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Psicologia vedica
Filosofia e
Psicologia Vediche
Gran parte dell’erudizione accademica rispecchia il proverbiale caso
medico: “l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto”. Il paragone è
particolarmente significativo in quanto si può osservare che tra le
elucubrazioni mentali e la logica “infallibile” di teorie e
argomentazioni filosofiche, è spesso la vita a rimetterci. La filosofia
indiana trae origine e ispirazione dalla vita e, dopo essere passata per
scuole e teorie, ritorna a calarsi nella vita. Si può dire che ogni
sistema filosofico indiano è alla ricerca della verità così come i
sistemi filosofici occidentali, ma questa verità non è quella
accademica, conoscenza fine a se stessa, non è come per l’occidente una
verità che porta all’informazione, bensì alla trasformazione e, in
ultima analisi, alla liberazione.
Seppur attraversando percorsi diversi, generalmente i sistemi filosofici
indiani mirano all’obiettivo della liberazione del jivatma, l’anima, dai
suoi condizionamenti, e al ritorno alla sua posizione originale di
ananda, beatitudine. A questo fine etica, metafisica, logica,
epistemologia e psicologia concorrono a creare una visione globale e non
vengono affrontati come campi tra loro separati. Il concetto dello
stretto legame tra filosofia e vita è il primo vetrino di cui noi
occidentali dovremmo dotare il microscopio della nostra intelligenza per
poter apprezzare profondamente la filosofia e la psicologia indovedica.
Nella tradizione indovedica la conoscenza è operativa e realizzativa, ha
il potere intrinseco di trasformare, non è mero concettualizzare, ma
comprendere che si trasmuta in essere. Chi intende accostarsi con
serietà a questo tipo di filosofia deve essere pronto a viverla e a
sperimentare su se stesso le verità e le conclusioni filosofiche
raggiunte, in un contesto in cui la libertà è la liberazione dalle reti
dell’illusione (maya), dalla trappola dell’immagine fallace del mondo
che ci viene proposta dai sensi.
Generalmente l’individuo occidentale si forma un’immagine della realtà
basata sulle informazioni elaborate dalla mente a partire dalle
percezioni fornite dai sensi. I nostri sensi tuttavia sono
universalmente riconosciuti come imperfetti e inoltre le
rappresentazioni che ci forniscono, associate alle diverse
interpretazioni mentali, danno luogo ad innumerevoli visioni del mondo,
sulla base delle quali poi vengono sviluppate conclusioni magari
perfettamente logiche, ma prive di fondamenta solide. È il dominio della
relatività. Eppure quando un fenomeno si ripete con le medesime modalità
e molti osservatori lo sperimentano in egual modo, quell’evento, per un
ricercatore occidentale, è reale. Nella tradizione indovedica invece il
concetto di realtà è intimamente connesso a quello di assoluto e si
contrappone all’idea di fenomeno, apparenza, nel senso di transitorietà.
Possiamo essere sicuri, sulla base della nostra percezione sensoriale,
di avere di fronte un pericoloso serpente, e dunque lo consideriamo
reale, ma se invece si tratta di una corda , allora siamo caduti sotto
l’illusione, e nella nostra ignoranza la stiamo considerando realtà. I
sensi e la mente si rivelano strumenti limitati nella comprensione della
realtà, quando per realtà si intende l’assoluto. Il reale può essere
colto quando il pensiero si perfeziona nell’intuizione.
Il pensiero indovedico, rispetto all’occidentale, utilizza un differente
metodo di indagine filosofica, e varia anche il processo mediante il
quale viene creato e sviluppato il concetto stesso di filosofia e
psicologia. Per una corretta comprensione della filosofia e della
psicologia indovediche occorre anche rivedere il concetto di progresso,
che viene normalmente visto nella cultura occidentale come necessario e
sinonimo di evoluzione in tutti i campi. Le filosofie orientali sono
invece legate al vincolo della tradizione, intesa come garanzia di
autenticità e depositaria del valore del messaggio. Non troveremo
dunque, se volessimo cercarlo per desumerne una presunta crescita, un
progresso nel pensiero fondamentale indiano. Più in generale è opinione
ormai diffusa che sia inopportuno applicare il metodo storico allo
studio della cultura indovedica. Questo è vero soprattutto quando si
vogliano fare dei calcoli cronologici per stabilire l’epoca delle
diverse scuole, in quanto, ammesso che si possa risalire ai manoscritti
originali, questo non direbbe assolutamente nulla sull’età della
formulazione della dottrina considerata poiché è difficile sapere quanto
sia durata la trasmissione orale anteriore. La tradizione
dell’insegnamento orale peraltro non è necessariamente da associare
all’assenza della scrittura, la cui origine è certo remotissima, bensì
alla fiducia nella trasmissione orale che, seguendo il criterio della
successione da maestro a discepolo, non ne altera i contenuti, dato
l’interesse che la sua conservazione integrale presenta. Tuttora si può
rilevare che in India la fissazione attraverso la scrittura non ha
comportato la fine della tradizione orale.
I Veda sono i più antichi documenti dello spirito umano di cui siamo in
possesso. La radice sanscrita vid del termine Veda significa “sapienza”
o anche “visione”, infatti i saggi autori li hanno compilati sulla base
di una visione interiore, possibile solo quando e dove la filosofia
venga vissuta e si sia acquisita purezza d’animo. Da tale fonte
interiore il saggio, o rishi, rivela la verità della vita, una verità
che il semplice intelletto non è in grado di cogliere. Tali esperienze
intuitive sono alla portata di tutti gli uomini, purché essi lo
vogliano. Ciò che è dogma per l’uomo comune diventa esperienza per il
puro di cuore.
La
Psicologia Bhagavata
nei Veda
In realtà tutta la Bhagavad-gita
basa i suoi insegnamenti
sulla psicologia o sul fattore
psicologico...
di
Rupa Vilas das
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| Sri Krishna e
il suo devoto Arjuna sul campo di battaglia di Kuruksetra
(India). |
La Psicologia Bhagavata, in special modo quella descritta nella
Bhagavad-gita, può essere considerata come ‘psicologia
del consiglio’, in quanto Srì Krishna, come consulente esperto
in materia religiosa e spirituale, consiglia incessantemente
Arjuna (rappresentando Arjuna la totalità degli esseri umani e
Sri Krishna il maestro spirituale supremo, Dio) su come svolgere
la propria attività, sia spirituale che materiale, in
abbinamento al dovere accordato ad ogni essere vivente ed in
riferimento alla Persona Suprema.
Sempre di consiglio si prefigura l’aiuto donato con tanto amore
da Dio, perché l’anima è in grado di rigettare o accettare la
consulenza in accordo al suo libero arbitrio, mai questi
insegnamenti si conformano ad attività mentali impositive o
coercitive. L’insegnamento donato da Sri Krishna ad Arjuna è
basato su argomentazioni totalmente prive di interesse
personale, sia materiale che spirituale, in quanto la Suprema
Persona è completamente equanime verso ogni anima. Anche se
alcuni argomenti possono sembrare di parte, Egli manifesta
questi consigli in accordo all’amore che un padre manifesta nei
confronti del figlio per non farlo soffrire.
Questi consigli sono impartiti offrendo una duplice versione. La
natura materiale basa la sua esistenza sulla dualità, Dio
pertanto è molto rispettoso e dona nel migliore modo possibile
la Sua rivelazione, argomentando in modo più che esauriente,
fornendo prima una versione poi un’altra sulla stessa
dissertazione, lasciando scegliere in modo libero chi di questi
assiomi, sia in un modo che nell’altro, ne vuole seguire
l’essenza per farne la via maestra della propria vita (B.G.
3.31-32; 35).
In realtà tutta la Bhagavad-gita basa i suoi
insegnamenti sulla psicologia o sul fattore psicologico, in
quanto argomenti come: la mente, l’ego, l’intelligenza, i sensi,
gli organi di percezione, gli organi d’azione, l’azione e
l’agire (attività), il condizionamento, le influenze della
natura materiale, la propria funzione, il proprio dovere, la
propria conoscenza, le proprie qualità, la coscienza, il valore,
l’unicità, la libertà, l’amore, la felicità, la gioia, la
sofferenza e il dolore, la determinazione (autodeterminazione,
autovalutazione), la lussuria, la collera, l’invidia ecc. e
tutti quei moti dissenzienti nei confronti di Dio, che nascono
dall’anima (B.G. 3.36-43), sono argomenti appunto
psicologici, in quanto la psicologia (psiche: ‘anima’ – logia: ‘discorso’),
nata dalla filosofia da un punto di vista generico, si suole
definire la ‘scienza dell’anima’, della sua natura, delle sue
funzioni, del suo rapporto col corpo e di ciò che la circonda.
Sappiamo che la mente, così come tutti gli aspetti corporei,
concorrono al benessere generale del corpo. Parlare
d’interscambio dinamico, di coinvolgimenti attivi, di reciproco
aiuto tra organo e organo, ma non solo, d’interazioni tra la
stessa dimensione corporea grossolana (terra, acqua, fuoco,
aria, etere) e quella sottile (mente, intelligenza, falso ego) e
soprattutto tra la dimensione immanente e trascendente, è sapere
già acquisito e reso disponibile dai testi vedici: essi sono
argomenti di natura prettamente psicologica, che la scienza
medica dell’Ayurveda già conosceva 5.000 anni fa.
L’Ayurveda è una conoscenza di valore universale,
basata su principi scientifici, che chiunque può usare per il
proprio beneficio. L’Ayurveda non appartiene come
bagaglio culturale solo all’India (dove è largamente diffusa),
ma essendo una conoscenza applicabile universalmente, essa è
patrimonio e ricchezza di tutta l’umanità. L’Ayurveda
essendo una medicina olistica, basata su principi e rimedi
completamente naturali, è una scienza che ben si addice
all’utilizzo proprio della Psicologia Bhagavata. L’Ayurveda
tiene conto di tutti i problemi che riguardano la persona ed è
interessata anche alla sua qualità di vita da un punto di vista
fisico, mentale, intellettuale, spirituale.
La psicologia studia i fenomeni della vita affettiva e mentale
dell’uomo, come gli istinti, le emozioni, i sentimenti, le
percezioni, la memoria, la volontà, l’intelligenza ecc.; studia
anche quelli del comportamento sociale, culturale ed evolutivo,
analitico ed applicativo; di quello introspettivo; del conscio o
dell’inconscio, sia personale che collettivo; degli aspetti
filosofici classici metafisici, inerenti alla realtà dell’anima;
fino ai moti, alle reazioni e al pensare della persona, che
nascono dagli intendimenti e dai convincimenti, dal
comportamento e dall’apprendimento vitale. La Psicologia
Bhagavata, oltre ad occuparsi di tutti questi argomenti, indaga
ed approfondisce il rapporto interagente, non solo con l’uomo e
sé stesso, ma tra la persona e l’ambiente, la persona e altre
persone, ma soprattutto la persona e Dio, considerando in questo
rapporto non solo l’aspetto relazionale (servizio devozionale)
ma anche gli stati d’animo, le reazioni spirituali, i sentimenti
(rasa) nati in riferimento all’amore con la Verità
Assoluta.
Sono tutti aspetti che se presi uno ad uno formano tante piccole
verità, ma se messe insieme formano la Psicologia in assoluto,
in quanto non è possibile dividere le esperienze personali, di
natura interiore, immanente, dall’ambiente, dal rapporto con gli
altri e con Dio, perché esse non sono avulse le une dalle altre,
ma correlate, interagenti, interdipendenti, unite, ma allo
stesso tempo personali nelle loro esposizioni. L’essere umano è
un insieme di vari aspetti. Quelli intellettivi, mentali ed
egoici formano il corpo sottile; i cinque elementi della natura
materiale, gli organi di percezione, d’azione e i cinque sensi
formano invece il corpo grossolano; le configurazioni immanenti
e trascendenti formano l’aspetto metafisico o spirituale.
Non tenere in debita considerazione queste componenti equivale a
non valutare nella sua totalità l’uomo, in quanto egli vive
perché tutti questi elementi risiedono in armonia dentro di lui.
Oggigiorno si tende a ridimensionare e a volte a trasformare in
un problema l’aspetto più importante di una persona: l’anima. Le
neuroscienze si stanno muovendo verso un riduzionismo, un
fisicalismo, uno scientismo che non tiene conto della
metafisica, demandando alle semplici regole del comportamento,
dei meccanismi cerebrali e delle attività mentali, un
procedimento che di per sé è molto più complicato e formato
anche dalle passioni, dai sentimenti, dai desideri e dagli
slanci che solo l’uomo conosce e che se indirizzati verso la
verità portano a conoscenze più profonde.
La Psicologia Bhagavata gioca un ruolo di fondamentale
importanza in questa società, perché abbina alle conoscenze
psicologiche di base conoscenze trascendentali, non riducendo la
mente o la persona a un semplice ammasso d’atomi o di molecole.
Essa vuole essere punto di riferimento per coloro che hanno
intenzione di studiare l’uomo non a segmenti, ma nella sua
totalità, considerando lo stesso come un’interazione armonica,
ma allo stesso tempo distinta, tra corpo e anima e non come un
evento casuale, ma causale, determinata nella sua esistenza da
una volontà a noi superiore, Divina. La Psicologia descritta nei
Veda, non è una disciplina culturale fine a sé stessa,
ma la conoscenza di un aiuto, di un percorso interiore, di un
movimento volto verso la verità, che manifesta il suo frutto nel
sapere stare accanto a sé stessi, all’altro, all’ambiente
circostante e a Dio e per questo anche terapeutica.
Il miglioramento non consiste nell’indirizzare la persona verso
una pedagogia solamente formale, considerando solo gli aspetti
esteriori o palesi, ma indirizzare l’individuo ad un’educazione
piena che tenga in considerazione anche in questo caso non solo
della dimensione fisica, mentale, intellettuale, ma anche di
quella consapevole così come di quella spirituale. Pertanto la
Psicologia Bhagavata è da intendersi come un dono dato da Dio
alla persona, perché essa possa approfondire la considerazione
che ha di sé stessa, degli altri, della creazione materiale,
spirituale e di Dio.
La Psicologia Bhagavata è una disciplina scientifica
effettivamente incisiva, reale, concreta, funzionale che può
essere applicata e perciò capace d’incidere realmente sul
vissuto delle persone. Quindi la Psicologia Bhagavata si propone
come scienza guida per le altre scienze, perché votata al
servizio dell’uomo; introduce un nuovo approccio epistemologico
ed antropologico della persona; ha una visione completa della
sua meta conoscitiva (Dio); è autonoma ma allo stesso tempo
interagisce non in modo dicotomico con altre conoscenze sempre
nei Veda descritte, o con altre scienze psicologiche; è
aperta al trascendente; non è disposta a compromessi ed è
concreta e funzionale; soprattutto è un dono prezioso che deve
servire come beneficio all’umanità intera, essendo i suoi
principi universalmente riconosciuti.
In sintesi che cos’è la malattia se non disordine, ignoranza,
mancanza di conoscenza delle leggi universali e di libertà in un
ambito. Ogni malattia, ogni disordine, ha sempre una causa e la
Psicologia Bhagavata usa il suo metodo investigativo. Conoscere
le cause, i fattori scatenanti la patologia, permette alla
Psicologia Bhagavata di dare un’immagine, un nome, di abbinare
caratteristiche ben precise ad un avversario che in modo subdolo
si insinua tra le pieghe dell’essere. La patologia nasce nel
momento in cui la persona manifesta pensieri e a questi seguono
errate interpretazioni degli eventi che la coinvolgono.
La Psicologia Bhagavata interviene sulla base cognitiva della
persona, insegnando alla stessa attraverso le cause e gli
effetti ad identificare, analizzare e correggere i pensieri e le
azioni che le creano disagio e sofferenza, alterando inutilmente
il suo stato d’animo. Occorre abbinare oltre a ciò la
consapevolezza che in determinati frangenti l’impotenza nei
confronti della vita è totale, se non ci si aggrappa con forza
al Signore. Pertanto la Psicologia Bhagavata, vincolata nella
sua linea di condotta da un rigore sostanzialmente etico-morale,
scientifico e spirituale, in modo propedeutico, pone l’uomo di
fronte al creato, preparandolo ad affrontare le sue
responsabilità in accordo alle leggi universali che regolano la
vita umana, per il suo benessere psico-fisico.
La Psicologia Bhagavata diventa perciò ricettacolo e
manifestazione prorompente d’energia benefica e rigenerante dove
il punto focale di tutto è la persona, vista come parte
integrante e interagente del tutto (la natura materiale in cui
vive e Dio creatore) ma allo stesso tempo distinta da tutto ciò
e per questo identificabile nelle sue esigenze e nel suo modo
d’essere. La scienza occidentale ci ha abituati ad approfondire
separatamente diverse conoscenze in favore d’interventi
separati, in direzione di quel mondo complesso e globale che è
l’essere umano. La Psicologia Bhagavata vuole invertire questa
tendenza. E
ssa da sempre inserisce nel proprio modo d’agire una visione del
mondo e dell’uomo basati non su un dualismo corpo-anima o
materia-spirito, non su un dualismo d’aiuto alla persona, non su
un dualismo sapienziale, ma su una visione del mondo organica ed
olistica. La Psicologia Bhagavata è quella realtà che più da
vicino cerca di conoscere l’uomo stesso nella sua interezza, in
quanto totalità organizzata e non semplice somma di parti. La
visione olistica, (dal greco òlos: ‘tutto intero’) permette di
valutare l’essere umano nel suo significato più ampio possibile,
in modo da considerare lo stesso in tutti i suoi aspetti:
spirituali, fisici e psichici.
La Psicologia Bhagavata è una scienza olistica che si rivolge al
pieno benessere della persona; è pertanto rivolta a conoscere la
complessità delle risorse interiori che la persona stessa può
usare per uscire dal suo disagio. La Psicologia Bhagavata cerca
di fare leva su tutte le risorse della persona e tra queste non
può evidentemente escludere la risorsa relativa alla sensibilità
spirituale e a quella religiosa. Se nella psicologia normale
l’oggetto di studio è il comportamento in senso generale con il
quale si può definire l’essere umano, e si basa sul modello
etico-ontologico dello studio sistematico dell’essere, della sua
esistenza, in quanto a ente, la sua natura e funzione, nella
Psicologia Vedica, viceversa il suo oggetto di studio diventa
l’uomo, preso in tutta la sua complessità psicofisica, compresa
la sua dimensione metafisica, spirituale, nella sua interazione
personale con sé stesso, personale con gli altri, personale con
la creazione e del suo rapporto personale, che lo unisce al suo
Creatore (B.G. 4.9-10).
Pertanto questo articolo farà proprio il termine ‘psicologia’,
ma allo stesso tempo, allargherà e completerà il significato
dello stesso, aggiungendo concetti religiosi, spirituali e
teisti, in funzione d’una visione olistica che tenga conto della
strutturazione dell’uomo nel suo insieme, della conoscenza di
Dio e delle sue innumerevoli energie e della relazione che la
Verità Assoluta mette in atto per interagire con le stesse, ma
soprattutto con le Sue particelle singole infinitesimali
(anime). Infine questo articolo è a conoscenza che la normale
psicologia si compone di diverse discipline: la psicologia
sperimentale, la psicologia differenziale, la psicologia
individuale, la psicoanalisi, l’analisi psicologica, la
psicologia infantile, la psicologia sociale, la psicopatologia,
la psicologia storica ecc., ma queste frammentate e limitate
comprensioni non possono apportare alcun beneficio alla persona,
in quanto occorre avere un quadro d’insieme generale che
permetta di riconoscere fin nei minimi dettagli chi è l’uomo,
che ruolo svolge in questa dimensione materiale, la differenza
tra anima e corpo e che nesso esiste tra l’essere umano e il suo
Creatore.
Questa conoscenza è disponibile e si trova conservata in uno
scrigno (i Veda) da sempre ma per indolenza, falso ego
e invidia nei confronti di Dio, questa conoscenza eterna ed
universale è rimasta nel limbo per troppo tempo, senza essere
usata. La Bhagavad-gita così come lo
Srimad-Bhagavatam forniscono informazioni più che
dettagliate sulla natura e sull’attività propria dei sensi,
della mente, dell’intelligenza, della coscienza, dell’anima e di
Dio. La conoscenza vedica in generale è una vastissima
enciclopedia, non solo spirituale ma anche scientifica, e il
ricercatore serio può trovarvi ogni tipo d’informazione perché
corredata all’esistenza stessa dell’uomo.
Rupa Vilasa Das è laureato in teologia e studio comparato delle
religioni, ha un master in pedagogia clinica e uno in psicologia
di consultazione.
Insegna
psicologia nei corsi FSE ed ha un proprio studio di consulenza
psicologica e pedagogica. Per contatti e informazioni:
rupavilasa@bhaktisvarupadamodara.com
(Tratto a Movimento ISKCON)


-
Psicologia dell’assistenza ai malati terminali -
del
Prof. Marco Ferrini
Si tratta del
resoconto, relativo alla conferenza organizzata il 04 ottobre 2003 in
Bologna, presso l'Aula Magna G. Viola - dell'Ospedale S. Orsola Malpighi
con il Patrocinio dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di
Bologna.
Il Prof Marco Ferrini
è Direttore del Dipartimento Accademico del Centro Studi Bhaktivedanta
(Centro specializzato nello studio delle Scienze Tradizionali
dell'India) con sede in Perignano (PI) - WEB:
www.c-s-b.org
-
Il CSB organizza
conferenze, seminari residenziali e seminari E.C.M accreditati dal
Ministero della Salute.
Nell’aula magna G. Viola, della Facoltà di Medicina dell’Università di
Bologna, Marco Ferrini ha intessuto la propria esposizione su alcune
tematiche fondamentali care al pensiero tradizionale indiano, come
quelle relative a vita, morte e identità, per un’analisi volta
all’indagine dell'aspetto psicologico che investe l'uomo nel suo
rapporto con la malattia e con la morte. “Gli interventi chirurgici - ha
esordito il Prof. Ferrini - non sono il nostro campo, né lo è la terapia
chimica del dolore, benché in tal senso avremmo da dire qualcosa anche
noi. Scopo del nostro progetto è quello di impiantare semi di una più
elevata consapevolezza delle facoltà interiori, di svelare un ulteriore
universo coscienziale”. Nell’ambito delle malattie terminali il soggetto
raggiunge talvolta livelli di prostrazione che scaturiscono non soltanto
da cause fisiche ma in buona parte da uno stato di profondo disagio
psicologico. L’individuo, identificandosi con il corpo, vede venir meno
ogni prospettiva di futuro, si percepisce sconfitto dalla malattia e
privato di ogni alternativa positiva. Ma l’immortalità - è stato
spiegato - è un dato concreto, soggettivamente sperimentabile. Al
contrario delle percezioni, l’io superiore, il baricentro della
coscienza e della personalità, non viene mai meno. La consapevolezza di
questa realtà può modificare in maniera decisiva il rapporto con la
sofferenza fisica e psichica, consentendo al paziente e ai suoi cari il
passaggio da un’esperienza traumatica ad un vissuto positivo-costruttivo
del fenomeno morte. “L’intero problema della morte - ha proseguito il
Professore - è basato sulla premessa che noi siamo nati e che questo
qualcuno che è nato deve poi morire. Ma la domanda che dovremmo porci è
la seguente: chi o che cosa è nato? E chi o che cosa muore? Se ci
chiedessimo: “sono sicuro di essere nato”? e considerassimo attentamente
il fatto in sé, vedremmo che a nascere e morire è solo una percezione
del corpo fisico”. La psicologia vedica valorizza la natura ontologica
dell’essere umano e le caratteristiche che attengono al sé, distinto dal
corpo, riconoscendo nell’immortalità l’essenza stessa della vita. Grazie
a questo suo inalienabile attributo, il sé rimane un centro fisso ed
immutabile, attorno a cui ruota una miriade di identificazioni
temporanee, ben inclusi i corpi con il loro apparire (nascita) e il loro
scomparire (morte). L’intervento, che sin dall’inizio ha destato
l’interesse del pubblico, ha proseguito con uno stimolante programma di
domande e risposte, nel corso del quale è stato possibile approfondire
alcune tematiche e mettere a confronto il pensiero tradizionale e quello
scientifico di Oriente ed Occidente.
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