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Lo Shivaismo
1) introduzione
Non mancano studiosi moderni che considerano i millenari
movimenti spirituali come lo shivaismo (più propriamente
detto shaiva) o il vaishnavismo delle sette, scaturite da
interpretazioni faziose dei testi Vedici. Questi, affermano
costoro, vogliono stabilire le loro divinità preferite come
supreme mediante arditi giochi di manipolazioni
linguistiche.
Niente di più sbagliato. In realtà nei quattro Veda
originali, così come nei Purana e nelle Upanishad, si parla
di Vishnu e di Shiva, così come della pratiche devozionali
che Li riguardano. Un Dio unico esiste di certo: tutte le
scritture lo affermano. Il problema sta nello stabilire chi
Egli sia.
I devoti di Shiva sostengono che quell'Essere Supremo sia la
loro divinità e che nessun altro possa essere superiore a
Lui. Questo è vero, e nello stesso tempo non lo è. Nei
canoni della scienza spirituale vedica è spiegato come sia
Vishnu che Shiva sono personaggi divini e che ognuno di Loro
ha funzioni particolari nel creato. In questo capitolo ci
occuperemo brevemente delle varie correnti di pensiero
shivaite.
Una particolarità che le caratterizza è che questi, a
differenza dei Vaishnava e degli appartenenti ad altri
grandi movimenti spirituali, non hanno mai amato
particolarmente fare grande uso del Vedanta-sutra,
preferendo sviluppare una propria tradizione letteraria. Ma
ci sono state delle eccezioni, come ad esempio gli
Shaiva-siddhanta.
Le scritture shivaite più importanti sono i ventotto Agama,
che si occupano principalmente di spiegare il rapporto che
intercorre tra Shiva e le anime. Alcune di queste shastra
sono di tipo monistico, altre di tipo pluralistico. Ma, come
spesso accade quando si tratta del pensiero indiano, la
contraddizione è solo apparente.
Infatti questi scritti furono originalmente rivelati dal
saggio Durvasa ai suoi tre figli, ma ad ognuno di loro in
modo differente. Così enunciò la stessa filosofia
adattandola al diverso stato di coscienza dei suoi figli,
che in quel momento si ponevano come rappresentanti dei vari
esseri viventi. I figli del Muni erano Tryambaka, Amardaka e
Shrinatha. Tryambaka avrebbe fondato una metafisica a
carattere monistico assoluto (tutto è Uno), Amardaka di tipo
monistico qualificato (tutto è uno, ma solo in qualità),
Shrinatha di tipo pluralistico (esistono diverse entità).
Questo spiega la ragione per cui fin dalle origini nello
shivaismo siano esistite convinzioni filosofiche tanto
diverse.
Della figura di Shiva si parla in tutte le maggiori
scritture vediche. E' un personaggio divino eccezionalmente
interessante e che spesso presenta aspetti apparentemente
ambigui.
Il Bhagavata Purana racconta che all'origine dei tempi
Vishnu generò dapprima gli universi e poi Brahma, il primo
essere creato. Quando quest'ultimo volle riempire di esseri
viventi l'enorme "uovo cosmico" (andam), incaricò di ciò i
suoi primi quattro figli, i Kumara. Ma essi rifiutarono,
dicendo che preferivano la vita ascetica. Per questo grave
rifiuto, Brahma si adirò al punto che dalla sua fronte
scaturì Shiva, il quale subito emise delle furiose grida;
per questo suo primo possente strillo venne poi chiamato
anche Rudra.
Secondo i Purana, Egli non è una normale entità vivente come
tutte le altre che in seguito avrebbero popolato l'universo,
bensì una particolare incarnazione di Narayana con specifici
compiti da assolvere. Questi sono:
a) facilitare l'ingresso delle jiva condizionate in questo
universo attraverso il contatto con madre Durga,
b) distruggere i mondi quando il tempo sarebbe stato maturo,
e
c) prendersi cura delle anime più degradate.
Ovviamente non si può dire quali di questi compiti siano più
importanti di altri, però è il terzo a balzare maggiormente
all'attenzione. Questa è la ragione per cui Egli, sebbene
sia una delle personalità più evolute dell'universo, è
sempre dipinto e descritto come in compagnia di esseri
immondi come folletti, fantasmi e demoni di vario genere.
Indossa una ghirlanda di teschi umani, è sempre ricoperto di
cenere e porta dei serpenti al collo. Ancora oggi i suoi
devoti fumano anche droghe, si puliscono poco e spesso si
dedicano a pratiche considerate ributtanti dalle persone
comuni. Ciò perché la sua funzione è di permettere la
liberazione, o comunque un qualche avanzamento, alle persone
dal basso livello di coscienza.
2) Il Lakulisha-pashupata
I testi principali di questa corrente shivaita sono il
Pashupata-sutra (del quale non si conosce l'autore) e le
Gana-karika di Bhasarvajna. Il fondatore di questa setta
potrebbe essere un maestro lakulin (portatore di clava), del
quale non si conosce nulla. Per poter capire bene i loro
punti, crediamo che la cosa migliore sia andare a una veloce
lettura dei 162 sutra che costituiscono il Pashupata-sutra.
Il testo comincia descrivendo le austerità che deve compiere
chi intende avanzare nella realizzazione di Shiva, quali
immergersi tre volte al giorno nella cenere, dove deve
giacere a lungo, indossare le ghirlande offerte al Dio in
sacrificio, esibire le prove della sua devozione (come
appunto la cenere cosparsa in tutto il corpo e le
ghirlande), risiedere in luoghi sacri e osservare con
spirito sottomesso le regole del riso, del canto, della
danza e della preghiera. Tutto deve essere fatto in onore di
Mahadeva (Shiva).
Vestito di una sola veste o in certi casi anche nudo, non
deve guardare l'urina o lo sterco umano e gli è proibito
parlare con donne o con persone degradate. Se ciò per
qualsiasi ragione dovesse accadere, gli è d'obbligo
purificarsi immediatamente spalmandosi di cenere, eseguire
esercizi per controllare il respiro e mormorare i mantra in
preghiera a Rudra (che è fondamentalmente il gayatri
shivaita).
Chi è puro di mente e pratica le suddette regole,
progredisce velocemente e in modo felice in direzione
dell'unione col Signore. Su questo sentiero sviluppa gli
otto poteri mistici, che sono:
essere in grado di vedere ogni cosa,
poter udire tutti i suoni,
poter comprendere tutto,
conoscere tutte le scritture,
essere al corrente di qualsiasi cosa che accada,
divenire veloce come la mente,
essere in grado di assumere qualsiasi forma si voglia e
poter fare qualsiasi cosa sia nei propri desideri.
E ciò anche nei momenti in cui i sensi non sono operativi
(come nel sonno o in altri stati di incoscienza).
Shiva è il Signore Supremo; nessuno è al di là di Lui. Chi
Lo adora può stare in Sua compagnia per sempre. I sutra che
seguono esprimono preghiere a Rudra.
Nulla Gli è precluso e non deve dipendere da niente e da
nessuno. Al contrario delle persone comuni, le Sue attività
non sono soggette al karma. Con Lui tutte le cose cattive
divengono buone e tutto ciò che è di cattivo auspicio
diventa immediatamente positivo. Tutti i deva provengono da
Lui; dunque è Shiva il titolare di tutti i sacrifici vedici.
Chi si rifiuta di gioire dei risultati delle proprie azioni,
ottiene lo stato del Grande Essere, cioè la Trascendenza,
nel quale non esistono disturbi di nessun genere. Queste
pratiche sono di importanza primaria e la nostra adorazione
deve essere rivolta a Shiva, solo a Lui e a nessun altro.
Lo yogi deve fare in modo di essere disprezzato dalla
società e non deve fare sfoggio delle proprie conquiste
(cioè dei poteri acquisiti). L'assenza di orgoglio è
considerata la migliore delle pratiche. Non deve rendere
pubblico il proprio status spirituale e gli è permesso di
mangiare solo ciò che gli viene offerto in elemosina. Questo
è l'unico retto cammino. Chi si comporta secondo questi
canoni raggiunge la perfezione. I sutra che seguono sono
dedicati alla lode di Shiva.
Così il devoto diventa privo di attaccamenti e quando le
impurità dei desideri e delle sensazioni sono oramai
sconfitte, questi si congiunge a Lui e si dedica
perennemente al suo servizio. Ma tutto ciò è possibile solo
se i sensi sono sotto completo controllo. Si deve abitare in
capanne solitarie o in grotte e dedicarsi solo a Dio,
domando i sensi. Così facendo, entro sei mesi iniziano ad
apparire i primi poteri sovrannaturali. Allora non si è più
condizionati dal karma.
Recitando il gayatri e meditando sulla sillaba Om, si deve
concentrare in essa tutto il proprio cuore ed è sempre
d'obbligo glorificare Shiva. Pensando ininterrottamente a
Lui, alla fine è possibile raggiungerlo. Gli ultimi sutra
contengono ancora glorificazioni a Mahadeva.
Nel corso della storia, da questa setta ne sono sorte
innumerevoli altre, come la Kapalika, la Kalamukha e la
Mahavratadhara, che mettevano in atto pratiche e discipline
veramente ripugnanti. Col passare del tempo, la dottrina si
modificò e slittò dalla sua forma originale, cioè di una
vera e propria bhakti (devozione al Dio) a quella dove
fondamentalmente si mirava ad ottenere uno splendore e una
perfezione del tutto simili a quelli di Shiva stesso. In
altre parole, lo scopo era diventare Dio.
3) la dottrina del "riconoscimento in Shiva".
Il maestro principale di questa setta shaiva che ebbe
un'eccezionale diffusione nel Kashmir verso il 200 d.C., è
Vasugupta, autore (per qualcuno solo lo scopritore) degli
Shiva-sutra, com-posti di 78 versi.
Secondo ciò che si narra, questa dottrina sarebbe
antichissima, di molto precedente al maestro ma, essendo
caduta nell'oblio, Shiva stesso gli sarebbe apparso in un
sogno. Seguendo le istruzioni ricevute, il saggio andò sul
monte Mahadeva dove, scolpiti su una pietra, ritrovò i sutra
immortali recitati dalla divinità stessa. Questi sono alla
base della dottrina.
In seguito grandi maestri quali Kallata, Abhinavagupta e
Kshemaraja la elaborarono, facendola diventare una delle
filosofie shivaite più influenti. Ma con l'avvento
dell'islamismo (cioè in un'epoca che va dal 1315 in poi),
questa cominciò a perdere di importanza. La dottrina viene
anche chiamata Kashmiri, in quanto si diffuse maggiormente
proprio in questa regione settentrionale dell'India, per poi
propagarsi in tutta la nazione. Ma ancora oggi in Kashmir si
possono trovare molti devoti di Shiva di questa particolare
tendenza filosofica.
Diamo ora un riassunto degli Shiva-sutra.
Prima di tutto viene introdotto il concetto del sé, il quale
viene definito come "pura coscienza". Subito dopo si offrono
delucidazioni sulla ragione della prigionia che l'anima deve
subire in questo mondo, che è l'identificazione con la
falsità, che causa il karma e dunque gli avvenimenti del
mondo delle illusioni. Alla base dell'ignoranza c'è
l'insieme dei fonemi che compongono l'alfabeto, e cioè
l'energia materiale.
Poi i sutra specificano che in realtà la falsità assoluta
non esiste, in quanto tutto è energia dinamica di Shiva;
come tale nulla viene mai distrutto, anche quando si è
prigionieri nel mondo di maya. In altre parole, la nostra
prigionia non causa la distruzione dello spirito.
La conoscenza pura è causata da uno stato di veglia, mentre
le rappresentazioni mentali sono generate da uno stato di
sogno; la non discriminazione (o l'ignoranza) proviene da un
qualcosa del tutto simile a un sogno, maya, che ci tiene
prigionieri. Lo yogi che ha ottenuto la perfezione ha il
dominio su tutti e tre gli stati.
Quando si medita con volontà ferrea su come distruggere il
male, si ottiene la potenza più grande di tutte. In realtà
il corpo dello yogi diventa "l'esistente stesso". Grazie al
raccoglimento della mente all'interno del proprio cuore, lo
yogi ottiene la perfetta visione di tutto e, grazie a tale
meditazione, raggiunge la Rivelazione.
In cosa consiste questa Rivelazione? Che in realtà "io sono
Shiva". In questo stato di coscienza si può ottenere
un'estasi interiore priva di difetto, che è totale felicità
e conoscenza. E quando si realizza che "io sono Shiva" tutti
i poteri sbocciano e si mostrano appieno.
I sutra poi iniziano a parlare dell'importanza dei mantra,
tema ricorrente in tutti i testi vedici. Grazie alla loro
somma potenza, diviene possibile meditare sulla Coscienza
Suprema, sperimentando in sé stessi la loro efficacia. Il
mantra è spirituale e può conferire ogni potere.
Ma non bisogna assolutamente accontentarsi dei grandi poteri
che scaturiscono da questa pratica poiché, adagiandosi sulla
sensazione di potenza che si prova, si rischia di perdere i
veri benefici, che sono ben altri. L'essenza dei mantra sta
nel loro essere costituiti di conoscenza perfetta, cioè di
energia spirituale. Per questa ragione si possono ottenere
ambedue, cioè i poteri mistici e il sapere trascendentale.
Divenuti spirito grazie a tale contatto, si guadagna lo
status spirituale che è proprio di Shiva.
Per avere tutto ciò è fondamentale l'azione del maestro
spirituale (il guru), il quale risveglia il discepolo.
Quest'ultimo deve dare tutto al proprio insegnante e stare
bene attento a non ricadere nel circolo vizioso delle
rappresentazioni discorsive. Deve badare a non ricadere
vittima di maya.
Allo yogi viene consigliato di meditare sulla dissoluzione
di tutti i principi che costituiscono il suo corpo
materiale. Ci sono molti tipi di meditazioni capaci di
condurre alla perfezione, ma questi non possono conferire
meccanicamente la perfezione massima se lo yogi non ha il
cuore puro. E quando riesce a sopraffare l'offuscamento di
maya, sente nascere in lui la conoscenza, che dà sommo
potere.
Questo mondo è prodotto dall'energia di chi ha già raggiunto
la liberazione. Seduto in una posizione che risulti comoda,
egli deve immergersi all'interno della propria coscienza e
così può divenire creatore e dissolutore di ogni cosa. In
altre parole, diventa Dio stesso. Di conseguenza non rinasce
più. Tale yogi diviene del tutto simile a Shiva.
Ogni cosa deve essere uno strumento per adorare e venerare
Lui: il corpo, la lingua, la conoscenza stessa. Come una
delle principali forme di servizio devozionale da offrire
alla Divinità, il devoto deve donare la propria conoscenza
agli altri.
Egli non vede più differenziazioni: per lui tutto ciò che
esiste non è altro che un'espressione delle sue stesse
potenze. Questo ottiene lo yogi liberato.
L'anima cade nell'illusione per colpa del desiderio, ma
quando questo è esaurito, la prigionia si dissolve. Tutti
gli elementi materiali si distaccano da lui e diviene
un'anima liberata, piena e perfetta, uguale sotto ogni punto
di vista al Signore. A quel punto avverrà il reincontro con
Shiva.
Per gli shivaiti kashmiri la salvezza è dunque possibile
solo quando l'anima si riconosce in Shiva, e cioè quando
realizza che io non sono un altro io, bensì Shiva stesso.
Questo concetto è dunque una condanna per il dualismo
spiritualistico e vuole così affermare la completa
uguaglianza fra l'individuo e l'Assoluto, per cui
esisterebbe un solo Ente Supremo.
Un altro testo fondamentale dello shivaismo kashmiri è lo
Spanda-karika (52 sutra), anche questo attribuito a
Vasugupta, il quale elabora in modo forse più ampio alcuni
dei concetti già espressi nello Shiva-sutra.
Questa dottrina del "riconoscimento in Shiva" è anche
denominata trika, in quanto si fonda sull'ipotesi
dell'esistenza di tre principi: Shiva (il principio
supremo), shakti (le sue energie) e jiva (l'anima
individuale). Ma tutti e tre questi principi in realtà non
sono altro che Shiva stesso. Quindi per i Kashmiri il mondo
è l'oggettivizzazione del pensiero divino e quindi non
esiste l'irreale, in quanto tutto ciò che la Realtà Suprema
fa deve essere totalmente reale.
Rudra crea tutto senza servirsi di nulla, semplicemente
facendo agire le sue energie (shakti). Queste energie sono
allo stesso tempo uguali e distinte dal Signore, e sono
cinque. Con queste, Dio causa il divenire cosmico.
Lo spirito universale diviene individuale per l'energia di
maya e viene limitato da corazze (kancuka), o strati di
elementi materiali, divenendo così vittima dei tre guna e
subendo così sentimenti che procurano gioia, dolore e
apatia. All'inizio questi tre guna sono in equilibrio, ma
quando lo stato di perfetta quiete viene scosso da un urto
(kshobha), l'energia materiale (prakriti) si evolve nei vari
tattva (i principi che compongono la creazione materiale).
Quando l'anima non ricorda più di essere lui stesso Dio,
erra per il samsara, provocando il karma.
Ci sono tre impurità innate, detti anche vizi fondamentali,
che condizionano l'esistenza. E sono:
l'anava-mala, il male dell'individuazione (cioè pensare di
essere qualcosa che non si è),
il karma-mala (provocare e subire il karma), e
il maya-mala (per il quale ci si sente un essere corporeo in
un mondo che immagina esistente al di fuori di lui stesso).
Incatenate dalle tre impurità, le anime vengono munite di
organi che la limitano.
Il mezzo per conseguire la liberazione è l'annientamento
dell'ignoranza e dell'individualità, cioè il samavesha
(entrare o consumarsi in Dio), che si ottiene coltivando
pazientemente la conoscenza perfetta.
Di particolare importanza è l'accettazione di un guru
autentico e la recitazione sapiente dei mantra. E quando
l'energia divina (shakti) entra nel devoto e s'impossessa di
lui, egli torna ad essere "uguale a Shiva" (Shiva-tulya).
4) lo Shaiva-siddhanta
Contrariamente allo shivaismo kashmiri, questo sistema
presuppone l'esistenza eterna di sostanze diverse, anche se
provenienti dalla stessa sorgente. Dunque, mentre da una
parte si può definire monista un sistema che fa risalire
tutto a una sorgente unica, questa dottrina, vista da una
certa prospettiva, è definibile come pluralistica. Infatti
spicca l'idea che l'Uno-tutto, nel suo divenire, si
differenzi.
Anche se non tutti sono d'accordo, pare che il primo
organizzatore dello shaiva-siddhanta sia stato Meykanda, che
scrisse, in lingua tamil, lo Shiva-jnana-bodha (Risvegliarsi
alla Conoscenza di Shiva). Ma i praticanti di questa
dottrina amano rifarsi anche al filosofo Shrikantha,
probabilmente contemporaneo di Ramanuja e quindi vissuto nel
1100 circa, il quale scrisse un poderoso commento ai
Brahma-sutra. La sua posizione dottrinale si chiama
Shiva-vishishtadvaita ed è una forma di monismo secondo cui
Shiva è Brahman e, grazie all'azione delle Sue energie, Egli
è andato gradualmente distinguendosi.
Ma il monismo dello shaiva-siddhanta sembra più apparente
che reale, in quanto poi viene da loro affermato che dopo la
liberazione ognuno mantiene la propria individualità.
Vengono infatti riconosciute tre sostanze eterne: Dio, le
anime e la materia. Con quest'ultima energia il Signore
(pati) lega (pasha) le anime (pashu). Per questa ragione
Shiva viene anche chiamato Pashupati.
5) il Vira-shaiva
I vira-shaiva sono i devoti fedelissimi di Shiva e vengono
anche chiamati lingayat, in quanto portano sempre con loro
il Linga. Per loro non esiste nessun altro Dio all'infuori
di Shiva e lo venerano appunto con questo simbolo, il Linga
appunto, che è una divinità a forma di fallo. La ragione per
cui Mahadeva viene adorato con questa particolare murti va
ricercata nella convinzione che Shiva sia il progenitore di
tutti e dunque il padre di tutte le creature.
La comunità Vira-shaiva venne organizzata nel dodicesimo
secolo circa da Basava, che era un importante ministro di un
re kanarese, ma non ci sono dubbi che tali dottrine
provengano dalle notti dei tempi. In origine dovette
svilupparsi come movimento di protesta contro i soprusi e le
prepotenze dei brahmana del tempo, ma in seguito proposero
severe riforme e svilupparono una propria dottrina
filosofica. Anche loro vantano un proprio commento ai
Brahma-sutra, cioè lo Shrikara-bhashya di Shripati,
compilato indicativamente verso il 1400.
La definizione tecnica della loro filosofia può essere a
ragione chiamata visheshadvaita, cioè una forma di monismo
differenziato. Shiva è l'Ente Supremo, il Dio oltre il quale
non esiste nulla e nessuno; la pluralità presente nel mondo
è prodotta da Lui attraverso la shakti, la sua energia
divina. Anche le anime individuali sono di natura divina:
non potrebbe essere diversamente, in quanto tutto proviene
dalla stessa sorgente, cioè da Shiva. Originalmente la jiva
è un tutt'uno con Lui, ma la forza della shakti provoca un
movimento (kshobha) che destabilizza l'equilibrio eterno,
per cui l'entità spirituale si divide in due: il
lingasthala, cioè il Dio che deve essere venerato, e
l'angasthala, l'anima individuale che deve ubbidire e
venerare Dio.
Quest'ultima cade vittima di maya, per cui si ritrova in
situazioni dove la sua coscienza appare profondamente
mutata. Perciò deve adorare il Supremo in modi altrettanto
variegati, a seconda della situazione in cui si trova. Se lo
yogi vuole raggiungere la perfezione massima, deve praticare
gli esercizi spirituali e abbandonarsi con fiducia nel
grembo di Shiva.
In cosa consistono queste pratiche? In una sorta di bhakti,
cioè di servizio devozionale a Shiva, il quale deve essere
servito con tutto l'amore e l'adorazione di cui si è capaci.
Shiva ha due energie: shakti e bhakti. Con la prima crea il
mondo, mentre con la seconda libera le anime da tutto ciò
che è terreno e dunque illusorio. In un certo senso, non c'è
una totale identificazione con Shiva, ma un eterno rapporto
d'amore con Lui.

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