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RELIGIONI
Lo Jainismo
è una corrente
filosofica a forti connotazioni religiose affermatasi nel VI secolo
B.C. grazie a Vaddhamana
(599- 527 B.C.), più
noto come Mahâvira "grande eroe" e considerato
l'ultimo di un guruparampara o
lignaggio di ventiquattro maestri,
noti come Jina o
"vincitori".
Si ritiene che Vaddhamana abbia tratto il suo insegnamento dal
precedente Jina, Paseva, che viene considerato appartenente al IX,
VIII secolo B.C. Figlio del ragià Siddharta e di Trisola, Vaddhamana
nasce a Kundeggana, sobborgo di Verali (oggi Patna nel Bihar); dopo
avere già avuto un figlio, a trent'anni, decide di abbandonare
famiglia e regno, donando le sue ricchezze ai poveri e divenendo un
asceta.
Vaddhamana aggiunse ai quattro precetti di Paseva (non uccidere, non
mentire, non rubare, rinunciare del possesso), la castità e rese
obbligatoria la confessione, prima solo facoltativa.
Raggiunta la suprema conoscenza, dopo dodici anni di penitenza,
costituì una comunità non solo di monaci «Yati», seguaci delle regole
più severe, ma pure di laici o auditori «savaga». Da documenti a noi
pervenuti, apprendiamo che alla sua morte (avvenuta a Pava, presso
Patna, all'età di settantadue anni) la comunità da lui fondata
comprendeva 14.000 asceti, 36 monache, 159.000 laici, 318.000 laiche.
La sua figura per molti versi coincide con quella del Buddha storico,
ed è difficile comprendere se essi siano realmente esistiti o se
addirittura coincidano. Chiaramente i posteri hanno saccheggiato nelle
leggende dei vari culti al fine di costruire e santifica la figura del
loro fondatore. [NdR]
Le 24 tirthankara.
Il Jainismo parte dall'ossessione del karman, di quella sofferenza che
è l'esistenza alla quale l'anima umana è condannata dal gioco senza
fine della trasmigrazione; ma, mentre il brahmanesimo vedeva la
situazione dell'anima senza uscita, il Jainismo intravede l'avvenire
con ottimismo: lo stato di santità del tirthankara «il santo
perfetto», porta alla liberazione dal karman. Il mondo è sottoposto in
effetti a una evoluzione ciclica comprendente fasi alternativamente
felici (utsarpini ) e dolorose (avarsarpini); in ogni ciclo si
rivelano 24 «santi perfetti»: il primo sarebbe stato Risabha che
sarebbe vissuto 8.400.000 anni; il ventitreesimo tirthankara fu Parsva,
morto 250 anni prima di Mahâvira (cioè all'incirca nel 776 a.C.).
Mahâvira è il ventiquattresimo e ultimo tirthankara.
Siva e Aliva.
La realtà è concepita in una visuale dualistica: essa comprende
un principio inanimato, materiale (ajiva) e un principio spirituale (jiva)
.
La sofferenza dell'anima
consiste nell'essere sottomessa a questa composizione, a questo karman
, conseguenza delle vite passate; essa è «insudiciata» di materia. Per
liberarsi dal «karman», bisogna fare uno sforzo personale d’ascetismo:
si raggiunge così lo stato della «non composizione», la beatitudine o,
ancora, il nirvana.
(Differenza con l'induismo:
l'individualità dell'io personale non è assorbita nell'anima
universale, ma conservata allo stadio del nirvana).
Si arriva al nirvana rispettando le quattro regole di Parseva e
aggiungendovi un quinto comandamento: rinunciare ad ogni proprietà
personale. In questa vita di purezza estrema predicata dal Jaina, la
regola dell'ahimsâ - la non violenza - è di gran lunga la più
importante: dei 18 peccati capitali enumerati nei testi, l'atto di
uccidere è il più grave di tutti, anche se la vittima non è che un
minuscolo insetto.
Un giainista rigoroso
non mangia la carne di alcun animale, e filtra persino l'acqua che
beve per paura di ingerire piccoli organismi viventi e di uccidere
senza saperlo o volerlo.
La dottrina.
L'essenza della condotta jainica è costituita da tre gemme: tri-ratna
«la retta fede»; samma-nana «la retta conoscenza»; samma-cariya «la
retta condotta».
Chi vuole giungere alla
liberazione finale «nirvana» deve essere in possesso di tutte e tre
queste facoltà.
• La retta fede. Primo contenuto della retta fede è credere nel
maestro, quale portatore della verità e trionfatore su ogni ostacolo.
I jainisti considerano l'universo eterno, caratterizzato da un
alternarsi di due grandi età
(periodi cosmici) che si
inseguono senza posa: l'Ossapini (quello che scende) e l'Ussapini
(quello che sale);
la prima è l'età
dell'infelicità e della cattiveria, la seconda è l'opposto.
In ciascuna di queste grandi età vengono al mondo periodicamente oltre
a ventiquattro tirthakana (santi perfetti), i dodici cakravantin
(monarchi del Bharatavarsa) e ventisette eroi, tre gruppi di nove
ciascuno: tutti sessantatré sono chiamati salakapurusa (grandi
uomini).
Nella dottrina
jainica non si contempla un Dio creatore dell'universo,
tuttavia è previsto il culto di alcune divinità mutuate al
Pantheon brahaminico.
• La retta conoscenza . Strettamente connessa alla retta fede è
la retta conoscenza, che può essere diretta o indiretta.
Si considerano facenti parte della conoscenza indiretta e, perciò
stesso, imperfetta in quanto mediata:
1) la percezione, o conoscenza attraverso i sensi;
2) la conoscenza attraverso il ragionamento.
Appartengono invece alla conoscenza diretta:
1) la conoscenza trascendentale, o conoscenza dei saggi su presente,
passato e futuro;
2) la conoscenza del pensiero altrui;
3) l'onniscienza o conoscenza assoluta, conoscenza propria dei Jina.
Una volta posti questi principi fondamentali, i Jina hanno elaborato
un sistema di conoscenza delle situazioni e dei fatti che si definisce
dell'indeterminabilità (anckanta-vada), in cui si stabilisce che le
cose sono permanenti per quanto riguarda la sostanza, ma transitorie
per quanto riguarda la qualità e il loro divenire: cioè ogni realtà
può essere vera sotto un aspetto, mentre può essere negata sotto un
altro.
L'anima (Jiva), il principio vivente per eccellenza, è in perenne
movimento sparsa per l'universo ed è pure illimitata conoscenza. Una
volta però imprigionata nel corpo dell'uomo è limitata, a causa dei
pensieri e degli atti compiuti dall'individuo o da altri che ne
appannano lo splendore quasi come un velo (karman), che si sovrappone
condizionandone tutti i movimenti. Solo in seguito a una perfetta
osservanza dei precetti della retta condotta da parte dell'uomo,
l'anima si libera e può ascendere al nirvana.
• La retta condotta. La retta condotta, terzo elemento
essenziale di questa dottrina, riguarda fondamentalmente le due grandi
distinzioni tra i seguaci dello Jainismo:
quella degli asceti (yati) e
quella dei laici (savaga).
I primi sono i monaci
sottoposti a una vita caratterizzata da una stretta osservanza dei
cinque precetti giainici, mentre i secondi sono tutti gli osservanti,
i quali, pur riconoscendosi nella dottrina, non sono in grado di
sottomettersi alla dura disciplina di questa fede.
Le sculture sacre del Jainismo e gli scismi.
La Parola di Mahâvira fu fedelmente conservata sotto forma di
tradizione orale e trascritta circa 300 anni prima di Cristo; ma il
testo scritto apparve sotto la sua forma definitiva soltanto nel VI
secolo d.C.
(la lingua degli scritti
jainisti è un antico dialetto dell'India, l'ardhamâgadhi ).
Come ogni altra religione, anche il Jainismo registrò nell'epoca
seguente al Mahâvira, scismi, il più importante dei quali fu quello
tra il 72 e l'89 d.C., che trova la sua origine in un avvenimento del
sesto secolo a.C.
Nel 360 a.C., una parte della comunità jainica, guidata dall'illustre
monaco Bhaddabahu, emigrò nel sud a causa di una grande
carestia. Al loro ritorno gli emigrati non vollero riconoscere la
codificazione dei testi sacri operata dal concilio di Pataliputra,
tenutosi nel 30 a.C. dagli antichi correligionari rimasti in patria
sotto la guida del monaco Thulabhadda, né vollero adattarsi ad
abbandonare la nudità, abitudine favorita dal clima caldo incontrato
nel sud, contrariamente agli altri che indossavano una veste bianca.
Di qui lo scisma che divise i «vestiti di aria» (digambara) dai
«vestiti di bianco» (svetambara).
Con il tempo, anche la redazione del Canone operata nel concilio di
Pataliputra, che i digambara avevano rinnegato, venne perdendo
diffusione e sarebbe scomparsa se nel quinto secolo dopo Cristo, un
monaco non avesse provveduto a una nuova elaborazione. Il Canone,
chiamato comunemente Siddharta o Agama, consta di varie parti: i
dodici anga (membra); i dodici upanga (sottoanga); i dieci painna
(brani sparsi); i sei cheyasutta (regole particolari); i due sutta
(regole); i quattro malasutra (regole fondamentali).
La dottrina jainica subì anche l'influenza dell'islamismo, cosa che
diede origine alla setta dei lonka, che ripudiò il Canone da cui nel
secolo diciottesimo, ebbero origine gli Sthanakvarin, che ripudiarono
le immagini e il pellegrinaggio.
Jainismo e Buddismo.
Le principali differenze tra Jainismo e buddismo si
riferiscono alla concezione metafisica
(anima e
indeterminabilità dell'Essere)
nonché alla teoria della
conoscenza.
Grandissima differenza inoltre si ha nell'idea del nirvana,
indeterminato, oscuro,
enigmatico nel buddismo, chiarissimo e definito nel Jainismo.
I jainisti, attualmente in numero di circa un milione e mezzo, sono
sparsi particolarmente nel Panjab, nel Gujarat, nel Bengala e in
generale in tutte le grandi città dell'India.
Lo spirito dei suoi seguaci, non incline ad un'attiva propaganda e ad
imprimere il senso di universalità alla loro fede, permise loro
(contrariamente a quanto avvenne per il buddismo) di mantenersi in
India in numero non troppo diverso dal passato. I loro templi, che
sono tra le migliori opere architettoniche dell'India
(notevolissimi due di monte
Abu nel Rajputana), si innalzano in particolare nell'India
settentrionale.
I jainisti, dai quali non è ripudiata l’organizzazione castale,
si occupano prevalentemente di banche e di ogni sorta di commercio,
che non richieda uccisione di animali o distruzione di vegetali, cioè
escludono dalle loro attività l'agricoltura, perché l'aratro semina
morte.
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IL JAINISMO
la più antica Dottrina della
Nonviolenza Universale
“VIVI E LASCIA VIVERE.
AMA TUTTI.
SERVI TUTTI.”
Questa è la fondamentale proposizione dottrinale jainista.
La spiritualità jainista si basa sulla regola aurea dell’AHIMSA, il
rispetto attivo nei confronti di ogni singola vita, animale o
vegetale, che è divina e sacra e contiene un’anima individuale eterna,
potenzialmente perfetta e santa, che aspira a liberarsi dai vincoli
con la materia.
Ne deriva che la condotta del Jaina sia estremamente rigorosa
nell’osservanza del Vegetarismo, del pacifismo, della tolleranza,
della protezione della creazione e delle creature, dell’altruismo.
Nel Jainismo non vi sono sacerdoti, gerarchie, un organismo centrale,
un papa, né si trovano dogmi o intermediari. Il fatto che qui non vi
sia la possibilità di delegare le proprie responsabilità e le proprie
mancanze a un confessionale, a un intermediario, o a un qualunque
rituale religioso, sottende un impegno nella condotta e nella fede
rigoroso, tutto personale, individuale, in prima linea con sé stessi e
con la propria coscienza.
Il Jainismo è una Dottrina spirituale ateista, nel senso che rifiuta
scientificamente ed empaticamente l'idea di un creatore increato, di
un primo motore immobile, ritenendola illogica ed inutile per il
progresso spirituale. Ognuno può aspirare alla deità: il Jainismo
riconosce infatti numerosissimi Dei, intesi come esseri umani
autoliberatisi grazie ai propri sforzi personali.
Il divino, il sacro, è nella vita, anzi E’ la vita stessa.
Ovunque vi sia un’espressione vivente, animale o vegetale, così come
anche la terra, l’acqua, il vento, la rugiada, ……… lì si trova il
sacro, senza bisogno di cercarlo altrove, chissà dove…
La metafisica jainista attribuisce grande importanza alla logica sul
piano cognitivo; viene data una spiegazione scientifica, codificata
nei minimi particolari, dell’origine e del divenire degli universi,
eterni ed increati, in cui si dimostra che l’anima non nasce e non
muore, ma migra di corpo in corpo fino alla Liberazione, che può
essere ottenuta soltanto disgregando i frutti dei propri karma (sia i
karma auspicali che i karma nefasti), emancipandosi, cioè, in modo
autentico, dagli attaccamenti e dalle avversioni....
Oltre all’AHIMSA, altre due regole fondamentali per i Jaina sono: la
Dottrina del "Non-assolutismo” e della molteplicità dei punti di vista
(“Anekantavada” e "Syadvada") e la “Costante Vigilanza”.
La Dottrina del "Non-assolutismo” e della molteplicità dei punti di
vista insegna ad allargare il proprio punto di vista, la propria
prospettiva di giudizio, e a vedere in ogni affermazione, pensiero,
credo, contemporaneamente una parte di vero, di non vero, di
descrivibile e di indescrivibile. L’adozione di questa Dottrina apre
la mente ed il cuore dell’individuo a un reale ecumenismo e al
superamento di ogni differenza di religione, di pensiero, di
appartenenza.....
La prescrizione della “Costante Vigilanza”, richiede al Jaina di non
allentare mai la propria attenzione nei confronti del rispetto per le
altre vite e nei confronti dell’applicazione dell’AHIMSA. E’ detto che
un individuo costantemente vigile è sempre nonviolento, anche quando,
per una circostanza imponderabile, causa involontariamente una
violenza; mentre un individuo disattento è sempre violento nel suo
cuore, anche quando non causa direttamente violenza.
Il rispetto attivo per gli animali e per la natura è, quindi, il
fondamento stesso dell’etica jainista.
Presso le comunità e i templi Jainisti gli animali non devono temere
per la propria incolumità; anzi, accanto ai templi si trovano spesso i
"Panjarapole", rifugi per animali anziani o feriti, e centri
veterinari sovvenzionati dalle comunità dei laici, che si occupano,
inoltre, del mantenimento e della protezione dei monaci e degli
asceti, dei templi, delle biblioteche e degli ostelli.
Non di rado, i Jaina acquistano animali dai macelli per dare loro
salvezza e ricovero.
Un aspetto interessante della devozione jainista è che questa non è
concepibile per l’ottenimento di miglioramenti spirituali o materiali;
per i devoti Jaina non è pensabile un’adorazione volta all’ottenimento
di benefici, grazie o miracoli; la riverenza ai ventiquattro Saggi ("Tirthankara",
esseri umani illuminati ed autoliberatisi) è fine a sé stessa. I
Tirthankara non possono essere toccati dalle umane sollecitazioni;
loro compito è essenzialmente quello di indicatori della giusta via
verso la Liberazione. Ogni progresso personale può avvenire unicamente
grazie agli sforzi, alla condotta e all’impegno del singolo individuo.
Contrariamente a quanto accade presso altre religioni, dove il salire
nelle gerarchie ecclesiastiche comporta un sempre maggiore prestigio,
maggiore ricchezza di paramenti, e vistosi miglioramenti materiali ed
esteriori, nel Jainismo, con il progredire dell’evoluzione sul piano
spirituale, aumentano le rinunce e le restrizioni.
I monaci e le monache (“Svetambara” o “Saddhi”) possiedono solo un
abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un
bastone, una scopa per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima
di sedersi e coricarsi, e una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai
batteri dell’aria.
Gli asceti “Digambara” (= “Vestito di cielo”), che sono generalmente i
più anziani, i più eruditi sulle Scritture, i più perfetti sul piano
della condotta, della fede e della conoscenza, non possiedono nulla:
né abito, né dimora, né lavoro, né famiglia, né amici, né ciotola, ma
solo la scopa, un contenitore per l'acqua con cui lavarsi i piedi
prima di entrare nei templi, e la pezzuola sulla bocca; essi
elemosinano il cibo e l’acqua da bere nell'incavo delle mani.
I monaci e gli asceti, oltre a non cibarsi di alcun animale, non si
cibano neppure di tutte quelle creature vegetali che contengono
princìpi di vita (estirpando le quali si uccide l'intera pianta), e
quindi l’anima: bulbi, germogli, radici, patate, ....., e neppure
miele, prodotto mettendo in pericolo la vita delle api.
Il termine “Jaina” significa “Vittorioso” e designa colui che ha vinto
sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo, sul materialismo,
sulle passioni....
L’origine del Jainismo si perde nella notte dei tempi; sono noti al
mondo gli ultimi ventiquattro Saggi “Tirthankara” ( = “Costruttori del
ponte”) che reiterarono i fondamenti della Dottrina, il più recente
dei quali, Mahavira, al quale si riconosce personalità storica, visse
in India intorno al 600 a.C..
Mahavira era contemporaneo di Siddhartha Gautama il Buddha; come lui
figlio di un raja, decise di ritirarsi per meditare sulla natura
dell’anima, raggiungendo il Nirvana, pare, con vent’anni di anticipo
sul Buddha.
Sia Buddha che Mahavira si opposero al vedismo a causa della divisione
in caste e dei sacrifici animali. A differenza del Buddhismo (dove
esiste un’anima universale “io-Tutto”), nel Jainismo ogni vivente è
dotato di un’anima individuale; inoltre, per il Jainismo è
indispensabile rinunciare completamente al corpo attraverso la
"Dottrina del Distacco" per compiere il proprio processo di
Liberazione, mentre il Buddha, dopo aver seguito per molti anni il
modello ascetico, scelse la “via di mezzo”.
Attualmente il Jainismo conta circa dieci milioni di aderenti, fra
laici, monaci e asceti, quasi tutti in India e negli Stati Uniti
d’America; gruppi di Jaina iniziano a esistere in Inghilterra e Nord
Europa.
Credo che, in tempi di indifferenza e di lassismo dell’etica, dello
spirito e della morale, il rigoroso messaggio jainista possa scuotere
le coscienze dal torpore colpevole in cui sembrano ristagnare ed
indicare un attivismo nobilitante e ottimista, in profonda sintonia
con la creazione e con le creature.
Credo che ciascuno possa diventare nel proprio cuore un Jaina, ma non
senza quel radicale cambiamento di natura che l’adesione al
comandamento dell’AHIMSA comporta!
Del resto, non è necessario accettare la dottrina delle reincarnazione
per accostarsi al Vegetarismo: è sufficiente far visita a un macello……
Maria Luisa Tornotti, nel suo “La non violenza nella cultura indiana
dai Veda a Gandhi” afferma “il Giainismo rappresenta il massimo
tentativo che sia mai stato messo in atto per ridurre o annullare la
violenza”.
Con l’avvento dell’industrializzazione dello sfruttamento e della
violenza sugli animali, i Jaina si sono spinti ancora oltre, compiendo
un passo deciso nella direzione di una Nonviolenza pratica quotidiana
ancor più rigorosa. I Jaina hanno pubblicato, nel 2000, in India e in
U.S.A., un volume di aggiornamento dottrinale jainista, nel quale
viene evidenziata la necessità irrinunciabile di abolire il consumo
non solo delle carni degli animali, ma anche di tutti quei prodotti
derivanti da grande violenza e sfruttamenti sugli animali, come il
latte, le uova, i formaggi, il burro. Questo volume, THE BOOK OF
COMPASSION, è stato tradotto da Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti
e pubblicato in Italia nel 2002 dall'Editore COSMOPOLIS, "IL JAINISMO,
LA PIU' ANTICA DOTTRINA DELLA NONVIOLENZA, DELLA COMPASSIONE E
DELL'ECOLOGIA".
Le già severe restrizioni alimentari prescritte dalla Dottrina
jainista sono state così sottoposte ad una revisione critica
nell’ottica di una attualizzazione dell’adesione alla regola dell’Ahimsa,
tutta calata nei nostri giorni.
La grande maggioranza dei gruppi religiosi, a causa del dilagante
degrado della morale e della spiritualità, allenta la propria dottrina
al fine di meglio adattarla alle modernità, alla società tecnologica e
al rapido susseguirsi di cambiamenti sociali, culturali e di costume.
Coraggiosamente, con il rigore che da sempre li contraddistingue, i
Jaina, in seguito alla creazione dell’”animale-macchina”, stanno
adottando per sé stessi e per la propria condotta quotidiana regole
sempre più rigorose.
E’ così che, attualmente, i monaci jainisti stanno, per esempio,
sostituendo il latte (utilizzato in alcuni rituali all’interno dei
templi) con il latte di soja e il latte di riso.
A chi si stupisse di ciò, probabilmente non è ancora capitato di
vedere o di leggere che cosa accade alle bovine "da latte" o alle
galline "ovaiole" all’interno degli allevamenti intensivi!.....
Tali restrizioni valgono per la dieta quotidiana sia dei monaci sia
dei laici.
Se scrutiamo la realtà nascosta e segreta dell’industria del latte e
dell’industria delle uova, vediamo quanto questo modello di
comportamento – che, a mio parere e per esperienza personale, è solo
apparentemente estremo o di difficile attuazione – sia, all’atto
pratico, l’unico modo possibile per vivere pienamente e fino in fondo
la regola d’oro dell’Ahimsa, oggi!....
Credo che, attualmente, il Jainismo sia l’unico ambito spirituale a
suggerire così decisamente l’alimentazione Vegan (altrimenti detta
Vegetaliana) quale massima espressione di una Nonviolenza pienamente
vissuta.
Di seguito alcuni significativi versetti tratti dal SAMAN SUTTAM, il
Canone della Spiritualità Jainista, pubblicato nel maggio 2001 da
Mondadori:
(147) E’ caratteristica essenziale di ogni uomo saggio che non uccida
alcun Essere Vivente! Senza dubbio, un individuo dovrebbe comprendere
semplicemente i due principi chiamati Non-violenza ed Eguaglianza
verso qualsiasi Essere Vivente.
(148) Tutti gli Esseri Viventi vogliono vivere e non morire; per
questo le persone completamente prive di attaccamenti (Nirgranthas)
proibiscono l’uccisione degli Esseri Viventi.
(149) In tutti i casi, sia consapevolmente che inconsapevolmente, un
individuo non dovrebbe mai uccidere gli altri Esseri Viventi -mobili o
immobili- di questo mondo, né permettere ad altri di ucciderli.
(150) Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli
altri. Conoscendo questo principio di Eguaglianza, tratta sempre gli
altri con Rispetto e Compassione.
(151) Uccidere un Essere Vivente è come uccidere sé stessi; mostrare
compassione ad un Essere Vivente è come mostrarla a se stessi. Colui
che desidera il proprio bene, dovrebbe evitare di causare qualsiasi
tipo di danno ad un altro Essere Vivente!
(152) L’Essere Vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso;
l’Essere Vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso.
(154) Anche la sola intenzione di uccidere causa la schiavitù del
karma, sia che tu uccida sia che tu non uccida; dal punto di vista
reale, la natura di chi manifesta l’intenzione di uccidere è schiava
del karma.
(155) Sia il non astenersi dalla violenza, che l’intenzione di
commetterla, è himsa (violenza).
Anche il comportamento non costantemente vigile a causa delle
passioni, equivale a himsa.
(156) La persona saggia è quella che lotta sempre per sradicare i suoi
karma e che non è attratta da himsa. Uno che si sforza fermamente di
rimanere non-violento è, dal punto di vista reale, ‘uno che non causa
uccisioni’.
(157) Secondo le Scritture l’individuo è sia violento che
non-violento. Quando l’individuo è attento e vigile sulla propria
condotta, è non-violento; quando si distrae, è violento.
(158) Non esiste una montagna più alta del Meru; non esiste niente di
più esteso del cielo; ugualmente, si sa che non esiste in questo mondo
una religione più grande della Religione dell’Ahimsa!
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Jainismo

Il Jainismo è una
religione che è molto diffusa in India, il cui germoglio lo si può
trovare nel Buddismo. Questo aspetto del Buddismo è veramente
ammirabile specialmente nel suo insegnamento: "L'innocuità è la sola
religione".
I Jaini sono vegetariani, ma oltre a ciò non fanno del
male neanche alla più piccola forma di vita. Tanti fra loro stanno
attenti a non fare del male perfino agli scarafaggi, alle zanzare,
le formiche, le api, scorpioni e serpenti che si trovano così spesso
nei paesi tropicali. Tutta la loro morale è basata sul principio
dell'innocuità, e i loro preti fanno ancora meno male degli altri
seguaci del Jainismo.
Per nuocere ancora meno evitano di
portare delle scarpe, e con ciò evitano due mali - uno è che il
cuoio che viene usato per fare le scarpe causa la morte di cosi
tante vite e l'altro che camminando con delle scarpe si schiacciano
e uccidono più vite che camminando a piedi nudi. Alcuni fra di loro
sono visti con un piccolo pezzo di tela legato sulla bocca, perché
camminando con la bocca aperta, come così tanti fanno, così tante
piccolissime vite sono attirate dentro la bocca. C'è anche
un'altra ragione, cioè trattenersi il più possibile dal parlare. Per
lo più la disarmonia e tanti altri difetti sono causati dalla
loquacità, che è spesso inutile.
Regole
etiche di vita

I
precetti fondamentali del Buddhismo, per quanto riguarda le regole
etiche di vita (sila) sono divisi in tre gruppi: i cinque
divieti, gli otto comandamenti e le dieci condotte morali. In
pratica si tratta degli stessi comandamenti, cui ogni volta se ne
aggiungono altri.
I cinque
divieti sono:
- non uccidere
alcun essere vivente,
- non prendere
l'altrui proprietà,
- non toccare
la donna altrui,
- non dire
menzogne,
- non bere
bevande inebrianti.
Gli otto
comandamenti includono i suddetti cinque divieti, cui se ne
aggiungono altri tre:
- non mangiare
cibo nei tempi non dovuti;
- astieniti
dal canto, dalla danza, dalla musica e da ogni spettacolo indecente;
non ornare la tua persona con ghirlande, profumi e unguenti;
- non usare
sedili alti e lussuosi.
Gli ultimi
due precetti morali sono:

- non
adoperare letti grandi e confortevoli;
- non
commerciare cose d'oro e d'argento.
Naturalmente
questi precetti diventano tanto più esigenti quanto più uno cerca di
purificarsi spiritualmente: il divieto di uccidere si estende fino a
tutti gli animali, nessuno escluso; l'acqua può essere bevuta solo
se filtrata; non si può usare l'aratro perché potrebbe ferire i
vermi della terra; la castità deve essere completa; la povertà dev'essere
assoluta ecc.È bene però precisare che per raggiungere la
Liberazione, più che una vita moralmente ineccepibile, la quale al
massimo può dar luogo a un buon karman, il Buddhista deve
dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica disciplina
ascetica (yoga), la cui esperienza in un certo senso va al di là di
ogni morale. L'io deve liberarsi dell'Illusione circa la realtà del
mondo e soprattutto circa la sua personalità, per sprofondare nel
"non-io", nel "non-essere".
Virtù morali

Quanto alle
virtù morali che deve seguire il Buddhista, esse in sostanza si
riducono a quattro:
- compassione
(percepire dentro di sé la gioia e il dolore dell'altro);
- amorevolezza
verso tutti gli esseri viventi;
- letizia e
considerazione del lato positivo delle cose;
- imparzialità
nel considerare la realtà
La condizione della donna

Durante la sua
predicazione, il Buddha sostenne sempre una fondamentale misoginia,
al pari di tutti i filosofi dell'antichità. La donna era vista come
una fonte di tentazione del tutto incompatibile con la vita
ascetica; essa ovviamente non veniva condannata come persona, ma
piuttosto come potere di seduzione che porta a quell'attaccamento
per la vita che, attraverso le generazioni, perpetua la condizione
di "essere nel mondo" e vincola, di conseguenza, l'individuo al suo
dolore, alla sua cieca ignoranza, alla ruota delle rinascite. Poiché
l'amore e l'unione sono -secondo Buddha- le forme più primordiali
in cui si manifesta la sete di vita, il Buddhismo classico non
poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al Nirvana:
l'unica condizione, per una donna, era quella di estinguere in sé
tutto ciò che è femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare
un pensiero maschile al fine di poter rinascere come "uomo". Solo
dopo molte discussioni e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere
le donne fra i suoi discepoli, in comunità ovviamente separate,
soggette a regole analoghe e, in più, alla sorveglianza da parte
dell'abate della più vicina comunità monastica maschile, con
l'obbligo inoltre di obbedire ai monaci maschi di qualunque età. A
queste condizioni era possibile anche per loro raggiungere il
Nirvana. Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col
tempo, fino al punto che si è cominciato a produrre, sul piano
artistico, delle figure mitiche del Buddha con aspetti femminili. Va
detto tuttavia che il Buddhismo non interviene negli aspetti della
quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali della vita, come
il matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si basano sempre su
usanze locali. Le regole di condotta previste dal Buddhismo per la
vita matrimoniale sono essenziali, basate sostanzialmente sul buon
senso e quindi praticabili da chiunque.
Fiaba buddhista ( Il dono
più prezioso)
Seduto
sotto un grande albero fiorito, il Buddha insegnava fin dal primo
mattino, e centinaia e centinaia di persone venivano ad ascoltare le
sue parole. Posata accanto a lui, teneva una campanella di
cristallo. Un giorno un discepolo gli domandò a che cosa servisse
quella campanella . - La farò tintinnare quando si presenterà qui
una persona di grande generosità, - rispose il Buddha.

Queste
sagge parole giunsero all' orecchio di un re molto potente.- Sarò
coperto di gloria se il Buddha in persona mi designerà come l'uomo
più generoso, - pensò. Il
sovrano fece caricare sulla groppa di dieci elefanti delle enormi
ceste traboccanti di pietre preziose, stoffe rare e monete d'oro e
d'argento. Poi si mise in cammino per deporre quelle offerte ai
piedi del Buddha. Lungo la strada, incontrò una mendicante che
camminava a piedi nudi nella polvere. Uno dei servi del re ebbe
pietà di tanta miseria e versò nelle mani della povera donna una
piccola manciata di riso. Anche la donna desiderava con tutto il
cuore offrire un dono al Buddha, ma non aveva nulla da dargli.
All'apparire del re con il suo corteo di elefanti, la folla gli fece
largo, abbagliata. Il re ordinò ai suoi uomini di rovesciare il
contenuto delle ceste davanti al saggio: mai prima di allora un
simile tesoro si era visto brillare sotto il sole.

Buddha
fece un cenno al sovrano e lo invitò a sedersi tra i suoi discepoli. Il
monarca aspettava, orgoglioso, che il suo gesto generoso gli venisse
riconosciuto, ma nessun suono venne a turbare la pace della sera.
Subito dopo, la vecchia donna coperta di stracci riuscì a farsi
largo fra i presenti e si presentò davanti al saggio. Nella mano
tremula stringeva la manciata di riso, che depose con umiltà ai
piedi del Buddha. Il saggio la ringraziò e fece tintinnare
gioiosamente la campana di cristallo. Indignato, il re si alzò in
piedi: come poteva quella misera manciata di riso avere più valore
della fulgida montagna di gemme che lui aveva offerto? Buddha prese
tra le sue le mani la vecchia donna e dichiarò alla folla in attesa:
- Vedo che siete sorpresi. Eppure questa donna è la più generosa. Il
re è immensamente ricco, mi ha offerto una parte delle sue ricchezze
e io lo ringrazio.

Ma
questa donna è povera e ha fame. Questa manciata di riso è tutto ciò
che possiede. Il suo piccolo dono offerto con cuore sincero ha molto
più valore di un grande tesoro. E il Buddha versò nelle mani rugose
della donna due grosse manciate di diamanti

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