Capitolo 1"IL LIBRO DELLE ORIGINI" Mahabharata
ADI PARVA
1 Circa cinquemila anni fa, nel corso del suo peregrinare, il santo ed erudito Suta Gosvami, desiderando portare i propri omaggi ad alcuni saggi che da anni svolgevano un impegnativo sacrificio, giunse in una radura della foresta di Naimisha, in India, la splendida nazione conosciuta a quei tempi con il nome di Bharata-varsha. I rishi, dal cuore completamente purificato da ogni identificazione con la materia, riconobbero immediatamente il figlio di Romaharshana, che nonostante la sua giovane età era già considerato degno di ogni rispetto. Lo salutarono e gli offrirono un seggio. Così, dopo aver mangiato del cibo offerto alle divinità e essersi rimesso dalle fatiche del lungo viaggio, Suta si accomodò su un tappetino tessuto con erba kusha e offrì rispettosi ossequi a tutti. "Noi sappiamo che in questi ultimi anni hai viaggiato molto," dissero i saggi, "e che sei stato in numerosi luoghi sacri. Da dove provieni, ora, o Suta? Raccontaci tutto; noi ti ascoltiamo." "Provengo dalla santa arena del grande sacrificio dei serpenti di Maharaja Janamejaya," rispose Suta, "ove mi è stato concesso l'onore di ascoltare la sacra e meravigliosa storia chiamata Maha-bharata, composta da Vyasa. Subito dopo, colto da curiosità, sono andato a visitare Samanta-panchaka, il luogo in cui tempo fa si combatté la battaglia fratricida tra i figli di Dritarashtra e quelli di Pandu, i protagonisti di questa fantastica narrazione, che è in sé stessa una meditazione sul Signore Supremo Shri Krishna e arreca a tutti, oratori e ascoltatori, il massimo del beneficio spirituale. Se volete posso ripetervela dall'inizio, esattamente come l'ho ascoltata, senza aggiungervi niente di mio." E allora, comodamente seduti secondo le varie posizioni dello yoga sui loro tappetini di erba santa, i saggi si apprestarono con grande felicità ad ascoltare il Maha-bharata. 2 Dopo essersi sottoposto a severe penitenze e prolungate meditazioni, il saggio Vyasa, che per tutta la sua vita aveva sempre mantenuto fede ai propri voti e osservato le pratiche delle ascesi spirituali, studiò con grande attenzione e serietà l'eterna conoscenza contenuta nei Veda, testi che a quel tempo non erano ancora stati messi per iscritto, ma erano ripetuti solo in forma orale. Consapevole delle difficoltà in cui sarebbe incorsa la gran parte della gente, di regola poco incline al ragionamento analitico, cercò di rendere in maniera semplice e chiara i concetti filosofici ivi espressi. Intanto gli avvenimenti che il rishi si accingeva a narrare erano in pieno svolgimento e la presenza di Shri Krishna sul pianeta gli diede l'ispirazione giusta per delineare nella sua mastodontica opera anche i principi fondamentali della spiritualità. E nella sua mente vasta e profonda come l'oceano, la storia che avrebbe poi chiamato Maha-bharata prese corpo, con tutte le sue delicate forme espressive e i suoi concetti divini racchiusi nell'incalzare delle vicende. Dal giorno in cui il saggio aveva cominciato a meditare e a richiamare nella sua mente il Maha-bharata erano trascorsi diversi anni e, quando alla fine lo ebbe terminato, ritenne opportuno metterlo per iscritto in modo da divulgarlo tra le genti. In quei giorni in suo aiuto venne il Deva Ganesha che fu ben felice di accettare l'incarico di scrivano; e ben presto l'intera opera divenne una meravigliosa realtà. Il Maha-bharata fu diviso in 18 Parva e 1.929 sezioni, con un totale approssimativo di 100.000 versi. Ben tre anni trascorsero prima
che l'intero lavoro fosse compiuto. 3 Un giorno il virtuoso re Parikshit, durante una battuta di caccia, arrivò alla capanna del saggio Shamika, al quale chiese di offrirgli qualcosa che potesse dissetarlo. Ma questi, che era seduto in una posizione yoga ed era chiuso dentro se stesso, rapito dall'estasi di una profonda meditazione trascendentale, non s'accorse affatto dell'arrivo del sovrano, per cui non si mosse né aprì gli occhi che teneva ben chiusi per non essere distratto da cose esterne. Parikshit era esausto, e in più da ore era tormentato da una sete insopportabile, per cui il suo stato mentale era alterato e certamente poco predisposto alla gentilezza e alla cordialità, doti che solitamente lo contraddistinguevano. Continuò a chiamar-lo senza ricevere risposta. "Questo rishi ignora le più elementari regole dell'ospitalità," pensò, "e non si cura affatto di me. Non ha voglia di adempiere ai suoi doveri e per questo fa finta di essere immerso nella sua meditazione. Ma gli insegnerò io a rispettare il suo re." Senza riflettere sul grave errore che stava per commettere, prese con la punta dell'arco un serpente morto e glielo pose attorno al collo a mò di ghirlanda. Poi andò via infuriato. Cosa aveva spinto Parikshit a comportarsi in quel modo ingiusto? Egli non era un uomo qualsiasi ma un puro devoto del Signore ed era sempre stato in pieno possesso delle sue facoltà intellettive; era mai possibile che un semplice stato di affaticamento avesse potuto turbarlo fino a quel punto? Certamente quel giorno fu qualcosa di superiore a spingerlo a quell'atto iniquo. Il saggio Shamika non si era ancora destato dalle sue riflessioni, quando passò davanti alla sua modesta capanna un ragazzo che era amico di Shringi, suo figlio. Quest'ultimo, per quanto fosse virtuoso, era di temperamento terribilmente focoso e impulsivo, e difficilmente riusciva a controllare le proprie emozioni. A questo punto vi sarà facile immaginare le sue reazioni quando, avvertito dall'amico, accorse sul luogo. Shringi era giovane, ma grazie agli insegnamenti del padre aveva già sviluppato dei forti poteri mistici, per cui in meditazione riuscì a ricostruire l'accaduto. Allora, senza neanche attendere che il padre riaprisse gli occhi, decise di vendicare l'insulto. "Questi kshatriya sono accecati dalle ricchezze e dal rispetto che il popolo conferisce loro," sibilò, "e troppo spesso dimenticano che tutto ciò che è in loro possesso lo devono alle benedizioni e alla saggezza che noi brahmana elargiamo generosamente senza voler nulla in cambio. Questo Parikshit ha ora passato il segno; offendendo mio padre che era innocente, ha meritato la morte." Senza riflettere sulle gravi
conseguenze che avrebbero potuto conseguirne, egli santificò dell'acqua
e si concentrò nella recitazione dei mantra vedici. Poi con tono
solenne disse: Quando il saggio Shamika si svegliò, trovò davanti a sé suo figlio che, con le lacrime agli occhi, lo informò dell'intero accaduto. La reazione del padre fu immediata. "Cosa hai fatto," disse al figlio, "non ti rendi conto che Parikshit è il monarca più santo che esista al mondo e che la nostra serenità dipende dalla sua protezione? Per un'offesa così insignificante hai condotto il mondo intero a una catastrofe certa. Quando la società si ritrova priva di una guida pura e onesta, tutti ne soffrono e la pace è sconvolta. Ma purtroppo quando un brahmana, anche se giovane e incosciente come te, pronuncia una maledizione questa è destinata a sortire effetti. Tuttavia io avvertirò Parikshit e farò tutto ciò che è in mio potere per salvarlo." Quel giorno stesso uno dei discepoli di Shamika si recò a Hastinapura, la capitale, e raccontò al sovrano gli ultimi avveni-menti. Questi, affranto, scosse la testa. "Accolgo la maledizione di quel giovane come un autentico augurio. Infatti dal giorno in cui ho osato maltrattare in maniera tanto villana un santo, dentro di me non ho avuto più pace. Sono contento di pagare così il mio debito. Attenderò la morte con serenità, consapevole del fatto che in tal modo avrò l'opportunità di espiare il mio peccato." Non è da tutti poter conoscere il momento esatto della propria morte e in questo senso Parikshit poté ritenersi fortunato perché ebbe la possibilità di spendere quegli ultimi sette giorni che gli restavano da vivere nel migliore dei modi: ritiratosi sulle rive del Gange, colse l'opportunità della presenza di Shukadeva Gosvami per ascoltare a viva voce la sacra scrittura chiamata Shrimad-Bhagavatam fino all'ultimo momento. E puntualmente, trascorsi che furono i sette giorni, il serpente Takshaka gli infuse il suo veleno e il re abbandonò le proprie spoglie mortali. Pochi giorni dopo il trono vacante fu rilevato dal giovane figlio Janamejaya. Passarono gli anni. Divenuto adulto, Janamejaya cominciò a chiedersi quali fossero state le vere ragioni della strana morte del padre, il quale sembrava sapere ciò che gli sarebbe accaduto; così, grazie ad approfondite ricerche condotte presso gli anziani della corte, venne ben presto a capo dell'intera vicenda. Per giorni rimuginò su ciò che aveva saputo e alla fine giunse a delle conclusioni. "Mio padre era innocente: aveva sete e non si era accorto che il saggio stava meditando. Perciò si è comportato in quel modo. Ma non è ammissibile una vendetta sui brahmana, che rappresentano Dio sulla Terra; dunque l'unica cosa che mi resta da fare è uccidere l'orrido serpente che ha avvelenato mio padre, insieme a tutta la sua stirpe. Io sterminerò l'intera razza dei serpenti. Ripulirò questo mondo dalla loro presenza malefica." Riunì allora i sacerdoti più esperti, i quali dopo aver tenuto consiglio fra di loro dissero: "O re, nei Veda sono contemplati numerosissimi sacrifici, tra cui quelli destinati alla distruzione di alcune specie ritenute nocive. Tra queste ci sono anche i naga. Ma ti avvertiamo che è un sacrificio lungo, dispendioso e colmo di pericoli. Per attuarlo devi avere una determinazione incrollabile." "Dentro di me ho già deciso," ribattè Janamejaya, "la morte di mio padre chiama vendetta. I serpenti sono una razza malvagia e molestano uomini, donne e bambini. E' mia opinione che essi debbano essere sterminati. Considerato che tecnicamente la cosa è possibile, io desidero che i preparativi comincino subito." Non trascorsero molti giorni che il regno di Janamejaya fu scosso da un'attività febbrile e intensa. 4 I naga, venuti a conoscenza delle intenzioni di Janamejaya, si informarono circa le autentiche possibilità di pericolo che avrebbero potuto correre. Le notizie che ricevettero purtroppo non lasciavano presagire nulla di buono; egli aveva infatti invitato a presiedere alla cerimonia i più potenti brahmana del mondo, e quindi vi erano solide possibilità che il sacrificio sortisse pieno effetto. Si sentirono persi e un senso di terrore si insinuò anche nell'animo dei più coraggiosi. Così, desiderando trovare un rimedio, si precipitarono dal loro re per metterlo al corrente di tutto. "Fratelli," rispose loro Vasuki, "dovete sapere che i più anziani fra di noi sapevano già da tempo che un momento di simile crisi sarebbe prima o poi giunto e che presto o tardi avremmo dovuto difenderci dal pericolo reale di una completa distruzione della nostra specie. "Noi siamo degli esseri empi, invidiosi, e ci serviamo del nostro veleno per uccidere anche quando non siamo minacciati. Già i nostri progenitori si sono macchiati di gravi colpe e per questo, in diversi momenti della storia, siamo stati maledetti a perire tutti in un grande fuoco distruttore. Agli albori della nostra stirpe abbiamo scatenato le ire di nostra madre; col trascorrere del tempo ci siamo inimicati molti grandi saggi, come Utanka e il potente Ruru; e tutti indistintamente hanno invocato il castigo divino contro di noi. Ma è bene che vi racconti quel che è accaduto molti millenni fa. "Il nostro progenitore, il saggio Kashyapa, sposò le figlie di Prajapati Daksha, tra le quali Kadru e Vinata. Ambedue erano particolarmente ansiose di avere dei figli, per cui Kashyapa disse loro: "Care mogli, voi avete fatto molto per me e poiché io desidero rendervi felici, vi prometto che ambedue procreerete molto presto. Inoltre voglio offrirvi la possibilità di scegliere tra una prole numerosa ma non molto potente e una caratterizzata da pochi figli ma eccezionalmente forti." "Kadru scelse la prima possibilità, Vinata la seconda. Negli anni che seguirono Kadru generò la nostra stirpe, mentre l'altra dovette attendere a lungo prima di poter concepire. Durante quel periodo di attesa, un giorno, mentre erano a passeggio sulle rive dell'oceano, le due donne videro da lontano un fantastico cavallo bianco che correva come il vento. Estasiate da tanta eleganza e fierezza di portamento, le mogli di Kashyapa cominciarono a commentarne le fattezze perfette. Tuttavia dopo un pò quella che era cominciata come una semplice conversazione finì con lo sfociare in una discussione dai toni alquanto accesi. "Kadru infatti sosteneva di aver scorto sulla coda del superbo animale dei peli neri, mentre Vinata si dichiarava sicura di averla vista completamente bianca e immacolata. La polemica divenne così forte che alla fine, pur di non cedere, le due donne si ritrovarono a scommettere: "Domani andremo a cercarlo e vedremo da vicino chi ha ragione. La perdente diventerà per sempre la schiava dell'altra." "Ma la notte Kadru non riuscì a dormire. Placata la foga del momento, cominciava a dubitare di aver ragione e solo all'idea di diventare schiava di Vinata si sentiva fremere dalla paura. Così chiamati i suoi figli, i naga, disse loro: "Miei cari, credo di aver
commesso un'imprudenza a scommettere con Vinata e ho paura che abbia
avuto ragione lei a dire che la coda di quel cavallo è interamente
bianca. Ma io non voglio trascorrere la mia vita al suo servizio, per
cui vi prego, andate a cercare quell'animale e confondetevi fra i peli
della sua coda, in modo che io non debba pentirmi per sempre di aver
agito troppo a cuor leggero." Ma i serpenti ribatterono:
"Madre, ci meravigliamo di te. Come puoi pensare di comportarti in
modo così sleale? Noi ci rifiutiamo di prestarci a questo gioco
empio." In quel momento, sentendosi abbandonata anche dai suoi
figli, Kadru, disperata, li minacciò usando toni sempre più accesi. Ma
davanti al loro netto rifiuto, Kadru perse il lume della ragione e li
maledisse: "Poiché mi avete disubbidito, sappiate che in futuro
sarete tutti distrutti, voi e la vostra progenie. Arderete vivi nel
gigantesco fuoco del sacrificio del re Janamejaya." Ora sembra che
sia giunto il momento in cui la maledizione dovrebbe avverarsi." "Tuttavia una strada di salvezza esiste. Infatti quando Brahma seppe quello che era successo, intervenne in nostro favore e predisse che un giorno all'interno della nostra razza sarebbe nato un saggio, una grande personalità che sarebbe riuscita a evitare lo sterminio completo. "La profezia dice che il nostro salvatore sarebbe nato dal seme di un saggio di nome Jaratkaru. In questo momento esiste realmente un asceta con questo nome che sta cercando moglie. Non ci sono dubbi: è lui il predestinato. Io farò in modo che sposi mia sorella, cosicché sarà il loro figlio a salvarci dalle fiamme di Janamejaya." E le cose si svolsero secondo i piani del re: il rishi Jaratkaru sposò la sorella di Vasuki e da loro nacque un figlio di nome Astika, che diventò un brahmana celebre per la sua grande conoscenza e realizzazione spirituale. 5 Intanto i preparativi per il grande sacrificio dei serpenti erano quasi ultimati. Attorno alla grande arena preparata dai migliori ritvik dell'epoca, tutti perfetti conoscitori della scienza dei sacri Veda e di tutti gli aspetti tecnici riguardanti i vari cerimoniali, fervevano i preparativi. Nessun dettaglio era trascurato: la piattaforma sacrificale e tutto il resto erano totalmente concordi con le ordinanze vediche. Intanto cominciarono ad arrivare gli ospiti, numerosi saggi celebri per la loro sapienza e per la stretta osservanza dei principi della spiritualità. Tra gli altri vi erano Vyasa e suo figlio Shukadeva, accompagnati dai loro discepoli; giunsero anche Uddalaka, Pramataka, Asita, Devala, Narada, Parvata, Atreya e centinaia e migliaia di altri. In sostanza vennero tutte le più importanti personalità del tempo. Quando il sacrificio ebbe inizio, l'atmosfera vibrò sotto l'effetto magico dei suoni e delle melodie dei mantra vedici recitati dai brahmana, mentre il fuoco del sacrificio, alimentato senza sosta dalle abbondanti libagioni di burro chiarificato, divampava sempre più alto. Per giorni e giorni i sacerdoti, vestiti completamente di nero, continuarono a recitare a voce sempre più alta gli inni dei Veda e a gettare il burro purificato nelle fiamme. Il calore intenso provocava loro piaghe in tutto il corpo e rendeva i loro occhi così arrossati che quasi sanguinavano, ma essi non si curavano del dolore e seguitavano a svolgere disciplinatamente i loro rispettivi compiti. Poi, quando il sortilegio divenne sufficientemente forte, cominciarono a recitare in coro e a voce alta i mantra destinati alla distruzione dei rettili, chiamando questi ultimi per nome, uno ad uno. A quel punto, immobilizzati e prigionieri di quella forza incontrastabile, i serpenti cominciarono a sentirsi risucchiati in direzione dell'arena, verso il fuoco che, altissimo e vorace, sembrava li stesse attendendo. Gridando per il terrore, uno ad uno cominciarono a cadervi dentro, dapprima a decine, poi a migliaia e poi ancora a centinaia di migliaia. Il rumore dei grossi rettili che cadevano nel fuoco e il puzzo dei loro corpi bruciati cominciò ad invadere l'atmosfera, mentre i brahmana non cessavano di recitare gli inni divini. Nel frattempo Takshaka, l'autore della morte di Parikshit, si era rifugiato nei pianeti celesti, ad Amaravati, dal suo amico Indra, sicuro che lì sarebbe stato protetto dall'effetto devastatore dei mantra. Invece ad un certo punto anch'egli si sentì come in uno stato ipnotico e fu trascinato da una forza superiore in direzione della Terra. Terrorizzato chiamò Indra in suo aiuto, ma per quanto questi cercasse di trattenerlo, la potenza dei brahmana risucchiò Takshaka nello spazio. In pochi minuti si ritrovò nell'atmosfera terrestre. Indra intanto non aveva desistito e con tutte le sue forze tentava ancora di impedirgli di precipitare ulteriormente, mentre il naga gridava disperato. "Aiutami Indra, amico mio, solo tu puoi salvarmi la vita. Non abbandonarmi." Ma quei mantra erano così potenti che finirono per trascinare persino il deva della pioggia in direzione del terribile fuoco. La situazione stava facendosi terribilmente critica. Anche i più potenti naga, fra cui lo stesso sovrano, cominciarono a sentire i primi malori e un forte senso di panico colse tutti. Il sacrificio di Janamejaya stava riuscendo perfettamente: a quel punto non rimaneva altro da fare che ricorrere ad Astika, l'unica loro ancora di salvezza. Quel giovane brahmana, dalla mente controllata e dal volto sereno, giunse il giorno stesso in cui Takshaka, evocato dai brahmana, stava per essere risucchiato dal fuoco distruttore. Accolto da tutti con cortesia e grande rispetto, egli rivolse sagge parole ai presenti ed elogiò la maestosità del sacrificio in atto. Sentendolo discorrere con tanta eloquenza e amabilità, Janamejaya si rivolse ai brahmana che lo assistevano nello svolgimento del sacrificio. "Questo giovane dimostra la conoscenza di un saggio anziano ed esperto. Io credo che sia meritevole di ricevere qualsiasi onore. Desidero fargli dei doni. Concedetemi il permesso di sospendere la cerimonia per pochi istanti e poi riprenderemo." "Noi non vogliamo porre in discussione il fatto che qualsiasi brahmana che mostri evidenti qualità brahminiche meriti sempre assoluto rispetto e che il dovere di ogni regnante sia di concedergli qualsiasi cosa desideri o di cui abbia necessità. Ma, o re, noi abbiamo un cattivo presentimento. Noi sospettiamo che questo ragazzo sia venuto per ostacolare l'adempimento del sacrificio. Non promettergli niente. Questo non è il momento adatto per concedere carità. L'assassino di tuo padre, Takshaka, sta arrivando e presto lo vedrai apparire in cielo. Tra pochi minuti avrai ottenuto la tua tanto agognata vendetta. Aspetta, dunque, perché noi abbiamo buoni motivi per credere che la tua generosità potrebbe risultarti fatale." Janamejaya rimase interdetto.
Non sapeva cosa fare. Sentiva che quei consigli erano giusti, eppure uno
dei suoi principi fondamentali era sempre stato quello di non
indietreggiare mai di fronte alle richieste di un brahmana, e non aveva
mai mancato a quello che considerava un suo voto solenne. "O giovane anacoreta, chiedimi qualsiasi cosa e io te la concederò," disse allora. Allo stesso tempo però pregava l'hotri di far presto, di non perdere altro tempo, così da accelerare l'arrivo di Takshasa e la sua distruzione nelle fiamme. E intanto che Astika rifletteva, il gigantesco naga apparve, simile a una grande nuvola nera apportatrice di tempesta, ancora avvinghiato a Indra. Ma allorché i due, simili a saette, stavano precipitando in direzione del fuoco sacro, verificando il pericolo ormai imminente, Indra si divincolò e fuggì a precipizio abbandonando l'amico alla sua sorte. Janamejaya, eccitato, urgeva il sacerdote di accelerare la caduta, mentre il giovane brahmana guardava pacificamente. Poi disse: "O glorioso re, io non desidero ricchezze né onori; ti chiedo solo che questo sacrificio sia immediatamente interrotto." A quelle parole, Janamejaya si allarmò. "O brahmana, perché vuoi questo? La morte di quell'assassino per me è di fondamentale importanza: a te invece non può interessare. Posso darti enormi ricchezze, proprietà, l'intero mio regno, ma lasciami la vendetta." Tuttavia Astika ripeté la richiesta. "Non ho bisogno di nulla. Le ricchezze mi lasciano indifferente, così come il potere temporale. Ti chiedo solo che questo sacrificio sia sospeso per sempre." Janamejaya guardò i brahmana presenti, per chiedere consiglio e, tutti concordi sulla cosa giusta da farsi, dissero: "O re, tu hai incautamente promesso, e ora non puoi più tirarti indietro. Se non vuoi che i tuoi atti pii siano immediatamente annullati, e se non vuoi macchiarti dell'onta della falsità per aver mancato a una promessa, devi fermare questo yajna senza altro indugio, anche se il tuo nemico è oramai prossimo alla morte." A malincuore Janamejaya ordinò la sospensione. E Takshaka riuscì a salvarsi. 6 A questo punto della narrativa, Suta si fermò. Uno dei saggi più importanti di Naimisha, Shaunaka, chiese: "Tu ci hai appena raccontato la storia che si riferisce al sacrificio dei serpenti voluto da Janamejaya e la ragione che lo aveva spinto a una così sanguinosa vendetta. Poc'anzi ci hai anche detto che in quella occasione hai ascoltato la cronaca delle gesta dei celebri figli di Pandu. Noi sappiamo che a un certo punto della loro esistenza si sono scontrati con i loro cugini, i figli di Dritarashtra, su un campo di battaglia e che il risultato fu devastante. Come mai successe tutto ciò? Cosa ha spinto loro, così virtuosi e distaccati dagli averi materiali, a combattere addirittura contro i loro stessi parenti e amici? Raccontaci la sacra storia chiamata Maha-bharata senza tralasciare nessun particolare." Suta rispose: "Comincerò col riportarvi le circostanze nelle quali io mi sono ritrovato ad ascoltarla. Quando il rishi Krishna Dvaipayana Vyasa venne a conoscenza del sacrificio di Janamejaya, decise di recarsi ad assistere alla cerimonia, accompagnato dal figlio Shukadeva e dai suoi discepoli principali. Allorché questi, con passo solenne, entrò nell'arena Janamejaya lo vide e si sentì colmo di gioia; in cuor suo, inoltre, avvertiva che grazie al solo fatto che il rishi fosse presente la vittoria gli avrebbe sicuramente arriso. Alzatosi immediatamente dal proprio seggio, si fece avanti per accoglierlo con tutti gli onori. Dopodiché, appena si furono tutti comodamente seduti, gli chiese: "O brahmana, tu hai potuto assistere personalmente alle vicende dei Kuru e dei Pandava, i miei bisnonni; li hai conosciuti ed aiutati con i tuoi saggi consigli, consolandoli nei momenti più difficili. Nessuno meglio di te può quindi illuminarmi circa la loro vera storia. "Dimmi, quale fu la causa di un così grave disaccordo? Io vorrei comprendere perché delle anime elevate come i Pandava sono arrivate al punto di scagliarsi contro i loro stessi cugini. Da quel che si racconta, i cinque fratelli erano completamente puri e liberi dalla collera, dall'invidia e da ogni vizio. E allora, come hanno potuto accettare di combattere una guerra che ha avuto l'effetto di sterminare l'intera generazione degli kshatriya del tempo? Per arrivare a un passo tanto grave dovevano avere il buon senso evidentemente ottenebrato da qualche speciale disegno del destino. Raccontami nei dettagli tutto ciò che successe." Vyasa allora disse: E così quel brahmana
dall'atteggiamento mite e gentile incominciò a riferire i fatti in
questione, così come li aveva imparati dal maestro. 7 Molto tempo era passato da quando Parashurama, l'incarnazione della Personalità di Dio, era sceso sulla terra per purificarla da quelle ventuno generazioni di guerrieri che non si erano curati di osservare e difendere le eterne leggi della virtù. Vistesi private dei loro uomini, massacrati dalla collera del Signore, le donne appartenenti alla classe kshatriya presero una decisione che, sebbene fosse autorizzata dai Veda, era estremamente grave. Poiché sulla Terra coloro che difendevano la pace cominciavano a scarseggiare e le forze del male perseveravano nella loro opera distruttrice, queste si videro costrette a cercare un provvedimento che potesse far rivivere la casta che nel passato si era tanto prodigata per mantenere la pace tra i popoli. La decisione presa fu quella di avere figli dai brahmana più potenti. Così, benedetti dalla classe più sacra, gli kshatriya che nacquero si rivelarono ben diversi dai loro antenati: tutti spiritualmente evoluti e ricchi della conoscenza più pura, si comportarono in modo ideale, riportando la società agli antichi splendori. Da allora alcune epoche si erano avvicendate. Mentre si era ancora in dvapara-yuga, l'influenza negativa del kali-yuga cominciò pesantemente a farsi sentire: fu proprio in quel periodo così delicato che nel sistema planetario superiore scoppiò una feroce guerra che vide in campi opposti i deva e i demoni. Durante quegli immani e sanguinosi scontri questi ultimi furono rovinosamente sconfitti per cui, decimati e privi di guide e luoghi dove rifugiarsi, decisero di incarnarsi su questo pianeta, in seno alle famiglie kshatriya. Il loro piano era di dominare questo mondo in modo poi da riorganizzarsi e sferrare altri attacchi contro i loro nemici di sempre. In quegli anni le nascite aumentarono e il mondo fu invaso dall'arrivo di milioni di bambini che erano le incarnazioni degli asura più malvagi. Infatti fin dai primi anni di vita cominciarono subito a spadroneggiare e a disturbare i popoli della Terra. E così la pace era di nuovo in
pericolo. Questi demoni, praticamente invincibili in battaglia, si
unirono formando eserciti la cui forza militare era così vasta che la
Terra stessa cominciò a non poter più sopportare il loro peso fisico. E il primo essere dell'universo, nato senza l'ausilio di alcuna donna ma direttamente dalla potenza del Signore, riunì a sé tutti i deva e parlò loro. "Voi avete sconfitto i vostri nemici in battaglia, ma essi si stanno riorganizzando sul pianeta Terra. Ora, giacché la vita laggiù è diventata impossibile, è giunto il momento che voi vi adoperiate per risollevare gli umani da quel gravoso fardello. Sconfiggete i vostri nemici prima che diventino troppo forti: incarnatevi nelle stesse famiglie kshatriya, e distruggete quelle forze malefiche." I deva rifletterono un poco, poi
risposero. Ottenuto l'assenso del Signore, i deva cominciarono a nascere in gran numero. La loro potenza fisica e le loro capacità guer-riere erano incommensurabili cosicché fin dalla loro infanzia affrontavano i demoni uccidendone a migliaia e a centinaia di migliaia, finché giunsero al momento cruciale della guerra di Ku-rukshetra. Ora, però, ascoltate nei dettagli come successe. 8 Il re Shantanu era il quarantasettesimo discendente della nobile stirpe di kshatriya che provenivano da Brahma attraverso il deva della luna, Chandra. Suo padre si chiamava Pratipa, ed era stato un grandissimo re, amato dai sudditi per la sua saggezza e rettitudine. Shantanu ricordava sempre un episodio raccontatogli dal padre quand'egli era ancora molto giovane. "Un giorno mentre meditavo
su Vivasvan," gli aveva narrato Pratipa, "una ragazza sorse
dalle acque del Gange e, con l'evidente desiderio di avermi come marito,
si sedette sulla mia coscia destra. Io le dissi: 'Cara ragazza, non sai
che una donna non deve avvicinarsi a un uomo mentre questi sta
meditando? Inoltre tu ti sei seduta sulla mia coscia destra, come di
solito fanno le figlie o le nuore. Quindi io non posso accettarti come
moglie, ma se lo desideri potrai diventare mia nuora.' Erano passati gli anni, e Pratipa era diventato anziano. Così si era ritirato nella foresta per spendere gli ultimi anni di vita nel servizio devozionale e nella meditazione. Shantanu aveva ereditato il trono del padre e governava con eguale rettitudine e capacità. Ancora giovane, egli amava particolarmente le lunghe passeggiate sulle rive del Gange, da solo, assorto in uno stato mentale sereno e pacifico. Si sentiva soddisfatto perché il popolo, felice del suo modo di governare, rispettava le leggi e viveva pacificamente. Un giorno, mentre camminava senza meta sulle rive del fiume sacro, vide una bellissima ragazza che, senza nessuno che la accompagnasse, gli veniva incontro guardandolo con insistenza. La situazione era alquanto insolita poiché il tramonto si stava apprestando e di solito a quell'ora le ragazze non andavano in giro sole. Lui si avvicinò. "Cosa fai qui da
sola?" le chiese con tono gentile. "Il giorno sta per
terminare e il sole si è già nascosto dietro l'orizzonte. Tra poco sarà
buio, ed è pericoloso per una ragazza andare in giro senza
accompagnatori." "Hai un aspetto soave e dolce," riprese Shantanu, "e la tua bellezza è irresistibile. Mi incuriosisci. Dimmi, chi sei e da dove vieni? Chi sono tuo marito e i tuoi genitori?" "Non ho un marito, sono una ragazza nubile," rispose lei, "e sto passeggiando per queste rive senza un motivo né una meta precisa. Per quanto riguarda il mio nome e la mia provenienza non voglio, per ora, rivelarli a nessuno. Tu, piuttosto, dimmi, chi sei? Dai vestiti che indossi sembri uno kshatriya di nascita nobile." "Il mio nome è Shantanu," rispose lui, "e sono il re di queste terre. Non importa se per ora non vuoi dirmi il tuo nome; sappi però che hai già conquistato il mio cuore e che ti vorrei al fianco come moglie." La ragazza sorrise. Il re era un uomo giovane, affascinante e dall'aspetto fiero; anch'ella si sentiva attratta a lui. "Come potrei rifiutare una simile occasione? Accetto senz'altro, ma ho necessità di porti delle condizioni." A quelle parole Shantanu era già felice. Quella ragazza aveva una voce così gentile, quasi melodiosa, che addolciva il cuore. Si sentiva rapito da quella bellezza celestiale e pronto a qualsiasi cosa pur di averla con sé. "Io sono re di vasti territori e non ho difficoltà a soddisfare qualsiasi tuo desiderio. Dimmi cosa vuoi e lo avrai." La misteriosa ragazza disse: "Non devi mai esigere di sapere il mio nome e la mia provenienza, e neanche obiettare né criticare qualsiasi cosa farò, anche quelle che sembreranno le più strane. Se accetti queste condizioni senza neanche sapere perché io le ponga, sarò felice di sposarti e venire a vivere con te. Ma se trasgredirai al patto me ne andrò immediatamente. Pensaci bene, dunque." Il re era così preso da quella ragazza che non pensò neanche a cosa ciò potesse comportare e accettò qualsiasi condizione. Insieme andarono ad Hastinapura e pochi giorni dopo il matrimonio fu celebrato. Passò più di un anno da quel giorno e fu un periodo di intensa lietezza e felicità. Il re era felice e soddisfatto insieme alla sua amata regina. Dopo poco più di un anno ella
partorì un maschio, ma la contentezza fu soffocata da una tragedia
inaspettata: fra lo stupore e l'orrore di tutti, la regina prese il
neonato e lo gettò nel Gange, uccidendolo. Shantanu, che aveva tanto
aspettato il suo erede, era disperato, ma non poté dire niente,
ricordando le condizioni poste: non doveva ostacolare né criticare la
moglie, altrimenti questa l'avrebbe abbandonato. A parte quello che
sembrò a tutti un momento di follia, per il resto era una donna
eccezionale, amorevole, gentile, profondamente affezionata al marito e
ai suoi doveri di moglie e di regina. Negli anni che seguirono, uccise sette dei suoi figli, tutti allo stesso modo, annegandoli nel fiume. E arrivò l'ottava gravidanza. Quando il bimbo nacque, la regina lo prese e con calma agghiacciante si diresse verso il fiume, con l'evidente intenzione di affogare anche quel neonato. Ma Shantanu non riuscì più a tollerare l'orrore che lo pervadeva. "Ora basta," le gridò. "Cosa fai? Che mostro sei? Perché uccidi i nostri figli? Io non capisco perché commetti questi crimini, ma ti impedirò di uccidere ancora." Tuttavia anche lui si rendeva conto che doveva esserci un mistero dietro quei comportamenti strani. Infatti la regina, nonostante la violenta sfuriata, non manifestò nessuna delle reazioni che una persona normale ha in tali circostanze. Non reagì in nessuna maniera, aveva solo l'aria triste, dispiaciuta. "Mi dispiace di averti fatto soffrire," disse lei con la solita voce suadente, "ma c'è una ragione a tutto questo. Credimi. Una volontà superiore a noi tutti mi ha forzata a uccidere i nostri figli." Si interruppe, guardandosi attorno. "Ora dovrò andare via. Ricordi la condizione che ti posi? Se mi avessi contrariata io ti avrei lasciato. Anche ciò fa parte dei piani del destino, questa forza tante volte a noi incomprensibile. Io devo andare via, ora. Questo bambino, che chiamerò Devavrata, verrà via con me, e quando sarà cresciuto te lo riporterò e resterà con te." Shantanu non voleva perderla, e sentiva dentro di sé un grande dolore, ma fu anche preso da una forte curiosità di sapere cosa aveva causato quei drammatici avvenimenti. "Ma spiegami almeno cos'è successo. Perché ti sei comportata così? Perché hai ucciso i nostri figli? Cosa o chi ti ha forzata?" "Io sono Ganga, la dea del fiume Gange," rispose lei. "Questo grande fiume, santificato dalla testa del dio Shiva, che scende dai pianeti celesti e che continua a scorrere su questa terra, è mio." Shantanu era sorpreso: sua moglie una dea? La dea del fiume Gange? Non poteva crederci. "Se vuoi posso raccontarti cosa successe nella tua vita precedente e il motivo che mi ha indotta ad annegare i nostri figli." E iniziò a narrare. "Nella vita precedente tu eri il re terreno Mahabhishaka. Le tue qualità di virtù e saggezza erano tali che eri in grado di recarti in qualsiasi momento nei pianeti celesti e soffermarti a parlare e a tenere compagnia a Indra. "Un giorno tu eri lì, insieme a grandi saggi e deva di questo universo, quando mi notasti fra di loro. Fosti invaso da un irrefrenabile desiderio sessuale che, per quanto provassi, non riuscisti a controllare. Io mi accorsi di questo tuo sentimento e in cuor mio desiderai poterti contraccambiare. "Purtroppo fra noi un'unione era impossibile, in quanto io ero una dea e tu un mortale; dunque il solo anelito che avevamo provato era già di per sé un atto peccaminoso. Brahma si accorse di ciò che stava accadendo e ci maledisse, dicendo: 'Poiché siete caduti preda di un desiderio sessuale illecito, non siete degni di restare su questi pianeti; dunque nascerete sulla Terra, in quel mondo privo di colori e di reali bellezze. Vi sposerete e vivrete insieme per un certo periodo. Dopodiché vi lascerete e soffrirete molto per questa separazione. Che questa sia la vostra espiazione.' E così successe. Tu sei nato come figlio del re Pratipa, e io ora sono qui con te, come una comune mortale." Shantanu ascoltava. Naturalmente non ricordava nulla della sua vita precedente, in quanto gli uomini dimenticano tutto al momento della nascita; tuttavia qualcosa lo spingeva a credere a quella storia. "Ma cosa c'entra tutto ciò
con l'uccisione dei nostri figli?" le chiese. "Nella vita precedente questi bambini erano gli otto Vasu e si sono ritrovati a nascere come nostri figli per effetto di una condanna simile alla nostra. Ascolta; ti racconterò in breve cosa accadde. "Un giorno essi stavano passeggiando con le mogli in una foresta del loro pianeta celeste, quando videro una stupenda mucca che apparteneva al saggio Vasishtha. Una delle donne ne fu così incantata che pregò il marito di prenderla per portarla nei loro giardini. Incapace di ribattere, egli portò via con sé il pacifico animale. "Quando il saggio tornò all'eremo, non trovò più la sua mucca, necessaria allo svolgimento dei sacrifici. Per un pò la cercò, poi in meditazione tornò indietro nel tempo, al momento in cui si era svolto il furto e, resosi conto dell'accaduto, lanciò una potente maledizione contro i Vasu. 'Coloro che hanno rubato la mia mucca cadranno nel pianeta dei mortali, dove la vita è breve e colma di angosce.' In seguito, grazie all'intercessione di Brahma, Vasishtha modificò la maledizione in modo che solo colui che aveva preso la mucca sarebbe rimasto a lungo in questo mondo, mentre gli altri sarebbero nati e subito dopo ritornati nel loro pianeta d'origine. "Quando gli otto deva furono a conoscenza del loro destino, vennero da me e mi dissero: 'Noi sappiamo che anche tu hai ricevuto una maledizione che ti impone di scendere nel sistema planetario mediano; dunque ti chiediamo di diventare nostra madre e di annegarci nelle acque del Gange subito dopo la nostra nascita, così da renderci possibile un immediato ritorno al nostro pianeta.' Promisi loro di farlo. "I sette figli che ho ucciso sono coloro che non avevano partecipato direttamente al furto della mucca, mentre quest'ultimo, che io chiamerò Devavrata, è il vero colpevole. Egli vivrà a lungo su questa terra, e sarà un uomo glorioso e rispettato. "Capisci ora,"
concluse Ganga, "perché mi sono comportata in quella maniera?
Avevo promesso ai Vasu di restituirli al loro mondo celeste." "Ti ho amato molto e vorrei
restare con te, ma non posso. Ci rivedremo," disse lei. Sedici anni dopo Ganga tornò e gli affidò il figlio, Devavrata, che era bello come un sole. Subito dopo il giovane fu nominato principe ereditario al trono e non trascorse molto tempo che a corte tutti si sentirono conquistati dai suoi modi amabili ed educati. 9 A quei tempi, tra le classi sociali superiori, gli kshatriya erano gli unici cui fosse permesso cacciare, ma solo determinate specie animali. Essi imparavano così ad uccidere per difendere i loro territori. Un giorno, mentre Shantanu inseguiva un cervo, sentì odore di fiori di foresta, talmente buono e intenso che non seppe resistervi. Deciso a portare via con sé quei fiori, seguì la scia fi-no al fiume, dove vide una donna impegnata a pulire una barca. Era lei che emanava quel profumo celestiale. Si avvicinò e con gentilezza le rivolse la parola. "Ho sentito un meraviglioso profumo e l'ho seguito, ma certamente non mi aspettavo che provenisse da un ragazza. Chi sei tu?" "Mi chiamo Satyavati e sono la figlia adottiva di un pescatore," rispose lei, imbarazzata dalle occhiate di desiderio che il re le lanciava. "Sei bellissima," le disse questi con irruenza. "Il tuo fascino mi ha stregato e vorrei averti con me. Io sono il re Shantanu, il signore della terra dei Bharata. Ti voglio come mia moglie. Vieni via con me." "Tu sai che non posso decidere da sola," gli rispose Satyavati. "Chiedi a mio padre: io accetto la tua proposta, e se anche lui lo farà ti seguirò senza indugi." Condotto alla sua casa, Shantanu chiese Satyavati in sposa e il pescatore ringraziò gli dei per la buona fortuna che era toccata alla figlia, ma chiese che fossero osservate certe condizioni. "Questo matrimonio è una grande cosa per mia figlia," disse, "ma voglio anche che i miei nipoti diventino re dopo che avrai abbandonato il trono; se sei d'accordo su questa condizione, potrai averla come moglie." Shantanu era esterrefatto. "Tutto ciò è assurdo," disse. "Tu sai benissimo che io ho già un figlio, Devavrata, che è il principe ereditario e non posso certo privarlo del suo diritto di nascita. Chiedimi ciò che vuoi: ricchezze, onori, ma non questo." Fu tutto inutile; il pescatore non voleva accettare nulla se non la promessa che i figli di Satyavati avrebbero regnato sul trono di Hastinapura. Shantanu era innamorato di quella ragazza, ma non se la sentì di fare un torto simile al figlio, per cui tornò in città sconsolato, consapevole del fatto che mai avrebbe potuto dimenticare Satyavati. Passarono alcune settimane; Devavrata si accorse che suo padre non era più felice e sereno come una volta e gliene chiese le ragioni. Shantanu rispose evasivamente e non volle rivelare il suo segreto. Però ogni giorno che passava si chiudeva in sé stesso sempre di più e si rifiutava di parlarne con chiunque. Devavrata, preoccupato, cominciò a indagare finché, con un astuto raggiro, riuscì a convincere l'auriga, che aveva assistito alla scena, a raccontargli l'accaduto. Risolto il mistero, il giorno stesso Devavrata andò a trovare il pescatore e tentò in ogni maniera di convincerlo a concedere la figlia in sposa a suo padre. Ma lo trovò irremovibile: era deciso a vedere i nipoti sul trono. "Se è solo questo che vuoi," gli disse il virtuoso principe, "sei già accontentato. Io non ambisco alle gioie e al potere di questo mondo e non ho difficoltà nel rinunciare al mio diritto di nascita in favore dei tuoi nipoti. Avrai ciò che vuoi, purché mio padre sia felice." "Sei un giovane dai principi morali grandi e solidi come le montagne," convenne ammirato il pescatore, "e so che tu manterrai la promessa: ma tuttavia che dire dei tuoi figli? Chi mi dice che quando essi saranno arrivati all'età giusta non avanzeranno pretese al trono?" "Io non voglio altro che sapere mio padre felice," ribatté Devavrata con fermezza, "questo è il mio primo principio. Se hai timore che i miei figli un giorno potrebbero pretendere il trono dai tuoi nipoti, allora giuro che non mi sposerò: e che questo sia un voto che mai romperò in nessuna circostanza." Appena Devavrata ebbe pronunciato il voto di celibato perpetuo, dal cielo si udì risuonare una voce celestiale che diceva: "Bhishma, Bhishma," che significa "colui che pronuncia un voto difficile e lo osserva." Da quel giorno Devavrata fu chiamato Bhishma. Shantanu non fu affatto contento del giuramento fatto dal figlio, ma Devavrata gli fece capire che quella decisione si sarebbe rivelata un bene per entrambi. Riconoscente, il monarca benedisse il figlio a morire solo quando egli stesso lo avesse desiderato. Così Shantanu sposò Satyavati. Nacquero due figli: il primo fu
chiamato Citrangada, il secondo Vicitravirya. Appena Citrangada ebbe raggiunta la maggiore età, ascese al trono, ma non governò a lungo: in un combattimento contro un gandharva che aveva il suo stesso nome, fu sconfitto e cadde morto. Suo fratello minore, Vicitravirya, era ancora troppo giovane, e così l'onere del governo ricadde di nuovo sulle spalle di Bhishma. 10 Quando Vicitravirya si fu apprestato alla maggiore età, Bhishma e Satyavati cominciarono a pensare a un suo eventuale matrimonio. Vennero a conoscenza che le tre stupende e virtuose principesse di Kashi, Amba, Ambika e Ambalika avevano raggiunto l'età giusta per il matrimonio e che il re, loro padre, aveva intenzione di considerare le proposte avanzate dai numerosi principi contendenti. A quei tempi le principesse usavano scegliere i loro sposi tra i più valorosi, e a questo fine venivano organizzati dei tornei chiamati svayamvara. Dopo averne ampiamente discusso con Satyavati, Bhishma decise di andare a Kashi al posto di Vicitravirya per conquistare le principesse. Quando Bhishma entrò nell'arena della capitale di Kashi, stava per iniziare il torneo. Alla comparsa del famoso guerriero si levò un robusto mormorio di sorpresa. "Che il figlio di Ganga sia stato avvinto dalla bellezza delle tre fanciulle e abbia deciso di abbandonare il suo voto di celibato? Non vediamo altra ragione per cui egli si trovi qui oggi," dissero alcuni. "Non c'è altra spiegazione per questo suo arrivo precipitoso e non annunciato a questo torneo, dove la sua maestria nell'uso delle armi gli aggiudicherà senz'altro la vittoria," aggiunse qualcuno. Ma altri ancora sembrarono intuire la verità. "No, non crediamo. Bhishma non tradirebbe mai il voto fatto. Piuttosto egli vorrà ottenere le principesse per il giovane Vicitravirya, ancora troppo debole e inesperto per sperare in una vittoria contro cavalieri tanto valorosi." Certo è che l'arrivo del guerriero dalle origini divine aveva causato un certo stupore. Kashiraja gli offrì rispettosi saluti, fornendogli l'opportunità di spiegare a tutti il motivo della sua presenza. Sentite le sue vere ragioni, i pretendenti ne furono molto seccati, in quanto vedevano così svanire ogni probabilità di conquistare le bellissime principesse. L'ira si impadronì di molti di loro, che si allearono contro Bhishma, il quale, per nulla intimorito, onorò bene la sua fama di invincibile combattente, affrontando da solo centinaia di avversari. Dopo aver sconfitto tutti i principi presenti, questi fece salire con la forza le principesse sul carro di guerra e le portò via con sé. Intanto che il carro sfrecciava in direzione di Hastinapura, Amba, la primogenita, lo implorò di lasciarla, perché amava un principe di nome Shalva. Ma mentre ascoltava la ragazza, Bhishma vide in lontananza il carro di Shalva che si avvicinava di gran carriera; egli allora si fermò determinato a combattere contro chiunque lo osasse sfidare. Senza più ascoltare le implorazioni di Amba, Bhishma affrontò e sconfisse il valoroso principe, risparmiandogli tuttavia la vita. Arrivarono ad Hastinapura. Quando fu davanti a Vicitravirya, Amba disse: "Nel momento in cui sono stata presa, io ho implorato Bhishma di non portarmi qui, perché non potrò mai amare nessun uomo all'infuori del principe Shalva. Ti chiedo dunque di lasciarmi libera." "Cara ragazza," rispose il gentile Vicitravirya, "se il tuo cuore appartiene a qualcun altro e vuoi vivere con lui e non con me, sei libera di andare. Non voglio unirmi con una donna che non mi desidera." Amba ringraziò di cuore e, scortata dai soldati Kurava, andò da Shalva. "Per tanto tempo," gli disse appena fu arrivata, "abbiamo desiderato vivere insieme e amarci, e quando Bhishma allo svayamvara mi ha presa e mi ha trascinata sul suo carro avevo perso le speranze. Ma Vicitravirya mi ha lasciata libera. Ora possiamo sposarci." "Cara Amba," rispose Shalva, "tu sai quanto ti abbia amata e puoi immaginare quanto mi costerà dirti ora queste parole, ma non mi sento di sposare una donna che mi ha visto sconfitto e umiliato in combattimento, anche se essere vinti da Bhishma non è affatto un disonore. Mi dispiace, ma non posso accettarti." Amba tentò di convincerlo con ogni argomento, ma non vi riuscì. Così, abbandonata dall'uomo che amava, tornò da Vicitravirya, chiedendogli protezione. Ma questi rifiutò. "Non posso sposare una donna il cui cuore è appartenuto a un altro," disse lui. Amba era disperata. Che poteva fare, ora? Da chi andare? I normali sogni di una ragazza della sua età, di avere una famiglia, una casa e dei figli, erano stati distrutti. A quei tempi, infatti, nessuno avrebbe mai sposato una donna cui fosse accaduta una storia del genere. Infine le venne in mente colui che aveva causato le sue disgrazie. Andò da Bhishma. "Quando mi hai afferrata per il braccio," disse la ragazza, "e mi hai intimato di salire sul carro, io ti ho pregato di lasciarmi libera, ti ho parlato del mio amore per Shalva e del fatto che non volevo sposare nessun altro, ma tu nella foga non mi hai ascoltata e così hai rovinato la mia vita. Che ne sarà di me? Nessuno mi vorrà più. Il tuo dovere è ora di riparare all'errore commesso: devi accettarmi come moglie e darmi ciò che hanno tutte le ragazze della mia età." "Ma tu sai del mio voto di celibato," disse Bhishma irrigidendosi. "Io non posso sposarmi. Mi dispiace di tutto ciò che è successo, non era nelle mie intenzioni farti del male. Nel clamore della battaglia non ho sentito le tue parole, altrimenti non ti avrei portata via insieme alle tue sorelle. Perdonami, ma non so come rimediare all'errore commesso. Non posso sposarti. Non potrò mai rompere un voto preso con tanta solennità." Amba divenne furibonda. Lo pregò, lo minacciò, ma non ci fu nulla da fare: Bhishma era fermo nella sua decisione. Così la sfortunata principessa uscì dalla sala pronunciando minacce contro di lui. E Amba prese a viaggiare, chiedendo ai più celebri e potenti re dell'epoca di vendicarla, di sfidare e uccidere Bhishma per lei, ma non trovò nessuno che se la sentisse di affrontare l'invincibile figlio di Ganga. Solo Parashurama tentò di consolarla e persino si scontrò con Bhishma, ma alla fine dovette rinunciare al proposito: Bhishma era veramente troppo forte. La sconfitta di Parashurama fu per Amba una delusione terribile. Persino questi non era riuscito a darle l'unica cosa che oramai voleva dalla vita, quella vita che per lei era diventata un inferno. Non solo nessuno aveva più voluto darle una famiglia, ma nessuno voleva o poteva procurarle la vendetta. Decise, così, di ritirarsi nella foresta e divenire un'asceta. Per molti anni affrontò severe austerità per propiziarsi il dio Subrahmanya, che alla fine le apparve affidandole una ghirlanda. "Mia sfortunata ragazza, prendi questa corona di fiori; sappi che chiunque la indosserà diventerà il nemico giurato di Bhishma." Allora Amba riprese a viaggiare per i numerosi regni, ma la stessa cosa si ripeteva: nonostante la provenienza divina, nessuno volle indossare la ghirlanda. Disperata e oramai privata di ogni speranza, Amba la appese a un chiodo fuori dalle porte della capitale del re Drupada. Poi tornò nella foresta e in un grande fuoco s'immolò. Amba sarebbe poi rinata come Shikhandi, la figlia di Maharaja Drupada: lei stessa sarebbe diventata la nemica giurata di Bhishma e avrebbe fortemente concorso alla sua morte. 11 Vicitravirya visse felicemente con le sue regine, ma non a lungo: una malattia mortale lo colse giovanissimo. Satyavati era disperata: aveva perso il marito e due figli in pochissimo tempo e per di più la prestigiosa razza dei Bharata rischiava di estinguersi. L'unico che potesse ripristinarla era Bhishma, ma per quanto lei tentasse di indurlo a generare figli con le mogli del fratellastro, egli rifiutava con vigore l'idea, ricordando alla matrigna il voto di brahmacarya. La situazione era seria: cosa si poteva fare? A quel punto, con molta titubanza, Satyavati rivelò a Bhishma un segreto. "Credo che sia giunto il momento di confidarti una cosa del mio passato che ho sempre taciuto a tutti. Come sai, io sono nata da una apsara, la quale dopo avermi partorito mi lasciò cadere nel fiume, dove venni ingoiata da un pesce. Il pescatore che mi ritrovò nel ventre dell'animale mi adottò. A quel tempo non avevo l'odore fragrante di ora, al contrario emanavo un insopportabile puzzo di pesce. Un giorno fui vista dal saggio Parashara, il quale fu attratto da me tanto che desiderò avere un figlio. "Io non volevo, ma lui mi convinse, sostenendo che oltre a farmi riacquistare la verginità subito il parto, mi avrebbe anche impregnata di un gradevole odore di fiori di foresta. Così partorii un bambino al quale vennero dati i nomi di Krishna Dvaipayana e Vyasa; egli diventò il saggio glorioso che anche tu ben conosci. "Ora," continuò Satyavati, "secondo le regole vediche, in momenti di eccezionali frangenti, come quelli che stiamo affrontando, dei saggi particolarmente qualificati possono fecondare le regine allo scopo di ottenere prole di grande qualità. Questo è sicuramente il caso di Vyasa, che è senz'altro uno dei rishi più austeri e spiritualmente avanzati, e inoltre fa parte della nostra stessa famiglia." Bhishma trovò che l'idea era buona e ne parlò con Ambika e Ambalika, le quali accettarono. Satyavati mandò dei messaggeri all'eremo del figlio, il quale, vista la grave circostanza, approvò la cosa. Ma c'era un particolare che si sarebbe rivelato determinante: Vyasa era molto alto, aveva un portamento solenne, e il suo aspetto incuteva timore; per di più le dure austerità a cui si sottoponeva avevano reso il suo corpo davvero sgradevole alla vista. Così, quando durante la notte entrò nella stanza di Ambika, la donna scorgendolo in penombra sentì agghiacciarsi il sangue dal terrore e chiuse gli occhi. Alle prime luci dell'alba Vyasa si recò da Satyavati. "Tua nuora Ambika non è riuscita a sopportare la mia vista," le disse il saggio, "e nel vedermi ha sbarrato gli occhi. Per questa ragione avrai un nipote molto forte, ma privo di vista sia materiale che spirituale." La notte seguente Vyasa entrò nelle stanze di Ambalika, che riuscì a tollerare più della sorella, ma non poté fare a meno di impallidire dalla paura. "Questo tuo secondo nipote," riferì poi Vyasa alla madre, "sarà un grande uomo, ma poiché nel vedermi la madre è impallidita, avrà una carnagione bianca come la luna, e in più non è destinato a vivere a lungo." Nel corso del tempo Ambika partorì un figlio maschio, cieco come era stato previsto da Vyasa, e fu chiamato Dritarashtra. Anche Ambalika partorì un maschio che fu chiamato Pandu. Dopo la nascita dei nipoti, Satyavati chiamò ancora Vyasa. "Figlio caro," gli disse, "ti sono riconoscente per aver permesso alle due mogli di Vicitravirya di avere dei figli, evitando così l'estinzione di una delle discendenze più nobili di Bharata-varsha. Tuttavia Dritarashtra è cieco e non potrà governare normalmente, mentre Pandu, come hai tu stesso predetto, non vivrà a lungo. Dunque dà ancora figli alle due regine, cosicché il tutto non rischi di diventare vano." "Farò come tu mi chiedi," rispose il sapiente, "ma sarà l'ultima volta, poiché le ingiunzioni vediche proibiscono che un tale atto possa ripetersi più di tre volte. Questa notte visiterò ancora Ambika." Avvertita da Satyavati, la regina sul momento accettò ma poi, ripensando al portamento imperioso e austero di Vyasa, fu pervasa dallo sgomento e si pentì di aver accettato tanto prontamente. Il solo pensiero di quell'imminente incontro le incuteva terrore. Così convinse un'amica, una delle sue attendenti, a farsi trovare nelle sue camere quella notte, sicura che nel buio non l'avrebbe riconosciuta. Inaspettatamente alla ragazza la cosa non riuscì così difficile, anzi fu molto cordiale con il saggio, che le disse: "Siccome tu non sei stata disturbata dal mio aspetto e hai pensato solo a far del bene, avrai un figlio grandissimo, che sarà un'incarnazione di Dharmaraja, il dio della giustizia." Nel corso del tempo nacque un
bambino che fu chiamato Vidura. Il tempo trascorse. I tre fanciulli crebbero amati
da tutti, e in special modo dallo zio Bhishma, che li trattava come se
fossero stati i suoi stessi figli. Nello stesso periodo il secondogenito Pandu sposò Madri, la figlia del re di Madra.
12 Il re Sura, della stirpe dei Vrishni, aveva un figlio di nome Vasudeva e una figlia di nome Pritha. Suo cugino Kuntibhoja invece non era riuscito ad averne, così Sura pensò di concedergli la ragazza in adozione. Quando la fanciulla entrò nel palazzo dello zio, ricevette il nome di Kunti, essendo stata adottata per l'appunto da Kuntibhoja. Quelli furono anni di felicità per lei, che con i suoi modi aggraziati ed amabili si era accattivata l'affetto dei genitori adottivi e di tutti i frequentatori della corte. Un giorno arrivò in città, per una visita, il saggio Durvasa. Quest'ultimo aveva grandi poteri mistici, ma era anche particolarmente irascibile. Si raccontava che in momenti d'ira potesse pronunciare maledizioni terribili dai risultati devastanti. Nei giorni in cui egli dimorò da loro, Kunti lo servì con grande impegno, riuscendo nella difficile impresa di soddisfarlo. Prima di ripartire Durvasa pensò di ricompensarla. "Cara ragazza," disse il rishi, "tu mi hai servito con grande impegno e fedeltà, quindi io vorrei darti qualcosa che in futuro ti tornerà utile. Ti insegnerò un potentissimo mantra con il quale potrai chiamare al tuo cospetto qualsiasi deva, che sarà costretto a soddisfare ogni tuo desiderio." A quel tempo Kunti era poco più di una bambina e non capì cosa il saggio intendesse dire con "ogni tuo desiderio". In realtà si riferiva al desiderio di generare figli. Erano passati diversi mesi dalla partenza del saggio, quando una mattina Kunti, nel veder sorgere il sole, rimase incantata dalla bellezza di quell'astro celeste. Si chiese quanto dovesse essere bello il deva che governava un pianeta così caldo e affascinante, e provò un forte desiderio di vederlo personalmente. Fu allora che le venne in mente il mantra che Durvasa le aveva insegnato, e impulsivamente lo recitò, pensando a Vivasvan. Appena un attimo dopo la stanza fu inondata da una luce abbagliante e lì Kunti, protetta dal mantra stesso, si trovò di fronte al tanto adorato deva. Ma subito la ragazza si rese conto di essersi com-portata troppo superficialmente chiamando davanti a sé una divinità solo per un gioco infantile così, dopo avergli offerto delle preghiere, si scusò con lui. "Non devi scusarti affatto," rispose Vivasvan sorridendo, "poiché la tua avvenenza è tale che può attrarre anche un abitante dei pianeti superiori. Ora io sono qui, pronto a soddisfare ogni tuo desiderio." Kunti impiegò del tempo prima di capire la verità, e quando la apprese si sentì disperata. "Come posso io generare un figlio?" disse fra le lacrime. "Non sono ancora sposata, e se facessi una cosa del genere nessuno mi vorrebbe più." "Non preoccuparti per questo," rispose il deva, "poiché nostro figlio nascerà immediatamente dopo la nostra unione e tu non perderai la verginità." Così nacque Karna. Al momento della nascita indossava un'armatura naturale e due meravigliosi orecchini, che erano un tutt'uno col corpo. Kunti, estasiata dalla straordinaria bellezza e grazia del bambino, sentì nascere in sé un grande amore materno; pure la ragione le impose di non lasciarsi trasportare dai sentimenti per cui, ponendolo in una cesta, lo abbandonò alla corrente del Gange, facendolo sorvegliare a distanza da una ragazza. Non molte ore dopo la cesta venne raccolta da Atiratha, un guidatore di carro da guerra della casta dei Suta, e dalla moglie Radha i quali, non avendo avuto figli e desiderandone uno da tempo, lo adottarono. Fino agli ultimi tragici giorni della battaglia di Kurukshetra, pochissimi sarebbero venuti a conoscenza della storia dell'unione di Kunti con Vivasvan. 13 Qualche anno dopo Kunti sposò il virtuoso e prode Pandu. La vita del giovane, in compagnia delle sue due mogli, trascorreva in piena delizia, ma l'ombra della predizione di Vyasa si stava apprestando. Un giorno di primavera, mentre era a caccia nella foresta accompagnato da Kunti e Madri, Pandu scorse due cervi che si accoppiavano vicino a degli alberi. In quel momento, dimentico delle regole scritturali che proibiscono l'uccisione di qualsiasi animale nell'atto dell'accoppiamento, questi scagliò un freccia che penetrò nel corpo del maschio. Con grande sorpresa del re, l'animale ferito cominciò a parlare. "Io non sono un cervo, ma un eremita che vive in questi boschi. Accecato dall'intossicazione della caccia, tu mi hai colpito mentre, sotto queste sembianze assunte grazie ai miei poteri mistici, mi accoppiavo con la mia legittima sposa. Hai commesso un grave errore. Io ti predico che morirai appena tenterai di avere un rapporto sessuale con le tue mogli." Il saggio morì pochi istanti dopo. Affranto dai sensi di colpa per aver ucciso un brahmana e per la maledizione che da quel momento gli avrebbe impedito di avere figli, Pandu, accompagnato dalle consorti, abbandonò il regno e si ritirò nella foresta. Per i Bharata, che si ritrovarono ancora una volta senza re, fu una grande disgrazia. Come già detto, essendo Dritarashtra condizionato dalla cecità, ancora una volta Bhishma si vide costretto a governare, in attesa della nascita dei figli di uno dei due nipoti. 14 Passarono gli anni. Nel frattempo per le spose di Pandu il desiderio di avere figli diveniva sempre più prepotente. Allora, pur sapendo della maledizione inflitta al marito, decisero di parlargliene per trovare una qualche soluzione. "Gli anni si dissolvono come neve al sole," disse Kunti, "e noi non abbiamo ancora avuto figli. Ogni donna si augura di averne e anche in noi l'esigenza della maternità è diventata molto forte. Come possiamo risolvere questo dilemma che oramai da parecchio disturba le nostre giornate?" Pandu era desolato. "Anch'io vorrei tanto avere dei figli, ma sapete bene che non posso, in quanto ciò mi costerebbe la vita. In una circostanza del genere non so proprio quale potrebbe essere la decisione migliore per tutti." In quei giorni Kunti aveva riflettuto molto sul problema e aveva deciso di rivelare l'avvenimento della benedizione di Durvasa al marito, ma non gliene aveva ancora parlato per timore che lui potesse non essere d'accordo. Invece quale fu la gioia di Pandu alla notizia di diventare il padre di una prole generata addirit-tura da esseri di pianeti superiori! Nei giorni che seguirono, Kunti si preparò a chiamare i deva. "Io voglio che il mio primo figlio possegga innanzitutto le qualità della giustizia e della rettitudine," pensò lei, "così chiamerò Yamaraja." Dall'unione del deva che regola la giustizia e il passaggio delle anime da un corpo all'altro, nacque un maschio che fu chiamato Yudhisthira. "Ora desidero un figlio che sia forte come mai nessuno lo è stato," pensò poi Kunti, "così chiamerò a me Vayu." E nacque un secondo maschio che fu chiamato Bhima. "Ora desidero un terzo figlio che sia il più valoroso in combattimento, e questo figlio lo avrò da Indra." E dalla loro unione nacque Arjuna. A quel punto, sentendosi completamente soddisfatta, decise di non procreare più. Ma vedendo Madri avvilita, Kunti le sorrise e le disse: "Cara amica, so che anche tu desideri molto dei figli. Ora ti insegnerò il mantra, cosicché tu stessa potrai generare." Volendo prole di bell'aspetto e dalla grande erudizione e saggezza, Madri si appellò ai gemelli Ashvini Kumara, medici dei deva, e da loro ebbe due gemelli che chiamò Nakula e Sahadeva. Pur non essendo figli diretti di Pandu, essi furono sempre conosciuti come i cinque Pandava, perché nati dalle sue mogli. Nel frattempo ad Hastinapura era successo un fatto importante. Gandhari, che pure era rimasta incinta, aveva sperato di partorire prima di Kunti, cosicché suo figlio avrebbe avuto la prerogativa sul diritto al trono. Dunque si può ben immaginare la sua delusione quando le fu data la notizia della nascita di Yudhisthira. La collera le fece perdere completamente i lumi della ragione e, accecata dall'ira, si colpì il ventre e abortì. A corte erano tutti disperati, ma Vyasa venne e compose l'aborto, dividendolo in cento parti. L'anno successivo, nello stesso giorno della nascita di Bhima, nacque il primogenito di Dritarashtra, che fu chiamato Duryodhana. Proprio nel momento della sua nascita, però, dei terribili segni premonitori apparvero, tali da far presagire gravissime disgrazie. Vidura osservava quei presagi infausti e assorto in gravi riflessioni, andò a trovare Dritarashtra. "Io so quanto tu sia felice della nascita del tuo primogenito, ma i segni che sono apparsi sopra la nostra città ci fanno capire che non è un'anima pia. Al contrario egli sembra destinato a causare danni enormi. Osserva quelle saette sopra i palazzi, e ascolta come ululano i nostri cani; avverti i tremori sui nostri corpi e guarda come le murti piangono. Fratello mio, tuo figlio porta con sé un destino di disgrazie e immani dolori che spartirà con tutti noi. Ascoltami: se vuoi salvare la nostra famiglia, il nostro regno e tutta la razza degli kshatriya non lasciarlo vivere. Fallo uccidere immediatamente." A quelle parole Dritarashtra fremette. "Anche se purtroppo non posso vedere, anch'io sento nel mio cuore presagi terribili, apportatori di morte e capisco anche quanto giusti siano i tuoi consigli. Ma non riesco neanche a pensare di uccidere mio figlio: come potrei? Ho atteso tanto questo momento. Non ci riuscirei mai." Vidura insistette, e con lui anche Bhishma, ma i due non furono capaci di fargli accettare la cosa. E così Duryodhana visse. Nel corso del tempo nacquero 100 figli e una figlia. 15 I Pandava trascorsero la loro infanzia nella foresta, ricevendo i primi insegnamenti dai saggi che vivevano negli eremi. Trascorsero quindici anni felici per Pandu, in compagnia dei figli e delle mogli, ma ciò che è scritto nel libro del karma di ognuno di noi è inevitabilmente destinato ad accadere. Ricorderete infatti ciò che Vyasa disse alla madre dopo l'incontro con Ambalika: "...questo tuo nipote non è destinato a vivere a lungo..." Così accadde che un giorno di primavera Pandu, mentre gli altri erano nella foresta, vide sua moglie Madri da sola, e un forte desiderio sessuale lo invase al punto da non sapervi resistere. Pertanto, nonostante quest'ultima tentasse di ricordargli la maledizione del rishi, volle possederla; in quel preciso istante cadde al suolo senza più vita. Madri pianse e gridò aiuto, richiamando l'attenzione di Kunti e dei cinque ragazzi che, giunti sul posto, videro Pandu al suolo senza vita. "Come hai potuto accettare di accoppiarti con lui," gridò Kunti, "sapendo della maledizione che gravava su di lui? Dovevi rifiutarti, ricordargli cosa l'aspettava se lo avesse fatto..." "Io ho cercato di
resistergli, di ricordargli della maledizione del brahmana," pianse
la regina affranta, "ma lui sembrava fuori di sé, come se fosse
stato posseduto da un demone. Non ho avuto la forza fisica di
resistergli." Dopo la tragedia, i Pandava decisero di tornare ad Hastinapura, il regno del padre, per approfondire gli studi. Inoltre Yudhisthira era il principe ereditario al trono, per cui appena il periodo scolastico fosse terminato avrebbe dovuto governare sul vasto regno dei Bharata. Così i cinque giovani, accompagnati dalla madre e da molti saggi, si incamminarono verso la capitale. Kunti e i cinque Pandava furono ricevuti dai parenti con calore. 16 Non molto tempo dopo l'arrivo dei figli di Pandu, ricevuto con tutti gli onori, nella città dei Kuru arrivò Vyasa. Il giorno seguente il saggio volle parlare alla madre. "Tempi tenebrosi si avvicinano," disse, "tempi in cui la verità verrà momentaneamente coperta dall'empietà e dalla falsità. Molto sangue e lacrime di madri, mogli, figli, amici e parenti scorreranno su queste terre. Non passerà molto tempo e su questo mondo non ci sarà nessuno che non avrà qualcuno da piangere." Satyavati era allarmata dalle parole del figlio. "Cosa dici? Cosa avverrà e chi dovrà piangere i propri cari?" "I figli di Dritarashtra sono dei malvagi, e per colpa della loro empietà l'intera stirpe degli kshatriya della terra perirà in una terribile guerra. Non c'è nulla che possa essere fatto per evitarla, visto che Dritarashtra non ha voluto seguire i consigli di Vidura al momento della nascita di Duryodhana. Questa guerra è voluta dai deva e dallo stesso Signore Supremo. Presto molto dolore scorrerà come una maledizione su tutta Bharata-varsha." Satyavati sapeva che le parole di Vyasa non avrebbero potuto rivelarsi erronee, per cui, non volendo assistere a quegli avvenimenti catastrofici, annunciò di volersi ritirare per una vita meditativa nella foresta. Ambika e Ambalika vollero seguirla. 17 Per i cinque giovani iniziò una vita completamente diversa. I tempi piacevoli ma austeri della foresta erano andati, e per la prima volta provarono le gioie del mondo regale, fatta di sfarzi e opulenze di ogni tipo. Fra i giochi di gioventù, il tempo trascorreva piacevolmente, ma i ragazzi non prestavano minore attenzione all'apprendimento. Insieme a molti altri principi, i Pandava approfondirono gli studi a cui erano stati iniziati dai saggi della foresta. Essi erano ragazzi ingegnosi e per apprendere le cose non dovevano fare sforzi particolari. E più i giorni passavano e più risultava chiaro che i cinque figli di Pandu avessero doti straordinarie che permettevano loro di eccellere sopra tutti gli altri: Yudhisthira era il più saggio e virtuoso di tutti, Bhima il più forte, Arjuna il più abile con le armi, Nakula e Sahadeva erano i più bravi nel trattare con i cavalli. Duryodhana, il primogenito di Dritarashtra, che cresceva in costante compagnia dei cugini, cominciava a sentirsi irritato da quella supremazia che gli rovinava i suoi giochi giovanili; non c'era sport in cui il migliore fra di loro non fosse uno dei Pandava. Poi dall'irritazione sorse a
poco a poco l'invidia e poi il rancore. Non bisogna dimenticare che se
Yudhisthira fosse nato un anno dopo o se i Pandava non fossero più
tornati ad Hastinapura, egli avrebbe ereditato il trono dei Bharata. La
prospettiva di non poter mai diventare re infastidiva sempre più il
giovane che a quell'età cominciava già a dare importanza al proprio
futuro. Duryodhana aveva uno zio materno che si chiamava Shakuni. Particolarmente affezionato al nipote, egli avvertì che qualcosa non lo faceva essere del suo solito umore e si chiese cosa potesse essergli successo. Così, in un momento in cui lo trovò solo, gli parlò. "E' parecchio tempo che ti vedo adombrato e lo trovo strano. Solitamente sei sempre gioviale e pronto allo scherzo con tutti. Hai forse qualche problema? qualche pensiero che ti preoccupa particolarmente? Apriti dunque con me, Duryodhana, dimmi cos'è che ti rende così triste." "Cosa mi preoccupa?" ribatté il principe. "E' così difficile da capire? Prima che arrivassero i Pandava io ero destinato a diventare il re dei Bharata e sicuramente l'imperatore del mondo intero. Tutte le attenzioni erano per me e tutti mi coprivate di affetto. Inoltre io ero sempre il migliore e nessuno mi vinceva nei giochi di guerra. "Ma da quando sono arrivati loro, i figli di Pandu, ogni cosa è cambiata. Io non diventerò re a causa della cecità di mio padre, e Yudhisthira, che è nato un anno prima di me, presto salirà al trono. E come se non bastasse, la loro superiorità è reale, lui è veramente migliore di me sotto tanti aspetti e dove non riesce i suoi fedelissimi fratelli gli danno sempre il massimo appoggio. Immagina se un giorno ci dovesse essere un serio litigio fra me e Yudhisthira: hai mai visto combattere Bhima? La sua forza fisica non è umana, così finché ci sarà lui Yudhisthira può dormire sonni tranquilli. E poi Arjuna... la sua istruzione militare è appena iniziata, eppure usa le armi come se non avesse mai fatto altro fin dai primi anni della sua vita. Guarda Nakula... hai mai visto un ragazzo più bello? Le sue fattezze fisiche sono tanto perfette quanto quelle dei deva dei pianeti più alti e si batte con l'agilità di un gandharva. Le fanciulle non hanno occhi che per lui. E Sahadeva? Pensa che riesce persino a dialogare con i cavalli e li cavalca in maniera perfetta. "Tutti e cinque sono virtuosi, gentili, intelligenti e nessuno può fare a meno di amarli incondizionatamente. Il nostro Bhishma stravede per loro, il maestro Kripa riserva per loro le sue gentilezze più particolari, i visi dei brahmana di corte si illuminano quando li vedono, e persino mio padre non nasconde il suo apprezzamento nei loro confronti. Insomma, da quando sono arrivati, io e i miei fratelli non esistiamo più e non abbiamo le stesse prospettive che avevamo prima. Considerando questa situazione, non dovrei sentirmi amareggiato?" La sfuriata di Duryodhana fu lunga e amara; forse non aspettava altro che di sfogarsi con qualcuno, ma di sicuro aveva scelto la persona sbagliata. Ci sarebbero state molte cose che Shakuni avrebbe potuto dire per lenire il dolore del nipote, però fra le tante scelse le meno opportune. D'altra parte non tutte quelle lamentele avevano reale fondamento; era fuori dubbio che gli anziani di corte amassero i Pandava e che li riservassero di speciali premure, ma non era affatto vero che Duryodhana fosse stato accantonato. I cinque ragazzi inoltre erano vissuti nella foresta, senza nessun agio, e avevano dovuto sopportare la sofferenza di vedere il padre morto, per cui era naturale che gli anziani Kurava cercassero di farli sentire amati e protetti. Ma anche lui, Duryodhana, era al centro di manifestazioni d'affetto, anche se ovviamente non era proprio come prima della venuta dei Pandava. Un ragazzo normale della sua età si sarebbe sentito appagato da quelle attenzioni, ma egli purtroppo non era una persona normale: aveva un problema grande, intrinseco alla sua natura: era invidioso, non sopportava nessuno che avesse qualcosa più di lui. La sua gelosia era proporzionale alla forza di Bhima e all'abilità di Arjuna. "Immaginavo qualcosa del genere," gli rispose Shakuni, "e anch'io stavo considerando con serietà la situazione. Io so che i Pandava hanno qualità eccezionali, che sembrano quasi di origine divina. In tutto il mondo non si trovano giovani come loro. Quando saranno cresciuti prenderanno il comando di questo vasto regno per diritto di nascita, e sicuramente governeranno con forza. Allora cosa rimarrà a te e ai tuoi fratelli? Al massimo il comando di qualche provincia, e sarete per sempre assoggettati ai presuntuosi cugini. Qualcuno potrebbe dire che essi sono così buoni d'animo che non faranno mai pesare il fatto di essere i governanti supremi, ma noi lo sappiamo che il potere dà alla testa e fa perdere ogni virtù. Nipote mio, sono d'accordo con te: tutto fa credere che un giorno, ritenendoti un potenziale nemico, i figli di Pandu marceranno contro di te e i tuoi fratelli allo scopo di eliminarvi. Io non ho dubbi che accadrà proprio questo." Perché Shakuni aveva detto quelle parole al nipote? Probabilmente riteneva proprio che le cose sarebbe dovute inevitabilmente andare in quel modo, ma c'erano anche altre ragioni. Non dimentichiamo che egli era lo zio diretto di Duryodhana e che logicamente preferiva avere lui come re dei Bharata piuttosto che Yudhisthira, del quale temeva la potenza. Un giorno che il giovane figlio di Gandhari fosse diventato re, il suo regno, quello dei Gandhara, ne avrebbe tratto grandi profitti. Sicuramente non poteva prevedere quali pieghe avrebbe preso il futuro. "Ma del resto cosa si può fare?" riprese Duryodhana. "Yudhisthira è l'erede di diritto e noi non possiamo convincere mio padre, Bhishma e tutti gli anziani ad andare contro le ordinanze scritturali che sono sempre state osservate da ogni famiglia nobile. Per noi non c'è nulla da fare." "Un principe come te, che appartiene a una stirpe celebre in tutto il mondo per valore e intelligenza," ribatté in tono com-battivo lo zio, "non deve mai sentirsi inerte davanti alle difficoltà, ma ha sempre il dovere di agire con grande vigore; ne va di mezzo il futuro tuo e dei tuoi familiari, me stesso compreso. Agisci con forza. Non è vero che non si può fare niente per risolvere questa situazione. Per ogni problema esiste una soluzione; basta saperla trovare." Duryodhana fu colpito da quelle
parole. Fino ad allora aveva considerato la cosa come una maledizione
alla quale era impossibile sottrarsi, per cui ci era vissuto accanto con
rassegnazione, ma ora, ascoltate le parole dello zio, una luce di
speranza si accese nel suo cuore e le prime idee diaboliche cominciarono
velocemente a scorrergli nell'intimo corroso dall'invidia. Convinto da Shakuni, Duryodhana liberò la propria invidia di qualsiasi inibizione. "E' vero, dobbiamo agire contro quella che è la fonte prima della loro forza e io so qual’è: Bhima. Lo possiamo vedere persino quando giochiamo. Chiunque attacca Yudhisthira, immediatamente Bhima interviene con la sua forza sovrumana e lo libera da ogni pericolo. E più il tempo passa, più diventa forte. Se vogliamo liberarci dei Pandava dobbiamo prima eliminare Bhima." Così, messo al corrente anche Dusshasana, il fratello minore, concertarono il piano di avvelenare e gettare Bhima nel fiume. La cosa non riuscì loro difficile perché nessuno avrebbe mai sospettato che Duryodhana fosse arrivato a tal punto. La sua gelosia nei confronti dei cugini era risaputa, ma sembrava più che altro una cosa da ragazzi. I tre cospiratori mischiarono del veleno nel cibo del Pandava, il quale, dopo averlo mangiato, cadde al suolo apparentemente senza vita. A quel punto lo legarono e lo gettarono nel Gange. Convinti di essere riusciti ad ucciderlo e, pienamente soddisfatti della loro nefandezza, ritornarono al palazzo. Intanto il corpo di Bhima era stato inghiottito dalle acque del fiume e sprofondava inesorabilmente verso gli abissi. Nelle profondità del Gange vivevano molti serpenti velenosi che, scorta quella presenza umana, temettero di essere in pericolo per cui la attaccarono, mordendola ripetutamente. Il veleno dei naga, mischiatosi a quello che Bhima aveva ingerito, causò una reazione chimica tale da agire come antidoto. Vedendo quel corpo muoversi nonostante il loro potentissimo veleno, essi se ne stupirono e corsero ad informare il loro sovrano Vasuki dello strano avvenimento. Questi volle recarsi di persona sul posto per accertarsi dell'accaduto e immediatamente riconobbe in quella persona priva di sensi Bhima. "Senza saperlo avete salvato la vita al prode figlio di Pandu," proclamò Vasuki, "che ci aiuterà a liberare il mondo dalla indesiderata potenza degli asura. Sorvegliatelo e curatelo. E appena starà sul punto di svegliarsi, correte ad avvertirmi." Bhima dormì profondamente per qualche giorno. Poi cominciò a sentire la coscienza tornare. Ma nel momento in cui riaprì gli occhi quale fu il suo stupore nel vedersi circondato di serpenti. I naga, infatti, appena si erano resi conto che il loro ospite si stava risvegliando, si erano affrettati a chiamare Vasuki. Così in quel momento erano tutti lì, al suo capezzale. "Dove mi trovo? E chi siete voi? Perché sono in queste acque?" "Io sono Vasuki, il figlio maggiore di Maharshi Kashyapa. Tu sei affondato in queste acque e stavi per morire a causa di un potente veleno che avevi ingerito, ma loro, mordendoti, ti hanno salvato. Devi sapere che tu sei protetto dal Brahman Supremo, la Persona Divina stessa, che veglia su di te e sui tuoi fratelli. Sappi che si avvicinano tempi molto difficili e che le vostre vite saranno costantemente in pericolo. Non fidatevi dei vostri cugini: essi sono anime malefiche, specialmente Duryodhana, il quale è invidioso di voi. E' stato lui a mettere il veleno nel cibo, e se non fosse stato per la tua nascita divina e per la protezione di cui godi insieme ai tuoi fratelli, saresti morto. Torna da loro, e d'ora in poi vigilate attentamente." Vasuki diede da bere a Bhima una pozione divina che moltiplicò la sua già considerevole forza fisica. Per effetto di quell'elisir, egli sprofondò di nuovo in un sonno profondo, e dormì per otto giorni. E dopo averne trascorso altri due in compagnia di Vasuki, il Pandava tornò sulla terra. Ai fratelli, che nel frattempo avevano vissuto momenti di profonda angoscia, raccontò tutto ciò che era successo. "Da oggi in poi dovremo stare molto attenti, poiché sembra che Duryodhana abbia ormai messo fine al periodo della fanciullezza e abbia intenzione di commettere azioni diaboliche," concluse Yudhisthira. Kunti, Vidura e Bhishma, venuti a conoscenza di quel terribile avvenimento, cominciarono seriamente a preoccuparsi. Quando Duryodhana seppe che Bhima era ancora vivo, si riunì con Shakuni e Dusshasana per progettare altri piani su come sbarazzarsi degli invadenti cugini. 18 Un giorno, mentre i
principi giocavano in giardino un uomo alto vestito di nero, con la
testa coperta da un grande cappuccio, si fermò ad osservarli. A un
certo punto la palla con la quale i ragazzi giocavano cadde nel pozzo e
per quanti sforzi essi facessero non riuscivano a recuperarla. "E' mai possibile che i discendenti di una stirpe prestigiosa come quella dei Bharata non sappiano fare una cosa così semplice come quella di recuperare una palla caduta in un pozzo?" "Non è affatto facile recuperarla senza bagnarsi," risposero i principi alquanto stizziti, "ma se tu credi di poterci riuscire, allora mostraci come fare." Lo sconosciuto sorrise; poi chiese un arco e vi pose una freccia. Con un abile gioco di rimbalzi riuscì a recuperare la palla; dopodiché volle un anello d'oro. Yudhisthira gli diede il suo e questi, tra la sorpresa generale, lo gettò nel pozzo. Prima che i giovani potessero protestare, prese dei fili d'erba dal terreno e mormorò dei mantra, alchè con decisione li scagliò nel pozzo, agganciando l'anello. Poi ne lanciò degli altri in rapida successione e ad ognuno collegava il filo d'erba precedente, formando una catena. In quel modo riuscì a tirare fuori l'anello. I principi erano esterrefatti. "Chi sei tu? e qual è il tuo nome? Non abbiamo mai visto fare cose del genere con una tale bravura." "Bhishma mi conosce," rispose. "Andate da lui e raccontategli ciò che ho fatto. Allora saprete il mio nome." Appena Bhishma sentì come il misterioso personaggio avesse recuperato la palla e l'anello, capì subito che si trattava di Drona e corse fuori a riceverlo. Era il migliore maestro d'armi del tempo. La sua abilità era incomparabile e tutti i re di Bharata-varsha facevano a gara perché egli istruisse i loro figli nella nobile arte marziale. I principi Bharata fino ad allora erano stati istruiti da Kripa, ma era fuori dubbio il fatto che Drona potesse offrire loro un insegnamento a un livello ben diverso, che solo lui era in grado di impartire. Pertanto Bhishma si sentì onorato di chiedergli di rimanere a corte come Acarya di tutti i principi. 19 Chi era Drona? Quando era poco più di un bambino, Drona era stato il compagno di giochi di Drupada, il figlio del re di Panchala. Durante i loro giochi Drupada gli aveva promesso in più riprese che, in segno di profondo apprezzamento verso di lui, quando avesse ereditato il trono del padre gli avrebbe ceduto metà del regno. Erano passati tanti anni e i due amici si erano ormai persi di vista. Drona aveva sposato Kripi, figlia di Gautama Muni e sorella di Kripa. Come abbiamo già detto in precedenza, la loro vita si incentrava sugli studi e le adorazioni religiose, per cui erano pieni di conoscenza spirituale e di serenità interiore, ma non possedevano niente, al punto da non potersi permettere neanche di dar da bere del latte al figliolo Asvatthama. Ma la cosa non era sembrata tanto tremenda a Drona fino al giorno in cui gli amici di Asvatthama non avevano pensato di burlarsi di lui e, preparata una bevanda a base di polvere di riso, gliel'avevano porta dicendo: "Bevi, questo è latte. L'abbiamo messo da parte apposta per te." Il ragazzo, che non credeva ai propri occhi, lo aveva bevuto tutto d'un fiato. E tanta era stata la felicità di aver potuto finalmente assaporare del latte che era corso dai genitori danzando e gridando: "Ho bevuto il latte! ho bevuto il latte!" Quella volta Drona si era reso conto che il loro stato di povertà era veramente esagerato e che il figlio ne stava soffrendo troppo, e poiché egli non aveva mai dimenticato le promesse fatte dall'amico aveva pensato bene che fosse giunto il momento di recarsi da Drupada. Ma quando questi aveva ascoltato la richiesta del brahmana lo aveva deriso in tono sprezzante. "Come hai potuto prendere sul serio una promessa del genere?" aveva detto. "Quando si è ragazzi si dicono tante cose insensate... non crederai davvero che io ti voglia dare metà del mio regno?" E tutti i presenti avevano riso di lui. Maltrattato e beffato, Drona era stato cacciato via. Egli in seguito aveva tentato in vari modi di procurarsi quel benessere che tanto avrebbe giovato alla sua famiglia, ma a quei tempi imperversava una grande crisi economica e nessuno aveva potuto accontentarlo. Un giorno era venuto a sapere che Parashurama stava distribuendo ai brahmana le sue ricchezze, ma lo sfortunato Drona era arrivato troppo tardi: a Parashurama erano rimaste solo le armi. Così aveva accettato quelle, con tutti i segreti per utilizzarle in battaglia. Non aveva trovato le ricchezze, ma per lo meno aveva un mestiere e anche il mezzo di vendicarsi dalle umiliazione subite da Drupada. Per questa ragione era venuto ad Hastinapura. Con dei discepoli come i principi Bharata e con un alleato come Bhishma avrebbe potuto ottenere oltre alle ricchezze anche la vendetta. Così ebbe inizio il corso di insegnamento dei Pandava, tenuto dal sapiente e severo maestro. Fra tutti, nonostante Drona fosse totalmente imparziale, il migliore si rivelò Arjuna, il terzo dei fratelli Pandava, per cui solo a lui, e neanche al suo stesso figlio, affidò il segreto di come lanciare e ritirare il Brahmastra, una micidiale arma atomica, ammonendolo però di usarla solo contro nemici che non fossero di questo mondo. Arjuna accettò il dono con quella naturale modestia che lo aveva sempre fatto amare da tutti. 20 Un giorno arrivò ad Hastinapura un giovane di pelle molto scura e dai vestiti laceri che, con profonda umiltà, chiese al maestro di accettarlo come studente. Drona lo guardò con sospetto. "Tu sai che io accetto nella mia scuola solo giovani di sangue reale e di stirpe aryana," gli disse, "perciò prima che io ti prenda sotto la mia direzione è necessario che tu mi parli della tua discendenza." Il giovane non pensò neanche per un attimo di mentire a colui che dentro di sé aveva già accettato come sua guida; sapeva bene che un rapporto importante come quello col proprio insegnante non poteva cominciare con una bugia tanto grossa. "Mi chiamo Ekalavya," rispose con tono gentile, "e mio padre è il re dei Nishada. So che il mio popolo non è considerato aryano, ma ti prego di accettarmi ugualmente. Io sarò per te un discepolo fedelissimo e mi impegnerò al massimo per seguire le tue istruzioni. Sii misericordioso. Io non potrei accettare nessun altro guru all'infuori di te." I Nishada erano considerati un popolo dai costumi barbarici, e così Drona, per quanto avesse apprezzato le parole sincere del giovane, declinò gentilmente la richiesta. La delusione non fece cambiare idea a Ekalavya che divenne ancora più deciso a prendere istruzioni solo da Drona. Così si ritirò nella foresta e costruì una statua di creta del tutto simile a colui che oramai considerava suo acarya e lì si esercitò, adorando e venerando quella forma. Passò del tempo. Un giorno, mentre i principi erano nella foresta, uno dei loro cani s'imbattè nella radura dove Ekalavya si stava esercitando. Vedendo quella figura alta e scura, l'animale s'impaurì e abbaiò, ma prima che potesse richiuderla una serie di frecce gli bloccarono la bocca senza ferirlo. Con quell'insolita museruola, il cane spaventato corse dai padroni, che si stupirono della prodezza dello sconosciuto arciere. Venuto a conoscenza del fatto, Drona volle approfondire la questione: accompagnato da Arjuna, cercò e trovò Ekalavya. Il giovane Nishada, appena vide il maestro, gli si gettò rispettosamente ai piedi. "Chi ti ha insegnato a usare l'arco in quella maniera?" gli chiese. "Il mio guru è Drona,"
rispose il giovane, "e prendo ordini solo da lui." "Se io sono il tuo maestro, allora mi devi il guru-dakshina." "Sono pronto a darti qualsiasi cosa," rispose Ekalavya, al quale non sembrava vero di essere stato accettato come discepolo, "dimmi cosa posso fare." "Voglio la cosa più preziosa che hai. Visto che hai imparato a usare l'arco così bene, devi darmi il tuo pollice destro." Senza pensarci, Ekalavya se ne privò. Così mutilato, continuò ad esercitarsi e no |