RELIGIONI


Lo Jainismo

 è una corrente filosofica a forti connotazioni religiose affermatasi nel VI secolo B.C. grazie a Vaddhamana

 (599- 527 B.C.), più noto come Mahâvira "grande eroe" e considerato

l'ultimo di un guruparampara o lignaggio di ventiquattro maestri,

 noti come Jina o "vincitori".

Si ritiene che Vaddhamana abbia tratto il suo insegnamento dal precedente Jina, Paseva, che viene considerato appartenente al IX, VIII secolo B.C. Figlio del ragià Siddharta e di Trisola, Vaddhamana nasce a Kundeggana, sobborgo di Verali (oggi Patna nel Bihar); dopo avere già avuto un figlio, a trent'anni, decide di abbandonare famiglia e regno, donando le sue ricchezze ai poveri e divenendo un asceta.

Vaddhamana aggiunse ai quattro precetti di Paseva (non uccidere, non mentire, non rubare, rinunciare del possesso), la castità e rese obbligatoria la confessione, prima solo facoltativa.

Raggiunta la suprema conoscenza, dopo dodici anni di penitenza, costituì una comunità non solo di monaci «Yati», seguaci delle regole più severe, ma pure di laici o auditori «savaga». Da documenti a noi pervenuti, apprendiamo che alla sua morte (avvenuta a Pava, presso Patna, all'età di settantadue anni) la comunità da lui fondata comprendeva 14.000 asceti, 36 monache, 159.000 laici, 318.000 laiche.

La sua figura per molti versi coincide con quella del Buddha storico, ed è difficile comprendere se essi siano realmente esistiti o se addirittura coincidano. Chiaramente i posteri hanno saccheggiato nelle leggende dei vari culti al fine di costruire e santifica la figura del loro fondatore. [NdR]

Le 24 tirthankara.


Il Jainismo parte dall'ossessione del karman, di quella sofferenza che è l'esistenza alla quale l'anima umana è condannata dal gioco senza fine della trasmigrazione; ma, mentre il brahmanesimo vedeva la situazione dell'anima senza uscita, il Jainismo intravede l'avvenire con ottimismo: lo stato di santità del tirthankara «il santo perfetto», porta alla liberazione dal karman. Il mondo è sottoposto in effetti a una evoluzione ciclica comprendente fasi alternativamente felici (utsarpini ) e dolorose (avarsarpini); in ogni ciclo si rivelano 24 «santi perfetti»: il primo sarebbe stato Risabha che sarebbe vissuto 8.400.000 anni; il ventitreesimo tirthankara fu Parsva, morto 250 anni prima di Mahâvira (cioè all'incirca nel 776 a.C.). Mahâvira è il ventiquattresimo e ultimo tirthankara.

Siva e Aliva.


La realtà è concepita in una visuale dualistica: essa comprende un principio inanimato, materiale (ajiva) e un principio spirituale (jiva) .

La sofferenza dell'anima consiste nell'essere sottomessa a questa composizione, a questo karman , conseguenza delle vite passate; essa è «insudiciata» di materia. Per liberarsi dal «karman», bisogna fare uno sforzo personale d’ascetismo: si raggiunge così lo stato della «non composizione», la beatitudine o, ancora, il nirvana.

 (Differenza con l'induismo: l'individualità dell'io personale non è assorbita nell'anima universale, ma conservata allo stadio del nirvana).
Si arriva al nirvana rispettando le quattro regole di Parseva e aggiungendovi un quinto comandamento: rinunciare ad ogni proprietà personale. In questa vita di purezza estrema predicata dal Jaina, la regola dell'ahimsâ - la non violenza - è di gran lunga la più importante: dei 18 peccati capitali enumerati nei testi, l'atto di uccidere è il più grave di tutti, anche se la vittima non è che un minuscolo insetto.

 Un giainista rigoroso non mangia la carne di alcun animale, e filtra persino l'acqua che beve per paura di ingerire piccoli organismi viventi e di uccidere senza saperlo o volerlo.

La dottrina.


L'essenza della condotta jainica è costituita da tre gemme: tri-ratna «la retta fede»; samma-nana «la retta conoscenza»; samma-cariya «la retta condotta».

 Chi vuole giungere alla liberazione finale «nirvana» deve essere in possesso di tutte e tre queste facoltà.


La retta fede. Primo contenuto della retta fede è credere nel maestro, quale portatore della verità e trionfatore su ogni ostacolo. I jainisti considerano l'universo eterno, caratterizzato da un alternarsi di due grandi età

(periodi cosmici) che si inseguono senza posa: l'Ossapini (quello che scende) e l'Ussapini (quello che sale);

 la prima è l'età dell'infelicità e della cattiveria, la seconda è l'opposto.


In ciascuna di queste grandi età vengono al mondo periodicamente oltre a ventiquattro tirthakana (santi perfetti), i dodici cakravantin (monarchi del Bharatavarsa) e ventisette eroi, tre gruppi di nove ciascuno: tutti sessantatré sono chiamati salakapurusa (grandi uomini).

 Nella dottrina jainica non si contempla un Dio creatore dell'universo, tuttavia è previsto il culto di alcune divinità mutuate al Pantheon brahaminico.


• La retta conoscenza . Strettamente connessa alla retta fede è la retta conoscenza, che può essere diretta o indiretta.
Si considerano facenti parte della conoscenza indiretta e, perciò stesso, imperfetta in quanto mediata:
1) la percezione, o conoscenza attraverso i sensi;
2) la conoscenza attraverso il ragionamento.
Appartengono invece alla conoscenza diretta:
1) la conoscenza trascendentale, o conoscenza dei saggi su presente, passato e futuro;
2) la conoscenza del pensiero altrui;
3) l'onniscienza o conoscenza assoluta, conoscenza propria dei Jina.
Una volta posti questi principi fondamentali, i Jina hanno elaborato un sistema di conoscenza delle situazioni e dei fatti che si definisce dell'indeterminabilità (anckanta-vada), in cui si stabilisce che le cose sono permanenti per quanto riguarda la sostanza, ma transitorie per quanto riguarda la qualità e il loro divenire: cioè ogni realtà può essere vera sotto un aspetto, mentre può essere negata sotto un altro.
L'anima (Jiva), il principio vivente per eccellenza, è in perenne movimento sparsa per l'universo ed è pure illimitata conoscenza. Una volta però imprigionata nel corpo dell'uomo è limitata, a causa dei pensieri e degli atti compiuti dall'individuo o da altri che ne appannano lo splendore quasi come un velo (karman), che si sovrappone condizionandone tutti i movimenti. Solo in seguito a una perfetta osservanza dei precetti della retta condotta da parte dell'uomo, l'anima si libera e può ascendere al nirvana.


• La retta condotta. La retta condotta, terzo elemento essenziale di questa dottrina, riguarda fondamentalmente le due grandi distinzioni tra i seguaci dello Jainismo:

quella degli asceti (yati) e quella dei laici (savaga).

 I primi sono i monaci sottoposti a una vita caratterizzata da una stretta osservanza dei cinque precetti giainici, mentre i secondi sono tutti gli osservanti, i quali, pur riconoscendosi nella dottrina, non sono in grado di sottomettersi alla dura disciplina di questa fede.
Le sculture sacre del Jainismo e gli scismi.
La Parola di Mahâvira fu fedelmente conservata sotto forma di tradizione orale e trascritta circa 300 anni prima di Cristo; ma il testo scritto apparve sotto la sua forma definitiva soltanto nel VI secolo d.C.

 (la lingua degli scritti jainisti è un antico dialetto dell'India, l'ardhamâgadhi ).


Come ogni altra religione, anche il Jainismo registrò nell'epoca seguente al Mahâvira, scismi, il più importante dei quali fu quello tra il 72 e l'89 d.C., che trova la sua origine in un avvenimento del sesto secolo a.C.
Nel 360 a.C., una parte della comunità jainica, guidata dall'illustre monaco Bhaddabahu, emigrò nel sud a causa di una grande carestia. Al loro ritorno gli emigrati non vollero riconoscere la codificazione dei testi sacri operata dal concilio di Pataliputra, tenutosi nel 30 a.C. dagli antichi correligionari rimasti in patria sotto la guida del monaco Thulabhadda, né vollero adattarsi ad abbandonare la nudità, abitudine favorita dal clima caldo incontrato nel sud, contrariamente agli altri che indossavano una veste bianca. Di qui lo scisma che divise i «vestiti di aria» (digambara) dai «vestiti di bianco» (svetambara).
Con il tempo, anche la redazione del Canone operata nel concilio di Pataliputra, che i digambara avevano rinnegato, venne perdendo diffusione e sarebbe scomparsa se nel quinto secolo dopo Cristo, un monaco non avesse provveduto a una nuova elaborazione. Il Canone, chiamato comunemente Siddharta o Agama, consta di varie parti: i dodici anga (membra); i dodici upanga (sottoanga); i dieci painna (brani sparsi); i sei cheyasutta (regole particolari); i due sutta (regole); i quattro malasutra (regole fondamentali).
La dottrina jainica subì anche l'influenza dell'islamismo, cosa che diede origine alla setta dei lonka, che ripudiò il Canone da cui nel secolo diciottesimo, ebbero origine gli Sthanakvarin, che ripudiarono le immagini e il pellegrinaggio.

Jainismo e Buddismo.


Le principali differenze tra Jainismo e buddismo si riferiscono alla concezione metafisica

 (anima e indeterminabilità dell'Essere)

 nonché alla teoria della conoscenza.
Grandissima differenza inoltre si ha nell'idea del nirvana,

indeterminato, oscuro, enigmatico nel buddismo, chiarissimo e definito nel Jainismo.

I jainisti, attualmente in numero di circa un milione e mezzo, sono sparsi particolarmente nel Panjab, nel Gujarat, nel Bengala e in generale in tutte le grandi città dell'India.
Lo spirito dei suoi seguaci, non incline ad un'attiva propaganda e ad imprimere il senso di universalità alla loro fede, permise loro (contrariamente a quanto avvenne per il buddismo) di mantenersi in India in numero non troppo diverso dal passato. I loro templi, che sono tra le migliori opere architettoniche dell'India

(notevolissimi due di monte Abu nel Rajputana), si innalzano in particolare nell'India settentrionale.
I jainisti, dai quali non è ripudiata l’organizzazione castale, si occupano prevalentemente di banche e di ogni sorta di commercio, che non richieda uccisione di animali o distruzione di vegetali, cioè escludono dalle loro attività l'agricoltura, perché l'aratro semina morte.
 

 

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IL  JAINISMO

la più antica Dottrina della
Nonviolenza Universale


“VIVI E LASCIA VIVERE.

AMA TUTTI.

SERVI TUTTI.”

Questa è la fondamentale proposizione dottrinale jainista.

La spiritualità jainista si basa sulla regola aurea dell’AHIMSA, il rispetto attivo nei confronti di ogni singola vita, animale o vegetale, che è divina e sacra e contiene un’anima individuale eterna, potenzialmente perfetta e santa, che aspira a liberarsi dai vincoli con la materia.

Ne deriva che la condotta del Jaina sia estremamente rigorosa nell’osservanza del Vegetarismo, del pacifismo, della tolleranza, della protezione della creazione e delle creature, dell’altruismo.

Nel Jainismo non vi sono sacerdoti, gerarchie, un organismo centrale, un papa, né si trovano dogmi o intermediari. Il fatto che qui non vi sia la possibilità di delegare le proprie responsabilità e le proprie mancanze a un confessionale, a un intermediario, o a un qualunque rituale religioso, sottende un impegno nella condotta e nella fede rigoroso, tutto personale, individuale, in prima linea con sé stessi e con la propria coscienza.

Il Jainismo è una Dottrina spirituale ateista, nel senso che rifiuta scientificamente ed empaticamente l'idea di un creatore increato, di un primo motore immobile, ritenendola illogica ed inutile per il progresso spirituale. Ognuno può aspirare alla deità: il Jainismo riconosce infatti numerosissimi Dei, intesi come esseri umani autoliberatisi grazie ai propri sforzi personali.

Il divino, il sacro, è nella vita, anzi E’ la vita stessa.

Ovunque vi sia un’espressione vivente, animale o vegetale, così come anche la terra, l’acqua, il vento, la rugiada, ……… lì si trova il sacro, senza bisogno di cercarlo altrove, chissà dove…

La metafisica jainista attribuisce grande importanza alla logica sul piano cognitivo; viene data una spiegazione scientifica, codificata nei minimi particolari, dell’origine e del divenire degli universi, eterni ed increati, in cui si dimostra che l’anima non nasce e non muore, ma migra di corpo in corpo fino alla Liberazione, che può essere ottenuta soltanto disgregando i frutti dei propri karma (sia i karma auspicali che i karma nefasti), emancipandosi, cioè, in modo autentico, dagli attaccamenti e dalle avversioni....

Oltre all’AHIMSA, altre due regole fondamentali per i Jaina sono: la Dottrina del "Non-assolutismo” e della molteplicità dei punti di vista (“Anekantavada” e "Syadvada") e la “Costante Vigilanza”.

La Dottrina del "Non-assolutismo” e della molteplicità dei punti di vista insegna ad allargare il proprio punto di vista, la propria prospettiva di giudizio, e a vedere in ogni affermazione, pensiero, credo, contemporaneamente una parte di vero, di non vero, di descrivibile e di indescrivibile. L’adozione di questa Dottrina apre la mente ed il cuore dell’individuo a un reale ecumenismo e al superamento di ogni differenza di religione, di pensiero, di appartenenza.....

La prescrizione della “Costante Vigilanza”, richiede al Jaina di non allentare mai la propria attenzione nei confronti del rispetto per le altre vite e nei confronti dell’applicazione dell’AHIMSA. E’ detto che un individuo costantemente vigile è sempre nonviolento, anche quando, per una circostanza imponderabile, causa involontariamente una violenza; mentre un individuo disattento è sempre violento nel suo cuore, anche quando non causa direttamente violenza.

Il rispetto attivo per gli animali e per la natura è, quindi, il fondamento stesso dell’etica jainista.

Presso le comunità e i templi Jainisti gli animali non devono temere per la propria incolumità; anzi, accanto ai templi si trovano spesso i "Panjarapole", rifugi per animali anziani o feriti, e centri veterinari sovvenzionati dalle comunità dei laici, che si occupano, inoltre, del mantenimento e della protezione dei monaci e degli asceti, dei templi, delle biblioteche e degli ostelli.

Non di rado, i Jaina acquistano animali dai macelli per dare loro salvezza e ricovero.

Un aspetto interessante della devozione jainista è che questa non è concepibile per l’ottenimento di miglioramenti spirituali o materiali; per i devoti Jaina non è pensabile un’adorazione volta all’ottenimento di benefici, grazie o miracoli; la riverenza ai ventiquattro Saggi ("Tirthankara", esseri umani illuminati ed autoliberatisi) è fine a sé stessa. I Tirthankara non possono essere toccati dalle umane sollecitazioni; loro compito è essenzialmente quello di indicatori della giusta via verso la Liberazione. Ogni progresso personale può avvenire unicamente grazie agli sforzi, alla condotta e all’impegno del singolo individuo.

Contrariamente a quanto accade presso altre religioni, dove il salire nelle gerarchie ecclesiastiche comporta un sempre maggiore prestigio, maggiore ricchezza di paramenti, e vistosi miglioramenti materiali ed esteriori, nel Jainismo, con il progredire dell’evoluzione sul piano spirituale, aumentano le rinunce e le restrizioni.

I monaci e le monache (“Svetambara” o “Saddhi”) possiedono solo un abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un bastone, una scopa per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima di sedersi e coricarsi, e una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai batteri dell’aria.

Gli asceti “Digambara” (= “Vestito di cielo”), che sono generalmente i più anziani, i più eruditi sulle Scritture, i più perfetti sul piano della condotta, della fede e della conoscenza, non possiedono nulla: né abito, né dimora, né lavoro, né famiglia, né amici, né ciotola, ma solo la scopa, un contenitore per l'acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei templi, e la pezzuola sulla bocca; essi elemosinano il cibo e l’acqua da bere nell'incavo delle mani.

I monaci e gli asceti, oltre a non cibarsi di alcun animale, non si cibano neppure di tutte quelle creature vegetali che contengono princìpi di vita (estirpando le quali si uccide l'intera pianta), e quindi l’anima: bulbi, germogli, radici, patate, ....., e neppure miele, prodotto mettendo in pericolo la vita delle api.

Il termine “Jaina” significa “Vittorioso” e designa colui che ha vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo, sul materialismo, sulle passioni....

L’origine del Jainismo si perde nella notte dei tempi; sono noti al mondo gli ultimi ventiquattro Saggi “Tirthankara” ( = “Costruttori del ponte”) che reiterarono i fondamenti della Dottrina, il più recente dei quali, Mahavira, al quale si riconosce personalità storica, visse in India intorno al 600 a.C..

Mahavira era contemporaneo di Siddhartha Gautama il Buddha; come lui figlio di un raja, decise di ritirarsi per meditare sulla natura dell’anima, raggiungendo il Nirvana, pare, con vent’anni di anticipo sul Buddha.

Sia Buddha che Mahavira si opposero al vedismo a causa della divisione in caste e dei sacrifici animali. A differenza del Buddhismo (dove esiste un’anima universale “io-Tutto”), nel Jainismo ogni vivente è dotato di un’anima individuale; inoltre, per il Jainismo è indispensabile rinunciare completamente al corpo attraverso la "Dottrina del Distacco" per compiere il proprio processo di Liberazione, mentre il Buddha, dopo aver seguito per molti anni il modello ascetico, scelse la “via di mezzo”.

Attualmente il Jainismo conta circa dieci milioni di aderenti, fra laici, monaci e asceti, quasi tutti in India e negli Stati Uniti d’America; gruppi di Jaina iniziano a esistere in Inghilterra e Nord Europa.

Credo che, in tempi di indifferenza e di lassismo dell’etica, dello spirito e della morale, il rigoroso messaggio jainista possa scuotere le coscienze dal torpore colpevole in cui sembrano ristagnare ed indicare un attivismo nobilitante e ottimista, in profonda sintonia con la creazione e con le creature.

Credo che ciascuno possa diventare nel proprio cuore un Jaina, ma non senza quel radicale cambiamento di natura che l’adesione al comandamento dell’AHIMSA comporta!

Del resto, non è necessario accettare la dottrina delle reincarnazione per accostarsi al Vegetarismo: è sufficiente far visita a un macello……

Maria Luisa Tornotti, nel suo “La non violenza nella cultura indiana dai Veda a Gandhi” afferma “il Giainismo rappresenta il massimo tentativo che sia mai stato messo in atto per ridurre o annullare la violenza”.

Con l’avvento dell’industrializzazione dello sfruttamento e della violenza sugli animali, i Jaina si sono spinti ancora oltre, compiendo un passo deciso nella direzione di una Nonviolenza pratica quotidiana ancor più rigorosa. I Jaina hanno pubblicato, nel 2000, in India e in U.S.A., un volume di aggiornamento dottrinale jainista, nel quale viene evidenziata la necessità irrinunciabile di abolire il consumo non solo delle carni degli animali, ma anche di tutti quei prodotti derivanti da grande violenza e sfruttamenti sugli animali, come il latte, le uova, i formaggi, il burro. Questo volume, THE BOOK OF COMPASSION, è stato tradotto da Claudia Pastorino e Massimo Tettamanti e pubblicato in Italia nel 2002 dall'Editore COSMOPOLIS, "IL JAINISMO, LA PIU' ANTICA DOTTRINA DELLA NONVIOLENZA, DELLA COMPASSIONE E DELL'ECOLOGIA".

Le già severe restrizioni alimentari prescritte dalla Dottrina jainista sono state così sottoposte ad una revisione critica nell’ottica di una attualizzazione dell’adesione alla regola dell’Ahimsa, tutta calata nei nostri giorni.

La grande maggioranza dei gruppi religiosi, a causa del dilagante degrado della morale e della spiritualità, allenta la propria dottrina al fine di meglio adattarla alle modernità, alla società tecnologica e al rapido susseguirsi di cambiamenti sociali, culturali e di costume.

Coraggiosamente, con il rigore che da sempre li contraddistingue, i Jaina, in seguito alla creazione dell’”animale-macchina”, stanno adottando per sé stessi e per la propria condotta quotidiana regole sempre più rigorose.

E’ così che, attualmente, i monaci jainisti stanno, per esempio, sostituendo il latte (utilizzato in alcuni rituali all’interno dei templi) con il latte di soja e il latte di riso.

A chi si stupisse di ciò, probabilmente non è ancora capitato di vedere o di leggere che cosa accade alle bovine "da latte" o alle galline "ovaiole" all’interno degli allevamenti intensivi!.....

Tali restrizioni valgono per la dieta quotidiana sia dei monaci sia dei laici.

Se scrutiamo la realtà nascosta e segreta dell’industria del latte e dell’industria delle uova, vediamo quanto questo modello di comportamento – che, a mio parere e per esperienza personale, è solo apparentemente estremo o di difficile attuazione – sia, all’atto pratico, l’unico modo possibile per vivere pienamente e fino in fondo la regola d’oro dell’Ahimsa, oggi!....

Credo che, attualmente, il Jainismo sia l’unico ambito spirituale a suggerire così decisamente l’alimentazione Vegan (altrimenti detta Vegetaliana) quale massima espressione di una Nonviolenza pienamente vissuta.

Di seguito alcuni significativi versetti tratti dal SAMAN SUTTAM, il Canone della Spiritualità Jainista, pubblicato nel maggio 2001 da Mondadori:

(147) E’ caratteristica essenziale di ogni uomo saggio che non uccida alcun Essere Vivente! Senza dubbio, un individuo dovrebbe comprendere semplicemente i due principi chiamati Non-violenza ed Eguaglianza verso qualsiasi Essere Vivente.

(148) Tutti gli Esseri Viventi vogliono vivere e non morire; per questo le persone completamente prive di attaccamenti (Nirgranthas) proibiscono l’uccisione degli Esseri Viventi.

(149) In tutti i casi, sia consapevolmente che inconsapevolmente, un individuo non dovrebbe mai uccidere gli altri Esseri Viventi -mobili o immobili- di questo mondo, né permettere ad altri di ucciderli.

(150) Come il dolore non ti è gradevole, ugualmente non lo è per gli altri. Conoscendo questo principio di Eguaglianza, tratta sempre gli altri con Rispetto e Compassione.

(151) Uccidere un Essere Vivente è come uccidere sé stessi; mostrare compassione ad un Essere Vivente è come mostrarla a se stessi. Colui che desidera il proprio bene, dovrebbe evitare di causare qualsiasi tipo di danno ad un altro Essere Vivente!

(152) L’Essere Vivente che vorresti uccidere è uguale a te stesso; l’Essere Vivente che vuoi tenere sottomesso è uguale a te stesso.

(154) Anche la sola intenzione di uccidere causa la schiavitù del karma, sia che tu uccida sia che tu non uccida; dal punto di vista reale, la natura di chi manifesta l’intenzione di uccidere è schiava del karma.

(155) Sia il non astenersi dalla violenza, che l’intenzione di commetterla, è himsa (violenza).
Anche il comportamento non costantemente vigile a causa delle passioni, equivale a himsa.

(156) La persona saggia è quella che lotta sempre per sradicare i suoi karma e che non è attratta da himsa. Uno che si sforza fermamente di rimanere non-violento è, dal punto di vista reale, ‘uno che non causa uccisioni’.

(157) Secondo le Scritture l’individuo è sia violento che non-violento. Quando l’individuo è attento e vigile sulla propria condotta, è non-violento; quando si distrae, è violento.

(158) Non esiste una montagna più alta del Meru; non esiste niente di più esteso del cielo; ugualmente, si sa che non esiste in questo mondo una religione più grande della Religione dell’Ahimsa!



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Jainismo

Il Jainismo è una religione che è molto diffusa in India, il cui germoglio lo si può trovare nel Buddismo. Questo aspetto del Buddismo è veramente ammirabile specialmente nel suo insegnamento: "L'innocuità è la sola religione".
 I Jaini sono vegetariani, ma oltre a ciò non fanno del male neanche alla più piccola forma di vita. Tanti fra loro stanno attenti a non fare del male perfino agli scarafaggi, alle zanzare, le formiche, le api, scorpioni e serpenti che si trovano così spesso nei paesi tropicali. Tutta la loro morale è basata sul principio dell'innocuità, e i loro preti fanno ancora meno male degli altri seguaci del Jainismo.
Per nuocere ancora meno evitano di portare delle scarpe, e con ciò evitano due mali - uno è che il cuoio che viene usato per fare le scarpe causa la morte di cosi tante vite e l'altro che camminando con delle scarpe si schiacciano e uccidono più vite che camminando a piedi nudi. Alcuni fra di loro sono visti con un piccolo pezzo di tela legato sulla bocca, perché camminando con la bocca aperta, come così tanti fanno, così tante piccolissime vite sono attirate dentro la bocca. C'è anche un'altra ragione, cioè trattenersi il più possibile dal parlare. Per lo più la disarmonia e tanti altri difetti sono causati dalla loquacità, che è spesso inutile.

Regole etiche di vita

I precetti fondamentali del Buddhismo, per quanto riguarda le regole etiche di vita (sila) sono divisi in tre gruppi: i cinque divieti, gli otto comandamenti e le dieci condotte morali. In pratica si tratta degli stessi comandamenti, cui ogni volta se ne aggiungono altri.

I cinque divieti sono:

  1. non uccidere alcun essere vivente,
  2. non prendere l'altrui proprietà,
  3. non toccare la donna altrui,
  4. non dire menzogne,
  5. non bere bevande inebrianti.

Gli otto comandamenti includono i suddetti cinque divieti, cui se ne aggiungono altri tre:

  1. non mangiare cibo nei tempi non dovuti;
  2. astieniti dal canto, dalla danza, dalla musica e da ogni spettacolo indecente; non ornare la tua persona con ghirlande, profumi e unguenti;
  3. non usare sedili alti e lussuosi.

Gli ultimi due precetti morali sono:

  1. non adoperare letti grandi e confortevoli;
  2. non commerciare cose d'oro e d'argento.

Naturalmente questi precetti diventano tanto più esigenti quanto più uno cerca di purificarsi spiritualmente: il divieto di uccidere si estende fino a tutti gli animali, nessuno escluso; l'acqua può essere bevuta solo se filtrata; non si può usare l'aratro perché potrebbe ferire i vermi della terra; la castità  deve essere completa; la povertà dev'essere assoluta ecc.È bene però precisare che per raggiungere la Liberazione, più che una vita moralmente ineccepibile, la quale al massimo può dar luogo a un buon karman, il Buddhista deve dedicarsi alla Meditazione, che comporta un'energica disciplina ascetica (yoga), la cui esperienza in un certo senso va al di là di ogni morale. L'io deve liberarsi dell'Illusione circa la realtà del mondo e soprattutto circa la sua personalità, per sprofondare nel "non-io", nel "non-essere".

Virtù morali

Quanto alle virtù morali che deve seguire il Buddhista, esse in sostanza si riducono a quattro:

  1. compassione (percepire dentro di sé la gioia e il dolore dell'altro);
  2. amorevolezza verso tutti gli esseri viventi;
  3. letizia e considerazione del lato positivo delle cose;
  4. imparzialità nel considerare la realtà

La condizione della donna

Durante la sua predicazione, il Buddha sostenne sempre una fondamentale misoginia, al pari di tutti i filosofi dell'antichità. La donna era vista come una fonte di tentazione del tutto incompatibile con la vita ascetica; essa ovviamente non veniva condannata come persona, ma piuttosto come potere di seduzione che porta a quell'attaccamento per la vita che, attraverso le generazioni, perpetua la condizione di "essere nel mondo" e vincola, di conseguenza, l'individuo al suo dolore, alla sua cieca ignoranza, alla ruota delle rinascite. Poiché l'amore e l'unione  sono -secondo Buddha- le forme più primordiali in cui si manifesta la sete di vita, il Buddhismo classico non poteva che negare alla donna la possibilità di giungere al Nirvana: l'unica condizione, per una donna, era quella di estinguere in sé tutto ciò che è femminile, cioè in sostanza sforzarsi di sviluppare un pensiero maschile al fine di poter rinascere come "uomo". Solo dopo molte discussioni e polemiche, il Buddha consentì ad ammettere le donne fra i suoi discepoli, in comunità ovviamente separate, soggette a regole analoghe e, in più, alla sorveglianza da parte dell'abate della più vicina comunità monastica maschile, con l'obbligo inoltre di obbedire ai monaci maschi di qualunque età. A queste condizioni era possibile anche per loro raggiungere il Nirvana. Questa forma di maschilismo è venuta attenuandosi col tempo, fino al punto che si è cominciato a produrre, sul piano artistico, delle figure mitiche del Buddha con aspetti femminili. Va detto tuttavia che il Buddhismo non interviene negli aspetti della quotidianità e neppure nelle vicende fondamentali della vita, come il matrimonio e la nascita dei figli, i cui riti si basano sempre su usanze locali. Le regole di condotta previste dal Buddhismo per la vita matrimoniale sono essenziali, basate sostanzialmente sul buon senso e quindi praticabili da chiunque.

Fiaba buddhista ( Il dono più prezioso)

Seduto sotto un grande albero fiorito, il Buddha insegnava fin dal primo mattino, e centinaia e centinaia di persone venivano ad ascoltare le sue parole. Posata accanto a lui, teneva una campanella di cristallo. Un giorno un discepolo gli domandò a che cosa servisse quella campanella . - La farò tintinnare quando si presenterà qui una persona di grande generosità, - rispose il Buddha.
Queste sagge parole giunsero all' orecchio di un re molto potente.- Sarò coperto di gloria se il Buddha in persona mi designerà come l'uomo più generoso, - pensò. Il sovrano fece caricare sulla groppa di dieci elefanti delle enormi ceste traboccanti di pietre preziose, stoffe rare e monete d'oro e d'argento. Poi si mise in cammino per deporre quelle offerte ai piedi del Buddha. Lungo la strada, incontrò una mendicante che camminava a piedi nudi nella polvere. Uno dei servi del re ebbe pietà di tanta miseria e versò nelle mani della povera donna una piccola manciata di riso. Anche la donna desiderava con tutto il cuore offrire un dono al Buddha, ma non aveva nulla da dargli. All'apparire del re con il suo corteo di elefanti, la folla gli fece largo, abbagliata. Il re ordinò ai suoi uomini di rovesciare il contenuto delle ceste davanti al saggio: mai prima di allora un simile tesoro si era visto brillare sotto il sole.
 Buddha fece un cenno al sovrano e lo invitò a sedersi tra i suoi discepoli. Il monarca aspettava, orgoglioso, che il suo gesto generoso gli venisse riconosciuto, ma nessun suono venne a turbare la pace della sera. Subito dopo, la vecchia donna coperta di stracci riuscì a farsi largo fra i  presenti e si presentò davanti al saggio. Nella mano tremula stringeva la manciata di riso, che depose con umiltà ai piedi del Buddha. Il saggio la ringraziò e fece tintinnare gioiosamente la campana di cristallo. Indignato, il re si alzò in piedi: come poteva quella misera manciata di riso avere più valore della fulgida montagna di gemme che lui aveva offerto? Buddha prese tra le sue le mani la vecchia donna e dichiarò alla folla in attesa: - Vedo che siete sorpresi. Eppure questa donna è la più generosa. Il re è immensamente ricco, mi ha offerto una parte delle sue ricchezze e io lo ringrazio.
 Ma questa donna è povera e ha fame. Questa manciata di riso è tutto ciò che possiede. Il suo piccolo dono offerto con cuore sincero ha molto più valore di un grande tesoro. E il Buddha versò nelle mani rugose della donna due grosse manciate di diamanti