita.Vigoroso
propugnatore e divulgatore di questa visione filosofica fu Madhva
(1238-1317; secondo Radhakrishnam 1199-1278). Prodigo scrittore,
produsse 37 opere conosciute come Sarvamulagrantha, e oltre all'esegesi
alle 10 Upanishad e alla Bhagavadgita, ha lasciato tre commenti ai
Brahma sutra: Brahma sutrabhashya, Anubhashya e Anuvyakhyana. Altri
importanti filosofi della scuola dualista vissero tra il XIII e il XVII
sec. (Jayatirtha, Vyasa Tirtha e Ragavendra). I temi filosofici trattati
rispecchiano quelli classici delle scuole filosofiche e si riferiscono a
quattro categorie: mezzi della conoscenza (pramana), ciò che deve essere
accertato ossia l'oggetto della conoscenza (prameya), la pratica
spirituale (sadhana) e la liberazione finale (moksha).La teologia della
scuola dualista è basata sui pancabheda o cinque differenziazioni.
Secondo questa dottrina il Brahman è differente dai jiva e dalla
prakriti. I jiva sono differenti l'uno dall'altro e dalla prakriti, e i
vari evoluti da essa sono anche differenti l'uno dall'altro.
La metafisica dvaita formula due categorie; alla prima, realtà
indipendente, appartiene solo Dio o Brahman, alla seconda, realtà
dipendente, appartiene tutto il resto: Lakshmi, la consorte di Dio, le
anime, la natura. Dio non crea, la natura e le anime sono coeve ad esso,
ma Brahman rimane l'unica realtà indipendente, tutte le altre sono
dipendenti da lui. Egli è sì un Dio personale, ma non ha una forma
fisica, un'immagine antropomorfica.
Egli è onnipervadente, infinito e porta buoni auspici. Egli è Vishnu,
Hari, Narayana, Krishna, Vasudeva e molti altri nomi che impersonano il
creatore, il distruttore, il preservatore.Le anime sono innumerevoli;
ognuna di esse è unica e velata dall'ignoranza, avidya, che la vincola
al ciclo delle rinascite.
Differentemente dagli altri sistemi del vedanta, il sistema dualista
divide le anime in tre categorie:
a) coloro che sono degni della salvezza, mukti yogyas;
b) coloro che trasmigrano eternamente, nityasamsarin;
c) gli ottenebrati, tamoyogyas.
Gli esseri della prima categoria sono sensibili ai valori spirituali;
attraverso la disciplina spirituale e la grazia di Dio, essi possono
ottenere la liberazione. Il secondo gruppo è formato da individui che
sono sempre coinvolti dal mondo sensoriale e non sentono nessuna
necessità di una vita etica, né di un progresso spirituale. Gli
appartenenti alla terza categoria sono, per natura, radicalmente malvagi
e degenerano progressivamente sino ad una perdizione eterna. Il jiva,
condizionato da avidya, rimane vincolato al ciclo delle rinascite,
samsara, ed è totalmente dipendente da Dio attraverso la cui grazia
solamente potrà ottenere la liberazione finale.

Advaita.
Teoria e pratica.
di
Dr Godavarisha Mishra

Introduzione
La parola "Advaita" si riferisce ad un sistema di pensiero Vedantico che
concepisce una Realtà Ultima non-duale. Sebbene Shankaracarya, vissuto
alla fine del 7° secolo, sia il principale esponente di questo sistema,
non è stato il primo a proporre questo pensiero.
Il Vedanta rappresenta una parte fondamentale dei Veda e come indica il
nome, significa l’ultima parte dei Veda. I Veda sono divisi in quattro
parti: Samhita, Brahmana, Aranyaka, e Upanisad. L’ultima parte chiamata
Upanisad è conosciuta anche come Vedanta. Comunque non tutte le Upanisad
sono state scritte nello stesso periodo dal momento che alcune di esse
riguardano la parte Aranyaka come la Taittiriya, mentre altre la parte
dei Brahmana come la Brhadaranyaka.
I
Veda consistono di due parti; la prima è conosciuta come Karmakanda e la
seconda come Jnanakanda.
Il Jnanakanda è chiamato tradizionalmente Vedanta, ed è considerato la
sorgente del pensiero Vedanta. Esistono diverse scuole di Vedanta.
Perché sono così numerose? La risposta a questa domanda è che,
attraverso esegesi testuali, la realtà è concepita in modi molteplici da
i vari eminenti maestri (acaryas). Tutte le scuole Vedantiche concordano
sul fatto che Brahman è la realtà suprema. Esse accettano anche i Veda
come la sorgente della conoscenza del Brahman ma sono discordi nella
loro concezione della natura dell’ultima realtà delineata nei Veda. Se i
Veda contengono un gran numero di asserzioni sulla non-dualità o
non-differenza, essi contengono anche un considerevole numero di
affermazioni che sembrano asserire l’esistenza della dualità. Il primo
tipo di asserzioni è conosciuto come abheda-sruti e il secondo come
bheda-sruti. Tra i Vedantini, quelli che danno maggior importanza all’abheda-sruti
sono gli Advaitin, e Shankara appartiene a questo gruppo. Gli Advaitin
interpretano i passaggi della bheda-sruti in modo da soddisfare il loro
concetto di realtà. Per gli Advaitin, il significato principale dei Veda
risiede solo nei passaggi dell’abheda-sruti. Per la scuola dualistica di
Madhva, avviene il contrario. Quest’ultima afferma che il significato
più importante dei Veda risiede nella descrizione della diversità, (bheda).
Nella sua visione i passaggi abheda sono secondari (gauna) e servono a
mostrare la suprema qualità e la natura indipendente di Dio, Vishnu.
Solo Dio è indipendente (svatantra) e tutto il resto, rappresentato da
mondo e anime, è dipendente (paratantra) ed è solo così che assume
significato.
Un altro influente interprete dei testi del Vedanta è Ramanuja. Egli si
distingue sia da Shankara che da Madhva sostenendo che entrambi le
scritture bheda e abheda sono ugualmente significative. La sua
interpretazione è conosciuta come bheda-abheda perché tenta di
conciliare tutti i passaggi della Sruti. Per Ramanuja il Karmakanda è
altrettanto importante che il Jnanakanda poiché formano un solo testo,
(aikyashastra), quindi il Jnanakanda non ha alcuna superiorità sul
Karmakanda come asseriscono Shankara ed altri Advaitin. Storicamente
l’avvento di Ramanuja precede quello di Madhva. Le posizioni esegetiche
del primo, che conferiscono un ugual peso ad entrambi le visioni,
divennero comprensibilmente inaccettabili per Madhva, teista radicale.
Ramanuja sostiene che Dio è differente dalle anime e dal mondo, anche se
essi rappresentano il suo corpo (sarirasariribhava). Madhva apprezza il
concetto di differenza proposta da Ramanuja ma lo ritiene un compromesso
con la scuola Advaitia. Per Madhva la differenza deve essere totale, ed
è su questo piano che egli pr |