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La Bhagavad-gita è la scienza teistica ampiamente colta ricapitolata
nel-mahatmya-gita ( Glorificazione della Gita
INTRODUZIONE ALLA BHAGAVAD-GITA
La Bhagavad-gita è universalmente riconosciuta come il gioiello di
saggezza spirituale dell'India. Rivelata dal signore Krishna, la divina
persona suprema, al suo discepolo intimo Arjuna, i settecento versi
concisi della Gita forniscono una guida definitiva alla scienza di
auto-realizzazione. Nessun altro lavoro filosofico o religioso rivela,
in maniera cosi' lucida e profonda, della natura della coscienza,
dell'universo e del supremo.
A.c. Bhaktivedanta Swami Prabhupada è l'unica persona qualificata per
presentare questo commento sulla Bhagavad-gita. È stato un erudito ed
insegnante Vedico ed è inoltre il rappresentante di una
catena ininterrotta di maestri spirituali completamente
auto-realizzati che inizia con il signore Krishna. Quindi,
diversa da altre edizioni della Gita, questa è riportata senza nessun
segno minimo di adulterazione o di motivazione personale. Questa
edizione è divulgata per stimolare e far comprendere l'antico messaggio,
tuttavia completamente attuale.
La Bhagavad-gita è la scienza teistica ampiamente colta ricapitolata
nel-mahatmya-gita ( Glorificazione della Gita ).Dove si dice che si
dovrebbe leggere la Bhagavad-gita con molto scrupolo e con l'aiuto di una
persona che sia un devoto di Sri Krsna per capirla senza interpretazioni
personalmente motivate. L'esempio di comprensione perfetta è nella
Bhagavad-gita in se'; questo e' avvenuto con l'insegnamento ricevuto da
Arjuna, che ha sentito la Gita direttamente dal Signore Supremo. Se qualcuno è
abbastanza fortunato da ricevere la Bhagavad-gita in quanto linea della
successione disciplica, senza interpretazione motivata, sorpassa tutti
gli studi sulla saggezza Vedica e tutte le scritture del mondo: troverà
nella Bhagavad-gita tutto cio' che è contenuto in altre scritture, ma
inoltre troverà cose che non sono trovate altrove. Questo è lo scopo
specifico della Gita. È la scienza teistica perfetta perché direttamente
rivelata dalla personalità divina suprema, il signore Sri Krsna.
Gli argomenti discussi da Dhrtarastra e da Sanjaya, come descritto nel
Mahabharata, formano il principio di base per questa grande filosofia.
Questa filosofia si è evoluta sul campo di battaglia di Kuruksetra, che
è un luogo sacro appartenente al periodo immemore dell'età Vedica. È
stato rivelato dal signore quando era presente personalmente su questo
pianeta per il bene dell'umanità.
Il dharma-ksetra (un luogo dove i rituali religiosi vengono effettuati)
è significativo perché, sul campo di battaglia di Kuruksetra, la
personalità suprema e divina era presente a fianco di Arjuna.
Dhrtarastra, padre dei Kuru, era molto dubbioso sulla possibilità di
vittoria dei suoi figli. Nel dubbio, domandava al suo segretario Sanjaya,
"che cosa hanno fatto i miei figli ed i figli di Pandu ?" Era sicuro che
sia i suoi figli che i figli del suo fratello più giovane Pandu erano
giunti sul campo di Kuruksetra per una risoluzione della guerra. Eppure,
la sua inchiesta è significativa. Non ha desiderato un compromesso fra i
cugini ed i fratelli ed desiderava essere sicuro del destino dei
suoi figli sul campo di battaglia. Poiché la battaglia fu organizzata
per essere combattuta a Kuruksetra, accennato altrove nei Veda come
posto di culto -- anche per le divinita' celesti - Dhrtarastra diventa
personaggio sgradito, per aver dato e influenzato molto i figli a danno
dei nipoti e di farli confluire proprio nel posto piu' sacro;
Dhrtarastra
era molto timoroso sul risultato della battaglia. Sapeva molto bene che
con krisna a fianco dei nipoti, la sorte avrebbe influenzato
favorevolmente Arjuna ed i figli di Pandu, perché la loro natura era
virtuosa. Sanjaya era un allievo di Vyasa e quindi, dalla misericordia
di Vyasa, Sanjaya poteva prevedere quello che avveniva sul campo di
battaglia di Kuruksetra persino mentre era nella stanza di Dhrtarastra
(ricordo che il re Dhrtarastra era cieco). E così, Dhrtarastra gli
chiedeva di riferirgli cio' che accadeva, riguardo alla situazione sul
campo di battaglia.
Sia i Pandava che i figli di Dhrtarastra appartengono alla stessa
famiglia, ma la mente del Dhrtarastra è espressamnete rivolta ai propri
figli ed al loro successo. Ha riconosciuto deliberatamente soltanto i
suoi figli come Kuru ed ha separato i figli di Pandu dall'eredità della
famiglia. Si può capire così la posizione specifica di Dhrtarastra nel
suo rapporto con i suoi nipoti, i figli di Pandu. Come nel campo di
risaia le piante inutili sono eliminate, cosi' nel nel campo religioso
di Kuruksetra dove il padre della religione, Sri Krsna, era presente, le
piante indesiderabili come il figlio di Dhrtarastra, Duryodhana ed altri
sarebbero stati eliminati e le persone completamente religiose, dirette
da Yudhisthira, sarebbero salvate dal signore. Questa è l'importanza del
dharma-ksetre e del kuru-ksetre, oltre alla loro importanza Vedica e
storica
La successione
dei maestri spirituali
evam parampara-praptam
imam rajarsayo vidhuh
“Questa scienza suprema fu trasmessa attraverso la successione dei maestri e i re santi l'hanno ricevuta in questo modo.”
(B.g. 4.2)
Krishna
Brahma
Narada
Vyasa
Madhva
Padmanabha
Nrihari
Madhava
Aksobhya
Jayatirtha
Jnanasindhu
Dayanidhi
Vidyanidhi
Rajendra
Jayadharma
Purusottama
Brahmanyatirtha
Vyasatirtha
Laksmipati
Madhavendra Puri
Isvara Puri (Nityananda, Advaita)
Sri Caitanya Mahaprabhu
Rupa (Svarupa, Sanatana)
Raghunatha, Jiva
Krishnadasa
Narottama
Visvanatha
(Baladeva) Jagannatha
Bhaktivinoda
Gaura Kisora
Bhaktisiddhanta Sarasvati
Sua Divina Grazia
A.C. Bhaktivedanta
Quando
qualcuno ci fa un regalo, anche il più piccolo, il minimo che possiamo
fare è ringraziarlo. È buona educazione e buon senso. Figuriamoci
allora che cosa dovremmo fare verso la Persona che ci dà la vita. Anima
e corpo, respiro e cibo, gioia e conoscenza. Verso la Persona che ci
sostiene e che ci vuole infinitamente bene.
È
vero che a volte incontriamo delle difficoltà quando dalla vita
dobbiamo imparare qualche dura lezione; ma questi sono i frutti delle
nostre mancanze e dei nostri errori. Egli ci ha dato il libero arbitrio,
siamo noi a decidere come usarlo. Allora se vogliamo ringraziarLo per
tutto, pregarLo per qualcosa o semplicemente glorificarLo, possiamo
farlo, in qualsiasi modo e lingua. Ma da testi millenari sappiamo che
c’è un modo con il quale Gli si parla e si ottengono buoni risultati!
Alcuni grandi santi confermano, nelle Scritture e con l’esempio, che a
Lui piace essere chiamato così. Sarà vero? Noi lo facciamo e sappiamo
che funziona. Se anche voi volete provare, aprite il cuore,
tranquillizzate la mente e recitate, pregate o cantate:
Hare Krishna Hare Krishna
Krishna Krishna Hare Hare
Hare Rama Hare Rama
Rama Rama Hare Hare
Che
cos’è? É un mantra. In sanscrito manas significa
mente e traya significa liberare. Quindi un mantra è
una combinazione di suoni trascendentali che libera la nostra mente da
tutte le ansie del mondo materiale. La letteratura vedica raccomanda
questo mantra dicendo che è il maha-mantra, il
mantra supremo. La Kali-santarana Upanisad spiega:
“Queste sedici parole sono fatte apposta per contrastare i dannosi
effetti dell’attuale età di discordia e di ansia”. Il Narada-pancaratra
aggiunge: "Tutti i mantra e tutti i metodi di
realizzazione spirituale sono riassunti nel maha-mantra Hare
Krishna".
Il
nome Krishna vuol dire 'Colui che attrae tutti', il nome Rama
significa 'Colui che dà piacere a tutti' e il nome Hare è
indirizzato all’energia devozionale del Signore. Quindi il maha-mantra
significa: “O Signore che attrai e dai piacere a tutti, o energia del
Signore, Ti prego impegnami nel Tuo servizio di devozione”. Cantate il
mantra Hare Krishna e le vostre vite saranno sublimi.
spiegazione
riassuntiva della bhagavad-gita
BHAGAVAD GITA(Canto del Beato Signore)
KRISHNA
Chiunque non porti odio, ma sia amico di ogni entità vivente, sia distaccato dalle proprietà
personali e dal proprio Io, uguale nel dolore e nel piacere, sia paziente e sempre
soddisfatto, padrone di sè, sia impegnato nelle pratiche devozionali, con la mente e il suo giudizio fissati su
di me... costui, mio devoto adoratore, mi è caro.
La Bhagavad Gita costituisce la parte più sacra del Mahabharata , la grande epopea della civiltà
induista. Ne costituisce il cuore filosofico e poetico. Il Mahabharata - un libro più lungo di 20 bibbie-fu scritto in un periodo storico più o meno contemporaneo alla tradizione epica dell'antica Grecia -alcuni secoli prima dell'era cristiana - e vi si concentrano tutte le grandi tematiche filosofiche ereligiose induiste.Nel poema Mahabharata sono presenti elementi culturali provenienti da fonti storiche e
filosofiche molto diverse fra di loro: i miti dell'India dravidica, cioè pre-ariana, i successivi miti dell'Indiavedico-ariana, i temi legati a culti e figure divine come Vishnu e
Shiva.
Tutte queste suggestioni mitologiche e religiose si intrecciano nel racconto centrale
del Mahabharata: la guerra dinastica per il possesso del trono di Hastinapura, non lontano
dall'attuale Delhi.La guerra - una guerra terribile e sterminatrice- contrappone due gruppi di cugini, i Pandava e
i Kaurava, appartenenti entrambi alla stirpe dei Bharata, uno dei più antichi clan
indo-ariani.
Tutti i
conflitti , anche quelli magici e rituali, fra i Pandava e i Kaurava, costituiscono un grande
affresco delle relazioni fra l'uomo e la civiltà, l'ambiente e il sacro.La Bhagavad Gita, o Canto del Beato Signore, è costituito di 18 canti in forma di dialogo fra
la divinità Krishna e il guerriero Pandava, semidio, Arjuna ; in tutto 700 versi in antico
sanscrito, inseriti nel grande poema nel momento in cui i due eserciti stanno per iniziare la battaglia
finale sul campo di Kuruksetra
.Il momento preparatorio ai discorsi di Krishna nella Bhagavad Gita è l'angoscia di Arjuna - capomilitare dei Pandava- proprio quando deve dare avvio ai
combattimenti.
Arjuna, figlio del re degli dèi Indra e della principessa Kunti - chiamata anche Prita e con altri
nomi ancora- sta guidando il suo clan verso lo scontro finale contro i cugini Kaurava;
Arjuna esita e
non riesce a soffiare nel corno sacro per dare avvio alla battaglia
.Krishna - anch’egli chiamato con vari altri nomi - il cocchiere, amico e maestro di Arjuna, si
rivela allora come Vishnu, il Dio della Trimuti induista (gli altri due sono Brahma e Shiva), gli offre
dei consigli e lo istruisce sui punti essenziali delle Upanishad , gli antichi testi sacri
dell'induismo vedico.
Siamo al culmine drammatico del cosiddetto Kali Yuga, l'era del ferro e della
morte, secondo la concezione ciclica del tempo tipicamente induista.Questo è il lamento di Arjuna che dà avvio al
dialogo.
ARJUNA" Oh Krishna, quando vedo i miei desiderosi di combattere, pronti a farlo, mi vengono meno le membra, la
mia bocca si dissecca, un brivido si impadronisce del mio corpo, il mio arco mi cade dalle mani, la mia pelle è
tutta ardente, non posso star dritto e la mia mente sembra presa da
vertigine.
Non scorgo che presagi avversi, o Krishna, e non vedo quale bene ne potrebbe risultare, quando avrò
colpito i miei nella battaglia. Non aspiro alla vittoria, nè alla regalità , nè ai piaceri; che ne facciamo, o Govinda, della regalità,
dei godimenti, della vita stessa?
Coloro per i quali aspiravamo alla regalità, alle ricchezze e ai godimenti,
eccoli schierati ai posti
di combattimento: maestri, padri, figli e similmente avi, zii materni, fratelli delle spose, nipoti, sposi
delle sorelle e parenti acquisiti.
Come potremmo essere felici, o Madhava, dopo aver ucciso la nostra parentela ?Essi non vedono che è un errore distruggere la propria famiglia, crimine mortale tradire i propri
amici ?
Con la distruzione della famiglia perisce anche l'ordine sacro che deve reggere perennemente ;
distrutto l'ordine, il disordine sicuramente dominerà.
Quando il disordine predomina, o Krishna, le donne della famiglia si corrompono; quando le donne
sono corrotte si produce la mescolanza delle caste.
Una tale mescolanza porta all'inferno coloro che hanno colpito la
famiglia. Per gli uomini la cui famiglia non è più retta dall'ordine, o Janardana, v'è una dimora sicura
all'inferno!
L'abbiamo sentito insegnare tante e tante
volte. Ahimé! Sventura! eravamo decisi a commettere un gran crimine, poiché, desiderando la regalità e il piacere,ci apprestavamo a uccidere i
nostri. Se, rifiutando di affrontarli e di usare le mie armi, fossi ucciso in combattimento, sarebbe ciò per me
una sorte migliore.
Krishna non è sorpreso dalla paura e dalla viltà di Arjuna, poiché egli stesso ha preparato
questo momento per poter educare il guerriero alla vita e alla morte (ma in realtà il suo discorso si
rivolge ad ogni essere umano).Krishna replica :
KRISHNA
"Donde viene ad impadronirsi di te, nel momento del pericolo, questo turbamento, che non
si potrebbe approvare in un essere nobile, e che non procura né il cielo né la gloria, o
Arjuna? Non abbandonarti alla viltà o figlio di Prita: in te è fuori luogo.
Sgombra il tuo cuore da
questa debolezza meschina e sorgi, o tormento dei nemici! Al guerriero angosciato e preso dallo sconforto, Krishna parla come colui che sfugge al potere
del tempo, come l’Assoluto
La figura di Krishna nel Mahabharata e nella Bhagavad Gita è però anche quella del dio
della condizione umana in crisi.
Egli ha nel Mahabharata un doppio ruolo: di volta in volta è il
dio supremo che si manifesta in tutta la sua grandezza, e il consigliere di guerra che
s'impegna direttamente nel conflitto fra i clan per dare la vittoria ai
Pandava.
Dunque, tutto gli è permesso. Egli insegna quali siano i doveri dell’uomo di casta nobile, ma in realtà espone tutto il suo
sapere sull’agire e sul non-agire e sul giusto distacco dalle azioni compiute.
Si tratta
dell’insegnamento centrato sullo yoga dell’azione.
Krishna rivela ad Arjuna che l'uomo d'azione non può sottrarsi alle conseguenze della
sua partecipazione alla vita del mondo e può salvarsi, può raggiungere lo stadio dell'uomo saggio
solo a patto che si stacchi dai propri atti e dai loro risultati.
Egli deve agire impersonalmente,
senza passione, senza desiderio, come se agisse per procura, al posto di un
altro.
Dice Krishna
:
KRISHNA Come un uomo che abbia abbandonato le sue vesti usate e ne prenda delle altre nuove, così è
l’anima incarnata che abbandona il proprio corpo usato e si trasporta in altri
nuovi. La fine della vita è la morte e la fine della morte è la vita. Dunque non dovresti provar pietà per
un fatto ineluttabile ! “E’ la paura che lo ha fatto ritirare dalla battaglia” - così penseranno di te i guerrieri dai
grandi carri. Ti avevano in alta stima e ti considereranno con disprezzo. Ti ingiurieranno e denigreranno
le tue capacità. Che cosa c’è di più penoso ? Considera uguali piacere e dolore, profitto e perdita, vittoria e sconfitta, preparati al
combattimento e non patirai alcun male. Ascolta ora la saggezza pratica, se ne farai uso ti sbarazzerai di ciò che ti lega
all’atto.
Nella Bhagavad Gita sono centrali tutti i motivi classici della civiltà induista: la teoria degli
yuga,
o quattro età del mondo, l''idea del karma come causalità che lega le azioni dell'individuo al
suo destino, il samsara o ciclo delle reincarnazioni, la ricerca e la realizzazione del dharma
ovvero della propria natura e verità essenziale.
In sostanza nella Bhagavad Gita si pone il grande problema della salvezza dell'anima, un
problema spirituale comune a tutte le grandi religioni del mondo.
Secondo Krishna la soluzione di
questo problema risiede nello yoga definito come “ciò che unisce e che collega”.Nello yoga formulato da Krishna la congiunzione avviene fra tutte le attività, sia sensoriali
che mentali, in modo da rendere la mente equilibrata evitando ogni dispersione. Nella convinzione
che lo yoga sia la liberazione totale dell'anima e porti al suo ricongiungimento con la divinità
nel paradiso cosmico , Krishna invita Arjuna a praticare questa disciplina.
Dice Krishna
: KRISHNA Coloro che provano attaccamento per il godimento e il potere ne hanno il pensiero catturato.
In loro l’intelligenza si mostra inadatta alla contemplazione dei
cieli.
Ma tu non desiderare, non domandare ;
agisci, ma lascia il frutto delle tue
azioni. Cerca rifugio in questa disciplina, senza attaccamento alcuno. Il successo e l’insuccesso
sono uguali.
Coloro che bramano il frutto delle loro azioni sono da compiangere o figlio di Kunti.
La mente pura e devota considera uguali bene e male perché è l’equanimità ciò che conta. Perciò
raccogli il tuo coraggio e applicati a questa alta disciplina. Arjuna , pensieroso, allora domanda
:
ARJUNA
Come si può riconoscere che uno è saggio, fermo nella sua meditazione ? Siamo in grado di riconoscere
il suo linguaggio o Kesava ?
Sta egli immobile o si muove come tutti gli altri uomini
? E Krishna
:
KRISHNA Quando un uomo ha abbandonato tutti i desideri che gli turbano la mente o figlio di Prita,
quando egli è in armonia con sè stesso, allora possiamo dire che è un uomo disciplinato, consolidato
nella saggezza.
Egli non conosce apprensione nella sofferenza, e non si esalta nella gioia.
Egli è
affrancato dalla passione, dalla paura e dalla collera.
Costui è dedito alla più pura
contemplazione, costui è Muni, è il
saggio.
Krishna risponde alla domanda di Arjuna indicando la via percorsa dal saggio che -come
la tartaruga ritrae tutte le sue membra nel guscio- riesce a raccogliere tutte le sue facoltà
sensoriali lontano dagli oggetti sensibili.
Il Maestro ragiona in questo modo : l’uomo accorda continuamente il suo pensiero agli oggetti
dei sensi, ne consegue che si attacca ad essi.
Dall’attaccamento nasce il desiderio e dal
desiderio inappagato, la collera. Dalla collera viene lo smarrimento completo e da questo il disordine
della memoria, poi in un crescendo mortale, la rovina del giudizio e della decisione e dunque la
rovina dell’uomo.
KRISHNA Ma chi si muove fra gli oggetti sensibili senza provare né amore né odio, costui accede
alla suprema serenità. L’uomo che, abbandonando tutti i desideri, libero da ogni attaccamento, non dice più “io” o “è mio”,costui accede alla pace o figlio di
Kunti.
ARJUNA Se pensi dunque che il giudizio sia superiore all’azione , o Janàrdana, perché m’ingiungi di compiere
atti orrendi ?
Con questi intricati discorsi, getti confusione nel mio pensiero : parlami una lingua
senza ambiguità, indicami con chiarezza la via attraverso cui potrò raggiungere il vero
Bene. Arjuna è reso completamente confuso dalle doppie prescrizioni di Krishna e in effetti l’attività
speculativa - il giudizio- sembrerebbe in contraddizione con l’azione.
Ma per Krishna le due
vie sono uguali.
Egli spiega infatti che l’azione è inseparabile dalla vita e ciò in virtù del fatto che
nella natura vi sono tre qualità fondamentali : sattva, rajas e tamas che interagiscono sempre fra di
loro e ciò da luogo all’azione. Sattva è la qualità luminosa , esente dal male ; rajas è la qualità della
passione e dell’attaccamento alle forme sensibili e tamas è la qualità della pigrizia, del torpore
e dell’errore.
KRISHNA In effetti nessuno, mai , neanche per un solo istante, è rimasto senza compiere qualche
azione. Ciascuno è costretto ad agire a causa delle qualità costitutive della
natura
Colui che
pur rimanendo immobile, evoca anche solo mentalmente gli oggetti sensibili, questi si smarrisce e
la sua condotta è errata. Colui che padroneggia i propri sensi tramite la meditazione e inizia
con distacco la pratica dello yoga dell’azione, costui eccelle.
Quanto a te, compi le azioni che sono prescritte, perché l’azione è superiore all’inazione e la
tua vita nel corpo non potrebbe continuare ad esistere senza l’azione.
Ma gli ignoranti agiscono per attaccamento all’atto, o discendente dei Bharata ;
anche il
saggio deve agire, ma senza attaccamento, mirando solo all’armonia
dell’universo.
Krishna continua sottolineando l’importanza di lasciare questo mondo senza debiti
karmici.
Ciascuno ha il dovere di far girare la Ruota Cosmica, specialmente tramite i sacrifici e la
devozione verso l’Imperituro, verso l’Assoluto.
Per l'induismo una delle acquisizioni fondamentali è proprio la concezione ciclica del tempo.
Il presente non può essere compreso se non come realizzazione di un progetto che viene
dal profondo passato e va verso il futuro più lontano.
Per il punto di vista hindu il presente è quello che
è stato programmato, non ha importanza che ci siano voluti milioni di anni di evoluzione.
Un seme
cresce per diventare albero, ciò che conta è l'albero non il seme, ma l'albero è già contenuto
nel seme.
KRISHNA
L’azione è ciò che in questo mondo incatena , ma non così le opere sacrificali.
Sappi che gli
atti rituali promanano dal sacro e che il sacro scaturisce dall’Assoluto Imperituro. Così gira la
Ruota Cosmica
e colui che in questa terra non la fa girare a sua volta conduce una vita empia, ma
per l’uomo che trova la sua soddisfazione solo nel Sé,
per lui, compiere una certa opera o astenersi
da un’altra non ha più alcun significato né interesse personale. Se i migliori si comportano in tal modo,o figlio di Prita, gli altri faranno lo stesso e mi seguiranno per questa
via.
ARJUNA Ma allora da che cosa è spinto l’uomo a fare il male, qual’è la forza che lo costringe, o Bhagavant
?
KRISHNA Sono la cupidigia, la collera, nate dalla qualità passionale.
La conoscenza è costantemente
velata da questo nemico eterno : il fuoco insaziabile del desiderio.
Devi distruggere questo maligno,
o figlio di Kunti, che impedisce di raggiungere la scienza e la
saggezza. Krishna introduce il concetto del sacrificio interiorizzato, del sacrificio-conoscenza, ed egli
parla delle confusioni che anche i saggi fanno quando tentano di distinguere l’agire dal non-agire.
Ma vi è modo di superare le coppie dei contrari e l’uomo che vi si accinge è esente da egoismo.
E’ il
fuoco della conoscenza che riduce in cenere tutti gli atti, che purifica totalmente. Ma Arjuna
non capisce ancora il senso profondo delle parole del suo cocchiere.
ARJUNA
Krishna, tu glorifichi la rinuncia alle azioni..... e nello stesso tempo.... la disciplina dell’azione. Dimmi,
quale dei due è il partito migliore ? Dimmelo con chiarezza.
KRISHNA
La rinunzia e la disciplina dell’azione procurano entrambe il bene supremo, ma , tra le due,
la disciplina dell’azione è più importante della rinunzia agli atti.
Colui che deponendo le proprie azioni nel Brahman e abbandona ogni attaccamento,
quando agisce non è toccato dal male più di quanto non lo sia la foglia di loto dall’acqua.
Respingendo ogni contatto esterno, fissando la propria energia visiva tra le due sopracciglia, rendendo uguali
le inspirazioni e le espirazioni, padrone delle proprie facoltà sensibili, e di quelle mentali e intellettuali,il saggio è distaccato dal desiderio e il suo fine ultimo diventa la liberazione. Egli è libero
per sempre.
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