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Chi è Patanjali?
Il grande saggio divenuto portavoce di una saggezza senza tempo, eredità
di tutto il genere umano
Patanjali è ritenuto il massimo studioso del Raja Yoga, uno dei quattro
Yoga di base, o sentieri per raggiungere l'unione con Dio.

La sua data di nascita non è certa, alcuni esperti ritengono che sia
vissuto tra l'800 a.C. e il 300 a.C., ma gli induisti ritengono possa
essere vissuto anche 10.000 anni prima della nascita di Cristo.
Patanjali compilò insegnamenti che fino ad allora erano stati tramandati
oralmente. Fu il primo a metterli per iscritto, e per questo viene
considerato il fondatore della Scuola del Raja Yoga. Il suo insegnamento
è contenuto in una serie di aforismi che spiegano come, con il controllo
di sé e la padronanza della mente e della sua attività (vritti),
arrivare all'intima unione con la Divinità interiore.
Astanga yoga - Gli otto stadi
Il cuore dell'insegnamento di Patanjali è rappresentato dall'Ashtanga
Yoga o yoga degli otto mezzi, o stadi attraverso cui lo yogi può
gradualmente raggiungere l'unione con Dio, il Samadhi.
Yama: astinenze, regole di comportamento;
Ahimsa
Satya
Asteya
Brahmacarya
Aparigraha
Niyama: osservanze, autodisciplina;
Sauca
Santosa
Tapas
Svadhyaya
Ishvara pradhana
Asana: posizioni fisiche, posture;
Pranayama: controllo della respirazione e del flusso vitale;
Pratyahara: ritrazione dai sensi dai loro oggetti;
Dharana: concentrazione;
Dhyana: meditazione;
Samadhi: unione del meditante con l'oggetto della meditazione.

GLI AFORISMI DELLO YOGA
di
PATANJALI
Versione e commento di
WILLIAM QUAN JUDGE
PREFAZIONE
Alla prima Edizione Inglese
……….
Per comprendere il sistema esposto in quest’opera è pure necessario
ammettere l’esistenza dell’anima ed in confronto la non importanza del
corpo fisico che essa abita. Poichè Patanjali sostiene che la Natura
esiste solo per l’interesse dell’anima, nell’esistenza della quale è
scontato che lo studente creda. Quindi egli non si prende la pena di
provare ciò che ai suoi tempi era ammesso da tutti. E siccome egli
afferma che il reale sperimentatore e conoscitore è l’anima e non la
mente, ne consegue che quest’ultima, definita un "organo interno" o
"principio pensante", benchè più elevata e sottile del corpo, non è
altro che uno strumento adoperato dall’anima per acquisire delle
esperienze, nella stessa maniera in cui un astronomo adopera il suo
telescopio per ottenere delle informazioni sui cieli. Ma la mente è un
fattore importantissimo nel conseguimento della concentrazione; questa,
d’altra parte, non può essere ottenuta senza la mente, ed osserviamo che
perciò nel Libro I Patanjali vi dedica la sua attenzione. Egli dimostra
che la mente è, come egli la definisce, "modificata" da tutti gli
oggetti o soggetti che le sono presentati o verso i quali è rivolta.
Questo può essere ben illustrato dalla citazione di un brano del
commentatore: "L’organo interno è paragonato (nel Vedanta Paribbasha)
all’acqua, a motivo della sua capacità di adattarsi alla forma di
qualsiasi modello. Come le acque di un serbatoio, defluendo attraverso
un’apertura, passano per un canale in bacini e prendono una forma
rettangolare o un’altra forma, secondo la geometria del recipiente che
le contiene, nello stesso modo l’organo interno, manifestandosi, passa
per la vista o per un altro canale, per raggiungere un oggetto – per
esempio una brocca – e si modifica secondo la forma della brocca o di un
altro oggetto. É questa condizione alterata dell’organo interno – o
mente – che è chiamata la sua modificazione". Mentre l’organo interno si
modella in tal modo sull’oggetto, nello stesso tempo riflette tale
oggetto e le sue proprietà, sull’anima. I canali attraverso i quali la
mente è obbligata a passare per giungere ad un oggetto o ad un soggetto,
sono gli organi della vista, del tatto, del gusto, dell’udito, etc…
Così, dunque, attraverso l’udito essa assume la forma dell’idea che può
essere data con la parola o, attraverso gli occhi, dalla lettura, prende
la forma di ciò che è stato letto, ed ancora, le sensazioni quali il
caldo e il freddo la modificano direttamente e indirettamente per
associazione e ricordo, e ugualmente avviene nel caso di tutti i sensi e
di tutte le sensazioni.
É inoltre risaputo che quest’organo interno, pur avendo un’innata
disposizione ad assumere l’una o l’altra modificazione che sono in
funzione di un costante ritorno degli oggetti – sia che questi ultimi si
presentino direttamente, sia che, per associazione od altrimenti,
provengano unicamente dal potere di riproduzione del pensiero – può
essere controllato e ridotto ad uno stato di calma assoluta. É proprio
questo che Patanjali intende con "impedire le modificazioni". Si vede
bene in questo caso, la necessità della teoria che fa dell’anima la
reale esperimentatrice e conoscitrice. Poichè se noi fossimo solo la
mente o degli schiavi della mente, non potremmo mai raggiungere la reale
conoscenza, perchè l’incessante panorama degli oggetti modifica
continuamente quest’organo non controllato dall’anima, impedendogli
sempre di raggiungere la vera conoscenza. Ma poichè l’Anima è
considerata superiore alla mente, essa ha il potere d’impossessarsene e
di tenerla sotto controllo, a condizione però che noi utilizziamo
lavolontà per aiutarla in questo lavoro. É allora solamente che si
realizzano il fine reale ed il vero scopo della mente.
Queste tesi implicano che la volontà non è completamente dipendente
dalla mente ma che può esserne separata e, inoltre, che la conoscenza
esiste come un’astrazione. La volontà e la mente non sono che dei
servitori a disposizione dell’Anima. Ma da così lungo tempo siamo
dominati dalla vita materiale e non ammettiamo che il reale conoscitore
– e il solo sperimentatore – è l’anima, che questi servitori restano gli
usurpatori della sovranità dell’anima. É per questo che nelle antiche
opere Indù si afferma che "l’Anima è l’amica del sé ma anche la sua
nemica" e che l’uomo deve elevare il sé attraverso il Sé".
In altre parole, c’è una lotta costante tra il sé inferiore ed il Sé
Superiore. Le illusioni della materia intraprendono di continuo una
guerra senza tregua contro l’Anima, tendendo sempre a trascinare verso
il basso i principî interiori i quali, essendo situati in posizione
mediana tra il superiore e l’inferiore, sono capaci di raggiungere sia
la salvezza che la dannazione.
Negli Aforismi non c’é alcuna allusione alla volontà. Essa pare
sottintesa, sia come una realtà ben compresa ed ammessa, sia come uno
dei poteri dell’anima stessa di cui non si discute. Numerosi antichi
Autori Indù ritengono, e noi siamo disposti ad adottare il loro punto di
vista, che la Volontà è un potere spirituale, una funzione o un
attributo, costantemente presente in ogni parte dell’Universo. É
tuttavia un potere incolore al quale non può essere attribuita nessuna
qualità di bene o di male, ma che può essere usato in qualsiasi modo
scelto dall’uomo. Quando tale potere è considerato come ciò che nella
vita ordinaria si dice "volontà", osserviamo che esso opera unicamente
in connessione con il corpo materiale e con la mente, guidato dal
desiderio; considerato sotto l’aspetto dell’influenza dell’uomo sulla
vita, esso è più misterioso, perché la sua azione va oltre la portata
della mente; analizzato nei suoi rapporti con la reincarnazione
dell’uomo o con la persistenza dell’Universo manifestato attraverso un
Manvantara, esso appare ancora più lontano dalla nostra comprensione e
vasto nel suo fine.
Nella vita ordinaria la volontà non è schiava dell’uomo, ma essendo
guidata solo dal desiderio, essa fa dell’uomo uno schiavo dei propri
desideri. É da questo fatto che ha avuto origine l’antica massima
cabalistica "dietro la Volontà sta il Desiderio". I desideri,
trascinando di continuo l’uomo in ogni direzione, lo inducono a
commettere delle azioni e a generare dei pensieri che sono di natura
tale da determinare la causa e la forma di numerose incarnazioni, e lo
asservono ad un destino contro il quale egli si ribella e che
costantemente distrugge e ricrea il suo corpo mortale. É un errore dire
di color che sono conosciuti come uomini di forte volontà, che i loro
voleri sono completamente a loro asserviti, poiché essi sono talmente
imprigionati nel desiderio, che quest’ultimo, essendo forte, mette in
azione la volontà verso la realizzazione degli scopi desiderati. Ogni
giorno osserviamo degli uomini, buoni o cattivi, prevalere nei loro
diversi campi di azione. Dire che negli uni la volontà è buona e negli
altri è cattiva è un errore evidente e dovuto al fatto di scambiare la
volontà, lo strumento o la forza, con il desiderio che la mette in
azione verso uno scopo buono o cattivo. Ma Patanjali e la sua scuola
sapevano bene che si sarebbe potuto scoprire il segreto che permette di
dirigere la volontà con una forza dieci volte superiore all’ordinaria,
se essi ne avessero indicato il metodo, e che degli uomini malvagi dai
forti desideri e privi di coscienza, l’avrebbero utilizzata impunemente
contro i loro simili; essi sapevano anche che perfino degli studenti
sinceri possono essere sviati dalla spiritualità se rimangono abbagliati
dai risultati stupefacenti prodotti da un addestramento soltanto della
volontà. Così Patanjali, per queste ed altre ragioni, conservò il
silenzio sull’argomento.
Il suo sistema postula che Ishwara, lo spirito nell’uomo, non è toccato
dalle afflizioni, dalle azioni, dai frutti delle azioni o dai desideri,
e che quando un fermo atteggiamento è assunto allo scopo di raggiungere
l’unione con lo spirito attraverso la concentrazione, Esso viene in
aiuto del sé inferiore e lo eleva gradualmente a dei piani superiori. In
questo processo la Volontà acquisisce gradualmente una tendenza sempre
più forte ad agire secondo una linea differente da quella tracciata
dalla passione o dal desiderio. Così essa si libera dal dominio del
desiderio e finisce per assoggettare lamente stessa. Ma fino a quando la
perfesione in tale pratica non è raggiunta, la volontà, continua ad
agire secondo il desiderio, soltanto che quest’ultimo si è trasformato
in aspirazione per cose più elevate e lontane da quelle della vita
materiale. Il Libro III ha loscopo di definire la natura della
condizione di perfezione, che qui è detta Isolamento.
L’Isolamento dell’Anima in questa filosofia non significa che un uomo si
separa dai suoi simili diventando freddo e duro, ma significa unicamente
che l’Anima è separata o liberata dalla schiavitù della materia e del
desiderio, essendo a questo punto capace di agire in vista di compiere
il fine della Natura e dell’Anima Universale che include le anime di
tutti gli uomini. Questo fine è chiaramente indicato negli Aforismi.
Nuemrosi lettori e pensatori superficiali, per non parlare di quelli che
si oppongono alla filosofia Indù, non mancano di affermare che gli
Jivanmukta o Adepti, si separano da ogni forma divita umana, da ogni
attività e da ogni partecipazione delle faccende collettive, isolandosi
su delle inaccessibili montagne dove nessun grido può raggiungere le
loro orecchie. Una tale accusa è direttamente in antitesi ai principî
della filosofia che prescrive il metodo ed i mezzi per raggiungere una
simile condizione. Questi Esseri certamente sono inaccessibili
all’osservazione umana ordinaria ma, come chiaramente espone questa
stessa filosofia, hanno l’intera natura come obiettivo, e questo
includerà tutti gli uomini viventi. Può sembrare che non si interessino
ai progressi od ai miglioramenti transitori, ma essi lavorano dietro le
scene dell’autentica illuminazione fino a quando i tempi e gli uomini
saranno maturi per sopportare la loro apparizione in forma mortale.
Il termine "conoscenza" come è qui usato, ha un significato più vasto di
quello che abitualmente gli diamo. Esso umplica una completa
identificazione della mente, per un certo periodo di tempo, con un
oggetto o soggetto qualunque sui quali può essere diretta. La scienza e
la metafisica moderna non ammettono che la mente possa conoscere oltre i
confini di certi metodi prestabiliti e di limitate distanze, e nella
maggior parte dei suoi rami l’esistenza dell’anima viene negata o
ignorata. Non è ad esempio concepibile che si possano conoscere i
costituenti di un blocco di pietra senza mezzi meccanici o chimici
adoperati direttamente sull’oggetto, e che si possa diventare coscienti
dei pensieri e dei sentimenti di un’altra persona, a meno che essa non
li esprima con parole od in azioni. Quando i metafisici trattano
dell’anima, restano nel vago e sembrano temere l’approccio scientifico
poiché non è possibile sottoporre l’anima ad un’analisi chimica, nè
pesarne le parti su di una bilancia. L’Anima e la Mente vengono ridotti
alla condizione di strumenti limitati che registrano certi fatti fisici
posti alla loro portata attraverso dei mezzi meccanici. In un altro
campo,m come ad esempio in quello della ricerca etnologica, si ritiene
che si possa ottenere questa o quell’altra informazione su certe razze
di uomini, per mezzo dell’ossevazione fatta con l’aiuto della vista, del
tatto, del gusto e dell’udito: inquesto caso la mente e l’anima sono
ancora dei semplici registratori. Ma il sitema di Patanjali sostiene che
il praticante che ha raggiunto certi stati, può dirigere la sua mente su
di un blocco di pietra collocato lontano o vicino, su di un uomo o su di
una classe di uomini e che può, per mezzo della concentrazione,
conoscere tutte le qualità intrinseche di questi oggetti, come pure le
loro caratteristiche occasionali, e sapere tutto attorno al soggetto.
Così, ad esempio, per quanto concerne gli indigeni dell’Isola di Pasqua,
l’asceta può conoscere non solo quello che è visibile attraverso i sensi
o che può essere conosciuto attraverso una lunga osservazione o ciò che
è stato registrato, ma anche le qualità profonde e la linea esatta di
discendenza e di evoluzione del particolare tipo umano esaminato. La
scienza moderna non può sapere niente degli indigeni dell’Isola di
Pasqua e non fa che delle vaghe supposizioni sulla loro origine; essa
non può nemmeno dirci con certezza ciò che è e da dove è venuto un
popolo come quello Irlandese, che ha sotto gli occhi da così lungo
tempo. Nel caso del praticante dello Yoga egli è capace, attraverso il
potere della concentrazione, di identificarsi completamente con la cosa
considerata e di compiere così, interiormente, l’esperienza diretta di
tutti i fenomeni e di tutte le qualità manifestate dall’oggetto.
Perchè sia possibile accettare tutto ciò che precede, è necessario
ammettere l’esistenza, l’utilizzazione e la funzione di un mezzo eterico
che compenetra tutte le cose, chiamato Luce Astrale o Akasa dagli Indù.
La distribuzione universale di questo mezzo è un fatto della natura che
si trova metafisicamente espresso nei termini "Fratellanza Universale" e
"Identità Spirituale". É in questo mezzo, con il suo aiuto, e attraverso
la sua utilizzazione, che le caratteristiche ed i movimenti di tutti gli
oggetti sono universalmente conoscibili. Esso è, per così dire, la
superficie sensibile sulla quale sono incise tutte le azioni umane,
tutti gli oggetti, i pensieri e le situazioni. L’indigeno dell’Isola di
Pasqua è il residuo di un ceppo che ha lasciato la sua impronta in
questa Luce Astrale, e porta con sé la traccia indelebile della storia
della propria razza. L’asceta, durante la concentrazione, fissa la
propria attenzione su questa impronta, e poi legge la registrazione
perduta per la scienza. Ogni pensiero di Herbert Spencer, di un Mill, di
un Bain o di un Huxley, è collegato, nella Luce Astrale, al rispettivo
sistema filosofico da essi formulato, e tutto ciò che l’asceta deve fare
consiste nel trovare un semplice punto di partenza connesso con uno di
questi pensieri e di leggere poi nella luce astrale, tutto ciò che essi
hanno pensato. Ma Patanjali e la sua scuola, considerano tali prodigi
come relativi alla materia e non allo spirito, per quanto essi sembrare
piuttosto assurdi a delle orecchie occidentali o, tutto al più, se si
concede loro qualche credito, appaiano come dei prodigi provenienti
dallo spirito.
……….
WILLIAM QUAN JUDGE
New York, 1889

GLI AFORISMI DELLO YOGA
di
PATANJALI
LIBRO I
La Concentrazione o Yoga (1)
In verità, l’esposizione dello Yoga o Concentrazione, sta ora per essere
fatta.
La particella sanscrita atha che è stata tradotta con "in verità",
annunzia al discepolo che un argomento ben definito sta per essere
esposto, richiede la sua attenzione e serve anche da benedizione. Monier
Williams afferma che questa è "un particella di buon auspicio e di
introduzione ma che spesso è difficilmente esprimibile nelle nostre
lingue occidentali."
La Concentrazione o Yoga consiste nell’impedire le modificazioni del
principio pensante.
In altre parole, la mancanza di concentrazione del pensiero è dovuta al
fatto che la mente, chiamata qui "il principio pensante", è soggetta a
delle costanti modificazioni a causa del suo disperdersi su di una
molteplicità di soggetti. Così la "concentrazione" equivale alla
correzione della tendenza alla dispersione ed al conseguimento di ciò
che gli Indù chiamano "il punto unico" (2), o il potere di costringere
la mente, in qualunque momento, a considerare un solo soggetto di
pensiero, escludendone ogni altro. É su questo Aforisma che si impernia
tutto il metodo del sistema. La ragione dell’assenza continua della
concentrazione è che la mente è modificata da tutti i soggetti ed
oggetti che le si presentano; essa è, per così dire, trasformata in quel
soggetto od oggetto. La mente perciò, non è il potere supremo o più
elevato; essa non è che una funzione, uno strumentocon il quale l’anima
lavora, percepisce le cose e compie delle esperienze. Neppure il
cervello deve essere confuso con la mente, non essendo a sua volta che
uno strumento di quest’ultima. Ne consegue che la mente ha un suo
proprio piano, diverso da quello dell’anima e del cervello, per cui si
dovrebbe imparare a far uso della volontà che è anch’essa un potere
distinto dalla mente e dal cervello, in maniera tale da usare la mente
come un nostro servitore ogniqualvolta e per quanto tempo lo
desideriamo, per considerare qualunque cosa abbiamo scelto, invece di
permetterle di vagare da un soggetto all’altro, secondo le loro
sollecitazioni.
Durante la concentrazione l’anima rimane nella condizione di uno
spettatore senza spettacolo.
Questo si riferisce alla concentrazione perfetta che è lo stato in cui,
dopo che sono state impedite le modificazioni di cui si parla
nell’Aforisma 2, l’anima passa, ritrovandosi in una condizione ove non è
più soggetta all’alterazione o alle impressioni prodotte da un soggetto
qualsiasi. L’ "anima" di cui si parla, non è Atma, lo spirito.
Nei momenti in cui non c’è concentrazione, l’anima assume la stessa
forma della modificazione della mente.
Questo si riferisce alla condizione dell’anima nella vita ordinaria
quando non è praticata la concentrazione e significa che allorquando la
mente, l’organo interiore, è influenzata o modificata attraverso i sensi
dalla forma di quanche oggetto, anche l’anima – che percepisce l’oggetto
attraverso il proprio organo, la mente – si trova, per così dire, mutata
in quella stessa forma, così come una statua di marmo, bianca come la
neve, osservata sotto una luce cremisi, appare di questo colore allo
spettatore e così rimane per gli organi visivi, durante tutto il tempo
che questa luce colorata la illumina.
Le modificazioni della mente sono di cinque specie ed esse sono dolorose
e non dolorose.
Esse sono: la Conoscenza Corretta, la Concezione Errata, la Fantasia, il
Sonno e la Memoria.
La Conoscenza corretta risulta dalla Percezione, dalla Deduzione e dalla
Testimonianza.
La Concezione Errata è una Falsa Nozione derivante da una mancanza di
Conoscenza Corretta.
La Fantasia è una nozione priva di ogni base reale, che si sviluppa da
una conoscenza suggerita da delle parole.
Esempi sono i concetti: "le corna della lepre" e "la testa di Rahu". Uno
che senta l’espressione "la testa di Rahu", immagina naturalmente che ci
sia un Rahu che possegga questa testa, mentre questo mitico mostro che,
si dice, causi le eclissi ingoiando il sole, è formato solo da una testa
ed è privo di corpo. E, sebbene si usi di frequente l’espressione "le
corna della lepre", è arcinoto che non esiste nulla di simile in natura.
Nella stessa maniera molte persone continuano a parlare del "levare" e
del "calare" del sole, benchè esse si attengano alla teoria contraria.
Il Sonno è quella modificazione della mente che si produce quando quest’ultima
abbandona tutti gli oggetti per il fatto che tutti i sensie le facoltà
di veglia cadono nell’inattività.
La Memoria è il non abbandono di un oggetto di cui si è divenuti
coscienti.
L’impedimento delle modificazioni della mente summenzionato, deve essere
ottenuto per mezzo dell’Esercizio e del Non—Attaccamento.
L’Esercizio è lo sforzo continuo, o ripetuto, di mantenere la mente nel
suo stato di calma.
Questo significa che per ottenere la concentrazione dobbiamo
continuamente compiere degli sforzi per acquisire quel controllo sulla
mente che ci permetterà in un momento qualsiasi, quando ciò ci sembri
necessario, di ridurla ad una condizione di immobilità. O di aoolicarla
su di un punto unico escludendo tutto il resto.
Questo esercizio consiste in uno stabile atteggiamento osservato
considerando il fine in vista e mantenuto con perseveranza e senza
interruzione per un certo periodo di tempo.
Da ciò, lo studente non deve concludere che non potrà mai acquisire la
concentrazione se non le avrà dedicato ogni istante della sua vita. Le
parole "senza interruzione" si applicano solo alla durata di tempo ch è
stato riservato per questa pratica.
Il Non—Attaccamento consiste nell’aver vinto i propri desideri.
Ecco la realizzazione di una condizione di esistenza nella quale la
coscienza non è influenzata dalle passioni, dai desideri e dalle
ambizioni, che contribuiscono a modificare la mente.
Il Non—Attaccamento,m spinto all’estremo, è il distacco da tutto eccetto
che dall’anima, e questo distacco proviene da una conoscenza dell’anima
come qualcosa di completamente diverso da tutto il resto.
Esiste un tipo di meditazione, definito "meditazione con conoscenza
chiara", che è di carattere quadruplice in ragione di quattro modi
distinti: Argomentazione, Deliberazione, Beatitudine e Percezione Egoica.
Il genere di meditazione di cui si tratta consiste in una riflessione
nella quale la natura del soggetto da considerare è ben conosciuta,
senza dubbi né errori, e si traduce in una conoscenza ditinta che
esclude tutte le altremodificazioni della mente, tranne il soggetto che
è stato scelto per tale riflessione.
(1) La divisione Argomentativa di questa meditazione è una riflessione
su di un soggetto argomentando sulla sua natura paragonata con
qualcos’altro, come ad esempio il problema se la mente è il prodotto
della materia o se precede la materia.
(2) La divisione Deliberativa consiste in una riflessione che ha per
fine la scoperta dell’origine e del campo di azione dei sensi più
sottili e della mente.
(3) La condizione di Beatitudine è quella in cui si riflette sui più
alti poteri della mente e sulla verità astratta.
(4) La divisione relativa all’Egoè quella in cui la meditazione giunge
ad una tale profondità che tutti i soggetti od oggetti inferiori sono
persi di vista e non resta nient’altro che la percezione cosciente di
sé, il quale diventa allora un mezzo per pervenire a dei gradi più alti
di meditazione.
Il risultato del raggiungimento del quarto grado, chiamato percezione
Egoica, è la chiara consapevolezza che l’oggetto o il soggetto con cui
la meditazione era cominciata è scomparso e che è rimasta solo la
coscienza di sé; ma questa coscienza di sé non include affatto la
coscienza dell’Assoluto o dell’Anima Suprema.
La meditazione sopra descritta è preceduta dall’esercizio del pensiero
senza argomentazione. Un altro genere di meditazione si attua nella
forma di una autogenerazione del pensiero dopo la scomparsa di tutti gli
oggetti dal campo della mente.
La condizione di meditazione ottenuta da coloro il cui discernimento non
giunge fino allo spirito puro, dipende dal mondo fenomenico.
Nella pratica di coloro che sono, o potrebbero essere, capaci di
discernimento in ciò che concerne lo spirito puro, la meditazione è
preceduta da Fede, Energia, Attenzione fissa (su di un punto unico) e
Discernimento, o discriminazione completa di ciò che deve essere
conosciuto.
Il commentatore fa qui rilevare che "in colui che possiede la Fede sorge
l’Energia o la costanza nella meditazione. Così perseverando, scaturisce
la memoria dei soggetti passati e la sua mente viene assorbita nella
considerazione attenta generata dal ricordo del soggetto e colui la cui
mente è immersa nella meditazione giunge ad un totale discrnimento della
cosa che considera".
Lo stato di meditazione astratta è raggiunto rapidamente dall’individuo
animato da una energia indomabile.(3)
Seguendo la natura moderata, intermedia o trascendente dei metodi
adottati, c’è una distinzione da fare tra coloro che praticano lo Yoga.
Lo stato di meditazione astratta può essere ottenuto attraverso una
profonda devozione verso lo Spirito Supremo, considerato nella sua
manifestazione comprensibile, come Ishwara.
É stato detto che questa profonda devozione è uno dei mezzi fondamentali
per ottenere la meditazione astratta ed i suoi risultati. "Ishwara" è lo
Spirito nel corpo.
Ishwara è lo spirito che non è toccato dai turbamenti, dalle azioni, dai
frutti di queste e neppure dai desideri.
In Ishwara l’onniscenza che nell’uomo non esiste in germe, diviene
infinita.
Ishwara è il precettore di tutti, perfino dei primi esseri creati,
perché Egli non è limitato dal tempo.
Il suo nome è OM.
La ripetizione di questo nome dovrebbe essere fatta riflettendo sul suo
significato.
OM è la prima lettera dell’alfabeto sanscrito. La sua pronunzia
comprende tre suoni, di cui un O lunga (Au), una U breve e la "pausa"
ovvero la consonante labiale M. A questa triplice natura si ricollega
unprofondo significato mistico e simbolico. Essa esprime tre qualità
distinte perquanto unite: Brahma, Vishnu e Siva, ovvero Creazione,
Preservazione e Distruzione. Considerata nell’insieme essa implica
"l’Universo". Nella sua applicazione all’uomo au si riferisce alla
scintilla dello Spirito Divino che si trova nell’umanità; u al corpo
attraverso il quale lo Spirito si manifesta; m alla morte del corpo
ossia alla scomposizione nei suoi elementi materiali. In rapporto ai
cicli che interessano ogni sistema planetario, essa implica in primo
luogo lo Spirito, rappresentato da au, come base dei mondi manifestati,
poi il corpo o materia manifestata, attraverso cui opera lo Spirito,
rappresentata dalla u; ed infine, rappresentato dalla m, "l’arresto o il
ritornodel suono alla sua sorgente", il Pralaya o la Dissoluzione dei
mondi. Nell’occultismo pratico questa parola è messa in rapporto con il
Suono o con la Vibrazione e con tutte le proprietà e gli effetti che ne
derivano, essendo questo uno dei più grandi poteri della natura. Se si
usa questa parola nella disciplina pratica, la sua pronunzia, a mezzo
dei polmoni e della gola, produce un effetto particolare sul corpo
umano. Nell’Aforisma 28 questo nome è impiegato nel suo significato più
alto il quale include necessariamente tutti gli altri. La pronunzia
della parola Om in tutte le pratiche della disciplina, ha un rapporto
potenziale con la separazione cosciente dell’anima dal corpo.
Da questa ripetizione e dalla riflessione sul suo significato,
provengono una conoscenza dello Spirito e la scomparsa degli ostacoli
che si oppongono alla realizzazione del fine cercato.
Gli ostacoli sul cammino di colui che desidera ottenere la
concentrazione sono: la Malattia, la Stanchezza, il Dubbio, la
Negligenza, la Pigrizia, l’Attaccamento agli oggetti dei sensi, la
Percezione Errata, l’Incapacità di raggiungere una qualsiasi condizione
di astrazione e l’Instabilità in ogni condizione ottenuta.
Questi ostacoli sono accompagnati da sofferenza, da angoscia, da tremore
e da respirazione affannosa.
Per prevenire tutti questi è necessario rimanere con fermezza su di una
sola verità.
Qui s’intende ogni verità che si è accettata e che si è riconosciuta
come tale.
Attraverso la pratica della Benevolenza, della Compassione, della
Compiacenza ed attraverso il Distacco dagli oggetti della felicità, del
dolore, della virtù e del vizio, la mente si purifica.
Le principali occasioni di distrazione della mente sono la Cupidigia e
l’Avversione. Questo aforisma non vuole intendere che la virtù ed il
vizio dovrebbero essere considerati dallo studente con indifferenza, ma
che egli non dovrebbe fissare con piacere la propria mente sulla
felicità o sulla virtù, né con avversione sulla pena o sul vizio. In
altri termini, egli dovrebbe considerare tutti con uno spirito
imparziale, e la pratica della Benevolenza, della Compassione e della
Compiacenza conduce ad uno stato gioioso della mente che tende a
rafforzarla e a renderla stabile.
Le distrazioni della mente possono essere combattute seguendo norme di
controllo o di guida del respiro durante l’inspirazione, la ritenzione e
l’espirazione.
Un mezzo per ottenere la stabilità della mente può essere trovato in una
cognizione sensoriale diretta.
La conoscenza diretta di un soggetto spirituale, quando si produce, può
anche servire a questo stesso scopo.
Oppure, fissando il pensiero su di un soggetto privo di qualità
passionali, quale ad esempio un soggetto idealmente puro, si può trovare
in ciò tale mezzo.
La stabilità della mente può anche essere ottenuta riflettendo sulla
conoscenza che si presenta in un sogno.
Od ancora, meditando su di un soggetto che si approva.
Lo studente la cui mente è stata in tal modo resa stabile, ottiene una
conoscenza profonda che va dall’Atomo all’Infinito.
La mente che così è stata allenata, al punto che tutte le modificazioni
ordinarie dovute alla sua azione non sono più presenti, ad eccezione di
quelle che si verificano durente la cosciente immedesimazione in un
oggetto scelto per la contemplazione, si trasforma nell’immagine di ciò
su cui si sta riflettendo, giungendo in tal modo alla piena comprensione
della sua natura.
Questa modificazione della mente nell’immagine dell’oggetto su cui si
medita, è detta tecnicamente la condizione Argomentativa in cui c’è una
certa mescolanza tra la parola che designa l’oggetto, il significato e
l’applicazione di questa parola e la conoscenza astratta delle qualità e
degli elementi dell’oggetto per sé.
La condizione Non—Argomentativa della meditazione si realizza quuando la
parola che descrive l’oggetto scelto per la meditazione ed il suo
significato sono scomparsi dal piano della contemplazione e la cosa
astratta stessa, libera da distinzioni qualitative, si presenta alla
mente come un’unica entità.
Questi due aforismi (42 e 43) descrivono il primo ed il secondo stadio
della meditazione, in cui la mente si concentra su oggetti di natura
grossolana o materiale. L’aforisma che segue si riferisce allo stato in
cui oggetti meno grossolani o più sottili sono scelti per la meditazione
contemplativa.
Le condizioni Argomentativa e Non—Argomentativa della mente, descritte
nei due aforismi precedenti, sussistono anche quando l’oggetto prescelto
per la meditazione è sottile o di una natura più elevata che gli oggetti
sensoriali.
La meditazione che ha per scopo un oggetto sottile, sfocia in ultimo
nell’elemento indissolubile chiamato materia primordiale.
I cambiamenti della mente precedentemente descritti, costituiscono la
"meditazione con un proprio seme".
La "meditazione con un proprio seme" è quel genere di meditazione in cui
è ancora presente dinanzi alla mente un oggetto ben definito su cui
meditare.
Quando la Saggezza è stata raggiunta attraverso l’acquisizione della
condizione mentale Non—Argomentativa, si ha la chiarezza spirituale.
In questo caso, allora, si produce quella Conoscenza che è assolutamente
libera dall’Errore.
Questo genere di conoscenza differisce da quello dovuto alla
testimonianza a alla deduzione; poiché nella ricerca della conoscenza
basata su queste ultime, la mente deve considerare molti dettagli e non
è in relazione con il campo generale della conoscenza stessa.
La corrente del pensiero auto—riproducentesi che da questa ne risulta,
blocca la formazione di ogni altra corrente di pensiero.
Si ritiene che esistano due correnti principali di pensiero: (a) quella
che dipende dalla suggestione provocata dalle parole di un altro, o da
un’impressione sui sensi o sulla mente od ancora da associazioni d’idee.
(b) Quella che dipende interamente da se stessa e che riproduce,
traendoloda sé, lo stesso pensiero di prima. L’ottenimento della seconda
specie di pensiero ha per effetto l’inibizione di tutte le altre
correnti di pensiero, perchè essa è di una natura tale da respingere od
espellere dalla mente ogni altro tipo di pensiero. Come viene mostrato
dall’Aforisma 48, lo stato mentale chiamato "Non—Argomentativo" è
assolutamente libero da ogni errore poiché esso non ha niente a che fare
con la testimonianza e con la deduzione, essendo la conoscenza stessa;
ne consegue che è dalla sua stessa natura intrinseca che ha origine
l’inibizione di ogni altra corrente di pensiero.
Anche questa stessa corrente di pensiero con un solo oggetto può essere
arrestata. In questo caso viene raggiunta la "meditazione senza seme".
La "meditazione senza seme" è quella in cui le potenzialità della mente
sono state risvegliate ad un punto tale che l’oggetto scelto per la
meditazione è scomparso dal piano della mente e non vi è più alcuna
traccia di esso, mentre il pensiero continua il proprio sviluppo su di
un piano superiore.
Fine del Libro Primo
LIBRO II
Mezzi della Concentrazione
La parte pratica della Concentrazione comprende la Mortificazione, la
Recitazione a bassa voce e l’Abbandono all’Anima Suprema.
Ciò che s’intende qui per "mortificazione" è la pratica insegnata in
altre opere come nel Dharma Shastra, che comprende le penitenze ed i
digiuni; la "recitazione a bassa voce" è la ripetizione sussurrata di
formule tradizionali, preceduta dal nome mistico dell’Essenza Suprema
indicato nell’Aforisma 27 del Libro I; l’"abbandono all’Anima Suprema"
consiste nell’affidare all’Anima Divina o Anima Suprema, tutte le
proprie azioni, senza interesse per i loro risultati.
Questa parte pratica della concentrazione ha lo scopo di rendere
possibile la meditazione e di eliminare le afflizioni.
Le afflizioni che sorgono nel discepolo sono: l’Ignoranza, l’Egoismo, il
Desiderio, l’Avversione ed il tenace Attaccamento all’esistenza
terrestre.
L’Ignoranza è il terreno d’origine di tutte le altre suddette
afflizioni, siano esse ancora latenti, indebolite, o palesi.
L’Ignoranza è la nozione che il non—eterno, l’impuro, il male e tutto
ciò che non è l’anima siano rispettivamente l’eterno, il puro, il bene e
l’anima.
L’Egoismo consiste nell’identificare il potere che vede con la facoltà
di vedere.
Vale a dire, confondere l’anima che realmente vede con lo strumento che
essa impiega per questa funzione, cioé con la mente, o – ad un grado
ancor più alto di errore – con gli organi di senso che sono a loro volta
gli strumenti della mente; come ad esempio, quando una persona ignorante
pensa che è il suo occhio che vede, mentre in realtà è la sua mente che
usa l’occhio come strumento di visione.
Il Desiderio consiste nel rimanere legati al piacere.
L’Avversione consiste nell’indugiare sul dolore.
Il tenace Attaccamento all’esistenza terrestre è inerente a tutti gli
esseri senzienti e si perpetua attraverso atutte le incarnazioni, poiché
possiede un potere capace di autoriprodursi. Esso è provato sia dal
saggio che dal non—saggio.
C’è nello spirito una tendenza naturale, durante tutto un Manvantara, a
manifestarsi aul piano materiale, sul quale ed attraverao il quale
solamente, le monadi spirituali possono completare il loro sviluppo; e
questa tendenza, agendo attraverso la basae fisica comune a tutti gli
esseri senzienti, è estremamente potente e si continua attraverso tutte
le incarnazioni, aiutando di fatto la loro genesi e rinnovellandosi ad
ognuna di esse.
Si può sfuggire slle cinque precedenti afflizioni, se esse sono latenti,
generando una condizione mentale opposta.
Se queste afflizioni modificano la mente imponendosi all’attenzione,
possono essere eliminate con la meditazione.
Tali afflizioni sono la radice che produce risultati nelle azioni o
nelle opere, fisiche e mentali. In quanto esse costituiscono i nostri
meriti o i nostri demeriti, danno frutti sia nello stato visibile che in
quello invisibile.
Fino a quando esiste una tale radice di merito o di demerito, essa
fruttificherà durante ogni successiva vita sulla terra, determinando
condizione sociale, longevità, piaceri e sofferenze.
La felicità o la sofferenza sono i frutti del merito o del demerito,
secondo che la causa è la virtù od il vizio.
Ma all’uomo che ha raggiunto la pefezione dello svsiluppo spirituale,
tutte le cose del mondo appaiono ugualmente fonte di pena, dal momento
che le modificazioni della mente dovute alle qualità naturali si
oppongono al raggiungimento della condizione più alta. Infatti, fino a
quando questa non è raggiunta, la presa di possesso di una qualsiasi
forma dotata di corpo costituisce un intralcio, ed ansietà ed
impressioni di ogni genere si rinnovano di continuo.
Ciò che dal discepolo deve essere evitato è il pensiero od il timore
della sofferenza futura.
Il passato non può essere cambiato o modificato; ciò che fa parte delle
esperienze presenti non può e non dovrebbe essere evitato, ma ciò che
invece dovrebbe essere evitato sono le previsioni fonte di angoscia od i
timori del futuro ed ogni azione od impulso capaci di causare
sofferenza, nel presente o nell’avvenire a noi stessi o agli altri.
Dal fatto che l’anima è unita nel corpo con l’organo del pensiero e
quindi con l’intera natura, deriva una mancanza di discernimento che
genera un’errata concezione dei doveri e delle responsabilità. Questo
errore conduce a delle azioni ingiuste che arrecheranno inevitabilmente
sofferenza nel futuro.
L’Universo, che comprende il visibile e l’invisibile, la cui natura
essenziale è composta di purezza, azione e riposo (4) e che è formata
dagli elementi e dagli organi di azione, esiste solo per l’esperienza e
l’emancipazione dell’anima.
Le divisioni delle qualità sono: il molteplice e l’unitario, ciò che può
essere scomposto una sola volta e ciò che non può essere ridotto.
Il "molteplice" può essere rappresentato dagli elementi grossolani e
dagli organi dei sensi; "l’unitario", dagli elementi sottili e dalla
mente; "ciò che può essere scomposto una volta sola", dall’intelletto
che può risolversi nella materia indifferenziata e non oltre; e "ciò che
non può essere ridotto", dalla materia indivisibile.
L’Anima è il Precettore, è in effetti la visione stessa, pura e
semplice, non modificata, che percepisce direttamente le idee.
É solamente per lo scopo dell’anima che l’Universo esiste.
Il Commentatore aggiunge: "La Natura nella sua attività energetica non
opera in tal modo per qualche scopo proprio, ma con un piano che
potrebbe essere espresso forse con le parole ‘compiere l’esperienza
dell’Anima’".
Benchè l’Universo nel suo stato oggettivo possa avere cessato la propria
esistenza per l’uomo che ha raggiunto la perfezione dello sviluppo
spirituale, non ha cessato di esistere per gli altri esseri, poiché
resta il campo di tutti gli altri tranne che il suo.
L’unione dell’anima con l’organo del pensiero e perciò con la natura, è
la causa della sua percezione della condizione attuale della natura
dell’Universo e della stessa anima.
La causa di questa unione è ciò di cui ci si deve liberare, e questa
causa è l’ignoranza.
Tsle liberazione consiste nella cessazione della suddetta unione che
determina la scomparsa dell’ignoranza, e questa condizione è detta
l’Isolamento dell’anima.
Qunato è espresso in questo Aforisma e nei due precedenti, significa che
l’unione dell’anima e del corpo, durante ripetute reincarnazioni, è
dovuta alla mancanza, in tale condizione, di una conoscenza
discriminativa della natura dell’anima e dei suoi aspetti collaterali, e
che, quando questa conoscccenza discriminativa è stata raggiunta,
l’unione, dovuta all’assenza di un tale discernimento, cessa
spontaneamente.
Il mezzo per liberarsidella condizione di schiavitù alla materia è la
conosccenza discriminativa perfetta mantenuta ininterrottamente.
L’importanza di ciò – fra l’altro – è che l’uomo che ha raggiunto la
perfezione dello sviluppo spirituale conserva la propria continuità di
coscienza nel corpo, al momento di lasciarlo e quando passa nelle sfere
superiori. Parimenti, questa continuità di coscienza persiste immutata
quando egli lascia le sfere superiori per ritornare nel priprio corpo e
riprendere le sue attività sul piano materiale. (5)
Questa conoscenza discriminativa perfetta posseduta dall’uomo che ha
raggiunto la completa maturità spirituale è di sette specie, considerata
fino al termine della meditazione.
Fino a quando questa conoscenza discriminativa perfetta non è raggiunta,
da quelle pratiche che conducono alla concentrazione, deriva
un’illuminazione più o meno chiara che rimuove efficacemente le
impurità.
Le pratiche che conducono alla concentrazione sono otto: Astinenza,
Osservanze religiose, Posizioni, Regolazione della Respirazione,
Controllo dei sensi, Attenzione, Contemplazione e Meditazione. (6)
L’Astinenza consiste nel non uccidere, nella veracità, nel non rubare,
nella continenza e nel non desiderare con bramosia.
Questi, senza distinzioni di rango, luogo, tempo od impegni, sono i
grandi doveri universali.
Le Osservanze religiose sono: la purificazione della mente e del corpo,
la contentezza, l’austerità, la recitazione a bassa voce (7) e la
perseverante devozione all’Anima Suprema.
Al fine di rimuovere ed eliminare dalla mente le cose reprensibili,
contribuisce efficacemente l’evocazione mentale dei lor opposti.
Le cose riprovevoli, siano esse state compiute, causate o semplicemente
approvate; sia che derivino dalla cupidigia, dalla collera o
dall’illusione; siano esse di poco conto, di una certa gravità o molto
gravi, generano tutte numerosi frutti sotto forma di dolore ed
ignoranza; di conseguenza, "l’evocazione dei loro opposti" è in ogni
caso raccomandabile.
Quando l’inoffenzività e la gentilezza sono pienamente sviluppate nello
Yogi, cioé in colui che ha raggiunto la matura illuminazione dell’anima,
si realizza la completa assenza d’inimicizia fra tutti gli uomini e gli
animali che si trovano nelle sue vicinanze.
Quando la veracità è completa, lo Yogi diventa il punto focale per il
Karma che risulta da tutte le azione , buone o cattive.
Quando l’astinenza dal furto, nel pensiero e nell’azione è completa
nello Yogi, egli ha il potere di ottenere tutte le ricchezze materiali.
Quando la continenza è completa, vi è un aumento di forza nel corpo e
nella mente.
Questo non vuol dire che lo studente che pratica solo la continenza e
trascura le altre pratiche indicate, acquisterà forza. Tutte le parti
del sistema devono esser perseguite di pari passo sui piani mentale,
morale e fisico.
Quando la bramosia è eliminata, si sviluppa nello Yogi una conoscenza di
tutte le cose che sono in relazione con dei precedenti stati di
esistenza o che, in questi, si sono verificate.
Qui, "bramosia", non si riferisce solo al desiderio degli oggetti, ma
anche al desiderio di gradevoli condizioni terrene, o anche
all’esistenza terrena stessa.
Attraverso la purificazione della mente e del corpo si risveglia nello
Yogi un completo discernimento dell’origine e della natura del corpo; di
conseguenza egli abbandona la considerazione che gli altri hanno per la
forma corporea; e cessa pure di provare il desiderio, o il bisogno di
un’associazione con i suoi simili che è invece comune agli altri uomini.
Dalla purificazione della mente e del corpo nasce inoltre nello Yogi la
completa prevalenza delle qualità di bontà, disponibilità, dedizione
agli altri, padronanza dei sensi, e l’attitudine alla contemplazione ed
alla comprensione dell’anima come di qualcosa completamente diverso
dalla natura esteriore.
Attraverso la perfetta contentezza, lo Yogi acquisisce la suprema
felicità.
Quando l’austerità è integralmente praticata dallo Yogi, il risultato è
il perfezionamento ed un affinamento dei sensi del corpo ottenuti con la
rimozione delle impurità.
Con la pratica della recitazione sussurrata si realizza l’incontro con
la propria Deità preferita.
Attraverso delle invocazioni correttamente pronunciate – a cui si fa
riferimento con la significativa espressione "recitazione sussurrata" –
i poteri superiori della natura, ordinariamente invisibili all’uomo,
sono costretti a rivelarsi alla visione dello Yogi; e, per il fatto
stesso che tutti i poteri della natura non possono essere evocaati
contemporaneamente, la mente deve essere diretta verso una forza od un
potere particolare della natura da cui l’uso della frase "con la propria
deità preferita".
La perfezione nella meditazione proviene dalla perseverante devozione
all’Anima Suprema.
Una posizione assunta dallo Yogi deve essere stabile e piacevole.
Per rendere ciò più chiaro alla mente dello studente, è qui necessario
rilevare che le "posizioni" decritte in vari sistemi di "Yoga", non sono
assolutamente essenziali al successo perseguito nella pratica della
concentrazione e al raggiungimento dei suoi risultati ultimi. Tutte le
"posizioni" descritte dagli autori Indù sono basate su di un’accurata
conoscenza degli effetti fisiologici che esse inducono, ma, ai nostri
giorni, esse non sono possibili che per quegli Indù che vi sono abituati
fin dalla loro tenera infanzia.
Quando la padronanza delle posizioni è stata completamente ottenuta, lo
sforzo per assumerle diviene minimo, e quando la mente si è
completamente identificata con l’infinitudine dello spazio, la posizione
diventa stabile e piacevole.
Quando questa condizione è stata raggiunta, lo Yogi non risente più del
conflitto generato dalle coppie degli opposti.
Con "le coppie degli opposti" si fa riferimento alla classificazione a
coppie delle opposte qualità, condizioni e stati dell’essere, adottata
in tutti i sistemi filosofici e metafisici Indù, che sono la sorgente
eterna del piacere o del dolore nell’esistenza terrena, nello stesso
modo in cui lo sono freddo e caldo, fame e sazietà, giorno e notte,
povertà e ricchezza, libertà e dispotismo.
Ugualmente, quando questa condizione è stata raggiunta, occorre
procedere alla interruzione del respiro durante l’espirazione,
l’inspirazione e la ritenzione.
Questa regolazione della respirazione durante le sue fasi di
espirazione, inspirazione e ritenzione, è inltre soggetta a delle
condizioni di tempo, luogo e di numero, ognuna di queste potendo essere
lunga o breve.
Vi è una tecnica particolare per regolare la respirazione che è in
rapporto sia con quanto detto nell’aforisma precedente, sia con la sfera
interiore del respiro.
Gli Aforismi 49—50—51 alludono alla regolazione del respiro come una
parte degli esercizi fisici menzionati nella nota dell’Aforisma 46, la
conoscenza delle cui regole e prescrizioni, da parte dello studente, è
sottointesa da Patanjali. L’Aforisma 50 si riferisce unicamente alla
regolazione dei diversi periodi, del grado di intensità e del numero di
alternanze delle tre fasi respiratorie: espirazione, inspirazione e
ritenzione del respiro. Ma l’Aforisma 51 allude ad un’altra regolazione
del respiro è cioé a quella governata dalla mente in modo da controllare
la direzione del respiro e la sua conseguente influenza su alcuni centri
nervosi di percezione situati all’interno del corpo, al fine di produrre
degli effetti fisiologici, seguiti da effetti psichici.
Per mezzo di questa regolazione della respirazione, l’offuscamento della
mente, che è il normale risultato dell’influenza del corpo, è eliminato.
E così la mente si trova pronta per gli atti consapevoli.
Il controllo dei sensi (8) consiste nell’adattamento di essi alla natura
della mente, con la perdita da parte loro della attitudine propria a
ricevere dagli oggetti impressioni dirette.
Da ciò deriva una completa padronanza dei sensi.
Fine del Libro Secondo
LIBRO III
L’attenzione consiste nel mantenere la mente fissa su di un punto,
oggetto o soggetto.
Ciò è detto Dharana.
La contemplazione è la continuità in questa attenzione.
Questo è chiamato Dhyana.
La meditazione è questa contemplazione quando è praticata unicamente nei
confronti dell’aspetto essenziale di un soggetto od un oggetto dei
sensi. (9)
Quando questa stabilità dell’attenzione, della contemplazione e della
meditazione viene praticata nei confronti di un unico oggetto, tale
pratica, nel suo insieme, è chiamata Sanyama.
In Occidente non abbiamo alcun termine che traduca esattamente Sanyama.
I traduttori hanno usato la parola restrizione, limitazione, ma essa non
è né appropriata né esatta, benché sia una traduzione corretta. Quando
un Indù dice che un asceta pratica la restrizione su di un oggetto
qualsiasi, secondo questo sistema, intende dire che egli sta eseguendo
il Sanyama, mentre nelle nostre lingue può significare che egli priva se
stesso di qualcosa o di un’azione particolare e questo non è il senso di
Sanyama. Noi abbiamo mantenuto la terminologia del testo ma l’idea è
forse resa meglio con "perfetta concentrazione".
Quando la pratica del Sanyama – ossia quando la pratica di rendere
stabile l’attenzione, la contemplazione e la meditazione – diventa
naturale e facile, si sviluppa un esatto potere di discernimento.
Questo "potere di discernimento" è una facoltà ben definita che solo
tale pratica sviluppa e non è posseduta dalle persone ordinarie che non
hanno coltivato la concentrazione.
Il Sanyama deve essere praticaato procedendo grado a grado, al fine di
superare tutte le modificazioni della mente, dalle più appariscenti alle
più sottili.
(Vedere nota all’Aforisma 2, Libro I). Lo studente deve ora conoscere
che, dopo aver superato le difficoltà e gli ostacoli descritti nel Libri
precedenti, ci sono altre modificazioni di carattere sottile di cui
soffre la mente, che devono essere dominate per mezzo del Sanyama.
Quando egli ha ottenuto questo stato, tali difficoltà si rivelano a lui
da se stesse.
Le tre pratiche – attenzione, contemplazione e meditazione – sono più
efficaci per ottenere quel genere si meditazione chiamata "con
conoscenza distinta", che non i primi cinque modi in precedenza
descritti come: "non uccidere, veracità, non rubare e non desiderare con
bramosia".
(Vedere Aforisma 17, Libro I).
L’attenzione, la contemplazione e la meditazione precedono, senza
tuttavia produrre subito, quel genere di meditazione nella quale la
conoscenza precisa dell’oggetto è perduta e che è detta meditazione
senza seme.
Vi sono due tipi di correnti di pensiero che si autoriproduce: la prima
si genera dalla mente che è stata modificata e spostata dall’oggetto o
dal soggetto contemplato; la seconda si produce quando la mente sta
uscendo da tale modificazione e sta entrando in rapporto unicamente con
la verità stessa. Nel momento in cui la prima corrente è soggiogata e la
mente diventa attenta, quest’ultima viene contemporaneamente ad essere
interessata da queste due correnti di pensiero autoriproducentesi e
questo stato tecnicamente è chiamato Nirodha.
Nello stato di meditazione chiamato Nirodha, la mente ha un flusso
uniforme.
Quando ha superato e controllato completamente la sua inclinazione
naturale a considerare oggetti svariati e comincia ad applicarsi su di
un solo oggetto, si dece che la meditazione è stata raggiunta.
Quando la mente dopo essersi fissata su di un solo oggetto, ha cessato
di essere interessata da ogni pensiero relativo alla condizione, alle
qualità od alle relazioni della cosa pensata ma è completamente raccolta
attorno all’oggetto stesso, si dice allora che essa è applicata su di un
unico punto e questa condizione tecnicamente è chiamata Ekagrata.
Le tre classi principali di percezione che riguardano la proprietà
caratteristica, la qualità distintiva o l’uso specifico ed i possibili
cambiamenti nell’utilizzazione o nella relazione di un qualsiasi oggetto
od organo del corpo, contemplati dalla mente, sono stati
sufficientemente spiegati nell’esposizione che precede sulle modalità
con cui la mente viene modificata.
É molto difficile rendere questo Aforisma nella nostra lingua. Le tre
parole qui tradotte come "proprietà caratteristica, qualità distintiva
od uso specifico e possibili cambiamenti nella utilizzazione" sono,
nell’originale, Dharma, Lakshana ed Avastha e possono essere così
spiegate: Dharma è , per così dire, l’argilla di cui una giara è
formata; Lakshana, l’idea di una tale giara così composta e Avastha, la
consapevolezza che la giara si modifica ad ogni istante, poiché essa
invecchia od è, in varia guisa, influenzata.
Le proprietà di un oggetto che si presentano alla mente sono: quelle che
sono state già considerate ed allontanate dalla vista; quelle sotto
considerazione e la caratteristica a cui non si può dare un nome perché
non appartiene ad un oggetto particolare, ma è comune a tutta la
materia.
La terza classe summenzionata si riferisce ad un principio fondamentale
di questa filosofia che sostiene che tutti gli oggetti "possono
risolversi e si risolveranno in ultimo nella natura" od in un’unica
sostanza fondamentale; ne consegue, ad esempio, che l’oro può essere
considerato alla stregua di un elemento qualunque non differente dalla
terra, ossia, in ultima analisi, che non può essere separato da essa.
I cambiamenti nella successione delle triplici modificazioni mentali
prima descritte, indicano all’asceta la varietà delle alterazioni che
una proprietà caratteristica deve subire quando la si contempla.
L’asceta perviene alla conoscenza degli avvenimenti passati e futuri
attraverso la pratica dle Sanyama nei riguardi delle triplici
modificazioni mentali appena spiegate.
Riandate all’Aforisma 4 ove "Sanyama" è spiegato come l’uso o la pratica
dell’attenzione, della contemplazione e della meditazione su di un
singolo oggetto.
Nella mente di coloro che non hanno raggiunto la concentrazione vi è
confusione tra suono emesso, linguaggio e conoscenza, e tale confusione
risulta da una comprensione indiscriminata dei tre; ma se un asceta li
considera separatamente, praticando nei loro confronti il "Sanyama",
raggiunge il potere di comprendere il significato di ogni suono emesso
da qualsiasi essere vivente.
La conoscenza delle esperienze vissute in precedenti incarnazioni si
risveglia nell’asceta che mantiene davanti alla propria mente le
correnti del pensiero autoriproducentesi e che si concentra su di esse.
La natura della mente di un altro individuo viene conosciuta dall’asceta
quando egli concentra la sua propria mente su questo personaggio.
Una tale concentrazione, tuttavia, non rivelerà all’asceta la natura
fondamentale della mente di questa persona, finché egli no praticherà il
Sanyama con questo scopo preciso.
Attraverso la pratica della concentrazione sulle proprietà e sulla
natura essenziale della forma, specialmente su quella del corpo umano,
l’asceta sviluppa il potere di rendere invisibile il proprio corpo
fisico agli altri, poiché in tal modo, viene bloccata la sua proprietà
del Satwa che si manifesta come luminosità, viene separata dall’orgno
della vista dell’osservatore.
Ecco qui un’altra grande differenza fra questa filosofia e la scienza
moderna. Le scuole di oggi ritengono che se un occhio sano si trova
sull’asse dei raggi luminosi riflessi da un oggetto – quale un corpo
umano – quest’ultimo sarà visto, non potendo nessuna azione della mente
della persona osservata inibire le funzioni della retina e dei nervi
ottici dell’osservatore. Ma secondo gli antichi Indù, tutte le cose sono
viste a causa di quella differenziazione del Satwa – una delle tre
grandi qualità che compongono tutte le cose – che si manifesta come
luminosità, operando in unione con l’occhio, il quale è anch’esso una
manifestazione di Satwa, in un altro suo aspetto. Entrambi devono
trovarsi in collegamento; se la luminosità è assente o non è in rapporto
con l’occhio dell’osservatore, l’oggetto non appare. E, poiché la natura
della luminosità si trova completamente sotto il controllo dell’asceta,
egli può, attraverso il procedimento citato, arrestarla e sottrarre
all’occhio altrui un elemento essenziale per la visione di qualsiasi
oggetto.
Alla stessa maniera, praticando il Sanyama nei confronti di qualche
particolare organo dei sensi – come l’organo dell’udito, del tatto, del
gusto, dell’odorato – l’asceta sviluppa il potere di provovare a
volontà, l’interruzione delle funzioni di uno qualsiasi degli organi di
un’altra persona o di lui stesso.
L’antico commentatore differisce dagli altri su questo aforisma, in
quanto sostiene che esso fa parte del testo originale, mentre gli altri
sostengono che si tratta di uns interpolazione.
L’azione è di due specie: la prima è accompagnata dalla previsione delle
conseguenze; la seconda è priva di qualsiasi conoscenza delle
conseguenze. Con la pratica della concentrazione su queste due specie di
azioni, l’asceta perviene a conoscere il momento della propria morte.
Il Karma che deriva da azioni di entrambe le specie nella presente e
nelle passate incarnazioni, produce ed influenza i nostri attuali corpi,
in cui stiamo compiendo azioni similari. L’asceta, attraverso una ferma
e costante contemplazione di tutte le azioni compiute in questa e nelle
passate incarnazioni, (vedere Aforisma 18) è capace di conoscere
completamente tutte le conseguenze delle azioni commesse e perciò ha il
potere di calcolare correttamente l’esatta durata della propria vita.
Con la pratica della concentrazione sulla benevolenza, sulla compazzione,
sulla compiacenza e sul disinteresse, l’asceta diviene capace di
conquistare a suo piacere l’amicizia di chiunque.
Praticando la concentrazione sui poteri degli elementi o del regno
animale, l’asceta diviene capace di manifestarli in se stesso.
Concentrando la propria mente su degli oggetti piccolissimi, nascosti o
distanti, in qualsiasi dipartimento della natura essi si trovino,
l’asceta ne acquisisce una completa conoscenza.
Concentrando la propria mente sul sole, si sviluppa nell’asceta uan
conoscenza che concerne tutte le sfere comprese tra la terra e il sole.
Concentrando la propria mente sulla luna, sorge nell’asceta una
conoscenza delle stelle fisse.
Concentrando la propria ment esulla stella polare, l’asceta diviene
capace di conoscere il periodo ed il moto di ogni stella compresa nel
Brahmanda, di cui questa nostra terra è una parte.
"Brahmandra" significa qui il grande sistema da alcuni chiamato
"universo", in cui questo mondo si trova.
Concentrando la propria mente sul plesso solare, l’asceta acquisisce la
conoscenza della struttura del corpo materiale.
Concentrando la sua mente sul centro nervoso nella cavità della gola,
l’asceta è capace di superare la fame e la sete.
Concentrando la propria mente sul centro situato al di sotto della
cavità della gola, l’asceta è capace di evitare ogni movimento del
corpo, senza che i suoi muscoli esercitino alcuna resistenza.
Concentrando la propria mente sulla luce nella testa l’asceta acquisisce
il potere di veder gli esseri divini.
Vengono qui presentati due concetti che hanno alcuna corrispondenza nel
pensiero moderno. Il primo è l’esistenza di una luce nella testa;
l’altro è quello di esseri divini che possono essere visti da coloro che
si concentrano proprio su questa "luce nella testa". Si ritiene che un
centro nervoso o corrente psichica chiamata Brahmarandhra—nadi emerga
attraverso il cervello nei pressi della sommità del capo. In questo
punto, più che in ogni altra parte del corpo, si concentra il principio
luminoso della natura che è chiamato jyotis – la luce nella testa. E,
poiché ogni risultato viene ottenuto attraverso l’uso di mezzi
appropriati, la visione degli esseri divini può essere ottenuta mediante
la concentrazione su quella parte del corpo che più strettamente è
connessa con questi. Questo punto – l’estremità del Brahmarandhra—nadi –
è anche il punto in cui si realizza il collegamentofra l’uomo e le forze
solari.
Dopo una lunga pratica, l’asceta può fare a meno delle varie tecniche,
precedentemente indicate, che sono l’ausilio alla concentrazione per
acquisire più facilmente la conoscenza, e diventa capace di ottenere
qualsiasi conoscenza, semplicemente desiderandola.
Concentrando la propria mente su ciò che è detto Hridaya, l’asceta
acquisisce la capacità di penetrazione e la conoscenza delle condizioni
mentali, delle intenzioni e dei pensieri altrui, così come l’esatta
comprensione dei proprî.
Hridaya è il cuore. Vi è un certo disaccordo tra i mistici riguardo al
fatto che si tratti del cuore quale muscolo o di qualche centro nervoso
con cui è collegato, come nel caso dell’analoga istruzione della
concentrazione sull’ombelico, mentre, in realtà, s’intende il territorio
nervoso chiamato plesso solare.
Concentrando la propria mente sulla vera natura dell’anima come qualcosa
di completamente diverso da ogni esperienza, distaccato da ogni cosa
materiale e dissociato dall’intelligenza, nell’asceta sorge uan
conoscenza della vera natura dell’anima stessa.
Dal particolare tipo di concentrazione prima descritta, si sviluppa
nell’asceta e rimane in lui uan conoscenza permanente che concerne tutte
le cose, siano esse percepite attraverso degli organi del corpo o
altrimenti si presentino alla sua contemplazione.
I poteri precedentemente descritti sono soggetti a trasformarsi in
ostacoli sul sentiero della perfetta concentrazione a causa della
possibilità che il loro esercizio susciti meraviglia e procuri piacere.
Ma non costituiscono ostacolo alcuno per l’asceta che è perfetto nella
pratica indicata.
Riguardo alla "pratica indicata", vedere Aforisma 36—37.
Il sé interiore dell’asceta può essere trasferito in qualsiasi altro
corpo ed ottenere l’assoluto controllo, perché egli ha cessato di essere
mentalmente attaccato agli oggetti dei sensi e perché ha acquisito la
conoscenza della maniera e dei mezzi con cui la mente ed il corpo sono
collegati.
Poiché questa filosofia sostiene che la mente, in quanto non è un
prodotto del cervello, entra nel corpo attraverso una certa via e si
collega con questo in una maniera particolare, quest’aforisma afferma
anche che quando l’asceta acquisisce la conoscenza del procedimento
esatto di congiunzione fra la mente ed il corpo, egli può collegare la
propria mente con qualunque altro corpo e trasferire così il proprio
potere di utilizzare gli organi della forma occupata, per sperimentare
gli effetti generali dell’attività dei sensi.
Concentrando la propria mente sull’energia vitale chiamata Udana e con
la padronanza di questa energia, l’asceta acquisisce il potere di
sollevarsi sull’acqua, sul terreno e su qualsiasi altra materia
sovrastante.
Udana è il nome daato ad una delle cosidetta "atmosfere vitali". Queste,
in realtà, sono certe funzioni nervose per le quali la nostra fisiologia
non ha alcun nome e ciascuna delle quali assolve ad un suo preciso
compito. Si può dire che conoscendole e sapendole dirigere, qualunque
uomo diviene capace di modificare a volontà la polarità del proprio
corpo fisico. Le stesse osservasioni si applicano anche all’aforisma
seguente.
Concentrando la propria sull’energia vitale chiamata Samana, l’asceta
acquista il potere di emettere luce radiante.
(Questo effetto è stato visto dall’interprete (10) in più occasioni,
quando era in compagnia di una persona che aveva acquisito questo
potere. La persona appariva come se possedesse una luminosità sotto la
pelle).
Concentrando la propria mente sul rapporto fra l’orecchio e l’Akasa,
l’asceta accquisisce ilpotere di udire tutti i suoni, sulla terra o
nell’etere, lontani o vicini.
La parola Akasa è stata tradotta sia come "etere" che come "luce
astrale". In questo aforisma è impiegata nel primo senso. Si deve
ricordare che il suono è la proprietà distintiva di questo elemento.
Concentrando la mente sul corpo umano, sulle sue relazioni con l’aria e
lo spazio, l’asceta diviene capace di cambiare a volontà la polarità del
proprio corpo e acquisisce, di conseguenza, il potere di liberarlo dal
controllo della legge di gravità.
Quando l’asceta ha raggiunto la completa padronanza su tutte le
influenze che il corpo ha sull’uomo interiore, ha abbandonato ogni
interesse a suo riguardo e non ne é assolutamente più influenzato,
scompare tutto ciò che offusca l’intelletto.
L’asceta acquisisce il controllo completo sugli elementi concentrando la
propria mente sulle cinque classi delle loro proprietà nell’universo
manifestato; la prima comprende le proprietà di carattere grossolano e
fenomenico; la seconda, quelle della forma; la terza, quelle delle
qualità sottili; la quarta, quelle che possono essere distinte in luce,
azione ed inerzia; la quinta, quelle che hanno un’influenza, secondo i
loro vari gradi, sulla produzione di risultati attraverso i loro effetti
sulla mente.
Dall’acquisizione di tali poteri sugli elementi, derivano all’asceta
varie perfezioni e cioé: il potere di proiettare il suo sé interiore fin
nel più piccolo atomo, di estenderlo fino alle dimensioni del corpo più
grande, di rendere a volontà il proprio corpo fisico leggero o pesante,
di dare un’estensione illimitata al proprio corpo astrale o alle sue
parti separatamente, di esercitare un’irresistibile volontà sulla mente
altrui, di ottenere la suprema perfezione del corpo materiale e la
capacità di conservare questa perfezione, una volta ottenuta.
La perfeione del corpo materiale consiste nel suo colore, nella bellezza
della sua forma, nella sua forza e nella sua finezza.
L’asceta acquisisce il controllo completo sugli organi dei sensi,
mediante la pratica del Sanyama (concentrazione) sulla percezione, sulla
natura degli organi, sull’egoismo, sulla qualità degli organi in azione
o in riposo e sul loro potere di produrre merito o demerito per la
connessione della mente con essi.
In questo modo si risvegliano nell’asceta i seguenti poteri: il potere
di spostare il proprio corpo da un luogo ad un altro con la rapidità del
pensiero; il potere di estendere l'’zione dei sensi oltre il limite
dello spazio e degli ostacoli materiali e di cambiare a volontà
qualsiasi oggetto naturale da una forma all’altra.
Nell’asceta che ha ottenuto l’esatta conoscenza discriminativa della
verità e della natura dell’anima, si sviluppa la conoscenza di tutte le
forme di esistenza nella loro natura essenziale ed il dominio su di
esse.
L’asceta che ha ottenuto l’indifferenza perfino per l’ultima perfezione
considerata, attraverso la distruzione degli ultimi germi del desiderio,
perviene ad uno stato dell’anima che è detto Isolamento.
(Vedere la nota sull’Isolamento nel Libro IV).
L’asceta non dovrebbe mai unirsi agli esseri celestiali che possono
apparirgli dinanzi, né mostrare alcuna meraviglia alla loro comparsa,
poiché ciò avrebbe l’effetto di rinnovare le influenze della mente.
Una grande e sottilissima conoscenza nasce dalla discriminazione che
segue la concentrazione della mente sulla relazione fra i momenti e la
loro successione.
Qui Patanjali parla delle divisioni ultime del tempo, che non sono cioé
suscettibili di un ulteriore frazionamento, e dell’ordine in cui esse si
precedono e si succedono. Egli afferma che si può raggiungere una
percezione di questi periodi minimi; di conseguenza, colui che giunge ad
una tale discriminazione, si eleva ad una percezione superiore e più
ampia di certi principî della natura che sono così celati che la
filosofia moderna non sospetta neppure la loro esistenza. Sappiamo come
tutti noi possiamo distinguere dei periodi temporali quali i giorni e le
ore. Vi sono anche molti individui, matematici nati, che sono capaci di
percepire la successione dei minuti e che possono dire esattamente,
senza orologio, quanti ne sono trascorsi in un certo intervallo. I
minuti così percepiti da questi matematici prodigiosi, non sono tuttavia
le divisioni ultime del tempo alle quali si riferisce l’aforisma,
poiché, essi stessi, sono composti da queste divisioni ultime. Nessuna
regola può essere data per una tale concentrazione poiché essa è così
avanzata sulla via del progresso che l’asceta trova da se stesso le
regole, dopo aver dominato tutti i processi interiori.
Da ciò si sviluppa nell’asceta il potere di discernere delle differenze
sottili impossibili a conoscersi con altri mezzi.
La conoscenza che proviene da questa perfezione del potere
discriminativo è chiamata la "conoscenza che salva dalla rinascita".
Essa ha per oggetto tutte le cose e la loro natura e comprende tutto
quello che è stato e tutto quello che è, senza limtazione di tempo, di
luogo e di circostanze, come se tutto accadesse nel presente ed in
presenza del contemplatore.
In questo aforisma e nel seguente, l’asceta in uqestione è diventato un
Jivanmukta e non è più soggetto alla reincarnazione. Egli, tuttavia, può
vivere ancora sulla terra ma non è più in alcun modo aottomesso al suo
corpo, essendo in ogni istante la sua anima perfettamente libera. E tale
è, si ritiene, la condizione di quegli esseri che nella letteratura
teosofica sono chiamati Adepti, Mahatma o Maestri.
Quando la mente ha cessato di considerarsi il conoscitore o lo
sperimentatore ed è divenuta una con l’anima – la reale conoscitrice e
sperimentatrice – allora sopraggiunge l’Isolamento e l’anima si è
emancipata.
Fine del Libro Terzo
LIBRO IV
La Natura Essenziale dell’Isolamento.
Le pefezioni del corpo o i poteri superumani sono prodotti per nascita o
con bevande speciali e stimolanti, con incantesimi, disciplina ascetica
o meditazioni.
La sola causa delle perfezioni permanenti è la meditazione praticata
nelle incarnazioni precedenti quella in cui tali pefezioni compaiono,
perché la perfezione mediante nascita, così come il potere di volare
degli uccelli, non è permanente, come pure sono transitorie quelle che
provengono da incantesimi, filtri magici e simili. Ma, poiché la
meditazione raggiunge l’essere interiore, influenza ogni incarnazione.
Ciò porta anche alla concluzione che la meditazione sul male avrà per
risultato ultimo la perfezione nel male.
La metamorfosi dell’uomo in un’altra classe di esseri – come in quella
degli esseri celesti – si effettua attraverso la trasfusione delle
nature.
Ciò allude alla possibilità – ammessa dagli Indù – che un essere umano
si trasformi in uno dei Deva o degli esseri celesti, per mezzo
dell’energia prodotta dalla disciplina ascetica e dalla meditazione.
Alcuni dei meriti, delle opere e delle pratiche sono "occasionali",
perché esse non producono modificazioni essenziali della natura ma hanno
il potere di rimuovere degli ostacoli lungo il corso dello sviluppo dei
meriti di cui sopra, come nell’esempio del coltivatore che elimina degli
ostacoli lungo il percorso di una corrente irrigua, che così può fluire
liberamente.
Questo Aforisma intende spiegare meglio l’Aforima 2 rivelando che, in
una determinata incarnazione, alcune pretiche (come ad esempio quelle
esposte in precedenza) hanno il potere di portare ad esaurimento gli
effetti non ancora manifestatisi del Karma passato di un individuo,
rendendoli ora attivi nei suoi confronti, mentre se queste pratiche non
fossero state eseguite, il risultato della meditazione passata avrebbe
potuto essere rimandato ad un’altra vita.
Le menti che agiscono nei vari corpi che l’asceta assume a volontà, sono
unicamente il prodotto del suo essere egoico.
È la mente dell’asceta che costituisce il motore delle varie attività di
queste diverse entità mentali.
Fra le menti di dissimile costituzione per effetto di nascita, delle
bevande, degli incantesimi, della disciplina ascetica e della
meditazione. Solo, quella che è il frutto di quest’ultima è priva
dell’accumulo dei depositi mentali generati dalle azioni.
Questo Aforisma si riferisce a tutte le classi di uomini e non ai corpi
assunti dall’asceta, e bisogna sempre ricordare che la dottrina
filosofica di Patanjali afferma che ogni vita lascia nell’Ego dei
depositi mentali che formeranno la base da cui procederanno le
vicissitudini delle future incarnazioni.
L’opera dell’asceta non è né chiara né oscura ma è sui generis, mentre
quella degli altri uomini è di tre specie.
Le tre specie di opere cui si allude sono: (1) Quella pura nell’azione e
nel movente; (2) quella tenebrosa, come nel caso delle azioni degli
esseri infernali; (3) quella propria all’umanità ordinaria che è pura e
tenebrosa ad un tempo. La quarta specie è quella propria dell’asceta.
Da queste opere deriva, in ogni incarnazione, la manifestazione di quiei
depositi mentali che soli sono in grado di fruttificare nell’ambiente
particolare disponibile.
Benché la manifestazione dei depositi mentali possa essere impedita a
causa di condizioni inadatte, riguardanti la diversità di classe
sociale, di luogo e di epoca, vi è una diretta relazione fra queste,
perché la memoria e l’andamento del pensiero autoriproducentesi sono
nondimeno identici.
Quanto detto ha lo scopo di eliminare un dubbio causato dall’Aforisma 8,
intendendo dimostrare che la memoria non è dovuta alla semplice sostanza
cerebrale, ma che essa è posseduta dall’Ego che si reincarna che
trattiene allo stato latente tutti i depositi mentali, ciascuno dei
quali potrà manifestarsi solo quando la costituzione corporale e
l’ambiente idonei, saranno disponibili.
I depositi mentali sono eterni a causa della forza del desiderio che li
ha generati.
Nell’Edizione Indiana si legge che i depositi persistono a causa della
"felicità". Ma poiché questa parola è adoperata in un senso particolare,
qui non la usiamo. Tutti i depositi mentali aono il risultato di un
desiderio di godimento, sia che si tratti del desiderio di evitare nella
prossima vita talune sofferenze sopportate in questa, sia che si tratti
del sentimento concreto espresso nel desiderio "possa questo o quel
piacere essere eternamente mio". Questo è ciò che viene chiamato una
"felicità". E la parola "eterno" ha pure un significato particolare,
intendendo riferirsi unicament e a quel periodo compreso in un "giorno
di Brahma", che dura migliaia di età.
Per il fatto che essi sono tenuti insieme dalla causa, dall’effetto, dal
substrato e dal supporto, quando questi ultimi sono rimossi, il
risultato è l’estinzione dei depositi mentali.
Quest’Aforisma integra il precedente e intende mostrare che, sebbene i
depositi mentali sussistono durante una "eternità" se sono lasciati a se
stessi – essendo sempre ingrossati da nuove esperienze e da desideri
simili – possono tuttavia essere rimissi eliminando le cause che li
avevano prodotti.
Ciò che è trascorso e ciò che deve ancora avvenire, non può essere
portato all’estinzione perché le relazioni delle proprietà (11)
differiscono l’una dall’altra.
Tutti gli oggetti, i sottili ed i grossolani, sono costituiti dalle tre
qualità.
Le "tre qualità" sono: Satwa, Raja, Tamo, ossia Verità, Attività ed
Oscurità. La Verità corrisponde alla luce ed alla gioia; l’Attività alla
passione, l’Oscurità al male, all’inazione, all’indifferenza, all’apatia
ed alla morte. Tutti gli oggetti manifestati sono composti da queste tre
qualità.
L’unità delle cose deriva dall’unità della modificazione.
La cognizione è distinta dall’oggetto perché vi è diversità di pensieri
fra gli osservatori di una stesso oggetto.
Un oggetto è, o non è, conosciuto dalla mente, a seconda che questa è o
non è colorata od influenzata da tale oggetto.
Le modificazioni della mente sono sempre conosciute dallo spirito che
presiede (12), perché esso non è soggetto a modificazioni.
Ne consegue che Ishwara, il "testimone e lo spettatore", riamne
impassibile, attraverso tutti i cambiamenti ai quali la mente e l’anima
sono sottoposti. Ishwara è l’anima spirituale.
La mente non è in grado di autoilluminarsi, perché è uno strumento
dell’anima, è colorata e modificata dalle esperienze e dagli oggetti ed
è conosciuta dall’anima.
Non può aversi simultaneamente l’attenzione concentrata su due oggetti.
Se una percezione può essere identificata attraverso un’altra
percezione, ci sarà allora una nuova necessità di conoscere quest’ultima
e da ciò seguirà una confusione di dati nella memoria.
Quando la comprensione e l’anima sono unite, allora ne risulta l’autoconoscenza.
L’autoconoscenza di cui si parla è l’illuminazione interiore a cui
aspirano tutti i mistici, e non semplicemente una conoscenza di sé nel
senso ordinario.
La mente, quando è unita all’anima e si trova in intimo rapporto con la
conoscenza, abbraccia universalmente tutti gli oggetti.
La mente, quantunque assuma forme diverse a causa degli innumerrevoli
depositi mentali, esiste solo allo scopo dell’emancipazione dell’anima
ed agisce in cooperazione con questa.
Per colui che conosce la differenza fra la natura dell’anima e quella
della mente, ha fine la falsa nozione concernente l’anima.
La mente è solo una funzione, uno strumento o mezzo attraverso cui
l’anima acquisisce esperienze e conoscenza. In ciascuna incarnazione la
mente è, per così dire, nuova. Essa è una parte dell’apparato fornito
all’anima, attraverso innumerevoli vite, per ottenere esperienza e
raccogliere il frutto delle opere compiute. La nozione che la mente sia
ad un tempo il conoscitore e lo sperimentatore è falsa e deve essere
rimossa prima che l’anima possa raggiungere l’emancipazione. Perciò, è
stato detto che la mente opera o esiste per realizzare la salvezza
dell’anima e non che l’anima agisce nell’interesse della mente. Qunado
ciò è pienamente compreso, la natura permanente dell’anima è conosciuta
direttamente, e tutti i mali provenienti da false idee cominciano a
scomparire.
Allora la mente viene rivolta verso la discriminazione e si sottomette
gradualmente all’Isolamento.
Ma negli intervalli fra le meditazioni, sorgono pensieri di vario
genere, quale conseguenza di vecchie impressioni no ancora espulse.
I mezzi da adottare per evitare ed eliminare queste impressioni sono gli
stessi dati in precedenza per impedire le afflizioni.
Se l’asceta non desidera i frutti della conoscenza e non rimane
inoperoso anche quando ha raggiunto la conoscenza perfetta, la
meditazione tecnicamente chiamata Dharma Megha – nuvola di virtù – è
raggiunta, grazie alla sua conoscenza discriminativa assolutamente
perfetta.
Il commentatore apiega che quando l’asceta ha raggiunto il punto
descritto nell’Aforisma 25, se egli rivolge la concentrazione verso la
prevenzione di tutti gli altri pensieri e non desidera conseguire i
poteri che potrebbe ottenere a volontà, raggiunge uno stato di
meditazione più avanzato che è chiamato "nuvola di virtù" perché è di
natura tale da fornire, per così dire, la pioggia spirituale che
permetterà di realizzare lo scopo principale dell’anima – la completa
emancipazione. E questo Aforisma riprende l’avvertimento che prima di
raggiungere lo scopo finale, il desiderio dei risultati è un ostacolo.
Ne risulta così la soppressione di tutte le afflizioni e di tutte le
modificazioni.
Allora, dall’infinitudine della conoscenza assolutamente lobera da
oscurità e da impurità, ciò che è conoscibile appare minimo e facile ad
afferrare.
Viene allora compreso che io momenti ed il loro ordine di precedenza e
di successione, sono gli stessi.
Questo è un passo ulteriore rispetto all’Aforisma 53, Libro III, dove
era detto che dalla conoscenza delle divisioni ultime del tempo risulta
una percezione dei principî più sottili e segreti dell’universo. Qui,
avendo l’asceta raggiunto l’Isolamento, vede perfino al di là di queste
divisioni ultime ed esse, quantunque possano turbare chi non ha
raggiunto questo stadio, sono identiche per l’asceta perché egli se ne è
reso padrone. È estremamente difficile interpretare questo aforisma; e
nell’originale si legge che "L’ordine è la controparte del momento". Per
esprimere ciò in altro modo, si può dire che nel tipo di meditazione di
cui si tratta nell’Aforisma 53 del Libro III, si sviluppa nella mente
una conoscenza capace di calcolare e che, durante questa, il
contemplante che non è ancora completamente padrone delle divisioni del
tempo, è costretto ad osservarle quando esse si svolgono dinanzi a lui.
Il riassorbimento delle qualità che hanno esaurito lo scopo dell’anima,
o la persistenza dell’anima unita con la comprensione nella sua propria
natura, è l’Isolamento.
Questa è una definizione generale della natura dell’Isolamento, qualche
volta chiamata Emancipazione. Le qualità di cui si parla e che si
trovano in tutti gli oggetti e che avevano fin qui influenzato e
ritardato l’emancipazione dell’anima, hanno cessato di essere
considerate come delle realtà e la conseguenza è che l’anima dimora
nella sua propria natura, non influenzata dalle grandi "coppie degli
opposti" – piacere e dolore, bene e mali, freddo e caldo, e simili.
Pertanto, non si deve trarre la conclusione che questa filosofia termini
in una negazione, o in una condizione di freddezza, come sembrerebbe
implicare la nostra parola "Isolamento". È vero il contrario. Fino a
quando questo stato no è raggiunto, l’anima, continuamente influenzata e
sviata dagli oggetti, dai sensi, dalla sofferenza e dal piacere, è
incapace dipartecipare coscientemente ed universalmente alla grande vita
del cosmo. Per compiere ciò, essa deve mantenersi stabilmente "nella
propria natura": allora può andare ancor più lontano – come ritiene
questa filosofia – allo scopo di condurre alla meta finale le altre
anime che lottano ancora lungo la via. Ma, evidentemente, ulteriori
Aforismi su questo argomento sarebbero fuori luogo ed incomprensibili,
ed assolutamente privi di utilità il darli qui.
Fine del Libro Quarto

Possa Ishwara essere vicino ed aiutare
Coloro che leggono questo libro.
O M

(1) Come guida generale allo studio ed alla pratica degli Aforismi, si
consiglia la lettura dell’Avviamento al Raja Yoga, in Teosofia,
Febbraio, Maggio, Agosto, Novembre 1969. (ndt)
(2) Stato di Ekagrata. Vedi Libro III, Aforisma 12. (ndt)
(3) Vîrya. Cfr. La Voce del Silenzio, III Frammento. (ndt)
(4) I tre guna o qualità della natura, sattva, rajas, tamas. (ndt)
(5) Cfr "I Tre Piani della Vita Umana", di W. Q. Judge, in Teosofia,
maggio 1972.
(6) Nell’originale sanscrito queste pratiche sono: Yama, Niyama, Asana,
Prânayâma, Pratyahara, Dhâranâ, Dhyâna, Samâdhi, e Yoga per
"Concentrazione". (ndt)
(7) ‘Svâdhyâya’, "Studio" (âdhyaya) "di sé" (sva), che in questo
contesto può essere tradotto "studio per sé", ossia "ripetizione a se
stessi" di sacri testi o formule. (Cfr Avviamento al Raja Yoga). (ndt)
(8) Vedi Aforima 29 (ndt)
(9) Una versione più chiara di questo passo potrebbe essere: "Una tale
contemplazione, allorquando si esercita unicamente sul contenuto
dell’oggetto come se esso fosse completamente spogliato della propria
forma, è detta meditazione." (ndt)
(10) William Quan Judge (ndt)
(11) Dharma, nel testo. Vedere nota Aforisma 13, Libro III. (ndt)
(12) Pùrusha. (ndt)

Da: http://www.prometheos.com/Yoga/Yoga.htm

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