|
 |
GNOSTICISMO |
 |

Lo gnosticismo nell’antichità
Con il termine "gnosticismo" si designa un gruppo di correnti
filosofico-religiose dell’antichità, che hanno avuto la loro massima
diffusione nei secoli II e III dell’era cristiana nei maggiori centri
culturali dell’area mediterranea, come Roma e Alessandria d’Egitto. In
certi casi si tratta di scuole fondate da personaggi noti, come Basilide,
Marcione o Valentino — tutti vissuti nel secolo II —, in altri casi di
gruppi di cui non si conoscono i fondatori e la cui denominazione deriva
da elementi dottrinali: per esempio, gli ofiti attribuiscono un ruolo
importante al serpente, in greco ofis; i cainiti si richiamano a Caino,
e così via.
Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell’Alto Egitto, di
un’intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi
originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo
studio delle teorie gnostiche erano costituite per lo più da descrizioni
e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori
cristiani, che scrivono in difesa dell’ortodossia, come sant’Ireneo,
vescovo di Lione (sec. II) nell’opera Denuncia e confutazione della
pseudo-gnosi.
Il cristianesimo nei primi secoli è minacciato dallo gnosticismo tanto
dall’esterno, cioè da movimenti che si pongono dichiaratamente in
posizione alternativa a esso, quanto dall’interno, da gruppi che
cercavano d’infiltrarsi in ambienti cristiani rifacendosi talvolta a
scritti, come i vangeli apocrifi — cioè non riconosciuti nella Chiesa
come ispirati —, ritenuti più autorevoli dei vangeli canonici: questi
ultimi raccoglierebbero gl’insegnamenti di Gesù alle masse e avrebbero
un carattere essoterico, mentre testi come La Sofia di Gesù Cristo o
l’Apocrifo di Giovanni conterrebbero una dottrina rivelata da Gesù ad
alcuni apostoli o a discepoli e destinata solo a pochi adepti.

E' appurato che lo gnosticismo non ha origine da una degenerazione del
cristianesimo, ma invia ad elementi derivati da varie religioni
misteriche, dalle correnti magico-astrologiche dell'Oriente,
dall'ermetismo, alla qabbalah e dal giudaismo alessandrino (Aristobulo,
Filone), dalle filosofie ellenistiche. Questo insieme dottrinario, tutt'altro
che coerente e compatto, ha poi trovato nel cristianesimo il suo punto
di approdo. Si suole inoltre distinguere una gnosi volgare (Cerinto,
Carpocrate, Simon Mago, Menandro), divisa anche in numerosissime sette
(che, non richiamandosi ad alcun caposcuola, vengono dette in generale
degli ofiti per il comune culto del serpente, ma anche dei barbelioti,
perati, cainiti ecc.), in cui prevalgono le pratiche magiche e gli
elementi astrologia Iranico-babilonese; e una gnosi dotta, che ha il suo
centro principale ad Alessandria ed ti rappresentata da figure in cui è
notevole l'impegno speculativo (Basilide, Valentino, Marcione).
Elemento comune alle varie tendenze gnostiche è l'insistenza
sull'elemento «conoscitivo», inteso come illuminazione riservata a pochi
iniziati, in virtù della quale essi pervengono alla visione del divino e
alla loro personale salvezza; di fronte a questa conoscenza
privilegiata, la fede non riveste alcuna importanza. Altro elemento
comune è l'esasperato dualismo di spirito e materia, anima e corpo, che
produce sia atteggiamenti spiccatamente ascetici sia il rifiuto di ogni
legge morale (considerata indifferente e «inferiore» alla gnosi), donde
una totale libertà di godimento, in particolare dei piaceri sessuali. Le
dottrine gnostiche di maggiore impegno speculativo fanno largo uso del
concetto neoplatonico di emanazione.
Fino al ritrovamento nel 1945 a Nag Hammadi, nell'Alto Egitto, di
un'intera biblioteca gnostica, gli studiosi disponevano di scarsi testi
originali e integrali, ritrovati nel corso del tempo, e le fonti per lo
studio delle teorie gnostiche erano costituite per lo più da descrizioni
e da citazioni contenute nelle confutazioni da parte di autori
cristiani, che scrivono in difesa dell'ortodossia, come Ireneo, vescovo
di Lione (sec. II) nell'opera Denuncia e confutazione della pseudo-gnosi.
Il cristianesimo nei primi secoli fu attaccato dallo gnosticismo tanto
dall'esterno, cioè da movimenti che si ponevano dichiaratamente in
posizione alternativa a esso, quanto dall'interno, da gruppi che
cercavano d'infiltrarsi in ambienti cristiani con false dottrine
rifacendosi talvolta a scritti come i vangeli apocrifi - cioè non
riconosciuti dalla Chiesa Cristiana.
2. Dualismo radicale
Un carattere fondamentale dello gnosticismo è il dualismo radicale.
Anche nelle Sacre Scritture esiste un dualismo fra Dio creatore da una
parte e l'uomo e l'universo dall'altra, ma tanto la creatura quanto il
creato corrispondono a un progetto divino e questo conferisce loro
dignità: l'uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio, e la creazione
contiene l'impronta del creatore. Per lo gnosticismo, invece, esiste una
differenza abissale fra Dio e la realtà materiale: lo spirito è
sostanzialmente estraneo all'universo e il rapporto con il mondo
materiale non può contribuire in nessun modo all'elevazione spirituale
dell'uomo.
Gli studiosi distinguono due tipi principali di dualismo gnostico: il
tipo iranico ammette la contrapposizione di due princìpi in lotta fra di
loro e considera il mondo materiale come il dominio di una potenza
negativa, mentre la speculazione siriaco-egizia - secondo lo storico
delle religioni e filosofo Hans Jonas (1903-1993) - fa "derivare il
dualismo stesso, e la conseguente situazione del divino nel sistema di
creazione, dall'unica e indivisa fonte dell'essere, per mezzo di una
genealogia di stati divini personificati che si evolvono l'uno
dall'altro e descrivono il progressivo oscuramento della Luce originaria
in categorie di colpa, errore e fallimento. Questa interna "involuzione"
divina termina nella decadenza completa dell'alienazione di sé che è
questo mondo".
Caratteristica di molti sistemi gnostici è pure la descrizione
mitologica dei passaggi intermedi. Tanto ammettendo un processo di
degenerazione o di "devoluzione", con la comparsa di uno stato
inferiore, quanto la creazione da parte di un essere malvagio, il
demiurgo, né la creazione del mondo né l'ordine di natura corrispondono
alla volontà dell'Essere Supremo. Le leggi di natura sarebbero dettate
dal demiurgo che, orgoglioso del proprio dominio, cerca d'indurre l'uomo
a riprodursi, aumentando e prolungando la condizione di alienazione
dello spirito nella materia.
3. Dualismo antropologico
All'irriducibilità fra Essere Supremo e natura corrisponde quella fra
spirito e materia, e, a livello antropologico, fra anima e corpo. Lo
spirito corrisponde a una particella divina, con la vocazione a riunirsi
all'Essere Supremo e quindi eterna, mentre il corpo costituisce solo il
carcere in cui l'anima è prigioniera o esiliata, ed è destinato a
dissolversi nel nulla.
Certi sistemi gnostici inseriscono questa teoria in una visione
astrologica, del tutto pagana, basata sulla concezione geocentrica. Per
unirsi al corpo lo spirito deve arrivare sulla terra e attraversare una
dopo l'altra le sfere dei pianeti. In questa "caduta" nel mondo
sublunare, prima di penetrare nel corpo materiale, lo spirito riceve una
specie d'involucro, il "corpo astrale", che cresce al passaggio da ogni
sfera planetaria. Alla fine lo spirito risulta rivestito, occultato da
queste stratificazioni, che sono il presupposto delle corrispondenze
cosmiche e delle influenze astrali condizionanti l'esistenza umana.
Nella condizione terrena l'uomo avrebbe dimenticato la sua origine e si
troverebbe come in uno stato di ebbrezza, di sonno o di oblio, che lo
porterebbe ad assoggettarsi alle leggi demiurgiche della natura e alle
influenze cosmiche. Per alcuni sistemi gnostici non tutti gli uomini
sarebbero in grado di pervenire alla conoscenza, alla gnosi, e quindi di
superare la condizione di alienazione. Secondo il sistema valentiniano,
per esempio, gli uomini per nascita sono di tre tipi diversi: gli
"spirituali" hanno la possibilità di pervenire alla conoscenza e, una
volta arrivati a tale livello, sono al di sopra delle leggi; gli
"psichici" hanno bisogno per la loro realizzazione delle leggi e delle
dottrine di una religione, mentre gli "ilici" sono incapaci di superare
i condizionamenti materiali. Solo con un atto di ricordo o di risveglio
l'uomo, o almeno chi ha la necessaria vocazione, può riconoscere la
propria natura spirituale e affrontare la via della liberazione
progressiva dai condizionamenti subiti al passaggio di ogni sfera.
Questo è possibile per mezzo di un processo descritto come ascesa
dell'anima, in cui l'adepto, percorrendo a ritroso l'itinerario della
caduta, deve affrontare a ogni sfera gli esseri spirituali a essa
preposti, gli arconti, e riuscire a passare grazie alle formule e alle
parole di passo apprese nell'iniziazione gnostica.
In questo processo l'uomo deve staccarsi anche dagli elementi materiali
della propria individualità, riconoscendo che il proprio spirito è
solamente una scintilla dell'Essere Supremo e a esso identico, in altri
termini di essere egli stesso Dio.
La concezione negativa dell'esistenza terrena e della vita condiziona
profondamente anche i rapporti fra i sessi. Il piacere sessuale è visto
come una specie di esca con cui il demiurgo induce l'uomo a riprodursi,
e così lo gnostico deve astenersi da ogni attività sessuale, oppure
evitare di procreare. Effettivamente nei movimenti gnostici si possono
osservare tanto un ascetismo radicale quanto il libertinismo,
comportamenti opposti ma che presentano un elemento comune: il disprezzo
per la vita.
4. Il rifiuto della narrazione biblica
L'identificazione del Dio creatore, benigno e giusto della Bibbia, con
il demiurgo, quindi con una figura negativa, maligna e perversa,
comporta pure un rovesciamento nella valutazione dei singoli personaggi
biblici, il che porta ad aberrazioni come l'idealizzazione di chi ha
infranto le leggi del Creatore (ad esempio, Caino).
Il paradiso terrestre diventa una specie di giardino incantato in cui il
Dio biblico tiene Adamo ed Eva nell'ignoranza. Nell'Apocrifo di
Giovanni, si legge addirittura che Gesù Cristo il Salvatore incita i
progenitori a mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e
del male, con un'interpretazione che introduce una netta frattura fra il
Dio creatore dell'Antico Testamento e il Salvatore che proclama
l'emancipazione dalla Legge.
Se alcuni studiosi hanno considerato eccessivo e di parte l'impegno
degli apologisti cristiani nel combattere lo gnosticismo e nel
considerarlo estraneo al cristianesimo, nonostante le pretese di alcuni
gruppi di rappresentarne addirittura la tradizione più autentica, i
ritrovamenti di Nag Hammadi confermano le tesi degli apologisti. Ad
esempio, uno dei testi ritrovati è La Sofia di Gesù Cristo, in cui viene
descritto Cristo che ammaestra alcuni discepoli rispondendo alle loro
domande: ebbene, risulta essere trascrizione in forma di dialogo di un
testo gnostico più antico, Eugnosto il Beato, forse risalente al primo
secolo a.C., quindi conferma l'origine precristiana o almeno non
cristiana di temi fondamentali per lo gnosticismo, anche prescindendo
dal fatto che contatti secolari con il cristianesimo possono aver
portato a una certa cristianizzazione di un gnosticismo originariamente
estraneo a esso.
5. Implicazioni sociali
Le teorie gnostiche non sono prive di conseguenze sociali: infatti, se
la concezione della realtà terrena come "acosmica", "senza ordine",
mette in discussione l'esistenza del diritto naturale, il giudizio
negativo sulla vita e sulla procreazione mina le basi stesse della
società, della famiglia e della civiltà in genere.
6. Elementi gnostici nel Medioevo e nel mondo moderno
Se la rilevanza dello gnosticismo declina a partire dal secolo IV, dopo
il quale per gli studiosi non si può più parlare di gnosticismo in senso
vero e proprio, il fenomeno sopravvive anche in quelli successivi,
assume nuove forme e raggiunge talvolta dimensioni inquietanti, come con
i catari. Scienze pagane come l'alchimia e l'astrologia, nonché la
pubblicazione da parte dell'umanista Marsilio Ficino (1433-1499), nel
1463, del Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di
epoca ellenistica attribuiti a Ermete Trismegisto, contribuiscono alla
diffusione di temi gnostici nella cultura rinascimentale.
In epoca contemporanea oltre a movimenti, per lo più elitari, che si
richiamano esplicitamente a correnti gnostiche del passato, non sono
mancati tentativi d'identificare caratteri gnostici in fenomeni
culturali moderni anche molto diversi: dalla mancanza di senso
dell'esistenza terrena, come nel caso del nichilismo oppure
dell'esistenzialismo, al rifiuto di accettare la realtà naturale con
progetti d'interventi radicali, come nel caso delle manipolazioni
genetiche.

Che cos' è la Gnosi
" Prima che la falsa aurora spuntasse sulla Terra, coloro che
sopravvissero all' uragano e alla tormenta adorarono l' Intimo ed
apparvero loro gli araldi della nuova era "
TESTAMENTO DELLA SAGGEZZA ANTICA
La parola Gnosi deriva dal greco "Gnosis" che significa conoscenza,
intesa non come una ricerca di meri dati intellettuali, o
un’accettazione dogmatica di concetti ed idee astratte, bensì come la
sperimentazione personale delle Leggi Cosmiche, attraverso la conoscenza
di se stessi.
La Gnosi, è una filosofia perenne ed universale che è sempre esistita.
Ricordiamo la scritta sul frontespizio del Tempio di Delfi:
"Uomo, conosci te stesso, e conoscerai l’Universo e gli Dei che in esso
dimorano".
L’obiettivo fondamentale della Gnosi del XX secolo, è quello di formare
uomini e donne veri.
Questo postulato si basa sul fatto che, nelle attuali condizioni,
l’essere umano è pieno di infinite contraddizioni psicologiche.
Lo Gnosticismo è la corrente filosofica e mistica che fornisce il metodo
e gli strumenti di lavoro che permettono a tutti gli individui di
conoscere se stessi e di sviluppare il potenziale divino che alberga in
ogni essere umano.
Ciò è avvenuto nel corso di tutti i secoli e di tutte le età. Dagli
antichi Caldei ai Maya agli Egizi, fino ai nostri giorni.
I quattro pilastri che stanno alla base degli studi Gnostici sono:
SCIENZA, ARTE, FILOSOFIA e MISTICA
Il divorzio fra la scienza e l’arte, tra la filosofia e la mistica, ha
provocato l’indebolimento di questa umanità. Non apprezziamo più la
poesia della natura, l’armonia che tutto l’universo emana e, pertanto,
le relazioni umane sono diventate fredde e superficiali, l’etica è
dissociata da ogni evento della vita, dalle ricerche scientifiche agli
esperimenti genetici. La filosofia si è ridotta ad una mera speculazione
intellettuale e la mistica, spesso si fonda esclusivamente su
inconsistenti dogmi.
L’insegnamento gnostico cerca di riscattare i più elevati valori
individuali, comprende che la vita si presenta vacua se non persegue la
trascendenza, la realizzazione intima dell’Essere, l’unione con la parte
divina insita nell’essere umano e nella natura.
Ciò non sarà possibile senza lo sviluppo dell’emozione superiore che
umanizza la scienza, sublima l’arte e la filosofia e rende il misticismo
vivo ed attuale.
La Gnosi è la poesia della conoscenza, la rosa della filosofia, la luce
della scienza, l’eterna primavera mistica.
Il metodo della Scienza gnostica
è la sperimentazione o conoscenza
oggettiva delle cose. L’argomento di studio è l’intero universo, cioè
tutto quanto esiste, e che viene conosciuto in modo oggettivo
utilizzando lo strumento della meditazione che, tramite il risveglio
della coscienza, permette di comprendere ed osservare direttamente le
leggi che regolano l’intera creazione ed i fenomeni in generale, al di
là del loro aspetto tridimensionale.
La scienza gnostica comprende anche lo studio dell’antropologia, intesa
come conoscenza dell’essere umano "Antrophos-uomo, Logos-studio",
analizzando i reperti archeologici per ricavare dalla saggezza del
passato, i principi psicologici eterni ed immutabili che governano la
vita umana. Gli studi gnostici si occupano della cosmogenesi,
analizzando l’origine dei mondi e dei soli, sulla base dei processi
evolutivi ed involutivi applicabili sia all’infinitamente grande che
all’infinitamente piccolo. Anche l’analisi della materia e delle sue
possibili manipolazioni, rientra negli studi affrontanti dalla scienza
gnostica che considera anche l’aspetto tetradimensionale, cioè l’analisi
della quarta dimensione, dal quale scaturiscono spiegazioni e
conclusioni in merito a questioni ancora oggi completamente sconosciute
alla scienza ufficiale. Un importante cardine affrontato dagli studi
gnostici è costituito dall’analisi della fisiologia e della psicologia
nei loro cinque aspetti fondamentali, vale a dire: intelletto,
movimento, emozione, istinto e sesso su cui si basano tutti i
comportamenti umani e dallo scorretto funzionamento dei quali emergono
le patologie che tanto affliggono l’umanità; sulla base di queste
considerazioni si penetra nello studio della medicina, considerando la
cura delle malattie attraverso i principi intelligenti della natura e
l’analisi delle varie dimensioni, nonché le diverse cause dell’infermità
e la relativa possibilità di modificarle imparando ad utilizzare
saggiamente le leggi di azione e conseguenza.
Lo studio gnostico
dell’Arte
è inteso come una ricerca della bellezza
nelle sue diverse espressioni ed interpretazioni. In tutte le grandi
opere della letteratura universale, della pittura, della scultura, della
musica, dell’architettura, ecc., è presente la Conoscenza. Pertanto,
l’Arte gnostica comprende un’accurata analisi di tutti i reperti
dell’antico Egitto, delle civiltà precolombiane, dell’antica Cina, della
Roma imperiale, della Grecia, dell’India, ed in genere delle grandi
culture del passato, accompagnata da uno studio approfondito dei grandi
capolavori di Leonardo, Michelangelo, Dante Alighieri, Virgilio, Omero, Mozart, Beethoven, Wagner e di tutti i geni di ogni epoca.
Senza l’Arte come fedele testimone, la filosofia, la scienza e la
religione dei popoli antichi non sarebbero giunte fino a noi. La Gnosi,
tramite l’interpretazione del simbolo, fa cadere il velo che ricopre la
conoscenza, illuminando le eterne ed immutabili verità cosmiche.
La Filosofia gnostica
utilizza il metodo dell’introspezione che conduce
alla conoscenza diretta. La filosofia perenne ed universale è espressa
nel Vedanta e nella profezia degli Ebrei, nel Tao Te Ching come nei
dialoghi platonici, tra i sufi persiani e tra i mistici cristiani del
Medioevo e del Rinascimento. Questa filosofia ha parlato in tutte le
lingue dei cinque continenti, è sempre stata presente in ogni cultura,
quale sistema metafisico dei profeti, dei santi e dei saggi di qualsiasi
religione. La filosofia perenne ha quattro principi fondamentali:
Una base direttrice intelligente. All’origine di ogni creazione vi sono
l’essenza che è il principio attivo e la sostanza o principio passivo,
dall’unione dei quali scaturisce il principio neutro. Ciò è stato
allegorizzato in tutte le teogonie e può essere riscontrato con
esattezza scientifica nella perfezione trinitaria dell’atomo; costituito
da protoni, elettroni e neutroni. Ogni concetto filosofico viene
supportato da profonde ed irrefutabili conoscenze scientifiche.
La conoscenza per intuizione. La conoscenza del fenomenico o apparente,
può essere raggiunta attraverso i 5 sensi; la conoscenza essenziale,
quella del noumeno o causante del fenomeno stesso, può essere penetrata
solo con l’intuizione, mediante i sensi interni. All’intuizione bisogna
ricorrere quando si studiano i misteri della vita e della morte e le
trascendentali leggi divine, per la cui comprensione non è sufficiente
l’esclusiva applicazione dei cinque sensi tridimensionali.
La doppia natura umana. L’essere umano esteriore rappresentato dalla
personalità e l’individuo interiore che è l’essere cosmico perenne.
Queste doppie nature devono essere profondamente studiate e conosciute
per giungere alla fusione dell’unità mediante una completa
identificazione con la divinità intima.
Il fine ultimo dell’essere umano. Il raggiungimento della verità e
l’ottenimento della liberazione fino ad arrivare alla conoscenza
unitaria mediante la nascita e la condensazione dell’assoluto nel mondo
del relativo, è considerato dalla filosofia gnostica il fine ultimo
dell’essere umano e l’unico vero scopo della vita.
La Mistica della gnosi
ricerca il ricongiungimento, il rilegare l’anima
con il Reale Essere interiore, con il divino che abita nelle profondità
della psiche umana. Questo implica l’eliminazione dell’ego della
psicologia sperimentale mediante l’autoconoscenza. La Gnosi studia la
religiosità nel suo aspetto più profondo, al di là delle forme religiose
dei vari culti soggetti a cambiamenti relativi all’epoca storica ed al
contesto socio-geografico. La mistica è intesa come una profonda e
costante ricerca della saggezza e del divino che alberga nell’intimo di
ogni individuo e che si riflette nelle prodigiose creazioni della Madre
Natura.

Paradisi e inferni: lo
gnosticismo chimico
di Walter Catalano
“L’oppio è la religione dei popoli”: invertendo l’ordine dei fattori
nella celeberrima asserzione attribuita a Karl Marx (e che in realtà
egli mai enunciò, almeno in questa forma), il prodotto non cambia. L’uso
di sostanze psicoattive per estendere e approfondire la comprensione e
la conoscenza della realtà o per favorire la percezione e l’enunciazione
di ciò che è ipotizzabile intravedere al di là di essa, diventa un
culto, una non-religione della modernità, praticata - in una dimensione
ormai irreversibilmente secolarizzata - non più dagli sciamani, dai
rishi, dai veggenti e dagli iniziati come nel mondo antico, ma
soprattutto da rappresentanti del “popolo” assai particolari: gli
scrittori, i poeti e gli artisti, depositari – secondo le coordinate
forniteci da Max Weber – del beruf - che è vocazione e
contemporaneamente professione - della creazione, del genio e della
visione e, in nome di questi doni carismatici, di tutta l’autorità che
la società borghese conferisce loro.
Limitando quindi il nostro breve percorso al mondo moderno e all’ambito
europeo e occidentale, possiamo dire che le relazioni tra mistica, arte
e droga, cominciano alla fine del XVIII secolo, e precisamente dopo
l’impresa napoleonica in Egitto.
I Francesi non riportano dalla sanguinosa escursione turistica solo
stele, mummie e sarcofagi saccheggiati nella Valle dei Re o tappeti e
scimitarre strappati agli sconfitti Mamelucchi, ma anche il gusto per l’hashisc
e per l’oppio, prodotti consumati da secoli in quella zona. Con il
fascino dell’Oriente, di cui il territorio per poco tempo conquistato è
solo la porta, si diffondono in Europa tutte le lusinghe di quei paesi
esotici: le spezie e le droghe in ogni senso e possibilità.
Francia e Inghilterra sono da principio le nazioni più ricettive e
pronte ad accogliere il seducente invito di quelle sostanze venute da
lontano e capaci di condurre chi voglia affidarvisi infinitamente più
lontano.
Uno dei primi sperimentatori appartiene al gruppo dei poeti metafisici
inglesi: si tratta di Samuel Taylor Coleridge (1772/1834). Pare che fino
dal 1792 facesse uso regolare di laudano (oppio disciolto in alcool) e
che l’intossicazione gli favorisse la comprensione della filosofia
idealistica tedesca e la creazione di ardite metafore poetiche. Dopo
qualche tempo il medico già gli somministrava venticinque gocce di
laudano ogni quattro ore. Poi le gocce salirono a sessanta. Fra i primi
occidentali ad interessarsi del pensiero indù e del Vedanta, l’orientalismo
e l’oppio gli ispirarono la sua poesia più evocativa: Kubla Khan. Così
ci narra Elémire Zolla: “Stava scorrendo in Purchas la descrizione d’un
palazzo eretto da Kubla Khan a Xanadu, poi si assopì, per risvegliarsi
semicosciente e buttarsi a comporre un duecento o trecento versi senza
nessuna fatica… L’estasi inconscia ma attiva fu all’improvviso
stroncata, qualcuno suonò alla porta e per un’ora gli parlò d’affari.
Quando tornò al manoscritto scoprì che la vena era inaridita”.
L’aneddoto è celebre e viene spesso citato a proposito degli apporti
forniti alla creazione letteraria dall’esperienza onirica: sul tipo di
sonno del tutto particolare del poeta si preferisce spesso tacere.
Se la grandezza poetica di Coleridge non fu certo il prodotto della
droga, lo fu invece l’instabilità della sua salute fisica e psichica.
Così prosegue Zolla: “Il laudano non gli bastava più, il sonno era
diventato molto raro, gli incubi incombevano senza tregua, passò al
‘goccio nero’ di oppio, tanto più intenso del laudano, aggiunse hashisc,
bhang e giusquiamo. Il risultato? …Angoscia senza fitte, vacua,
tenebrosa e tetra, soffocante, indolente, inerte angoscia”.
Un altro inglese Thomas De Quincey (1785/1859) rese famosa la
tossicomania nel suo classico Confessioni di un mangiatore d’oppio,
uscito nel 1821. Orfano viene educato in un esclusivo collegio dove
apprende alla perfezione greco e latino. Soffocato dall’eccessiva
disciplina e dalla monotonia della vita nell’istituto, decide di fuggire
a diciassette anni e si dà alla vita randagia per le campagne e poi
nelle vie di Londra. Là conosce Ann, una giovanetta di sedici anni che
l’indigenza costringe a vivere di prostituzione. Quando un giorno il
futuro scrittore crolla svenuto per la fame sul marciapiede, la ragazza
lo rianima con un bicchiere di porto comprato in un pub coi suoi ultimi
spiccioli. L’idillio fra i due è però di breve durata: De Quincey viene
rintracciato dai suoi tutori e, rimesso a nuovo, si iscrive ad Oxford.
Aveva promesso ad Ann di tornare da lei dandole un appuntamento ad un
cantone a loro familiare, ma – si giustifica – non la trovò più; c’è da
credere che non si sia dato troppo da fare per riuscirci.
Un dolore reumatico lo induce a provare l’oppio come rimedio. Nasce un
amore assai più costante e intenso di quello vissuto per la piccola Ann.
Per otto anni De Quincey vive in paradiso: riesce a moderare il bisogno
della sostanza e a contenere le dosi. Il tossico aggiunge solo
leggerezza e profondità alla sua vita, ora assai comoda, senza
compromettere alcuna facoltà. Ma ecco che un improvviso e persistente
dolore allo stomaco lo induce a spezzare il fragile equilibrio dei
dosaggi.
Un misterioso Malese, losco e inturbantato, si presenta alla porta del
suo cottage di campagna e viene lasciato dormire sul pavimento per una
notte. Al mattino, senza una parola, il Malese se ne va lasciando
dell’oppio. De Quincey non resiste e sprofonda negli abusi. Le
allucinazioni si susseguono, il confine fra sogno e realtà diviene
quanto mai sfumato. Per anni lo scrittore indulge nei suoi piaceri
proibiti e si abbandona al flusso inarrestabile delle fantasie.
Il Malese ricompare periodicamente, forse fosco fantasma, forse figura
reale, come un incubo ricorrente ed ossessivo. Con lui l’Oriente,
affascinante e minaccioso, l’India, la Cina, l’Egitto, ricorrono morbosi
nei sogni e nelle visioni del geniale drogato. Talvolta la moglie o i
figlioletti lo scuotono dalle sue fantasticherie ed egli li abbraccia
piangendo. Una più vivida allucinazione lo conduce presso una tomba
sconosciuta: seduta presso la lapide riconosce la giovane Ann che non
risponde al suo saluto ma lo fissa in silenzio.
De Quincey riuscì in seguito a ridurre le dosi, ma la sua salute restò
per sempre irrimediabilmente compromessa. Morì comunque in età più che
matura: settantacinque anni.
Non ci dilungheremo eccessivamente sulla figura di Edgar Allan Poe
(1809/1849), troppo nota per aver bisogno di qualsiasi presentazione.
Oltre agli abusi alcoolici, il grande genio statunitense, fece ricorso
all’oppio fino dagli anni dell’Università: in alcuni fra i suoi racconti
più riusciti - come Ligeia, La caduta della casa degli Usher, Berenice,
William Wilson – sono evidenti gli effetti delle tipiche allucinazioni
da oppiacei, l’acuirsi spasmodico delle capacità percettive sensoriali,
il potenziamento delle facoltà analitiche e razionali, la sinestesia
(cioè la confusione fra percezioni derivate da sensi diversi: il vedere
suoni, l’ascoltare odori, ecc.), l’ossessione del doppio o quella
claustrofobica della sepoltura in vita, ecc.
Nel 1848, in un clima che vede l’avvento della metapsichica e dello
spiritismo e la diaspora mondiale dei medium americani – le sorelle Fox,
Daniel Home, i fratelli Davemport – Poe, troppo razionalista per
prendere sul serio spiriti e “rivelazioni magnetiche”, scrive Eureka, il
suo poema cosmogonico e metafisico in prosa. L’Universo non è che un
vortice succhiante – incubo ricorrente poesco – in cui il Creato
riconverge vertiginosamente verso l’Unità in Dio. Lo scrittore è allo
stremo, la morte della moglie-bambina, l’amatissima Virginia nel 1847,
lo ha gettato nella prostrazione: si crede perseguitato; si traveste e
cerca di alterare i suoi connotati per non farsi riconoscere; ricerca
freneticamente amicizie femminili ed a tutte propone il matrimonio;
infine tenta di togliersi la vita ingerendo un’intera bottiglia di
laudano. Sopravvive per poco tempo: la sua ultima immagine, il famoso
dagherrotipo che lo mostra pallido e scarmigliato, le occhiaie livide,
la cravatta storta e male annodata sul collo, fu scattato il giorno dopo
il tentato suicidio. Oltre alle alterazioni psichiche l’abuso di tossici
gli provoca disturbi al cuore ed un attacco di paralisi facciale.
Nel 1849 improvvisamente, Edgar fa perdere le sue tracce mentre viaggia
alla volta di New York. Viene ritrovato morente a Baltimora: durante le
elezioni al Congresso ed alla Camera dello Stato, è caduto preda di una
banda di mascalzoni in cerca di voti. Allora non esistevano schede
elettorali, bastava prestare giuramento, e si facevano spesso ubriacare
dei poveri diavoli per portarli a votare successivamente in tutti i
seggi della città. Il poeta è una vittima sacrificale di quella
democrazia che, da raffinato aristocrate sudista, ha sempre disprezzato.
Conoscenti lo recuperano e lo conducono all’ospedale in condizioni
pietose: “chiacchierava e chiacchierava rivolgendosi a persone
fantastiche e immaginarie, guardando i muri… Incominciò a chiamare un
certo Reynolds, lo chiamò tutta la notte, fino alle tre del mattino di
domenica quando spirò”. Reynolds era un esploratore polare ed un
propugnatore della teoria della terra cava: a lui Poe si era ispirato
per il suo Gordon Pym. In punto di morte lo sfortunato scrittore
ritornava ai paesaggi polari, al suo maestro ideale - esploratore e
metafisico - alla candida figura liminare, arcangelo e guardiano della
soglia, che chiude il suo unico ed enigmatico romanzo.
Fra gli artisti anglofoni, oltre a quelli già citati, provarono l’oppio
quasi tutti i romantici: Byron, Shelley, Keats, Dante Gabriel Rossetti,
Dickens, Wilkie Collins. La cocaina provocò invece la dissociazione che
avrebbe ispirato il caso Jekyll/Hyde a Robert Louis Stevenson ed il
delirio raziocinante di Sherlock Holmes al medico, scrittore e
spiritista Arthur Conan Doyle.
In Francia nel frattempo Theophile Gautier (1811/1872) provò l’ebbrezza
dell’hashisc presso un medico islamizzato e descrisse gli effetti della
droga in alcuni articoli. Di lì a poco si formò a Parigi un vero e
proprio “club dei mangiatori di hashisc”: i maggiori romantici francesi,
oltre a Gautier, da Charles Baudelaire a Victor Hugo, da Alfred de
Musset a Honoré de Balzac, da Gerard de Nerval a Honorè Daumier, si
dettero convegno in un albergo abbandonato, l’Hotel Pimodan sull’Ile
Saint-Louis, per sperimentare il famigerato kief del Vecchio della
Montagna.
Anche di Baudelaire (1821/1867) non c’è bisogno di parlare troppo:
ammiratore di Poe, suo traduttore in francese ed artefice della fortuna
in Europa dello scrittore americano, è anche l’autore di uno dei più
grandi classici sulla droga, I paradisi artificiali, saggio in cui
vengono scandagliati gli insondabili abissi spalancati dall’uso
dell’alcool, dell’hashisc e dell’oppio. L’intenzione dell’opera vorrebbe
essere quella di condannare l’uso della droga, ma in realtà la posizione
baudelairiana è ambigua: il cantore dei fiori del male è un inguaribile
dionisiaco ed un propagandista dell’ebbrezza. Già nei poemi in prosa de
Lo spleen di Parigi aveva sostenuto: “Bisogna essere sempre ubriachi. E’
tutto qui; questo è il solo problema. Per non sentire l’orribile
fardello del tempo che vi rompe le spalle e vi piega verso terra,
bisogna che vi ubriachiate senza tregua. Ma di che ? Di vino, di poesia,
di virtù, a piacer vostro. Ma ubriacatevi”.
Non stupisce che Cesare Lombroso abbia coniato per catalogare le
complesse personalità di Poe e di Baudelaire, una contraddittoria
definizione psichiatrica: “degenerati superiori”.
Meno scapigliato di Baudelaire ma ugualmente attratto dall’altrove
assoluto offerto dall’esperienza psichedelica fu Gerard de Nerval
(1808/1855), scrittore in cui sogno e realtà, estasi e ossessione si
confondono. Racconti come Le figlie del fuoco, La mano stregata, Aurelia
e poesie come Le chimere raggiungono gli estremi della fantasmagoria
romantica. Lettore di Swedemborg e della filosofia idealistica tedesca,
traduttore del Faust di Goethe, sostenitore della metempsicosi e
adoratore della Divinità Femminile in tutte le sue forme (da qui
l’identificazione fra sé stesso e Apuleio, il grande scrittore latino
iniziato ai misteri di Iside), Nerval si interessa di alchimia ed
esoterismo, professa dottrine pitagoriche, segue le tracce di Cagliostro,
Mesmer, Saint-Germain e degli Illuminati, crede negli Elhoim - i Figli
del Fuoco, maledetti e ridotti a vivere in un regno sotterraneo - e
viaggia a lungo in Oriente.
Va e viene dalle cliniche psichiatriche sempre in bilico tra follia e
lucidità. Nei giorni che precedettero la sua morte fu visto aggirarsi
per Parigi, con diciotto gradi sotto zero, senza cappotto. Mangiava
nelle bettole prossime ai mercati e dormiva negli alberghi popolari che
accoglievano vagabondi e prostitute. La mattina del 26 gennaio 1855 fu
trovato impiccato ad un’inferriata in una via sinistra, Rue de la Vielle
Lanterne, che in altri tempi si era chiamata Rue de la Tuerie (cioè via
del macello o del massacro). Gerard era appeso all’inferriata in modo
che i piedi toccassero quasi il suolo – lo si sarebbe detto
semplicemente appoggiato al muro – e con un cappello a cilindro in
testa. Un corvo ammaestrato svolazzava nei paraggi ripetendo le uniche
parole che sapeva: “Ho sete”. Il caso fu archiviato come suicidio, ma
non è chiaro come il disgraziato avrebbe potuto impiccarsi serbando il
cappello in testa. Oltre al corvo c’era solo una vecchia accanto al
cadavere, che naturalmente non aveva visto nulla e che forse gli stava
ripulendo le tasche. In una di quelle tasche, spiegazzata e piena di
cancellature, si trovò l’ultima pagina del manoscritto della sua ultima
opera, l’allucinato racconto Aurelia. L’ultimo appunto lasciato la sera
precedente, prima di uscire per la sua ultima passeggiata, ad una
parente che lo ospitava diceva: “Non aspettatemi, la notte sarà nera e
bianca”.
Un altro scrittore francese dedito alle droghe fu Guy de Maupassant
(1850/1893) che scrisse un memorabile saggio sull’etere e che, partito
come rigoroso realista legato al Naturalismo francese, finì, poco prima
di impazzire, raccontando de L’Horlà, una terrorizzante creatura
invisibile che ossessiona il narratore.
Tra i Simbolisti e i Decadenti l’uso di sostanze psicoattive diventa un
obbligo e una moda: tutti i maggiori artisti seguono il precetto di
Arthur Rimbaud (1854/1891) che aveva teorizzato nella sua Lettera del
Veggente “il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato
disordine di tutti i sensi”, e tutti vogliono attenersi al modello
esistenziale e artistico che Paul Verlaine (1844/1896) ha delineato
parlando del poeta maledetto.
Nel Novecento l’esplorazione dei territori psichici dischiusi dagli
stupefacenti si diffonde soprattutto nel corso della Prima Guerra
Mondiale e del primo dopoguerra. Saranno soprattutto i movimenti
artistici d’avanguardia - Futurismo, Espressionismo, Dadaismo,
Surrealismo, ecc. - i maggiori sostenitori dell’esperienza psichedelica.
Le pionieristiche attività psiconautiche di queste élite intellettuali
verranno replicate in seguito, con impeto massiccio e disordinato, dai
beat e dagli hippies negli anni sessanta e settanta.
Il lavacro delle acque corrosive è determinante comunque anche per
intellettuali legati ad altri ambiti culturali come ad esempio lo
scrittore tedesco Ernst Jünger (1895/1998), uno dei maggiori esponenti
della cosiddetta Rivoluzione Conservatrice. Egli, nel suo romanzo
Heliopolis, inventerà un personaggio abbastanza caratteristico, Antonio
Peri: “uomo totalmente sedentario... che esplora gli arcipelaghi oltre
gli oceani navigabili, servendosi di droghe come veicolo”. Anche a
Jünger come al suo personaggio “le droghe... servivano come chiavi per
entrare dentro le cavità e le grotte di questo mondo”.
L’avvicinamento è il tema più ricorrente in Jünger, avvicinamento al
muro del tempo, a quella linea che va scavalcata ed oltre la quale “il
niente si ritirerà in se stesso, abbandonando sulla riva i tesori che le
sue onde avevano sommerso”. L’esternazione più sistematica di questa
tensione è contenuta in un libro del 1970: Avvicinamenti. Droghe ed
ebbrezza. “Shakespeare parla una volta, nel Sogno di una notte di mezza
estate, del sonno ‘comune’ che egli distingue da uno stato di più
intensa fascinazione, uno stato magico. L’uno porta i sogni, l’altro le
visioni e le profezie. Similmente, anche l’ebbrezza provocata dalla
droga produce effetti particolari, difficili da definire. Chi ricerca
quell’ebbrezza è animato da intenzioni particolari. E chi usa la parola
droga in questo senso presuppone un’intesa con l’ascoltatore o con il
lettore, intesa che non consente una definizione more geometrico. Egli
penetra con loro in una zona di confine”.
In una lettera ad Albert Hofmann, il chimico svizzero che sintetizzò la
dietilamide dell’acido lisergico, il potente ed arcinoto LSD, Jünger
precisa: “Le incrinature non sono solamente punti di esplorazione, ma
anche di distruzione. Paragonati agli effetti delle radiazioni, quelli
delle sostanze magiche sono più genuini e molto meno violenti. Ci
conducono in maniera esemplare oltre l’uomo. In un certo senso Gurdjieff
lo ha già intuito. Il vino ha già cambiato molto, ha portato con sé
nuove divinità e una nuova umanità. Ma rispetto alle nuove sostanze è
come la fisica classica rispetto alla fisica moderna. Queste cose
dovrebbero essere sperimentate solo in ambienti circoscritti. Non sono
d’accordo con le idee di Huxley, secondo cui le masse dovrebbero avere
l’opportunità di conoscere la dimensione trascendentale”.
Aldous Huxley (1894/1963) aveva teorizzato la crescita spirituale
dell’umanità per mezzo degli allucinogeni - l’ineffabile “medicina
moksha”, fondamento del suo classico saggio sull’argomento Le porte
della percezione, del seguito Paradiso e Inferno o del suo ultimo
romanzo L’Isola – ma si sarebbe decisamente ricreduto se avesse potuto
constatare gli effetti della diffusione massificata degli psichedelici
nella seconda metà degli anni sessanta. Dopo la cosiddetta “summer of
love” del 1967, dopo l’ingresso trionfale degli stati alterati di
coscienza nell’immaginario giovanile e nel pubblico mercato, dopo le
speculazioni astutamente orchestrate da personaggi fortemente ambigui e
ciarlataneschi come Timothy Leary e gran parte degli esponenti della
Beat Generation, dopo la rapida combustione di quell’effimero carnevale,
le “brecce nel muro” care ad Huxley sono diventate solo un prolungamento
del muro stesso. Il mondo della tecnica e del consumo è incapace di
trascendere un uso impropriamente ludico e ‘pirotecnico’ di sostanze
selezionate in funzione di un’altra sfera: un mondo che ha ucciso il
rito e l’otium resta facile preda del tossico.
Sempre più emblematica per antitesi è ancora la figura jungeriana di
Antonio Peri che “non viaggiava per evadere nell’ignoto, ma come un
geografo” e che, una volta mortalmente ustionato, “tra le sofferenze
rifiuta la morfina. Ciò che lo aveva spinto a muoversi non era il
piacere e neanche l’avventura. La curiosità certamente, ma una curiosità
che era andata sublimandosi, finché egli non giunse davanti alla porta
giusta. Di fronte ad essa non c’è bisogno di chiavi; si apre da sola”.
Huxley, dal canto suo, preferì un’altra soluzione; in punto di morte
richiese un’ultima iniezione alla moglie: “LSD - provalo intramuscolare
- 100 mmg”.
La relazione sacrale, magica fra il qui e ora e l’altrove, fra l’attuale
e - termine così caro a Jünger - das Eintretende, “ciò che
sopraggiunge”, che l’ebbrezza induce in gradi diversi a seconda della
sostanza e della dose ma inequivocabilmente, è colta con precisione
dall’autore, in grande sintonia rispetto ad altri psiconauti del
Novecento che sembrano tutti perfettamente concordi su questo punto.
“L’evocazione era compresa nel medioevo nel numero dei crimini capitali.
Le apparizioni erano più degne di fede di quanto non lo siano oggi. Per
Faust... la preoccupazione è solo che l’evocazione riesca. Scrupoli
religiosi o morali non lo tormentano più. In modo del tutto analogo, nel
nostro tempo l’uomo spirituale e amico delle muse si chiede che cosa
possa offrire la droga. In fondo, per lui non può trattarsi
dell’incremento motorio delle sue forze, né della felicità o
dell’assenza di dolore. Non si tratta nemmeno di un modo per acuire ed
affinare le capacità percettive, quanto piuttosto, come nel gabinetto di
Faust, di ‘qualcosa che sopraggiunge’.... Un tempo non si avevano dubbi
sul fatto che nell’evocazione, ottenuta grazie all’ascesi o grazie ad
altri mezzi, sopraggiungesse qualcosa di estraneo... Decidere se ciò che
sopraggiunge venga dall’esterno o dall’interno, se abbia quindi origine
nell’universo o nel profondo di se stessi, è però una questione soltanto
formale”.
Si confronti il passo con il seguente di Henri Michaux (1899/1984) -
scrittore legato all’ambiente dei Surrealisti e grande sperimentatore di
allucinogeni - : “All’indiano bastava pronunciare il nome del dio che
adorava, perchè, comandato dalla parola, questi gli apparisse. Quello
che si impara dalla demonologia sembra ormai rendersi chiaro, e cioè che
il nome è tutto. Verificato qui. Il demonio, una volta chiamato,
apparirà, anche se non esiste, a chi ha commesso l’imprudenza o
l’audacia di pronunciare il nome suo, trovandosi in stato secondo (sia
che la trance venga dall’esaltazione per via di fede, o attraverso la
danza, e che, più semplicemente, come accadeva nel mondo intero e
secondo il rituale, si sia prima masticato qualche foglia di datura o le
estremità fiorite della canapa indiana). Quanto all’occidentale del
giorno d’oggi, che da tanto tempo non crede negli dei, e che sarebbe
incapace d’immaginare una forma in cui essi potessero apparirgli, ciò
che la mente coglie, il solo dio che ancora percepisca e che sarebbe
vano adorare, è l’infinita relatività... In mancanza di dei:
Pullulazione e Tempo”.
Ma lo stesso Michaux, in un’esperienza successiva, testimonia: “HO VISTO
LE MIGLIAIA DI DEI. Ho ricevuto il dono stupefacente. A me senza fede
(senza sapere la fede che potevo forse avere), essi sono apparsi. Erano
lì, presenti, più presenti di qualsiasi cosa od essere abbia io mai
guardato. Era impossibile, lo sapevo bene, eppure. Eppure essi erano lì,
schierati a centinaia, gli uni appresso agli altri (ma migliaia d’altri
appena percettibili seguivano, ben più che migliaia, un’infinità). Erano
lì. quelle persone calme, nobili, tenute sospese nell’aria da una
levitazione che pareva naturale, leggerissimamente mobili o piuttosto
animati, ma sul posto. Loro, le persone divine, e io, soli, al cospetto.
Immerso in una specie di riconoscenza, appartenevo loro. Ma insomma,
qualcuno potrà dirmi, che credevo? Rispondo: Che bisogno avevo di
credere, VISTO CHE ERANO LI’?”.
Anche lo spirito dionisiaco e sregolato di Antonin Artaud (1896/1948) -
altro scrittore, regista e attore surrealista - sembra confermare
un’impostazione analoga. Artaud lascia improvvisamente Parigi per i
deserti del Messico settentrionale, visita gli indiani Tarahumara dove
sperimenta il peyote, un cactus che contiene la psilocibina, un potente
alcaloide. Al ritorno dall’esperienza Artaud, già appassionato cultore
di tarocchi, di magia e di esoterismo, ha una crisi mistica e dopo un
misterioso viaggio in Irlanda impazzisce; verrà rinchiuso per quasi
dieci anni in manicomio. Anch’egli scrive: “Col Peyotl succede come con
tutto ciò che è umano. E’ un principio magnetico e alchemico
meraviglioso a patto di saperlo prendere, cioè nelle dosi volute e
secondo la gradazione voluta. E soprattutto di non prenderne a
contrattempo e a sproposito. Se, dopo aver preso il Peyotl, gli Indi
diventano come pazzi, vuol dire che ne abusano fino a raggiungere quel
punto d’ebbrezza disordinata in cui l’anima non è più sottomessa a
niente...Superare il necessario è SACCHEGGIARE l’azione. Dio, dicono le
tradizioni sacerdotali tarahumara, scompare immediatamente quando se ne
abusa e in sua vece viene lo Spirito Maligno”.
A questi stessi percorsi potremmo ricondurre anche gli esperimenti di
René Daumal, seguace di Gurdjieff ed autore di due grandi romanzi
iniziatici: La gran bevuta e Il Monte Analogo. Fondatore del gruppo
esoterico e letterario del Grand Jeu, che proclamava una
rivoluzione/iniziazione, farà numerose esperienze con gli stati di
“mort-dans-la-vie” sotto l’influenza del tetracloruro di carbonio
descritti in L’Asphixie ou l’expérience de l’absurde e in Une expérience
fondamentale; inoltre abuserà di alcool e di oppiacei finché l’influsso
della scuola di Gurdjieff non lo ricondurrà ad un uso più continente
delle proprie energie.
La tossicomania si rivela fra gli intellettuali del Novecento, sintomo
di un disagio, proditoria riappropriazione di un orizzonte negato,
tentativo di cura di una malattia più grave: come scrisse Jean Cocteau
(1889/1963) nel minuzioso diario della sua faticosa disintossicazione,
Oppio, “Non sono un disintossicato fiero del suo sforzo. Ho vergogna di
essere escluso da quel mondo in cui la salute rassomiglia all’ignobile
film del ministro che inaugura la statua”.
Se il poeta espressionista tedesco Gottfried Benn (1888/1956) in
Provozierties Leben giungeva ad esclamare: “Dio è una sostanza, una
droga!”, il filosofo Walter Benjamin (1892/1940), nei suoi appunti
raccolti e pubblicati dopo la morte sotto il titolo di Sull’hascish,
accennava, meno iperbolicamente, ad un “ambiguo ammiccare del nirvana”
ed alla convinzione di venire accolto “nella comunità degli iniziati, le
cui testimonianze, dai Paradisi artificiali di Baudelaire fino al Lupo
della steppa di Hesse, mi erano tutte note... Ho la sensazione di capire
molto meglio Poe... Meno uomo, più Daimon e Pathos in questa
ebbrezza...”. Il senso di tali destini e la direzione dell’avvicinamento
si mostrano, tra ombre e luci, nell’identica ricerca di un’apertura, di
una breccia.
Come scrisse Julius Evola – altro personaggio che con tutte le sue
ambiguità e sgradevolezze ha teorizzato e praticato l’uso delle acque
corrosive - in un suo saggio per il magico “Gruppo di Ur”: “Il veleno,
il tossico… fulmina, uccide, senza ritmo: con atto diretto. Stacca.
Taglia. E’ il morso della vipera”.
Ancora Jünger ci racconta un viaggio psichico che sconfina nel
paranormale. Sono in tre, lo scrittore, un orientalista ed il chimico
Albert Hofmann, usano funghi magici contenenti mescalina: “Agli altri
non era andata meglio. ‘Che bello essere di nuovo tra uomini’. Così
Albert Hofmann, che aveva attraversato infinite città dell’antico
Messico… alla ricerca labirintica dell’uomo attraverso un mondo di
geometrica bellezza… L’orientalista invece era stato a Samarcanda… Lì
era rimasto a lungo davanti a una delle piramidi di teschi costruite per
lo spavento dei popoli, e aveva trovato nella massa di teste mozzate
anche la propria. Era incrostata di pietre preziose. Il farmacologo
rimase come fulminato, quando l’udì: ‘Adesso so perché stavate seduto
senza testa in poltrona – mi ero meravigliato; non posso essermi
sbagliato’. Mi domando se non dovrei evitare di parlare di questo
dettaglio, dato che sfiora i requisiti delle storie di fantasmi”.
Altri resoconti di esperienze psichedeliche novecentesche infine furono
quello di Piotr Demianovic Ouspensky, il maggiore discepolo di Gurdjieff,
in un capitolo, intitolato significativamente Metafisica sperimentale,
del suo libro Un nuovo modello dell’universo; il racconto Morfina di
Bulgakov; il Romanzo con cocaina di Ageev (forse pseudonimo sotto il
quale si nascondeva Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita); il classico
della beat generation Il pasto nudo di William Burroughs (romanzo da cui
David Cronemberg ha tratto l’omonimo film) e la corrispondenza di
Burroughs con il poeta beat Allen Ginsberg sullo yage, allucinogeno
contenuto in una liana amazzonica capace di produrre fenomeni
telepatici; gli scritti fin troppo noti di Timothy Leary o di Terence
Mckenna; il discutibile saggio di Gordon Wasson sull’identità fra
Amanita muscaria e soma vedico e quello ugualmente discutibile di Albert
Hofmann sul kykeon, la misteriosa bevanda dei Misteri Eleusini; i libri
di Carlos Castaneda e di Michael Harner, il cui percorso parallelo
dall’antropologia seria al ridicolo ma remunerativo new age è assai
emblematico.
Questo tortuoso e necessariamente affrettato percorso attraverso la
cultura della droga ci riporta alle nostre premesse: alla non-religione
più praticata nella modernità, al culto e ai riti che inducono
l’esperienza mistica spontanea – selvaggia, come la definisce Michel
Hulin nel suo studio fondamentale Misticismo selvaggio: l’esperienza
spontanea dell’estasi. Mistica selvaggia, cioè anarchica, non legata a
pratiche devozionali secondo una qualche confessione, ma ottenuta per
via soprattutto anche se non esclusivamente chimica. La mistica
selvaggia si identifica con il sentimento oceanico, come lo chiamava
Romanin Rolland, e con l’esperienza estatica psichedelica ed i disordini
psichici connessi come li hanno descritti e analizzati William James o
Georges Bataille e condivisi tutti gli autori che abbiamo ricordato:
l’estasi mistica e la psicopatologia hanno notevoli punti di contatto ma
è l’essenza della beatitudine, della gioia che le separa nettamente. La
gioia dell’esperienza estatica consiste nella deposizione di un
fardello: quello della dualità, della discriminazione fra “buono e
cattivo per me”. In Oriente come in Occidente si parla a questo
proposito di Pace, di Liberazione dalla schiavitù dell’incarnazione.
All’identica frattura della dicotomia fra piacevole e spiacevole vertono
anche le pratiche di austerità e di ascesi presenti in tutte le
tradizioni religiose: lo smascheramento del carattere reattivo del
dolore e del disgusto. Un’unica vertigine scuote Santa Teresa di Lisieux
ed Aleister Crowley.
Per concludere non ci resta che citare ancora il chimico che ha
sintetizzato l’LSD, Albert Hofmann, la sua opinione in merito ci pare
significativa: “L’universo è infinito, ma è l’uomo con il suo sguardo
che lo restringe o lo allarga. La differenza tra gli uomini è qui: ci
sono approcci - idee, comportamenti - che restringono il campo visuale,
altri che lo allargano”.

Gnosticismo
Lo gnosticismo è stato un movimento filosofico-religioso, molto
articolato, la cui massima diffusione si ebbe nel II e III secolo
dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca
gnósis (γνῶσις), «conoscenza», e si riferisce all'idea di una sorta
di insegnamento segreto riservato da Gesù solo a pochi dei suoi
discepoli e impartito nel periodo tra la Resurrezione e
l'Ascensione, periodo considerato dagli gnostici ben più esteso dei
canonici quaranta giorni. Tale insegnamento, parallelamente alla
dottrina della Chiesa, fondata sulla predicazione pubblica del
Cristo, venne tramandato per via occulta a beneficio di pochi
eletti.
Origini
Secondo gli antichi scrittori cristiani, e in alcuni studiosi (Festugière,
Langerbeck) che ne accentuano la camponente ellenista, la gnosi
sarebbe un'eresia sviluppatasi in seno al cristianesimo, ma più
realisticamente la gnosi è una religione a sé stante, anche se di
carattere sincretistico, dove si fondono caratteri orientali, greci,
ebraici e cristiani. Ancora non è completamente chiaro se la nascita
dello gnosticismo affondi le sue radici in correnti filosofiche
pre-cristiane (Schmithals, Rudolph, Schenke), tuttavia nel Colloquio
sullo gnosticismo svoltosi a Messina (1966), si è proposto di
distinguere lo gnosticismo vero e proprio, tutte le sette non
anteriori al II secolo d.C. con una ben definita dottrina, culto e
letturatura.
I concetti gnostici vanno considerati originari del mondo pagano e
passati al cristianesimo gnostico, in armonia con la ben documentata
tendenza dello gnosticismo al sincretismo di varie credenze
religiose.
La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto
Alessandria d'Egitto e Roma, tra il I e il IV secolo d.C.. Un
particolare impulso ebbe negli ultimi secoli in Siria ed in Egitto,
grazie alla sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le
numerose correnti ascetiche.
Lo Gnosticismo e le comunità gnostiche sono esistiti fin dai tempi
antichi. Il vero e proprio inizio e le radici dello Gnosticismo
rimangono però sconosciuti,gli studiosi indicano tanto l'Estremo
Oriente quanto il passato Ellenico. Ad ogni modo lo Gnosticismo ebbe
la sua esposizione più nota nei primi secoli d.C. con prominenti
insegnanti Gnostici come Valentino e Basilide. Anche quando la
corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana
divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee
cristiane alternative e il paganesimo, lo Gnosticismo non svanì
senza lasciar traccia.
Le idee Gnostiche continuarono a venire in superficie a intervalli
regolari, come dimostra l'apparizione di movimenti quali i Catari
(Francia) e i Bogomili (930 d.C., Bulgaria). Lo Gnosticismo non
sparì mai ma continuò ad esistere clandestinamente e sotto mentite
spoglie per paura dell'inquisizione. Solo nel diciottesimo e nel
diciannovesimo secolo qualcuno ricominciò a dichiarare apertamente
la propria visione gnostica e a fondare organizzazioni per
diffondere il proprio messaggio e per offrire servizi a coloro che
ne erano attratti.
Dottrina
In realtà si tratta di convinzioni che si differenziano spesso tra
le varie sette, in diverse sfumature. Tuttavia è possibile tracciare
alcune linee guida del pensiero gnostico, generalmente accettate. La
dottrina, secondo gli gnostici, venne rivelata direttamente da
Cristo ad una ristretta cerchia di iniziati, escludendo così la
gerarchia della Chiesa. Inoltre, aspetto fondamentale, essa doveva
giungere attraverso esperienze personali e non attraverso lo studio
dei testi canonici.
Gli gnostici elaborarono una complessa cosmogonia al fine di
spiegare l'origine del mondo materiale. Secondo questa un Dio unico
e inconoscibile (l'Eone eterno e perfetto) ha emanato alcune coppie
di entità divine minori (note come Eoni), che si generavano gli uni
dagli altri e si estendevano all'infinito a formare tutte insieme il
Pleroma (ovvero la pienezza del divino). L'ultima di esse, però,Sophìa
per la sua brama di conoscere l'inconoscibile Dio, nella sua vanità
sfrenata, attirò su di sé la punizione di Dio, che la scacciò dal
Pleroma. Esiliata dalla sua patria celeste, Sophìa emanò una serie
di eoni inferiori (detti Arconti), tra cui il Demiurgo (Jaldabaoth),
indentificato con Yahweh, il Dio vendicativo dell' Antico
Testamento, in contrasto con il Dio Buono del Nuovo Testamento:
questa corrente del pensiero gnostico era detta dualistica e
rappresenta un punto fondamentale dello gnosticismo. Questa potenza
inferiore, ignorante del mondo superiore perfetto, fu la
responsabile della creazione del mondo materiale, del cosmo e
dell'uomo. Tuttavia le potenze superiori, commosse dal pianto di
pentimento di Sophìa, le concessero di ascendere fino ai margini del
mondo della Luce.
Questa complessa visione porta alla considerazione della realtà
umana, vincolata all'imperfetto mondo materiale, ma nella quale è
imprigionata l'anima (una particella della Luce o Pneuma), che può
essere in grado di sfuggire al giogo del Demiurgo. Ma gli uomini non
sono consci di possedere in sé una scintilla divina, perciò fu
inviato sulla terra l'eone Cristo, affinché potesse svelare agli
iniziati questa verità. Tuttavia l'eone Cristo non si incarnò in
Gesù, ma fece in modo che gli uomini percepissero la sua illusoria
realtà umana come reale (docetismo).
Lo gnosticismo contempla tre diverse categorie di uomini:
gli pneumatici (dal greco pneuma, spirito) o spirituali, coloro che
possedendo lo spirito divino e quindi la conoscenza (o gnosi), e
sono predestinati alla salvezza;
gli psichici (da psyché, anima), uomini dotati di anima razionale ed
in grado di esercitare il libero arbitrio scegliendo tra il bene e
il male;
gli ilici (da hyle, terra) o coici (da chous, materia), uomini
materiali destinati alla dannazione.
Gnosticismo e cristianesimo
In generale gli gnostici tendevano ad identificare il Dio
veterotestamentario con la potenza inferiore del Demiurgo, mentre il
Dio neotestamentario con l'Eone perfetto ed eterno, il generatore
dell'eone Gesù. Dalla concezione docetica insita nello gnosticismo
deriva poi il rifiuto della morte in croce e resurrezione del Cristo
(e quindi dei corpi): Egli non sarebbe morto crocifisso, ma sarebbe
ritornato direttamente al suo mondo superiore. Tutte queste
convinzioni contrastavano fortemente con l'ortodossia del
cattolicesimo che andava formandosi in quei primi secoli. Fu quindi
inevitabile che le dottrine gnostiche, che in un primo tempo si
erano diffuse anche all'interno della Chiesa, incontrassero
l'opposizione delle comunità cristiane e fossero considerate come
eretiche. Ciò portò il movimento gnostico ad un rapido declino,
anche se alcuni aspetti dello gnosticismo (come l'aspetto ascetico)
divennero parte integrante del patrimonio della Chiesa Cristiana,
anche se principalmente in medioriente.
Culto e etica
Nella pratica ogni setta predicava una propria variante al credo
gnostico e quindi praticava un proprio culto. Alcune sette
respingevano completamente i sacramenti, mentre altre accettavano
quali strumenti di conoscenza il battesimo e l'Eucaristia,
affiancandoli ad altri riti che, per mezzo di inni e formule
magiche, dovevano propiziare l'ascesa al regno spirituale del
principio divino imprigionato nel corpo materiale.
Da un punto di vista etico, lo gnosticismo oscillava fra il rigore e
il lassismo: se, infatti, la valutazione negativa della materia e
del corpo spingeva alcuni gruppi ad astenersi anche dal matrimonio e
dalla procreazione, la convinzione che l'anima fosse assolutamente
estranea al mondo materiale portava altre correnti a giudicare in
termini relativistici ogni atto connesso con il corpo.
Eredità dello gnosticismo
Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a
partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di
tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico
occidentale fino ai giorni nostri. Già nel medioevo, comunità come
quelle dei manichei, degli albigesi, e dei bogomili, abbracciarono
le concezioni dualistiche sviluppate dallo gnosticismo, così come
nel caso dei mandei, una comunità religiosa tuttora attiva in Iraq e
Iran, i caratteri gnostici sono molto evidenti.
Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia
rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle
pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che
nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti
sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto.
Influenze dello gnosticismo sul pensiero moderno
In epoca contemporanea, a fianco di movimenti elitari che si
richiamano alle correnti gnostiche del passato, non mancano
tentativi di identificare caratteri gnostici in correnti di pensiero
moderne: così nel nichilismo ed esistenzialismo con la mancanza di
significato dell'esistenza terrena. Occorre precisare che lo
gnosticismo, come filone di pensiero, attraversa tutta la storia
della filosofia e che riemerge periodicamente con movimenti di
pensiero, ortodossi ed [[eterodoteterodossi (secondo la Chiesa
ufficiale). L'Ottocento, in particolare, vede la nascita di diversi
movimenti di tipo religioso o parareligioso che si richiamano
dichiaramente allo gnosticismo antico. Fra essi, a puro titolo di
esempio, la teosofia. La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag
Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi
filoni di pensiero.
Gnosticismo e psicoanalisi
Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad
esso le sue conoscenze di psicologia.
È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere
letterarie contemporanee.
Letteratura gnostica
La conoscenza della dottrine gnostiche si è basata fino al 1945,
quasi esclusivamente sulle citazioni, spesso incomplete e parziali,
di scrittori cristiani come Ippolito, Ireneo, Clemente Alessandrino,
Origene Adamantio, che ne scrivevano con l'intenzione di confutarle.
Si trattava dunque di una conoscenza molto limitata ed incerta del
pensiero gnostico originale, poiché essi tendevano a confondere le
comunità da cui tale pensiero nasceva ed i loro maestri. La
fondamentale scoperta dei manoscritti di Nag Hammadi ha consentito
finalmente l'accesso alle fonti originali del pensiero gnostico.
Esistono infine raccolte di frammenti (principalmente quelli
provenienti da Ossirinco in Egitto) che contengono altri testi, che
per la loro natura sono spesso incompleti. Hanno tuttavia trovato
grande utilità nel raffronto con gli scritti di Nag Hammadi.
Uroboro

L'Uroboro (dal Greco "ουροβóρος")
è un simbolo molto antico che
rappresenta un serpente che si morde la coda, ricreandosi
continuamente e formando così un cerchio. È un simbolo associato
all'alchimia, allo Gnosticismo e all'Ermetismo. Rappresenta la
natura ciclica delle cose, la teoria dell'eterno ritorno, e tutto
quello che è rappresentabile attraverso un ciclo che ricomincia
dall'inizio una volta aver raggiunto la propria fine. In alcune
rappresentazioni il serpente è rappresentato mezzo bianco e mezzo
nero, richiamando il simbolo dello Yin Yang, che illustra la natura
dualistica di tutte le cose e soprattutto che gli opposti non sono
in conflitto tra loro.
Pare che il simbolo si ispiri alla forma della Via Lattea, dal
momento che in alcuni antichi testi era considerata un enorme
serpente di luce che risiedeva nel cielo e circondava tutta la
terra.


|